Adolfo Fantaccini, Autore a Il Vulcanico https://ilvulcanico.it/author/adolfo/ Il Blog di Gaetano Perricone Thu, 16 Nov 2023 08:46:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Gli ottant’anni di Bonimba: il suo ricordo della “partita della lattina” https://ilvulcanico.it/gli-ottantanni-di-bonimba-il-suo-ricordo-della-partita-della-lattina/ Thu, 16 Nov 2023 08:46:30 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=24355 di Adolfo Fantaccini Roberto Boninsegna da Mantova detto Bonimba o Bobo-gol, ha compiuto 80 anni il 13 novembre 2023. Lo celebriamo con questo leggendario racconto, che è entrato a buon diritto nell’immaginario collettivo e nella storia del calcio italiano “I tedeschi ancora mi danno del simulatore, ma altro che: in campo pioveva di tutto, e io […]

L'articolo Gli ottant’anni di Bonimba: il suo ricordo della “partita della lattina” proviene da Il Vulcanico.

]]>
di Adolfo Fantaccini
Adolfo Fantaccini con Roberto Boninsegna
Roberto Boninsegna da Mantova detto Bonimba o Bobo-gol, ha compiuto 80 anni il 13 novembre 2023. Lo celebriamo con questo leggendario racconto, che è entrato a buon diritto nell’immaginario collettivo e nella storia del calcio italiano
“I tedeschi ancora mi danno del simulatore, ma altro che: in campo pioveva di tutto, e io crollai a terra”. Dal 20 ottobre 1971 sono passati più di cinquantadue anni da quella sera non troppo rigida, ma piovosa, vissuta nell’angusto ‘fortino’ del Boekelbergstadion, a Moenchengladbach. Da qualche giorno John Lennon ha consegnato al mondo l’inno alla pace dal titolo Imagine, ma in Germania si prepara una vera e propria battaglia sportiva, che avrà strascichi nelle aule dei Tribunali sportivi e rimarrà nell’immaginario del calcio europeo.
Quel 20 ottobre 1971 giocano il Borussia Moenchengladbach dei miracoli, guidato in panchina da Hans Weisweiler e in campo da gente come Guenter Netzer o Berti Vogts, contro l’Inter di Invernizzi: sembra una partita normale, passerà alla storia del calcio come la partita della lattina. Quell’oggetto, lanciato in campo poco prima della mezz’ora di gioco, con il risultato sul 2-1 per i tedeschi, infatti, colpisce alla testa Roberto Boninsegna – autore del gol dei nerazzurri – che stramazza al suolo tramortito, privo di sensi e con un bernoccolo. Sandro Mazzola si china, raccoglie qualcosa, la consegna all’arbitro, l’impacciato olandese Porpman. E’ una lattina di Coca Cola, probabilmente la stessa che ha colpito Bonimba, anche se in molti sostengono – e continuano a farlo – che ‘baffo’ ne avesse raccolta una a caso fra quelle lanciate in campo.
Boninsegna, colpito dalla lattina nella partita di Moenchengladbach, viene portato via in barella
L’andata del secondo turno (ottavi di finale) della Coppa dei Campioni, antesignana dell’attuale Champions, è ormai macchiata da un episodio che, in seguito, si rivelerà determinante per il passaggio del turno. Per i tedeschi “si tratta di una messinscena“, non per gli interisti, usciti sconfitti dal campo 7-1, ma scioccati da quell’episodio. “E’ stato tutto vero, nonostante qualcuno. come il centravanti Jupp Heynckes, abbia messo in dubbio la mia moralità – racconta Boninsegna, al telefono – Io non ho mai fatto scena, questa è la verità. Forse Heynckes non ha ancora digerito i 4 gol presi a San Siro nel ritorno. E poi, il referto lo stilò un commissario francese dell’Uefa, mica io. Mi era arrivato di tutto addosso: lattine, bottiglie, sputi. Sicuramente una lattina mi è arrivata in testa. Mi portarono negli spogliatoi e, fra il primo e il secondo tempo, ricevetti la visita del commissario francese dell’Uefa, che consultò anche il dottor Angelo Quarenghi, nostro medico sociale. Noi pensavamo di vincere a tavolino, a dire il vero, perché l’arbitro ci disse che, dopo quel fattaccio, considerava la partita ormai finita”.
Italia- Germania 4-3: Boninsegna in azione allo stadio Atzeca di Città del Messico
L’arringa dell’avvocato Peppino Prisco, dirigente interista e inviato nella sede dell’Uefa a Ginevra, fece il resto, indirizzando la decisione della Disciplinare. I tedeschi si appellarono al fatto che a lanciare la lattina era stato un italiano al seguito dell’Inter. Ma non valse a nulla. L’Uefa decretò la ripetizione del match: non si sarebbe, però, giocato nel catino di Moenchengladbach, ma a Berlino. “Vincemmo la sfida di ritorno per 4-2, a San Siro, segnai anch’io: nella ripetizione, in Germania, li bloccammo sullo 0-0, grazie anche alle parate di Ivano Bordon, sostituto di Lido Vieri, che era il titolare”, ricorda Boninsegna.
L’Inter riuscì ad arrivare fino alla finale, contro l’Ajax del calcio totale e del Profeta del gol, Johan Cruijff. “Giocammo a Rotterdam, praticamente in casa loro e perdemmo per un paio di errori difensivi (2-0, ndr) – racconta Boninsegna -. Eravamo riusciti a chiudere il primo tempo sullo 0-0, nella ripresa arrivò la doppietta di Cruijff: nella prima rete ci fu un equivoco fra Oriali e Bordon e quell’episodio mise la partita in discesa per gli olandesi, che peraltro erano campioni in carica. Però, se avessimo giocato altrove, chissa’ …”.
Scrivi a

L'articolo Gli ottant’anni di Bonimba: il suo ricordo della “partita della lattina” proviene da Il Vulcanico.

]]>
Mezzo secolo fa Capello zittì Wembley. Zoff racconta: “Vincere in quello stadio fu il massimo” https://ilvulcanico.it/mezzo-secolo-fa-capello-zitti-wembley-zoff-racconta-vincere-in-quello-stadio-fu-il-massimo/ Tue, 14 Nov 2023 16:00:45 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=24340 Cinquant’anni fa la storica prima affermazione della Nazionale azzurra di calcio in Inghilterra di Adolfo Fantaccini Da Highbury a Wembley passarono esattamente 39 anni, da Wembley a oggi ne sono trascorsi 50. I leoni che ruggivano a cavallo delle due guerre, conquistando due Mondiali e un’Olimpiade a Berlino, lasciarono il posto a quel che restava […]

L'articolo Mezzo secolo fa Capello zittì Wembley. Zoff racconta: “Vincere in quello stadio fu il massimo” proviene da Il Vulcanico.

]]>
Cinquant’anni fa la storica prima affermazione della Nazionale azzurra di calcio in Inghilterra
di Adolfo Fantaccini
Da Highbury a Wembley passarono esattamente 39 anni, da Wembley a oggi ne sono trascorsi 50. I leoni che ruggivano a cavallo delle due guerre, conquistando due Mondiali e un’Olimpiade a Berlino, lasciarono il posto a quel che restava dei ‘messicani’, una generazione di calciatori dalla classe cristallina e di grande temperamento che, poco più di tre anni prima di quel 14 novembre 1973, avevano scritto una delle pagine più esaltanti della storia del calcio azzurro: nello stadio Azteca, a Città del Messico, firmando il 4-3 sulla Germania Ovest.
Quando quella sera di metà novembre, sotto una fitta e inglesissima pioggerellina, scesero in campo i reduci da ‘Messico ’70’ (Zoff, Facchetti, Burgnich, Rivera, Riva), ai quali nel frattempo il ct ‘Uccio’ Valcareggi aveva affiancato dei giovani di belle speranze (Spinosi, Benetti, Bellugi, Causio, Capello, Chinaglia), c’era un tabù da sfatare: la Nazionale italiana, infatti, non era mai riuscita a battere i ‘maestri’ del calcio nella loro ‘tana’, in quello stadio Imperiale che incuteva timore già dall’esterno, come dall’interno anche con gli spalti vuoti.  Gli azzurri avevano domato per la prima volta nella storia i ‘leoni’ inglesi il 14 giugno di quello stesso anno, a Torino, nell’amichevole organizzata per celebrare i 75 anni della Figc: Anastasi e Capello avevano fatto breccia, ma mai prima d’ora l’impresa era riuscita al di là della Manica.
Fabio Capello a Wembley dopo il gol
La sfida a casa degli inglesi, che l’Italia vinse con un gol del solito Capello, a soli 4 minuti dalla fine, era stata presentata poco simpaticamente dai tabloid inglesi come quella contro la squadra dei ‘camerieri’, con chiaro riferimento al passato di Giorgione Chinaglia in Inghilterra. “Ricordo ancora il ruggito di Wembley e quasi mi tremano le gambe – racconta Dino Zoff, uno degli eroi di quella serata indimenticabile, irripetibile – In campo gli inglesi spuntavano da tutte le parti e per me fu tutt’altro che una serata tranquilla. Volevano vendicare il 2-0 subito a Torino e ci tenevano a ristabilire le gerarchie, dunque partirono all’attacco e ci schiacciarono nella nostra trequarti: a turno tirarono tutti, palloni su palloni”.
Dino Zoff nella serata di Londra
L’Italia, però, poteva contare su un Rivera alquanto ispirato, che orchestrava con la consueta maestria i contropiede degli azzurri; i quali pungevano, approfittando del minimo varco. Gli inglesi, grazie anche a un super-Zoff, capirono subito che sarebbero andati a sbattere contro un muro. “C’era questa fitta pioggerella e il pallone sembrava una saponetta – racconta ancora il grande ex portiere  – Loro ci provarono da tutte le parti, in tutti i modi: di testa di piede, con incursioni dalle retrovie, sui calci piazzati, in acrobazia. Resistemmo, mettendo in mostra un perfetto dispositivo di difesa. L’Inghilterra ci aveva sempre messi sotto, c’era in noi questa specie di complesso d’inferiorità da superare anche se, cinque mesi prima, a Torino, avevamo capito che i nostri avversari non erano così insuperabili. E alla fine fu un trionfo”.
L’Italia che vinse a Wembley nel 1973
All’86’ Chinaglia fuggì via sulla destra con la palla al piede, servito da Capello – continuò a seguire l’azione – superò in progressione Bobby Moore e tirò in porta, Peter Shilton respinse sui piedi dell’accorrente Capello che, con un destro sporco, insaccò a porta vuota. “Fu straordinario – ricorda ZoffFesteggiammo, però, con una certa sobrietà. Penso che quel successo, per importanza e prestigio, nella mia carriera venga subito dopo il Mondiale ’82, l’Europeo ’68 e la Coppa Uefa vinta con una Juve tutta italiana nel 1977, a Bilbao. Quella Nazionale era un mix di esperienza e freschezza, ma riuscì a scrivere ugualmente una pagina indelebile nella storia del calcio italiano. Forse solo due o tre squadre, prima di noi, erano riuscite a espugnare una cattedrale del calcio come Wembley. Vincere in quello stadio era il massimo per qualsiasi calciatore”.

L'articolo Mezzo secolo fa Capello zittì Wembley. Zoff racconta: “Vincere in quello stadio fu il massimo” proviene da Il Vulcanico.

]]>
Beatles & Rolling Stones, l’autunno degli intramontabili giganti https://ilvulcanico.it/beatles-rolling-stones-lautunno-degli-intramontabili-giganti/ Tue, 07 Nov 2023 08:34:01 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=24283 di Adolfo Fantaccini Vecchi ma non troppo. Anzi, assai poco. O nulla. Come se il destino avesse giocato con il passato remoto e un presente sempre asfittico, fra ombre indelebili e tracce graffianti di arcinota iconografia, ecco irrompere sulla scena musicale due novità gigantesche destinate a spostare l’inerzia del mercato, sempre più alla ricerca di […]

L'articolo Beatles & Rolling Stones, l’autunno degli intramontabili giganti proviene da Il Vulcanico.

]]>
di Adolfo Fantaccini

Vecchi ma non troppo. Anzi, assai poco. O nulla. Come se il destino avesse giocato con il passato remoto e un presente sempre asfittico, fra ombre indelebili e tracce graffianti di arcinota iconografia, ecco irrompere sulla scena musicale due novità gigantesche destinate a spostare l’inerzia del mercato, sempre più alla ricerca di idee e nuovi stili. La novità sta nel fatto che arriva dal passato, quello che in genere non ritorna, ma questa volta ripropone una qualità ormai sempre più astratta.

Hanno aspettato l’autunno, Beatles e Rolling Stones, per fare la voce grossa e ricreare una girandola di emozioni mai sopite. Come mai sommersa è la qualità di suoni e atmosfere di qualcosa che non è mai stato cancellato dal tempo. In fondo cos’è la qualità se non un rapporto fra la realizzazione e un’attesa, proprio perché esprime il livello di corrispondenza tra le aspettative e il prodotto stesso? I Rolling Stones, con Mick Jagger e Keith Richards 80enni, nonché Ronnie Wood 76enne, il 20 ottobre hanno pubblicato Hackney diamonds ed è stato subito un successo, al punto che l’album – con 101 mila copie vendute nei primi sette giorni dall’uscita – ha debuttato al terzo posto della Billboard 200, la classifica settimanale ufficiale dei dischi più venduti negli Stati Uniti. Grazie a questo exploit, pertanto, gli ‘Stones’ sono diventati i primi a conquistare la top 10 della classifica statunitense con un album in ciascuno degli ultimi sei decenni.

The Rolling Stones

Mick Jagger e compagni debuttarono per la prima volta nella top 10 a stelle e strisce nel 1964, con l’album ’12 x 5’ e solo negli anni ‘60 piazzarono tra le prime 10 posizioni ben 13 long playing. Solo un’artista, fra quelli in vita, può vantarsi di avere eguagliato il record dei Rolling Stones: è Barbra Streisand, l’unica ad aver piazzato un disco nella top 10 della Billboard 200 per ogni decennio, dagli anni ’60 agli anni 2010.

Poi arrivano i Beatles e lanciano il loro Now and then, la terza delle canzoni lasciate in eredità da John Lennon a Paul McCartney nel 1978, due anni prima di essere ucciso a New York, incise su musicassette. John infilò la musicassetta in una busta “Per Paul” e la consegnò a Yoko Ono che gliel’avrebbe donata nel 1994. Da quella musicassetta sono già state estrapolate, nel 1995, Free as a bird e Real love, inserite nella Beatles Anthology; adesso viene fuori Now and then, che è ben altra cosa dal punto di vista tecnologico e auditivo, perché il brano si può ascoltare – rispetto ai due precedenti pezzi – in hires, ossia in alta qualità, con il formato FLAC a 24 bit e 96 Khz.

La differenza, nella voce digitalizzata e rimasterizzata di Lennon, si sente. Eccome. Il brano, infatti, è scritto e cantato da John, poi sviluppato e lavorato da Paul, con George Harrison e Ringo Starr. La differenza sta proprio nel campionamento, oltre che nella bellezza, del brano. Qualità e talento sono spropositati, come nel caso degli Stones, non solo in relazione alle attuali offerte di mercato. E, cosa ancor più importante, grazie alla diffusione nelle varie piattaforme, anche i giovani hanno cominciato a chiedersi chi erano i Beatles, come cantavano gli Stadio. Dei Rolling Stones già sapevano tutto, ma forse non immaginavano che potessero impartire una lezione di energia pura a 80 anni suonati. Adesso sanno anche questo.

 

L'articolo Beatles & Rolling Stones, l’autunno degli intramontabili giganti proviene da Il Vulcanico.

]]>
Qatar, Mondiali al via: alle 17 arbitro (Orsato) fischia. Il presidente Fifa: “Dall’Europa lezioni di morale che sanno di ipocrisia” https://ilvulcanico.it/qatar-mondiali-al-via-alle-17-arbitro-orsato-fischia-il-presidente-fifa-dalleuropa-lezioni-di-morale-che-sanno-di-ipocrisia/ Sun, 20 Nov 2022 06:55:23 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=22507 di Adolfo Fantaccini Sospeso fra “3.000 anni di scuse che l’Europa dovrebbe porgere” e “tre ore senza birra assolutamente sopportabili”, Gianni Infantino passa al contrattacco. Sta per cominciare il Mondiale di calcio più controverso di sempre, e il presidente della Fifa si lancia in una vera e propria intemerata di fronte alla stampa mondiale rispondendo […]

L'articolo Qatar, Mondiali al via: alle 17 arbitro (Orsato) fischia. Il presidente Fifa: “Dall’Europa lezioni di morale che sanno di ipocrisia” proviene da Il Vulcanico.

]]>
di Adolfo Fantaccini

Sospeso fra “3.000 anni di scuse che l’Europa dovrebbe porgere” e “tre ore senza birra assolutamente sopportabili”, Gianni Infantino passa al contrattacco. Sta per cominciare il Mondiale di calcio più controverso di sempre, e il presidente della Fifa si lancia in una vera e propria intemerata di fronte alla stampa mondiale rispondendo alle critiche che hanno puntato il dito contro i diritti umani e civili negati dal Qatar, le morti nei cantieri, le condizioni dei lavoratori: “Vedo lezioni di morale che sanno di ipocrisia: quante multinazionali che lavoravano prima in Qatar hanno ridotto i loro profitti per migliorare le condizioni degli operai? Noi l’abbiamo fatto… Ma i progressi non sono riconosciuti”.

Gianni Infantino, presidente della Fifa, la Federazione mondiale del calcio

La Fifa sostiene che il Mondiale in Qatar rappresenta l’occasione per riequilibrare il mondo (del calcio, e non solo), creando un nuovo modello multipolare: non è la sola, vista la cronaca internazionale, ed è la stessa logica perseguita con il progetto di una Coppa del Mondo ogni due anni. Il colore dei soldi arabi, certo, ma anche i milioni di tifosi dell’Est, musulmani e dell’Africa che Infantino vede come nuovo orizzonte. Di qui, la forte denuncia di “ipocrisia” contro l’Occidente, e di pari passo la presa di posizione a difesa dei discriminati. “Oggi mi sento arabo, gay, migrante”, e’ lo slogan di Infantino, mentre il suo capo ufficio stampa, Bryan Swanson, fa un coming out reale: “So di essere un privilegiato, ma sono gay e sono qui in Qatar”.

L’italiano Daniele Orsato arbitrerà oggi la partita inaugurale Qatar- Ecuador

A poche ore dal fischio d’inizio dell’arbitro italiano Daniele Orsato  (alle ore 17 diretta Rai 1, con la partita tra i padroni di casa e l’Ecuador comincia la giostra del gol), il presidente della Fifa ha messo i puntini sulle ‘i’ e replica alle feroci critiche rivolte al Qatar. Ma non solo: ha risposto a chi reclama il diritto a introdurre all’interno degli stadi bevande alcoliche, prima fra tutte la birra, dopo il divieto mal digerito da tifosi e soprattutto sponsor. “Oggi mi sento arabo, gay, ma anche un lavoratore migrante. Oggi mi sento qatarino, oggi mi sento arabo, oggi mi sento africano, disabile”, ha attaccato provocatoriamente il numero 1 del Governo mondiale del calcio, rivolgendosi ai giornalisti che lo ascoltavano a Doha, in un lungo monologo, Infantino considera le “lezioni morali” solo “pura ipocrisia”. Quello che “sta accadendo in questo momento è profondamente ingiusto – sottolinea – Da Europa e occidente vedo molte lezioni morali, ma io sono europeo e per quello che noi europei abbiamo fatto negli ultimi 3.000 anni dovremmo scusarci per i prossimi 3.000 anni, prima di dare lezioni morali agli altri Governi”. Quanto all’Europa, “se realmente ha a cuore il destino di questa gente, possono creare canali legali come ha fatto il Qatar attraverso i quali un certo numero possano venire nel nostro Continente a lavorare: dategli futuro, dategli speranza. Noi qui abbiamo lavorato per dare un futuro a questa gente, e migliorare le cose: certo, i cambiamenti necessitano di tempo. Ma noi lo stiamo facendo”.

Education City Stadium, uno degli otto costruiti a Doha per ospitare le partite dei Mondiali

Infantino ha ricordato che, quando i suoi si trasferirono in Svizzera, anche lui fu vittima di discriminazioni. “Sono figlio di lavoratori migranti – ha raccontato -. I miei genitori hanno lavorato molto duramente e in difficili condizioni. Ricordo come gli immigrati venivano trattati alle frontiere, quando necessitavano di cure mediche. So cosa vuol dire. Quando sono diventato presidente della Fifa ho voluto vedere le sistemazioni dei lavoratori stranieri e sono tornato indietro nel tempo, fino alla mia infanzia. La Svizzera è diventata, negli anni, un esempio di integrazione e lo stesso accadrà per il Qatar. Conosco la discriminazione, anch’io venivo molestato in quanto straniero. Da bambino sono stato discriminato (in Svizzera), perché avevo i capelli rossi e le lentiggini: io ero italiano e parlavo male il tedesco”. Poi ha aggiunto: “Fra le grandi aziende che hanno guadagnato e guadagnano miliardi qui, in Qatar, quante hanno risolto la questione delle condizioni e del destino dei lavoratori migranti? Nessuna, perché un cambio della legislazione attuale equivale a minori profitti. Noi, però, lo abbiamo fatto. Perché nessuno ci riconosce questo progresso?”. Le autorità quatarine hanno dato la garanzia che “tutti” sarebbero stati “i benvenuti” – ha fatto notare il n.1 della Fifa – durante i Mondiali. “Se qualcuno dice il contrario, non è l’opinione del Paese, e non è l’opinione della nostra organizzazione”. Sulle polemiche legate al divieto di introdurre la birra negli stadi, infine, Infantino è stato infine categorico: “I tifosi possono sopravvivere senza bere birra per tre ore. In Francia come Spagna o in Scozia”.

Con il titolo: il Lusail Iconic Stadium, 86mila spettatori, ospiterà a Doha la partita inaugurale e la finale dei Mondiali. Tutte le foto dal web

L'articolo Qatar, Mondiali al via: alle 17 arbitro (Orsato) fischia. Il presidente Fifa: “Dall’Europa lezioni di morale che sanno di ipocrisia” proviene da Il Vulcanico.

]]>
Gli ottant’anni di Sandro Mazzola, grande “baffo” del calcio italiano: “Oggi giocherei nel Real Madrid” https://ilvulcanico.it/gli-ottantanni-di-sandro-mazzola-grande-baffo-del-calcio-italiano-oggi-giocherei-nel-real-madrid/ Tue, 08 Nov 2022 14:45:44 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=22391 di Adolfo Fantaccini Un giorno lontano nel tempo il ‘paron’ Nereo Rocco, allenatore-rivale del Milan, gli disse: “Sento spesso parlare di uno scambio fra te e uno dei nostri, se vieni al Milan – assieme al Gianni (Rivera, ndr) – e uno che la butta dentro, facciamo almeno 100 gol”. Sandro Mazzola, che oggi varca […]

L'articolo Gli ottant’anni di Sandro Mazzola, grande “baffo” del calcio italiano: “Oggi giocherei nel Real Madrid” proviene da Il Vulcanico.

]]>
di Adolfo Fantaccini

Un giorno lontano nel tempo il ‘paron’ Nereo Rocco, allenatore-rivale del Milan, gli disse: “Sento spesso parlare di uno scambio fra te e uno dei nostri, se vieni al Milan – assieme al Gianni (Rivera, ndr) – e uno che la butta dentro, facciamo almeno 100 gol”.

Sandro Mazzola, che oggi varca a petto in fuori e con la schiena sempre dritta la soglia degli ottanta autunni, in rossonero in realtà non ci finì mai. Ma il suo dualismo con il ‘Golden Boy’ è rimasto in qualche modo la cifra di anni calcisticamente indimenticabili, anche più del cognome ereditato da papà Valentino.

Sandro Mazzola e Gianni Rivera, ovvero “la staffetta” per antonomasia del calcio italiano

Dove giocherebbe oggi Sandro Mazzola? In Spagna, al Real Madrid”, dice all’ANSA il festeggiato dalla sua casa milanese, rivendicando come sempre un talento a volte oscurato dal paragone con Rivera. Al Mondiale messicano, che l’Italia chiuse alle spalle del Brasile campione, passò il messaggio che i due ‘Golden boy’ non avrebbero potuto giocare assieme. O Rivera o Mazzola, insomma: almeno in campo, perche’ fuori i due grandi rivali del calcio milanese si erano uniti per la fondazione del sindacato calciatori, nel ‘68. Ma in Nazionale, nel primo tempo, quando la partita si consumava su ritmi più elevati, in campo c’erano i baffi di Sandrino, anzi il ‘Baffo’, come fu ribattezzato; nella ripresa toccava al Gianni, visto che il “ritmo calava”.

Non fu così in finale all’Azteca contro il Brasile e lo stesso Pelè si stupì non poco: “Se riescono a tenere fuori uno come Rivera, quanto saranno forti gli altri?”, esclamò. Ma quella dei 6 minuti di Rivera è un’altra storia. Anche Sandro Mazzola finì nella lista degli ‘abatini’ stilata da Gianni Brera, che comprendeva gente come appunto Rivera, De Sisti, Bulgarelli. Lui, cresciuto fra ‘veleno’ Benito Lorenzi, Pepìn Meazza, ma soprattutto nel ricordo del mito di papà Valentino, talmente grande da saper difendere e poi risultare capocannoniere a fine stagione, in quel calcio schematico e ‘bloccato’.

Sandro Mazzola con papà Valentino

Il Grande Torino finì di vincere sulla collina di Superga, per un sinistro scherzo del destino; Sandro Mazzola perse il proprio punto di riferimento, e con lui suo fratello Ferruccio. Ma il suo personalissimo pallone continuò a rotolare sull’erba e nel fango. Il ‘mago’ Herrera, uno che dava del lei ai giocatori, e che resta unico per come assaporava il calcio, lo lanciò in orbita e lui finalmente riuscì a scrollarsi di dosso l’etichetta di ‘figlio d’arte’. Ne passarono di anni, di gol ne dovette segnare tanti, prima di mettere fine alle voci di taluni che puntavano il dito, affermando che “quel Mazzola lì ha solo il nome di suo padre, il resto è niente….”. Un peso che, dopo aver firmato una doppietta contro il grande Real Madrid al Prater di Vienna nella prima finale della Coppa dei Campioni vinta nel ‘64 dai nerazzurri di Angelo Moratti e del ‘mago’ Herrera (Carosio lo chiamava ‘Mazzolino’ in telecronaca), si scrollò definitivamente di dosso.

Mazzola e mister Helenio Herrera

Due anni dopo fu coinvolto nella disfatta della Corea, assieme alla meglio gioventù azzurra. Tornando da quel Mondiale inglese alcuni salutarono la Nazionale, lui Rivera, Albertosi, Facchetti, no. Oltre ai trofei con i nerazzurri, contribuì al primo titolo europeo dell’Italia, a Roma, nel 1968. Da attaccante si trasformò in mezzala di punta, come si diceva allora, ma non perdendo il vizio del gol. A Messico ’70 il capo-delegazione azzurro Walter Mandelli e il ct Ferruccio Valcareggi misero in piedi la sceneggiata della staffetta che, in realtà, si materializzò solo in due partite: nel 4-1 al Messico e nel 4-3 alla Germania Ovest. Una forzatura sulla quale la stampa dell’epoca costruì grattacieli di parole, insinuando anche trame oscure ordite per boicottare il ‘Golden boy’ milanista.

L’anno dopo il Mondiale messicano, l’Inter di Mazzola si riprese lo scudetto e l’anno dopo ancora (1972) sfidò perfino l’Ajax del calcio totale a Rotterdam in una finale di Coppacampioni impari persa ‘solo’ 2-0. Mazzola, veloce e imprendibile, continuò a disegnare traiettorie sul campo e a dispensare calcio geometrico, fra soluzioni pragmatiche e devastanti accelerazioni. L’ultima rappresentazione il 3 luglio 1977, nell’ennesimo derby della Madonnina, questa volta valido come finale di Coppa Italia: fu una sconfitta per l’Inter e, per Sandrino la fine di una carriera tutta di corsa, fra dribbling frenetici e gol-lampo.

Divenne dirigente e opinionista, segnalandosi per sobrietà e raffinatezza, fu lui ad avviare il commento tecnico durante le partite. Oggi, tagliando  il traguardo delle 80 primavere, magari sorriderà sotto i baffi e penserà a papà Valentino, di come il destino crudele gliel’abbia strappato troppo in fretta e alla sua mano sul capo quando entrava in campo in un Filadelfia di colore granata. “Festeggerò come sempre – confessa, all’ANSA, Mazzolacon i miei figli: ogni anno, al mio compleanno, si presentano tutti qui a casa e mi portano il ‘regalino’. Dopo una vita di calcio e cose belle, è la più bella che mi godo agli 80 anni. Ex compagni ne sento pochi, siamo vecchi… Ma il calcio lo guardo ancora, per divertirmi e per fare confronti. Dove giocherebbe oggi Sandro Mazzola? In Spagna, sicuro: nel Real Madrid. Il ricordo più bello è Real Madrid-Inter, sognavo da una vita di incontrare il mio mito, Di Stefano, e poi fini’ come fini’…”.

Le foto dal web

L'articolo Gli ottant’anni di Sandro Mazzola, grande “baffo” del calcio italiano: “Oggi giocherei nel Real Madrid” proviene da Il Vulcanico.

]]>
Carletto re d’Europa del pallone: primo “mister” a vincere in Italia, Inghilterra, Francia, Germania e Spagna https://ilvulcanico.it/carletto-re-deuropa-del-pallone-primo-mister-a-vincere-in-italia-inghilterra-francia-germania-e-spagna/ Sun, 01 May 2022 08:46:21 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=21514 di Adolfo Fantaccini Come lui nessuno mai. Ne è passato di tempo da quel piovosissimo 14 maggio 2000, giorno in cui la ‘sua’ Juventus naufragò nelle sabbie mobili dello stadio Curi, al cospetto del Perugia, e a Carlo Ancelotti venne affibbiato il poco edificante appellativo di eterno secondo. Da allora, l’allievo di Arrigo Sacchi ha […]

L'articolo Carletto re d’Europa del pallone: primo “mister” a vincere in Italia, Inghilterra, Francia, Germania e Spagna proviene da Il Vulcanico.

]]>
di Adolfo Fantaccini

Come lui nessuno mai. Ne è passato di tempo da quel piovosissimo 14 maggio 2000, giorno in cui la ‘sua’ Juventus naufragò nelle sabbie mobili dello stadio Curi, al cospetto del Perugia, e a Carlo Ancelotti venne affibbiato il poco edificante appellativo di eterno secondo.

Da allora, l’allievo di Arrigo Sacchi ha preso la rincorsa, fino al Grande Slam degli scudetti: col titolo vinto in Spagna ieri, sulla panchina del Real Madrid, ‘Re Carlo V‘ è divenuto il primo allenatore ad avere vinto i campionati dei cinque più importanti del calcio continentale: nell’ordine, Italia, Inghilterra, Francia, Germania e, adesso, Spagna.

Dal passato remoto al presente che, per ‘Carletto’, ha i colori della vittoria. Successi straordinari e senza confine, indiscutibili, come il suo calcio avvolgente, che trae origine dalle teorie ‘Sacchiane‘: l‘Arrigo da Fusignano fu suo allenatore al Milan e poi lo guidò nei primi passi da tecnico. Oggi che Ancelotti è diventato l’unico titolare di una panchina ad avere vinto almeno un titolo in tutti e cinque i maggiori campionati di tutta Europa, nessuno ricorda più il diluvio di Perugia, Calori, né tantomeno l’arbitro Collina, che aspettò tanto e poi fece giocare al Curi quel Perugia-Juventus, che sarebbe risultato decisivo ai fini dello scudetto (della Lazio).

Ancelotti è salito sull’Olimpo delle leggende della panchina perché, dopo avere guidato al titolo il Milan (2003/04) dei Kaka‘ e degli Shevchenko, il Chelsea (2009/10), il Paris Saint-Germain (2012/13) e il Bayern Monaco (2016/17), è salito sul tetto della Liga con quattro giornate d’anticipo: oggi si gode il proprio successo spagnolo, la terra dove ha già vinto la ‘decima’ Champions proprio con i ‘Blancos‘.

Da oggi è già nel clima della serata da tregenda che lo attende contro il Manchester City di Pep Guardiola: in palio un posto nella finale di Parigi. “Sono molto emozionato, la stagione è stata spettacolare, molto regolare e coerente. Devo ringraziare i giocatori per il lavoro svolto e l’atteggiamento. Oggi dobbiamo solo festeggiare e non parlare”, le parole di Ancelotti dopo la conquista della Liga, in un Bernabeu più ‘blancos’ che mai. “Mi piace quello che faccio, ne sono fiero. Voglio continuare a vincere titoli con il Real Madrid. E dico ai tifosi che mercoledì, contro il Manchester City in Champions, servirà questa atmosfera”, ha aggiunto.

Con il titolo vinto ieri, Ancelotti ha superato l’austriaco Ernst Happel, cui è dedicato lo stadio  Prater di Vienna, il portoghese José Mourinho e Giovanni Trapattoni: tutti e tre tecnici vincenti in quattro nazioni differenti, mentre al primo posto in senso assoluto c’è il croato giramondo Tomislav Ivic (con un passato in Italia sulla panchina dell’Avellino, in Serie A), che è stato campione in sei nazioni differenti. La differenza fra Ancelotti e il collega croato è sostanziale e sta nel prestigio dei campionati, perché Ivic ha vinto nella ex Jugoslavia, in Olanda, in Belgio, in Grecia, in Portogallo e in Francia, Carletto si è imposto in realtà di tutt’altro profilo. Da ieri nessuno è come lui.

L'articolo Carletto re d’Europa del pallone: primo “mister” a vincere in Italia, Inghilterra, Francia, Germania e Spagna proviene da Il Vulcanico.

]]>
Quel favoloso squadrone rosanero del “Signor Zamparini” https://ilvulcanico.it/quel-favoloso-squadrone-rosanero-del-signor-zamparini/ Wed, 02 Feb 2022 16:06:06 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=21152 di Adolfo Fantaccini   Lo chiamavano il mangia-allenatori, perché ne cambiava almeno un paio a stagione. Vulcanico, burbero, ma anche un visionario uomo di sport e di affari con un fiuto smisurato per il talento calcistico. Ha capito l’importanza dei grandi centri commerciali ed è stato fra i primi a fabbricarli. Maurizio Zamparini è stato […]

L'articolo Quel favoloso squadrone rosanero del “Signor Zamparini” proviene da Il Vulcanico.

]]>
di Adolfo Fantaccini

Adolfo Fantaccini quando era addetto stampa del Palermo dietro il presidente Zamparini e accanto al ds Rino Foschi

 

Lo chiamavano il mangia-allenatori, perché ne cambiava almeno un paio a stagione. Vulcanico, burbero, ma anche un visionario uomo di sport e di affari con un fiuto smisurato per il talento calcistico. Ha capito l’importanza dei grandi centri commerciali ed è stato fra i primi a fabbricarli.

Maurizio Zamparini è stato questo e molto altro. Ultimo mecenate di un calcio analogico, a modo suo un Robin Hood del pallone di casa nostra, perché cercava sempre di togliere ai ricchi (i club delle grandi capitali industriali, che si spartivano la fetta più grossa dei diritti tv) per dare ai poveri, le ‘Cenerentole’ Venezia e Palermo le società nelle quali ha lasciato un segno indelebile. Guidò il club lagunare dal 1985 all’estate del 2002 quando, dopo una breve e intensa trattativa, acquisì dalla famiglia Sensi le quote del club rosanero per la cifra di 45 milioni, pagabili in tre rate da 15. In realtà, poi, scoperchiando il ‘pentolone’ fra i corridoi di viale del Fante, il ‘Signor Maurizio‘ – come lo chiamavano con riverenza i suoi dipendenti – si ritrovò non pochi debiti da saldare.

Zamparini con Francesco Guidolin, allenatore che stimò moltissimo

A ogni modo, lui, friuliano doc, contribuì alla rinascita di una Sicilia indolente che, attraverso il grande calcio salì l’ideale scala dei valori sportivi e sociali. Zamparini, dopo avere trascinato il Venezia dalla Serie C/2 alla A, concesse il bis a Palermo, riportando il massimo campionato di calcio dopo 32 anni in una città ormai rassegnata all’inferno dei campionati minori. Ma non solo: consolidò il club e creò i presupposti per lo sbarco in Europa, disputando per cinque volte la Coppa Uefa e sfiorando per pochissimo la qualificazione alla Champions. E non è tutto: grazie ai suoi investimenti, il Palermo salì sul tetto della Serie A, restandoci per sette settimane.

Fece sognare una città, un’Isola. Se ci fosse stato ai tempi dello scudetto del Cagliari e della Fiorentina, o del Torino, del Verona e della Samp, c’è da giurare, che avrebbe potuto portare lo scudetto perfino nell’estremo sud. Era un leone nelle Assemblee di Lega, minacciava dimissioni, restando sempre però al timone della propria creatura. Vedeva talento dove altri non riuscivano, grazie anche alla scelta di alcuni  direttori sportivi di alto profilo, veri e propri talent-scout come Walter Sabatini o Giorgio Perinetti, gente in grado con pochi soldi di scovare futuri campioni in ogni dove.

Il giovanissimo Paulo Dybala, “u picciriddu” di Zamparini che lo portò a Palermo

Quando arrivò a Palermo cominciò a staccare assegni e ad affidarli a Rino Foschi, all’epoca ‘suo’ uomo-mercato. Arrivarono in breve, oltre ai veterani da Venezia, il club che aveva appena lasciato, campioni che scriveranno la storia del calcio italiano: Corini, Grosso, Toni, Barzagli, Barone, Zaccardo, Zauli, Sirigu. I tifosi del Palermo si stropicciavano gli occhi e, increduli, alla prima stagione in Serie A, ‘blindarono’ tutto lo stadio Renzo Barbera di abbonamenti: su 37 mila posti disponibili, 35 mila erano occupati dagli abbonati. Una cosa mai vista in Italia. Successivamente, sarebbero arrivati altri campioni: il ‘picciriddu‘ (bambino per i siciliani, ndr) Dybala, Vazquez, Amauri, Miccoli, Pastore, Cavani, Abel Hernandez, Kjaer, Balzaretti, Cassani, Belotti, Ilicic, solo per citare i più famosi. Il Palermo, dopo lo scudetto, sognò anche la Coppa Italia, disputando nel 2011 la terza finale della propria storia e perdendola contro l’Inter del post-triplete. Per lui lavorarono i migliori allenatori (Spalletti, Prandelli, Guidolin, Delio Rossi, Gattuso, Del Neri, Zaccheroni, Ventura, Novellino, Materazzi, Gb Fabbri, Pioli, De Zerbi, Gasperini, per esempio).

Prima di lasciare il calcio cadde in disgrazia, inimicandosi suo malgrado i tifosi che lo avevano osannato e che oggi lo ricordano con nostalgia sui social. Fondò, convinto da qualcuno, il Movimento per la gente, che si opponeva ai rincari, ai tagli del Governo Monti, attaccando le società di riscossione dei tributi. Si illuse, invano, di costruire stadi: non glielo permisero sia a Venezia che a Palermo. Con colleghi altrettanto pittoreschi come Anconetani, Massimino, Rozzi o Gaucci, è entrato nell’immaginario collettivo di un calcio sempre meno affascinante e colorato. Dopo gli anni d’oro il suo lento declino era iniziato con le vicende giudiziarie che avevano portato al suo arresto e al fallimento del Palermo, poi ripartito dalla Serie D. A ottobre era stato colpito dal terribile lutto della morte del figlio Armando, di 23 anni. A dicembre era stato ricoverato ma, dopo il ritorno a casa, le sue condizioni si sono aggravate fino alla morte di ieri.

Con il titolo, dal web: una delle più spettacolari formazioni possibili del super Palermo costruito da Zamparini. Eccola, per gli appassionati di calcio: Sirigu; Zaccardo, Barzagli, Kjaer, Grosso; Corini, Pastore, Ilicic; Cavani, Dybala, Toni

L'articolo Quel favoloso squadrone rosanero del “Signor Zamparini” proviene da Il Vulcanico.

]]>
Non c’è pace neanche per il “Pallone d’Oro”. Quante polemiche per la settima volta di Leo Messi https://ilvulcanico.it/non-ce-pace-neanche-per-il-pallone-doro-quante-polemiche-per-la-settima-volta-di-leo-messi/ Wed, 01 Dec 2021 14:53:17 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=20658 di Adolfo Fantaccini  Per Pelè, forse il più grande di tutti, il Pallone d’Oro di France Football assegnato per la settima volta nella storia a Leo Messi, può essere considerato “un giusto tributo“. Non tutti, però, sono d’accordo con la giuria del giornale francese e con il brasiliano. A ogni edizione del premio più ambito […]

L'articolo Non c’è pace neanche per il “Pallone d’Oro”. Quante polemiche per la settima volta di Leo Messi proviene da Il Vulcanico.

]]>
di Adolfo Fantaccini 

Per Pelè, forse il più grande di tutti, il Pallone d’Oro di France Football assegnato per la settima volta nella storia a Leo Messi, può essere considerato “un giusto tributo“. Non tutti, però, sono d’accordo con la giuria del giornale francese e con il brasiliano. A ogni edizione del premio più ambito da ogni calciatore, la scelta del vincitore fa discutere, come del resto avviene in ogni selezione; mai come quest’anno, tuttavia, la polemica è stata così accesa.

Robert Lewandoski, fino all’ultimo in concorrenza con Lro Messi per il massimo riconoscimento calcistico per il 2021

Per i media tedeschi, il polacco Robert Lewandowski, centravanti del Bayern Monaco e marcatore più prolifico d’Europa, “non avrebbe meritato questa farsa“. La Bild parla addirittura di “premio scandaloso“. Per l’autorevole media tedesco c’erano “almeno tre calciatori del PSG, Mbappé, Neymar e Marquinhos, che meritavano il trofeo“. Un altro tedesco dal nome ‘pesante’, Juergen Klopp, allenatore del Liverpool, è sceso in campo a favore del polacco che ha battuto il record di gol che apparteneva al cannoniere per antonomasia, Gerd Mueller. “Se non lo dai a Lewandowski quest’anno, allora quando?”, il quesito posto da Klopp.

Per “O rey” brasiliano del pallone, Edson Arantes do Nascimiento Pelè, è giusto il premio a Messi

Con tutto il rispetto per Messi e gli altri giocatori, nessuno lo avrebbe meritato quanto Lewandowski“, le parole di un altro ‘mostro sacro’ del calcio mondiale, che risponde al nome di Lothar Matthaeus, vincitore del Pallone d’Oro 1990 e anche lui ex bandiera del club bavarese. Altro nome altisonante, che ha criticato senza mezzi termini la scelta di assegnare il settimo trofeo alla ‘Pulce’ argentina, è quello di Iker Casillas, secondo cui “è sempre più difficile credere in questi premi del calcio”. “Per me, Messi è uno dei cinque migliori giocatori della storia – ha aggiunto l’ex storico portiere del Realperò, bisogna saper catalogare coloro che sono i migliori dopo una singola stagione”.

Gli unici a difendere il trionfo di Messi sono stati quelli del PSG, a  cominciare dal patron Nasser Al-Khelaifi, che si è congratulato con lui, “definendolo uno che ha segnato la storia del calcio”. Al fianco della ‘Pulga’ anche Mauricio Pochettino, tecnico del Paris Saint-Germain: per lui il “trofeo è meritato“.

Oggi Messi a Parigi non si è allenato a causa di una gastroenterite (forse da Pallone d’Oro), ma ha festeggiato con i compagni di squadra del club francese. Unico escluso Mauro Icardi, com’era prevedibile.

L'articolo Non c’è pace neanche per il “Pallone d’Oro”. Quante polemiche per la settima volta di Leo Messi proviene da Il Vulcanico.

]]>
Dopo quella del 1992, la Danimarca prova a scrivere una nuova favola calcistica https://ilvulcanico.it/dopo-quella-del-1992-la-danimarca-prova-a-scrivere-una-nuova-favola-calcistica/ Wed, 07 Jul 2021 06:03:07 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=19749 di Adolfo Fantaccini (ANSA) Il caso ha contribuito alla scrittura di una delle favole più affascinanti e belle della storia del calcio moderno. Una di quelle favole da raccontare ai più piccoli, che regalano nostalgiche emozioni. Una guerra assurda ci mise lo zampino, perché portò all’esclusione della Jugoslavia, ancora calcisticamente unita, ma di fatto squassata […]

L'articolo Dopo quella del 1992, la Danimarca prova a scrivere una nuova favola calcistica proviene da Il Vulcanico.

]]>
di Adolfo Fantaccini (ANSA)

Il caso ha contribuito alla scrittura di una delle favole più affascinanti e belle della storia del calcio moderno. Una di quelle favole da raccontare ai più piccoli, che regalano nostalgiche emozioni. Una guerra assurda ci mise lo zampino, perché portò all’esclusione della Jugoslavia, ancora calcisticamente unita, ma di fatto squassata dalla violenza, e al ripescaggio della Danimarca, ‘Cenerentola’ del calcio europeo e scandinavo, capace di salire sul tetto del Vecchio continentale nell’anno di grazia 1992, sui campi della vicina Svezia. E impegnata, in questo mercoledì 7 luglio 2021, a scrivere una nuova favola calcistica, provando a superare in semifinale la favoritissima Inghilterra nel suo stadio di Wembley per approdare alla finale dell’11 luglio con l’Italia.

La nazionale danese campione d’Europa del 1992

La memoria va indietro, e non solo per i tifosi danesi che rivivono oggi un’atmosfera degna di Hans Christian Andersen. Quella del ’92 fu l’ultima, grande versione di una Nazionale danese che adesso è tornata in auge – quasi per caso e nonostante avere sfiorato la tragedia per il malore occorso all’interista Eriksen, a Copenaghen, nella sfida d’esordio persa contro la Finlandia – grazie alle prodezze nell’Europeo itinerante. Prima di quel 1992, i danesi avevano anche fatto sognare ai Mondiali del 1986, in Messico, con il talento Elkjaer Proeben Larsen (attaccante del Verona scudettato di Osvaldo Bagnoli) in bella evidenza. In quel 1992, mentre la Jugoslavia grondava sangue da ogni parte, dopo avere vinto la Champions con la Stella Rossa Belgrado a Bari l’anno prima, scattarono le sanzioni. L’Europeo perse in un colpo solo talenti del calibro di Savicevic, Jugovic, Mihajlovic, Boban, Prosinecki, Belodedic, Stojkovic e fece spazio proprio alla Danimarca, che era già stata eliminata. “Ricordo che fummo richiamati dalle vacanze – racconta il portiere Peter Schmeichel, padre dell’attuale n.1 Kasper -. Ero al mare con la famiglia, dovetti rientrare e partire immediatamente per il ritiro in Svezia. Lo stesso avvenne per i miei compagni. Non eravamo pronti a quell’avventura che avrebbe cambiato la nostra vita e le nostra carriere”. Schmeichel nel 1999 avrebbe vinto anche la Champions con il Manchester United, ma quasi tutti i suoi compagni erano carneadi.

Peter Schmeichel, grande portiere della Danimarca 1992

Nessuno avrebbe scommesso alcunché su quella Danimarca appena ripescata, che peraltro era priva del talento più puro, l’attaccante Michael Laudrup, ex Lazio e Juve, protagonista della Liga col Barcellona e il Real Madrid. In squadra c’era il fratello Bryan, che in Italia avrebbe indossato le maglie di Fiorentina e Milan. E, inoltre, c’erano i soliti squadroni: su tutti la Germania campione del mondo in carica e l’Olanda di Rijkaard, Gullit, Van Basten, campione d’Europa nel 1988. Possibilità di coltivare ambizioni, zero: per chiunque. Figurarsi per la Danimarca che perse quasi subito contro i ‘cugini’ svedesi, pareggiò con l’Inghilterra e riuscì a passare il turno grazie al successo striminzito sulla Francia. In semifinale, i danesi trovarono l‘Olanda del tre volte Pallone d’Oro, Marco Van Basten. Partita dal pronostico chiuso, ma non fu così. La ‘Cenerentola’ venuta dal freddo si ribellò e andò al contrattacco, costringendo gli ‘orange’ a inseguire: vantaggio di Larsen, pari di Bergkamp, nuovo vantaggio di Larsen e nuovo pareggio di Rijkaard. Ai rigori salì in cattedra il gigante Schmeichel che solo a guardarlo faceva paura, con quell’aspetto così burbero. Il portierissimo dei danesi ipnotizzò Van Basten sul dischetto e la Danimarca – quasi senza saperlo – approdò in finale contro la Germania.

A Goeteborg l’uno-due firmato Jensen-Vilford regalò il titolo alla squadra allenata da Richard Moeller Nielsen che, fatta eccezione per la semifinale raggiunta nel 1984, nell’Europeo vinto dalla Francia in casa, mai aveva osato tanto. I danesi dovevano essere sotto l’ombrellone e invece si ritrovarono in mano la Coppa Henry Delaunay. Una favola difficile anche solo da immaginare

L'articolo Dopo quella del 1992, la Danimarca prova a scrivere una nuova favola calcistica proviene da Il Vulcanico.

]]>
Da Mbappè a Pelè, da Baggio a Maradona: anche gli assi sbagliano i rigori https://ilvulcanico.it/da-mbappe-a-pele-da-baggio-a-maradona-anche-gli-assi-sbagliano-i-rigori/ Mon, 05 Jul 2021 09:33:26 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=19721 di Adolfo Fantaccini (ANSA) Prima o poi è capitato a tutti. Forse per questo, Francesco De Gregori, ne La leva calcistica del ’68, ha dedicato una strofa a chi, dal dischetto, in quell’errore c’è incappato. “Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore…“. Eppure quella paura é sempre dietro l’angolo, anche per i […]

L'articolo Da Mbappè a Pelè, da Baggio a Maradona: anche gli assi sbagliano i rigori proviene da Il Vulcanico.

]]>
di Adolfo Fantaccini (ANSA)

Prima o poi è capitato a tutti. Forse per questo, Francesco De Gregori, ne La leva calcistica del ’68, ha dedicato una strofa a chi, dal dischetto, in quell’errore c’è incappato. “Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore…“.

Eppure quella paura é sempre dietro l’angolo, anche per i campioni più affermati. A Euro 2020 è toccata a Mbappé, l’altro ieri a Baggio, ma anche a Van Basten, Pelè, Platini, Maradona, Messi. Tutti i più grandi hanno fallito dagli 11 metri, vedendo diventare improvvisamente la porta piccolissima e il portiere come un gigante cattivo, pronto ad artigliare il pallone con le proprie manone formato A4. Come quando il rumeno Ducadam fermò quattro tiri a Siviglia nella finale della Coppa del Campioni contro il Barcellona, regalando il trofeo alla Steaua di Ceausescu.

L’errore di Mbappè contro la Svizzera

I rigori livellano il tasso tecnico, non quello emozionale. MBAPPE’ si è fatto ipnotizzare dal portiere svizzero Yann Sommer, che gioca in Bundesliga, con la maglia del Borussia Moenchengladbach, la stessa che fu di Kleff e Kneib, ma anche di Marc-André Ter Stegen. Nel 1984 l’errore dal dischetto di GRAZIANI e CONTI costò la Coppa dei Campioni alla Roma contro il Liverpool. Nel 1990 DONADONI e SERENA si fecero irretire da Sergio Goychoechea, fra i pali dell’Argentina nella semifinale dei Mondiali di Italia ’90, a Napoli. Gli errori di Franco BARESI e, soprattutto, del ‘Divin Codino’ Roberto BAGGIO costarono la Coppa del mondo a Pasadena (Los Angeles) contro il Brasile, il 17 luglio 1994, dopo la parata-speranza di Pagliuca su Marcio Santos.

Italia ancora ko di rigore al Mondiale successivo, in Francia: contro i padroni di casa, nei quarti, DI BIAGIO colpì la traversa. TREZEGUET, ZALAYETA e MONTERO, facendosi stregare da Dida, regalarono nel 2003 la Champions al Milan nella finale di Manchester. Chi di rigore ferisce, di rigore perisce: così i rossoneri, nel 2005, a Istanbul, contro il Liverpool, dopo essersi fatti rimontare da 3-0 a 3-3, fallirono dal dischetto con PIRLO e SHEVCHENKO. David TREZEGUET sbagliò anche contro l’Italia a Berlino, nel 2006, regalandole il quarto Mondiale della storia.

Ivkovic para il rigore di Maradona

Sbagliò anche Marco VAN BASTEN, e fu un errore gravissimo quello commesso nella semifinale dell’Europeo del 1992, vinto dalla Danimarca. Il portiere Michael Schmeichel lo fece innervosire e l’asso olandese del Milan gli tirò il pallone debolmente fra le lunghissime braccia. PELÉ e DIEGO MARADONA, i due più grandi della storia del calcio, non sono esenti da errori: dell’indimenticato ‘Pibe de oro’ si ricordano tre errori negli anni italiani, dei quali due nel giro di pochi mesi contro lo stesso portiere, lo jugoslavo Ivkovic. Si trovarono uno contro l’altro nel settembre del 1989: Diego nel Napoli, l’altro nello Sporting Lisbona, in Coppa Uefa. Ai rigori Ivkovic lanciò la sfida: “Se paro mi dai 100 dollari, altrimenti pago io”. Maradona sbagliò e, quando nel giugno del 1990, si incrociarono di nuovo in Argentina-Jugoslavia, agli ottavi dei Mondiali, Diego fallì un’altra volta.

PELE’ sbagliò addirittura in un’amichevole fra Roma e Santos, facendosi intercettare la conclusione dal giallorosso Alberto Ginulfi. Michel PLATINI sparò alle stelle un rigore nella serie dei quarti di finale ai Mondiali in Messico nel 1986, contro il Brasile: tuttavia, la squadra transalpina andò avanti lo stesso e approdò in semifinale. Leo MESSI sbagliò dal dischetto nella finale della Copa America, contro il Cile, e poi lasciò una prima volta l’Albiceleste. Del resto, come affermava lo stesso Baggio: “I rigori li sbaglia soltanto chi ha il coraggio di tirarli”. Non chi ha paura.

Con il titolo: 17 luglio 1994, Pasadena, Roby Baggio sbaglia il rigore decisivo contro il Brasile, che vince i Mondiali. Tutte le foto dal web 

L'articolo Da Mbappè a Pelè, da Baggio a Maradona: anche gli assi sbagliano i rigori proviene da Il Vulcanico.

]]>