di Sergio Mangiameli

(tratto e modificato da “La notte di Halloween”, dal volume di racconti dello stesso autore: “Dall’ulivo alla luna” – Prova d’Autore 1996, in cui Mario Grasso si esprimeva così: “E’ un omaggio alla fantasia, la bizzarra e solare cifra inventiva di Sergio Mangiameli, in cui spunti di riflessioni, che vanificano ogni casualità, come altrettanti teoremi, lasciano al lettore attento più d’una chiave d’approfondimento. E in coerente ottimismo”)

Sergio Mangiameli
Sergio Mangiameli
Albert e Marilyn
Albert e Marilyn

L’anziano signore scese dal bus. Era l’ultimo passeggero e la vettura stava lentamente dirigendosi verso la rimessa. Quella notte, in città si celebrava un antico rito di origine celtica, in cui ai bambini veniva concesso un po’ di più, compreso far tardi e spingersi da soli verso i luoghi della curiosità. Per una notte sola.

Il signore aveva i capelli bianchi, un po’ spettinati e lunghi dietro, e sulla testa portava un basco, che lo riparava dalle folate. I baffi canuti e abbondanti e un paio di occhi rotondi da gufo, gli davano un aspetto strano, quasi clownesco. Eppure era il più grande scienziato dei tempi moderni, o lo era stato. Portava con sé un violino, che teneva dentro una custodia, e camminava sereno, spingendosi all’interno del parco senza nessuna fatica. Arrivò a uno spiazzo in cui non si distinguevano più le luci dei grattacieli della città. E finalmente, tra i rami alti degli aceri in rapida spoliazione, la luna apparve chiara.

Il vento si arrestò, fermando una foglia a un dito da un paio di scarpe da tennis. Sembravano finite lì per caso. Poi il signore capì che dentro c’erano due piedi, che più su erano collegati a un paio di gambe di donna, a una gonna scura e ancor più in alto c’era un maglione di lana, bianco, più ampio almeno di due misure.

Il signore si passò la custodia nell’altra mano e squadrò la donna, e vide che era giovane e molto bella. Ebbe risposta da due occhi diretti, incorniciati da capelli corti, biondissimi. Un accenno di sorriso aspettava da lui una mossa.

“Buonasera, signorina”.

“Ciao, come mai anche tu qui?”

“Io volevo solo mettermi a suonare quest’arnese in pace”

“Oh, se preferisci, vado via…”, s’annuvolò lei.

“Per nulla, anzi mi terrà compagnia. E’ l’ultima persona che immaginavo di poter incontrare stanotte”, sorrise.

“Già, cosa abbiamo in comune noi due, se non di essere vissuti nel più straordinario Paese del mondo e di essere stati i simboli del nostro sogno? Tu nella scienza, io nel cinema”.

Il signore chiese, con un cenno, il permesso di potersi accomodare sulla panchina, accanto a lei.

“La bellezza, ecco che cosa abbiamo in comune”, e cominciò ad aprire la custodia. “Lei, signorina, è sempre stata affascinata dalla voglia di esser bella per piacere agli uomini ed essere amata da loro. Un’intera vita dedicata al suo aspetto, per vivere di bellezza. Dal mio canto, gli ideali che mi hanno illuminato sono sempre stati la persecuzione del bene, della verità e della bellezza”.

Prima di tirare fuori lo strumento, fiutò l’aria, in attesa che l’umidità della sera andasse via.

“Ma non è lo stesso”, fece lei. “Tu hai avuto un gran cervello e lo hai messo al servizio del mondo intero…”

Lui rise e si tirò i baffi, come per regolarsi.

“Anche lei, signorina, se non ricordo male, è stata un mito nel suo campo specifico e il mondo intero l’ammirava, e milioni di donne volevano essere come lei. Non si denigri, l’importante è seguire il nostro destino come meglio possiamo. In questo siamo molto simili. Ma le dirò di più, giustappunto perché non abbiamo fretta e io non ho più molti impegni…”.

Lei si raggomitolò su un fianco, tirò le gambe sotto la gonna e si rivolse totalmente verso di lui.

“Mi è simpatica, non ho mai creduto che fosse un’oca giuliva”.

“Oh, grazie – s’illuminò. Anch’io pensavo di te come un uomo capace di parlare con tutti”.

“Lei ha cercato la leggerezza, il sorriso comunque, e io penso una cosa. Penso che noi abbiamo un campo dai confini sconosciuti, che si chiama vita, in cui possiamo andare dove ci pare, ma per compensare certi carichi d’inizio, la direzione da prendere sia una sola. E lungo questa linea, storta, spezzata, mai dritta, noi, scaricando pietre, riacquistiamo tanto più il sorriso e la leggerezza quanto più ne abbiamo sentito la loro mancanza. Lei lo sa, vero, che non è possibile far ridere, se prima non si è pianto? E’ la regola dei clown, degli attori comici: allietare gli altri con la stessa medicina che avevamo atteso dagli altri”.

La giovane donna ascoltava con tutto il corpo, appesa all’invisibile filo dell’incanto.

“Io sono un forsennato ammiratore di Stanlio e Ollio, ma lei lo sa che Stanlio è un uomo di grande intelligenza e sensibilità, che ha molto sofferto, e Ollio possiede una delicatezza di gesti impensabile? Vede, la leggerezza a cui tendono due grandissimi attori, io la accosto alla sua. Il suo dolore deve essere stato, però, di una bellezza abbagliante”.

Finì la frase con una mossa del corpo. E la guardò senza aggiungere altro.

Due gocce trasparenti le salirono agli occhi, affacciandosi a riflettere la luna.

“Un complimento così, solo la più grande testa del nostro secolo, poteva farmelo. Sai bene quanto la bellezza senza condivisione sia inutile. Ogni donna vorrebbe essere compresa così. Hai avuto una grande madre”.

Si sbilanciò verso di lui, gli fece una carezza sulla guancia, si avvicinò di più e gli diede un bacio sulle labbra. Soffice e meraviglioso.

“Stasera hai fatto sentire importante quel mio carico d’inizio e il mio sorriso finale”. Gli regalò questa frase che nemmeno ai presidenti aveva mai accennato.

Lui doveva aver intuito l’unicità della cosa e disse così: “Lei è riuscita a chiudere ai più grandi uomini le loro più profonde falle. Li ha capiti, li ha fatti sentire bene. Non pianga, non c’è motivo”.

“Sei un uomo bellissimo e io ho solo voglia di ascoltare in silenzio la tua musica”.

Lui, da perfezionista, attese che le ultime due vele a forma di nuvole transitassero davanti alla luna. Nel frattempo e con lentezza, aprì la custodia.

Una curva di felicità, lontana però da quella materiale che entrambi avevano solo vagamente odorato, sembrò toccarli, per quel vezzo insondabile del destino, che in certi spigoli di tempo gioca da sempre scambiando tutto, vita e morte, fatti e pensieri.

Adesso il cielo divenne pulito, la luna perfetta.

Lui si alzò, appoggiò il violino sulla spalla e fece un piccolo inchino: “Solo per lei, dolce signorina”.

“Solo per te, uomo fantastico”.

Le note si levarono piano da quel posto, che non sarebbe potuto essere da nessun’altra parte, perché le anime degli uomini possono tornare solo in quei precisi luoghi dove si sono riflesse. Era la notte di Halloween sotto il cielo di Central Park. E anche quella volta, come tutte le altre decine precedenti, da quando era bambino, un uomo stava ripetendo la sua curiosa avventura solitaria, godendo dello spettacolo unico di vedere Albert e Marylin insieme.

 

 

 

 

Sergio Mangiameli

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