Gaetano Perricone, Autore a Il Vulcanico https://ilvulcanico.it/author/gaetano/ Il Blog di Gaetano Perricone Wed, 27 May 2026 05:09:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0.1 Le visioni, i colori, il talento di Monarc https://ilvulcanico.it/le-visioni-i-colori-il-talento-di-monarc/ Wed, 27 May 2026 05:09:31 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26377 (Gaetano Perricone). Oggi, mercoledì 27 maggio, al Mondadori Bookstore di Piazza Roma Catania, ultimo giorno (ore 16-20) della mostra “Monarc Vision”, grafiche ed illustrazioni. Ho avuto l’opportunità e il piacere di visitarla nei giorni scorsi e di conoscere e apprezzare le visioni, i colori, l’indubbio ed elegante talento della mano ed evidentemente anche dell’anima di […]

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(Gaetano Perricone). Oggi, mercoledì 27 maggio, al Mondadori Bookstore di Piazza Roma Catania, ultimo giorno (ore 16-20) della mostra “Monarc Vision”, grafiche ed illustrazioni. Ho avuto l’opportunità e il piacere di visitarla nei giorni scorsi e di conoscere e apprezzare le visioni, i colori, l’indubbio ed elegante talento della mano ed evidentemente anche dell’anima di Andrea Urzì, in arte “Monarc”, l’artista che ha realizzato le opere, alcune delle quali vedrete qui nella fotogallery che molto volentieri voglio condividere con i lettori di questo blog. Mi hanno particolarmente colpito, è il mio personale parere, i geniali e raffinati ritratti di alcuni personaggi celebri. Curiosità: Monarc non è solo il monarca, la figura dominante, ma anche una famosa specie di farfalla migratrice nordamericana.  A seguire, conosciamo meglio Andrea “Monarc” dalla sua auto presentazione, nella locandina della mostra. Augurandogli di cuore le fortune che merita 
Mi chiamo Andrea Urzì, nome d’arte Monarc, classe ’92, sono un artista emergente catanese Sono Cresciuto fra pastelli,  matite, pennelli , fortemente appassionato di disegno e poi di grafica. È il mio modo istintivo, una forte ed pulsione, attraverso la quale trasferisco nell’immediato sensazioni, vissuti reali, visioni oniriche, riflessioni sociali ed intime, con un  tratto molto singolare e una ricercata originalità, che le renda facilmente riconoscibili
Possiedo un vissuto già assai “articolato”, denso di esperienze segnanti portatrici di forte carica empatica e spiccata sensibilità nei confronti di problematiche personali e sociali, giovanili e non. Utilizzo tratti, curve, linee irregolari,  colori impattanti, forti, talvolta su sfondi più scuri, totalmente bianchi  o variegati. Sono presenti spesso simboli ricorrenti.
Ho un carattere schivo, poco incline ad espormi ed apparire, ma produttivo. Ho partecipato a diverse esposizioni su Palermo e Catania, eventi e manifestazioni, con un gradimento di pubblico assolutamente trasversale. Realizzo disegni, illustrazioni, ritratti su commissione sia per privati che per professionisti , attività sempre concernenti il campo artistico visivo ma applicabili a svariati settori
In occasione delle varie attività, sono stati pubblicati articoli su diversi siti, stampa di settore, i quotidiani La Sicilia di Catania  ed il Giornale di Sicilia di Palermo
Contatti:
cellulare: 353 4306596
Instagram: Monarcvision

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L’Etna di Emily Lowe: “donna indifesa”, ma viaggiatrice coraggiosa, tra meraviglia e pericolo https://ilvulcanico.it/letna-di-emily-lowe-donna-indifesa-viaggiatrice-coraggiosa-tra-meraviglia-e-pericolo/ Mon, 11 May 2026 13:27:09 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26356 FONTE: https://ingvvulcani.com/ di Chiara Alabiso PREFAZIONE DI MARIO MATTIA  “L’unico uso di un gentiluomo in viaggio è quello di prendersi cura dei bagagli, e noi faremo attenzione a non avere bagagli” In questa dichiarazione risiede lo spirito provocatorio di Emily Lowe, un’autrice vittoriana poco nota, ma che merita di essere studiata e ricordata per il […]

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FONTE: https://ingvvulcani.com/

di Chiara Alabiso

PREFAZIONE DI MARIO MATTIA 

“L’unico uso di un gentiluomo in viaggio è quello di prendersi cura dei bagagli, e noi faremo attenzione a non avere bagagli”

In questa dichiarazione risiede lo spirito provocatorio di Emily Lowe, un’autrice vittoriana poco nota, ma che merita di essere studiata e ricordata per il suo coraggioso approccio alla vita e alla scrittura che attinge dalla tradizione romantica tipica dei primi decenni dell’ottocento. Una autrice che potremmo definire protofemminista, con un atteggiamento molto pragmatico e del tutto privo di qualsivoglia velleità teorica o ideologica. Figlia di un giudice e moglie di un baronetto diretto discendente di Enrico VIII, Emily Lowe era contemporanea e conterranea del poeta Alfred Tennyson che, mentre lei scalava vulcani e attraversava ghiacciai, scriveva: “ l’uomo per la spada, la donna per l’ago; l’uomo per la testa, la donna per il cuore”, frase che ben sintetizza l’opinione degli uomini inglesi sul ruolo della donna nella prima metà dell’ottocento. A quel tempo, la società inglese separava rigidamente le “sfere” di competenza dei due sessi: l’uomo apparteneva alla sfera pubblica (politica, affari, guerra), la donna a quella privata (casa, cura dei figli, moralità), e per questa ragione, fino al 1870, vigeva il principio legale della “coverture”, che consisteva nel fatto che una donna sposata non avesse identità giuridica separata dal marito, non potesse possedere proprietà, firmare contratti o detenere i propri guadagni.

Emily Lowe (dal web)

Leggere oggi i titoli dei libri della Lowe – “Unprotected Females in Norway ” (1857) e “Unprotected Females in Sicily, Calabria, and on the top of Mount Etna” (1859)  – può magari farci sorridere per quel rimarcare l’aspetto della “donna indifesa”, ma in realtà, studiando questi manoscritti ci si rende ben presto conto che l’autrice volesse invece trattare il concetto della vulnerabilità femminile e della possibilità per le donne di viaggiare, per diletto o per cercare stimoli culturali, tutelate dalla propria dignità e dalla fermezza di fronte alle critiche e alle difficoltà logistiche.

Ma il tema trattato in questo breve saggio, redatto dalla giovane storica siciliana Chiara Alabiso, non è soltanto quello di mostrare un esempio di donna coraggiosa e anticonformista. Il tema che più riguarda questo blog risponde a domande tanto semplici quanto complesse: in che modo può essere fatta la comunicazione quando l’oggetto da rappresentare è la vulcanologia, scienza (e qui c’è il primo ostacolo) che tratta di un fenomeno geologico (il vulcano) spesso evocato come dispensatore di distruzione? Qual è il linguaggio, lo stile comunicativo, quali le parole giuste da usare quando si parla di vulcani, senza che l’oggettività del discorso scientifico induca paura piuttosto che interesse? E tutto questo senza cadere nell’errore opposto, ovvero quello della banalizzazione che potrebbe portare ad una sottovalutazione del rischio.

In questo senso, il saggio di Chiara Alabiso del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’ Università di Catania, è un primo passo verso la ricostruzione storica del percorso di comunicazione delle conoscenze vulcanologiche che, partendo proprio dai viaggiatori stranieri che facevano tappa obbligata sui vulcani italiani, iniziarono a diffondere (sia nelle classi intellettuali europee che nel grande pubblico) da un lato il “mito” della magnificenza di questo incredibile spettacolo della natura e, dall’altro, quella curiosità, quell’interesse che avrebbe portato allo sviluppo della ricerca scientifica mirata alla riduzione del rischio associato all’attività vulcanica. E, come ci suggerisce l’autrice di questo saggio, a incoraggiare le donne a scoprire la voglia di viaggiare, come metafora di una liberazione ancora di là da venire, magari animate dallo speciale spirito di cui parla Emily Lowe quando, trovandosi ai piedi dell’Etna, scrisse: “sentii che era arrivato il momento in cui due delle meraviglie della terra, un vulcano innevato e la curiosità di una donna, si mettono alla prova, l’uno contro l’altra”.

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Nel dicembre 1857, due donne britanniche, Emily Lowe e la madre Helen, sbarcarono in Sicilia. Viaggiavano sole e senza uomini che le accompagnassero, comportamento che nell’Inghilterra vittoriana era considerato scandaloso ed eccentrico. Questo viaggio diede vita a un resoconto straordinario: Unprotected Females in Sicily, Calabria, and on the Top of Mount Etna, pubblicato nel 1859 dalla stessa Emily Lowe. Il titolo è già un manifesto: “Donne indifese”, ma il tono che l’autrice sceglie non è quello di chi si sente in pericolo quanto piuttosto quello di chi ride della propria audacia, e invita le lettrici a fare altrettanto.

Letto come fonte storica, il resoconto di Emily Lowe è molto più di un diario di viaggio. È un documento in cui le condizioni atmosferiche, la morfologia del percorso e i pericoli concreti del vulcano vengono descritti con una sorprendente precisione, e in cui la percezione del rischio viene elaborata, tradotta in linguaggio accessibile e consegnata a un pubblico di lettori non specialisti. In altre parole, la scrittrice stava già facendo, nel 1859, quello che la vulcanologia contemporanea si pone come una delle sue sfide più difficili: comunicare il rischio mantenendo viva la curiosità, senza sottovalutare il pericolo. 

Il loro viaggio attraversa la Sicilia da Palermo ad Agrigento, da Catania a Nicolosi. Ma è l’Etna la vera protagonista del racconto. Emily la intravede già da lontano, da Caltanissetta, “con un cerchio di fuoco intorno al capo che la incoronava Regina“. La osserva da Catania, quasi come una presenza divina: “Oh! montagna, montagna, tu mi parli, e io voglio risponderti… Il mio cuore batte con il tuo…”. E infine l’impresa più significativa, la scalata. Una delle prime donne a farlo, la prima a raccontare in prima persona la propria ascesa, con la propria voce, in un testo pubblicato e diffuso.

Figura - 1 Letterio Subba, La baia di Catania con il monte Etna sullo sfondo, 1834, olio su tela

Figura  1 – Letterio Subba, La baia di Catania con il monte Etna sullo sfondo, 1834, olio su tela

A Nicolosi, alle pendici del vulcano, Emily e la madre si fermano ad aspettare che il tempo migliori. E nei cinque giorni di pioggia che seguono, la scrittrice annota tutto con la precisione di chi vuole essere utile alle future viaggiatrici. Documenta l’abbigliamento ideale, che doveva essere caldo ma allo stesso tempo non pesante: gonne corte, stivaletti spessi, calze di lana. Sconsigliava inoltre le galosce di gomma, che “lasciano entrare la neve”, e di portare con sé un solo paio di calze perché, una volta bagnate quelle indossate, sarebbero diventate troppo pesanti. E le provviste? Tè o caffè caldo, carne, formaggio, pane e frutta. 

Queste indicazioni pratiche e precise, su come affrontare l’impresa in sicurezza, non le scrive un professionista del settore, ma una donna che, fatta esperienza diretta del vulcano, sente la responsabilità di trasmetterla. In questo senso, il testo della Lowe anticipa, nelle forme e negli intenti, le moderne pratiche di comunicazione sui rischi che corre chi si avventura in un’area vulcanica. A Nicolosi le due donne incontrano il celebre vulcanologo Carlo Gemmellaro, che le mette in guardia con tono paterno ma senza opporsi alla loro determinazione. La madre, compresa la pericolosità dell’impresa, tenta di dissuadere la figlia, senza successo.

La partenza avviene di notte, nel freddo di dicembre. Il villaggio di Nicolosi, ancora immerso nel sonno, appare alle viaggiatrici come un “nero sepolcro di lava“. Emily descrive la montagna che “trema” quando compare il sole, la neve che “sussulta” per i suoi raggi. Il racconto si apre con una citazione dantesca dal Purgatorio — “Noi salivamo per entro il sasso rotto” — a evocare la difficoltà e la sacralità del cammino. Le guide si chiamano Angiolo e Giorgio e all’inizio le guardano con scetticismo: le due donne, per di più straniere, non sembrano attrezzate per un’impresa simile. Emily, contrariata, risponde che non è la prima volta che si prestano a queste avventure, infatti avevano già attraversato il Sògne Fjeld norvegese.

“È tutto ingannevole”, dice.

Il caldo è la prima sorpresa, “una barriera di fuoco” che accompagna l’intera salita, anche in pieno inverno. Le guide avevano avvertito di alleggerirsi progressivamente degli indumenti più pesanti ed Emily ubbidisce, stupita: “un caldo africano spira sulle nevi dell’Etna in inverno”. Poi la fatica, il respiro affannoso, la testa che gira. È qui che emerge con forza la tensione costante tra pericolo reale e fascino irresistibile che attraversa tutto il racconto: il desiderio è sempre più forte della stanchezza e la meraviglia prevale sulla paura. A duemilacinquecento metri, due farfalle gialle svolazzano intorno a loro: “Saltammo su e ci sentimmo come se anche noi potessimo volare, perché dove potevano arrivare le farfalle, sicuramente potevamo arrivare anche noi!” 

Raggiunta la cima, il panorama toglie il fiato; l’intera Sicilia si stende sotto di lei, “l’antica Trinacria a tre punte, la splendente isola del Sole”. Emily elenca i luoghi e le loro leggende: Enna e Proserpina, Polifemo e Galatea, le isole Eolie, le battaglie di Amilcare e Pirro. “L’Etna che le ha viste accadere tutte ve le farà ricordare”, scrive. E poi, semplicemente: “Tutto il resto è aria, e si è soli: sotto di voi una soffice striatura rosata, che sembra adagiarsi sull’acqua, vi fa sentire assisi su un trono al di sopra delle nuvole. Immenso è il cielo, puro e limpido”.

Ma è nella discesa che il racconto si fa davvero avventuroso, e che il rapporto sorprendente e pericoloso tra Uomo e Natura si manifesta in tutta la sua forza. La neve indurita si è trasformata in ghiaccio, “Nessuno di noi riusciva a tenere saldo il piede e incespicavamo continuamente, cadevamo e rotolavamo giù”. Le guide non le avevano permesso di indossare i “craponi” — le scarpe chiodate — per via della lava. A ogni scivolone, correvano il rischio concreto di spezzarsi un arto. Poi, al buio, tornate al punto iniziale, i muli non ci sono più. Il gruppo li cerca nella foresta: “ci gettammo a terra sfinite e credemmo di essere state abbandonate a morire nella foresta”. Quando ogni speranza sembra perduta, una luce nel bosco: “Santa Lucia! C’è una luce nel bosco!”, ed ecco apparire il mulattiere, che per comodità si era spostato in una capanna vicina. Dopo diciassette ore di viaggio e tredici passate sulla neve, tornano a Nicolosi. Emily annota con ironia: “eppure, scese dai muli ed entrate nella saletta, dopo aver bevuto una scodella di latte, posso dire sinceramente che non sentivamo neanche un decimo della fatica di una giornata passata a far spese per i negozi di una città caotica”. Il mattino dopo, riposata e con il caffè in mano, Emily si rivolge direttamente alle sue lettrici: “Perciò, giovani signore avventurose, non abbiate paura di seguire i nostri passi”. È la chiusura perfetta di un testo che ha saputo tenere insieme, dall’inizio alla fine, avvertimento e seduzione.

 Figura - 2 Veduta del monte Etna, di Emily Lowe (1859)
Figura 2 – Veduta del monte Etna, di Emily Lowe (1859)

Ma il vulcano che Emily racconta non è solo quello della scalata. L’Etna è una presenza che accompagna l’intero viaggio, ben prima di arrivare a Nicolosi. Durante l’ascesa, il terreno è scuro e irregolare, segnato dalle colate laviche, e lungo il percorso si levano fumi e vapori dal cratere, segni evidenti di un vulcano ancora vivo, che rendono l’atmosfera sia suggestiva che inquietante. In cima, accanto alla vastità del panorama, il cratere continua a degassare, a ricordare che quella bellezza maestosa esige la massima cautela. 

Ma ciò che colpisce Emily è il modo in cui i siciliani convivono con questa realtà. A Catania, il vulcano è ovunque: nella pietra lavica con cui sono costruiti gli edifici, nel territorio modellato dalle eruzioni passate, nell’immagine stessa dell’Etna che domina l’orizzonte. Emily osserva con stupore come questa popolazione abbia imparato a convivere con una minaccia permanente, trasformandola in parte integrante della propria identità. I catanesi, racconta, quando vengono invasi dalla lava ricostruiscono usando le stesse pietre che li avevano sepolti. E i siciliani che incontra lungo il viaggio parlano del vulcano con un misto di orgoglio e rassegnazione: “quale nazione è tanto prodiga con i suoi figli quanto la nostra montagna?“. Infatti, l’Etna, per i siciliani, è fonte stessa di vita ed è la capacità di vivere ai piedi di quel vulcano ancora attivo che Emily osserva con gli occhi di una straniera meravigliata. Esattamente ciò che oggi gli esperti di gestione del rischio chiamano “resilienza delle comunità”, ovvero la capacità di una popolazione di adattarsi, riorganizzarsi e continuare a vivere in prossimità di una minaccia naturale senza negarne il pericolo.

In questo senso, la continuità tra il racconto di Emily Lowe e i modelli contemporanei di comunicazione scientifica suggerisce che l’immaginario collettivo sull’Etna si sia costruito nel tempo attraverso il racconto pubblico delle eruzioni e della paura ad esse associata, e che questa narrazione abbia contribuito a influenzare la percezione del pericolo. Oggi la comunicazione del rischio vulcanico si affida a strumenti molto diversi da quelli di Emily Lowe — bollettini scientifici, mappe di pericolosità, sistemi di allerta precoce, campagne di informazione rivolte alle popolazioni — ma la sfida di fondo rimane la stessa: come si trasmette il senso del pericolo a chi non è uno specialista, mantenendo viva la curiosità senza alimentare il panico, e senza che la familiarità con il vulcano si trasformi in sottovalutazione del rischio? Ed è il testo stesso della Lowe a porre queste domande, con quasi due secoli di anticipo.

Nonostante Emily Lowe non avesse risposta a queste domande, ella possedeva l’esperienza diretta, la capacità di raccontarla con onestà e ironia, e, non ultimo, il coraggio di invitare altre donne a salire su quel vulcano.


Bibliografia

Emily Lowe “Unprotected Females in Sicily, Calabria, and on the Top of Mount Aetna” Routledge, Warnes and Routledge, London, 1859.

Stefania Arcara (a cura di) “Due viaggiatrici indifese in Sicilia e sull’Etna: diario di due lady vittoriane”, Agorà, La Spezia, 2001.

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Etna: la pericolosità sottostimata delle correnti piroclastiche https://ilvulcanico.it/etna-la-pericolosita-sottostimata-delle-correnti-piroclastiche/ Thu, 16 Apr 2026 15:52:32 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26345 FONTE: https://www.unictmagazine.unict.it/ Uno studio dell’Università di Catania rivela oltre 50 eventi in 40 anni: fenomeni rapidi e distruttivi finora sottostimati L’Etna è globalmente noto per le imponenti fontane di lava e per le spettacolari colate laviche che scorrono lungo i suoi fianchi. Tuttavia, dietro questa scenografia suggestiva si può nascondere anche un fenomeno molto più […]

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FONTE: https://www.unictmagazine.unict.it/

Uno studio dell’Università di Catania rivela oltre 50 eventi in 40 anni: fenomeni rapidi e distruttivi finora sottostimati

L’Etna è globalmente noto per le imponenti fontane di lava e per le spettacolari colate laviche che scorrono lungo i suoi fianchi. Tuttavia, dietro questa scenografia suggestiva si può nascondere anche un fenomeno molto più insidioso e potenzialmente letale: le Correnti Piroclastiche di Densità (dall’inglese Pyroclastic Density Currents).
Un nuovo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Earth-Science Reviews, condotto dal dott. Giorgio Costa e dal prof. Marco Viccaro del team di Vulcanologia e Geotermia del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Catania, rivela che negli ultimi quarant’anni l’Etna è stato capace di generare oltre cinquanta di questi eventi, suggerendo che pericolosità e rischi associati a queste fenomenologie nell’area sommitale del vulcano sono stati finora sottostimati.
A differenza delle colate laviche relativamente lente, le correnti piroclastiche sono miscele ad alta temperatura di gas e particelle solide che scorrono a grande velocità lungo i fianchi del vulcano e che possiedono un elevato potere distruttivo. Sebbene fenomeni di questo tipo siano tipicamente associati a vulcani molto più esplosivi, lo studio evidenzia come correnti piroclastiche possano svilupparsi anche in sistemi vulcanici a composizione mafica, come quello etneo.

 

La ricerca identifica e discute diversi meccanismi che possono innescare correnti piroclastiche sull’Etna e più in generale nei vulcani mafici, ovvero il collasso parziale di una fontana di lava, i collassi gravitativi di materiale piroclastico, il collasso parziale del fianco di un cono piroclastico e l’interazione tra lava e acqua o neve. In alcuni casi, tuttavia, più fattori possono agire contemporaneamente, rendendo difficile individuare un unico meccanismo di innesco.

Un fenomeno eruttivo dell'Etna

La corrente piroclastica del 24 Settembre 1986 al Cratere di Nord-Est dell’Etna

Sull’Etna, la maggior parte delle correnti piroclastiche degli ultimi decenni è stata prodotta dal Cratere di Sud-Est, oggi il più attivo dei quattro crateri sommitali. Lo studio evidenzia come il progressivo aumento nella frequenza di questi eventi sia legato alla crescente attività esplosiva del vulcano, in particolare ai brevi ma intensi episodi di fontane di lava, noti come eruzioni parossistiche.

Negli ultimi decenni, l’Etna ha dimostrato infatti di essere in grado di trasferire grandi volumi di magma ricco di gas dai livelli più profondi del sistema di alimentazione fino alla superficie in tempi relativamente brevi. Ne deriva così un aumento della frequenza delle eruzioni a carattere parossistico, così come un incremento dei volumi di magma emessi. Ciò ha portato a una crescita piuttosto rapida del Cratere di Sud-Est, specialmente negli ultimi 15 anni, rendendolo meccanicamente instabile e fragile, pertanto sempre più soggetto a crolli improvvisi.

Questo spiega perché alcune delle correnti piroclastiche più recenti, come quelle del 10 febbraio 2022 e del 2 giugno 2025, siano state più voluminose e abbiano raggiunto distanze maggiori rispetto ad altri eventi simili avvenuti in passato.

«Eventi di questo tipo potrebbero verificarsi ancora in futuro e proprio per questo – sottolineano gli autori dello studio Giorgio Costa e Marco Viccaro – è fondamentale non sottovalutare la pericolosità di questi fenomeni e i potenziali rischi che ne derivano. Le correnti piroclastiche possono svilupparsi in modo improvviso e spesso senza segnali precursori evidenti. Comprenderne meglio i meccanismi di formazione e riconoscerne la pericolosità rappresenta quindi un passo importante per migliorare la gestione del rischio non solo sull’Etna, ma anche in altre aree vulcaniche del mondo caratterizzate da fenomenologie eruttive comparabili».

 

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L’Etna e l’unicità delle sue origini: un nuovo, importante studio sulla genesi del vulcano https://ilvulcanico.it/letna-e-lunicita-delle-sue-origini-un-nuovo-importante-studio-sulla-genesi-del-vulcano/ Wed, 15 Apr 2026 10:23:53 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26330 FONTE: https://www.ansa.it/sicilia/notizie/ L’origine dell’Etna potrebbe essere unica al mondo. Il meccanismo è simile a quello che genera i piccoli vulcani sottomarini, ma interessa un grande sistema la cui attività è iniziata circa 500.000 anni fa, tanto che ora questo vulcano, eruttando più volte l’anno, svetta oltre 3.000 metri sul livello del mare. La svolta nella […]

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FONTE: https://www.ansa.it/sicilia/notizie/

L’origine dell’Etna potrebbe essere unica al mondo. Il meccanismo è simile a quello che genera i piccoli vulcani sottomarini, ma interessa un grande sistema la cui attività è iniziata circa 500.000 anni fa, tanto che ora questo vulcano, eruttando più volte l’anno, svetta oltre 3.000 metri sul livello del mare.

La svolta nella comprensione nella storia della sua genesi arriva dallo studio pubblicato sul Journal of Geophysical Research dall’Università di Losanna e al quale ha partecipato anche Rosa Anna Corsaro, ricercatrice dell‘Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania. La scoperta getta nuova luce sulle eruzioni insolitamente frequenti dell’Etna e apre la strada a una migliore valutazione del rischio vulcanico da parte dei ricercatori dell’Ingv.

L’Etna è il vulcano più attivo d’Europa e tra i più monitorati al mondo, ma ad oggi nessun modello geologico esistente spiega completamente come si sia formato. Non rientra in nessuno dei tre grandi meccanismi alla base della formazione dei vulcani terrestri. Non si trova al confine tra due placche tettoniche. Non è un vulcano esplosivo generato lungo una zona di subduzione (dove una placca si immerge sotto l’altra) come il Monte Fuji in Giappone. Non è un su un ‘hotspot’ (risalita di materiale molto caldo del mantello) come avviene nel mezzo delle placche tettoniche (isole oceaniche come le Hawaii o La Réunion). E’ infatti situato vicino a una zona di subduzione, ma la sua composizione chimica è simile a quella dei vulcani da hotspot, anche se nelle sue vicinanze non è presente nessuna struttura di questo tipo.

I ricercatori hanno quindi studiato i campioni di lava per valutare l’evoluzione chimica dalla formazione del vulcano, circa 500.000 anni fa, fino ai giorni nostri. E’ emerso che il materiale eruttato è rimasto, sostanzialmente  invariato nel tempo, nonostante l’evoluzione del regime tettonico. Dati alla mano, è emerso che l’Etna è alimentato da piccole quantità di magma già presenti nel mantello superiore, a circa 80 chilometri sotto la superficie. Questi magmi vengono trasportati sporadicamente verso la superficie dai complessi movimenti tettonici dovuti alla collisione tra le placche africana ed eurasiatica. Il vulcano siciliano potrebbe quindi appartenere a una quarta categoria di vulcani poco conosciuta: i cosiddetti vulcani ‘petit-spot’, descritti per la prima volta nel 2006 da geologi giapponesi”, osserva Sébastien Pilet, professore presso la Facoltà di Geoscienze e Ambiente dell’Università di Losanna. La scoperta apre nuove prospettive per comprendere come altri sistemi vulcanici potrebbero formarsi in tutto il mondo.

Un altro aspetto cruciale della ricerca riguarda l’inquadramento geologico regionale. Il vulcanismo etneo non è un fenomeno isolato, ma va considerato come la prosecuzione naturale di un’attività vulcanica più antica che ha interessato in passato la regione settentrionale dei Monti Iblei.

Con il titolo: Etna, Cratere di Sud Est, attività stromboliana e colatina di lava (la bellissima foto è di Giovinsky Aetnensis) 

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Vent’anni senza il nostro caro Angelo. A Roma un grande evento per ricordarlo https://ilvulcanico.it/ventanni-senza-il-nostro-caro-angelo-a-roma-un-grande-evento-per-ricordarlo/ Wed, 25 Mar 2026 06:49:22 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26283 FONTE: Comunicato Stampa Fondazione Angelo D’Arrigo  Un grande evento per celebrare, a vent’anni dalla scomparsa il 26 marzo 2006, la figura, le imprese, l’eredità dell’uomo che ha volato con le aquile, attraversato i deserti, sorvolato le montagne seguendo in deltaplano la rotta dei volatili. Roma ha deciso di ricordarlo con una serata speciale dal titolo […]

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FONTE: Comunicato Stampa Fondazione Angelo D’Arrigo 

Un grande evento per celebrare, a vent’anni dalla scomparsa il 26 marzo 2006, la figura, le imprese, l’eredità dell’uomo che ha volato con le aquile, attraversato i deserti, sorvolato le montagne seguendo in deltaplano la rotta dei volatili. Roma ha deciso di ricordarlo con una serata speciale dal titolo “Angelo D’Arrigo – Vent’anni di cielo”, in programma stasera, mercoledì 25 marzo alle 17 nel Complesso monumentale di San Salvatore in Lauro (piazza San Salvatore in Lauro, 15) e organizzata dalla Fondazione Angelo D’Arrigo e dal Centro Internazionale Antinoo per l’Arte-Marguerite Yourcenar.

Angelo D’Arrigo ha dedicato la propria vita a studiare il volo degli uccelli fino a guidarli nelle loro grandi migrazioni, attraversando il mondo seguendo le loro rotte millenarie. È stato anche l’unico uomo al mondo ad aver sorvolato l’Everest in deltaplano, in volo libero: un’impresa che racconta meglio di molte parole il suo rapporto con il cielo e con i limiti dell’uomo. Per lui il volo non era soltanto una sfida sportiva o tecnica: era una forma di conoscenza, un modo per osservare il mondo da una prospettiva diversa e per ricordare quanto l’uomo possa crescere quando unisce coraggio, disciplina e rispetto per ciò che lo circonda. Ecco perché da molti viene ancora definito “L’uomo che ha insegnato alle aquile a volare e agli uomini a sognare”.

La serata in programma a Roma sarà un racconto immersivo tra immagini, vento e testimonianze, per ripercorrere le imprese di D’Arrigo dall’Etna all’Aconcagua, dal Circolo polare artico fino al Sahara e per esplorare il valore umano della sua eredità. A dare voce ai suoi pensieri sarà l’attore Enrico Lo Verso, con una riflessione che ne racchiude lo spirito più autentico: “Il cielo non si conquista: si comprende. E solo chi impara ad ascoltarlo trova la propria strada.”

Amalia Ercoli Finzi

Durante l’evento sarà anche conferito il Premio Angelo D’Arrigo ad Amalia Ercoli Finzi, figura di riferimento mondiale nelle scienze aerospaziali e consulente di Nasa, Esa e Asi, divenuta popolare per la sua apprezzatissima partecipazione da ospite fisso al programma di Geppi CucciariSplendida Cornice”, capace di incarnare lo spirito di ricerca, coraggio e libertà che Angelo ha incarnato nel corso della propria vita. “Angelo – ha spiegato Laura Mancuso, moglie di D’Arrigo e presidente della Fondazione a lui intitolata – diceva sempre che il cielo non appartiene a chi lo sfida, ma a chi lo rispetta. Sono felice che il suo nome possa essere legato a una donna come Amalia Ercoli Finzi, perché in lei ritrovo quella stessa curiosità instancabile, quella stessa capacità di guardare oltre, con coraggio e delicatezza. È come se, in qualche modo, il volo di Angelo continuasse”.

A chiudere la serata – cui prenderanno parte numerose personalità del mondo della cultura, dello spettacolo e delle istituzioni, insieme a rappresentanti del settore aeronautico, scientifico e istituzionale – ci sarà “L’Ala di Angelo”, un momento simbolico e partecipativo in cui il pubblico sarà invitato a lasciare pensieri e sogni, dando vita a un’ala ideale costruita dalla memoria condivisa.

Ripropongo, vent’anni dopo la sua tragica fine, il mio personale, commosso ricordo-omaggio all’indimenticabile Angelo D’Arrigo

IL NOSTRO CARO ANGELO, ICARO DEL TERZO MILLENNIO, PER SEMPRE IN VOLO
di Gaetano Perricone
Sono stato tra quelli che hanno avuto la fortuna e il privilegio di conoscere Angelo D’Arrigo, l’uomo che sul suo deltaplano ha sorvolato le vette più alte del mondo, l’Icaro del Terzo Millennio, restando affascinato dalla sua straordinaria personalità, dal suo carisma, dalla sua cultura, dal suo amore per la natura. Mi piace sempre molto scrivere di lui e ricordare la sua figura davvero leggendaria, mi piace farlo ancora di più sulla pagina L’Ora edizione straordinaria, come se fosse sul “nostro” giornale, che non è riuscito a raccontare le sue meravigliose avventure nel cielo.
Fui io, grazie alla casa editrice Cavallotto che mi diede questo onore, a condurre a Le Ciminiere di Catania la presentazione del bel libro di Giovanni Vallone “Angelo e le Aquile” sulla vita di quest’uomo assolutamente unico e speciale. Con Angelo – il nostro caro Angelo, mi viene sempre in mente la splendida canzone di Lucio Dalla – fu un gran bell’incontro, a lui piacque molto, ci ripromettemmo di rivederci presto. Non ho mai dimenticato cosa mi disse quel giorno con un sorriso soddisfatto, lo racconto sempre con un pizzico di orgoglio: “Grazie, abbiamo fatto una bella cosa. La prossima volta che vengo ad allenarmi sull’Etna ti chiamo e passiamo un po’ di tempo insieme”. Non ci fu la possibilità, perché dopo poco tempo, neanche un mese, un destino atroce e beffardo stroncò la sua vita fantastica quando aveva soltanto 45 anni.
Mi piace allora ricordarlo con queste intense parole contenute nel libro autobiografico del 2005In volo sopra il mondo” “… Altri continenti mi aspettano, altri orizzonti. Molti mi chiedono cosa mi spinga ad andare sempre oltre. Non è agonismo: con le sfide ho smesso da anni. Né è solo il bisogno di misurarmi con i miei limiti, come a volte ho creduto. No, è qualcosa di più semplice e intimo, l’istinto di esistere nella natura a modo mio … che mi tiene sveglio la notte, che mi illumina e mi entusiasma. Non seguirlo sarebbe tradire me stesso. Se riesco a sentirmi pienamente vivo soltanto immerso in spazi sconfinati, libero nell’aria sopra deserti e ghiacciai, vulcani o pianure, fiumi, mari, montagne, non è per qualcosa che cerco, ma per quello che sono”.
Così Angelo D’Arrigo, amatissimo e altrettanto popolare campione mondiale di volo libero e deltaplano e studioso di prim’ordine del volo umano e degli uccelli, tragicamente scomparso il 26 marzo 2006 in un incidente di volo a Comiso, spiegava con grande passione i motivi fondamentali che lo spingevano a portare avanti la sua avventura nei cieli di tutto il mondo.
Angelo d’Arrigo, nato a Catania il 3 aprile del 1961, vissuto a Parigi fino al 1984, ha da sempre perseguito il sogno di volare come gli uccelli, ed insieme a loro. “Ricordo ancora quella volta che staccai i piedi dal suolo allontanandomi così dalla Mamma Terra: ero appeso ad un deltaplano, un’ala che assomigliava ad un sottile e rudimentale aquilone, senza motore né strumenti – raccontava D’Arrigo nella prefazione di “Angelo e le Aquile” Un volo planato e silenzioso … Avevo 16 anni e questo volo mi apriva la finestra della vita, sopra un mondo bellissimo, un mondo che scoprivo da un’angolazione inconsueta, diversa, quella dall’alto. Ero adolescente e stavo volando nella valle di Chamonix, sopra il Monte Bianco”.
Divenuto campione mondiale di volo, abbandonò gare e cronometri per dedicarsi allo sviluppo del volo libero, concepì e realizzò imprese che si pongono ben al di là del semplice evento sportivo. Ha studiato per anni il volo dei grandi rapaci, ai quali si è affiancato in incredibili migrazioni nei cieli del pianeta. Ha sorvolato il mare e i deserti, è salito a oltre 9.000 m. in volo libero, fino a superare la vetta dell’Everest, la più alta del Pianeta, il 24 maggio 2004, all’interno di “una gigantesca corrente ascensionale unica al mondo”, come lui raccontò, “ma conosciuta e utilizzata dalle aquile himalayane, che migrano da migliaia di anni dal Tibet all’India attraverso l’Himalaya”. Il comunicato trasmesso dopo l’impresa sull’Everest si concludeva così, in tono epico: “Questa mattina, 24 maggio 2004, il sogno si è compiuto: Angelo ha volato in alto, più alto che mai. E’ bello pensare che con lui ha volato l’intero genere umano. L’uomo è capace anche di grandi imprese”.
Con il “Russian Research Institute for Nature and Protection” di Mosca, D’Arrigo ha condotto un grande esperimento per la comunità scientifica internazionale: la reintroduzione di una specie di uccelli migratori in via di estinzione, le gru siberiane, guidando lo stormo, con il supporto di uno staff di biologi russi e americani, per 5.300 chilometri. Ma forse la più grande intuizione di Angelo è legata alla realizzazione della “Piuma” di Leonardo da Vinci. Dopo attenti studi sul Codice di Madrid, realizza e fa volare una Piuma leggerissima – identica nella struttura a quella del grande Leonardo. Il Cinquecento conosceva solo la solidità di legno, cuoio e tela: Angelo d’Arrigo dimostra, utilizzando i materiali leggeri del terzo millennio, l’esattezza delle progettazioni aerodinamiche di Leonardo. Con Leonardo, Angelo D’Arrigo condivide un approccio intuitivo e l’instancabile desiderio di spostare ogni giorno più in là le frontiere dell’uomo. Alla sua tragica e prematura scomparsa – avvenuta in seguito a un incidente al piccolo aereo, su cui egli viaggiava da passeggero ed ospite d’onore – un senso di sgomento ha pervaso tutti coloro che nel mondo lo ammiravano e lo seguivano nelle sue esultanti conquiste.
Quanti lo hanno conosciuto ne ricordano una dote particolarissima: era un grande maestro, perché riusciva a guidare gli altri alla scoperta delle risorse riposte nell’intimo di ciascuno, senza imposizioni, senza forzature. Non posso non chiudere in modo intimo questo affettuoso ricordo di Angelo D’Arrigo, davvero un grande uomo, con la dedica, speciale nella sua semplicità, che mi scrisse sul libro che gli presentai a Catania: “A Gaetano, per il piacere di condividere le mie avventure ‘alate’ in giro per il mondo. Con stima e simpatia”. Ne vado fiero e mi emoziona sempre molto.

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4 marzo 2026: il terremoto in area etnea https://ilvulcanico.it/4-marzo-2026-in-area-etnea-il-terremoto-ml-4-5-mw-4-4/ Thu, 05 Mar 2026 15:58:09 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26241 FONTE: https://ingvvulcani.com/ Il 4 marzo 2026 alle ore 7.05 (h. 06.05 UTC), è stato registrato un terremoto di Magnitudo locale (ML) 4.5 (Mw 4.4) sul versante SW dell’Etna, con ipocentro a circa 3.8 km di profondità. Da quel momento sono stati localizzati oltre 45 eventi di magnitudo comprese tra 1.0 e 2.3  (aggiornamento alle ore 12:00 di oggi […]

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Il 4 marzo 2026 alle ore 7.05 (h. 06.05 UTC), è stato registrato un terremoto di Magnitudo locale (ML) 4.5 (Mw 4.4) sul versante SW dell’Etna, con ipocentro a circa 3.8 km di profondità. Da quel momento sono stati localizzati oltre 45 eventi di magnitudo comprese tra 1.0 e 2.3  (aggiornamento alle ore 12:00 di oggi 5 marzo).

L’evento a più alta energia è stato localizzato a 2.9 km a nord-ovest dell’abitato di Ragalna (CT) e a 4.7 km da quello di Biancavilla (CT). https://ingvvulcani.com/2026/03/04/evento-sismico-in-provincia-di-catania-ml-4-5-4-marzo-2026/

Presso la Sala Operativa dell’Osservatorio Etneo sono subito pervenute segnalazioni che indicavano come il terremoto fosse stato avvertito anche a Catania (distante circa 22 km dall’epicentro) e in aree limitrofe. Il rilievo macrosismico preliminare condotto in area epicentrale da parte di un gruppo di esperti “QUEST” dell’Osservatorio Etneo, ha evidenziato danni lievi/moderati ad edifici pubblici e privati di Ragalna, prevalentemente nella parte bassa dell’abitato (Figura 1).

Figura 1 - Edificio in calcestruzzo armato (CA) nella parte bassa dell’abitato di Ragalna (Piazza S. Barbara): lesioni passanti alle tramezzature.

Figura 1 – Edificio in calcestruzzo armato (CA) nella parte bassa dell’abitato di Ragalna (Piazza S. Barbara): lesioni passanti alle tramezzature.

La mappa del risentimento sismico (figura 2), elaborata in tempo reale grazie al contributo di oltre 1100 cittadini che hanno descritto la propria esperienza compilando il questionario macrosismico disponibile su http://www.haisentitoilterremoto.it, mostra che l’evento è stato anche avvertito in diverse località della Sicilia orientale.

Figura 2 - Mappa del risentimento sismico in scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg) che mostra la distribuzione degli effetti del terremoto sul territorio come ricostruito dai questionari on line. La mappa contiene una legenda (sulla destra). Con la stella in colore viola viene indicato l’epicentro del terremoto, i cerchi colorati si riferiscono alle intensità associate a ogni comune. Nella didascalia in alto sono indicate le caratteristiche del terremoto: data, magnitudo, profondità (Prof) e ora locale. Viene inoltre indicato il numero dei questionari elaborati per ottenere la mappa stessa.

Figura 2 – Mappa del risentimento sismico in scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg) che mostra la distribuzione degli effetti del terremoto sul territorio come ricostruito dai questionari on line fino alle ore 18.30 del 4 marzo 2026. La mappa contiene una legenda (sulla destra). Con la stella in colore viola viene indicato l’epicentro del terremoto, i cerchi colorati si riferiscono alle intensità associate a ogni comune. Nella didascalia in alto sono indicate le caratteristiche del terremoto: data, magnitudo, profondità (Prof) e ora locale. Viene inoltre indicato il numero dei questionari elaborati per ottenere la mappa stessa

La mappa di scuotimento (ShakeMap) indica un grado di intensità MCS pari a 6–7 in area epicentrale. Questi valori di intensità indicano uno scuotimento forte e con danni leggeri (figura 3). 

La mappa di scuotimento (SHAKE MAP) dell’evento di oggi calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC mostra dei livelli di scuotimento fino al VI-VII grado MCS.

Figura 3 – Mappa di scuotimento (SHAKE MAP) dell’evento del 4 marzo 2026 in provincia di Catania ml 4.5 calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC

Il terremoto principale e le scosse successive hanno interessato una zona del versante sud-occidentale dell’Etna che è caratterizzato dalla presenza di un sistema di faglie dirette, con componente trascorrente destra, noto nella letteratura scientifica come “Sistema di Ragalna” (RF in figura 4).

Figura 3 - Distribuzione della sismicità storica etnea nel periodo compreso tra 1600 e 2010. Nell'inserto in alto a sinistra viene riportata la sismicità strumentale con ipocentri fino a 4 Km. per il periodo 1999-2011 e per un range di magnitudo che va da ML maggiore o uguale a 3.2. La stella verde indica l’evento odierno (tratta da Azzaro et al. (2013 - JVGR 251)

Figura 4 – Distribuzione della sismicità storica etnea nel periodo compreso tra 1600 e 2010. Nell’inserto in alto a sinistra viene riportata la sismicità strumentale con ipocentri fino a 4 Km. per il periodo 1999-2011 e per un range di magnitudo che va da ML maggiore o uguale a 3.2. La stella verde indica l’evento odierno (tratta da Azzaro et al. (2013 – JVGR 251)

Secondo i dati della sismicità storica nella regione etnea disponibili dal 1600 (figura 4), il settore del versante sud-occidentale del vulcano è stato interessato nel passato da eventi con intensità epicentrale massima del VII-VIII grado EMS (Ml 4.0-4.3). 

La zona interessata è caratterizzata da una pericolosità sismica alta, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

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La “Casermetta di Monte Spagnolo” al CAI Sicilia https://ilvulcanico.it/la-casermetta-di-monte-spagnolo-al-cai-sicilia/ Mon, 23 Feb 2026 10:36:38 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26210 Riceviamo e volentieri pubblichiamo dal Club Alpino Italiano, Gruppo Regionale Sicilia  COMUNICATO STAMPA Assegnata dal Comune di Randazzo. Il presidente nazionale del sodalizio, Antonio Montani, ha visitato la struttura che entrerà a far parte della rete dei rifugi CAI Lo storico rifugio “Casermetta di Monte Spagnolo” è stato assegnato dal Comune di Randazzo, ente proprietario, […]

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo dal Club Alpino Italiano, Gruppo Regionale Sicilia 

COMUNICATO STAMPA

Assegnata dal Comune di Randazzo. Il presidente nazionale del sodalizio, Antonio Montani, ha visitato la struttura che entrerà a far parte della rete dei rifugi CAI

Lo storico rifugio “Casermetta di Monte Spagnolo” è stato assegnato dal Comune di Randazzo, ente proprietario, al Gruppo Regionale del Club alpino italiano. L’edificio si trova a circa 1500 metri di quota sul versante settentrionale dell’Etna. Entro breve tempo la struttura potrà diventare un prezioso punto di riferimento per gli escursionisti che vorranno frequentare quel versante del vulcano.

Monte Spagnolo, la firma dell’accordo

Dopo l’espletamento di una evidenza pubblica, il contratto di comodato è stato firmato presso l’ufficio tecnico del Comune, alla presenza di due componenti della Commissione straordinaria che amministra l’Ente. Successivamente i rappresentanti del CAI hanno preso possesso dell’immobile. Si avvia così a conclusione l’iter di rilancio di un edificio comunale, risalente al periodo fascista, che da circa dieci anni è stato ristrutturato, restando però del tutto inutilizzato. “Siamo molto grati all’ufficio tecnico comunale e alla intera Commissione straordinaria che amministra il Comune di Randazzo– ha dichiarato Giuseppe Riggio, presidente regionale di CAI Sicilia – per aver saputo sbloccare in pochi mesi l’utilizzo di una risorsa di fondamentale importanza per il turismo escursionistico etneo. Saremo impegnati, con la passione dei volontari ma avvalendoci anche della secolare esperienza del Club alpino italiano, a rendere disponibile questo prezioso fabbricato a quanti vogliono scoprire il versante più integro del Parco dell’Etna”.

Anche il presidente nazionale del Club alpino italiano, Antonio Montani, presente sull’Etna nei giorni scorsi, ha voluto andare a visitare la nuova struttura assegnata a CAI Sicilia insieme a Mario Vaccarella, componente del consiglio direttivo centrale del sodalizio: “Il CAI attraverso le sue strutture territoriali ha sviluppato competenze profonde nella gestione di circa 700 strutture montane – ha spiegato Montani  siamo ben felici che anche CAI Sicilia abbia un compatto, ma attrezzato edificio da dedicare all’accoglienza sul vulcano”.

L’importanza della “Casermetta di Monte Spagnolo” è legata al fatto che si trova lungo la pista forestale che circonda due versanti dell’Etna, per una lunghezza di circa 35 chilometri. La struttura potrà garantire il pernottamento lungo il Sentiero Italia CAI e come posto tappa del Gran Tour Etneo a circa 10 ospiti. Dal rifugio si può inoltre agevolmente accedere alla famosa Grotta del Gelo e alla splendida, circostante faggeta.

Presente al primo sopralluogo alla struttura anche il presidente del Gal terre dell’Etna e dell’Alcantara, Ignazio Puglisi, che ha sostenuto il Comune di Randazzo nel percorso di recupero della struttura e di restituzione alla pubblica fruizione, e i soci della Sottosezione CAI di Randazzo, con il suo reggente Stefano Castellana, che collaboreranno alla conduzione del rifugio. Nei pressi della Casermetta è operativo anche un bivacco forestale gestito dal Dipartimento sviluppo rurale della Regione Siciliana

Con il titolo: la Casermetta di Monte Spagnolo

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Quel mosaico di faglie. “La crosta terrestre sotto lo Stretto di Messina è tutt’altro che stabile” https://ilvulcanico.it/quel-mosaico-di-faglie-la-crosta-terrestre-sotto-lo-stretto-di-messina-e-tuttaltro-che-stabile/ Tue, 17 Feb 2026 15:34:07 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26177 FONTE: https://ingvterremoti.com/ Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina e Reggio Calabria. Da allora, […]

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FONTE: https://ingvterremoti.com/

Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina Reggio Calabria. Da allora, geologi e sismologi di tutto il mondo hanno cercato di capire quale faglia  possa aver causato quel  terremoto e quali processi profondi continuino a generarne altri.

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista internazionale Tectonophysics e condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e di alcune università italiane ed europee, offre oggi una visione più chiara e completa della struttura geologica dello Stretto. Lo studio, dal titolo “Structural development and seismogenesis in the Messina Straits revealed by stress/strain pattern above the edge of the Calabrian slab”, integra dati sismologici e geofisici marini, e analizza oltre 2.400 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019, rilocalizzati con tecniche di precisione e considerando anche dati registrati da sistemi di monitoraggio posti sul fondale marino (osservatorio multidisciplinare NEMO-SN1 e 7 Ocean Bottom Seismometers – OBSs installati durante l’esperimento Seismofaults; Sgroi et al., 2021a; Sgroi et al., 2021b; Sgroi et al., 2021c).

Un laboratorio naturale di geodinamica mediterranea

Lo Stretto di Messina si trova in un punto di incontro tra due grandi placche: quella africana, che spinge verso nord, e quella eurasiatica, che resiste e scivola sopra di essa. Qui la crosta terrestre si piega, si spezza e si muove lungo una serie di faglie attive, in un complesso gioco di compressione, distensione e scorrimento laterale. A sud-est, nel Mar Ionio, la placca africana si immerge sotto la Calabria, formando la cosiddetta “subduzione calabra” dove un lembo della crosta oceanica dell’antico oceano della Tetide scende lentamente nel mantello terrestre.

Questo lento movimento di subduzione trascina con sé la parte superiore della crosta, generando deformazioni che si estendono fino in superficie e che plasmano la morfologia dello Stretto. È un processo che, nel corso di milioni di anni, ha dato origine a catene montuose, faglie e depressioni marine, ma che ancora oggi è all’origine di terremoti potenzialmente distruttivi.

Due zone dove nascono i terremoti

Dall’analisi dei dati, i ricercatori hanno individuato due principali strati della crosta terrestre dove si concentra l’attività sismica:

  • uno superficiale, tra 6 e 20 km di profondità, dove si sviluppano i terremoti più frequenti e più legati alla deformazione della crosta continentale;
  • uno più profondo, tra 40 e 80 km, associato anche ai movimenti della placca ionica in subduzione sotto la Calabria.

Questa doppia struttura sismogenetica indica che la deformazione avviene su più livelli e con meccanismi diversi: nella parte superiore dominano le forze estensionali, che tendono ad allungare e sprofondare la crosta, mentre più in profondità si manifestano anche forze compressive, legate alla convergenza tra Africa ed Europa.

Distribuzione epicentrale della sismicità registrata tra il 1990 e il 2019 (cerchi neri pieni). Le linee arancioni indicano le faglie attive descritte nell’area dello Stretto di Messina da Lavecchia et al., 2024 e Barreca et al., 2021. Le linee rosse rappresentano le faglie descritte in questo nuovo studio. La stella rossa indica l’epicentro del terremoto del 1908 (Boschi et al., 1989). L’area a forma sigmoidale, di colore giallo chiaro, evidenzia la zona principale di deformazione all’interno del bacino dello Stretto.

Un mosaico di faglie, non una sola “grande spaccatura”

Uno dei risultati più interessanti del lavoro è che la deformazione nello Stretto di Messina è controllata da un sistema complesso di faglie interconnesse. Queste strutture si estendono sia a terra che sotto il mare e si muovono in modo coordinato, come le tessere di un mosaico che si adattano e scorrono l’una sull’altra.

Le nuove immagini sismiche acquisite sul fondale hanno rivelato scarpate morfologiche, e dislocazioni nei sedimenti recenti, segni inequivocabili di deformazione attiva. Anche se molte di queste tracce sono cancellate dalle forti correnti marine o dai frequenti movimenti franosi dei versanti, la loro presenza conferma che la crosta terrestre sotto lo Stretto è tutt’altro che stabile.

Dal 1908 a oggi: cosa sappiamo della sismicità attuale

Negli ultimi trent’anni, la Rete Sismica gestita dall’INGV e i sistemi di monitoraggio sottomarini hanno registrato solo terremoti di bassa e media magnitudo nell’area dello Stretto, alcuni dei quali si sono verificati in piccoli raggruppamenti dando origine ad alcune sequenze sismiche.

Queste sequenze recenti, spesso localizzate vicino all’epicentro del sisma del 1908, mostrano meccanismi di fagliazione coerenti con quelli individuati nello studio: piccoli segmenti di faglie orientate NE–SW che si attivano a profondità comprese tra 4 e 12 km.

Perché questi risultati sono importanti

Comprendere la geometria e il comportamento delle faglie sotto lo Stretto di Messina non è solo un esercizio accademico: è fondamentale per migliorare la valutazione della pericolosità sismica in una delle zone più densamente popolate e vulnerabili d’Italia.

Questo lavoro dimostra che la deformazione della crosta terrestre in quest’area è fortemente influenzata dai processi profondi legati alla subduzione della placca ionica, e che la sismicità superficiale rappresenta la manifestazione di movimenti che avvengono a decine di chilometri di profondità.

Questa nuova visione geodinamica integra per la prima volta in modo coerente le osservazioni sismologiche, geofisiche e morfologiche, fornendo una base più solida per gli studi futuri sulla sismogenesi dello Stretto e sulla pericolosità sismica dell’area.

Lo Stretto di Messina non è solo una frontiera tra due regioni italiane, ma anche il confine dinamico tra due placche terrestri in continua collisione. Sotto quelle acque si nasconde un sistema di faglie attive che racconta una storia di movimenti millenari, ma anche di un futuro sismico che dobbiamo continuare a studiare con attenzione.

Il lavoro è disponibile al link: https://doi.org/10.1016/j.tecto.2025.230920.

A cura di Tiziana Sgroi (INGV – Roma 2), Graziella Barberi (INGV – OE), Luca Gasperini (ISMAR – CNR), Rob Govers (Università di Utrecht), Nicolai Nijholt (Università di Utrecht), Giuseppe Lo Mauro (Università di Bari), Marco Ligi (ISMAR – CNR), Andrea Artoni (Università di Parma), Luigi Torelli (Università di Parma), Alina Polonia (ISMAR – CNR).

Bibliografia

Barreca, G., Gross, F., Scarfì, L., Aloisi, M., Monaco, C., Krastel, S., 2021. The Strait of Messina: Seismotectonics and the source of the 1908 earthquake. Earth Science Reviews 218, 103685. https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2021.103685.

Boschi, E., Pantosti, D., Valensise, G., 1989. Modello di sorgente per il terremoto di Messina del 1908. Atti Convegno GNGTS 8, 245–258.

Lavecchia, G., Bello, S., Andrenacci, C., Cirillo, D., Pietrolungo, F., Talone, D., et al., 2024. QUIN 2.0 – new release of the QUaternary fault strain INdicators database from the Southern Apennines of Italy. Scientific Data 11 (1), 189. https://doi.org/10.1038/ s41597-024-03008-6.

Sgroi, T., Polonia, A., Barberi, G., Billi, A., Gasperini, L., 2021a. New seismological data from the Calabrian arc reveal arc-orthogonal extension across the subduction zone. Scientific Reports 11 (1), 473. https://doi.org/10.1038/s41598-020-79719-8.

Sgroi, T., Barberi, G., Marchetti, A., 2021b. The contribution of the NEMO-SN1 seafloor observatory to improve the seismic locations in the Ionian Sea (Italy). Annals of Geophysics 64 (6), SE655. https://doi.org/10.4401/ag-8575.

Sgroi, T., Polonia, A., Beranzoli, L., Billi, A., Bosman, A., Costanza, A., et al., 2021c. One Year of Seismicity Recorded Through Ocean Bottom Seismometers Illuminates Active Tectonic Structures in the Ionian Sea (Central Mediterranean). Frontiers in Earth Science 9. https://doi.org/10.3389/feart.2021.661311.

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Le associazioni ambientali al Parco: va aperta una fase nuova, fondata sul confronto continuo. “L’Etna non può essere lasciata al caso, né al far west” https://ilvulcanico.it/le-associazioni-ambientali-al-parco-va-aperta-una-fase-nuova-fondata-sul-confronto-continuo-letna-non-puo-essere-lasciata-al-caso-ne-al-far-west/ Fri, 09 Jan 2026 11:15:41 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26088 Riceviamo dal CAI Sicilia e volentieri pubblichiamo: Nota congiunta delle associazioni di guide ambientali escursionistiche/naturalistiche e di volontariato che operano sull’Etna e sui Crateri Silvestri (a seguito della riunione presso l’Ente Parco dell’Etna) L’incontro svoltosi presso l’Ente Parco dell’Etna ha avuto l’obiettivo di aprire un confronto ampio e necessario sul presente e sul futuro della […]

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Etna, ultime dal fronte. Lavico https://ilvulcanico.it/etna-ultime-dal-fronte-lavico/ Fri, 02 Jan 2026 16:33:24 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26066 FONTE: https://ingvvulcani.com/ ETNA. 2 GENNAIO 2026. ORE 12,30 … Le simulazioni relative al possibile sviluppo della colata lavica, realizzate dall’Osservatorio Etneo, hanno evidenziato che se il tasso effusivo alla bocca si mantiene costante, la colata lavica rimarrà confinata all’interno della desertica Valle del Bove … L’eruzione dell’Etna, iniziata il 24 dicembre 2025, a partire dal pomeriggio […]

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ETNA. 2 GENNAIO 2026. ORE 12,30

… Le simulazioni relative al possibile sviluppo della colata lavica, realizzate dall’Osservatorio Etneo, hanno evidenziato che se il tasso effusivo alla bocca si mantiene costante, la colata lavica rimarrà confinata all’interno della desertica Valle del Bove …

L’eruzione dell’Etna, iniziata il 24 dicembre 2025a partire dal pomeriggio del 1° gennaio 2026 è stata interessata da una nuova fenomenologia caratterizzata dall’apertura di una piccola fessura eruttiva ad una quota di circa 2100 m s.l.m. localizzata subito a monte del M. Simone, alla base della parete nord della Valle del Bove (Foto di copertina di Stefano Branca).

Da questa fessura eruttiva, interessata da una debole attività esplosiva e da un basso tasso effusivo medio (circa 5m3/s) misurato da dati satellitari, viene emessa una colata lavica che si sta sviluppando all’interno della porzione centrale della desertica Valle del Bove.

Foto 1 - Immagine della colata lavica (Foto B. Benchke)

Figura 1 – Immagine della colata lavica (Foto B. Behncke)

Questa mattina i dati forniti dall’Osservatorio Etneo hanno evidenziato che la lunghezza massima del campo lavico era di circa 2.8 km e il fronte lavico più avanzato si attestava a una quota di circa 1420 m s.l.m. alle ore 12.30, subito a est del rilievo di Rocca Musarra.

Figura 2 - Immagine della colata lavica (Foto B. Benchke)

Figura 2 – Immagine della colata lavica (Foto B. Behncke).Contestualmente prosegue una debole attività esplosiva Stromboliana al Cratere Voragine che produce blande emissioni di cenere. Le simulazioni relative al possibile sviluppo della colata lavica, realizzate dall’Osservatorio Etneo, hanno evidenziato che se il tasso effusivo alla bocca si mantiene costante, la colata lavica rimarrà confinata all’interno della desertica Valle del Bove.

Figura 3 - Immagine della colata lavica (Foto B. Behncke).
Figura 3 – Immagine della colata lavica (Foto B. Behncke).

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