cinema Archivi - Il Vulcanico https://ilvulcanico.it/category/cinema/ Il Blog di Gaetano Perricone Sat, 14 Feb 2026 17:25:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Agnes, William. Hamnet. Il dolore che divide, l’arte che rende immortali https://ilvulcanico.it/agnes-william-hamnet-il-dolore-che-divide-larte-che-rende-immortali/ Sat, 14 Feb 2026 17:25:46 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26164 di Antonella De Francesco Ho visto Hamnet di Chloè Zao Non succedeva da tempo che un film mi commuovesse così. Per un paio d’ore ci si immerge in una natura selvaggia e piena di colori, luci e ombre che, grazie alle incredibili riprese di Lukasz Zal ci avvolge e ci inebria fino quasi a farci […]

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di Antonella De Francesco
Ho visto Hamnet di Chloè Zao
Non succedeva da tempo che un film mi commuovesse così. Per un paio d’ore ci si immerge in una natura selvaggia e piena di colori, luci e ombre che, grazie alle incredibili riprese di Lukasz Zal ci avvolge e ci inebria fino quasi a farci sentire i suoi profumi, provare la sensazione di camminare nel fango, sentire l’umido della terra scavata a mani nude, l’amaro di certe erbe un tempo usate per guarire il corpo e allontanare la morte, perché è questo che fa da sempre l’uomo: scacciare la morte.
Sulle note magnifiche di Max Richter.
Il film, giustamente candidato all’Oscar, narra la storia d’amore tra Agnes (un’eccezionale Jessie Buckley) e William Shakespeare (Paul Mescal ) e della loro famiglia. Agnes e William si vedono da lontano, si annusano come animali, si riconoscono, si uniscono senza indugi e si amano, cercando conferme e presagi l’uno negli occhi dell’altra, ignari di quale vita e quanta parte di gioia e di dolore avranno in sorte.
La ricostruzione di luoghi e costumi ci riporta indietro in un tempo lontano, in cui venire alla luce e restare vivi non era poi così scontato. Le urla di Agnes che partorisce sola nel bosco o su una sedia in casa recano il mistero della vita e ci inchiodano all’evidenza che allora come ora dare alla luce un figlio resta forse l’unico miracolo che un essere umano possa compiere. Agnes dà alla luce i suoi figli e in quello stesso momento, da madre, suggella un patto tacito con loro: si assume l’onere di custodirli e proteggerli finché sarà in vita. È questa la sua e la missione di ogni madre, da che esiste il mondo.
Non so se è un caso che il padre non ci sia e non assista ai parti, c’è forse l’idea sottintesa che i figli sono della madre? Qui la regista per un momento ce lo lascia credere e ci lascia credere anche che il dolore in Agnes e William per la perdita del piccolo Hamnet sia diverso: quel “ Tu non c’eri “ è un atto d’accusa contro il padre, è il peso di un dolore che Agnes crede faccia più male a lei che a chiunque altro, è la fine dei sogni e dei presagi da cercare nel volto di lui .
La regista Choé Zhao
Quanta attualità in quel dolore che divide anziché unire, che chiude il cuore e lo rende sordo al mondo e che si accompagna al peso di non aver saputo scacciare la morte! Ma se la morte non può essere evitata, cosa resta a noi miseri esseri umani se non ricordare e sognare chi non è più tra noi?
E qui il film prende una piega sorprendente e affida proprio al padre l’onere più grande. All’insaputa della moglie Agnes, William scrive e mette in scena una tragedia in cui Hamnet è il protagonista. Per sua voce dà sfogo al suo dolore, al peso per non esserci stato. Il suo dilemma se “essere o “non essere” diventa il dilemma universale di tutti noi e quel “morire “ o “ dormire”, rassegnarsi o continuare a lottare prende gli astanti in quel teatro Vittoriano e tutti noi . William con la sua tragedia condivide il suo dolore e lo svela ad Agnes e al suo pubblico e nella coralità di quella commozione, consegna Hamnet all’immortalità, celebrando il potere dell’arte in ogni sua forma e del teatro in particolare. Da vedere
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COME HAMNET DIVENNE HAMLET. E’ GRANDE CINEMA
di Gaetano Perricone
“Lascia aperto il cuore …”
Predestinato all’Oscar, agli Oscar. Non so quanti premi, tra le otto candidature ricevute, raccoglierà a Hollywood la notte del 16 marzo questo meraviglioso film della 44enne, formidabile regista cinese naturalizzata statunitense Chloé Zhao, già statuetta di bronzo placcata oro 24 carati per miglior film e migliore regia nel 2021 con “Nomadland”. Quello che da spettatore attento ho capito per certo, dopo 2 ore e cinque minuti di immenso cinema, è che “Hamnet. Nel nome del figlio” è predestinato con altissimi meriti al premio più ambito di questa splendida arte.
Mi ha talmente affascinato, rapito, profondamente commosso questo film, che avevo pensato di scrivere soltanto tre parole, un invito per tutti quelli tra voi che amano il grande schermo: andatelo a vedere. Punto. Ma, ispiratissimo dalle immagini e dalle sequenze che mi ripassano davanti agli occhi e dalle tante parole che ancora mi riscaldano il cuore che ne ha necessità, mi viene di scrivere queste riflessioni.
Poco dico della trama, peraltro già notissima da tempo agli appassionati per il martellamento di trailer e di recensioni. E’ la storia vera, ambientata nella seconda metà del Cinquecento, dell’amore intenso nato a Stratford-upon-Evon, tra il celeberrimo poeta e drammaturgo inglese William Shakespeare e la bella e selvaggia moglie Anne Hathaway, nel film diventata Agnes, viscerale nei suoi sentimenti, “figlia di una strega del bosco” e di come la infinita tragedia della perdita del figlio undicenne Hamnet, origine di profondi sensi di colpa per entrambi i genitori, abbia condizionato la loro esistenza e ispirato “Hamlet”, Amleto, l’opera più famosa di William.
“Hamnet”, film che evoca con ammaliante potenza narrativa “fantasmi, morti e rinascite”, leggo correttamente da qualche parte, è il cinema. E’ arte, è poesia, è cultura, è spettacolo. E’ colori, è musica. E’ sentimento, emozione, commozione. E’ amore, è gioia e dolore. E’ interpretazione, performance attoriale: magnifiche, a tratti straordinarie, quelle di Jessie Buckley-Agnes; Paul Mescal- William Shakespeare; Joe Alwyn-Bartholomew, fratello di Agnes; dei tre bravissimi giovani attori nei panni dei figli dei coniugi Shakespeare.
E’ tutto questo e anche di più il capolavoro – lo dico con enfasi, non mi frega nulla se ci sarà come sempre chi criticherà questa definizione – che ci regala Chloé Zhao, miscelando tutti questi ingredienti in un prodotto che fa la netta differenza tra una regista e un’autrice, capace di entrare con forza ipnotica nell’anima degli spettatori affrontando tra l’altro una storia non facile da raccontare. Aggiungo una personale emozione: la parte finale, che ci porta dentro l’affascinantissimo Globe Theatre di Londra per la prima rappresentazione di Amleto con Agnes in prima fila tra gli spettatori e William dietro le quinte e poi sul palco, mi ha dato veramente i brividi per la sublime recitazione di alcuni brani, compreso il celeberrimo “Essere o non essere”. Al punto da spingermi a rispolverare dalla mia libreria il libretto dell’opera completa da una vecchia e bellissima collezione, pubblicata tanto tempo fa con “L’Unità”, per rileggerlo, direi più leggerlo oggi, dopo la faticosa conoscenza giovanile negli studi di letteratura inglese.
Finisco con la ormai quasi consueta considerazione, ma è realtà e non posso farne a meno: di venerdì pomeriggio, nove spettatori in una grande sala con 292 posti (li ho contati apposta) per un film del genere appena uscito sono troppo pochi. In fondo non c’è da meravigliarsi: nel nostro Paese è sempre meglio ridere con Checco, che io vedrò certamente in tv quando verrà il tempo, che non acculturarsi con William. Così è, se vi pare

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“La Grazia” che cerchiamo, giudicando noi stessi. Perché i giorni sono tutti nostri https://ilvulcanico.it/la-grazia-che-cerchiamo-giudicando-noi-stessi-perche-i-giorni-sono-tutti-nostri/ Sun, 01 Feb 2026 09:29:34 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26136 di Antonella De Francesco L’ultimo film di Paolo Sorrentino, La Grazia, è un viaggio a ritroso nell’ esistenza di chi è avanti negli anni, alla fine di qualcosa e in procinto di compiere delle scelte importanti. A tutti noi prima o poi capiterà di trovarci a fare il bilancio di ciò che è stato e […]

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di Antonella De Francesco
L’ultimo film di Paolo Sorrentino, La Grazia, è un viaggio a ritroso nell’ esistenza di chi è avanti negli anni, alla fine di qualcosa e in procinto di compiere delle scelte importanti. A tutti noi prima o poi capiterà di trovarci a fare il bilancio di ciò che è stato e di volerci trovare un senso: lo dobbiamo a noi stessi e a quelli che ci stanno accanto. Alcuni si troveranno almeno coerenti dall’inizio alla fine con quello in cui hanno creduto, fedeli a chi hanno amato  noiosi forse? Può darsi. La “grazia” è il risultato di un giudizio a cui tutti noi ci sottoporremo un giorno e starà a noi, prima che al Creatore, per chi ci crede, concedercela questa grazia. Ci assolveremo? Ci assolveranno? Saremo ancora capaci di passioni? Forse no. Ma conserveremo nel cuore, vivida come un tempo, la passione per chi abbiamo amato e al suo ricordo torneremo indietro nel tempo a quell’incontro a cui saremo sempre grati.
Paolo Sorrentino ci ricorda che in ogni vita c’è un “prima” e un “dopo” e sta a noi continuare ad esserci, perché i giorni sono tutti nostri, non ci resta che legarli gli uni agli altri fino all’ultimo con coerenza. Il film loda l’equilibrio e il passo lento e consapevole di chi ha vissuto ragionevolmente, la maturità di chi è affidabile, la dignità di chi è onesto, gentile e rispettoso degli altri, di chi sa leggere perfino oltre il diritto, di chi ascolta molto e parla il giusto.
In un mondo di chiasso e bagarre a tutti i livelli, Toni Servillo (immenso) nel ruolo di Mariano De Santis, Presidente della Repubblica a fine mandato, incarna la pacatezza, l’ironia, la forza della conoscenza fondata sullo studio, l’umiltà di concepire ancora il dubbio prima di compiere delle scelte e di richiedere il tempo necessario per fugarlo del tutto o, almeno, per archiviarlo. Ci mostra anche che oltre a saper vivere, bisogna, quando arriva il momento, saper uscire di scena, tirarsi fuori ad osservare il mondo che va avanti dalla finestra, senza rimpianti e, piuttosto, con leggerezza, riconoscendo che è il tempo degli altri, dei giovani e non più il nostro .
Il film è rigoroso, netto, senza fraintendimenti, con una bella fotografia, commovente e a tratti divertente. La scena più bella ? Per me quella dell’astronauta che alla fine ride del suo stesso dolore, a ricordarci che tutto è relativo: noi e le nostre esistenze lo siamo ed è sempre bene non dimenticarlo. Da vedere.
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I GIORNI DELLA GRAZIA
di Gaetano Perricone
Sono quelli che mancano alla fine del mandato di Mariano De Santis, l’immaginario Presidente della Repubblica protagonista del film, impegnato nella fase del semestre bianco a decidere su questioni delicatissime, letteralmente di vita o di morte: la firma sulla legge sull’eutanasia, nel Paese del Vaticano e con un brillantissimo Papa nero che va in motocicletta ma che è ovviamente contrario, e quelle su due domande di grazia, di una donna che aveva ucciso il suo uomo che la torturava e di un uomo che aveva posto fine al calvario della moglie malata di Alzheimer. Pensieri che turbano profondamente De Santis, che prende le sue decisioni – naturalmente non le scrivo qui – nell’immediata vigilia del suo addio al Quirinale.
Toni Servillo, eccezionale attore protagonista de “La Grazia” nei panni del presidente della Repubblica Mariano De Santis
Ho letto disquisizioni e interpretazioni varie sulle somiglianze del presidente de “La grazia” e devo dire che, dopo avere visto questo grande film, non mi pare francamente il tema più appassionante. Certo, ne ha di Sergio Mattarella per le sue capacità di eccelso giurista e per la presenza costante e determinante della figlia Dorotea – una straordinaria Anna Ferzetti, che evidentemente forma una super coppia di attori con il compagno Pierfrancesco Favino – nella sua vita, anche nel suo impegno istituzionale. Ma fisicamente ne ha anche di Cossiga.
il regista Paolo Sorrentino
Nonostante la mia non simpatia per la vanità stucchevole e a volte arrogante di Paolo Sorrentino (che pure apprezzo molto, al punto da vedere ogni suo film) e per la esagerata onnipresenza eclettica di Toni Servillo, debbo dire che la genialità, la forza evocativa, l’ironia del primo nell’affrontare, raccontando a suo modo la quotidianità del Capo dello Stato, temi importanti, profondi, essenziali della vita e della società – la solitudine da “numeri primi” della vita di De Santis, nonostante tutte le presenze soffocanti per la sua sicurezza; i dubbi sulle questioni etiche di valore fondamentale per la vita delle persone; le pressioni che subisce chi occupa quel ruolo; l’amore in ogni sua coniugazione – e la monumentale bravura del secondo, con una presenza scenica ed espressiva eccezionale, con il costante contrasto tra carisma pubblico e enorme solitudine e anche sofferenza interiore, fanno de “La grazia” un’opera cinematografica certamente di grande importanza e l’ennesimo contributo prezioso di Paolo Sorrentino al racconto della società italiana di oggi e delle sue problematiche.
Altro non posso dire, perché un punto davvero forte de “La grazia” è la capacità di sorprenderci quasi ad ogni scena, compresa – questo posso dirlo – la crescente passione del presidente per il rap e i rapper, protagonisti di una colonna sonora piena di suggestioni.

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Padre, madre, sorella, fratello. Distanze, silenzi, distacchi. Disgregazione e solidarietà https://ilvulcanico.it/padre-madre-sorella-fratello-distanze-silenzi-distacchi-disgregazione-e-solidarieta/ Sat, 27 Dec 2025 12:50:45 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26048 di Antonella De Francesco Father mother sister brother di Jim Jarmusch, vincitore del Leone d’Oro all’ultimo Festival del cinema di Venezia, è un film disperato sulla fine delle relazioni familiari che si sgretolano per le distanze vere o virtuali, per i silenzi troppo prolungati, per l’eccesso di autonomia che ciascuno di noi esige con prepotenza. […]

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di Antonella De Francesco
Father mother sister brother di Jim Jarmusch, vincitore del Leone d’Oro all’ultimo Festival del cinema di Venezia, è un film disperato sulla fine delle relazioni familiari che si sgretolano per le distanze vere o virtuali, per i silenzi troppo prolungati, per l’eccesso di autonomia che ciascuno di noi esige con prepotenza. È un film sulla mancanza di circolarità dei sentimenti che io e quelli come me abbiamo cercato di mantenere oltre le perdite, in barba alle separazioni e alle delusioni, con l’intento di restare vivi.
Niente a che vedere con il remake di Stanno tutti bene ( con uno strepitoso Robert De Niro) che forse riesce ancora a salvare qualcosa della sua famiglia, mentre qui non c’è più niente da salvare se non la finta consapevolezza che “loro” stanno bene . E di “loro” non possiamo né, in fondo vogliamo, sapere tutto, perché oggi andare a fondo nelle cose ci fa male.
L’unico filo di speranza resta per brother and sister che si ritrovano soli e fratelli, uniti nel lutto che li accomuna, ma incapaci di farsi carico dell’unica responsabilità a cui sono chiamati e che non vi svelerò.
Il regista Jim Jarmush con il Leone d’Oro vinto all’ultimo Festival del Cinema di Venezia
Questa parte del film mi ha toccata particolarmente perché svuotare la casa di famiglia è il viaggio più doloroso a cui siamo chiamati: decidere di disfarci di tutto ciò che per noi figli è irrilevante ma per chi ci ha cresciuto era importante, tradirli ancora una volta o per la prima volta è brutale. Accumuliamo in vita tutta una serie di oggetti che dicono di noi ma che non parlano più a chi resta, una volta che ce ne saremo andati. Non “oggetti” dunque, ma “gesti”: abbracci veri, sorrisi spontanei, solidarietà e vicinanza nel quotidiano è questo l’unico senso della vita per costruire quel bagaglio di ricordi che almeno i più accorti e sensibili di noi serberanno con cura per sempre . Sconsigliato ai “deboli” di cuore e da evitare sotto le feste …

 

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Muori, Amore mio. Quell’ossessione fatale https://ilvulcanico.it/muori-amore-mio-quellossessione-fatale/ Mon, 01 Dec 2025 09:17:53 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26026 di Antonella De Francesco Il film Die my love, della regista Lynne Ramsay, tratto dal romanzo di Ariana Harwicz e prodotto da Martin Scorsese è un pugno allo stomaco dall’inizio alla fine, un viaggio nella mente di una giovane donna che ha appena partorito. Un film di poche parole dove il messaggio arriva per immagini […]

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di Antonella De Francesco
Il film Die my love, della regista Lynne Ramsay, tratto dal romanzo di Ariana Harwicz e prodotto da Martin Scorsese è un pugno allo stomaco dall’inizio alla fine, un viaggio nella mente di una giovane donna che ha appena partorito. Un film di poche parole dove il messaggio arriva per immagini e non lascia spazio a fraintendimenti.
Il corpo di Jennifer Lawrence nei panni di Grace, giustamente candidata all’ Oscar come miglior attrice protagonista, ci mette di fronte all’inferno che può scatenarsi nella mente di una donna dopo il parto quando la “madre” e la “femmina” (concedetemi questo termine ), si trovano a convivere, quando quell’essere a cui devi tutte le premure e le attenzioni e al quale sei inesorabilmente legata per sempre, ti prende ogni linfa vitale, ti toglie il sonno e ti relega all’unico ruolo di cui ha bisogno, ma che a te non basta. Il suo pianto c’è sempre nella mente di una madre, anche quando non c’è, sarà capitato anche a voi di alzarvi nel cuore della notte per controllare se il bimbo piange, ma Grace ne è ossessionata. Ogni giorno l’accudimento fatto di routine e pochi gesti estenuanti e senza fine scavano nella sua mente un baratro che l’allontana progressivamente e inesorabilmente dal mondo esterno e dagli altri affetti.
Che ne è stato della donna sensuale a cui il marito non poteva resistere e perché lui torna sic et simpliciter alla vita di prima, fatta di lavoro e di rapporti sociali, mentre lei resta con quel minuscolo esserino tra le braccia, lontana da tutti e invisibile ai più? È un declino graduale ma irreversibile in un abisso di emozioni, allucinazioni, simboli e sogni che lo spettatore non sa mai se immaginari o reali, mentre guarda lo schermo in un crescendo di tensione emotiva e di pena, ecco che arriva lo schianto di Grace (metaforico e reale) da qualche parte, su uno specchio o contro un vetro. Grace sta male e non sa esprimerlo se non attraverso le sue folli azioni e la sua aggressività verbale che si placano solo con il suo bambino. A lui resta sottomessa, da lui è vinta, lui che è tutto il suo mondo, ma un mondo che non le basta più e dal quale non può scappare.
Il film parla anche di solidarietà femminile perché la suocera Pam, magistralmente interpretata da Sissy Spacek, le è vicina. Lei, anziana , segnata dalla vita e dalla morte del marito (Nick Nolte) è la prima a carpire il suo malessere, lo riconosce, ci è già passata, avvisa il figlio, Jackson (Robert Pattinson) , lo mette in guardia, cerca di dare una mano se non fosse che Grace rifiuta ogni collaborazione, allontana chi le tende la mano, prova sdegno per tutto ciò che è “normale” perché per lei semplicemente non è così .
Il film si distingue per una regia cruda e mai melensa che alterna sapientemente riprese in ambienti claustrofobici, che sembrano chiudersi addosso a Grace, a distese boschive senza confini, quasi da western, dove il senso di smarrimento e solitudine si fa ancora più profondo. Questi contrasti visivi riflettono lo stato d’animo della protagonista: la casa diventa prigione, mentre la natura sconfinata non offre comunque vie di fuga, ma ne amplifica il senso di isolamento. Gli occhi di Grace, che diventano il filo conduttore emotivo del film, sono una costante richiesta di aiuto a tutti noi e riportano l’attenzione su un tema troppo spesso sottovalutato, soprattutto dal mondo maschile: la sofferenza psicologica delle madri nel periodo post-partum.
Per pochi/e e selezionati, da vedere.
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di Gaetano Perricone
Ci sono anch’io, stavolta. Ho avuto, per la prima volta, il grande piacere e l’esperienza interessantissima di vedere questo film così difficile, impegnativo, duro,  insieme all’autrice di questa ancora una volta straordinaria recensione. Riesco ad apprezzarne ancora di più il valore proprio perché i miei occhi erano accanto ai suoi nel guardare immagini che dicono tutto, sentire poche parole quasi sempre dolorosissime, pensare e giudicare quello che vedevamo. E non ho alcuna difficoltà, da giornalista di vecchio mestiere, a confermare un’opinione già espressa: Antonella De Francesco è un eccellente critico cinematografico, lo scrivo al maschile perché non riesco a fare diversamente.
Sui contenuti di Die, my love ho ben poco da aggiungere. Non solo perché Antonella ha detto e scritto tutto con analisi perfetta e chiarissima, anche di fronte a un film per niente facile, pieno di complessità e aspetti psicologici, psicanalitici, psichiatrici diversi. Non sono proprio in grado di aggiungere altro perché non essendo mai stato padre, non ho mai fatto l’esperienza diretta di stare accanto a una madre che abbia attraversato le problematiche post parto che, nel film, dilaniano tragicamente la vita di Grace. Dopo il film, Antonella De Francesco commentava, ragionevolmente, che è una storia soprattutto per donne. Ma è altrettanto vero che un uomo giovane e non solo che guarda in Die, my love cosa può accadere, in modo estremo nel caso di Grace ma drammaticamente possibile, dopo che la mamma di suo figlio lo ha messo al mondo, può riflettere profondamente e perfino attrezzarsi a una più forte e solidale vicinanza. Oppure, finisco con una provocazione semplicistica e brutale da uomo mai padre, pensarci cento volte prima di mettere su famiglia …

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Eroi civili nel silenzio, in camera di consiglio. La verità, oltre ogni ragionevole dubbio https://ilvulcanico.it/eroi-civili-nel-silenzio-in-camera-di-consiglio-la-verita-oltre-ogni-ragionevole-dubbio/ Sat, 22 Nov 2025 13:51:35 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=25987 di Antonella De Francesco Sembra quasi una pièce teatrale per l’ambientazione chiusa e i dialoghi serrati, il film La camera di consiglio, della regista Fiorella Infascelli, che racconta come due magistrati onesti, differenti ma determinati e otto giurati volontari, segregati per più di un mese in un appartamento all’interno del carcere Ucciardone, riscrissero la storia […]

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di Antonella De Francesco
Sembra quasi una pièce teatrale per l’ambientazione chiusa e i dialoghi serrati, il film La camera di consiglio, della regista Fiorella Infascelli, che racconta come due magistrati onesti, differenti ma determinati e otto giurati volontari, segregati per più di un mese in un appartamento all’interno del carcere Ucciardone, riscrissero la storia d’Italia, sancendo definitivamente e irreversibilmente l’esistenza della mafia e pronunciandosi con una sentenza epocale contro gli oltre 400 imputati del Maxi Processo.
Si tratta di un film dal profondo valore civile, quasi indispensabile per una società spesso incline a dimenticare il proprio passato, aspetto che diventa ancora più rilevante in un momento storico in cui il ruolo della magistratura viene frequentemente messo in discussione, perfino dalle stesse istituzioni.
L’opera di Fiorella Infascelli, con il contributo di Francesco La Licata in qualità di consulente storico, con il suo approccio onesto e misurato, rappresenta un monito e un invito a riflettere sull’importanza della memoria e della giustizia. Il film si caratterizza per la delicatezza con cui tratteggia i personaggi, sia i giurati che i due magistrati protagonisti, Alfonso Giordano (interpretato da Sergio Rubini) e Pietro Grasso (interpretato da Massimo Popolizio), che, pur diversi per carattere, visione e strategie, condividono un unico obiettivo: perseguire la giustizia, arrivando a condanne giuste e, dove necessario, alle dovute assoluzioni.
Nel corso della vicenda, il principio del “ragionevole dubbio” viene costantemente riaffermato da Alfonso Giordano, per voce di Sergio Rubini, che con consapevolezza e responsabilità lo ricorda a sé stesso e agli altri giurati, persino ridimensionando il peso delle confessioni dei pentiti, laddove non supportate da prove certe. Ritratti nella solitudine di quei giorni, separati dal resto del mondo, immersi in un’atmosfera quasi sospesa, che la regista restituisce con una scenografia essenziale a sottolineare la condizione di chiusura e concentrazione assoluta a cui erano sottoposti, con i pochi oggetti personali (unici strumenti per non perdere il senso di sé e per ricordare la propria storia e il proprio percorso umano) loro sono i primi “eroi”, ben prima delle stragi e del clamore mediatico dell’antimafia che avrebbe investito l’Italia. Sono stati loro, nella solitudine forzata e nel silenzio di quelle stanze, a scrivere una delle pagine più importanti della storia civile del nostro Paese, affrontando le paure, le fragilità e i dubbi che inevitabilmente accompagnano ogni decisione di grande portata.
In quel piccolo corteo finale che si dirige verso l’aula per esporre la sentenza, in quei visi fieri dei giurati con indosso la fascia tricolore, in quelle toghe indossate con onore, dovremmo riconoscerci tutti noi Italiani onesti per rinnovare quotidianamente il nostro senso di appartenenza e il rispetto verso la giustizia. La camera di consiglio, dunque, non si limita ad essere un semplice racconto di giustizia e di memoria ma, attraverso la narrazione delle vicende di quei magistrati e dei giurati, si fa portavoce della responsabilità collettiva di noi spettatori e cittadini, ricordandoci che la giustizia non appartiene soltanto a chi amministra la legge, ma a ogni individuo che, nella quotidianità, sceglie di schierarsi dalla parte dell’onestà e della verità.

 

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Siamo tutti prigionieri, tutti. Basta “Un semplice incidente” https://ilvulcanico.it/siamo-tutti-prigionieri-tutti-basta-un-semplice-incidente/ Mon, 10 Nov 2025 07:50:36 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=25975 di Antonella De Francesco Un semplice incidente, l’ultima fatica del regista iraniano Jafar Panahi, insignito della Palma d’oro al festival di Cannes, è un capolavoro. È un coltello che ti entra dentro e che ti fa sentire tutta l’angoscia della prigionia, l’ingiustizia e la spietatezza del regime che cambia per sempre la vita della gente […]

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di Antonella De Francesco

Un semplice incidente, l’ultima fatica del regista iraniano Jafar Panahi, insignito della Palma d’oro al festival di Cannes, è un capolavoro.

È un coltello che ti entra dentro e che ti fa sentire tutta l’angoscia della prigionia, l’ingiustizia e la spietatezza del regime che cambia per sempre la vita della gente e lo fa con una semplicità disarmante, partendo da un evento assolutamente banale. In quel momento iniziale in cui la telecamera inquadra il protagonista, Vahid, mentre guida la sua auto nell’oscurità, la vittima è un cane investito che resta fuori dall’inquadratura  Si avverte lo schianto ma non si vede la vittima. È solo un povero cane … Ricordatevi di questo buio e di questo fuori campo nel finale, perché lì resterà fuori dalla vostra vista il carnefice, anche se ne sentirete la presenza e ne riconoscerete l’identità senza vederlo.

È questo il miracolo che compie Pahani alla fine della sua pellicola: di averci reso tutti prigionieri, capaci di riconoscere il nostro aguzzino anche senza vederlo! Il film si basa proprio sulla paura che resta in chi ha subito la prigionia: una paura legata al buio delle bende sugli occhi, al rumore dei passi dei carcerieri, alle voci, alle umiliazioni e alle torture rimaste senza volto, ma indelebili e nitide nella memoria di chi le ha subite. È un film sul senso di vendetta, sul perdono e sulla pietà e su come ciascuno di noi sviluppi nella vita la sua personale capacità di provarle, oppure no. È a tratti anche una commedia grottesca che ci conduce con il sorriso nella quotidianità di un paese in cui regna la corruzione e nell’orrore che si compie tutti i giorni. E sul finale è un grido disperato perché venga fermata questa spirale di violenza che si perpetra da troppo tempo e non solo in Iran.

Jafar Panahi con la Palma d’Oro a Cannes

Jafar Panahi potrebbe essere definito geniale se non fosse che quello che racconta è reale e non si è inventato nulla. Qui non si tratta di una trovata cinematografica, né di un brutto sogno che possiamo lasciarci alle spalle, perché i carcerieri del regime esistono davvero e i prigionieri pure. Panahi lo sa bene e dopo questo film, anche i più distratti tra noi non possono ignorarlo. Da vedere assolutamente

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Linate, 8 ottobre 2021. La negligenza. Gli errori. La strage. “La Memoria e il Debito”. Un documentario da Oscar https://ilvulcanico.it/linate-8-ottobre-2021-la-negligenza-gli-errori-la-strage-la-memoria-e-il-debito-un-documentario-da-oscar/ Mon, 13 Oct 2025 05:00:27 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=25911 di Gaetano Perricone “Bastava pochissimo perché non succedesse. Sarebbe bastato pochissimo”. “Non era possibile morire in questo modo”. “Prima succede un fatto, poi si scrive … Forse non si è fatto abbastanza per i familiari”. “La sicurezza degli aeroporti è fatta dagli uomini”. “C’è differenza tra vivere e sopravvivere”. “Il primo anno è per rompere […]

L'articolo Linate, 8 ottobre 2021. La negligenza. Gli errori. La strage. “La Memoria e il Debito”. Un documentario da Oscar proviene da Il Vulcanico.

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di Gaetano Perricone

“Bastava pochissimo perché non succedesse. Sarebbe bastato pochissimo”. Non era possibile morire in questo modo”. “Prima succede un fatto, poi si scrive … Forse non si è fatto abbastanza per i familiari”. La sicurezza degli aeroporti è fatta dagli uomini”. “C’è differenza tra vivere e sopravvivere”. “Il primo anno è per rompere tutti i fili della vita. All’inizio del secondo anno sai che non c’è più niente da rompere”“Approfittiamo di quello che abbiamo, cerchiamo di essere felici e andare avanti”. “Però un desiderio ce l’ho: condividere un abbraccio con tutti voi”.

Una testimonianza dopo l’altra. Senza sosta, incalzanti. Commuovono, indignano. Sono le voci e le parole dei parenti delle vittime, di esperti e investigatori. Chiare e forti, dolorosissime, implacabili. Coraggiose. Dirompenti nella loro immensa dignità. Da mozzare il fiato. Rendono in pieno, senza filtri, il senso di vuoto per perdite devastanti, ingiuste, inaccettabili. Lo fanno per 94 minuti, l’intera durata dello straordinario documentario La Memoria e il Debito, scritto e diretto da Francesca La Mantia e Massimiliano Napoli, produzione indipendente che squarcia il velo di un lungo, troppo lungo silenzio sull’incidente aereo sulla pista dell’aeroporto milanese di Linate l’8 ottobre 2001, con 118 vittime – elencate nei titoli di coda – il più grave mai accaduto in Italia. Non ho alcuna esitazione a esprime il mio umilissimo giudizio di cronista di vecchio mestiere su quest’opera, che ho avuto l’opportunità di vedere in privato, senza timore di essere tacciato di eccessivo entusiasmo: merita sicuramente di concorrere per l’Oscar dedicato a questo tipo di produzioni e mi piacerebbe molto essere buon profeta.

Copio e incollo, dal comunicato stampa, la efficace sintesi di questo lavoro estremamente importante, venuto alla luce pubblicamente l’8 ottobre 2025“Proiettato in occasione del ventiquattresimo anniversario della tragedia all’aeroporto di Linate, il film restituisce un racconto intenso e necessario su uno dei più gravi disastri dell’aviazione civile europea. Attraverso testimonianze dirette, materiali d’archivio e immagini esclusive delle indagini, il documentario ricostruisce le circostanze dell’incidente, in cui persero la vita 118 persone ridando voce e dignità alle vittime e ai loro familiari ma anche all’unico superstite, Pasquale Padovano”.

Un momento della presentazione

Tutto questo, il documentario La Memoria e il Debito lo fa con asciuttezza estremamente professionale, senza indulgere neanche per un attimo alla compassionevole retorica che spesso caratterizza queste operazioni televisive o cinematografiche di recupero della memoria sulle grandi tragedia. Le immagini sono scioccanti al punto giusto, senza inutile spettacolarità, restituiscono tutta la incredibile gravità di un incidente spaventoso e assurdo nella sua dinamica: due aerei, uno più grande e uno più piccolo, che si scontrano in pista in una situazione di visibilità quasi nulla per la nebbia. Il più piccolo va in pezzi, il più grande finisce la sua corsa in fiamme contro un hangar dell’aeroporto senza radar. Sconvolgente la catena di errori, di negligenze, di carenze, emerse nell’inchiesta giudiziaria, culminata in una serie di condanne dei responsabili, cancellate da un indulto.

E insieme alla immagini, montate con grande bravura per tenere incollati gli occhi dello spettatore allo schermo, come ho già scritto è la potenza evocativa, fortissima e drammaticissima, delle parole, delle testimonianze, a rendere questo documentario meravigliosamente unico nel suo genere. Profondamente toccante la parte dedicata al Bosco dei faggi, costituito dai 118 alberi voluti e piantati dalla comunità delle 118 vittime. Emozionante l’idea di cominciare e finire questo lavoro dalla sala per il tango con la testimonianza del compagno di una vittima, incontrata lì per la prima volta. Commovente la presenza-assenza, silenziosa ma intensissima, di Pasquale Padovano, unico sopravvissuto, in realtà la 119esima vittima per tutte le conseguenze che ancora porta addosso. E poi c’è tanto altro che non anticipo.

Francesca La Mantia, regista bagherese

Ho avuto il grande piacere e il prezioso arricchimento di conoscere qualche tempo fa Francesca La Mantia, docente di Italiano e latino, sceneggiatrice e regista cinematografica e teatrale, scrittrice originaria di Bagheria, splendida cittadina alla porte di Palermo, che ha dato i natali a grandi personaggi della cultura italiana come il pittore Renato Guttuso, il regista Giuseppe Tornatore, il poeta Ignazio Buttitta. Ho letto, scrivendoci su con entusiasmo, un suo bellissimo libro, Un uomo senza paura, dedicato alla triste storia di Cosimo Cristina, corrispondente da Termini Imerese del giornale L’Ora a me carissimo – ci sono cresciuto come giornalista e come uomo – , primo giornalista assassinato dalla mafia il 5 maggio 1960. Rimasi molto colpito non solo dalla ricca documentazione storica e dunque dalle capacità di ricerca di Francesca, ma anche dalla sua grande passione civile.

Caratteristiche che emergono con forza anche nel  documentario. Ho fatto un paio di domande a Francesca La Mantia: perché questo lavoro, perché quel titolo. Le sue lapidarie e incisive risposte: “Mi sono voluta cimentare in questo film perché quanto accaduto è stato coperto dall’oblio per troppi anni e per questo volevo togliere la nebbia. Il debito è nei confronti delle persone che non ci sono più e sul sangue dei quali sono migliorate le regole in tutti gli aeroporti. Verissimo: c’è voluta la tragedia di Linate dell’8 ottobre 2001 per spingere gli organismi responsabili a potenziare le strutture e le procedure di sicurezza in tante piste italiane.

Non mi resta che citare doverosamente chi va citato, con un abbraccio affettuoso e solidale ai parenti delle vittime. Autori, come già detto, sono Francesca La Mantia e Massimiliano Napoli. Il documentario è prodotto da Piero De Vecchi per DenebMedia, – in collaborazione con Bravagente Sound Agency, Filmservice, Video Elf, Torrevado studio; con il contributo di Daniela Comini, Laura Mazzola, Andrea Quadrini e il supporto di Paola e Maria Laura Baronti, Franco Carlo Guzzi Gruppo Consorti Rotary Club Massa Carrara, Serena Pruno Paola, Daniela e Andrea Venturini – e realizzato grazie al sostegno di centinaia di donatori attraverso la piattaforma Produzioni dal Basso. Una raccolta fondi in “crowdfunding”, fondamentale per la realizzazione. La Memoria e il Debito sarà nelle sale cinematografiche a gennaio 2026, andatelo a vedere.

 

L'articolo Linate, 8 ottobre 2021. La negligenza. Gli errori. La strage. “La Memoria e il Debito”. Un documentario da Oscar proviene da Il Vulcanico.

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Una battaglia dopo l’altra, dei diritti contro il potere che prevarica https://ilvulcanico.it/una-battaglia-dopo-laltra-dei-diritti-contro-il-potere-che-prevarica/ Sun, 05 Oct 2025 09:33:22 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=25901 di Antonella De Francesco Un film che non si dimentica l’ultima fatica di Paul Thomas Anderson, che per la verità ha fatto tutti capolavori indimenticabili ( Il filo nascosto, Magnolia, Il petroliere, solo per citarne alcuni). Una battaglia dopo l’altra, tratto dal romanzo Vineland di Thomas Pynchon, è una magnifica allucinazione collettiva sulle rivoluzioni che […]

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di Antonella De Francesco
Un film che non si dimentica l’ultima fatica di Paul Thomas Anderson, che per la verità ha fatto tutti capolavori indimenticabili ( Il filo nascosto, Magnolia, Il petroliere, solo per citarne alcuni). Una battaglia dopo l’altra, tratto dal romanzo Vineland di Thomas Pynchon, è una magnifica allucinazione collettiva sulle rivoluzioni che abbiamo o non abbiamo fatto, sul mondo in cui viviamo, in cui potere (politico e militare) e diritti si contrappongono, il primo a voler prevaricare l’altro. E niente suona più attuale di così, anche alla luce degli ultimi fatti di politica internazionale e nazionale in cui le piazze si animano, la protesta rinasce, perché la coscienza è desta.
Non parlerò della tecnica filmica perfetta, delle riprese con camere mobili per cui ti schianti con i protagonisti e addirittura avverti il vuoto d’aria per una discesa a tutta velocità (la sequenza dell’inseguimento meriterebbe di per se già già l’Oscar), del sottofondo musicale per mano di Jonny Greenwood che sottolinea, esalta e accompagna tutto il film nel suo ritmo serrato e a tratti ossessivo, né delle interpretazioni memorabili dei protagonisti Leonardo Di Caprio, Sean Penn, Benicio Del Toro, Teyana Taylor, perché mi preme sottolineare la profondità del contenuto dietro la parodia.
In questi giorni ci siamo chiesti tutti a chi giovino le manifestazioni di piazza, ecco il film ce lo spiega. Forse troppo a lungo noi come Leonardo Di Caprio nei panni di Bon Ferguson, padre amorevole ma frustrato dal fallimento della sua rivoluzione perché “in fondo il mondo non è cambiato poi tanto”, abbiamo voluto proteggere i nostri ragazzi dalle guerre, dal caos, dalle piazze rumorose, in un clima di pace apparente in cui il bene prevale sul male e i diritti hanno la meglio sulle ingiustizie.
Le rivoluzioni ce le siamo lasciate alle spalle con la complicità degli studi a scuola che per lo più le hanno ignorate. Ma Anderson ci mostra quello che da mesi forse ormai nessuno può far finta di non vedere: il mondo è in guerra di nuovo in quel percorso ciclico della storia che troppo spesso dimentichiamo. Anderson ci mostra le piazze in fiamme e gli oppressi che urlano per i loro diritti, che sfilano e protestano per dire no. E quelle immagini rimandano a quelle di questi giorni in cui quei figli che volevamo proteggere dalla violenza, quegli “ sdraiati” con le cuffie che a malapena ti rispondono quando entri in camera loro, ecco proprio loro vogliono dire no.
Non vi svelerò il finale ma il senso è chiaro: l’unico ricongiungimento possibile è quello dell’abbraccio, quel “riconoscimento” tra padri e figli, perché si torna sempre lì ed è da lì che si riparte . Finché ci saranno diritti calpestati, migranti respinti, guerre senza ragione, bambini uccisi, donne violate ci saranno piazze pronte ad esprimere dissenso in una battaglia dopo l’altra. Stavolta saranno i giovani a combatterla: è questa per Anderson l’unica certezza e per noi anche l’ultima speranza.
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(Gaetano Perricone). “Noi abbiamo fallito, figlia mia. Ma spero che voi riuscirete a cambiare il mondo”.
Che magnifico filmone, ragazzi! Capolavoro non lo definisco, so che sono in tanti ad arricciare il naso quando si scrive così, in effetti accade troppo spesso, di un film, di un libro, di un’opera d’arte comunque. Ma che per me sia strepitoso lo scrivo senz’altro.
Grandissimo cinema, al top. Difficile immaginare che “Una battaglia dopo l’altra”, adrenalinico apologo della rivoluzione necessaria e perfino inevitabile magistralmente diretto da Paul Thomas Anderson, regista dagli ottimi precedenti, non faccia incetta di premi alla prossima cerimonia degli Oscar: come miglior film dell’anno, per l’attualissima tematica – la lotta per la vita e i diritti fondamentali di neri e messicani contro l’orrendo e feroce imperversare del suprematismo bianco negli Stati Uniti – e qualità tecnica; per gli effetti speciali, eccezionali e coinvolgenti; per la infinita bravura degli attori di un cast davvero superlativo, i nemici Leonardo di Caprio-Bob e Sean Penn-colonnello Lockjaw, Benicio Del Toro-Carlos e le splendide donne guerriere, Teyana Taylor-Perfidia, Regina Hall- Deandra e Chase Infiniti- Willa; una colonna sonora fantastica; il bellissimo, commovente finale, dedicato all’importanza della trasmissione tra le generazioni, tra genitori e figli, dell’inestinguibile, indispensabile, vitale voglia di migliorare il mondo e l’umanità, la qualità del vivere. Che è stata ed è l’essenza di ogni rivoluzione.
Solo il clima politico trumpiano, certamente non favorevole ai contenuti espressi dal film, potrebbe fermare la conquista di diverse statuette per “Una battaglia dopo l’altra”; ma le giurie di Los Angeles hanno dimostrato negli anni di non lasciarsi condizionare nelle loro scelte dal potere della Casa Bianca.
Sono rimasto due ore e quaranta, 160 minuti, incollato alla poltrona del cinema con gli occhi allo schermo, spettacolo elettrizzante ed entusiasmante, senza distrarmi neanche un attimo, per quello che non ho esitazioni a definire uno dei film più belli che abbia mai visto. Me lo sono goduto da solo, ormai sono piacevolmente abituato. Unico neo, incomprensibile: è vero che era lo spettacolo delle 16, ma quattro persone me compreso in una sala da 336 posti (li ho contati facilmente) per un film del genere sono un dato scoraggiante. E’ la conferma che la gente sempre di più preferisce tenersi lontana da argomenti che in qualche modo possono inviate alla riflessione.
Ripropongo, qui a seguire, il link pubblicato sul mio blog con la meravigliosa recensione della mia cara amica Antonella De Francesco, che ancora una volta mi ha sapientemente invogliato alla visione. Se vi piace il bel cinema, con tutte le sue componenti, non potete mancare di vedere questo film.

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“Sotto le foglie”, quand vient l’automne, nessuno dice mai tutta la verità https://ilvulcanico.it/sotto-le-foglie-quand-vient-lautomne-nessuno-dice-mai-tutta-la-verita/ Sun, 13 Apr 2025 05:12:59 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=25503 di Antonella De Francesco Se avete voglia di un film meravigliosamente francese, andate a vedere l’ultima fatica di François Ozon Sotto le foglie. Meglio però rifarsi al titolo originale Quand vient l’automne che dà più senso a tutto il film. L’autunno infatti è la stagione dei rimpianti, dei ricordi , del tempo che è passato, […]

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di Antonella De Francesco
Se avete voglia di un film meravigliosamente francese, andate a vedere l’ultima fatica di François Ozon Sotto le foglie. Meglio però rifarsi al titolo originale Quand vient l’automne che dà più senso a tutto il film. L’autunno infatti è la stagione dei rimpianti, dei ricordi , del tempo che è passato, delle Les feuilles mortes come cantava Ives Montand.
Si tratta di un film molto particolare che cambia continuamente registro: dal dramma, alla commedia al noir, un po’ come succede nella vita reale. Un giorno sei sereno e il giorno dopo tutto è cambiato. Un giorno dormi bene e il giorno dopo non riesci a prendere sonno .
Nella campagna bucolica francese della Borgogna, laddove la natura in autunno si esprime con colori magnifici, Ozon osserva il cuore delle persone, le storie della gente comune, le vite di tutti , solo in apparenza tranquille. Anche lui, come ha fatto pure di recente nel suo ultimo film Il caso di Belle Steiner , un altro regista francese Jacqot, guarda alla provincia francese, ai suoi segreti e al suo malcelato pregiudizio.
In una chiesa affollata in cui il sermone invita i fedeli a non disprezzare Maria Maddalena, siede pure una vera ex prostituta, Michelle, ormai avanti negli anni, che conosce molto bene la sua storia e la sorte che le è toccata e sa bene quanto non conti mai abbastanza per gli altri quello che di fatto lei è sempre stata. Ozon ce la presenta a poco a poco con grazia, ci invita a non giudicare ma piuttosto ad apprezzare i suoi modi affabili, il suo garbo, l’amore per il nipote, per la sua amica e il figlio di lei, la sua generosità . Ce la mostra nell’intimità della sua casa dove vive da sola, quando scosta le tende al mattino per far entrare la luce e quando le chiude perché il mondo deve restare fuori, mentre rifà il letto in attesa della figlia, Valerie, mentre cucina il suo piatto preferito  mentre cerca di impegnare il tempo che la separa dal rivedere lei e il nipote e rende magnificamente l’idea di quanto possa essere lunga una giornata da soli, di quanto sia lento il tempo per gli anziani, mentre i giovani corrono via. Loro che lavorano anche nel tempo libero per riempire i vuoti esistenziali che essi stessi hanno, loro che inseguono rapporti virtuali sui cellulari e non hanno tempo per la vita vera e per chi li stava aspettando.
Ed è lì che il film cambia ancora una volta registro, da dramma a thriller e la trama si tinge di nero mentre prevale l’ambiguità di tutti, al punto che non sai più a chi credere , ti perdi nelle mezze frasi , provi a dare un senso alle coincidenze per poi arrenderti al fatto che in fondo la verità è che nessuno dice mai tutta la verità

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Here, qui e ora. Casa, dolce casa https://ilvulcanico.it/here-qui-e-ora-casa-dolce-casa/ Sun, 12 Jan 2025 10:09:36 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=25315 di Antonella De Francesco Ho visto il film Here, del regista Robert Zemeckis. Ci sono andata spinta dalla curiosità, dal momento che avevo letto molto sulla genesi del film in gran parte prodotto grazie alla IA, Intelligenza Artificiale. Girato con un’unica macchina da presa fissa nell’ambiente principale di una casa, il film sintetizza mezzo secolo […]

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di Antonella De Francesco
Ho visto il film Here, del regista Robert Zemeckis.
Ci sono andata spinta dalla curiosità, dal momento che avevo letto molto sulla genesi del film in gran parte prodotto grazie alla IA, Intelligenza Artificiale. Girato con un’unica macchina da presa fissa nell’ambiente principale di una casa, il film sintetizza mezzo secolo di storia, che, se ci pensate è già questo un miracolo e l’intento spiega la velocità delle sequenze e la brevità dei dialoghi. Perché la vera protagonista del film è la casa (here: il qui e ora dell’esistenza di ciascuno di noi). Una casa come tante tra le cui mura accadono vite, si incrociano destini, si allargano famiglie, si vivono dolori e si festeggiano ricorrenze.
Pare banale a dirsi e, per certi versi démodé, dal momento che oggi la maggior parte di noi erra per il mondo sette giorni su sette e rientra a casa quasi solo per dormire. Che ne è stato della “ casa” ? Sono sicura che almeno i boomers come me ne hanno una nel cuore. Per costoro il film Here è una carezza amara che ci proietta in quel domani in cui anche noi non ci saremo più ma lei (la casa) sì, e al suo interno vivranno forse ancora le nostre voci, il fragore delle nostre risate, i nostri sogni irrealizzati, le speranze disattese, le lacrime nascoste, le parole urlate e quelle appena sussurrate.
Cosa ricorderemo della casa e della vita? Dove alloggeranno i ricordi quando vivremo soprattutto nel passato e non avremo più contezza del presente ? Chi avremo accanto a ricordarci cosa siamo stati? Il perché dei nostri errori, la ragione delle nostre decisioni ? Capite bene che non è un film per tutti e bisogna attrezzarsi per il finale.
Ma se avete una “casa” nel cuore, se siete sensibili e vi affezionate ai luoghi, se date valore ai ricordi, anche a quelli in apparenza più insignificanti, andate a vedere il film: vi commuoverà (straordinari Tom Hanks e Robin Whright) e vi farà ripensare a tutto ciò che avete vissuto e alla casa del cuore che, anche se non l’abitate più, ancora custodisce la parte più intima di voi e dei vostri cari.

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