di Enzo Ganci

Enzo Ganci

“Mio padre, così come gli altri suoi commilitoni impegnati nella missione di pace di Nassiriya, sapeva di dover morire ed era consapevole di quello che poi, purtroppo, sarebbe successo”.  Lo afferma  Marco Intravaia, figlio di una delle vittime, Domenico, vicebrigadiere dei carabinieri, monrealese, a proposito  delle notizie pubblicate in questi ultimi giorni  secondo le quali  la strage si sarebbe potuta evitare con una condotta più accorta.

“Tutto ciò – prosegue Intravaia – confermerebbe oggi quello che noi familiari sapevamo da tempo e cioè che i militari di Nassiriya erano e si sentivano dei “morti viventi” perché sapevano che erano stati ignorati diversi “warning” (allerta)  dei servizi segreti non solo italiani, ma anche inglesi ed americani, che annunciavano l’attentato da parte dei terroristi. E che mio padre e gli altri suoi compagni fossero molto preoccupati e che non vivessero tranquilli lo si capiva dal tono della voce, anche se lui non ha mai esternato a noi familiari le sue preoccupazioni.

Domenico Intravaia

Che oggi si parli ancora di questo fatto – dice ancora Marco – non fa altro che aumentare il nostro dolore e ribadire, ancora una volta, il senso dello Stato di uomini come mio padre e dei suoi compagni che, pur sapendo di essere condannati, sono rimasti fino all’ultimo a compiere il loro dovere. La mia famiglia, durante questi anni, pur conoscendo questa triste ed amara verità – conclude Marco Intravaia –, ha sempre mostrato grande rispetto delle istituzioni e continuerà a farlo. Non abbiamo mai fatto polemiche e non ne faremo nemmeno adesso. Ci aggrapperemo ben saldi a quei valori che mio padre ci ha trasmesso e ci ha lasciato in eredità, ricordandolo non come un eroe, ma come un umile, ma grandissimo servitore dello Stato”.

Ma ecco cosa scrive Francesco Grignetti su www.lastampa.it nell’articolo intitolato ““Sottovalutato il pericolo a Nassirya”. L’ex generale deve risarcire le vittime”

“A Nassiriya si era in guerra, ma qualcuno non voleva capirlo. Insistendo sull’aspetto di «missione umanitaria», anzi, si esposero i soldati e i carabinieri a un rischio eccessivo. E ora qualcuno pagherà, nel senso letterale del termine, dato che la corte d’appello di Roma, Prima sezione civile, ha condannato l’ex generale dell’esercito Bruno Stano, nel 2003 comandante della missione, oggi in pensione, a risarcire le vittime.   Questa sentenza, che arriva a 13 anni dai fatti, dopo un iter estenuante che dalla Cassazione penale è ricominciato nel tribunale civile, mette un punto fermo alle discussioni: «E’ manifesta la stretta dipendenza tra il reato commesso (dal comandante Stano, ndr) e la morte e le lesioni riportate dalle vittime». E c’è da dire che il generale Stano era stato assolto in secondo grado, con sentenza non appellata e quindi definitiva, che la Cassazione ha annullato per gli aspetti civilistici.  La magistratura civile ritiene Stano colpevole di avere ignorato gli allarmi dell’intelligence e sottovalutato il pericolo di una base troppo esposta. Come era già emerso, il Sismi aveva lanciato i suoi warning: il 23 ottobre segnalò «un attacco in preparazione al massimo entro due settimane»: il 25 ottobre mise in guardia da un «camion di fabbricazione russa con cabina più scura del resto»; il 5 novembre avvertì che «un gruppo di terroristi di nazionalità siriana e yementa si sarebbe trasferito a Nassiriya». Scrive la Corte d’appello: «Si deve rilevare l’evidente sottovalutazione di un allarme così puntuale e prossimo».  

E ancora: “Il responsabile della base Maestrale, un colonnello dei carabinieri, al contrario, era sempre più allarmato. Chiese di trasferirsi, e gli dissero: vediamo (in effetti il 22 ottobre si disponeva «il progressivo trasferimento verso aree più sicure»). Chiese di chiudere le strade al traffico e gli risposero che così si sarebbe arrabbiata la popolazione, ottenne la riduzione della carreggiata a una sola corsia. Pregò di avere un mezzo corazzato all’ingresso, ma arrivarono prima i terroristi con una cisterna-bomba. E fu un 12 novembre 2003 di sangue.  Forse tutto sarebbe stato inutile. Ma certo che ad avere riempito i sacchi di protezione non con la sabbia ma con sassi, gli effetti della deflagrazione sono stati moltiplicati e non assorbiti. Anche la vicinanza della riservetta con le munizioni all’ingresso ha peggiorato le cose. «Sullo specifico punto, anche un estraneo alle arti militari dovrà rilevare l’irresponsabile assurdità della collocazione così esposta di un deposito di munizioni».”.

Fonte: www.lastampa.it   

 

 

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