Sergio Mangiameli, Autore a Il Vulcanico https://ilvulcanico.it/author/sergio/ Il Blog di Gaetano Perricone Wed, 10 Apr 2019 09:14:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0.1 Una storia d’amore a Mompileri e tante emozioni con “Le colate raccontate” https://ilvulcanico.it/una-storia-damore-a-mompileri-e-tante-emozioni-con-le-colate-raccontate/ Sat, 06 Apr 2019 06:07:40 +0000 http://ilvulcanico.it/?p=11999 (Gaetano Perricone). Un luogo ricco di suggestioni, pieno di fascino, di profumo di libri d’altri tempi, di storia e di storie, l’Antica Libreria di via Spadaro Grassi a Catania, sarà stasera, sabato 6 aprile 2019, alle ore 19, lo scenario della nuova tappa de “Le colate raccontate”, originale narrazione della grande eruzione dell’Etna del 1669 tra […]

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I quattro delle COLATE a Misterbianco
Il gruppo de “Le Colate raccontate”: da sinistra Sergio Mangiameli, Aldo Leontini, Stefano Branca e Gaetano Perricone

(Gaetano Perricone). Un luogo ricco di suggestioni, pieno di fascino, di profumo di libri d’altri tempi, di storia e di storie, l’Antica Libreria di via Spadaro Grassi a Catania, sarà stasera, sabato 6 aprile 2019, alle ore 19, lo scenario della nuova tappa de “Le colate raccontate”, originale narrazione della grande eruzione dell’Etna del 1669 tra vulcanologia storica e fiction letteraria che ha riscosso interesse e successo nelle precedenti rappresentazioni, oltre una decina in vari luoghi e scenari del territorio e che quest’anno, 350esimo anniversario dell’evento forse più importante della storia dell’Etna, assume un rilievo e un significato particolare.

 Insieme al vulcanologo INGV Stefano Branca con la sua grande sapienza scientifica; allo scrittore Sergio Mangiameli con i suoi meravigliosi racconti; al lettore Aldo Leontini con la sua splendida voce, che nell’occasione specifica sarà accompagnato dalle musiche barocche del compositore siculo-napoletano Alessandro Scarlatti, avremo il piacere di essere ospiti, con il nostro format, dell’Antica Libreria  e dei suoi brillantissimi padroni di casa, Bruno Bugliarello e Maria Angela Gulisano in un incontro che si profila appassionante.

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Novità assoluta della serata sarà un altro straordinario racconto di Mangiameli, “Una storia d’amore”, ambientato a Mompileri il secondo giorno dell’eruzione. Per gentile concessione di Etnalife.it, partner de “Le Colate raccontate” che ne ha pubblicato tutte le storie, e ringraziando di vero cuore il carissimo Carmelo Cavallaro per la sua disponibilità, eccolo  per i lettori del Vulcanico.

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Una storia d’amore

di Sergio Mangiameli

Nevica da un cielo sconvolto da vapori di zolfo e pietre leggere. Nevica ma non si vede. I fiocchi s’impastano all’energia sparata dai Monti della Ruina: la neve mischiata alla terra per aria, e il cielo al suolo senza peso, come in un sogno. Sembra la giostra impazzita degli opposti, ma è il contrario: sono cristalli della stessa madre, figli di uno stesso pensiero di vita.

E’ ancora inverno, qui al villaggio di Mompileri, sul fianco meridionale dell’Etna. Ed è quasi sera. Tra un po’, alla fine di questo 12 di marzo 1669, cambierà sia lo spazio che il tempo. La notte sarà il futuro del giorno, e la colata in discesa da Nicolosi, che non c’è più, il nuovo orizzonte per noi.

Io sono Michele, non importa quanti anni ho, perché voglio raccontare questa storia per quello che sento. E voi sapete bene che i sentimenti non hanno nulla a che fare con l’età.

Nevica, dicevo. Io adesso riesco a contare i fiocchi uno ad uno, ma quella sera non si scorgeva manco il cielo. Di quanto rumore c’era, credo che il cielo stesso se ne fosse andato, lasciando il posto alla paura. Le esplosioni non avevano ricarica: era un rullo costante di rosso e nero puntati a Dio, che osservò e non si mosse. Venne la lava e coprì ogni casa, stalla, stazzo, perfino la chiesa. Anche la chiesa.

Io rimasi a guardare il mio mondo cancellato. Mi sentii come la mia terra: fermo, ricoperto di terrore nero. Il mio villaggio, Mompileri, era scomparso. Il nuovo orizzonte era stato spostato in alto di dieci metri. Più vicino a Dio, che però non sentivo.

Graziella mi afferrò la mano.

“Sbrigati, Michele! Andiamo, corri!”

Non mi opposi, non dissi una parola, che le avevo dimenticate lì sotto, a casa mia. Corsi assieme a lei. Eravamo due ragazzini. Avevo assaggiato il suo sapore, un giorno sotto il sole tiepido di febbraio, seduti su un muretto di pietra lavica. Le pecore brucavano, non si muoveva una foglia, e manco il silenzio calmo poteva intuire il tumulto che stava accadendo. Non parlo della Muntagna scassata, ma del mio cuore. Scassato, aperto, per la prima volta. Ma forse, ora capisco che il principio è uguale, come i cristalli di neve e quelli di lava.

“Che c’è, Michele?! Perché non parli?”

Non mi uscì fuori più una parola. Sepolte anche loro. Il mio limite era stato sovrastato dalla colata. Le lasciai lì sotto e non pensai più agli aggettivi, ai nomi, ai verbi, eccetera. Andai a cercare di me altro, qualcosa che sapesse d’infinito, che nessuna colata potesse mai seppellire. E cominciai a sentire. Percepire. Provare. Reagire. Il silenzio non come rifugio, ma somma di tutto, come il bianco è il mazzo di tutti i colori.

Con le pecore, ci fischiavo e tiravo pietre per traiettorie precise. Con Graziella, ci capivamo con un’espressione, o un’inclinazione di collo, una strizzata di sguardo, uno sfioramento, o uno spazio d’aria in più. Lei, ostinata, provò all’inizio a ripetermi davanti agli occhi tutte le parole che conosceva. Ma non ero sordo. E così, lasciò perdere e dopo, anzi, ci prese gusto. Divenne il nostro codice. Divenni bravissimo e forte. E dopo alcuni anni ci sposammo nella nuova chiesa di Nicolosi.

Ma i figli non arrivavano. E Graziella s’immusonì, perdendo il suo buon umore.

“E’ perché non parli”

Che c’entra? – le domandai nel nostro codice.

“Se non parli, come fai a pregare di avere discendenza?”

In effetti, io non pregavo affatto. Nemmeno col pensiero, da quando Dio, la sera del 12 marzo del 1669, si era voltato dall’altra parte dell’Universo.

MADONNA DELLA SCIARA

Sul finire di una calda notte di metà agosto dell’anno 1704, Graziella mi svegliò bruscamente.

“Ho sognato la Vergine Maria, che mi ha indicato il posto preciso di dove si trova la statua della vecchia chiesa sepolta dalla lava”.

L’aurora stava sbiadendo le stelle a oriente, lei mi prese per mano e mi condusse con fermezza nel mezzo della sciara viva, un deserto scuro e mosso senza riferimento.

“Ecco, è qui. Scava”.

Come: scavo. Che significa?

“Scava, Michele. Io da qui non mi muovo, finché dalla sciara non sarà uscita fuori la statua della Vergine”.

Non mi bastò il piccone. Non mi bastò quel giorno. Chiamai i cavatori, che si organizzarono in squadra e bucarono la sciara in verticale, seguendo l’indice di Graziella, che da lì non si spostò. Li convinsi che se non avessero trovato la statua, li avrei comunque ricompensati di due pecore.

L’avevo scrutata negli occhi, Graziella, nelle ombre serie delle labbra, nelle dita ferme; non c’erano parole adatte per descrivere la sua sensazione di certezza: solo sentire come lei. Io c’ero. Con lei.

Al terzo giorno, nel primo pomeriggio dopo la pausa, la breccia fu lieve. La roccia cedette e si riversò di lato, quasi per rispetto. Un imbuto di luce portò i colori sulla corona delle statua, che teneva, alto al di sopra di sé, il ventre della colata. La lava non l’aveva seppellita, ma protetta: una cupola esatta a custodia della Vergine Maria.

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Il 18 agosto dell’anno 1704 si chiudeva in una sera d’incanto, in cui sparì la fatica dei cavatori, l’attesa inespressa della gente di Mompileri, che accorse tutta ai bordi del pozzo, e due altre cose accaddero. Graziella si sciolse in lacrime di gioia e perse i sensi. Io la tenni ferma sulle mie braccia fin quando, piano, le sussurrai parole vecchie, ritrovate, piccole, da ragazzini.

Quando rinvenne, mi guardò e mi fece capire di voler sentire daccapo quei suoni piccoli, ripresi. “Sentivo le tue parole, ed era così dolce e inaspettato, che mi pareva un sogno”, mi disse.

“Michele, non hai dubitato di me?”.

“No, mai”

“Non mi hai preso per pazza?”

“No, mai”

Poi la statua divenne il centro spirituale del nuovo santuario, posta sull’altare maggiore, e prese il nome di Madonna della Sciara.

Poi il corpo di Graziella non seguì più la luna e cambiò forma per ospitare nostro figlio. Subito dopo la nascita, la luna andò via per sempre.

Allora, io credo che Dio quella volta non si sia voltato dall’altra parte dell’Universo, ma abbia lasciato fare al mondo la sua storia. Credo che solo dopo l’inverno, spuntano daccapo i fiori. E credo soprattutto una cosa: che la speranza non viene sempre dal cielo, a volte è proprio la terra che dobbiamo guardare.

Adesso voi potete pensare che questa storia, di Michele e Graziella, sia inventata. E che io non esista. Ma se vi siete emozionati un attimo, se avete intuito di toccare qualcosa che sappia d’infinito, allora è proprio una storia d’amore. Che non può esistere, lo sapete bene, senza immaginazione.

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La sensazionale scoperta dell’antico e mitico “Suca” con i suoi segreti https://ilvulcanico.it/la-sensazionale-scoperta-dellantico-e-mitico-suca-con-i-suoi-segreti/ Thu, 07 Feb 2019 09:05:36 +0000 http://ilvulcanico.it/?p=11238 di Sergio Mangiameli Abbiamo ricevuto  dalla Fondazione Stopard questa … originale notizia. Sergio Mangiameli ha intervistato il noto professore Plug. Importantissimo rilevamento sulla costa settentrionale della Sicilia. Portati alla luce resti della cultura del Succhio, ascrivibili al Paleolitico superiore. La notizia è di straordinaria rilevanza e, in esclusiva per Ilvulcanico.it., il prof. Richard Plug, dell’università britannica di […]

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di Sergio Mangiameli

SERGIO 1

Abbiamo ricevuto  dalla Fondazione Stopard questa … originale notizia. Sergio Mangiameli ha intervistato il noto professore Plug.

Importantissimo rilevamento sulla costa settentrionale della Sicilia. Portati alla luce resti della cultura del Succhio, ascrivibili al Paleolitico superiore. La notizia è di straordinaria rilevanza e, in esclusiva per Ilvulcanico.it., il prof. Richard Plug, dell’università britannica di Fichetown, ci concede un’intervista.

Per la sua lunga e ricchissima esperienza internazionale, Plug ha condotto la campagna di scavi, coordinando un pool di esperti archeologi della Sovrintendenza dei Peni Annientali regionali, col sostegno anche della famosa Fondazione Stopard, il cui presidente onorario è il famoso antropologo culturale Sir Joe Manganelli.

D: Prof. Plug, dove si trova esattamente il sito archeologico e quanto tempo c’è voluto, perché venisse restituita al patrimonio culturale, questa preziosa opera d’arte antica?

R: Non posso rivelarlo esattamente, per ragioni di ordine pubblico e diritto di tutela del bene culturale. Fino a quando non saranno sistemate infrastrutture necessarie a garantire la visita in sicurezza, non possiamo divulgare il nome del luogo di ritrovamento. Posso dire però che si trova lungo la costa palermitana, poco distante dal mare. Abbiamo cominciato circa sei anni fa, per preciso intento del presidente di allora, che ringrazio molto per non aver mai smesso di crederci: lui è un grande uomo di cultura, che ha vissuto questa ricerca con altrettanto trasporto e passione.

D: Perché è così importante, questo ritrovamento?

R: E’ stato estremamente lungo e faticoso il lavoro svolto. Il ritrovamento appartiene al Magdaleniano superiore, alla fine della glaciazione del Wurm, dunque a circa 10.000 anni fa, ed è l’unica testimonianza del genere presente nell’Italia insulare. Si pensava fino a ieri che i manufatti di quest’epoca fossero solo “microliti”, cioè di piccole dimensioni. Invece, questo siciliano cambia le certezze e ci costringe a rivedere le tabelle cronologiche e la stessa evoluzione antropologica. Questo ritrovamento di così grandi dimensioni, pensiamo sia stato favorito non solo dal clima mite, che a queste latitudini concedeva la possibilità di dedicarsi all’aperto, all’ispirazione ritrovata per la creazione artistica, ma anche ad altro.

D: Vuole dire che dietro c’è un messaggio?

R: Esattamente. La scritta sembra contenere i caratteri fondamentali della cultura del Succhio, che finora si è sempre supposta e mai comprovata. I primi abitanti delle coste europee del Mediterraneo centrale erano appartenenti alla sottospecie Neanderthal, che non è riuscita a lasciare niente di materiale ai posteri. Tuttavia, c’è stato un momento in cui i nuovi Sapiens hanno incontrato i Neanderthal e convissuto nelle stesse caverne, incrociandosi e scambiandosi usi, costumi e saperi. Il Neanderthal articolava male le parole per mancanza dell’osso ioide, dunque possedeva un linguaggio limitato, come oggi può averlo un bambino di circa due anni. Ma possedeva contemporaneamente una cultura tribale molto antica, che gli aveva permesso di resistere a glaciazioni e carestie. La comunità scientifica crede che tale bagaglio di sapere sociale, che permetta di superare attriti familiari e scongiurare pericolose guerre, sia stato conosciuto e sperimentato proprio dal Neanderthal. E che questo uomo dall’aspetto grezzo, ma dal cervello fino, abbia potuto tramandare al Sapiens la sua preziosa conoscenza, con ripetute affermazioni e intenzioni espresse verbalmente. Un segreto di vita migliore, quindi. Un messaggio consegnato a uomini nuovi, capaci di scolpirlo nella roccia a ricordo e ispirazione per le generazioni future.

D: E’ uno scoop…

R: Di più: un messaggio di speranza per l’umanità intera. Si apre la possibilità di porre fine a qualsiasi guerra piccola o grande che sia, la pace in terra ritrovata. Per tutti.

E’ dell’ultim’ora la notizia di un presidio di opposizione, disunito e scomposto, a Palazzo d’Orleans, che si definisce come i “Gilet rossi”. Il motivo della protesta è il ventilato proposito delle forze politiche al potere di bloccare il tesoro, rivendicando prima il diritto agli italiani. Pare che un vecchio uomo di Arcore stia convincendo la maggioranza al governo che, per esperienza vissuta, l’apertura agli stranieri – come per gli antenati Neanderthal – sia un beneficio culturale per tutti.

L’immagine con il titolo è di Riccardo La Spina

 

 

 

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E’ “Quasi inverno”. Arriva il nuovo romanzo di Sergio Mangiameli. Un noir mozzafiato e un cacciavite rovente che ti scava dentro https://ilvulcanico.it/e-quasi-inverno-arriva-il-nuovo-romanzo-di-sergio-mangiameli-un-noir-mozzafiato-e-un-cacciavite-rovente-che-ti-scava-dentro/ Sun, 09 Dec 2018 07:11:41 +0000 http://ilvulcanico.it/?p=10405 “Quasi inverno” è il nuovo romanzo di Sergio Mangiameli, edito da A&B, 103 pagg., 10,00 euro. Sarà presentato mercoledì 12 dicembre, alle ore 18,30, nell’Anti Sala Consiliare del Comune di Acireale, Palazzo Comunale, Piazza Duomo. Ne parleranno con l’autore Giuseppe Lazzaro Danzuso e Marisa Mazzaglia e ci saranno il book-trailer di Carmelo Cavallaro, la voce narrativa di […]

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Locandina - ridotta

“Quasi inverno” è il nuovo romanzo di Sergio Mangiameli, edito da A&B, 103 pagg., 10,00 euro. Sarà presentato mercoledì 12 dicembre, alle ore 18,30, nell’Anti Sala Consiliare del Comune di Acireale, Palazzo Comunale, Piazza Duomo. Ne parleranno con l’autore Giuseppe Lazzaro Danzuso e Marisa Mazzaglia e ci saranno il book-trailer di Carmelo Cavallaro, la voce narrativa di Aldo Leontini e la musica originale di Giuseppe Palmeri.

A seguire, prima una mia riflessione-recensione sul libro, che ho già avuto la fortuna di leggere e poi la nota di presentazione dell’autore, scrittore di razza e caro amico, al quale auguriamo di vero cuore un grandissimo successo per questa sua nuova avventura letteraria.

 

di Gaetano Perricone

IO E SERGIO QUASI INVERNOL’ho avuto in mano domenica. Mi ha rapito completamente. Ed è già dentro di me.
C’è il noir a sfondo familiare. Appassionante e mozzafiato. Avvincente. “Mostruosamente bello”, come ho scritto su Whatsapp a Sergio.

E poi c’è quel cacciavite rovente che ti scava dentro. Dall’inizio alla fine. In profondità, dentro l’anima e dentro le viscere. Ti contorci per quello che accade. Che potrebbe accadere a tutti, anche a te. E pensi che sei fortunato perché non ti è successo.

E’ un meraviglioso romanzo “Quasi Inverno” di Sergio Mangiameli. C’è la grande narrativa, la sociologia, la psicanalisi. C’è lo splendido, suggestivo e a tratti inquietante scenario naturale, descritto come sempre mirabilmente da un autore che dell’amore per l’ambiente ha fatto ragione di vita. Soprattutto c’è la magnifica, coinvolgente scrittura di uno scrittore vero e sempre più bravo. Con passaggi memorabili.

“… Se vi capiterà mai nella vostra vita un momento in cui la necessità di affrontare un fatto tenderà a mostrarvi una scorciatoia di comodo, rifiutate. Dite no alle vie comode, cercate le pietre, le salite, amate la fatica di camminare, di approfondire, di capire. Una vita senza fatica è un’emozione senza ricordo, una gara senza lotta, o un traguardo senza viaggio“. Scrive così il protagonista vicino alla morte ai suoi figli, tracciando una via maestra per la vita che può essere la stessa per tutti noi.

Anch’io, fortunatissimo lettore prima della presentazione di dopodomani, ho subito amato molto questa storia, come gli amici che Mangiameli ha citato alla fine. E lo ringrazio molto per avermela e avercela regalata.

Come sono certo lo ringrazierete voi dopo avere letto “Quasi Inverno”. Grazie, Sergio Mangiameli !

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di Sergio Mangiameli

SERGIO

Tutto si svolge in una giornata, il venti dicembre: l’indomani sarà inverno.

C’è un manoscritto su un tavolo all’interno dell’Isola – una casetta isolata nel bosco di Pietragrossa –, quasi completo: manca l’ultimo punto. C’è un uomo vecchio adagiato sul divano accanto al tavolo, con una gamba non composta, guarda la finestra: ma è morto. Si chiamava Quinto Di Miele e aveva siglato un patto col destino: raccontare la verità di una vita ai suoi due figli, nel tempo risicato prima della fine, che sentiva prossima, ora che la sua amata moglie era scomparsa, beffata dallo stesso destino.

Lo scopo di Quinto è fermare la fuga dentro dei suoi figli e farli continuare in pace. Scrive “Tutta la verità”, scelte lontane a rimedio di dolori devastanti, riverberi recenti con violenze private, gesti rimasti intenzioni, e azioni desiderate. Ma possono le parole sostituire i fatti, o colmarli? Quante verità esistono, se si valuta la percezione di ciascuno? Qual è la vera necessità di Quinto, e per chi scrive, in fondo?

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C’è un medico legale, che prende il manoscritto e lo legge nel bosco, da solo. C’è un boscaiolo sordo, amico di Quinto, che ha seguito tutto da due mesi, da quando Quinto si trova all’Isola, con lo sguardo e con quel sentire autentico di chi vive a contatto con la natura e sa capire l’animo degli uomini.

E c’è una decisione finale a sorpresa. O quasi. Prima dell’inverno.    

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Noi, la Natura e i suoi Dieci Comandamenti https://ilvulcanico.it/noi-la-natura-e-i-suoi-dieci-comandamenti/ Mon, 05 Nov 2018 06:18:17 +0000 http://ilvulcanico.it/?p=9790 di Sergio Mangiameli Faglie assassine ieri, fiumi assassini oggi. Non importa se sia stato il Tg nazionale o il quotidiano locale. E’ stato detto e scritto così, ed è gravissimo. Inaccettabile per questi comandamenti, che dovrebbero essere scolpiti nella cultura dei professionisti e nella coscienza degli uomini. Tutti. Uno. La natura non ha volontà, l’assassino […]

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Sergio Mangiameli
Sergio Mangiameli

di Sergio Mangiameli

Faglie assassine ieri, fiumi assassini oggi. Non importa se sia stato il Tg nazionale o il quotidiano locale. E’ stato detto e scritto così, ed è gravissimo. Inaccettabile per questi comandamenti, che dovrebbero essere scolpiti nella cultura dei professionisti e nella coscienza degli uomini. Tutti.

Uno. La natura non ha volontà, l’assassino sì.

Due. La cultura sociale passa anche da una corretta comunicazione. E’ più pericoloso un titolo giornalistico sbagliato così, che un se-avrei detto al microfono, o scritto in classe. Attribuire volontà di killeraggio alla natura significa deresponsabilizzare gli uomini.

Tre. La gestione della natura, cioè del nostro ambiente, richiede cultura specifica, cioè conoscenza dei meccanismi fisici e chimici che possono modificarla.

Quattro. L’approccio all’ambiente vuole rispetto, altrimenti le conseguenze si pagano in termini di vite umane e danni a manufatti e colture.

Cinque. La natura è un organismo vitale, che va curato.

Sei. I tempi della natura non coincidono sempre con quelli umani: la memoria della Terra è profonda milioni di volte più di quella che può contenere un uomo, o essere tramandata dagli stessi uomini. Un paesaggio di un milione e mezzo di età è giovane, ma il genere l’Homo è comparso più o meno nella stessa epoca. Mentre la Terra ha quattro miliardi e mezzo di anni.

Sette. La natura non si combatte, ma si capisce.

Otto. La natura non serve, ma ci serve.

Nove. La natura è la nostra ispirazione e il nostro futuro.

Dieci. La natura siamo noi.

P.S. Non siamo al punto di non ritorno, perché se c’è ancora l’uomo, c’è ancora speranza.

FORESTA PIEGATA

Con il titolo: il fiume Milicia. Qui accanto: la foresta degli abeti rossi di Paneveggio (dal web). la famosa “foresta dei violini”

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Sette minuti per sette domande. Al Vulcanico, Diversamente nonno https://ilvulcanico.it/sette-minuti-per-sette-domande-al-vulcanico-diversamente-nonno/ Sat, 03 Nov 2018 06:01:48 +0000 http://ilvulcanico.it/?p=9740 (Gaetano Perricone). Mi vuole intervistare Sergio Mangiameli, me lo chiede a sorpresa qualche giorno fa. Per il mio blog, a proposito del mio non libro “Diversamente nonno”, che ha appena finito di leggere: vuole parlare dei contenuti e un po’ anche di me. Mi fa estremo piacere da uno come lui, uomo colto e sensibile, scrittore di […]

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La copertina di “Diversamente nonno”

(Gaetano Perricone). Mi vuole intervistare Sergio Mangiameli, me lo chiede a sorpresa qualche giorno fa. Per il mio blog, a proposito del mio non libro “Diversamente nonno”, che ha appena finito di leggere: vuole parlare dei contenuti e un po’ anche di me. Mi fa estremo piacere da uno come lui, uomo colto e sensibile, scrittore di razza, amico carissimo e compagno di gran belle avventure in giro per l’Etna. Da non scrittore, sono molto gratificato e onorato dalla sua proposta e naturalmente ci sto con entusiasmo. Mi manda le domande per email, stimolanti e accattivanti al massimo, tra grande profondità e divertente gioco intellettuale; gli rispondo con passione, come sempre. Offro a lui e a chi ci leggerà qualche riflessione sul non libro e un piccolo spaccato di me stesso. Ecco, a seguire, l’intervista di Sergio a me, un inedito curioso e imprevedibile. Trovo il risultato emozionante, ringrazio di vero cuore Sergio Mangiameli per quello che considero un regalo molto prezioso. Leggere “da lettore” questo nostro singolare colloquio mi aiuta a conoscermi un po’ di più.

 

di Sergio Mangiameli

CON SERGIO A SIRACUSA

Sembra marchiato dal fuoco infantile, quello per cui la luce normale è la fiamma esagerata. E per questo, è facile che spiazzi. Fisicamente, può accadere anche di fare un passo indietro. Bisogna superare i primi sette minuti, per prendere le misure del vulcanico Gaetano Perricone, giornalista in pensione. In antropologia, si dice “Datemi i primi sette anni di vita di un uomo, per capire chi è”. Con Gaetano, a me sono bastati sette minuti, che per voi traduco in sette domande. Gliele ho volute fare adesso, perché mi affascinano le persone capaci di continuare con energia a più di sessant’anni, caricando vita su vita, e credendoci sempre; perché il suo fuoco infantile è il miglior antidoto possibile per non smettere di meravigliarsi; perché ha compiuto una veronica nel tempo e nello spazio, scrivendo un non-libro (“Diversamente nonno”) da non-scrittore ma da uomo, e chiudendo definitivamente le finestre della sua casa palermitana, per riaprirle nel catanese. E: perché no?

Gae, “Quando si svuota una casa, finisce una storia”. L’hai affisso nella tua bacheca di Facebook, alcuni giorni fa, in riferimento alla vendita della grande casa di famiglia, a Palermo. C’era un tale che non aveva casa e viveva lungo una strada, e non voleva scrivere una sola parola di sé; era convinto che le storie non finiscono mai: “Sono come le strade, le storie. Basta saper trovare i passaggi di collegamento”. E, quindi, ti faccio immaginare di avere tre sassi in tasca con un messaggio ciascuno, di quella storia. E hai Piricullo che ti ascolta (Piricullo è uno dei nomignoli che Perricone ha dato a suo nipote in “Diversamente nonno”). 

“Primo sasso, primo messaggio: le case sono immensi scrigni pieni di memorie e di segreti, di gioie e di dolori, di vita. E’ vero che quando si svuotano finisce “quella” storia, ma gli scrigni passano di mano e le storie, soprattutto quelle migliori, devono diventare patrimonio umano tramandato. Secondo sasso e secondo messaggio: sii sempre curioso, caro bambino che mi ascolti, di ciò che fu, da quello dipende ciò che è e che tu sei e quello che sarà e sarai. Terzo sasso e terzo messaggio: in mezzo alla polvere che si solleva quando una grande casa viene svuotata trovi sempre, come in tutto ciò che passa, qualcosa di infinitamente prezioso che mai avresti immaginato di trovare”.

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La controcopertina

Hai definito Piricullo il più bel regalo della tua vita, che t’ha visto compiere salti in largo e in lungo: diversi matrimoni, nessun figlio, ma un nipote (Piricullo, appunto) senza un filo di DNA in comune, ma con un legame esclusivo e profondo. E hai fatto per una vita il giornalista, cercando di raccontare la verità. Qual è la verità della vita, Gae?  

E’ la vita stessa, caro Sergio, meravigliosa perché ce l’hai, per quello che ti propone ogni giorno, perché è capace di sorprenderti nel bene e nel male, comunque di sorprenderti con il suo soffio appunto vitale. A me ha tolto troppo presto e implacabilmente tutta la famiglia di origine, ma mi anche improvvisamente e del tutto inaspettatamente fatto il più bel regalo possibile, Andrea, dimostrandomi o comunque dandomi la sensazione che una sorta di legge del compenso in qualche modo la vita stessa la applica. O forse sono stato io il fortunatissimo prescelto … “.

Nel tuo “Diversamente nonno”, realizzato in autopubblicazione, e che tu stesso definisci un non-libro, hai voluto sfidare qualsiasi regola narrativa (tranne quella cronologica), dando ragione a Hemingway, che odiava maestri e scuole di scrittura creativa, ma al contempo anche sfidandolo. Hai scritto da ubriaco d’amore, come piaceva al vecchio Ernest, ma non sembra che tu abbia corretto da sobrio, come voleva il vecchio Ernest. E’ stato così?

“E’ stato così, non ho corretto da sobrio, ma non ho sfidato nessuno e nessuna regola di scrittura, perché come ho più volte spiegato sono un non scrittore, non è il mio mestiere, non ne ho le corde. Forse so raccontare qualcosa, avendo fatto per anni il cronista forse so farlo. E infatti ho voluto soltanto raccontare, da cronista, la meravigliosa, strana, imprevedibile e imprevista storia che all’età di 55 anni ha cambiato in meglio la mia vita e il mio modo di intenderla, di un uomo che è diventato nonno senza mai essere stato padre, dunque di un “diversamente nonno”. Per conservare la memoria di quei passaggi di collegamento tra vecchie storie che danno vita a nuove storie, ma soprattutto e fondamentalmente per fare un omaggio ad Andrea”.

CON SERGIO A PALERMO

Vediamo, invece, se non ci sono collegamenti in questa terra di eccessi. La Sicilia è un continente, sostiene Giuseppe Lazzaro Danzuso, ne ha scritto pure una collana. Tu sei nato e cresciuto da una parte, per mezza vita, e ora, l’altra metà, la stai allocando da quest’altra parte. Oltre gli arancini e l’Etna, e albe e tramonti opposti sul mare che però abbraccia questo continente tutto, cosa divide?  

Premetto e ho voglia di farlo, visto che me ne offri l’opportunità con queste domande splendidamente stimolanti: considero un enorme privilegio avere diviso il cammino della mia vita tra Palermo e l’Etna, entrambi Patrimoni dell’Umanità, luoghi straordinari che amo profondamente e che in tutto il Pianeta sono amatissimi. Per rispondere alla tua domanda, credo che ciò che divide sia l’approccio alle cose della vita, che si riflette nel “tratto” umano delle persone: diffidente, apparentemente (talvolta realmente) superficiale e spicciativo, in realtà molto concreto, pragmatico, anche spietatamente opportunista, al punto da consumare velocemente rapporti personali sull’altare di scelte ritenute importanti, alle pendici dell’Etna; altrettanto diffidente, ma più profondo e riflessivo, forse più amabile ma troppo spesso parolaio e inconcludente, esageratamente pomposo e convinto, non come lo spacchiamento catanese spesso autoironico, dall’altra parte. Fermo restando che fortunatamente siamo tutti diversi gli uni dagli altri, che non va fatta di tutta l’erba un fascio, che detesto i luoghi comuni e che le migliori amicizie e “liasoins” sono proprio quelle che si stabiliscono tra le due parti e io ne ho le prove”.

Hai conosciuto le espressioni di meraviglia dei più titolati personaggi del mondo dello spettacolo, cultura, politica, scienza, di fronte ai crateri sommitali dell’Etna. Secondo te, la natura ha il potere di far svegliare l’uomo, con la forza dei sentimenti autentici? 

Per quello che ho vissuto nei miei stupendi anni di lavoro sulla magica Etna, per le espressioni che ho visto e le frasi che ho ascoltato anche da potenti della Terra, dovrei risponderti di sì e io credo di sì, con la stessa visione romantica e anche filosofica dei valori della Natura e della sua infinita e meravigliosa potenza, davanti alla quale noi siamo altrettanto infinitamente piccoli. Da quello che vediamo, però, temo che la Natura stia appena cominciando, del tutto legittimamente e alla sua maniera, a restituire all’uomo la mostruosa quantità di male che l’uomo le ha fatto. Ma ancora evidentemente non basta a fermare l’imbecillità e l’irresponsabilità di chi della Natura continua a strafottersene per fare i propri affari”.

Fammi il comunicato stampa che ti manca.

“Passo. Ne ho fatti tanti e mi sono stancato. E poi sono anziano e fuori dal lavoro, magari mi sono pure dimenticato come si fanno. Largo ai giovani, quelli come me sono da rottamare. Oltretutto, sai che ti dico? Non mi mancano proprio. Però ti accontento perché sei un mio amico carissimo e questa domanda mi diverte. E’ un brevissimo flash di agenzia. Molto interessato.

 Fonte: Ufficio Stampa Padreterno. (DioPress). ULTIMORA. Clamorosa e rivoluzionaria decisione del Comitato Centrale dell’Aldilà: i Defunti degli ultimi trent’anni verranno mandati sulla terra in viaggio premio per una settimana. Toneranno nei luoghi natii per un incontro ravvicinato con le persone del cuore. Solo quelle però. Ti piace ? A me sì, per una settimana riabbraccerei tutta la mia famiglia. E sarebbe fantastico. Anche per soli sette giorni”.

IO CON SERGIO Mangiameli E GILBERTO IDONEA

E ora quello che vorresti lasciare

“Il mio sorriso e quello di molti altri. La mia ironia, anzi la mia autoironia e quella di tanti altri. Il mio Piricullo Andrea che cresce in bellezza, in simpatia, in cultura e che fa il lavoro che vuole. Un’Italia e un mondo senza mafia, senza fascismo e senza razzismo e con più uguaglianza sociale, legalità, civiltà e integrazione, ma so che è una minchiata impossibile, anzi un’utopia. L’Etna fruibile da tutti, con rispetto e intelligenza. Palermo ancora più fascinosa e accattivante come quella che ho visto in questi ultimi giorni e il Palermo in Champions League. Tanti amici come te che mi dimostrano stima e affetto, proponendomi una intervista fantastica come questa. Ti basta o ti serve altro ? “.

Per ora mi basta. Andiamo. Ma tra dieci anni, ci fermiamo sette minuti per altre sette domande. Ok ?

Con la copertina e all’interno dell’articolo: alcuni dei tanti, splendidi momenti professionali vissuti insieme da intervistatore e intervistato, l’ultima foto scattata lo scorso anno con il grande attore Gilberto Idonea, recentemente scomparso

 

 

 

 

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A Belpasso, Liceo Scientifico, un sabato. L’Etna a scuola e tante emozioni. “Il mito siete voi, siate orgogliosi di voi stessi e dei vostri professori” https://ilvulcanico.it/a-belpasso-liceo-scientifico-un-sabato-letna-a-scuola-e-tante-emozioni-il-mito-siete-voi-siate-orgogliosi-di-voi-stessi-e-dei-vostri-professori/ Sun, 22 Apr 2018 06:41:34 +0000 http://ilvulcanico.it/?p=7127 di Sergio Mangiameli Quando un libro vive nelle menti dei lettori, ha raggiunto il suo scopo. E’ quanto è successo sabato scorso con i ragazzi di primo e secondo anno del Liceo Scientifico “Antonino Russo Giusti” di Belpasso , per “Etna, patrimonio dell’umanità – Manuale raccontato di vulcanologia” (Salvo Caffo, Sergio Mangiameli, illustrazioni di Riccardo […]

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10 SCUOLA
Foto ricordo dopo l’incontro al Liceo scientifico “Russo Giusti” di Belpasso: da sinistra, Salvo Caffo con il taccuino donato dai ragazzi; Anna Policano Campisi; Gaetano Perricone; Finuccia Castro; la studentessa Noemi; Sergio Mangiameli e Monica Maimone

di Sergio Mangiameli

Quando un libro vive nelle menti dei lettori, ha raggiunto il suo scopo. E’ quanto è successo sabato scorso con i ragazzi di primo e secondo anno del Liceo Scientifico “Antonino Russo Giusti” di Belpasso , per “Etna, patrimonio dell’umanità – Manuale raccontato di vulcanologia” (Salvo Caffo, Sergio Mangiameli, illustrazioni di Riccardo La Spina, Giuseppe Maimone editore.). Guidati dalle professoresse Anna Policano Campisi, d’inglese, e Finuccia Castro, di lettere, dopo aver letto il manuale, hanno prodotto elaborati scientifici, letterari e artistici dai tratti così intensi da suscitarmi imprevista meraviglia e vera speranza, e fare in modo che rispondessi alla domanda “Raccontateci un mito” così: “Il mito siete voi, siate orgogliosi di voi stessi e dei vostri professori”.

Che l’Etna venga disegnata straordinariamente bene metà maschio e metà femmina, o sia gay, che si riproponga con estro e passione la storia di Encelado con le ombre cinesi, che si riporti passo dopo passo su mappa ricostruita il percorso di Vulc e Geo alla scoperta dell’Etna, che si estrapoli anche la vita e la morte della colata più importante di epoca storica (quella del 1669), che si tratti con sapere scientifico il confronto tra il Vesuvio e l’Etna, è insperatamente tanto e riempie la gola di emozione per quella cosa che ogni scrittore si augura in silenzio: le proprie parole siano legna per falò d’immaginazione creativa altrui. Vivere altrove trasformate è il destino migliore.

TACCUINO

La consapevolezza, questi ragazzi, ce l’hanno. Possono difendere quello che credo sia entrato nei loro cuori: il nostro ambiente, l’orizzonte di tutti. Ho la prova della mia convinzione: un taccuino con gli appunti di Geo. Vi riporto la premessa:

Nel dirvi grazie per averci raccontato in modo originale il nostro vulcano, vogliamo farvi dono di questo taccuino, dove abbiamo raccolto tutti i passi in cui Geo appunta i propri dissennati pensieri, usando le parole e unendole tra loro, per scrivere e liberarsi così del peso a tratti insopportabile. Abbiamo però voluto farli nostri e per questo ve li riproponiamo dopo averli tradotti in inglese: nel nostro taccuino troverete quindi la nostra versione in inglese con il testo originale in italiano a fronte. Vogliate perdonarci se troverete qualche imprecisione: d’altronde appartiene alla natura del taccuino di viaggio una certa spontaneità di realizzazione”. Firmato: gli alunni della II B.

Questi sono i nostri ragazzi e questa è la nostra scuola: guai a trattarli male.

Buona domenica a tutti.

(Gaetano Perricone). Solo per aggiungere, alle parole come sempre emozionanti di Sergio e alla mia gioia di esserci stato accanto ad amici straordinari e studenti e insegnanti speciali, che per il Vulcanico anche questa splendida mattinata scolastica è il modo ideale per celebrare la Giornata della Terra. Perché i ragazzi, più che mai loro, come osserva mirabilmente Sergio Mangiameli: “Possono difendere quello che credo sia entrato nei loro cuori: il nostro ambiente, l’orizzonte di tutti”. 

 

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Fermata 1928. Al Parco dell’Etna “Le colate raccontate” e la grande eruzione di Mascali https://ilvulcanico.it/fermata-1928-al-parco-delletna-le-colate-raccontate-e-la-grande-eruzione-di-mascali/ Fri, 15 Sep 2017 14:30:00 +0000 http://ilvulcanico.it/?p=4408 (Gaetano Perricone). Domani sera, sabato 16 settembre, alle 19,30, nella sede del Parco a Nicolosi, l’antico e suggestivo ex Monastero Benedettino di San Nicolò La Rena a Nicolosi, torneremo a raccontare l’Etna e le sue eruzioni in modo originale e appassionante con “Le colate raccontate”, tra scienza esatta e finzione letteraria, vulcanologia storica e narrativa […]

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"Le colate raccontate" al Castello Ursino il 27 maggio 2016. Da sinistra: Sergio Mangiameli, Aldo Leontini, Gaetano Perricone, Stefano Branca
“Le colate raccontate” al Castello Ursino a Catania il 27 maggio 2016. Da sinistra: Sergio Mangiameli, Aldo Leontini, Gaetano Perricone, Stefano Branca

1 locandina_le_colate_raccontate_16092017_A3(Gaetano Perricone). Domani sera, sabato 16 settembre, alle 19,30, nella sede del Parco a Nicolosi, l’antico e suggestivo ex Monastero Benedettino di San Nicolò La Rena a Nicolosi, torneremo a raccontare l’Etna e le sue eruzioni in modo originale e appassionante con “Le colate raccontate”, tra scienza esatta e finzione letteraria, vulcanologia storica e narrativa surreale, divulgazione, giornalismo.

Ho scritto torneremo, con la stessa passione e stessa squadra che ha portato in giro “Le colate raccontate”: lo scrittore Sergio Mangiameli, il grande esperto di vulcanologia storica Stefano Branca, il magnifico lettore Aldo Leontini e il sottoscritto come conduttore della serata. E dato che parleremo dello storica eruzione di Mascali del 1928, evento straordinario nella storia dell’Etna, ci saranno con noi due amici di grande spessore: Leonardo Vaccaro, mascalese doc e infaticabile promotore di cultura nella sua comunità e Nino Amante, esperto giornalista Rai, autore di uno splendido reportage con alcuni testimoni di allora,  che sarà presentato nell’ambito della serata.

A fare alla grande gli onori di casa, ci saranno la presidente del Parco dell’Etna Marisa Mazzaglia – che ha fortemente voluto “Le Colate Raccontate” su Mascali al Parco- e il vulcanologo Salvatore Caffo, che dialogherà con Stefano Branca per un momento scientifico che si profila davvero notevole.

Per gentile concessione di Etnalife.it – che promuove e sostiene questo appassionante esperimento culturale fin dalla sua nascita e che sarà presente domani sera con Pietro Nicosia e Carmelo Cavallaro, che ringraziamo moltissimo – , il Vulcanico pubblica il meraviglioso racconto di Sergio Mangiameli “Fermata 1928”, che costituirà la parte narrativa dell’incontro di domani sera.

Inutile sottolineare che vi aspettiamo in tanti, domani sera alle 19,30 al Parco dell’Etna a Nicolosi. Non vi annoierete.

FERMATA 1928

di Sergio Mangiameli

SERGIO

Stazione di transito celeste. Ognuno fa ripasso delle proprie carognate per scegliersi la vita che si merita, e far ritorno sulla Terra per pareggiare i conti con se stesso. Immaginiamo che Dio racconti una storia a una bambina, che non vuol saperne di andare a dormire. E’ una richiesta fuori dal comune, e lei insiste. Dio non è molto preparato sull’argomento: ha fatto tutto ma gli manca ancora l’esperienza di nonno. Sotto la sua perentoria insistenza, il Signore cede, anche perché la bambina ha da poco finito di vivere e conserva intatti i ricordi di quaggiù

fermata_1928_

Voglio raccontata una storia!
Ma non è possibile…
Perché?
Non dovresti nemmeno chiederlo.
Perché!
Lui sospirò e si portò tre dita sul mento, tentando di trovare nella barba qualcosa da utilizzare per mettere fine a quell’inappropriata richiesta. Non poteva nemmeno dirle è ora di dormire!Davanti a loro, una vetrata gigantesca si affacciava su disegni dimenticati, linee e colori di una bellezza sublime, da rimanere incantati e passarci un tempo lungo quanto una vita. Polveri di luce si univano a estratti di materia in spirali nascenti, filamenti di energia sembravano promettere i pensieri migliori, i disegni migliori.

Ma niente rimaneva fisso. C’era un lento, costante movimento che cambiava continuamente i rapporti, le dimensioni apparenti, distanze, figure. Una danza, sembrava, dentro una musica silenziosa in cui ognuno che si fosse affacciato a osservare, avrebbe potuto ascoltare la propria. Distintamente come fosse stata vera.
Forse era questo, lo scopo della fermata, anche se nessuno chiedeva cosa si dovesse fare – se c’era qualcosa da fare – dietro a quella vetrata sproporzionata. Alcuni rimanevano come imbambolati a fissare la bellezza originale per un tempo indefinitamente lungo. Altri fissavano con serissima attenzione qualcosa che solo loro identificavano. Altri ancora si commuovevano, e c’era sempre qualcuno che faceva scorrere l’acqua dell’anima e si bagnava gli occhi.

Voglio raccontata una storia! Ora!
Le tre dita gli condussero intanto solo pazienza, che era la qualità che più gli abbondava.
Ascolta, non si dice voglio, ma vorrei. Ok, tu sei piccola e so che nonostante questo non hai sonno…
Che c’entra nonostante questo? Si vede che hai poco a che fare con i bambini, tu. Non lo sai che quelli come me non hanno mai sonno, se ti chiedono qualcosa? Se io ho sonno, dormo, non parlo, non ti chiedo niente. E’ semplice, come la domanda che ti faccio da un bel po’.
Perché non fai come gli altri, che stanno zitti e buoni a osservare?
Perché io so tutto, non ho dimenticato nessun profumo, né colore, né suono che ci sono laggiù sulla Terra. Non ho avuto il tempo di dimenticare e questo dovresti saperlo. Secondo me sei diventato troppo vecchio…
Quel povero cristo fece un respiro profondo, socchiuse gli occhi e quando li riaprì disse: va bene.
Le s’illuminò lo sguardo. La musica riprese a suonare dentro, e lei credette di non desiderare altro.
Sono prontissima! – batté le mani, anche se nessuno sentiva i rumori degli altri.
Un momento però. Non è una storia già accaduta, ma una di quelle che potrebbero accadere.
Non m’interessa la cronaca.

Il vecchio aveva un modo di raccontare tutto proprio, usando il suo infinito sapere e il suo potere illimitato per superare la necessità delle parole. Così improvvisò – si fa per dire, perché lui non improvvisa nemmeno il caso –, così improvvisò uno scorrere di sensazioni che la bambina credette di vedere lì davanti a sé, oltre la vetrata esagerata, come una serie di immagini. E siccome non era abituato a trattare con i piccoli, soprattutto con le bambine curiose, mise tutto insieme per l’anno 1928, dando per scontato e sufficiente la capacità di distinguo della bambina.

Caspita! Ma quello è il Polo Nord e quel coso è un… un dirigibile! C’è scritto Italia. Perde quota, sta precipitando! Ma muoiono tutti? Eh?
Il vecchio non fece una mossa e quando la bambina tornò con lo sguardo daccapo sul film, la scena era cambiata. Un laboratorio, un uomo chino su un microscopio che esamina una muffa, indossa un paio di occhiali tondi, un papillon, e sul camice bianco si legge Alexander Fleming.
La bambina si voltò ancora verso di lui, intuendo qualcosa di talmente speciale che il mondo, dopo, non sarebbe stato più lo stesso.
L’immagine si modificò un’altra volta, comparve un disegno in bianco e nero che si muoveva, come fosse animato. Un topo stilizzato che stava in piedi e parlava in americano, presentandosi in mutande eleganti, con scarpe enormi e guanti: Mickey Mouse.
Rise, la bambina, batté d’istinto le mani e fece un piccolo salto.
Il vecchio riprese il pensiero che un attimo prima aveva letto nella testa di lei, e lo fece proprio: il mondo degli uomini non sarebbe stato più lo stesso, dopo Topolino, il personaggio di fantasia più famoso della storia.
Se la bambina stavolta si fosse girata, avrebbe visto tra la barba un sorriso immortale.

Invece lei incollò gli occhi sulla cosa successiva: una fessura aperta sul fianco elevato di un vulcano a due passi dal mare, e una colata di lava che viene giù. Vede quasi subito muoversi una cordata di uomini con in testa uno di loro in abito lungo e nero, che tiene in mano qualcosa che sa di sacro moltiplicato tre. Le reliquie dei santi Alfio, Filadelfo e Cirino. Gli uomini camminano in salita, poi si fermano di fronte alla terra che avanza, e pregano.
La bambina si gira seria, con lo sguardo interrogativo.
Il vecchio allarga le braccia e chiude gli occhi. Nessuno dei due dice una parola.
Per una sorta di coincidenza, la lava si ferma e gli uomini tornano dalle loro donne, con l’aria di vittoria e di una certa potenza conclamata dei tre santi di casa. Ma il vulcano si apre daccapo, più oltre, più in basso e inizia a scorrere un’altra colata che punta dritto verso il mare, incanalandosi semplicemente dove le viene più facile. Un’altra cordata di uomini di un altro paese si muove verso la terra nuova che avanza e che seppellisce quella vecchia. L’uomo vestito di nero al comando porta avanti un solo santo, Leonardo, nel giorno esatto del suo festeggiamento. L’uomo non molla e prega più a lungo e più forte, dice che la terra si fermerà e il paese sarà salvo. Ma la storia qui è diversa. La colata investe il paese costruito semplicemente in un posto sbagliato, per sconoscenza scientifica.
Si vede la fuga tardiva e sgomenta di tutti, grandi e piccoli, sui carri, le case che scompaiono con le porte aperte e le tovaglie sulle tavole, e la chiesa circondata con tutti i suoi preziosi dentro. E sensazioni di voci di protesta contro il cielo che soppesa le richieste, dando riscontro a chi porta più santi consensi.
Non è mica una giunta comunale, il cielo! – sbottò il vecchio. Scusa, ma lo sapevo che qualcuno laggiù avrebbe detto una stupidaggine del genere…
La bambina non si soffermò più di tanto su quelle sensazioni di voci di umana disperazione, prese la mano del vecchio e con voce calma gli indicò l’immagine successiva, stupenda: la ricostruzione collettiva, la voglia di esserci insieme e ancora, il paese nuovo a un passo e mezzo dal mare. Su tutto, l’urgenza di ricominciare uniti guardando con fiducia il 1929.

Ho deciso.
Cosa?
Ho deciso di ritornare a vivere proprio lì in quel paese nuovo, che si chiama Mascali, e sai che ti dico? Farò la professoressa di scienze!
Contenta tu…
Ma che fai? Sbrigati. Adesso voglio andarci, ora, prima che passi il 1928, che è un anno strepitoso! Lo sapevi che nel ’28 c’è la prima gara femminile di atletica leggera riconosciuta alle Olimpiadi? – lo disse velocemente, come fanno i bambini, senza pensare al fatto che Lui sa tutto.
Lui sospirò e guardandola negli occhi sicuri e curiosi, propri da professoressa di scienze, la mise alla prova: “Ma è un anno bisestile, il 1928”.
Non mi dire che anche tu credi a queste stupidaggini…

Il vecchio sorrise, anzi di più: rise in un modo inimitabile, irraggiungibile. Sembrò che fosse l’universo ad allargarsi in una risata silenziosa, che toccò ovunque stelle e anime, spargendo quell’energia inspiegabile che serve per continuare.

chiesa madre 1processione 1masseriziemasseriziestazione ferroviaria 2Con il titolo: il cratere dell’eruzione del 1928. Qui accanto: la processione con la reliquia di San Leonardo, patrono del paese, davanti al “fuoco divoratore”; la colata alla Chiesa Madre; la stazione di Mascali prima di essere investita dalla colata del 1928. Le foto, per le quali ringraziamo di cuore Leonardo Vaccaro, sono cartoline tratte dalla collezione dell’Associazione Mascali 1928                             

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C’è questa volta. Una lezione al contrario https://ilvulcanico.it/ce-questa-volta-una-lezione-al-contrario/ Sun, 04 Jun 2017 06:30:03 +0000 http://ilvulcanico.it/?p=3632 di Sergio Mangiameli C‘è questa volta una formula originale. La formula è quella di un legame chimico, in cui sono presenti la molecola d’acqua, il carbonio, l’azoto, e qualcosa che, fino a prova contraria, non si trova da nessun’altra parte dell’Universo: l’uomo. La colla universale si annida nelle pieghe dell’idea del concorso “Storie sotto il […]

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di Sergio Mangiameli

Sergio Mangiameli sul palco della cerimonia finale di "Storie sotto il vulcano 2017" a Le Ciminiere di Catania, con me e Jasmine Basile
Sergio Mangiameli sul palco della cerimonia finale di “Storie sotto il vulcano 2017” a Le Ciminiere di Catania, con me e Jasmine Basile

C‘è questa volta una formula originale.

La formula è quella di un legame chimico, in cui sono presenti la molecola d’acqua, il carbonio, l’azoto, e qualcosa che, fino a prova contraria, non si trova da nessun’altra parte dell’Universo: l’uomo. La colla universale si annida nelle pieghe dell’idea del concorso “Storie sotto il vulcano”, quella che ha bisogno dell’animo umano per l’emozione, che ferma il tempo e lo contorna di unicità; quella che alimenta l’innato senso di appartenenza dell’uomo al luogo in cui è nato e si è formato.

La prima parola di questo concorso per ragazzi – letterario era, adesso, alla fine gloriosa della sua terza edizione, è diventato creativo – è “storie”, ossia invenzione nelle forme scritte, disegnate, fotografate; cioè: ragazzi, scatenate il cuore, a raccontare voi stessi in questa terra! Fatelo come volete, ma metteteci dentro l’anima.

E l’hanno fatto, i nostri figlioli, con numeri ancora in crescendo: più di duemilacinquecento. Spinti dai professori, sostenuti dagli sponsor e dagli enti locali, alla fine hanno vinto loro, gli sbarbatelli e le signorine che sanno scrivere, disegnare, fotografare. Che sanno già vivere da uomini e donne, dimostrando originale attaccamento al loro territorio sotto-il-vulcano.

Sulla littorina di Storie sotto il Vulcano 2017: con Marisa Mazzaglia, Paolo Sessa, Sergio Mangiameli e Riccardo La Spina
Sulla littorina di Storie sotto il Vulcano 2017: con Marisa Mazzaglia, Paolo Sessa, Sergio Mangiameli e Riccardo La Spina

Ecco la colla, dell’uomo aderente a se stesso nel tempo che vive sulla sua terra. Ecco la forza della speranza, che non ha niente a che fare con lezioni e semine e roba impartita dagli adulti. I ragazzi sono stati lasciati liberi di esprimere se stessi e noi li stiamo ascoltando. Forse, è una lezione al contrario per chi crede di sapere e di avere il diritto di colonizzare menti giovani. Certamente, Storie-sotto-il-vulcano, pesca nella radice dell’uomo, dove c’è la culla dell’anima, che è sempre una storia: raccontami, ancora, mamma…

Baricco, nel suo minutissimo monologo Novecento, faceva dire che fin quando abbiamo una storia da raccontare e chi ci ascolta, siamo salvi. Perché da A a B ci spostiamo con la scienza, ma da A in qualsiasi altro posto, possiamo farlo solo con l’immaginazione – la creatività -, puntualizzava Einstein.

Non sono migliori o peggiori di noi, questi ragazzi. Sono uomini e donne in nuce, che troveranno nella loro radice, motivazioni di speranza – inimmaginabili per noi – e salvaguardia di questo territorio e di loro stessi.

C’è questa volta solo una cosa: via dal nido. Il volo oltre lo Stretto, sotto altri vulcani e altre montagne d’Italia. Per raccogliere altre storie di colla umana al territorio. E tanti auguri, Monica Maimone, mamma di Storie-sotto-il-vulcano.

Sotto, le copertine delle bellissime pubblicazioni della terza edizione appena conclusa di “Storie sotto il vulcano”, editore Giuseppe Maimone, che raccolgono i racconti, disegni, foto e fumetti partecipanti al concorso

STORIE 2STORIE 3STORIE 1STORIE4iiStorie 5

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“Siamo tutti figli di questa terra, adesso, sotto un sole che lascia il segno” https://ilvulcanico.it/siamo-tutti-figli-di-questa-terra-adesso-sotto-un-sole-che-lascia-il-segno/ Sat, 18 Feb 2017 17:00:19 +0000 http://ilvulcanico.it/?p=2547 (Gaetano Perricone). Ha poco più di un anno “Come la terra”, il bellissimo, emozionante, commovente romanzo di Sergio Mangiameli, edito da Villaggio Maori. Come ho scritto nella recensione pubblicata da Etnalife.it, è una “struggente storia d’amore, di dolore, di passione ambientata nel fascinoso, immenso e avvolgente scenario dell’Etna …  è la felice sceneggiatura di un film che […]

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(Gaetano Perricone). Ha poco più di un anno “Come la terra”, il bellissimo, emozionante, commovente romanzo di Sergio Mangiameli, edito da Villaggio Maori. Come ho scritto nella recensione pubblicata da Etnalife.it, è una “struggente storia d’amore, di dolore, di passione ambientata nel fascinoso, immenso e avvolgente scenario dell’Etna …  è la felice sceneggiatura di un film che riesce a raccontare con uguale intensità l’anima umana e quella assai profonda del Grande Vulcano”. Ho preso a braccetto romanzo e autore fin dal “battesimo” a Viagrande, a dicembre del 2015 e li ho accompagnati, con grande entusiasmo e passione, in un vero e proprio tour di presentazione in vari luoghi della Sicilia, un’esperienza professionale e umana di grande rilievo. La prima presentazione del 2017, bella come le altre, si è svolta ieri pomeriggio a Siracusa, nella deliziosa location scelta dalla casa editrice, il “Biblios Cafè”, libreria, vineria e sala da thè nel cuore del centro storico e a due passi dal Duomo, un luogo della cultura molto raffinato e accattivante grazie anche alla ospitalità e alla classe della titolare Paola Tusa. Per  offrire un  … assaggio di “Come la terra” ai lettori del Vulcanico che non conoscono il romanzo e in omaggio a un lavoro che amo profondamente – e che mi piace di più ogni volta che leggo – e a Sergio, scrittore di grandi qualità e amico carissimo, ecco per voi uno stralcio tra i più belli e intensi.

di Sergio Mangiameli

Foto ricordo con Sergio Mangiameli davanti al Biblios Cafè di Siracusa
Foto ricordo con Sergio Mangiameli davanti al Biblios Cafè di Siracusa

(da “Come la terra”, pag. 34-38)

Monica sente il gruppo dietro. Sa che due passi prima c’è solo Andrea. Ha sulla schiena il suo respiro, che a volte sbuffa per prender più aria. Ha visto i suoi chili di troppo, ma ha guardato pure le sue spalle, il collo, e qualcosa oltre, più su. Sa cos’è. Lo sa maledettamente cos’è. E nessuno glielo aveva detto che oggi sarebbe arrivato un uomo con quei tratti. Precisi. Il mento deciso con la fossetta nel mezzo. Le labbra larghe quasi in perenne sorriso. Gli occhi non li ha voluti scrutare. Non ce la farebbe.

E’ la capacità delle donne, quella di guardare senza osservare. Al contrario degli uomini, che devono ripetere l’urto, per intuire di non farlo più.

Si deve attraversare la colata. “La sciàra”, dice Monica, “non si attraversa a sbalzi né di corsa. Ogni passo è valutato. Bisogna mantenere una certa, lenta velocità di spostamento. Non prendete mai l’eventualità di cadere, vi fareste molto male. La lava ferisce, quella nuova taglia”.

“Rischioso”, si lascia scappare Andrea. E pensa alla somma di quanti addendi di rischio incontrati finora su questa terra che non conosce.

Monica fa finta di non aver sentito.

“Non c’è un’altra possibilità?”, chiede uno di loro.

Monica fa finta di non aver sentito e affronta la prova. Non c’è una traccia sulla roccia nuova, non ci può essere ancora. Occorre tempo. Non il tempo delle stagioni e nemmeno di qualche anno. Il tempo che la terra dedica a se stessa per il suo cambiamento può essere visto dagli occhi di un uomo. E un uomo può aver il privilegio di camminarci su, proprio sulla sua ruga futura, lasciando rarefatte impronte che la terra assorbe piano.

C’è solo da trovare la propria strada, sulla sciàra nuova. Monica non dice seguitemi. Ha già detto quel che occorre e non si volta indietro. Non può. Non potrebbe aiutare nessuno, se non soccorrerlo dopo la rovinosa caduta. Non si può passare in due una sciàra nuova. La terra non lo consente. Siamo tutti figli di questa terra, adesso, sotto un sole che lascia il segno.

Andrea l’ha capito. Non serve guardare la traversata di Monica fino alla fine. Serve andare decisi. Non c’è sbaglio né perfezione, solo armonia tra il piede, la gamba, l’energia e la mente. Tra l’uomo e la terra. Se si punta all’equilibrio con la natura, non si cade.

Va. Affronta il bastione laterale ghiaioso, un muro instabile con pietre in promessa di frana. Oltre, ci sono le punte di lava rimaste a gelare al cielo, che lì sembra davvero toccare terra. Andrea è qui, interamente qui. Ogni sua cellula nervosa sta attraversando la sciàra. Ogni tendine, muscolo, osso. Non c’è niente di lui che sia distante da se stesso. La concentrazione è massima, la sua mente è una caldaia a tutto vapore. Non valuta se stesso mentre procede, non si domanda.

Va. Andrea dimentica la zaino che porta dietro, i chili non allenati, questa cosa mai fatta. Eppure riesce e arriva dall’altra parte come se fosse stato fatto apposta per camminare sulla sciàra. E’ elettrizzato. Sudato. Guarda Monica.

“Non male per un principiante”. Poi sembra cambiare tono: “Al ritorno, dovresti rilassarti di più, troppa tensione è pericolosa in montagna”.

La sciàra è passata. Sono loro due i primi e, da questa parte, si danno del tu.

Vedono gli altri barcollare nella terra in tempesta. Soldatini di una truppa solitaria ai confini dell’immaginazione. La guerra è interna, attorno a loro c’è solo pace. E’ tutto a posto, intorno a loro. La valle immensa li attende. La percorreranno interamente, fino ai bastioni del cielo caduto nella sabbia scura. Godranno di un’esperienza essenziale, oltre ogni loro aspettativa. Quasi un risveglio del possibile.

Cammineranno osservando tutto, ogni filo d’erba, ogni ape sui fiori di spinosanto. Vedranno i confini della propria ombra. Scanseranno fatte di volpe e resti di fuochi notturni. In questa valle esagerata senza eco, sentiranno finalmente il silenzio originale.

E una cosa inaspettata s’impossesserà di loro. Le loro menti si apriranno al solo presente, cancellando per tutto lo svolgersi, il resto del tempo. E’ il codice della vita, che qui è di casa.

“Come la terra”, Villaggio Maori Edizioni, 15 euro

https://www.facebook.com/Come-la-terra-156140161420518/

 

 

 

 

 

 

 

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Gabo, cent’anni di poesia https://ilvulcanico.it/gabo-centanni-di-poesia/ Sat, 21 Jan 2017 16:30:40 +0000 http://ilvulcanico.it/?p=2217 di Sergio Mangiameli Ero con una mia vecchia amica e con una nuova. Entrammo in un cinema scalcagnato, bocca aperta e secca di una voglia di cultura, arenata nell’asfalto umido di Picanello. Perché le luci al neon venivano direttamente dagli anni di piombo, assieme alle locandine, appese, di film con attori ormai scomparsi. Perché gli […]

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di Sergio Mangiameli

SERGIO

Ero con una mia vecchia amica e con una nuova. Entrammo in un cinema scalcagnato, bocca aperta e secca di una voglia di cultura, arenata nell’asfalto umido di Picanello. Perché le luci al neon venivano direttamente dagli anni di piombo, assieme alle locandine, appese, di film con attori ormai scomparsi. Perché gli anziani gestori sembravano contare le ore di un tempo ingobbito e solitario, di quelli che passano e ripassano dagli stessi luoghi per anni, lisciando le anime di chi da lì non si stacca. E perché non c’era altro di simile a un’idea migliore, tra venditori possibili di tutto, povertà abituale a pianterreno e violenza mascherata a ogni incrocio.

L’uomo sorrideva, di quelle smorfie tirate, capaci di mostrare un certo dolore ormai consunto, e si lamentava senza bavaglio della distribuzione disorganizzata, che non aveva mandato nemmeno una locandina in più di “Gabo”, per appiccicarla fuori e far sapere alla gente di questo quartiere popolare che lì dentro c’era il film sul più grande scrittore popolare del Sudamerica, nato in un buco ancor più povero di Picanello. La donna era impettita come l’ultimo sboccio di un fiore, sensibile e attenta alla luce degli occhi delle persone che le passavano davanti. Dava gli ingressi e opinioni precise sugli uomini.

E mentre prendevo i biglietti, sono volato su un ordinato fascio di locandine de “La corrispondenza” e mi sono accorto che respiravano ancora, stanche di un anno di lavoro, nell’angolo opposto a quello in cui dormiva un vecchio e serio proiettore. Tornatore e Garcia Marquez, chissà che tipo di corrispondenza c’è mai stata tra due assolutisti della narrazione, due uomini da Oscar e da Nobel, posseduti dalla punta morbida della follia artistica: quella che elimina il resto, tranne la storia da dover raccontare.

La locandina di Gabo

Entrammo, dunque, in una sala con le poltrone colorate come il sangue di Picanello: rossoazzurro, che il miracolo della Serie A di una cultura cinematografica avesse mai potuto contagiare quel pezzo di Catania, tra i suoi salotti bene e il mare di tutti.

C’era solo l’abbaio di un cane dal di fuori, che però occupava lo spazio interno e riempiva il tempo per l’inizio. “Attila fa casino nell’intervallo, poi lo sa, quando il film attacca, lui smette”, ci tenne a dirlo, l’anziano gestore, con parole appese sempre a quel sorriso tra le rughe.

Diventammo cinque, otto, dodici, una ventina, poi le luci al neon si spensero. Attila tacque e Gabo prese quota su uno schermo che non riusciva a contenere il film: alcuni bordi scappavano, parole in sovrimpressione si leggevano mozze; Gabo era troppo grande per quanti sforzi di sintesi si fossero fatti.

Juan Gabriel Vásquez spiega la vita di Gabo, di come il suo mondo sia partito da un posto di periferia colombiana con un nome da cantilena magica, Aracataca, e della sua perenne inquietudine, “perché solo così si può scrivere”. Un bambino che ha conosciuto il senso dell’abbandono, e quindi la solitudine, e il contatto con la quotidiana violenza degli adulti; che ha vissuto l’iniziazione obbligata al sesso a dodici anni, con i pompini delle puttane di Aracataca, la superstizione estrema di sua nonna e i racconti di guerra di suo nonno. E la morte di lui “come fine di tutto”.

Gabriel Garcia Marquez riceve il premio Nobel per la letteratura a Stoccolma nel 1982

Questa è la noce della narrativa di Gabo, più la parte giornalistica della difesa dei diritti umani, che lo portò a Stoccolma a dedicare il Premio Nobel ricevuto, “alla poesia, l’unica prova concreta dell’esistenza dell’uomo. La poesia, insomma, quell’energia segreta della vita quotidiana che fa cuocere i ceci in cucina e contagia l’amore e ripete le immagini negli specchi. In ogni riga che scrivo, cerco sempre, con maggiore o minore fortuna, di invocare gli spiriti schivi della poesia, e tento di lisciare in ogni parola la testimonianza della mia devozione per le sue virtù divinatorie in questo delirio senza appello, che è il mestiere di scrivere”.

Novanta minuti allineati al battito cardiaco, con una musica sospesa dentro un ritmo di attesa costante, come la vita, che cambia di continuo e contro ogni nostra inutile, buffa previsione. Il gioco del destino sulle teste degli uomini, “le tante lezioni con cui di solito ci sorprende e che rendono più evidente la nostra condizione di giocattoli di un caso indecifrabile, la cui unica e desolante ricompensa è, almeno la maggior parte delle volte, l’incomprensione e l’oblio”. Ancora poesia.

“L’antidoto è scrivere molto”. Finisce così come una botta di sospiro ultimo, il film. Il gol al novantesimo è questo. La partita nello stadio cinematografico con le poltrone rossoazzurre è finita. La palla di parole è in rete.

Attila riprende il suo assolo abitudinario, i giocatori sciolgono le righe. I neon illuminano i volti delle mie due amiche, una vecchia che mi conosce l’anima e il corpo, l’altra sbucata dal social e appena materializzatasi nella realtà.

Uscimmo fuori e io rimasi con la sensazione di aver assistito alla prima partita di calcio dove ha vinto la Poesia contro il Resto del Mondo, nell’unico bisunto, sgangherato, fottuto campo in cui si sarebbe mai potuta giocare. Il campo della strada aperta a qualsiasi possibile espressione di vita, amori sospesi e amicizie riprese e rinnovate, sentimenti in cerca di definizione e piaceri nuovi, nelle ingarbugliate e incredibili storie come le nostre, dove l’unica luce capace d’illuminarle è appunto la Poesia. Anche a costo di cent’anni di solitudine.

 

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