Santo Scalia, Autore a Il Vulcanico https://ilvulcanico.it/author/santo/ Il Blog di Gaetano Perricone Thu, 02 Apr 2026 05:21:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0 Dalla Terra (di nuovo) alla Luna https://ilvulcanico.it/dalla-terra-di-nuovo-alla-luna/ Thu, 02 Apr 2026 05:03:07 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26303 FONTE: https://www.ansa.it/  E’ partita a mezzanotte e trentacinque minuti dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral la missione spaziale Artemis II, che segna il ritorno alla Luna a 54 anni dalla chiusura del programma Apollo. Il Il razzo Space Launch System è stato lanciato puntualmente e sta portando la navetta Orion (alimentata da un modulo […]

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Il lancio della missione Artemis (fonte NASA live)

FONTE: https://www.ansa.it/  E’ partita a mezzanotte e trentacinque minuti dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral la missione spaziale Artemis II, che segna il ritorno alla Luna a 54 anni dalla chiusura del programma Apollo. Il Il razzo Space Launch System è stato lanciato puntualmente e sta portando la navetta Orion (alimentata da un modulo costruito dall’Agenzia Spaziale Europea) verso l’orbita lunare. A circa otto minuti dal lancio, i motori del primo stadio del razzo Sls si sono spenti e in seguito è avvenuta la separazione dallo stadio superiore. In quel momento la navetta Orion ha dispiegato i suoi quattro pannelli solari per caricare le batterie e, con il suo equipaggio, ha iniziato a navigare nello spazio. La navetta ha continuato a percorrere la sua orbita intorno alla Terra finché, circa 49 minuti dopo il lancio, il motore si è acceso per portare la navetta al perigeo, ovvero nel punto più vicino alla Terra, alla quota di160 chilometri. Circa un’ora più tardi il motore si è acceso nuovamente per portare la navetta su un’orbita ellittica più alta, dove resterà per circa 23 ore. Questo sarà il tempo che gli astronauti avranno a disposizione per sperimentare i sistemi di bordo. Quindi, una volta raggiunto il punto dell’orbita più vicino alla Terra, piloteranno Orion manualmente per circa due ore, in quella che viene chiamata ‘dimostrazione di operazioni di prossimità’. Che vista magnifica, abbiamo appena osservato il sorgere della Luna” ha trasmesso a Terra il comandante Reid Wiseman.

di Santo Scalia

Prendo in prestito il titolo di uno dei più famosi e antichi romanzi di fantascienza nati dalla fervida immaginazione di Jules Verne, per introdurre un ricordo di 58 anni fa. Era il 1865 quando veniva pubblicato De la Terre à la Lune, trajet direct en 97 heures 20 minutes, seguito cinque anni dopo dal secondo dei due romanzi di Verne a tema interplanetario, Autour de la Lune (“Intorno alla Luna”, n.d.A.).

Ancora nessuno aveva mai visto volare qualcosa che fosse stato costruito dall’uomo: ciò sarebbe accaduto 38 anni dopo, il 17 dicembre 1903, quando i fratelli Orville e Wilbur Wright riuscirono a far volare il loro trabiccolo alato. Eppure, la fantasia di Verne aveva portato l’umanità molto più lontano, a circa 384.000 chilometri dalla superficie terrestre.

Torno adesso al ricordo del quale avevo accennato, quello di 58 anni fa: cosa accadde nel 1968? Molti dei lettori ancora forse non erano nati, ma alcuni ricorderanno che i media di allora (radio, televisione, quotidiani e settimanali) parlavano di un’impresa che stava per avverarsi. Parlavano di Apollo 8, una missione spaziale che avrebbe, per mezzo di un mastodontico razzo, portato tre astronauti a raggiungere la luna, girarle attorno e tornare sani e salvi – almeno così si sperava – sulla Terra.

Il logo della missione Apollo 8 (Nasa)

Apollo? Sì, era il nome attribuito dalla NASA (National Aeronautics and Space Administration, cioè l’Ente Nazionale per le attività Aeronautiche e Spaziali degli Stati Uniti d’America. Apollo (il cui nome greco è Απόλλων) era una divinità dell’antica religione greca, figlio di Zeus e di Leto (Latona); sembra che il nome del dio della musica, della poesia, della profezia e della medicina e di tanto altro ancora, noto per la sua bellezza, sia stato attribuito dall’Ente spaziale al programma in quanto ritenuto un simbolo appropriato per gli obiettivi di esplorazione e scoperta propri della missione (secondo it.scienceaq.com).

L’equipaggio della missione Apollo 8 (NASA)

Tre astronauti, stipati in una minuscola capsula spaziale conica (alta 3 metri e larga, alla base, quasi 4) per 6 giorni (dal lancio avvenuto il 21 dicembre 1968 fino all’ammaraggio nell’Oceano Pacifico il 27 dicembre), si erano, per la prima volta nella storia dell’Umanità, allontanati di poco più di 384.000 chilometri; avevano abbandonato la gravità terrestre per entrare in quella di un altro componente del Sistema Solare; erano stati dall’altra parte del satellite naturale terrestre; avevano visto con i propri occhi la faccia nascosta della Luna, quella che si conosceva soltanto per le foto inviate dalle sonde automatiche.

Si chiamavano Frank Borman (il comandante), James Arthur Lovell Jr., detto Jim (il pilota del modulo di comando) e William Anders (il pilota del modulo lunare). Oggi sono pochi coloro che ricordano questi nomi, in un’epoca in cui alcuni, forse troppi, plagiati e traviati da gruppi complottisti, credono financo che lo sbarco sulla luna sia tutta una mistificazione!

Pochi mesi dopo, nel luglio del 1969, i primi due uomini scendevano sul suolo lunare ed imprimevano l’orma dell’uomo sulla polvere del nostro satellite. Questa, però, è un’altra storia.

L’equipaggio di Artemis-II (NASA)

Oggi l’avventura ricomincia: è stata lanciata stanotte, alle 00,35 ora italiana, Artemis-II, primo passo per tornare sulla Luna. Rimanendo nell’ambito mitologico greco, Artemide, identificata dai romani con Diana, è sorella di Apollo. Il progetto che si ripropone di far scendere degli astronauti sul suolo lunare resta per così dire… in famiglia. Stavolta i componenti sono quattro, e non tre come nel programma Apollo: Reid Wiseman (comandante), Victor Glover (pilota), Christina Koch (specialista di missione) e Jeremy Hansen (astronauta canadese della Canadian Space Agency, CSA).

Così come nel caso dell’Apollo 8, anche Artemis-II non porterà gli astronauti sulla superficie lunare ma, con un viaggio che durerà dieci giorni, li porterà a girare attorno alla Luna per poi rientrare sulla Terra. Sarà, come fu 58 anni fa, la prova generale per testare i vari aspetti che poi porteranno, con Artemis-III (o forse Artemis IV), nuovamente l’Uomo sulla Luna.

Con il titolo: Apollo 8 earthrise – La Terra “sorge” sull’orizzonte lunare (photo NASA)

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Mompileri, 12 marzo 1669. Quel giorno che cambiò tutto https://ilvulcanico.it/mompileri-12-marzo-1669-quel-giorno-cambio-tutto/ Thu, 12 Mar 2026 05:54:43 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26249  di Santo Scalia Sono trascorsi già 357 anni, da quel terribile 12 marzo 1669, quando nel villaggio di Mompileri, ma non solo in quello, cambiò tutto: consuetudini, abitudini, speranze. Chi aveva un tetto, chi aveva un podere, chi aveva un lavoro, in poche ore non l’ebbe più. Il villaggio di Mompileri, come testimonia Mons. Ottavio […]

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 di Santo Scalia

Sono trascorsi già 357 anni, da quel terribile 12 marzo 1669, quando nel villaggio di Mompileri, ma non solo in quello, cambiò tutto: consuetudini, abitudini, speranze. Chi aveva un tetto, chi aveva un podere, chi aveva un lavoro, in poche ore non l’ebbe più.

Il villaggio di Mompileri, come testimonia Mons. Ottavio Branciforte, contava alcune centinaia di anime. Le case sorgevano in prossimità della Matrice, la chiesa Maggiore (altre chiese erano sparse nel territorio circostante) che custodiva un rinomato gruppo marmoreo che riproduceva l’Annunciazione alla Vergine e una veneratissima statua della Madonna delle Grazie.

Nei primi giorni del mese di marzo di quell’anno, dal 5 al giorno 9, numerosi scuotimenti del terreno avevano generato notevole preoccupazione negli abitanti di tutti i villaggi del versante meridionale del vulcano. Fortunatamente, la domenica 10, una tregua aveva fatto ben sperare e augurare che il pericolo fosse stato scongiurato.

Da Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669, pag.15

Non fu così: il giorno dopo, lunedì 11 marzo, qualcosa di terribile accadde sul vulcano; lasciamo che a raccontare cosa avvenne siano i cronisti che allora hanno vissuto i tristi eventi.

Tomaso Tedeschi nel suo Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669, pubblicati nello stesso anno a Napoli, scrive: «Ecco in sù le ventidue hore del medesimo Lunedì creparsi il terreno alla volta di Heodanari [sic.] in due lunghissime fessure, che fumo, e fuoco vomitarono. Ne guari poi di tempo à dietro al Monte della Fusara, e sotto la Collina detta Vomitello spalancarsi una terza, e più terribil bocca, che con un fracasso di strepitosi tuoni scagliò fuori una gran copia di solforato fuoco […]». E, qualora ciò non fosse ancora stato cosa terribile, «[…] vicino alla terza bocca ecco aprirsi un’altra fra i monti Salazara, e Monpolieri [sic.], il cui fuoco, verso il villaggio, che à i detti monti soggiace, furiosamente si indirizzò».

Il destino di Mompileri era segnato. Carlo Mancino, nell’opera Narrativa del fuoco uscito da Mongibello pubblicata a Messina sempre nel 1669, così narra la tragedia:

«[…] Parte di questi tre fuochi circondò il Monte di Monpileri per ogni lato, qual’è di circuito da sette miglia, e brugiò tutta la Terra di Monpileri del Sig. Conte Massa, con tutte le vigne, possessioni, e giardini di fronda di grandissimo valore; Non perdonando alla Chiesa di Nostra Signora Annunciata. Chiesa bellissima, e molto grande, nella quale vi erano tre Statue di finissimo marmo, di grandezza naturale. Una del Angelo Gabriele, l’altra di Nostra Signora Annunciata, e la terza della Regina delle gratie col bambino in braccio […]». A Mompileri, oltre ai simulacri di cui sopra, si conservava anche una bellissima statua lignea di San Michele Arcangelo.

Poi le lave circondarono il monte detto Monpileri, distrussero il villaggio chiamato la Guardia, poi Malpasso e Potighelle [sic.]. Intanto il fuoco, aggiunge Tomaso Tedeschi, «seppellì sotto alle ruine dell’arso, e destrutto tempio quelle tre belle statue, che eran stupore dell’arte; se pure da humane, e non d’Angeliche mani furono scolpite».

Il giorno 12, martedì, il villaggio di Mompileri non c’era più!

Lo stesso destino di Mompileri toccò ad altri paesi e casali che si trovarono lungo il percorso delle lave: oltre ai citati Botteghelle, Guardia e Malpasso, furono distrutti San Giovanni di Galermo, Mascalucia, Camporotondo, San Pietro Clarenza, Misterbianco, Li Plachi.

Ma quale fu la sorte di quelle opere d’arte? Come ricorda l’opuscolo Maria sull’Etna, pubblicato a cura dal Santuario Madonna della Sciara nel 2019, in occasione del 350° anniversario dell’eruzione, «[…] alcuni mesi dopo l’eruzione, alcuni uomini venuti a verificare cosa possa essersi salvato dalla furia della lava, ritrovano il simulacro [di San Michele Arcangelo, n.d.A.] in mezzo ad un “dagalotto” formatosi per il suddividersi della colata in due flussi; gli stessi, secondo gli antichi racconti, si sarebbero riuniti dopo averlo oltrepassato. Il simulacro viene portato nel sito abitativo di Massa Annunziata».

Trentacinque anni dopo, il 18 Agosto del 1704, scavando sotto la spessa coltre lavica, avvenne il ritrovamento della statua della Madonna delle Grazie. «I cercatori arrivano, probabilmente trascinandosi carponi e, man mano rimuovendo detriti e frammenti della struttura della chiesa crollata sotto il grave peso della lava e possono contemplare per la prima volta la statua della Madonna dal suo lato sinistro».

Infine, nel 1955, a 286 anni dall’eruzione, scavando in una cava di ghiara [rena rossa, n.d.A] nelle vicinanze del Santuario si «ritrova la testa del simulacro della Madonna Annunziata. Nei giorni successivi viene ritrovata la testa del simulacro dell’Arcangelo Gabriele ed altri frammenti dello stesso gruppo marmoreo.

Il Santuario della Madonna della Sciara, annualmente, ricorda gli avvenimenti del 1669 con delle celebrazioni, delle rievocazioni e manifestazioni. Anche quest’anno, nella ricorrenza del 357° anniversario, è stato stilato un ricco calendario di eventi la cui locandina è inserita nella fotogallery di quest’articolo.

Ricordare il dolore di ciò che accadde poco più di tre secoli e mezzo fa, e alimentare la speranza che un evento simile non debba più accadere

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Per un approfondimento ed una consultazione delle fonti storiche e di quelle recenti ecco di seguito i principali riferimenti bibliografici:

– D. Tomaso Tedeschi, e Paternò – Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669 – Napoli 1669

– Carlo Mancino – Narrativa del fuoco uscito da Mongibello – Messina 1669

– Francesco  Morabito – Catania liberata – Catania 1669

– Alphonsus Borelli – Historia et Meteorologia Incendii Ætneæi anni 1669 – Regio Iulio 1670

– Bonaventura La Rocca – Relatione del nuovo incendio fatto da Mongibello – Messina 1670

Cronaca del Canonico Pasquale Calcerano, cronaca manoscritta del 1752 e pubblicata nel 1929 dal Canonico Vincenzo Raciti Romeo «per accrescere il patrimonio della storia di Acireale

– Francesco Ferrara, Storia generale dell’Etna – Catania 1793

– Giuseppe Recupero, Storia naturale e generale dell’Etna – Catania 1815

– Giuseppe Sac. Pedalino – Mompileri – Edigraf 1966

– Azzaro-Castelli – L’eruzione etnea del 1669 nelle relazioni giornalistiche contemporanee – 2013

– Lina Scalisi – Per riparar l’incendio – Catania 2013

– Alfio Giovanni Privitera – Ti racconto Mompileri. L’evento mariano e il suo messaggio – 2014

– Giancarlo Santi – La Vergine nella lava – Catania 2015

Maria sull’Etna (opuscolo curato dal Santuario Madonna della Sciara in occasione del 350° della conservazione del simulacro della Madonna sotto la lava) – 2019

– Autori vari – Etna 1669, storie di lava 350 anni dalla grande eruzione – Catania 2020, a cura dell’Istituto Nazionale di Geofisica e vulcanologia, della Università degli Studi di Catania e della Regione Siciliana

Con il titolo: la facciata del Santuario Mariano di Mompileri (foto Santo Scalia) 

 

 

 

 

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Etna e La Montagne Pelée, quelle due simil guglie https://ilvulcanico.it/etna-e-la-montagne-pelee-quelle-due-simil-guglie/ Sun, 01 Mar 2026 07:30:54 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26184 di Santo Scalia Il 2011 fu un anno particolarmente vivace, almeno per quanto riguarda le manifestazioni eruttive dell’Etna. L’attività del vulcano risultò concentrata principalmente al cosiddetto Cratere di Sud-Est [SEC, nelle pubblicazioni vulcanologiche in lingua inglese (n.d.A.)]. Dante, il Database of Etna’s historical eruptions pubblicato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), infatti ci ricorda […]

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di Santo Scalia

Il 2011 fu un anno particolarmente vivace, almeno per quanto riguarda le manifestazioni eruttive dell’Etna. L’attività del vulcano risultò concentrata principalmente al cosiddetto Cratere di Sud-Est [SEC, nelle pubblicazioni vulcanologiche in lingua inglese (n.d.A.)]. Dante, il Database of Etna’s historical eruptions pubblicato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), infatti ci ricorda che l’Etna produsse una «serie di circa 50 episodi di fontane di lava o intensa attività stromboliana al SEC, con flussi di lava principalmente verso S, SE ed E, che hanno formato un nuovo cono (“Nuovo Cratere di Sud-Est”) sul fianco SE del SEC».

Il giornalista Alfio Di Marco, nell’edizione dell’11 settembre del quotidiano catanese La Sicilia, così riassumeva l’attività del vulcano: «Tutto è cominciato a gennaio con un grande buco – un «cratere a pozzo» come lo definiscono gli esperti – dove ha preso a concentrarsi l’attività esplosiva ed effusiva del vulcano. Da questo buco, apertosi alla base del versante orientale del Sud-Est, di volta in volta, il Gigante ha dato sfogo alla sua energia, vomitando nell’atmosfera milioni di tonnellate di materiale incandescente sotto forma di fontane di lava che hanno raggiunto un’altezza di centinaia di metri. E mentre dall’orlo del nuovo cratere il vulcano ha emesso copiose colate di fuoco, alle fontane di lava ha abbinato colonne di cenere che hanno raggiunto un’altezza di 9 chilometri, provocando la copiosa ricaduta di sabbia nera sui paesi pedemontani, sulla stessa Catania e lungo tutta la costa

Tracciato del tremore vulcanico registrato alla stazione ECNEZ dall’INGV l’8 settembre 2011

In particolare l’otto settembre, giovedì, ebbe inizio il 13° parossismo presso quello che ormai veniva definito il “nuovo cratere di sud-est”. Come da copione, in poche decine di minuti il tracciato del tremore vulcanico manifestò una ripida impennata, corrispondente all’aumento delle esplosioni che da stromboliane si trasformavano in fontane di lava: intorno alle ore 8:00 [Central European Summer Time (CEST)] cominciò lo spettacolo che si protrasse per poco più di due ore; infatti, terminata la fase parossistica, ancora secondo copione, altrettanto rapidamente la spinta energetica si esaurì e la calma ritornò alla sommità dell’Etna.

I venti dominanti portarono la colonna di tefra a riversarsi sui paesi del versante orientale etneo, mentre una modesta colata di lava si diresse nella sottostante Valle del Bove.

La guglia del Cratere di Sud-Est (foto S. Scalia)

Stavolta, però, qualcosa di diverso era accaduto: «L’ultimo parossismo, quello di giovedì scorso – spiegano i vulcanologi dell’Ingv – ha modificato ancora il cono piroclastico: due orli, quello meridionale e quello settentrionale sono cresciuti ancora in altezza, mentre continua a franare il fianco sud-orientale. È qui che un costone di roccia composto da scorie stratificate è stato ruotato e capovolto probabilmente dalla spinta del flusso lavico, creando una sorta di maestosa guglia alta una trentina di metri. Che, vista sotto un certo profilo, ha la forma che ricorda una “spina”, con pareti verticali e sub-verticali la cui consistenza appare molto precaria. E non è difficile prevedere che il prossimo parossismo cancellerà ogni traccia di questa straordinaria “scultura” della Natura». [da La Sicilia, edizione citata].

Una “scultura” effimera era apparsa nel fianco sud-orientale del cratere, una “guglia” che qualcuno definì pure col termine “spina”.

Come facilmente pronosticato, la vita di questa particolare struttura durò poco: soltanto undici giorni dopo, il 19 settembre, l’insorgere del 14° parossismo dell’anno cancellò quanto la Natura aveva creato in precedenza.

La guglia, o la spina, particolare formazione etnea (foto S. Scalia)

Ci rimangono però il ricordo e le immagini di quella strana formazione; ho avuto la possibilità di recarmi a quota 3000 metri il 17 di settembre, solo due giorni prima che sparisse. Nella fotogallery vengono riproposti alcuni scatti fotografici.

La particolare formazione del 2011 mi fa ricordare un’altra “guglia”, ben più grande di quella etnea e di diversa natura ed origine: la guglia formatasi alla Montagna Pelée, nella Martinica, in seguito alla terribile e mortale eruzione del 1902.

Foto di Alfred Lacroix tratte dall’opera La Montagne Pelée et ses éruptions (1904)

Il famoso vulcanologo Alfred Lacroix, nelle sue opere La Montagne Pelée et ses éruptions (1904) e La Montagne Pelée après ses eruptions (1908) la definì l’aguille terminale. In quel caso, però, la formazione rocciosa non si generò in seguito a dei crolli alla sommità del vulcano, ma fu creata dall’estrusione lenta di un magma particolarmente viscoso. La guglia si formò nel corso di circa 10 mesi, tra l’ottobre 1902 e l’agosto del 1903.

In quel caso la guglia raggiunse dimensioni notevoli, superando i 300 metri prima di essere lentamente smantellata da una successione di frane e crolli.

Con il titolo: a sinistra la guglia dell’Etna, a destra quella de La Montagne Pelée

 

 

 

 

 

 

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Le “stufe” di San Calogero e le terme siciliane https://ilvulcanico.it/le-stufe-di-san-calogero-e-le-terme-siciliane/ Fri, 30 Jan 2026 06:54:30 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26106 s di Santo Scalia  Nel dialetto siciliano il nome Calogero (di chiara derivazione greca, e che vale più o meno “bel/buon vecchio”, “che ha una buona vecchiaia”, dal greco καλός, bello/buono, e γέρων, anziano) diviene semplicemente Caloriu, e questo nome è foneticamente molto vicino al termine calore. Sarà per questo che, in passato, a certi luoghi nei […]

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s di Santo Scalia 

Nel dialetto siciliano il nome Calogero (di chiara derivazione greca, e che vale più o meno “bel/buon vecchio”, “che ha una buona vecchiaia”, dal greco καλός, bello/buono, e γέρων, anziano) diviene semplicemente Caloriu, e questo nome è foneticamente molto vicino al termine calore. Sarà per questo che, in passato, a certi luoghi nei quali si manifestavano segni di termalismo si associava la figura di San Calogero?

A parte la facile e scherzosa paretimologia sul nome (Calogero → Caloriu → calore), San Calogero, in Sicilia, lo troviamo presente in due distinti siti termali: a Lipari – l’isola più grande dell’arcipelago delle Eolie – e a Sciacca, in provincia di Agrigento.

Notizie certe sulla vita del Santo non ce ne sono: si attinge a leggende che si perdono nel tempo. Si dice che Calogero sia nato a Costantinopoli nel I° secolo, e che a Roma avesse incontrato l’apostolo Pietro. Di ritorno, avuto da Pietro il permesso di praticare una vita da eremita, pare si sia fermato nell’Isola di Lipari, e che poi si sia trasferito sull’Isola di Sicilia, precisamente a Sciacca.

Si dice pure, secondo un’altra versione della sua storia, che Calogero sia arrivato in Sicilia dall’Africa settentrionale, per sfuggire alle persecuzioni a cui erano soggetti i Cristiani. Originario della regione greca di Calcedonia, non visse nel primo secolo bensì tra il 466 ed il 561 d.C.; rifugiatosi sul Monte Kronio, presso Sciacca, guarì numerosi infermi con l’ausilio delle acque termali lì presenti.

Nell’iconografia popolare il Santo viene rappresentato in compagnia di una cerva. Questa, secondo la tradizione, ferita ad opera di un cacciatore, condivise col sant’uomo la grotta, e divenne nutrice dell’eremita elargendogli il suo latte.

Nella grotta dove visse la sua vecchiaia Calogero, e dove morì, il cacciatore pentito fece erigere una chiesetta che presto si trasformò in meta di pellegrinaggio. Tutto questo lo apprendiamo dalla leggenda e dalle tradizioni popolari.

In Sicilia, il culto del Santo nero (così infatti viene raffigurato) è molto sentito: Calogero infatti è venerato quale patrono di varie città, come Naro, in provincia di Agrigento; San Salvatore di Fitalia, in provincia di Messina; Petralia Sottana (in provincia di Palermo, dove Calogero ha rimpiazzato il precedente patrono San Giuseppe); Cesarò (in provincia di Messina, dove è patrono sin dal XV secolo); Campofranco (Caltanissetta);

Inoltre il Santo è compatrono di Agrigento e di Frazzanò (in provincia di Messina) ed è venerato in altre città siciliane, come a Santo Stefano di Quisquina, a Porto Empedocle ed ovviamente a Sciacca, dove è stato edificato un santuario sul Monte San Calogero, altro nome con cui è noto il Monte Kronio.

Lo storico domenicano saccense Tommaso Fazello, nella sua opera Le due deche dell’historia di Sicilia pubblicata nel 1573, così descrive il suddetto monte : «Questo monte si chiama hoggi, il monte di San Calogero, il qual Santo fu mandato quivi da San Pietro Apostolo a guarire indemoniati, al tempo, che detto monte si chiamava Monte Gemmarie, che son palme selvatiche, e la terra si chiamava Sacca [oggi Sciacca n.d.A.]. Dove havendo vissuto santamente il detto Calogero, si morì, e nella cima appresso a l’antro gli fu fatta una Chiesa molto venerata dal popolo per i suoi miracoli».

Brano tratto da Le due deche dell’historia di Sicilia di Tommaso Fazello del 1573, pag. 206Il 
Brano tratto da Le due deche dell’historia di Sicilia di Tommaso Fazello del 1573, pag. 206

Fazello fa riferimento anche agli ambienti termali oggi ancora esistenti, e denominati stufe: «Dentro a questo antro son certi sedili di pietra fatti per arte, e son posti intorno intorno, dove solevano sedere gli ammalati, e sono intagliate in ciascuno alcune lettere, le quali mostrano che sorte di mali si guariva stando in su quel sedile […]»

Le stufe di San Calogero a Lipari

Tra il 1776 ed il 1779 il pittore del Re Jean-Pierre-Laurent Hoüel realizzò una serie di disegni preparatori per le incisioni da inserire nell’edizione del Voyage pittoresque des isles de Sicilie, de Malte et de Lipari i cui volumi furono poi pubblicati a Parigi dal 1782  al 1787. La famosa illustrazione di Hoüel mostra chiaramente il principale utilizzo delle acque termali delle stufe liparote, quello terapeutico: vengono raffigurate infatti delle figure di infermi che, autosufficienti o meno, fruiscono del calore dei vapori che si sprigionano dalla terra in un ambiente la cui struttura ricorda l’architettura micenea, facendo anche uso di un locale di servizio adiacente.

L’interno della thòlos di Lipari (foto S. Scalia)

Riferimenti alle sorgenti calde di Lipari si trovano già nelle opere degli scrittori dell’antichità: già Diodoro Siculo, Plinio il Vecchio, Strabone ed altri autori scrivono di acque termali che scaturiscono all’interno di un’antica thòlos [traslitterazione del greco ϑόλος (n.d.A.)] e che si raccolgono in una vasca di epoca ellenistica.

Le terme in Sicilia

La parola “terme” [dal greco ϑερμαί, ovvero (sorgenti) calde] ricorre anche nella denominazione di alcune città siciliane: Alì Terme, in provincia di Messina; Terme Vigliatore, sulla costa tirrenica; Termini Imerese, in provincia di Palermo.

Ruderi delle terme romane ad Acireale (foto S. Scalia)

Già in epoca greca, e poi in quella romana, alcune località della Sicilia erano apprezzate per le ottime acque termali: ancora oggi alla periferia di Acireale, presso il monte Etna, possiamo ammirare i ruderi di un impianto termale romano.

Al giorno d’oggi la situazione delle terme siciliane non è propriamente rosea: ad Acireale per lungo tempo sono state apprezzate le rinomate “Terme di Santa Venera”, dove acque sulfuree di origine vulcanica venivano utilizzate per la produzione di fanghi a scopo terapeutico, ma purtroppo, a causa di problemi economici, dal 2015 le terme sono state poste in liquidazione e non sono più attive (fonte).

Alle terme di Sciacca, città che si affaccia sul Canale di Sicilia, dirimpetto all’Isola effimera di Ferdinandea, tutte le attività termali ed alberghiere sono attualmente sospese (fonte termesciaccaspa.it).

In provincia di Palermo, nella città di Termini Imerese, il rinomato complesso termale “[…]  venne chiuso nel 2015 dopo un lungo contenzioso tra il comune e il gestore. Scongiurata la messa all’asta e il pignoramento adesso c’è un bando per ristrutturarlo” (fonte rainews.it).

Sono attive invece le Terme Segestane, nel trapanese, in prossimità di Castellammare del Golfo, delle quali parlano già gli storici classici come Diodoro Siculo, Strabone e Plinio il Vecchio.

Le Terme Acqua Pia, presso Montevago, in provincia di Agrigento, sono aperte soltanto dei giorni di sabato e domenica.

Infine lo stabilimento delle Terme Marino, ad Alì Terme, come risulta dal sito ufficiale, avrebbe dovuto riaprire nel 2025

Con il titolo: Thermae in San Calogero, in the South-West of Lipari in una famosa incisione di Jean-Pierre-Laurent Hoüel 

 

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Lazzaro Spallanzani e l’Etna https://ilvulcanico.it/lazzaro-spallanzani-e-letna/ Sun, 09 Nov 2025 07:08:54 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=25946 di Santo Scalia Di Lazzaro Spallanzani (per l’esattezza di Lazaro Nicola Francesco Spallanzani) sicuramente avrete sentito parlare: se non per le sue ricerche sulla fecondazione artificiale, della quale è ritenuto il padre scientifico, probabilmente, tramite telegiornali e notiziari, per l’Istituto Nazionale Malattie Infettive di Roma, che porta il suo nome, o per l’Istituto Spallanzani di […]

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di Santo Scalia

Di Lazzaro Spallanzani (per l’esattezza di Lazaro Nicola Francesco Spallanzani) sicuramente avrete sentito parlare: se non per le sue ricerche sulla fecondazione artificiale, della quale è ritenuto il padre scientifico, probabilmente, tramite telegiornali e notiziari, per l’Istituto Nazionale Malattie Infettive di Roma, che porta il suo nome, o per l’Istituto Spallanzani di Rivolta d’Adda (Cremona), o ancora per il nome dell’Istituto Comprensivo di Scandiano, città natale dello scienziato.

INMI, Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma

Meno probabile, forse, è che ne abbiate sentito parlare come di uno dei tantissimi uomini di scienza che, tra l’altro, abbia visitato il vulcano Etna e che di questa visita ci abbia lasciato una descrizione.

Lazzaro, il cui nome ricorda miracolosi eventi evangelici, nacque nelle terre dell’odierna Provincia di Reggio Emilia, come già detto a Scandiano, il 12 gennaio 1729. Per volere del padre intraprese inizialmente studi letterari e a soli otto anni, vestì l’abito clericale.

In seguito, sempre per l’insistenza del padre, si indirizzò allo studio della giurisprudenza, nonostante la sua predilezione per le scienze naturali. Nel corso della sua vita si occupò di biologia, fisica e matematica; ma non solo, si interessò della riproduzione degli esseri viventi (confutando la tesi della generazione spontanea), di filosofia, di retorica, di storia naturale e della lingua greca.

Nel corso degli anni si convinse della grande utilità e dell’importanza del viaggio come metodo di indagine naturalistica. Fu così che nel giugno 1788, all’età di 59 anni, intraprese un viaggio nelle regioni dell’Italia meridionale, interessandosi particolarmente allo studio dei vulcani.

Esplorò quindi i Campi Flegrei, il Vesuvio, lo Stromboli e le altre isole dell’arcipelago delle Eolie, e il 3 settembre salì sull’Etna raggiungendo la vetta. Era il tempo del Grand Tour, particolare, e costosa, esperienza educativa in voga tra i più abbienti giovani studiosi europei.

Già prima di lui infatti, e durante il suo stesso secolo, altri illustri uomini di scienza e viaggiatori avevano eseguito e descritto l’ascensione alla vetta del vulcano siciliano: Johann Hermann von Riedsel; William Hamilton; Jean Paul Louis Laurent Houel; Patrick  Brydone; Friederich Münter; Deodat Dolomieu e altri ancora.

Il frutto delle sue osservazioni fu pubblicato a Pavia, in sei volumi, tra il 1792 ed il 1797, con il titolo Viaggi alle due Sicilie e in alcune parti dell’Appennino.

Ed è proprio sulla sua ascensione all’Etna che punteremo la nostra attenzione, avvalendoci dell’edizione milanese pubblicata nel 1825, un quarto di secolo dopo la morte dello scienziato. La descrizione dell’ascensione comincia nel capitolo VII:

«[…] Mi avviai la mattina del giorno 3 di settembre [1729 n.d.A.] al monte Etna, accompagnato tra gli altri da Carmelo Pugliesi e Domenico Mazzagaglia, due guide peritissime di quelle strade. […] Alle ore 10 del mattino pervenuto al villaggio di Nicolosi io mi ritrovava presso a Monte Rosso, che prima era un piano, dove nel 1669 si aperse la nuova voragine, e ne sgorgò la formidabile lava, che del continuo fluendo al basso arrivò fino al mare, dove fece una specie di promontorio. […] Si sa che questo monte è bicipite, così formato in quella eruzione, e in allora da’ paesani venne appellato Monte della Ruina, e dappoi Monte Rosso, probabilmente per varie sue parti di questo colore macchiate

Com’era d’uso a quel tempo la tappa successiva fu il Monastero Benedettino di San Nicolò La Rena, «[…] gradito ospizio pe’ forestieri che viaggiano all’Etna […]» dove il viaggiatore ebbe modo di riposare e rifocillarsi. Solo qualche ora di pausa, quindi:

«[…] prima che finisse il giorno giunsi alla Grotta delle Capre, tanto ricantata, quantunque non dia che un meschino alloggiamento di foglia e di paglia per restarvi la notte. […]»

Il viaggio continua nel successivo capitolo VIII: «Tre ore prima del giorno escito co’ miei compagni dalla Grotta delle Capre […] continuai il mio viaggio all’Etna. […] Dalla sua cima si alzavano due bianche colonne di fumo […]».

E finalmente lo studioso si trovò di fronte al Cono sommitale del vulcano: «Mi restava a valicare quel tratto che propriamente dee dirsi il cono dell’Etna, e che a retta linea ha di lunghezza un miglio, o poco più. Ripidissimo era ed insieme disegualissimo [sic] per le ammucchiate scorie che lo ingombravano».

Impiegò ben tre ore, in mezzo a mille difficoltà che così descrisse: «[…] nello scorrere o piuttosto strascinarmi sul rimanente di quella cima di monte, tra per non potere ascenderlo dirittamente, e per essere pendente in guisa che ad ogni momento doveva aggrapparmi a mani e a piedi; e struggendomi in sudore e trafelando, era necessitato di fermarmi, e prendere opportuni e replicati riposi. […]».

Poi, dopo aver affrontato ancora innumerevoli sforzi, «[…] superato quel luogo, e riacquistata a poco a poco la primiera presenza di mente, in breve d’ora mi ritrovai finalmente al vertice dall’Etna, e cominciava già a scorgere’ gli orli del cratere.[…]»

Sedutosi sul ciglio della depressione, lo scienziato cominciò ad eseguire le sue osservazioni: le pareti del baratro, la sua forma, l’apertura incandescente al fondo di essa, il fumo che da essa esalava. Gli vennero in mente le descrizioni dello stesso luogo eseguite in precedenza dal Cardinale Pietro Bembo e dal Domenicano Tommaso Fazello; una volta recuperate le forze, e volendo rientrare al Monastero prima che facesse notte, riprese la via del ritorno:

«[…] Ma non senza rincrescimento mi convenne in fine di allontanarmi da quella scena incantata, per aver divisato di dormire l’entrante notte a S. Niccolò dell’Arena, troppo memore del disagiato letto durissimo fornitomi dalla Grotta delle Capre […]».

L’opera di Spallanzani fu pubblicata, oltre che in Italia tra il 1792 ed il 1795, anche fuori dai confini nazionali: nel 1795, a Berna, apparve Voyages dans les Deux Siciles et dans quelques parties des Appennins; nel 1798, a Londra, fu pubblicato Travels in the Two Sicilies and some parts of the Appennines e l’anno successivo, a Parigi, fu data alle stampe l’opera con lo stesso titolo di quella bernese.

A partire dal 1769 lo scienziato si trasferì nella città di Pavia, nella cui Università insegnò Storia Naturale e diresse il locale Museo universitario. A Pavia Spallanzani morì l’11 febbraio 1799, dopo aver compiuto i 70 anni.

La città di Pavia, dove Spallanzani ha vissuto per trent’anni, ha mantenuto il vivo il ricordo della sua presenza realizzando nel 1972, il Collegio Lazzaro Spallanzani, con l’intenzione di ricordare l’illustre docente dell’Ateneo pavese. Inoltre l’Università di Pavia ha intitolato allo scienziato il suo Dipartimento di Biologia e Biotecnologie.

Oggi, a Scandiano, si trova il Centro Studi Lazzaro Spallanzani, fondato con l’intendo di “approfondire gli studi su Lazzaro Spallanzani, sul suo tempo, sulla sua vita di scienziato settecentesco”.

Nel 1979, nella ricorrenza del 180° anniversario dalla sua scomparsa, anche la filatelia ha voluto rendere omaggio allo scienziato, con l’emissione di un francobollo commemorativo e di una busta primo giorno di emissione (o first day cover):

L’opera di Spallanzani è stata riproposta in libreria nuovamente nel 1988 da Edizioni Giada, con la preziosa introduzione del vulcanologo Salvatore Cucuzza Silvestri. Successivamente, nel 1994, l’editore CUEN, ha pubblicato la sola parte relativa all’ascensione del 1788 con il titolo Viaggio all’Etna, avvalendosi della collaborazione del vulcanologo Paolo Gasparini.

La mia biblioteca personale accoglie le versioni elettroniche (ebooks) di tutte le edizioni citate nel testo (Pavia, Berna, Londra, Parigi e Milano), mentre i due volumi (quelli del 1988 e del 1994) trovano posto negli scaffali della mia biblioteca cartacea.

Con il titolo: Jose Armet Portanell, Lazzaro Spallanzani osserva un’eruzione del Monte Etna (particolare da MeisterDrucke) 

 

 

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Etna, 2 agosto 1929. Quella tragedia che turbò il mondo https://ilvulcanico.it/etna-2-agosto-1929-quella-tragedia-che-turbo-il-mondo/ Sat, 02 Aug 2025 04:40:36 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=25823 di Santo Scalia Mio padre, linguaglossese per nascita, aveva ancora 10 anni quando, il due di agosto del 1929, in paese giunse, passando di bocca in bocca, la triste notizia: in cima all’Etna una comitiva di escursionisti era stata sorpresa da un’improvvisa esplosione, c’erano dei feriti e, forse, anche dei morti! A portare la notizia […]

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di Santo Scalia

Mio padre, linguaglossese per nascita, aveva ancora 10 anni quando, il due di agosto del 1929, in paese giunse, passando di bocca in bocca, la triste notizia: in cima all’Etna una comitiva di escursionisti era stata sorpresa da un’improvvisa esplosione, c’erano dei feriti e, forse, anche dei morti!

A portare la notizia erano stati alcuni giovani, laceri, stravolti, stanchi, che fortunatamente non erano stati colpiti dai massi scagliati dall’esplosione e che, precipitosamente, erano scesi in paese. Da Piedimonte Etneo accorsero, trafelati, uomini della Milizia e parenti degli escursionisti, in attesa di notizie sui loro amici e congiunti, e tra questi anche “u patrozzu” (il padrino, n.d.A.) di mio padre, sperando che le voci che davano suo figlio per morto non fossero vere.

Il giovane Angelino Samperi aveva da poco finito gli studi scolastici: a diciotto anni aveva conseguito la maturità liceale e aveva voluto festeggiare il traguardo raggiunto con una gita sulla cima del vulcano, anche per godere della vista dell’alba insieme ad amici e parenti.

La comitiva dei “piamuntisi” (così venivano, e vengono tutt’ora indicati gli abitanti del paese di Piedimonte Etneo) era partita da Linguaglossa e si era ripromessa di arrivare in prossimità del Cratere dell’Etna in tempo per assistere al sorgere del sole; del gruppo facevano parte anche Giovanni Bonaccorso (indicato erroneamente da alcune fonti come Bonaccorsi, o Buonaccorso, di 42 anni), padrino del giovane Samperi, e il Tenente della Milizia di Piedimonte Etneo.

Ma «[…] ad un tratto, dal cratere subterminale di NE, partì un boato spaventoso ed una colonna imponente di fumo e cenere si levò solenne nell’immensità del cielo. Lo spostamento d’aria determinato dallo scoppio, fu così forte che i dodici componenti la comitiva, furono ributtati di parecchi metri dal luogo ove si trovavano, e sbandati pietosamente in preda a terrore e a pazza fuga. Quando si poterono raccogliere in luogo più sicuro, e si contarono, trovarono con vivo dolore che due mancavano all’appello. Riavutisi, e fatte affannosamente le ricerche, rinvennero uno solo dei due: un povero giovane, ferito a morte, che invocava aiuto. Era quello stesso che aveva organizzato la gita per festeggiare la propria maturità, conseguita in quei giorni».

 Questa descrizione la troviamo nell’edizione del libro L’Etna e le sue meraviglie di Domenico Andronico, pubblicata nel 1930, alla pagina 182 (nelle successive edizioni l’evento non venne più riportato). Andronico aggiunge un altro particolare riguardante il “povero giovane, ferito a morte, che invocava aiuto”: «Portato a casa a dorso di mulo, vi morì lungo la discesa». Proprio quest’ultimo particolare trova riscontro in due testimonianze di persone che all’epoca dei fatti si trovavano sul versante settentrionale dell’Etna. Tra queste, un giovane pastore di Castiglione di Sicilia e un linguaglossese illustre, Carmelo Greco (vedi ilVulcanico del 27 gennaio 2019), conosciutissimo personaggio che fu “il presidente” del Club Alpino Italiano di Linguaglossa: reggente della locale Sottosezione fino al 1957, quando il Consiglio Centrale del C.A.I. deliberò che la Sottosezione di Linguaglossa si costituisse in Sezione; Greco ne fu poi il presidente, fino all’età di 92 anni, ed in seguito fu presidente onorario fino alla scomparsa, avvenuta il 17 dicembre del 2005.

Particolare della testimonianza del Cav. Carmelo Greco, presso la Sede del CAI Linguaglossa (foto S.Scalia)

Ricevuta l’onorificenza dell’Ordine al Merito della Repubblica nel 1993, Carmelo Greco fu per tutti il Cavaliere. E proprio nella Sede della Sezione che oggi porta il suo nome, appesa a una parete, c’è una sua annotazione olografa che riassume i tragici eventi del 1929, descritti da Carmelo, allora quasi coetaneo di Angelino: «[…] Samperi, trasportato a dorso di mulo, moriva prima di arrivare in paese (Linguaglossa) in seguito a rottura del dorso spinale».

Ancora Andronico, nella già citata opera del 1930, aggiunge: «L’altro compagno, un uomo di 42 anni, fu trovato morto, il giorno appresso, da una spedizione di soccorso». L’uomo, inizialmente disperso, era proprio il padrino del giovane Samperi, Giovanni Bonaccorso.

Una squadra di soccorso era stata immediatamente organizzata, ed era partita da Linguaglossa nella serata dello stesso 2 agosto. Gravemente ferito (frattura di 4 costole, lesioni polmonari) Bonaccorso era riuscito a fasciarsi una mano e la fronte sanguinante, ma non era sopravvissuto alla notte. Altri quattro componenti della spedizione, tra cui il Tenente della Milizia di Piedimonte Etneo, subirono delle ferite per fortuna non gravi, come riportato dal quotidiano L’Ora del 3-4 agosto.

Anche il Cavaliere Greco ha lasciato la sua testimonianza a proposito del Bonaccorso: «Bonaccorsi [sic], finito ai margini del cratere di nord-est, ferito in seguito a caduta, restava tutta la nottata a quella altezza soffocato da gas tossici». Accanto al foglio da lui sottoscritto sono esposte delle fotografie: «Le foto documentano la messa in opera delle due lapidi a ricordo della tragica disgrazia e in sostituzione delle prime, distrutte da eruzioni successive».

Personalmente, frequento la cima dell’Etna da più di mezzo secolo e ricordo di aver visto, nelle mie prime escursioni ai crateri, una targa di marmo semisepolta alla base del Cratere di Nord Est a ricordo di quell’evento; poi l’ho rivista spezzata e infine… non l’ho più trovata, seppellita da tonnellate di massi e brandelli di lava che nel corso degli anni ’80 portarono il cratere di Nord Est a diventare allora la cima più alta dell’Etna.

La targa che nei primi anni ’70 era ancora presente alla base del Cratere di Nord-Est e relativa trascrizione

Sul quotidiano palermitano Giornale di Sicilia (Anno LXIX N. 185) del 3-4 agosto 1929 la triste notizia fu annunciata dal Professore Gaetano Ponte, direttore “dell’istituto vulcanico [sic] dell’Etna”, con un comunicato che fu poi ripreso da vari altri quotidiani.

Titoli dei quotidiani Giornale di Sicilia e L’Ora

Lo stesso quotidiano, nell’edizione del 3-4 agosto 1929, riportava in seconda pagina il seguente titolo: «Ripresa di fenomeni eruttivi dell’Etna – La morte di uno studente e la scomparsa di un gitante» e due comunicati diramati dal Prof. Ponte. Il primo di essi   illustrava la situazione dell’attività vulcanica, mentre il secondo raccontava dell’evento osservato da Alfio Barbagallo, custode dell’Osservatorio, e dalle guide Signorelli e Mazzaglia che dal versante meridionale accompagnavano una comitiva di gitanti al cratere: «[…]  improvvisamente fu avvertito un forte boato che fece scuotere la terra, mentre una colonna densissima di fumo nera e soffocante si sprigionava dal piccolo cono di nord-est avvolgendo tutti quelli della comitiva e provocando grande panico. A brevissima distanza di tempo si udì un secondo e più forte boato seguito da uno scoppio di gas, di cenere e di lapilli che investirono i gitanti i quali, per lo spostamento dell’aria, si videro abbattuti parecchi metri lontano. Seguì un fuggi-fuggi e gli stessi muli divennero irrequieti e si lanciarono di corsa verso i dirupi. I colpiti dalla caduta e dai lapilli emettevano grida strazianti di aiuto. Poco dopo, quando il fumo in parte si era dileguato, i gitanti cominciarono a chiamarsi l’uno con l’altro finché si poterono riunire a 300 metri dal luogo in cui erano stati sorpresi. Ne mancavano però due: il giovane Sampietri in onore del quale era stata promossa la gita ed il signor Giovanni Buonaccorso di anni 40».

Come già sappiamo, Samperi fu ritrovato moribondo poco dopo l’esplosione, mentre Bonaccorso, come riportato dal Giornale di Sicilia, nel numero del 5-6 agosto, fu ritrovato il giorno dopo da una spedizione guidata da Attilio Castrogiovanni e Angelino Rinaldi, entrambi del CAI di Linguaglossa: “La seconda vittima dell’escursione sull’Etna – Il cadavere del prof. Bonaccorsi rintracciato”.

Ho reperito due ricostruzioni di fantasia di quel tragico evento nelle copertine di due settimanali dell’epoca: l’Illustrazione del Popolo del 18 agosto 1929 e La Domenica del Corriere (stessa data); la prima, illustrata da Ortelli, nella didascalia riporta: “Un gruppo di gitanti, avvicinatosi al cratere dell’Etna per godervi il meraviglioso spettacolo del sorgere del sole, fu sorpreso da un improvviso risveglio del vulcano. Emissioni di gas e di lapilli colpirono i gitanti, i quali per lo spostamento d’aria furono lanciati parecchi metri lontano: due furono le vittime e parecchi i feriti”. La seconda, con l’illustrazione di Beltrame, scrive: «Una tragica gita: per festeggiare la conseguita licenza liceale un giovane di Catania si recava col padre e altre dieci persone a compiere un’ascensione sull’Etna. Ma quando già la comitiva era presso il cratere un improvviso risveglio del vulcano provocava l’uscita di gas e lapilli che investivano i gitanti uccidendone due, tra cui il festeggiato, e ferendone quattro».

Oltre ai giornali dell’isola, anche la stampa nazionale si occupò dell’evento; il quotidiano La Stampa di Torino (Anno 63 Num. 186 – pag. 6) e Il Regime Fascista di Cremona, entrambi nell’edizione del 4 agosto, riportavano la stessa notizia: “Alle ore 4,30 di oggi, mentre il custode dell’Osservatorio etneo, Alfio Barbagallo, e le guide Signorelli e Masoglio accompagnavano una comitiva di gitanti sull’Etna che volevano assistere alla levata del sole, avvertirono un fragore assordante e, fra bagliori rossigni videro sollevarsi sul cratere di nord-est una immensa nube oscura. Poco dopo cadde una pioggia di grossi lapilli. La comitiva poté mettersi in salvo ritornando subito all’osservatorio. Più tardi, purtroppo, altri due escursionisti investiti dai gas solforici morirono per asfissia. Il fenomeno durò circa un quarto d’ora…”

La notizia dell’evento superò i confini nazionali: anche in Francia, sulle pagine dei giornali L’Ouest-Éclair (del 4 agosto) e Le Populaire (5 agosto) apparvero dei trafiletti sull’incidente.

L’eco dell’episodio varcò anche l’oceano: nell’edizione del 3 agosto 1929, l’americano The Ogden Standard Examiner, dello stato dello Utah, così come l’Elyria Chronicle Telegram dell’Ohio, riportano la notizia: “Catania, Sicily, August 3 – An 18-year-old student is dead, one man is missing and four are recovering from injuries today from a shower of stones and small fragments of lava, from the main crater of the world famous-volcano, Mount Etna, as a result of an explosion from the peak which yesterday resumed activity”.

 L’evento colpì vivamente gli abitanti di Linguaglossa e di Piedimonte Etneo; lo Sci CAI Valligiani di Linguaglossa nel suoLibro d’Ororicorda le edizioni della COPPA A. SAMPERI che negli anni 1949, 1950, 1951 e 1955 volle organizzare a memoria di Angelino; il Comune di Piedimonte, presso il cui cimitero sono sepolti entrambi gli sfortunati, “vittime dell’audacia”, nel suo organo ufficiale Piedimonte Notizie N. 74 del giugno 2007 dedica due pagine al ricordo dei concittadini periti nella sciagura. L’incidente è ricordato anche dal vulcanologo Boris Behncke nel sito internet italysvolcanoes.com [“1929 (2 August) – 2 young men killed by a sudden explosion at Northeast Crater whose causes are uncertain. It is possible that this event was similar to those of 1979 and 1987”] ed è citato anche nel volume L’Etna e il mondo dei vulcani di Patanè, La Delfa e Tanguy, pubblicato a Catania dall’editore Maimone nel 2004.

Grazie alla cortesia dell’amico Antonio Cavallaro Monti, studioso e storico linguaglossese, abbiamo la possibilità di vedere due eccezionali fotografie della comitiva, scattate nel corso dell’ascesa verso la sommità del vulcano.

Oggi le spoglie di Angelino e Giovanni riposano in una tomba, simbolicamente realizzata con pietre vulcaniche, nel Cimitero di Piedimonte Etneo.

Altri eventi funesti sono avvenuti presso i crateri sommitali dell’Etna negli anni successivi: il 12 settembre del 1979, presso il cratere denominato Bocca Nuova, a causa di un’improvvisa esplosione freatomagmatica perirono 9 persone e 20 rimasero ferite. Il 15 aprile del 1987, in prossimità del Cratere di Sud-Est, i morti furono due.

Oggi la Protezione Civile vieta di raggiungere la zona sommitale del vulcano se non accompagnati dalle Guide Alpine Vulcanologiche e, in base allo stato di agitazione, il divieto può divenire assoluto. Resta, per quanti sforzi e quanti progressi si siano fatti, l’imprevedibilità di certi fenomeni vulcanici: nel settembre del ’79 dello scorso secolo, quando si verificò in quell’area il più tragico degli incidenti mortali, le guide erano presenti e nulla poterono fare nel prevenire l’evento.

La «suprema visione di bellezze incomparabili» impone dei rischi, a volte anche mortali.

Un sentito ringraziamento va alla Sezione del Club Alpino Italiano di Linguaglossa, alla Famiglia Greco (erede e detentrice dell’immenso archivio di documenti che fu del Cavaliere Greco), agli amici Antonio Cavallaro Monti e Pippo Raiti che tanto mi sono stati di aiuto nella ricostruzione degli eventi e nella stesura di questo testo.

Con il titolo: particolare dalla Domenica del Corriere del 18 agosto 1929 (Collezione S.Scalia) 

 

 

 

 

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E il vulcano nacque in un giardino! https://ilvulcanico.it/e-il-vulcano-nacque-in-un-giardino/ Sun, 22 Jun 2025 05:19:56 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=25681 di Santo Scalia Le aree vulcaniche, si sa, sono soggette a rischi di vario genere, quali le manifestazioni sismiche, le invasioni laviche, le abbondanti ricadute di piroclastiti, i flussi piroclastici e l’apertura di nuove fratture; a volte, però, un altro pericolo si aggiunge a quelli già indicati: la nascita di un nuovo cratere o di […]

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di Santo Scalia

Le aree vulcaniche, si sa, sono soggette a rischi di vario genere, quali le manifestazioni sismiche, le invasioni laviche, le abbondanti ricadute di piroclastiti, i flussi piroclastici e l’apertura di nuove fratture; a volte, però, un altro pericolo si aggiunge a quelli già indicati: la nascita di un nuovo cratere o di un nuovo vulcano.

La nascita di un nuovo cono eruttivo è avvenuta, ad esempio, nell’area vulcanica campana dei Campi Flegrei (nel 1538), o, più recentemente, nel Messico (nel 1943).

Sull’Etna non è mai avvenuto che un nuovo cratere nascesse là dove si trovasse un preesistente insediamento urbano, ma, come vedremo, molto vicino!

Monte Nuovo, nato tra le case del paese medievale di Tripergole (foto Jean-Claude Tanguy)

1538 – Nasce il Monte Nuovo, nell’abitato di Tripergole ai Campi Flegrei

L’ultima eruzione avvenuta ai Campi Flegrei risale al 1538: nei due anni precedenti l’inizio dell’eruzione si era intensificata l’attività sismica fino a quando, il 29 settembre del 1538, come racconta Marco Antonio Delli Falconi, le prime bocche si aprirono presso l’abitato di Tripergole; nella notte l’intero paese fu ricoperto da ceneri e pomici, mischiate con acqua.

Incisione da Dell’incendio di Pozzuolo di Marco Antonio Delli Falconi, 1938

Come già descritto in un precedente articolo su ilvulcanico.it «[…] la gente di Pozzuoli abbandonò le case, mentre il mare si era ritirato lasciando in secca barche e un gran numero di pesci morti. L’eruzione proseguì per due giorni e due notti con continui lanci di materiale dal cratere e sbuffi di pomici e ceneri. Cinque giorni dopo l’inizio, dove prima vi era una vallata, si era formato un monte (denominato subito Monte Nuovo) che seppellì il castello di Tripergole e l’area circostante fino al lago d’Averno. Alla sommità del monte, il cratere che si formò raggiunse la circonferenza di un quarto di miglio

La popolazione riuscì a fuggire dal paese prima che l’eruzione cominciasse, senonché, il sei ottobre, quando tutto sembrava finito, alcuni curiosi che si trovano sulla cima del nuovo rilievo vennero sorpresi da un improvviso lancio di materiale incandescente: sembra che oltre venti persone non vennero più ritrovate!

 

 

1669 – Nasce il Monte della Ruina, presso Nicolosi, sull’Etna

L’11 marzo del 1669 a poche centinaia di metri dal paese di Nicolosi, nel versante meridionale del vulcano, una lunga frattura si aprì da quota 2800 m. circa (presso Monte Frumento) fino a quota 600 m., in prossimità dell’abitato.

Brano da Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669, di Tommaso Tedeschi Paternò

Tommaso Tedeschi Paternò, autore dell’opera Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669, avendo vissuto in prima persona i funesti eventi di quell’anno, così descrive la nascita del nuovo cratere, a pochissima distanza dall’abitato del paese di Nicolosi: «[…] non da una, ma da cinque horride fauci venne à sboccare con tal empito, e vehemenza, che sempre, qual Briareo d’inferno in nuove, e nuove braccia, e scagliando tuttavia in aria tanto gran copia d’infuocati petroni, che cadendo poi in giù si ammontarono in due altissime montagne, la di cui altezza un mezzo miglio oltrepassa».

Il cratere non si aprì tra le case del paese, ma poco distante, comunque lì dove i nicolositi svolgevano le proprie attività dedicandosi alle coltivazioni e alla pastorizia. In ogni caso l’intensa attività sismica che precedette l’eruzione e la ricaduta di arena e lapilli sui tetti delle abitazioni causarono ingenti danni all’abitato.

1943 – Nasce il Paricutin, in un campo di granturco

Nel febbraio del 1943, a partire dal giorno 5, una serie di scosse sismiche mise in agitazione gli abitanti di due paesini del Messico, Paricutìn e Parangaricutiro che contavano circa 4000 anime, dedite principalmente alla pastorizia e all’all’agricoltura.

Il campo di Dionisio Pulido (collezione personale)

Il 20 di febbraio Dionisio Pulido, come ogni mattina, era andato al suo podere e stava badando alle sue pecore quando vide apparire due piccoli getti di fumo bianco, che presto si trasformarono, secondo le sue stesse parole, in “grandi colonne di fumo e grandi fiamme“. Contemporaneamente, brontolii sotterranei e scosse sismiche sempre più violente si moltiplicarono; poi, nello stesso giorno, si udirono ripetute esplosioni, e infine un’alta e possente colonna di vapore che trasportava pietre e polvere eruttò dal terreno.

Ai primi segni di questa attività sotterranea, il testimone corse a casa e poi, con la moglie, si recò dalle autorità comunali per riferire ciò che aveva appena visto, mentre dal villaggio si sentiva già il rumore di violente esplosioni.

La mattina del giorno dopo, sul presto, parecchie persone si avvicinarono al luogo in cui si era verificato il fenomeno e poterono vedere che si era già formato un cumulo alto circa 30 metri. Nel campo di Dionisio Pulido era sorto un nuovo vulcano!

Solo due giorni dopo, il 23, il nuovo cono aveva raddoppiato la sua altezza e misurava già circa 60 metri. La crescita del nuovo vulcano continuò a causa dell’accumulo di pietre, bombe, scorie, sabbia e ceneri costantemente scagliate verso l’alto dal fondo del cratere, fino a raggiunge un’altezza di 424 metri rispetto al terreno coltivato in cui era nato, raggiungendo un diametro di circa 1.350 metri alla base, con una forma leggermente ellittica.

L’eruzione si protrasse per 9 anni e 12 giorni; del campo di Pulido non rimase nulla, se non un cono vulcanico e un’arida distesa di lava.

Resti della chiesa di Paricutin (collezione personale)

Quando terminò l’eruzione, nel 1952, i due centri abitati Paricutín e San Juan Viejo Parangaricutiro erano scomparsi. Per la precisione, di San Juan Viejo restò visibile – e lo è tutt’ora – solo la torre campanaria sinistra della chiesa, parte della facciata e la parete posteriore con l’altare. Non ci furono vittime.

L’area dello stato di Michoacàn, dove era sorto il vulcano denominato proprio Paricutin, non era però nuova ad eventi del genere: solo 184 anni prima, nel settembre del 1759, un altro vulcano, molto simile al Paricutin, il Jorullo”, era apparso in mezzo a un campo di canna da zucchero, 80 km a sud-est della posizione di Paricutin.

Considerazioni finali

Nell’area del vulcano Etna sono numerosi i coni piroclastici sorti a quote oggi intensamente urbanizzate ma, per fortuna, disabitate all’epoca della formazione degli stessi.

L’intensa urbanizzazione del versante meridionale dell’Etna (foto S. Scalia)

Così si trovano oggi in contesti intensamente urbanizzati i crateri denominati Monte Serra (ad appena 5,5 chilometri da Acireale, ma a poche centinaia di metri da altri agglomerati); Monte Troina (presso Pedara); Mompileri e Monti Rossi, presso Nicolosi; Tremonti, Monpeloso, Monte Rosso (presso l’omonimo abitato di Monterosso) ed altri ancora.

E lì dove in un passato, anche remoto, si è verificato l’evento dell’apertura di un nuovo cratere, non si può certamente escludere che l’evento non si riproponga, anche in un futuro lontano.

Se vi è capitato di effettuare un’escursione sulla cima dei Monti Rossi di Nicolosi, o anche a quote più elevate, per esempio alla Montagnola (2600 m.ca.), avrete avuto modo di verificare come tutto il territorio che si estende da Nicolosi fino alla città di Catania sia un continuum di case, ville e paesi; praticamente senza soluzione di continuità!

E, senza voler aggiungere altro, lascio a ciascuno dei lettori le considerazioni del caso.

Per chi volesse approfondire gli argomenti trattati ecco alcuni riferimenti bibliografici:

Delli Falconi Marco Antonio – Dell’incendio di Pozzuolo – 1538

Boccardi Vincenzo – Monte Nuovo – storia di un ambiente vulcanico – 1997

Boccardi Vincenzo – L’eruzione del Monte Nuovo nei Campi Flegrei -1538 – 2018

 Tomaso Tedeschi – Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669

Borelli Alfonsus – Historia et meteorologia incendii Aetnae – 1670

 Ordoñez Ezequiel   – Un nouveau volcan mexicain : le Paricutìn – 1945

Luhr James F. – Parìcutin, the volcano born in a Mexican cornfield – 1993

 Con il titolo: il campo di Dionisio Pulido (collezione personale Santo Scalia)

 

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Flussi piroclastici nel mondo … e sull’Etna https://ilvulcanico.it/flussi-piroclastici-nel-mondo-e-anche-sulletna/ Wed, 04 Jun 2025 16:00:53 +0000 http://ilvulcanico.it/?p=18820 di Santo Scalia La più famosa eruzione vulcanica della storia, universalmente conosciuta, sicuramente è quella del Monte Vesuvio avvenuta nell’anno 79 dopo Cristo, probabilmente il 24 ottobre. Al termine della sequenza esplosiva del vulcano, probabilmente nella mattina del 25, il collasso completo della colonna eruttiva determinò la formazione di flussi piroclastici che causarono la distruzione […]

L'articolo Flussi piroclastici nel mondo … e sull’Etna proviene da Il Vulcanico.

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di Santo Scalia

La più famosa eruzione vulcanica della storia, universalmente conosciuta, sicuramente è quella del Monte Vesuvio avvenuta nell’anno 79 dopo Cristo, probabilmente il 24 ottobre.

Al termine della sequenza esplosiva del vulcano, probabilmente nella mattina del 25, il collasso completo della colonna eruttiva determinò la formazione di flussi piroclastici che causarono la distruzione dell’area di Ercolano, Pompei e Stabia.

Cosa sono i flussi piroclastici? L’aggettivo piroclàstico [composto di piro– e clastico] è attribuito a “quei materiali che devono la loro genesi alle fasi esplosive del vulcanismo” [Treccani]. Cercando di essere più chiari, un prodotto piroclastico è quindi qualcosa che deve la sua formazione all’azione congiunta del fuoco (dal gr. πῦρ πυρός, «fuoco») e della frammentazione (dal greco κλαστός, «spezzato, sminuzzato», dal verbo κλάζω). Di questo fenomeno si è già parlato su questo blog (ilVulcanco.it), ma qui voglio ricordare alcuni aspetti legati alla storia del nostro vulcano, l’Etna.

Una colata piroclastica, detta anche flusso piroclastico o nube ardente, è formata dal letale miscuglio di gas ad alta temperatura, granuli di lava, ceneri vulcaniche e massi di varie dimensioni che rotola giù lungo i pendii del vulcano, con un enorme potere distruttivo nella sua discesa dato dall’energia cinetica acquistata per azione gravitazionale e dall’alta temperatura dei suoi componenti.

L’Etna spesso viene visto come un vulcano dalle abitudini prevalentemente effusive. Ma analizzando l’attività, anche remota, della nostra montagna vediamo che sull’Etna si sono verificati episodi di attività esplosiva particolarmente intensi, e che flussi piroclastici sono scesi anche lungo i suoi fianchi. E ciò non solo in epoche remote, ma anche in tempi recentissimi!

Proprio qualche giorno fa, nella mattinata del 2 giugno, nel corso del quattordicesimo episodio eruttivo avvenuto nell’anno in corso, il crollo di una parte del cono del Cratere di Sud-Est ha dato origine ad una valanga piroclastica che è scesa velocemente in direzione della Valle del Leone nella quale si è inoltrata per più di tre chilometri.

Il web pullula di immagini spettacolari e preoccupanti che mostrano l’enorme nuvola scura che si espande sulle pendici nord-orientali del vulcano, mentre numerosi turisti ed escursionisti osservano, affascinati e/o terrorizzati, l’evoluzione del fenomeno.

Un’idea di quanto accaduto si può avere guardando il video realizzato dal sito Etna 4 Seasons ( www.etna4seasons.it ) che ringraziamo per averne gentilmente concesso la riproduzione:

https://www.facebook.com/share/v/1AHUYpdfZB/

Fortunatamente non ci sono state vittime! Così non sarebbe stato se il crollo di parte del Cratere fosse stato più esteso; se il vento non avesse indirizzato, proprio in quei minuti, il flusso in direzione della Valle del Leone e non verso luoghi vicini, quali Pizzi Deneri e Piano delle Concazze; se, anziché la parte settentrionale, a crollare fosse stata quella meridionale, cosa che avrebbe indirizzato il mortale flusso in direzione del frequentatissimo Piano del Lago.

Ci si può porre una domanda: in passato erano già accaduti eventi del genere?

All’incirca 15.000 anni fa «durante un’intensa fase esplosiva caratterizzata da una serie di eruzioni pliniane, che hanno causato la formazione di una caldera» fu prodotta «una serie di depositi piroclastici ampiamente distribuiti sui fianchi dell’Etna» (dal blog IlVulcanico, 5 gennaio 2020).

Flusso piroclastico del 2006 (credits M.D.V. Etna Walk)

Ma anche nel passato recente si sono verificati flussi piroclastici lungo i pendii etnei: alcuni erano già stati osservati sull’Etna nel 2006 – come di seguito documentato dalla foto gentilmente concessa da Giuseppe Distefano (EtnaWalk) – nel 2012 (grazie alla impressionante testimonianza dell’amico Saro Barbagallo (vedi filmato) e nel 2013, foto realizzata dall’Autore

Un modesto flusso piroclastico originato nel corso dell’attività parossistica del Cratere di Sud-Est del 27 aprile 2013

«Nel mattino del 11 febbraio 2014, alle ore 06:07 GMT (=ore locali -1), dal basso versante orientale del cono del Nuovo Cratere di Sud-Est (NSEC) dell’Etna, si è staccato un volume di roccia instabile e parzialmente calda, formando una sorta di frana o valanga dall’aspetto molto simile ad un flusso piroclastico, che in circa un minuto è scesa sulla ripida parete occidentale della Valle del Bove, arrestandosi sul terreno più pianeggiante sul fondo della Valle […] Il flusso si è rapidamente allargato mentre avanzava sul campo lavico del 2008-2009, ricoprendolo quasi per intero, e raggiungendo il fondo della Valle del Bove con un fronte largo circa 1 km.». Così veniva descritto l’evento in un “aggiornamento” emesso dall’Ingv alle ore 08:20 di quel giorno.

 

Un modesto flusso piroclastico originato nel corso dell’attività parossistica del Cratere di Sud-Est del 27 aprile 2013

Il video della registrazione dell’evento dell’11 febbraio 2014 (ripreso dalla telecamera termica dell’INGV-Osservatorio Etneo posta a Monte Cagliato, sul fianco orientale dell’Etna) si può ammirare sul canale internet Youtube.

In seguito a questo episodio, che in altre situazioni avrebbe potuto anche avere conseguenze tragiche, la Prefettura di Catania vietò le escursioni, oltre che alle alte quote, anche nella parte alta della Valle del Bove. L’accesso alla Valle rimase vietato fino all’agosto dello stesso anno.

Flusso piroclastico del 2015 (immagine gentilmente concessa da G. Distefano – Etna Walk)

Nel 2015 nuovamente un episodio sull’Etna, documentato ancora una volta da Giuseppe Distefano (Etna Walk) e reperibile su Youtube.

Dal Bollettino settimanale Etna del 15/12/2020 pubblicato dall’INGV-OE di Catania

E ancora nella notte tra il 13 ed il 14 dicembre 2020, in concomitanza con un’intensa attività esplosiva al Cratere di Sud-Est, non uno, ma tre flussi piroclastici si sono distesi nell’alta area meridionale del vulcano; è stato sempre l’INGV (Bollettino settimanale Etna del 15/12/2020 – pagina 2) a darcene notizia: «[…] alle 22:15 si osservava un piccolo flusso piroclastico che si propagava dal fianco Sud-Ovest del SEC in direzione SSO. Alle 22:16, questo flusso si era già fermato e se ne generava un successivo più energetico, che ricalcando lo stesso percorso si espandeva per circa 2 km di distanza dal SEC in un tempo di ~40 sec (~50 m s-1), superando abbondantemente ad Ovest M.te Frumento Supino. Alle 22:30, si osservava un terzo flusso piroclastico di minore entità che si espandeva sempre in direzione SSO».

La didascalia allegata all’immagine chiarisce le varie fasi: “(a) fontana di lava e primo flusso piroclastico dal SEC osservati dalla telecamera termica della Montagnola (Sud) il 13 dicembre 2020. (b-k) sequenza della messa in posto del secondo flusso piroclastico dal SEC ripresa dalla telecamera termica di Nicolosi in 13 dicembre 2020 (Sud); (d) espansione del terzo flusso piroclastico dal SEC registrata dalla telecamera termica della Montagnola (Sud) il 13 dicembre 2020”.

Ma non è finita: nel corso dell’attività esplosiva ed effusiva del Cratere di Sud-Est (16 febbraio 2021) si è verificato un ulteriore flusso piroclastico, anche se di modesta entità. In rete si può vedere il filmato dell’evento, realizzato dall’Ingv, e quelle qui accanto sono alcune foto realizzate dal vulcanologo Boris Behncke.

 

Per completare l’informazione aggiungiamo alla lista anche un piccolo flusso, originato dal crollo parziale dell’orlo craterico del Sud-Est avvenuto in concomitanza con il 6° parossismo, quello del 24 febbraio.

Forse dobbiamo rivedere il nostro modo di avvicinarci alle quote più alte dell’Etna: fenomeni che credevamo non appartenessero al nostro vulcano, o che fossero soltanto dei ricordi di fasi evolutive molto lontane nel tempo, sono invece più frequenti di quanto non ci aspettassimo. Trovarsi nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, può risultare fatale.

E nel resto del mondo?

Particolare dalla carta dell’isola di Martinica di Juan Lopez (1781)

La storia degli eventi vulcanici avvenuti in epoca recente ci porta a ricordare una delle più note e catastrofiche colate piroclastiche accaduta nell’isola della Martinica: nella primavera del 1902 il vulcano chiamato la Montagna Pelée cominciò a dare segni di irrequietezza che sfociarono, l’8 maggio, in una catastrofica eruzione che distrusse completamente la città di Saint-Pierre, fiorente porto commerciale posto lungo la costa sud-occidentale, e uccise in pochi istanti i suoi più di 28.000 abitanti.

Frontespizio dell’opera di Lacroix (biblioteca personale)
Nuée ardente ( foto A. Lacroix – collezione personale)

Nel 1904 il vulcanologo Alfred Lacroix pubblicò un’opera imponente (in due volumi), descrivendo minuziosamente l’eruzione della Pelée in tutti i suoi espetti; in quell’occasione coniò il termine nuée ardente (cioè nube ardente), che ben rende l’idea del fenomeno che si era verificato, e che venne osservato e fotografato ancora il 16 dicembre ed il 25 gennaio dello stesso anno.

L’opera, dal titolo La Montagne Pelée et ses éruptions, è oggi disponibile oltre che come ristampa anastatica dei due volumi originali, anche in edizione digitale e resa fruibile gratuitamente al link della Bibliothèque numerique en histoire des sciences dell’Université de Lille, qui di seguito indicato :  IRIS.

 

La città di Sain-Pierre dopo la distruzione (cartolina postale – collezione personale)

La città di Sain-Pierre, come già detto, fu completamente rasa al suolo: rimasero in piedi solo alcuni dei muri orientati nella stessa direzione del flusso piroclastico e… la prigione, con dentro uno dei due soli sopravvissuti nella città: un detenuto, Auguste Ciparis – riportato spesso come Ludger Sylbaris – che, benché ustionato, si salvò grazie agli spessissimi muri della cella e alla posizione della finestra, rivolta dalla parte opposta al flusso.

Auguste Ciparis, in una cartolina d’epoca (collezione personale)
Manifesto del Circo Barnum & Baile – il sopravvissuto nella “silent city of death”

L’altro scampato alla morte, Léon Compère-Léandre, si trovava alla periferia della città e rimase miracolosamente vivo nonostante le ustioni e le ferite. Contrariamente a Ciparis che, liberato ed ottenuta la grazia, divenne una star internazionale grazie al Circo Barnum & Baile che lo portò in giro per il modo come attrazione mirabile, l’uomo sopravvissuto al giorno del giudizio”, Léon fu presto dimenticato.

Lo spettacolo che si presentò ai soccorritori fu tremendo, cadaveri o parti di essi erano sparsi un po’ dovunque. Si calcolò che la nube ardente avesse raggiunto la città in circa due minuti, alle 7:52, avendo viaggiato a circa 150 chilometri orari!

Purtroppo la Montagna Pelée non è il solo vulcano, oltre al Vesuvio, sul quale si verificano tali fenomeni. Oltre che dal collasso gravitazionale della colonna eruttiva non più sostentata dalla forza dei gas nel corso di una eruzione di tipo pliniano, tali valanghe si generano anche in seguito al crollo di parte dell’apparato vulcanico sommitale.

Nello stesso arcipelago di isole caraibiche, le Piccole Antille, anche un altro vulcano ha dato origine a flussi piroclastici, il vulcano Soufrière Hills nell’isola di Montserrat; il vulcano è tornato in attività nel 1995 dopo un lungo periodo di quiescenza, ha distrutto completamente la capitale dell’isola, Plymouth. Inoltre tanti altri vulcani della cosiddetta cintura di fuoco circumpacifica presentano manifestazioni di questo tipo: a titolo di esempio ricordiamo il Monte Sinabung (in Indonesia, Gunung Sinabung nella lingua locale), il vulcano filippino Mayon (sull’isola di Luzon, nelle Filippine), Il Pinatubo, sempre nelle Filippine, il vulcano Merapi (nell’isola di Giava in Indonesia) che nell’ottobre-novembre 2010 ha generato flussi piroclastici che hanno determinato la morte di 353 persone.

il Monte Unzen  (Unzendake, in Giappone, ad est di Nagasaki, nell’isola di Kyushu) è anche tristemente noto per aver causato, nel 1991 e sempre a causa di nubi ardenti, la morte dei noti coniugi vulcanologi francesi Katia e Maurice Krafft, oltre che di una quarantina di giornalisti e reporters.

In Italia non solo il Vesuvio (che ha generato modesti flussi piroclastici anche nel corso della sua ultima eruzione, quella del 1944) ma anche lo Stromboli nel 1930, e più recentemente nel corso delle cosiddette esplosioni maggiori del 3 luglio e del 28 agosto 2019, ha generato dei flussi piroclastici.

Per saperne di più sui vulcani di cui si è parlato, ma anche di tanti altri, può essere interessante consultare il Dictionaire des Volcans scritto dal vulcanologo Jean-Claude Tanguy e dal geologo Dominique Decobeq – redattore della  Revue de L.A.V.E (L’Association Volcanologique Européenne) – e pubblicato nel 2009 dalle Editions Jean-Paul Gisserot.

Con il titolo: Etna, il flusso piroclastico del 2 giugno 2025 (Foto Salvatore Lo Giudice)

 

 

 

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Flussi piroclastici sull’Etna e nel mondo https://ilvulcanico.it/flussi-piroclastici-sulletna-e-nel-mondo/ Wed, 04 Jun 2025 15:07:53 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=25672 di Santo Scalia La più famosa eruzione vulcanica della storia, universalmente conosciuta, sicuramente è quella del Monte Vesuvio avvenuta nell’anno 79 dopo Cristo, probabilmente il 24 ottobre. Al termine della sequenza esplosiva del vulcano, probabilmente nella mattina del 25, il collasso completo della colonna eruttiva determinò la formazione di flussi piroclastici che causarono la distruzione […]

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di Santo Scalia

La più famosa eruzione vulcanica della storia, universalmente conosciuta, sicuramente è quella del Monte Vesuvio avvenuta nell’anno 79 dopo Cristo, probabilmente il 24 ottobre.

Al termine della sequenza esplosiva del vulcano, probabilmente nella mattina del 25, il collasso completo della colonna eruttiva determinò la formazione di flussi piroclastici che causarono la distruzione dell’area di Ercolano, Pompei e Stabia.

Cosa sono i flussi piroclastici? L’aggettivo piroclàstico [composto di piro– e clastico] è attribuito a “quei materiali che devono la loro genesi alle fasi esplosive del vulcanismo” [Treccani]. Cercando di essere più chiari, un prodotto piroclastico è quindi qualcosa che deve la sua formazione all’azione congiunta del fuoco (dal gr. πῦρ πυρός, «fuoco») e della frammentazione (dal greco κλαστός, «spezzato, sminuzzato», dal verbo κλάζω). Di questo fenomeno si è già parlato su questo blog (ilVulcanco.it), ma qui voglio ricordare alcuni aspetti legati alla storia del nostro vulcano, l’Etna.

Una colata piroclastica, detta anche flusso piroclastico o nube ardente, è formata dal letale miscuglio di gas ad alta temperatura, granuli di lava, ceneri vulcaniche e massi di varie dimensioni che rotola giù lungo i pendii del vulcano, con un enorme potere distruttivo nella sua discesa dato dall’energia cinetica acquistata per azione gravitazionale e dall’alta temperatura dei suoi componenti.

L’Etna spesso viene visto come un vulcano dalle abitudini prevalentemente effusive. Ma analizzando l’attività, anche remota, della nostra montagna vediamo che sull’Etna si sono verificati episodi di attività esplosiva particolarmente intensi, e che flussi piroclastici sono scesi anche lungo i suoi fianchi. E ciò non solo in epoche remote, ma anche in tempi recentissimi!

Proprio qualche giorno fa, nella mattinata del 2 giugno 2025, nel corso del quattordicesimo episodio eruttivo avvenuto nell’anno in corso, il crollo di una parte del cono del Cratere di Sud-Est ha dato origine ad una valanga piroclastica che è scesa velocemente in direzione della Valle del Leone nella quale si è inoltrata per più di tre chilometri.

Il web pullula di immagini spettacolari e preoccupanti che mostrano l’enorme nuvola scura che si espande sulle pendici nord-orientali del vulcano, mentre numerosi turisti ed escursionisti osservano, affascinati e/o terrorizzati, l’evoluzione del fenomeno.

Un’idea di quanto accaduto si può avere guardando il video realizzato dal sito Etna 4 Seasons ( www.etna4seasons.it ) che ringraziamo per averne gentilmente concesso la riproduzione:

https://www.facebook.com/share/v/1AHUYpdfZB/

Fortunatamente non ci sono state vittime! Così non sarebbe stato se il crollo di parte del Cratere fosse stato più esteso; se il vento non avesse indirizzato, proprio in quei minuti, il flusso in direzione della Valle del Leone e non verso luoghi vicini, quali Pizzi Deneri e Piano delle Concazze; se, anziché la parte settentrionale, a crollare fosse stata quella meridionale, cosa che avrebbe indirizzato il mortale flusso in direzione del frequentatissimo Piano del Lago.

Ci si può porre una domanda: in passato erano già accaduti eventi del genere?

All’incirca 15.000 anni fa «durante un’intensa fase esplosiva caratterizzata da una serie di eruzioni pliniane, che hanno causato la formazione di una caldera» fu prodotta «una serie di depositi piroclastici ampiamente distribuiti sui fianchi dell’Etna» (dal blog IlVulcanico, 5 gennaio 2020).

Flusso piroclastico del 2006 (credits M.D.V. Etna Walk)

Ma anche nel passato recente si sono verificati flussi piroclastici lungo i pendii etnei: alcuni erano già stati osservati sull’Etna nel 2006 – come di seguito documentato dalla foto gentilmente concessa da Giuseppe Distefano (EtnaWalk) – nel 2012 (grazie alla impressionante testimonianza dell’amico Saro Barbagallo (vedi filmato) e nel 2013, foto realizzata dall’Autore

Un modesto flusso piroclastico originato nel corso dell’attività parossistica del Cratere di Sud-Est del 27 aprile 2013

«Nel mattino del 11 febbraio 2014, alle ore 06:07 GMT (=ore locali -1), dal basso versante orientale del cono del Nuovo Cratere di Sud-Est (NSEC) dell’Etna, si è staccato un volume di roccia instabile e parzialmente calda, formando una sorta di frana o valanga dall’aspetto molto simile ad un flusso piroclastico, che in circa un minuto è scesa sulla ripida parete occidentale della Valle del Bove, arrestandosi sul terreno più pianeggiante sul fondo della Valle […] Il flusso si è rapidamente allargato mentre avanzava sul campo lavico del 2008-2009, ricoprendolo quasi per intero, e raggiungendo il fondo della Valle del Bove con un fronte largo circa 1 km.». Così veniva descritto l’evento in un “aggiornamento” emesso dall’Ingv alle ore 08:20 di quel giorno.

 

Un modesto flusso piroclastico originato nel corso dell’attività parossistica del Cratere di Sud-Est del 27 aprile 2013

Il video della registrazione dell’evento dell’11 febbraio 2014 (ripreso dalla telecamera termica dell’INGV-Osservatorio Etneo posta a Monte Cagliato, sul fianco orientale dell’Etna) si può ammirare sul canale internet Youtube.

In seguito a questo episodio, che in altre situazioni avrebbe potuto anche avere conseguenze tragiche, la Prefettura di Catania vietò le escursioni, oltre che alle alte quote, anche nella parte alta della Valle del Bove. L’accesso alla Valle rimase vietato fino all’agosto dello stesso anno.

Flusso piroclastico del 2015 (immagine gentilmente concessa da G. Distefano – Etna Walk)

Nel 2015 nuovamente un episodio sull’Etna, documentato ancora una volta da Giuseppe Distefano (Etna Walk) e reperibile su Youtube.

Dal Bollettino settimanale Etna del 15/12/2020 pubblicato dall’INGV-OE di Catania

E ancora nella notte tra il 13 ed il 14 dicembre 2020, in concomitanza con un’intensa attività esplosiva al Cratere di Sud-Est, non uno, ma tre flussi piroclastici si sono distesi nell’alta area meridionale del vulcano; è stato sempre l’INGV (Bollettino settimanale Etna del 15/12/2020 – pagina 2) a darcene notizia: «[…] alle 22:15 si osservava un piccolo flusso piroclastico che si propagava dal fianco Sud-Ovest del SEC in direzione SSO. Alle 22:16, questo flusso si era già fermato e se ne generava un successivo più energetico, che ricalcando lo stesso percorso si espandeva per circa 2 km di distanza dal SEC in un tempo di ~40 sec (~50 m s-1), superando abbondantemente ad Ovest M.te Frumento Supino. Alle 22:30, si osservava un terzo flusso piroclastico di minore entità che si espandeva sempre in direzione SSO».

La didascalia allegata all’immagine chiarisce le varie fasi: “(a) fontana di lava e primo flusso piroclastico dal SEC osservati dalla telecamera termica della Montagnola (Sud) il 13 dicembre 2020. (b-k) sequenza della messa in posto del secondo flusso piroclastico dal SEC ripresa dalla telecamera termica di Nicolosi in 13 dicembre 2020 (Sud); (d) espansione del terzo flusso piroclastico dal SEC registrata dalla telecamera termica della Montagnola (Sud) il 13 dicembre 2020”.

Ma non è finita: nel corso dell’attività esplosiva ed effusiva del Cratere di Sud-Est (16 febbraio 2021) si è verificato un ulteriore flusso piroclastico, anche se di modesta entità. In rete si può vedere il filmato dell’evento, realizzato dall’Ingv, e quelle qui accanto sono alcune foto realizzate dal vulcanologo Boris Behncke.

 

Per completare l’informazione aggiungiamo alla lista anche un piccolo flusso, originato dal crollo parziale dell’orlo craterico del Sud-Est avvenuto in concomitanza con il 6° parossismo, quello del 24 febbraio.

Forse dobbiamo rivedere il nostro modo di avvicinarci alle quote più alte dell’Etna: fenomeni che credevamo non appartenessero al nostro vulcano, o che fossero soltanto dei ricordi di fasi evolutive molto lontane nel tempo, sono invece più frequenti di quanto non ci aspettassimo. Trovarsi nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, può risultare fatale.

E nel resto del mondo?

Particolare dalla carta dell’isola di Martinica di Juan Lopez (1781)

La storia degli eventi vulcanici avvenuti in epoca recente ci porta a ricordare una delle più note e catastrofiche colate piroclastiche accaduta nell’isola della Martinica: nella primavera del 1902 il vulcano chiamato la Montagna Pelée cominciò a dare segni di irrequietezza che sfociarono, l’8 maggio, in una catastrofica eruzione che distrusse completamente la città di Saint-Pierre, fiorente porto commerciale posto lungo la costa sud-occidentale, e uccise in pochi istanti i suoi più di 28.000 abitanti.

Frontespizio dell’opera di Lacroix (biblioteca personale)
Nuée ardente ( foto A. Lacroix – collezione personale)

Nel 1904 il vulcanologo Alfred Lacroix pubblicò un’opera imponente (in due volumi), descrivendo minuziosamente l’eruzione della Pelée in tutti i suoi espetti; in quell’occasione coniò il termine nuée ardente (cioè nube ardente), che ben rende l’idea del fenomeno che si era verificato, e che venne osservato e fotografato ancora il 16 dicembre ed il 25 gennaio dello stesso anno.

L’opera, dal titolo La Montagne Pelée et ses éruptions, è oggi disponibile oltre che come ristampa anastatica dei due volumi originali, anche in edizione digitale e resa fruibile gratuitamente al link della Bibliothèque numerique en histoire des sciences dell’Université de Lille, qui di seguito indicato :  IRIS.

 

La città di Sain-Pierre dopo la distruzione (cartolina postale – collezione personale)

La città di Sain-Pierre, come già detto, fu completamente rasa al suolo: rimasero in piedi solo alcuni dei muri orientati nella stessa direzione del flusso piroclastico e… la prigione, con dentro uno dei due soli sopravvissuti nella città: un detenuto, Auguste Ciparis – riportato spesso come Ludger Sylbaris – che, benché ustionato, si salvò grazie agli spessissimi muri della cella e alla posizione della finestra, rivolta dalla parte opposta al flusso.

Auguste Ciparis, in una cartolina d’epoca (collezione personale)
Manifesto del Circo Barnum & Baile – il sopravvissuto nella “silent city of death”

L’altro scampato alla morte, Léon Compère-Léandre, si trovava alla periferia della città e rimase miracolosamente vivo nonostante le ustioni e le ferite. Contrariamente a Ciparis che, liberato ed ottenuta la grazia, divenne una star internazionale grazie al Circo Barnum & Baile che lo portò in giro per il modo come attrazione mirabile, l’uomo sopravvissuto al giorno del giudizio”, Léon fu presto dimenticato.

Lo spettacolo che si presentò ai soccorritori fu tremendo, cadaveri o parti di essi erano sparsi un po’ dovunque. Si calcolò che la nube ardente avesse raggiunto la città in circa due minuti, alle 7:52, avendo viaggiato a circa 150 chilometri orari!

Purtroppo la Montagna Pelée non è il solo vulcano, oltre al Vesuvio, sul quale si verificano tali fenomeni. Oltre che dal collasso gravitazionale della colonna eruttiva non più sostentata dalla forza dei gas nel corso di una eruzione di tipo pliniano, tali valanghe si generano anche in seguito al crollo di parte dell’apparato vulcanico sommitale.

Nello stesso arcipelago di isole caraibiche, le Piccole Antille, anche un altro vulcano ha dato origine a flussi piroclastici, il vulcano Soufrière Hills nell’isola di Montserrat; il vulcano è tornato in attività nel 1995 dopo un lungo periodo di quiescenza, ha distrutto completamente la capitale dell’isola, Plymouth. Inoltre tanti altri vulcani della cosiddetta cintura di fuoco circumpacifica presentano manifestazioni di questo tipo: a titolo di esempio ricordiamo il Monte Sinabung (in Indonesia, Gunung Sinabung nella lingua locale), il vulcano filippino Mayon (sull’isola di Luzon, nelle Filippine), Il Pinatubo, sempre nelle Filippine, il vulcano Merapi (nell’isola di Giava in Indonesia) che nell’ottobre-novembre 2010 ha generato flussi piroclastici che hanno determinato la morte di 353 persone.

il Monte Unzen  (Unzendake, in Giappone, ad est di Nagasaki, nell’isola di Kyushu) è anche tristemente noto per aver causato, nel 1991 e sempre a causa di nubi ardenti, la morte dei noti coniugi vulcanologi francesi Katia e Maurice Krafft, oltre che di una quarantina di giornalisti e reporters.

In Italia non solo il Vesuvio (che ha generato modesti flussi piroclastici anche nel corso della sua ultima eruzione, quella del 1944) ma anche lo Stromboli nel 1930, e più recentemente nel corso delle cosiddette esplosioni maggiori del 3 luglio e del 28 agosto 2019, ha generato dei flussi piroclastici.

Per saperne di più sui vulcani di cui si è parlato, ma anche di tanti altri, può essere interessante consultare il Dictionaire des Volcans scritto dal vulcanologo Jean-Claude Tanguy e dal geologo Dominique Decobeq – redattore della  Revue de L.A.V.E (L’Association Volcanologique Européenne) – e pubblicato nel 2009 dalle Editions Jean-Paul Gisserot.

Con il titolo: Etna, il flusso piroclastico del 2 giugno 2025 (Foto Salvatore Lo Giudice)

 

 

 

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Etna, l’eruzione di 160 anni fa: così nacquero i Monti Sartorius https://ilvulcanico.it/etna-leruzione-di-160-anni-fa-cosi-nacquero-i-monti-sartorius/ Thu, 30 Jan 2025 06:15:41 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=25349 di Santo Scalia  Centosessanta anni fa, il 30 gennaio 1865, sull’Etna cominciò un’eruzione che si protrasse per 150 giorni, terminando il 28 giugno. Nel versante nord-orientale, lungo una estesa frattura eruttiva allungata in direzione ENE-WSW, tra quota 1825 e 1625 m, si ebbe la formazione di una serie di coni di scorie, denominati successivamente Monti […]

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di Santo Scalia

 Centosessanta anni fa, il 30 gennaio 1865, sull’Etna cominciò un’eruzione che si protrasse per 150 giorni, terminando il 28 giugno. Nel versante nord-orientale, lungo una estesa frattura eruttiva allungata in direzione ENE-WSW, tra quota 1825 e 1625 m, si ebbe la formazione di una serie di coni di scorie, denominati successivamente Monti Sartorius in onore dello studioso tedesco barone Von Waltershausen.

L’area interessata dall’eruzione del 1865, e le successive colate del 1928 e 1971 (da Bull. Volcanolog. 2011 [4])
«I primi sintomi di un’incipiente eruzione si manifestarono alle 14,30 di sabato 28 gennaio 1865: gli abitanti di alcuni villaggi ubicati sul versante orientale dell’Etna osservarono nuvole di fumo sollevarsi da Monte Frumento delle Concazze; durante la notte successiva si udirono rombi sotterranei e furono avvertiti tremori del terreno. Il giorno dopo, 29 gennaio, la frequenza e l’intensità delle scosse sismiche, accompagnate da rombi sotterranei, aumentarono; il sisma più forte, avvenuto intorno alle 23 e avvertito fino ad Acireale, spinse gli abitanti di San Giovanni, di Sant’Alfio e della zona dei Monti Arsi ad uscire dalle loro case in preda al panico» (1).

È il vulcanologo Orazio Silvestri, testimone oculare degli avvenimenti di quegli anni, che descrive le fasi salienti dell’inizio dell’evento, il 30 gennaio: «[…] Alle dieci e mezzo una scossa più forte delle altre si fece sentire e poco dopo una vivissima luce rischiarò la base di un punto culminante di questo banco, la base del Monte Frumento. […] Il comparire di quella luce vivissima accompagnata dalla forte scossa di suolo, fu per ognuno un segnale indubitabile di una eruzione ed infatti dopo quel momento dalla base del monte Frumento per lunga fenditura di suolo ivi avvenuta, impetuosamente sgorgava tra nuvoli di denso fumo, con proiezioni a grande distanza di arene, scorie, e blocchi voluminosi di materia fusa con detonazioni spaventose un fiume di infuocata lava […]» (3).

Silvestri aggiunge ancora: «Ecco il gridoA Muntagna scassau ddà banna e jetta focusi propaga per tutte le popolazioni etnicole e le mette in apprensione per gli effetti imprevedibili nella loro specialità, ma pur troppo quasi sempre funesti di cui può esser causa l’ignivomo Monte» (3).

“Illustrated London News” del 15 aprile 1865

Nei giorni seguenti, lungo la frattura eruttiva, si generarono circa sette coni piroclastici la cui attività spettacolare impressionò non poco la stampa straniera: l’Illustrated London News del 15 aprile 1865 dedicò loro un’incisione, nella quale venivano evidenziati anche i notevoli danni apportati all’area boschiva nella quale si era aperta la frattura.

 

Anche la stampa transalpina si occupò dell’eruzione: tra le tante testate giornalistiche, la parigina Le Monde Illustré (N. 420 del 29 aprile 1865) pubblicò due splendide incisioni dell’attività eruttiva in corso sull’Etna, una delle quali è stata presentata in apertura.

 

 

Orazio Silvestri, nella sua relazione presentata all’Accademia Gioenia di Catania, produsse anche delle interessanti foto del teatro eruttivo. Queste tre da Memorie dell’Accademia Gioenia di Catania – 1867 – Orazio Silvestri.

Alcune di queste fotografie, insieme a tante altre, furono realizzate da Paul-Marcellin Berthier che visitò la Sicilia insieme al vulcanologo Ferdinand Fouqué ed ebbe modo di fotografare l’Etna in eruzione

Paul-Marcellin Berthier – Senza titolo. 1865Alcune di queste fotografie, insieme a tante altre, furono realizzate da Paul-Marcellin Berthier che visitò la
Paul-Marcellin Berthier – Alberi carbonizzati. 1865 (fonte MutualArt)

Le colate di lava dell’eruzione si estesero per circa 7,5 Km, raggiungendo quota 770 m s.l.m.

Cosa rimane oggi dell’eruzione del 1865? Oltre al vasto campo lavico e all’insieme dei coni piroclastici facilmente raggiungibili attraverso il sentiero natura Monti Sartorius (una facile escursione dalla lunghezza di 4 chilometri con un dislivello 100 metri), lungo la strada provinciale 59 Milo-Linguaglossa, nel tratto Fornazzo-Bivio Vena (la SP 59iii), si può osservare un altarino votivo che ricorda l’arresto (miracoloso?) della colata che stava per ricoprire quelle ubertose terre. Una lapide, posta nel 1936, riporta le seguenti parole: «Qui in loro difesa con fiducia ricondotta dai figli di chi prodigiosamente liberasti dalla minacciosa lava antistante 6 – febbr. – 1865»

Altarino votivo lungo la strada provinciale 59 Milo-Linguaglossa (Foto S. Scalia)

Riferimenti Bibliografici:

  • – Giovanni Tringali – Oronimi, toponimi e speleonimi etnei – Accademia Gioenia di Catania – 2012
  • – Orazio Silvestri – Sulla eruzione dell’Etna nel 1865; studi geologici e chimici – Il Nuovo cimento – 1865-66
  • – Orazio Silvestri – I fenomeni vulcanici presentati dall’Etna nel 1863-64-65-66 –Memorie dell’Accademia Gioenia di Catania – 1867
  • – P.Carveni, G.Mele, S.Benfatto, S.Imposa, M.Salleo Puntillo – Chronicle of the 1865, NE flank eruption of Mt. Etna and geomorphologic survey of the Mts. Sartorius area – Bull Volcanol 2011
  • Le Mont Etna et l’eruption de 1865 – Revue des deux mondes 1865/07-1865/08.
  • – Mariano Grassi – Relazione storica ed osservazioni sulla eruzione etnea del 1865 – Catania 1865
  • – M. Fouqué – Rapport sur l’éruption de l’Etna en 1865 – Archives des missions scientifiques et littéraries – 1865

Con il titolo: Le Monde Illustré (N. 420 del 29 aprile 1865)

 

L'articolo Etna, l’eruzione di 160 anni fa: così nacquero i Monti Sartorius proviene da Il Vulcanico.

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