Maurizio Muraglia, Autore a Il Vulcanico https://ilvulcanico.it/author/maumuraglia/ Il Blog di Gaetano Perricone Wed, 10 Jul 2024 05:50:43 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0 I rischi dal populismo e l’illusione della democrazia eterna https://ilvulcanico.it/i-rischi-dal-populismo-e-lillusione-della-democrazia-eterna/ Wed, 10 Jul 2024 05:50:43 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=25033 di Maurizio Muraglia In un libretto che può essere letto in poche ore (Fascismo e populismo. Mussolini oggi. Bompiani 2023) ma deve essere meditato molto più a lungo , Antonio Scurati raccoglie il discorso da lui pronunciato il 29 settembre 2022 alle Rencontres internationales de Genève che si tengono ogni anno dal 1946 con lo […]

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di Maurizio Muraglia

In un libretto che può essere letto in poche ore (Fascismo e populismo. Mussolini oggi. Bompiani 2023) ma deve essere meditato molto più a lungo , Antonio Scurati raccoglie il discorso da lui pronunciato il 29 settembre 2022 alle Rencontres internationales de Genève che si tengono ogni anno dal 1946 con lo scopo di mantenere il dialogo culturale tra le nazioni in una prospettiva di pace.

È un libro che rievoca il fascismo ma non per dirci che il fascismo, così come lo abbiamo conosciuto, potrebbe ripetersi. Anzi, egli lo esclude. Lo esclude paradossalmente per non sottovalutarne l’eredità. “Le nostre esistenze di occidentali si sono improvvisamente ristrette, sono diventate tutte una questione privata, una solitudine planetaria” (15). Con quest’affermazione Scurati marca la transizione dal sentire novecentesco, con i suoi umori postbellici e resistenziali, all’edonismo di fine secolo e millennio, che fa fatica a leggere gli eventi in prospettiva storica.

Ma c’è di più. Non è solo questione di disimpegno. È anche questione di impegno mal riposto: “La prescrizione – quasi un diktat culturale – a raccontare il fascismo attraverso l’antifascismo, e dunque la tendenza di un intero popolo a identificarsi con la posizione simbolica della vittima, ha ostacolato l’assunzione di responsabilità narrativa indispensabile a fare i conti col passato”. Occorre ricordare che “noi, gli italiani, eravamo stati fascisti” (25-26), dice Scurati, e attorno a questa consapevolezza egli invita a rivisitare il fascismo coniugando i due assi attorno ai quali si è dipanata la vicenda di Mussolini: violenza e seduzione.

Sono preziose le innumerevoli notazioni storiche con le quali l’autore consente al lettore di andare oltre i luoghi comuni sul fascismo e su Mussolini, preparando il terreno per la seconda parte del testo in cui indaga i fondamenti del populismo, ravvisandoli puntualmente nella retorica fascista del capo e della sua identificazione col popolo: “Questa è la mia tesi: i movimenti, i partiti e soprattutto i leader politici che oggi sfidano la democrazia nella forma che noi abbiamo conosciuto fino ad ora, cioè la piena democrazia, la democrazia parlamentare liberale, teorizzando o praticando formule intimamente contraddittorie quali quella di ‘democrazia autoritaria’, siano essi italiani, spagnoli, francesi, tedeschi, brasiliani o statunitensi, non discendono dal Mussolini fascista. Essi discendono, invece, dal Mussolini populista” (31-32).

È il populismo di Mussolini, in altri termini, ovvero la sua insofferenza per la fatica e la complessità del metodo parlamentare, ereditato da partiti di destra, di sinistra o sedicenti né di destra né di sinistra, che rappresenta, per Scurati, il vero pericolo per la democrazia, dinanzi al quale è necessaria la massima vigilanza. Il populismo di Mussolini viene analizzato attraverso la sua rivoluzione linguistica: “Innanzitutto, frasi brevi. Brevi, brevissime e sintatticamente elementari. Soggetto, verbo, complemento oggetto. Ogni frase un detto memorabile, ogni frase interamente citabile, ogni frase uno slogan” (59).

Difficile non riconoscere quest’attitudine nei leader contemporanei. E difficile non riconoscere anche quel che Scurati ravvisava in Claudio Treves, direttore prima di Mussolini del quotidiano socialista “Avanti!”: “Treves scriveva in nome del popolo ma lo faceva sciorinando una prosa colta, dotta, complessa, un periodare ricco di consecutive e subordinate. Scriveva, insomma, in nome del popolo ma in un modo che il popolo stentava a capire” (61). Non serve commentare.

La parte che Scurati dedica al populismo è di grande acutezza. Dalla politica della paura, alla semplificazione della vita moderna, alla comunicazione al corpo con il corpo è passata in rassegna la fenomenologia della postura populistica, con tutte le ascendenze mussoliniane puntualmente individuate.

Le righe conclusive dedicate alla democrazia sono un invito al risveglio dal torpore indotto dall’ “illusione della democrazia eterna” (89). “A furia di scandire il tempo con gli aperitivi – nota Scurati a proposito del modo in cui la sua generazione nata alla fine degli anni Sessanta, aveva perso di vista la narrazione dei padri e dei nonni -, stavamo dimenticando una verità semplice ma esatta, incontrovertibile e fondamentale, riguardo alla natura stessa della democrazia: la democrazia non è figlia del caso ma nemmeno della necessità; non è un dono del cielo, è una conquista; la storia della democrazia è, fuor di ogni dubbio, la storia della lotta per essa” (89-90).

Un libretto prezioso, segnato dai grandi doni dell’acume storico e della chiarezza espositiva. Un libretto che fa giustizia di ogni retorica, quella fascista come quella antifascista e che non fa sconti a nessun populismo, ravvisandone – al netto della violenza fisica – la profonda continuità col fascismo e con il suo duce e la sua cifra di pericolosità per la democrazia liberale parlamentare.

Un libretto necessario per chiamare le cose col proprio nome.

Antonio Scurati, Fascismo e populismo. Mussolini oggi. Bompiani 2023

Con il titolo: 10 giugno 1940, Mussolini annuncia al popolo italiano l’entrata in guerra

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L’eredità di Piero Angela: divulgare è vera cultura https://ilvulcanico.it/leredita-di-piero-angela-divulgare-e-vera-cultura/ Sun, 14 Aug 2022 05:43:43 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=22004 Se non sei in grado di spiegarlo in modo semplice, vuol dire che non lo capisci fino in fondo (A. Einstein)   di Maurizio Muraglia Alla figura di Piero Angela, così come a quella del figlio Alberto, è sempre stata associata la parola divulgazione. Non vi è chi non stia celebrando in queste ore la […]

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Se non sei in grado di spiegarlo in modo semplice,

vuol dire che non lo capisci fino in fondo
(A. Einstein)

 

di Maurizio Muraglia

Alla figura di Piero Angela, così come a quella del figlio Alberto, è sempre stata associata la parola divulgazione. Non vi è chi non stia celebrando in queste ore la straordinaria capacità divulgativa di padre e figlio. Ma se c’è qualcosa che si può fare per raccogliere l’implicito messaggio culturale che proviene dal lavoro di entrambi è, a mio parere, riflettere sul significato di questa parola e naturalmente su ciò che le si oppone.

Divulgare è un composto. Certamente il popolo, vulgus, e poi quel prefisso di (s) che, stando a fonti accreditate, indicherebbe una dimensione di diffusione: diffondere tra il popolo.  Come in ogni processo comunicativo, anche in quello divulgativo sono coinvolti tre elementi essenziali: chi divulga, ciò che è divulgato, presso chi è divulgato, ovvero di quale vulgus si parla. Viene in mente certamente l’insegnamento, forse l’atto divulgativo per eccellenza.

Il terzo elemento, cioè il vulgus, condiziona gli altri due, come spesso ripeteva Piero Angela quando sottolineava la centralità del pubblico. Ma cosa vuol dire parlare in modo che il pubblico capisca? Viene in mente qui il discorso politico, che si colora di populismo quando vuol farsi capire dal popolo. Ma a che prezzo? A prezzo di sacrificare la complessità delle questioni, che per definizione, appunto, è impopolare? E sacrificare la complessità non vorrà dire, per il politico, mentire al popolo? Non è certo edificante quest’accezione della parola divulgare.

Piero e Alberto Angela

Eppure, qualcosa occorre sacrificare per divulgare. Ma non certamente la verità delle cose. Quando ad essere sacrificata è la verità, non siamo in presenza di divulgazione, ma di raggiro. Ciò a cui occorre rinunciare per essere capiti dal popolo non è la verità, ma l’astrattezza e la pedanteria, due caratteristiche che possono riguardare tanto il discorso politico che quello culturale.

Divulgare vuol dire proprio rivisitare gli oggetti culturali, i discorsi, le questioni, i linguaggi da offrire al popolo in modo che, senza togliere ad essi nulla di essenziale, il popolo possa comprendere. Ecco la sapienza del divulgatore: comprendere egli stesso più in profondità ciò di cui parla. “Parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi”, diceva Galileo, aforisma che ribalta nettamente il primato dell’accademia sulla divulgazione, perché attribuisce maggiore facilità al discorso accademico e maggiore difficoltà al discorso divulgativo. Angela lo disse fino alla fine: prima dovevo capire io.

Si osserva anche in classe, soprattutto in contesti popolari: molti docenti fanno fatica a spogliarsi del loro linguaggio accademico, sovente nozionisticamente pedante e quindi astratto, e ad occupare lo spazio concettuale e linguistico dei propri alunni. Perché accade ciò? La mia opinione, suffragata dall’esperienza pluridecennale in classe, è che il punto di crisi stia in una carenza di vera rielaborazione profonda del sapere che si insegna, e per rielaborazione intendo capacità di scomporre quel sapere nei suoi costitutivi basici, quelli da cui è partito per configurarsi nelle forme complesse in cui poi lo si è studiato all’università.

11 maggio 2021: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella conferisce a Piero Angela l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana,

Il cosiddetto “popolo” è raggiungibile attraverso questi costitutivi basici, che rappresentano la sua concreta dimensione esperienziale. Concetti quali collegamento, generazione, produzione, discesa, salita, ma anche stati d’animo come gioia, dolore, nostalgia, amore, e ancora vicino, lontano, alto, basso, giusto, ingiusto, naturale, artificiale e potrei continuare all’infinito, fanno parte del lessico esperienziale di base del popolo, e chi sa divulgare, proprio come ha saputo fare Piero Angela, non solo conosce bene il panorama cognitivo del pubblico medio, ma è capace di riscoprire negli oggetti culturali che sta maneggiando gli elementi che lo fondano al netto delle naturali (naturali, però) complessificazioni accademiche.

Insomma, un lavoro di grande intelligenza e serietà scientifica, che tanti eruditi e accademici dovrebbero prendere ad esempio per incrementare il loro senso di responsabilità verso il popolo piuttosto che l’elenco delle loro pubblicazioni per avanzare di carriera.

Con il titolo: Piero Angela nel programma televisivo che lo ha reso popolarissimo. Le altre foto da Ansa.it

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Scuola, riflettori spenti. Ma l’iceberg della protesta è più importante della punta https://ilvulcanico.it/scuola-riflettori-spenti-ma-liceberg-della-protesta-e-piu-importante-della-punta/ Tue, 01 Mar 2022 16:53:16 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=21216 di Maurizio Muraglia* Sulle proteste degli studenti si sono spenti i riflettori. Da un lato l’irrompere sulla scena mediatica del conflitto russo-ucraino, dall’altro la sostanziale alzata di spalle, con qualche parola consolatoria, da parte degli ambienti ministeriali, hanno fatalmente rimesso un velo di irrilevanza sulle rivendicazioni studentesche, le cui ragioni però restano tutte, anche a […]

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di Maurizio Muraglia*

Sulle proteste degli studenti si sono spenti i riflettori. Da un lato l’irrompere sulla scena mediatica del conflitto russo-ucraino, dall’altro la sostanziale alzata di spalle, con qualche parola consolatoria, da parte degli ambienti ministeriali, hanno fatalmente rimesso un velo di irrilevanza sulle rivendicazioni studentesche, le cui ragioni però restano tutte, anche a riflettori spenti.

Nei cortei di qualche settimana fa, la protesta riguardava i percorsi ex alternanza scuola-lavoro – che oggi si chiamano Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento – e l’impianto del prossimo Esame di Stato, terzo in regime di pandemia. Le occasioni per scendere in piazza erano state essenzialmente due: la morte di Lorenzo Parelli nell’ultimo giorno di stage e l’intenzione del ministro di reintrodurre il secondo scritto.

Lorenzo Parelli, lo studente morto il 21 gennaio 2022 a 18 anni mentre svolgeva un apprendistato previsto dal suo percorso di studi.

Quando gli studenti si mobilitano, in genere, si ha sempre la sensazione che la loro misura sia colma di molto altro e che le motivazioni occasionali, pur serissime, assumano la funzione della classica goccia che fa traboccare il vaso. Per questo sono dell’avviso che l’iceberg sia sempre più importante della sua punta e che il malcontento dei nostri giovani provenga da più lontano. Sarebbe ingeneroso, tuttavia, non recare la dovuta attenzione anche alla punta.

Per quel che riguarda la questione dei famosi Percorsi, non è il decesso dello studente, per quanto dolorosissimo, a far pensare che la volontà della politica di curvare la scuola verso il lavoro provenga da un colossale fraintendimento pedagogico, di cui la scuola è simultaneamente vittima e concausa. Fin dall’introduzione dell’obbligatorietà di questi percorsi, risalente alla Legge 107 del 2015 chiamata “Buona scuola”, da più parti, incluso chi qui scrive, si sono levate voci di dissenso. Il lavoro dello studente consiste nello studiare. Studiare non è azione estranea al mondo, alla realtà, al lavoro. Solo quando studiare vuol dire star ripiegati sui libri per masticare idee posticce e restituirle tali e quali agli insegnanti in attesa di un voto, allora è possibile cominciare a vagheggiare una scuola più aperta alla vita e alla realtà. Ma l’impegno intellettuale esercitato a scuola, se improntato a spirito critico, basta a se stesso e alla realtà che circonda lo studente.

Quando stanno nelle aziende, gli studenti osservano e ascoltano, più o meno annoiati. Talvolta danno una mano. Quei luoghi non sono né scuola né lavoro, quindi non c’è alternanza di nulla. Le famose competenze trasversali potrebbero utilmente essere sviluppate con un insegnamento scolastico altamente rielaborativo e cooperativo, al servizio di seri progetti culturali, in tutti gli ordini di scuola. Ma dentro la scuola. Basterebbe qualche rappresentante del mondo del lavoro che fa visita a scuola per illustrare quel che c’è fuori, con funzione di orientamento postdiploma. Ma prima ancora del tragico fatto di cronaca era già possibile affermare che in mille modi la cultura del lavoro avrebbe potuto essere promossa a scuola senza entrare a gamba tesa sui curricoli scolastici, già erosi da mille progetti e mille tagli.

Il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi

La questione dell’Esame di Stato si salda alla prima per il diffuso senso di frustrazione provato dagli studenti in questo ultimo biennio di scombussolamento sanitario e didattico. Hanno percepito nell’iniziativa ministeriale una forma di indifferenza verso il loro disagio ed un interesse precipuo per la loro valutazione. Molto se n’è discusso. Il ministro, tra i più paternalisti e chiusi al dialogo visti negli ultimi anni, ha congedato amabilmente gli studenti promettendo particolare attenzione nella valutazione ed esortandoli a non avere paura perché sono più bravi di quanto non pensino. E pertanto meritano un esame normale. Più paterno di così.

Ma le due questioni, pur sommate, non bastano da sole a scendere in piazza. C’è tanto altro, quello stesso altro che negli ultimi venti anni non è sostanzialmente cambiato e che per un buon decennio ha generato il rituale delle occupazioni. Il problema è che di questo altro non hanno un’idea ben chiara neppure gli studenti, come si vede dal velletarismo confuso delle loro dichiarazioni. Sono scontenti, sono a disagio, sono indignati, sono costernati. Ma poi gettano la spugna con gran dignità. Perché? Perché manca loro un nemico serio. Culturalmente ed educativamente serio.

Quando le forze dell’ordine li hanno picchiati ha fatto male. Ma non li hanno picchiati per le loro idee. Si sono creati disordini magari mal gestiti, ma certamente non era la polizia russa o cinese quella che manganellava. Non ci sono idee represse, ahimé. Il poliziotto esuberante verrà redarguito, ma lo studente è atteso alle idee. Quale visione complessiva della società e del sistema di istruzione è stato portato sotto il naso del ministro Bianchi? Quanto facile è stato per quest’ultimo liquidarsi le rappresentanze con una pacca sulle spalle?

Il problema è che questa generazione non ha davanti a sé una visione lucida e perentoria contro cui combattere. Non ha davanti una dittatura, non ha davanti un modello pedagogico e didattico coerente, non ha davanti adulti autoritari, e neppure tutto sommato un sistema di istruzione radicalmente elitario e selettivo. Non ha niente di tutto questo davanti. Non può coltivare utopie perché per farlo dovrebbe avere davanti a sé interlocutori riconoscibili per un’ideologia insopportabile contro cui lottare. Devono volare basso perché nessuno dà loro torto e nessuno dà loro ragione.

Una manifestazione studentesca del Sessantotto

I ministri sono figure effimere preoccupate di occupare la poltrona per più tempo possibile. I dirigenti scolastici sono troppo preoccupati di evitare i contagi per occuparsi di questioni educative e didattiche. Gli insegnanti cercano di instaurare un dialogo con i ragazzi, ma lo spessore culturale della maggior parte dei docenti in circolazione è opacizzato da preoccupazioni legate a test Invalsi, sicurezza sul lavoro, esamite spinta e burocrazia alle stelle. Stremati anche loro dalla trasformazione della scuola in un gigantesco ufficio disbriga pratiche. Questi ragazzi vorrebbero urlare qualcosa ma hanno due ordini di problemi: identificare il qualcosa ed i destinatari dell’urlo. Viviamo tempi di passioni burocratizzate e pacche sulle spalle. I loro colleghi oggi settantenni che fecero il Sessantotto probabilmente fecero molti errori. Ma a guardare questo spettacolo se li tengono ben stretti.

*Insegnante presso Liceo Europeo Maria Adelaide di Palermo

Con il titolo: un corteo di protesta dopo la morte di Lorenzo Parelli. Le foto dal web 

 

 

 

 

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Le due scuole. Quella di ogni giorno e quella che vuole trasformarla https://ilvulcanico.it/le-due-scuole-quella-di-ogni-giorno-e-quella-che-vuole-trasformarla/ Sat, 12 Feb 2022 06:20:25 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=21188 di Maurizio Muraglia* Ci sono due scuole. La scuola di ogni giorno, quella che vivono i nostri bambini ed i nostri adolescenti, quella in cui insegniamo e operiamo, quella delle ore di lezione e dei libri di testo; e poi c’è un’altra scuola, meno popolare, fatta di leggi, decreti, dispositivi pedagogici, sigle, che attraversa la […]

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di Maurizio Muraglia*

Ci sono due scuole. La scuola di ogni giorno, quella che vivono i nostri bambini ed i nostri adolescenti, quella in cui insegniamo e operiamo, quella delle ore di lezione e dei libri di testo; e poi c’è un’altra scuola, meno popolare, fatta di leggi, decreti, dispositivi pedagogici, sigle, che attraversa la prima scuola e cerca di trasformarla in senso buono, cioè di portare l’innovazione necessaria a quel che viene chiamato “successo formativo”. Non sempre la prima scuola capisce la seconda, e – chiariamo – non è sempre un bene che questo avvenga. Non si può restare ancorati alla tradizione. Non si può coltivare l’immobilismo.

La seconda delle due scuole opera incessantemente, e si fatica a capire quale sia la direzione di marcia perché tanti sono gli impulsi innovatori. Citiamone qui solo alcuni, che sembrano accomunati da un sorta di filo rosso: la trasversalità, l’insegnamento per competenze, i compiti di realtà, l’alternanza scuola-lavoro, la cittadinanza, il ritorno della vecchia educazione civica. Vi è anche all’esame del parlamento un disegno di legge che introdurrebbe le competenze non cognitive, ovvero tutti quegli atteggiamenti socioaffettivi che gli alunni sviluppano anche a scuola e che, sembrerebbe, esulano dalle discipline scolastiche.

Il filo rosso sembra abbastanza evidente: la seconda scuola diffida della prima e vuole convincerla ad accogliere la vita nelle aule. La vita in tutte le sue sfaccettature, cioè i problemi culturali, il mondo del lavoro, la capacità di essere cittadini, le emozioni, le esperienze. Insomma, sembrerebbe che alla prima scuola si sia attribuita una sorta di patente autoreferenziale ovvero un’incapacità di uscire dalle quattro mura delle materie scolastiche.

Ogni giorno io vivo nella prima scuola. Sono un insegnante perché ho studiato a scuola le discipline scolastiche, poi le ho studiate all’università, su quelle sono stato valutato in un concorso a cattedra ed adesso insegno alcune delle discipline che studiai al liceo. Vedo che i miei colleghi fanno lo stesso e vedo che gli alunni questo si attendono ogni giorno dai docenti: che il prof di scienze insegni scienze, che la prof di arte insegni arte.

Nelle programmazioni degli insegnanti è fortemente richiesto di inserire anche altre cose, oltre alla disciplina insegnata: dimensioni emotive, competenze trasversali, tematiche interdisciplinari, progetti che sollecitano esperienze che vanno al di là delle discipline scolastiche. Perché? Non bastano più le vecchie discipline a formare le intelligenze degli alunni? Perché occorre prescrivere che si affronterà il rapporto uomo-natura, la condizione femminile, il viaggio, il potere, l’amore e altri temi importantissimi, che popolano la nostra vita ogni giorno? Perché si deve esplicitare che verranno trattati questi temi? Perché le ordinanze sugli Esami di Stato raccomandano i “collegamenti”? Cosa c’è da “collegare”?

C’è con tutta evidenza un pregiudizio concepito dalla seconda scuola nei confronti della prima che può essere così formulato: le discipline non bastano più. Ma io che insegno nella prima scuola e che porto in classe la mia disciplina non ho la sensazione che le cose stiano così. E vedo che anche parecchie mie colleghe e colleghi, che insegnano altre discipline, hanno la stessa mia sensazione. Le discipline per parecchi di noi bastano, eccome. E non hanno bisogno della seconda scuola che raccomanda il loro superamento. Che neppure i ragazzi chiedono, quando non odiano le discipline.

Occorre ricordare cos’è una disciplina di studio. Perché solo ricordandolo si può comprendere sia il legittimo tentativo della seconda scuola di rovesciare il tavolo della prima, sia l’altrettanto legittima obiezione della prima a questo tentativo. Una disciplina non esiste nella realtà, ma è solo la realtà che l’ha resa possibile perché essa (la realtà) potesse essere meglio compresa. La realtà è fatta dell’esperienza degli umani e dalla loro riflessione sull’esperienza. La riflessione necessita di strumenti linguistici, matematici, scientifici, filosofici, storici, giuridici, tecnici e via dicendo: strumenti concettuali, dispositivi mentali di ragionamento che permettano di capire quello che accade. A noi e agli altri.

Giovanni Pascoli

Non ci sono discipline senza esperienza. La seconda scuola vuole portare in classe l’esperienza, ma l’esperienza è già nelle discipline, che da essa partono e ad essa ritornano. Io insegno la letteratura. La letteratura è una disciplina. Quando porto in classe una poesia di Pascoli o una novella di Verga, porto qualcosa che proviene dall’esperienza, dall’esperienza di questi autori, e faccio usare degli strumenti – appunto disciplinari – che consentano di decodificare quell’esperienza affinché ne sia illuminata la nostra esperienza. Se faccio studiare il Gelsomino notturno di Pascoli, mi imbatterò nel rapporto tra vita e morte, nella memoria, nella malinconia, nell’amore. Sono tematiche. È possibile che chi insegna un’altra disciplina si imbatta nelle stesse tematiche. Ma è accaduto perché ha fatto studiare la sua disciplina in modo che non perdesse di vista l’esperienza, la realtà, la vita. È la prima scuola.

La seconda scuola vuole introdurre quel che c’è già in classe. O meglio: quel che dovrebbe esserci. Il problema è che tanta prima scuola si fa in modo pedante, nozionistico ed estraneo alla vita dei bambini e dei ragazzi. Questo annoia molto. E soprattutto genera molto insuccesso. Tanti bocciati. Perché è evidente che se fai studiare le discipline in modo pedante acchiappi alcuni alunni, ma il grosso si perde. E allora arriva la seconda scuola a fare leggi, leggine e direttive intese ad acchiappare i dispersi. A fare una scuola che parli anche di loro. E allora sotto con le tematiche coinvolgenti e le competenze non cognitive. Così finisce che le discipline sono elitarie e le altre cose sono inclusive. Ma quelle elitarie non sono le discipline della prima scuola. Sono soltanto il vezzo accademico di insegnanti aristocratici e fuori dal tempo. Che hanno reso necessaria la seconda scuola.

* Insegnante presso Liceo Europeo Maria Adelaide Palermo

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Leggere Dante con intelletto e amore https://ilvulcanico.it/leggere-dante-con-intelletto-e-amore/ Sat, 15 Jan 2022 06:24:42 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=20942 di Maurizio Muraglia Il titolo del libro che ha rappresentato il contributo mio e di Laura Mollica alla celebrazione dell’anno dantesco – i settecento anni dalla sua morte – può riassumere la prospettiva di questa mia breve riflessione: Dante parla ancora? (Di Girolamo, 2021). Infatti l’interrogativo risulta d’obbligo quando si celebrano autori definiti “classici”: perché […]

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di Maurizio Muraglia

Maurizio Muraglia e Laura Mollica

Il titolo del libro che ha rappresentato il contributo mio e di Laura Mollica alla celebrazione dell’anno dantesco – i settecento anni dalla sua morte – può riassumere la prospettiva di questa mia breve riflessione: Dante parla ancora? (Di Girolamo, 2021). Infatti l’interrogativo risulta d’obbligo quando si celebrano autori definiti “classici”: perché sono tali? Perché hanno la possibilità di parlare ancora? La questione però necessita di una duplice ulteriore articolazione: parlare di che cosa e a chi?

Dante è un intellettuale appartenente a quel che convenzionalmente viene chiamato Medioevo, un’epoca chiaramente molto distante da noi. La distanza è sempre un problema, perché rende possibili avvicinamenti illusori, e spetta ai conoscitori dell’autore fare in modo che l’avvicinamento avvenga senza che venga tradita la storicità, appunto la distanza.

In questo 2021 appena concluso, a fronte di coloro che hanno voluto ricontemplare Dante nella sua medievalità per riproporlo senza grandi preoccupazioni di mediare o attualizzare, tanti hanno chiesto invece a Dante di parlare, come secondo me è giusto che si debba fare con un gigante della cultura. A questo punto torna la domanda iniziale: di che cosa e a chi ?

Dante Alighieri, tempera su tela, 1495, Ginevra, collezione privata

Ci sono temi che hanno una loro persistenza. La politica, ad esempio, ma anche la cultura o le emozioni umane. C’è un livello di avvicinamento possibile, a patto che Dante sia intervistato senza perdere di vista la distanza storica. Se si parla di approccio alle istituzioni oppure di desiderio amoroso o ancora di responsabilità individuale o di rapporto con le proprie radici culturali e identitarie, Dante può risultare eloquente anche al lettore di oggi. Un solo esempio: la faziosità politica, l’attitudine all’ideologia e al fanatismo possono essere tratti comuni al tempo di Dante e al nostro. In questo caso Dante potrebbe ancora parlare di qualcosa a qualcuno.

Ma c’è un tratto che rischia di essere sottovalutato. Dante non è principalmente un sociologo, un filosofo o un teologo. È un poeta. E se c’è bisogno di qualcosa a mio giudizio oggi è di poesia, cioè di capacità di rielaborare in profondità i contenuti della vita ordinaria. Dante è capace di trasfigurare il reale in poesia ovvero in immagini, suggestioni, emozioni. Il suo animo non è quello di un freddo ragionatore, ma contiene un incredibile mix, come egli stesso ama dire, di “intelletto e amore”. Il lettore accademico non può capire Dante, e neppure può capirlo il lettore sentimentale. Per far parlare Dante ancora occorre immaginare un’umanità in cui scienza ed emozioni siano perfettamente integrate. Un’umanità realmente umana.

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La scuola-con-mascherina, il dito e la luna https://ilvulcanico.it/la-scuola-con-mascherina-il-dito-e-la-luna/ Sat, 08 Jan 2022 06:02:32 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=20899 (Gaetano Perricone). Lettere e firme dal territorio fioccano in queste ore freneticamente. C’è quella sottoscritta da circa 2000 dirigenti scolastici, presidi mi piace chiamarli, al ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi e al presidente del Consiglio Mario Draghi, che chiede il differimento di un paio di settimane della riapertura delle scuole in presenza, ricominciando intanto con la […]

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(Gaetano Perricone). Lettere e firme dal territorio fioccano in queste ore freneticamente. C’è quella sottoscritta da circa 2000 dirigenti scolastici, presidi mi piace chiamarli, al ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi e al presidente del Consiglio Mario Draghi, che chiede il differimento di un paio di settimane della riapertura delle scuole in presenza, ricominciando intanto con la Didattica a Distanza, per rafforzare la vaccinazione nei più piccoli e organizzarsi meglio. In Sicilia le prese di posizione sono nette. “La riapertura delle scuole in presenza a partire dal 10 gennaio sarebbe un atto irresponsabile. Non esistono, infatti, le condizioni minime di sicurezza e la possibilità da parte dell’Asp di fornire collaborazione adeguata alle autorità scolastiche”, hanno ribadito 200 sindaci che hanno partecipato in videoconferenza ad una riunione urgente indetta dal presidente dell’Anci Sicilia, Leoluca Orlando, per fare il punto sulla ripresa delle lezioni a scuola in un momento di aumento di contagi per il Covid. Fa eco loro il presidente della Regione Nello Musumeci: “Ho appena scritto al presidente Draghi rappresentando la gravità della situazione delle ultime ore e ribadito le stesse perplessità da noi espresse nel confronto Stato-Regioni dei giorni scorsi. Valuteremo attentamente nelle prossime ore l’evolversi del contagio per valutare eventuali ulteriori provvedimenti”. Ma lui, anzi loro vanno avanti senza sentire ragioni: il ministro, sostenuto dal premier, ribadisce con forza ai quattro venti che la scuola riaprirà in presenza lunedì prossimo 10 gennaio, minacciando di impugnare la decisione del solito monellaccio Vincenzo De Luca, presidente della Campania, di tenere chiuse le scuole nella sua regione fino al 29 gennaio. Dico solo: non c’è peggior cieco di chi non vuole vedere. A commento della decisioni del Governo, pubblichiamo questa bellissima riflessione di Maurizio Muraglia, valoroso insegnante a Palermo, giornalista e scrittore (è di recente autore insieme a Laura Mollica del libro “Dante parla ancora?), con il quale speriamo di avere avviato una preziosa e proficua collaborazione

di Maurizio Muraglia *

L’immagine del dito e della luna mi pare si adatti bene alle vicende legate al rientro a scuola in presenza in regime di emergenza pandemica aumentata. I nostri politici nazionali, e il ministro dell’istruzione in testa, si sono intestati la crociata del rientro costi quel che costi, adducendo le motivazioni che ben si conoscono: la depressione degli studenti, il valore socializzante della scuola, l’inefficacia della DAD, insomma quel che sappiamo tutti. Migliaia di dirigenti scolastici in questa fase chiedono al ministro di valutare la possibilità di un rinvio di questo rientro e di un riavvio soft con didattica a distanza in attesa di un quadro meno preoccupante. Nisba. Il ministro Patrizio Bianchi rimanda al mittente la richiesta.

Ora, il dito è certamente la scuola. Ma il dito indica la luna, e non pare che la luna venga presa in considerazione. La luna è l’apprendimento. La scuola indica l’apprendimento, favorisce l’apprendimento, esiste per l’apprendimento. Se la scuola comincia ad esistere per la contabilità di contagiati, guariti, vaccinati, non vaccinati, da 120 giorni, da 119, da 118; se la scuola comincia ad esistere perché alzati-la-mascherina, alzatevi-uno-per-volta, compila-questa-autocertificazione, mi-faccia-vedere-il-green-pass e potrei continuare all’infinito, la scuola non indica e favorisce se non se stessa come contenitore dell’emergenza.

Il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi

Ai politici importa molto far vedere che grazie a loro c’è la normalità. Anche se di normale in questa scuola-con-mascherina non c’è proprio nulla, quel che importa è che si possa dire che la scuola in presenza c’è e non si tocca. La luna non conta, conta il dito ed il dito è ben vivo e vegeto.

La didattica a distanza non la ama nessuno, ma ancor meno sono amabili il caos, la classe suddivisa in chi segue da casa e chi segue da scuola, la conversazione dietro una mascherina, insomma tutti quei dispositivi che rendono molto precaria la possibilità di fare scuola, ma che consentono ai politici di dire che la scuola è aperta.

I dirigenti scolastici conoscono bene tutto questo e per questo hanno firmato numerosi, e sostenuti da tanti docenti, l’appello al ministro. Il quale ha risposto che egli ascolta tutte queste voci, ma anche le “tante voci” che spingono per la scuola in presenza (fonte Orizzontescuola.it). Il fatto è che le voci che si rivolgono a lui sono voci di addetti ai lavori e hanno nome, cognome, scuola di appartenenza e regione, mentre le “tante voci” che affastellano la mente del ministro e che lui determina di volere ascoltare hanno l’aspetto evanescente di cui piacerebbe conoscere il peso politico. Il tutto rende sempre più tossico il rapporto tra scuola e politica.

* Insegnante Liceo Classico Europeo “Maria Adelaide” Palermo

Con il titolo: da Corriere.it

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