di Gaetano Perricone

Con Alfio Di Carlo, figlio dib Saro Ruspa, al Parco EtnAvventura
Con Alfio Di Carlo, figlio di Saro Ruspa, al Parco EtnAvventura

Dal 27 marzo scorso, questi sono i giorni del ricordo della grande eruzione dell’Etna, fondamentale nella storia recente del più alto vulcano attivo d’Europa, cominciata proprio quel giorno del 1983. Ne abbiamo parlato più volte su questo blog e, in occasione della ricorrenza, abbiamo rilanciato un’appassionante intervista con Luciano Signorello, che ricostruì nei dettagli il famoso tentativo di deviazione della lava del 14 maggio (http://ilvulcanico.it/etna1983-il-tentativo-in-quel-cantiere-della-deviazione-io-cero-la-testimonianza-e-la-fotocronaca-di-un-protagonista/).

Senza ripetere cose già scritte – e sottolineando la nostra contrarietà per principio a tutti gli interventi, non indispensabili per salvare vite e comunità, che vanno a modificare la natura e il suo corso -, qui vogliamo fare un piccolo e sentito omaggio a una figura di fondamentale rilievo in quella operazione: Rosario Di Carlo, personaggio rimasto quasi leggendario nella storia dell’Etna con il suo soprannome Saro Ruspa, che per circa 30 anni, con coraggio e spesso temerarietà e in qualsiasi condizione climatica, intervenne con la sua pala meccanica per ripristinare sentieri e vie d’accesso ogni qualvolta venivano cancellati da un’eruzione o anche per liberare chi restava bloccato dalla neve.

E per fare questo, ci affidiamo alle parole del figlio Alfio, caro amico, sempre molto orgoglioso ed emozionato nel ricostruire momenti e passaggi della vita di Saro Ruspa. “Come sicuramente avrai saputo, mio padre era un tipo taciturno, quei pochi ricordi che ho nel tempo me li raccontavano i suoi colleghi della funivia o persone che erano presenti nei luoghi teatro delle operazioni per deviare la lava. Se mi chiedi quello che ricordo meglio di lui è che era un uomo infaticabile, dedito al lavoro con grandissimo impegno e spirito di sacrifico. Parlava poco, per lui contavano i fatti”, racconta Alfio Di Carlo.  E la storia dell’Etna è piena dei suoi fatti, dell’impegno e del lavoro di Saro Ruspa.

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Il 28 marzo 1983 sull’Etna c’era una nebbia fittissima – ricorda ancora Alfio-  Com’era sua consuetudine, da qualche giorno lui saliva in montagna molto presto. Andava al lavoro per liberare la strada dalla neve per l’imminente apertura della stagione estiva, io viaggiavo tutti i giorni con mio padre. Quella mattina sono salito un po’ più tardi con il mio vespone e appena sono arrivato all’ingresso del bar Esagonal per sorseggiare un caffè, non ne ho avuto nemmeno il tempo che mi è venuto incontro nella disperazione più assoluta il compianto don Peppino Furnari, collega di papà, e abbracciandomi in lacrime mi ha riferito che la lava stava scendendo e non si avevano più sue notizie. Mio padre mi raccontò poi in serata questo: ‘Salendo per arrivare a quota 2500 metri, lungo la strada  che mi accingevo a liberare dalla neve c’erano alcune fratture e man mano le riempivo, le rattoppavo in modo che poi i pullmini della funivia potessero transitare senza problemi’.  Non si vedeva niente, ma lui quella strada la conosceva a memoria. Ebbe il tempo di arrivare a quota 2300 e da lì vide hornitos che eruttavano lava  da pochissimo tempo.  Appena giunto alla stazione di arrivo della funivia, sopra gli hornitos, con il telefono di servizio riusciva ad avvisare a valle i colleghi  della situazione in corso”.

Conclude Alfio Di Carlo: “Tranquillizzati dalla notizia che stava bene, aspettammo il suo rientro avvenuto in tarda serata, dopo avere fatto tutto il giro del cratere fino a spuntare a Linguaglossa. La ruspa fu caricata su un carrello e portata nel piazzale del Rifugio Sapienza, a Nicolosi nord. Neanche il tempo di scaricarla e già mio padre,  visto l’evolversi della drammatica situazione, si è rimesso all’opera per arginare il flusso lavico che era già arrivato tra la stazione di partenza della Funivia e il Rifugio Sapienza. Un’operazione che, dopo tante ore di sacrificio, ha portato all’incanalazione del braccio lavico  in un vallone già preesistente vicino al Rifugio Sapienza e il seguito penso che tu lo sai…. lo ha raccontato bene Luciano Signorello su questo blog”.

SARO RUSPA CAVALIERE 1992

L’altro momento straordinario dell’avventurosa vita di Saro Ruspa, quello che lo rese famoso ovunque e che gli valse la nomina a Cavaliere della Repubblica il 2 giugno 1992 da parte del presidente Oscar Luigi Scalfaro (e anche il diploma di benemerenza con medaglia dalla Protezione Civile perl’opera prestata con vivo spirito di sacrificio e abnegazione durante l’emergenza Etna 1991-92″), fu il suo spettacolare,  difficilissimo intervento durante la grande eruzione dell’Etna del 1991-93, che minacciò l’abitato di Zafferana Etnea. Avvenimento fondamentale per la storia del vulcano siciliano e delle sue genti, che io seguii con grande interesse, partecipazione, preoccupazione dalla redazione del giornale L’Ora di Palermo, grazie ai quotidiani, ottimi resoconti dei corrispondenti da Catania, che ricevevo e inserivo in pagina.

E allora, non avendoli seguiti direttamente, per raccontare quei momenti così importanti e concitati mi piace rilanciare, dalla pagina feisbuc Terroni, alcuni coinvolgenti stralci di un bellissimo articolo di Pino Aprile del 13 maggio 2015, dall’emblematico titolo Il miracolo di Saro Ruspa. Eccoli qui a seguire:

” … l’eruzione durava ormai da un anno e mezzo; la lava era scesa da quota 2.150 metri ad appena 1.100 e stava per superare il ciglio che la separava dall’abitato di Zafferana Etna, ad appena 500 metri di distanza, ormai. Il paese pareva condannato. Il magma può arrivare così lontano dalla bocca eruttiva, perché solidifica nella parte più esterna e crea, così, un tunnel, nel quale scorre senza perdere temperatura, superiore ai mille gradi. … nel maggio del 1992, l’eruzione durava ormai da un anno e mezzo; la lava era scesa da quota 2.150 metri ad appena 1.100 e stava per superare il ciglio che la separava dall’abitato di Zafferana Etna, ad appena 500 metri di distanza, ormai. Il paese pareva condannato. Il magma può arrivare così lontano dalla bocca eruttiva, perché solidifica nella parte più esterna e crea, così, un tunnel, nel quale scorre senza perdere temperatura, superiore ai mille gradi.

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Il 13 maggio, Saro entrò nella Valle del Bove: nessuno lo aveva mai fatto. Secoli e secoli di colate offrono un paesaggio lunare, con rocce taglienti come rasoi, dure come acciaio. Il piano era: creare un tracciato sino ad arrivare appena sotto la colata; e lì cercare di tappare il tunnel, mentre gli elicotteri della Protezione civile lo bombardavano, più a monte. La lava, così, impedita nella sua ulteriore discesa, avrebbe trovato sfogo dalle fratture aperte più su con la dinamite, finendo nella Valle del Bove, senza far danni.

A ogni metro, Saro rischiava di ribaltarsi con il suo mezzo, mentre gli elicotteri gli volteggiavano sulla testa: due giorni, per fare 8 chilometri. Fuse il motore; gliene mandarono un altro da Torino, che gli fu calato da un elicottero. Un masso centrò la ruspa e ruppe un cingolo; ma Saro riuscì a portare a termine il suo lavoro: la bocca del tunnel fu ostruita, mentre l’esplosivo lo spaccava più in alto; la lava sgorgò in altra, inoffensiva direzione. Saro aveva salvato Zafferana, migliaia di abitanti, alberghi, ristoranti, coltivi. La montagna aveva perso”.

Ecco, adesso sono proprio contento di avere dato al Cavaliere Rosario Di Carlo, detto Saro Ruspa, quel che è di Saro Ruspa, omaggiandolo anch’io come si deve tra i grandi personaggi della Muntagna. Ma non posso concludere senza riportare l’appello del figlio Alfio: “Scrivilo, se puoi. Sarebbe bellissimo e molto simbolico se un giorno la famosa ruspa di mio padre, invece di essere rottamata, venisse adibita a monumento nel piazzale di Nicolosi Nord o a Zafferana Etnea, in perenne ricordo di chi fu e di cosa fece sull’Etna e per gli etnei”.

 

Con il titolo,  Saro Ruspa con la sua pala meccanica, la bellissima foto di Aldo Saetta, autore anche di tutte le altre foto della gallery, tranne la terzultima e penultima (di Turi Mazzaglia) e l’ultima di Turi Carbonaro, prima della documentazione dei due prestigiosi riconoscimenti. Per le foto si ringraziano gli autori e, naturalmente, Alfio Di Carlo, che ce le ha fornite dal suo archivio personale, dandoci la possibilità di ricordare nel migliore dei modi suo padre, il grande Saro Ruspa. 

 

Gaetano Perricone

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