scienza e divulgazione Archivi - Il Vulcanico https://ilvulcanico.it/category/scienza-e-divulgazione/ Il Blog di Gaetano Perricone Thu, 05 Mar 2026 15:59:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.4 4 marzo 2026: il terremoto in area etnea https://ilvulcanico.it/4-marzo-2026-in-area-etnea-il-terremoto-ml-4-5-mw-4-4/ Thu, 05 Mar 2026 15:58:09 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26241 FONTE: https://ingvvulcani.com/ Il 4 marzo 2026 alle ore 7.05 (h. 06.05 UTC), è stato registrato un terremoto di Magnitudo locale (ML) 4.5 (Mw 4.4) sul versante SW dell’Etna, con ipocentro a circa 3.8 km di profondità. Da quel momento sono stati localizzati oltre 45 eventi di magnitudo comprese tra 1.0 e 2.3  (aggiornamento alle ore 12:00 di oggi […]

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Il 4 marzo 2026 alle ore 7.05 (h. 06.05 UTC), è stato registrato un terremoto di Magnitudo locale (ML) 4.5 (Mw 4.4) sul versante SW dell’Etna, con ipocentro a circa 3.8 km di profondità. Da quel momento sono stati localizzati oltre 45 eventi di magnitudo comprese tra 1.0 e 2.3  (aggiornamento alle ore 12:00 di oggi 5 marzo).

L’evento a più alta energia è stato localizzato a 2.9 km a nord-ovest dell’abitato di Ragalna (CT) e a 4.7 km da quello di Biancavilla (CT). https://ingvvulcani.com/2026/03/04/evento-sismico-in-provincia-di-catania-ml-4-5-4-marzo-2026/

Presso la Sala Operativa dell’Osservatorio Etneo sono subito pervenute segnalazioni che indicavano come il terremoto fosse stato avvertito anche a Catania (distante circa 22 km dall’epicentro) e in aree limitrofe. Il rilievo macrosismico preliminare condotto in area epicentrale da parte di un gruppo di esperti “QUEST” dell’Osservatorio Etneo, ha evidenziato danni lievi/moderati ad edifici pubblici e privati di Ragalna, prevalentemente nella parte bassa dell’abitato (Figura 1).

Figura 1 - Edificio in calcestruzzo armato (CA) nella parte bassa dell’abitato di Ragalna (Piazza S. Barbara): lesioni passanti alle tramezzature.

Figura 1 – Edificio in calcestruzzo armato (CA) nella parte bassa dell’abitato di Ragalna (Piazza S. Barbara): lesioni passanti alle tramezzature.

La mappa del risentimento sismico (figura 2), elaborata in tempo reale grazie al contributo di oltre 1100 cittadini che hanno descritto la propria esperienza compilando il questionario macrosismico disponibile su http://www.haisentitoilterremoto.it, mostra che l’evento è stato anche avvertito in diverse località della Sicilia orientale.

Figura 2 - Mappa del risentimento sismico in scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg) che mostra la distribuzione degli effetti del terremoto sul territorio come ricostruito dai questionari on line. La mappa contiene una legenda (sulla destra). Con la stella in colore viola viene indicato l’epicentro del terremoto, i cerchi colorati si riferiscono alle intensità associate a ogni comune. Nella didascalia in alto sono indicate le caratteristiche del terremoto: data, magnitudo, profondità (Prof) e ora locale. Viene inoltre indicato il numero dei questionari elaborati per ottenere la mappa stessa.

Figura 2 – Mappa del risentimento sismico in scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg) che mostra la distribuzione degli effetti del terremoto sul territorio come ricostruito dai questionari on line fino alle ore 18.30 del 4 marzo 2026. La mappa contiene una legenda (sulla destra). Con la stella in colore viola viene indicato l’epicentro del terremoto, i cerchi colorati si riferiscono alle intensità associate a ogni comune. Nella didascalia in alto sono indicate le caratteristiche del terremoto: data, magnitudo, profondità (Prof) e ora locale. Viene inoltre indicato il numero dei questionari elaborati per ottenere la mappa stessa

La mappa di scuotimento (ShakeMap) indica un grado di intensità MCS pari a 6–7 in area epicentrale. Questi valori di intensità indicano uno scuotimento forte e con danni leggeri (figura 3). 

La mappa di scuotimento (SHAKE MAP) dell’evento di oggi calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC mostra dei livelli di scuotimento fino al VI-VII grado MCS.

Figura 3 – Mappa di scuotimento (SHAKE MAP) dell’evento del 4 marzo 2026 in provincia di Catania ml 4.5 calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC

Il terremoto principale e le scosse successive hanno interessato una zona del versante sud-occidentale dell’Etna che è caratterizzato dalla presenza di un sistema di faglie dirette, con componente trascorrente destra, noto nella letteratura scientifica come “Sistema di Ragalna” (RF in figura 4).

Figura 3 - Distribuzione della sismicità storica etnea nel periodo compreso tra 1600 e 2010. Nell'inserto in alto a sinistra viene riportata la sismicità strumentale con ipocentri fino a 4 Km. per il periodo 1999-2011 e per un range di magnitudo che va da ML maggiore o uguale a 3.2. La stella verde indica l’evento odierno (tratta da Azzaro et al. (2013 - JVGR 251)

Figura 4 – Distribuzione della sismicità storica etnea nel periodo compreso tra 1600 e 2010. Nell’inserto in alto a sinistra viene riportata la sismicità strumentale con ipocentri fino a 4 Km. per il periodo 1999-2011 e per un range di magnitudo che va da ML maggiore o uguale a 3.2. La stella verde indica l’evento odierno (tratta da Azzaro et al. (2013 – JVGR 251)

Secondo i dati della sismicità storica nella regione etnea disponibili dal 1600 (figura 4), il settore del versante sud-occidentale del vulcano è stato interessato nel passato da eventi con intensità epicentrale massima del VII-VIII grado EMS (Ml 4.0-4.3). 

La zona interessata è caratterizzata da una pericolosità sismica alta, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

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Etna e La Montagne Pelée, quelle due simil guglie https://ilvulcanico.it/etna-e-la-montagne-pelee-quelle-due-simil-guglie/ Sun, 01 Mar 2026 07:30:54 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26184 di Santo Scalia Il 2011 fu un anno particolarmente vivace, almeno per quanto riguarda le manifestazioni eruttive dell’Etna. L’attività del vulcano risultò concentrata principalmente al cosiddetto Cratere di Sud-Est [SEC, nelle pubblicazioni vulcanologiche in lingua inglese (n.d.A.)]. Dante, il Database of Etna’s historical eruptions pubblicato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), infatti ci ricorda […]

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di Santo Scalia

Il 2011 fu un anno particolarmente vivace, almeno per quanto riguarda le manifestazioni eruttive dell’Etna. L’attività del vulcano risultò concentrata principalmente al cosiddetto Cratere di Sud-Est [SEC, nelle pubblicazioni vulcanologiche in lingua inglese (n.d.A.)]. Dante, il Database of Etna’s historical eruptions pubblicato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), infatti ci ricorda che l’Etna produsse una «serie di circa 50 episodi di fontane di lava o intensa attività stromboliana al SEC, con flussi di lava principalmente verso S, SE ed E, che hanno formato un nuovo cono (“Nuovo Cratere di Sud-Est”) sul fianco SE del SEC».

Il giornalista Alfio Di Marco, nell’edizione dell’11 settembre del quotidiano catanese La Sicilia, così riassumeva l’attività del vulcano: «Tutto è cominciato a gennaio con un grande buco – un «cratere a pozzo» come lo definiscono gli esperti – dove ha preso a concentrarsi l’attività esplosiva ed effusiva del vulcano. Da questo buco, apertosi alla base del versante orientale del Sud-Est, di volta in volta, il Gigante ha dato sfogo alla sua energia, vomitando nell’atmosfera milioni di tonnellate di materiale incandescente sotto forma di fontane di lava che hanno raggiunto un’altezza di centinaia di metri. E mentre dall’orlo del nuovo cratere il vulcano ha emesso copiose colate di fuoco, alle fontane di lava ha abbinato colonne di cenere che hanno raggiunto un’altezza di 9 chilometri, provocando la copiosa ricaduta di sabbia nera sui paesi pedemontani, sulla stessa Catania e lungo tutta la costa

Tracciato del tremore vulcanico registrato alla stazione ECNEZ dall’INGV l’8 settembre 2011

In particolare l’otto settembre, giovedì, ebbe inizio il 13° parossismo presso quello che ormai veniva definito il “nuovo cratere di sud-est”. Come da copione, in poche decine di minuti il tracciato del tremore vulcanico manifestò una ripida impennata, corrispondente all’aumento delle esplosioni che da stromboliane si trasformavano in fontane di lava: intorno alle ore 8:00 [Central European Summer Time (CEST)] cominciò lo spettacolo che si protrasse per poco più di due ore; infatti, terminata la fase parossistica, ancora secondo copione, altrettanto rapidamente la spinta energetica si esaurì e la calma ritornò alla sommità dell’Etna.

I venti dominanti portarono la colonna di tefra a riversarsi sui paesi del versante orientale etneo, mentre una modesta colata di lava si diresse nella sottostante Valle del Bove.

La guglia del Cratere di Sud-Est (foto S. Scalia)

Stavolta, però, qualcosa di diverso era accaduto: «L’ultimo parossismo, quello di giovedì scorso – spiegano i vulcanologi dell’Ingv – ha modificato ancora il cono piroclastico: due orli, quello meridionale e quello settentrionale sono cresciuti ancora in altezza, mentre continua a franare il fianco sud-orientale. È qui che un costone di roccia composto da scorie stratificate è stato ruotato e capovolto probabilmente dalla spinta del flusso lavico, creando una sorta di maestosa guglia alta una trentina di metri. Che, vista sotto un certo profilo, ha la forma che ricorda una “spina”, con pareti verticali e sub-verticali la cui consistenza appare molto precaria. E non è difficile prevedere che il prossimo parossismo cancellerà ogni traccia di questa straordinaria “scultura” della Natura». [da La Sicilia, edizione citata].

Una “scultura” effimera era apparsa nel fianco sud-orientale del cratere, una “guglia” che qualcuno definì pure col termine “spina”.

Come facilmente pronosticato, la vita di questa particolare struttura durò poco: soltanto undici giorni dopo, il 19 settembre, l’insorgere del 14° parossismo dell’anno cancellò quanto la Natura aveva creato in precedenza.

La guglia, o la spina, particolare formazione etnea (foto S. Scalia)

Ci rimangono però il ricordo e le immagini di quella strana formazione; ho avuto la possibilità di recarmi a quota 3000 metri il 17 di settembre, solo due giorni prima che sparisse. Nella fotogallery vengono riproposti alcuni scatti fotografici.

La particolare formazione del 2011 mi fa ricordare un’altra “guglia”, ben più grande di quella etnea e di diversa natura ed origine: la guglia formatasi alla Montagna Pelée, nella Martinica, in seguito alla terribile e mortale eruzione del 1902.

Foto di Alfred Lacroix tratte dall’opera La Montagne Pelée et ses éruptions (1904)

Il famoso vulcanologo Alfred Lacroix, nelle sue opere La Montagne Pelée et ses éruptions (1904) e La Montagne Pelée après ses eruptions (1908) la definì l’aguille terminale. In quel caso, però, la formazione rocciosa non si generò in seguito a dei crolli alla sommità del vulcano, ma fu creata dall’estrusione lenta di un magma particolarmente viscoso. La guglia si formò nel corso di circa 10 mesi, tra l’ottobre 1902 e l’agosto del 1903.

In quel caso la guglia raggiunse dimensioni notevoli, superando i 300 metri prima di essere lentamente smantellata da una successione di frane e crolli.

Con il titolo: a sinistra la guglia dell’Etna, a destra quella de La Montagne Pelée

 

 

 

 

 

 

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Radon e terremoti: ecco come “respira” l’Etna prima di un’eruzione https://ilvulcanico.it/radon-e-terremoti-ecco-come-respira-letna-prima-di-uneruzione/ Thu, 26 Feb 2026 06:05:50 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26219 (Gaetano Perricone) Ricevo e pubblico con grande interesse e piacere per i lettori del Vulcanico.it, ringraziando gli autori, questo articolo firmato a più mani da un gruppo di ricercatori INGV, tra cui Salvo Giammanco e Marco Neri già preziosi contributors di questo blog, che espone con estrema chiarezza i risultati più aggiornati del monitoraggio del […]

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(Gaetano Perricone) Ricevo e pubblico con grande interesse e piacere per i lettori del Vulcanico.it, ringraziando gli autori, questo articolo firmato a più mani da un gruppo di ricercatori INGV, tra cui Salvo Giammanco e Marco Neri già preziosi contributors di questo blog, che espone con estrema chiarezza i risultati più aggiornati del monitoraggio del gas radon nei suoli dell’Etna come precursore delle eruzioni. L’articolo trae spunto da una recente pubblicazione scientifica e spiega molto bene quanto sia importante e preziosa la misurazione di questo gas per intercettare, “con probabilità misurabile”, il possibile inizio di una nuova attività 

di Salvatore Giammanco, Vincenza Maiolino, Andrea Ursino, Marco Neri, Luca Frasca, Salvatore R. Maugeri, Filippo Murè e Paolo Principato

IN BREVE — Tra il 2023 e il 2025, un gruppo di ricercatori dell’INGV ha condotto un monitoraggio integrato del radon nel suolo, del tremore vulcanico e della sismicità per valutare se il radon possa fornire segnali precoci di unrest (disordine) vulcanico. I risultati indicano che anomalie significative del radon possono precedere, con probabilità misurabile, aumenti del tremore vulcanico e, in alcuni casi, attività stromboliana ai crateri sommitali.

 L’Etna è uno dei vulcani più attivi al mondo e, proprio per questo, è anche uno dei migliori laboratori naturali per capire come si muove il magma nelle profondità della Terra. Negli ultimi anni, una combinazione di tecniche di monitoraggio ha permesso di osservare segnali sempre più precoci dell’attività vulcanica. Tra questi, uno dei più promettenti è il radon, un gas naturale che proviene dal sottosuolo e la cui emissione dal suolo può aumentare quando le rocce si fratturano per aumento di stress tettonico o quando il magma risale verso la superficie ed emette molto gas.

Figura 1 – Area sommitale e prodotti eruttivi del periodo 2023-2025. Le mappe delle singole colate sono state ricavate dai bollettini multiparametrici settimanali pubblicati dall’INGV. VOR = Voragine; NEC = Cratere di Nord-Est; BN = Bocca Nuova; SEC = Cratere di Sud-Est.

Tra il 2023 e il 2025, un gruppo di ricercatori dell’INGV ha monitorato in modo integrato tre parametri: il radon nel suolo, il tremore vulcanico e la sismicità, nel contesto eruttivo del vulcano (Figura 1). L’obiettivo era capire se questi segnali potessero anticipare le fasi di “unrest”, cioè i momenti in cui il vulcano si prepara a un’eruzione. Il risultato di questo intenso lavoro è stato appena pubblicato su un volume speciale della rivista internazionale Quaternary – MDPI.

 UN SENSORE SPECIALE SUL FIANCO DELL’ETNA

Il radon è stato misurato da una stazione permanente (denominata ERN9) situata a circa 2000 metri di quota, vicino al Rifugio Sapienza. Il sensore (Figura 2), installato in un’intercapedine sotterranea, ha registrato oltre 47.000 valori di concentrazione (meglio definita “attività”) di radon in quasi due anni. I dati acquisiti mostrano una grande variabilità, con valori occasionalmente molto elevati: valori compatibili con quelli già osservati in altre zone attive del vulcano nei ultimi due decenni e che già allora avevano dato importanti indicazioni per il monitoraggio delle eruzioni.

Figura 2 – Sonda Radon BARASOL BMC2 (prodotta da ALGADE, Francia) utilizzata presso il sito di campionamento ubicato in prossimità del Rifugio Sapienza (Etna Sud).

Per distinguere i valori di fondo dalle anomalie è stata applicata un’analisi statistica (Normal Probability Plot): la soglia operativa individuata è di circa 2986 Bequerel per metro cubo (Bq/m³), arrotondata a ~3000 Bq/m³, oltre la quale l’attività di radon è considerata anomala.

TREMORE VULCANICO E TERREMOTI: “IL BATTITO” DELL’ETNA 

Il tremore vulcanico è un segnale sismico continuo che aumenta quando il magma si muove rapidamente nei condotti di un vulcano. È uno dei parametri più affidabili per capire se un’eruzione è imminente. Il tremore vulcanico è stato analizzato tramite il parametro RMS (espresso in milliVolt – mV) calcolato su finestre di 15 minuti nella banda 0.5–5.5 Hz. Anche in questo caso è stata individuata una soglia: valori di tremore superiori a 2,5 mV indicano un’anomalia.

La sismicità, invece, è stata analizzata attraverso la localizzazione dei terremoti e il calcolo dell’energia da essi rilasciata. Nel periodo studiato, l’Etna ha mostrato un’attività sismica moderata, con alcuni sciami localizzati soprattutto sui fianchi orientale e meridionale.

Figura 3 – Esempio di correlazione temporale tra anomalia di attività di radon nel suolo (linea grigia), dell’RMS sismico (linea rossa) e di attività eruttiva registrate durante il periodo 24 novembre – 5 dicembre 2023. Nella parte superiore del grafico sono riportati gli eventi eruttivi concomitanti, distinti per tipologia: parossismi al Cratere di Sud-Est – SEC (linea arancione), attività stromboliana al SEC (linea blu scuro) ed effusioni laviche (linea verde).  Si osserva chiaramente che l’anomalia di radon (tagliata al valore di 40.000 Bq/m3 per motivi grafici) inizia circa tre giorni prima dell’aumento di tremore associato al parossismo del 1 dicembre 2023 al Cratere di Sud-Est e circa due giorni prima dell’effusione lavica che ha preceduto la fase parossistica di questa eruzione.

COSA SUCCEDE PRIMA DI UN’ERUZIONE? 

Il confronto tra radon, tremore vulcanico e attività eruttiva ha rivelato un comportamento molto interessante: le anomalie di radon tendono a precedere gli aumenti del tremore. In altre parole, il radon sembra “attivarsi” prima che il magma inizi a muoversi rapidamente verso la superficie (Figura 3).

Le probabilità calcolate mostrano che:

  • circa il 30% delle anomalie di radon è seguito da un aumento del tremore entro 24 ore;
  • la percentuale sale al 46% entro 72 ore

Un risultato simile è stato osservato confrontando il radon con le eruzioni, soprattutto con l’attività stromboliana dei crateri sommitali. Le correlazioni con i parossismi eruttivi, conosciute anche come “fontane di lava”, sono più deboli nel breve termine, ma aumentano su finestre temporali più lunghe.

Figura 4 – Diagramma di flusso che illustra le modalità con cui le anomalie del radon nel suolo si associano agli eventi eruttivi e/o alle anomalie RMS sull’Etna, evidenziando il percorso logico che conduce all’interpretazione delle correlazioni osservate. Il diagramma riporta inoltre le principali limitazioni dell’approccio e le possibili linee di sviluppo futuro. Le percentuali indicate rappresentano l’intervallo di probabilità che il relativo evento si verifichi uno, due o tre giorni dopo un’anomalia di radon.

PERCHE’ IL RADON AUMENTA? 

Il radon sembra agire come tracciante di processi di degassamento e microfratturazione delle rocce, spesso anticipando l’attivazione del sistema di condotti magmatici che si manifesta con aumento del tremore. Tuttavia, il segnale radon non è un predittore univoco: va interpretato insieme ad altri parametri. Infatti, il radon è un gas che si muove facilmente attraverso fratture e pori delle rocce. Quando il magma risale, può:

  • aumentare la pressione nei condotti;
  • indurre microfratturazione delle rocce;
  • modificare la permeabilità del suolo
  • favorire la risalita di altri gas che agiscono da trasportatori del radon

Questi processi possono produrre aumenti improvvisi del radon in superficie, che diventano quindi un possibile segnale precoce di cambiamento di stato nel sistema vulcanico (Figura 4).

UN TASSELLO IN PIU’ PER PREVEDERE L’ATTIVITA’ DELL’ETNA

Il monitoraggio integrato mostra che il radon può essere un precursore a breve termine dell’attività vulcanica, soprattutto quando viene confrontato con altri parametri come il tremore. Non è un segnale sufficiente da solo, ma aggiunge un’informazione preziosa per comprendere cosa accade nel sottosuolo.

L’Etna resta un vulcano complesso, ma studi come questo permettono di migliorare continuamente la capacità di interpretare i suoi segnali e di anticipare le sue mosse, con benefici diretti per la sicurezza e la gestione del rischio.

Bibliografia

Giammanco, S., Maiolino, V., Ursino, A., Neri, M., Frasca, L., Maugeri, S.R., Murè, F., Principato, P., 2026. Integrated Monitoring of Soil Radon Gas and Seismic Activity to Detect Volcanic Unrest at Mount Etna (Italy), 2023–2025. Quaternary 9, 16. https://doi.org/10.3390/quat9010016.

Con il titolo: vista aerea dell’alto fianco meridionale dell’Etna, con ubicazione della sonda radon utilizzata nello studio di Giammanco et al., 2026. Nella fotogallery, le quattro immagini inserite nel testo riprodotte più grandi per una migliore visione

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Quel mosaico di faglie. “La crosta terrestre sotto lo Stretto di Messina è tutt’altro che stabile” https://ilvulcanico.it/quel-mosaico-di-faglie-la-crosta-terrestre-sotto-lo-stretto-di-messina-e-tuttaltro-che-stabile/ Tue, 17 Feb 2026 15:34:07 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26177 FONTE: https://ingvterremoti.com/ Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina e Reggio Calabria. Da allora, […]

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FONTE: https://ingvterremoti.com/

Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina Reggio Calabria. Da allora, geologi e sismologi di tutto il mondo hanno cercato di capire quale faglia  possa aver causato quel  terremoto e quali processi profondi continuino a generarne altri.

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista internazionale Tectonophysics e condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e di alcune università italiane ed europee, offre oggi una visione più chiara e completa della struttura geologica dello Stretto. Lo studio, dal titolo “Structural development and seismogenesis in the Messina Straits revealed by stress/strain pattern above the edge of the Calabrian slab”, integra dati sismologici e geofisici marini, e analizza oltre 2.400 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019, rilocalizzati con tecniche di precisione e considerando anche dati registrati da sistemi di monitoraggio posti sul fondale marino (osservatorio multidisciplinare NEMO-SN1 e 7 Ocean Bottom Seismometers – OBSs installati durante l’esperimento Seismofaults; Sgroi et al., 2021a; Sgroi et al., 2021b; Sgroi et al., 2021c).

Un laboratorio naturale di geodinamica mediterranea

Lo Stretto di Messina si trova in un punto di incontro tra due grandi placche: quella africana, che spinge verso nord, e quella eurasiatica, che resiste e scivola sopra di essa. Qui la crosta terrestre si piega, si spezza e si muove lungo una serie di faglie attive, in un complesso gioco di compressione, distensione e scorrimento laterale. A sud-est, nel Mar Ionio, la placca africana si immerge sotto la Calabria, formando la cosiddetta “subduzione calabra” dove un lembo della crosta oceanica dell’antico oceano della Tetide scende lentamente nel mantello terrestre.

Questo lento movimento di subduzione trascina con sé la parte superiore della crosta, generando deformazioni che si estendono fino in superficie e che plasmano la morfologia dello Stretto. È un processo che, nel corso di milioni di anni, ha dato origine a catene montuose, faglie e depressioni marine, ma che ancora oggi è all’origine di terremoti potenzialmente distruttivi.

Due zone dove nascono i terremoti

Dall’analisi dei dati, i ricercatori hanno individuato due principali strati della crosta terrestre dove si concentra l’attività sismica:

  • uno superficiale, tra 6 e 20 km di profondità, dove si sviluppano i terremoti più frequenti e più legati alla deformazione della crosta continentale;
  • uno più profondo, tra 40 e 80 km, associato anche ai movimenti della placca ionica in subduzione sotto la Calabria.

Questa doppia struttura sismogenetica indica che la deformazione avviene su più livelli e con meccanismi diversi: nella parte superiore dominano le forze estensionali, che tendono ad allungare e sprofondare la crosta, mentre più in profondità si manifestano anche forze compressive, legate alla convergenza tra Africa ed Europa.

Distribuzione epicentrale della sismicità registrata tra il 1990 e il 2019 (cerchi neri pieni). Le linee arancioni indicano le faglie attive descritte nell’area dello Stretto di Messina da Lavecchia et al., 2024 e Barreca et al., 2021. Le linee rosse rappresentano le faglie descritte in questo nuovo studio. La stella rossa indica l’epicentro del terremoto del 1908 (Boschi et al., 1989). L’area a forma sigmoidale, di colore giallo chiaro, evidenzia la zona principale di deformazione all’interno del bacino dello Stretto.

Un mosaico di faglie, non una sola “grande spaccatura”

Uno dei risultati più interessanti del lavoro è che la deformazione nello Stretto di Messina è controllata da un sistema complesso di faglie interconnesse. Queste strutture si estendono sia a terra che sotto il mare e si muovono in modo coordinato, come le tessere di un mosaico che si adattano e scorrono l’una sull’altra.

Le nuove immagini sismiche acquisite sul fondale hanno rivelato scarpate morfologiche, e dislocazioni nei sedimenti recenti, segni inequivocabili di deformazione attiva. Anche se molte di queste tracce sono cancellate dalle forti correnti marine o dai frequenti movimenti franosi dei versanti, la loro presenza conferma che la crosta terrestre sotto lo Stretto è tutt’altro che stabile.

Dal 1908 a oggi: cosa sappiamo della sismicità attuale

Negli ultimi trent’anni, la Rete Sismica gestita dall’INGV e i sistemi di monitoraggio sottomarini hanno registrato solo terremoti di bassa e media magnitudo nell’area dello Stretto, alcuni dei quali si sono verificati in piccoli raggruppamenti dando origine ad alcune sequenze sismiche.

Queste sequenze recenti, spesso localizzate vicino all’epicentro del sisma del 1908, mostrano meccanismi di fagliazione coerenti con quelli individuati nello studio: piccoli segmenti di faglie orientate NE–SW che si attivano a profondità comprese tra 4 e 12 km.

Perché questi risultati sono importanti

Comprendere la geometria e il comportamento delle faglie sotto lo Stretto di Messina non è solo un esercizio accademico: è fondamentale per migliorare la valutazione della pericolosità sismica in una delle zone più densamente popolate e vulnerabili d’Italia.

Questo lavoro dimostra che la deformazione della crosta terrestre in quest’area è fortemente influenzata dai processi profondi legati alla subduzione della placca ionica, e che la sismicità superficiale rappresenta la manifestazione di movimenti che avvengono a decine di chilometri di profondità.

Questa nuova visione geodinamica integra per la prima volta in modo coerente le osservazioni sismologiche, geofisiche e morfologiche, fornendo una base più solida per gli studi futuri sulla sismogenesi dello Stretto e sulla pericolosità sismica dell’area.

Lo Stretto di Messina non è solo una frontiera tra due regioni italiane, ma anche il confine dinamico tra due placche terrestri in continua collisione. Sotto quelle acque si nasconde un sistema di faglie attive che racconta una storia di movimenti millenari, ma anche di un futuro sismico che dobbiamo continuare a studiare con attenzione.

Il lavoro è disponibile al link: https://doi.org/10.1016/j.tecto.2025.230920.

A cura di Tiziana Sgroi (INGV – Roma 2), Graziella Barberi (INGV – OE), Luca Gasperini (ISMAR – CNR), Rob Govers (Università di Utrecht), Nicolai Nijholt (Università di Utrecht), Giuseppe Lo Mauro (Università di Bari), Marco Ligi (ISMAR – CNR), Andrea Artoni (Università di Parma), Luigi Torelli (Università di Parma), Alina Polonia (ISMAR – CNR).

Bibliografia

Barreca, G., Gross, F., Scarfì, L., Aloisi, M., Monaco, C., Krastel, S., 2021. The Strait of Messina: Seismotectonics and the source of the 1908 earthquake. Earth Science Reviews 218, 103685. https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2021.103685.

Boschi, E., Pantosti, D., Valensise, G., 1989. Modello di sorgente per il terremoto di Messina del 1908. Atti Convegno GNGTS 8, 245–258.

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Etna, ultime dal fronte. Lavico https://ilvulcanico.it/etna-ultime-dal-fronte-lavico/ Fri, 02 Jan 2026 16:33:24 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26066 FONTE: https://ingvvulcani.com/ ETNA. 2 GENNAIO 2026. ORE 12,30 … Le simulazioni relative al possibile sviluppo della colata lavica, realizzate dall’Osservatorio Etneo, hanno evidenziato che se il tasso effusivo alla bocca si mantiene costante, la colata lavica rimarrà confinata all’interno della desertica Valle del Bove … L’eruzione dell’Etna, iniziata il 24 dicembre 2025, a partire dal pomeriggio […]

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ETNA. 2 GENNAIO 2026. ORE 12,30

… Le simulazioni relative al possibile sviluppo della colata lavica, realizzate dall’Osservatorio Etneo, hanno evidenziato che se il tasso effusivo alla bocca si mantiene costante, la colata lavica rimarrà confinata all’interno della desertica Valle del Bove …

L’eruzione dell’Etna, iniziata il 24 dicembre 2025a partire dal pomeriggio del 1° gennaio 2026 è stata interessata da una nuova fenomenologia caratterizzata dall’apertura di una piccola fessura eruttiva ad una quota di circa 2100 m s.l.m. localizzata subito a monte del M. Simone, alla base della parete nord della Valle del Bove (Foto di copertina di Stefano Branca).

Da questa fessura eruttiva, interessata da una debole attività esplosiva e da un basso tasso effusivo medio (circa 5m3/s) misurato da dati satellitari, viene emessa una colata lavica che si sta sviluppando all’interno della porzione centrale della desertica Valle del Bove.

Foto 1 - Immagine della colata lavica (Foto B. Benchke)

Figura 1 – Immagine della colata lavica (Foto B. Behncke)

Questa mattina i dati forniti dall’Osservatorio Etneo hanno evidenziato che la lunghezza massima del campo lavico era di circa 2.8 km e il fronte lavico più avanzato si attestava a una quota di circa 1420 m s.l.m. alle ore 12.30, subito a est del rilievo di Rocca Musarra.

Figura 2 - Immagine della colata lavica (Foto B. Benchke)

Figura 2 – Immagine della colata lavica (Foto B. Behncke).Contestualmente prosegue una debole attività esplosiva Stromboliana al Cratere Voragine che produce blande emissioni di cenere. Le simulazioni relative al possibile sviluppo della colata lavica, realizzate dall’Osservatorio Etneo, hanno evidenziato che se il tasso effusivo alla bocca si mantiene costante, la colata lavica rimarrà confinata all’interno della desertica Valle del Bove.

Figura 3 - Immagine della colata lavica (Foto B. Behncke).
Figura 3 – Immagine della colata lavica (Foto B. Behncke).

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Etna, Nord-Est. Il gran risveglio del vecchio brontolone https://ilvulcanico.it/etna-nord-est-il-gran-risveglio-del-vecchio-brontolone/ Sun, 28 Dec 2025 12:46:35 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26058 FONTE: https://ingvvulcani.com/ di Boris Behncke Per alcuni decenni, il Cratere di Nord-Est, il più anziano dei quattro crateri sommitali dell’Etna, sembrava un vecchio brontolone, che nella sua gioventù aveva fatto tanto spettacolo, però ormai si limitava ad attività piuttosto modeste, normalmente limitate all’interno del suo ampio e profondo pozzo interno. A Natale 2025 però è tornato a […]

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FONTE: https://ingvvulcani.com/

di Boris Behncke

Boris Behncke

Per alcuni decenni, il Cratere di Nord-Est, il più anziano dei quattro crateri sommitali dell’Etna, sembrava un vecchio brontolone, che nella sua gioventù aveva fatto tanto spettacolo, però ormai si limitava ad attività piuttosto modeste, normalmente limitate all’interno del suo ampio e profondo pozzo interno. A Natale 2025 però è tornato a farsi sentire con  fontane di lava e colonne eruttive cariche di cenere e lapilli, quasi 28 anni dopo il suo ultimo episodio parossistico.

Tutto è iniziato nella giornata del 24 dicembre, quando la rete di monitoraggio dell’INGV-Osservatorio Etneo a Catania ha mostrato un deciso cambiamento dei segnali monitorati, ossia il tremore vulcanico (Figura 1), le deformazioni del suolo, e l’attività infrasonica.

Figura 1 - Il grafico mostra l’andamento dell’ampiezza del tremore vulcanico registrato dalla stazione “ECPN”, che è ubicata a quota circa 3000 m alla base sud-occidentale del cratere Bocca Nuova. Si notano bene i due picchi prodotti dagli episodi parossistici nel mattino e nel pomeriggio del 27 dicembre 2025

Figura 1 – Il grafico mostra l’andamento dell’ampiezza del tremore vulcanico registrato dalla stazione “ECPN”, che è ubicata a quota circa 3000 m alla base sud-occidentale del cratere Bocca Nuova. Si notano bene i due picchi prodotti dagli episodi parossistici nel mattino e nel pomeriggio del 27 dicembre 2025. Nella notte tra il 25 e il 26 l’attività stromboliana alla BN-2, una delle due bocche aperte all’interno del cratere Bocca Nuova, è diventata più frequente ed intensa, con lanci di materiale incandescente fino a 100 m sopra l’orlo craterico; contemporaneamente sono aumentati i bagliori in corrispondenza del Cratere di Nord-Est (Figura 2).

Figura 2 - Attività stromboliana al cratere BN-2 della Bocca Nuova (a sinistra) e bagliori prodotti dall’attività del Cratere di Nord-Est sullo sfondo, all’alba del 26 dicembre 2025, ripresa dalla telecamera di sorveglianza “EMOV”, che è ubicata sulla Montagnola, sull’alto versante meridionale dell’Etna

Figura 2 – Attività stromboliana al cratere BN-2 della Bocca Nuova (a sinistra) e bagliori prodotti dall’attività del Cratere di Nord-Est sullo sfondo, all’alba del 26 dicembre 2025, ripresa dalla telecamera di sorveglianza “EMOV”, che è ubicata sulla Montagnola, sull’alto versante meridionale dell’Etna.

Durante la giornata del 26, le condizioni meteorologiche sono peggiorate e a partire dal tramonto e per tutta la notte erano visibili solo dei forti bagliori rossastri in mezzo alle nuvole (Figura 3), accompagnati da continui boati udibili lungo le pendici del vulcano.

Figura 3 - Bagliori nelle nuvole: l’attività del Cratere di Nord-Est nella serata del 26 dicembre 2025, vista dalle campagne vicino all’abitato di Bronte, sul versante occidentale dell’Etna. Foto di Boris Behncke (INGV)
Figura 3 – Bagliori nelle nuvole: l’attività del Cratere di Nord-Est nella serata del 26 dicembre 2025, vista dalle campagne vicino all’abitato di Bronte, sul versante occidentale dell’Etna. Foto di Boris Behncke (INGV).

Nelle prime ore del 27 dicembre, le condizioni di visibilità sono gradualmente migliorate nei settori occidentale e settentrionale del vulcano, e all’alba l’attività del Cratere di Nord-Est è progressivamente aumentata (Figura 4). Contemporaneamente, da una bocca posta sul fianco orientale del cratere Voragine, è stata emessa una colata di lava in direzione della Valle del Bove, che in mattinata aveva raggiunto una lunghezza di poco meno di 2 km.

Figura 4 - (a) Attività stromboliana al Cratere di Nord-Est all’alba del 27 dicembre 2025. (b) Colonna eruttiva prodotta dal primo episodio parossistico al Cratere di Nord-Est nel mattino del 27 dicembre. Immagini catturate dalla webcam di sorveglianza “EBVH” dell’INGV-Osservatorio Etneo a Bronte
Figura 4 – (a) Attività stromboliana al Cratere di Nord-Est all’alba del 27 dicembre 2025. (b) Colonna eruttiva prodotta dal primo episodio parossistico al Cratere di Nord-Est nel mattino del 27 dicembre. Immagini catturate dalla webcam di sorveglianza “EBVH” dell’INGV-Osservatorio Etneo a Bronte.

Dopo una breve diminuzione dell’attività eruttiva, alle ore 10:00 il Cratere di Nord-Est ha cominciato a produrre delle fontane di lava, getti incandescenti alti circa 100-150 m sopra l’orlo craterico e una colonna eruttiva carica di materiale piroclastico (Figura 4). Allo stesso tempo, la bocca apertasi sull’alto fianco orientale della Voragine ha cominciato ad emettere cenere. La fase parossistica è durata circa un’ora e la colonna eruttiva ha raggiunto un’altezza di circa 8 km sopra il livello del mare.

Dopo questo episodio, è continuata una modesta attività esplosiva alla bocca posta sul fianco orientale della Voragine, producendo un pennacchio di cenere diluita, mentre il Cratere di Nord-Est ha continuato ad emettere sporadici sbuffi di cenere.

Alle ore 15:15 l’attività del Cratere di Nord-Est si è rapidamente accentuata, con fontane di lava che hanno raggiunto altezze di circa 400-500 m e che hanno prodotto una densa colonna eruttiva (Figura 5a) che si è alzata fino a oltre 10 km sopra il livello del mare. Questo secondo episodio parossistico è durato circa 45 minuti ed è stato seguito da una serie di potenti esplosioni stromboliane “a bolla”, che hanno lanciato materiale molto grossolano su tutto il cono del Cratere di Nord-Est e oltre la sua base (Figura 5b). Successivamente sono state osservate nuove emissioni di ceneri.

Figura 5 - (a) Il secondo episodio parossistico al Cratere di Nord-Est nel pomeriggio del 27 dicembre 2025. (b) Attività stromboliana alla bocca sul fianco orientale della Voragine, al tramonto del 27 dicembre 2025. Immagini catturate dalla telecamera di sorveglianza “EMOV”, che è ubicata sulla Montagnola, sull’alto versante meridionale dell’Etna.
Figura 5 – (a) Il secondo episodio parossistico al Cratere di Nord-Est nel pomeriggio del 27 dicembre 2025. (b) Attività stromboliana alla bocca sul fianco orientale della Voragine, al tramonto del 27 dicembre 2025. Immagini catturate dalla telecamera di sorveglianza “EMOV”, che è ubicata sulla Montagnola, sull’alto versante meridionale dell’Etna. All’imbrunire si sono visti piccoli getti incandescenti alla bocca che si era aperta all’alba sul fianco orientale della Voragine. Nella serata è avvenuta una nuova ripresa dell’attività esplosiva al Cratere di Nord-Est; alcune esplosioni hanno lanciato bombe incandescenti su tutto il cono e oltre la sua base (Figura 6).
Figura 6: Spettacolare immagine dell’attività esplosiva del Cratere di Nord-Est nella serata del 27 dicembre 2025. A sinistra si vede anche l’attività, molto meno intensa, alla Voragine (Foto Fabrizio Zuccarello, guida vulcanologica).

Figura 6 – Spettacolare immagine dell’attività esplosiva del Cratere di Nord-Est nella serata del 27 dicembre 2025. A sinistra si vede anche l’attività, molto meno intensa, alla Voragine (Foto Fabrizio Zuccarello, guida vulcanologica) Questa volta però l’attività non si è evoluta verso ulteriori fenomeni parossistici. All’alba del 28 dicembre 2025 continua in maniera costante l’attività stromboliana alla bocca posta sull’alto fianco orientale della Voragine, e la colata lavica, che sta uscendo da un’altra bocca, ubicata alla base orientale della Voragine, è tuttora alimentata.

Un anno movimentato

Gli eventi di questi giorni sono l’ultimo colpo di scena alla fine di un anno caratterizzato da diverse fasi di attività con caratteristiche molto variabili. Tre sono state le fasi eruttive precedenti nel 2025la prima dall’8 febbraio al 2 marzo, con l’emissione di una colata di lava sul fianco sud-occidentale (https://ingvvulcani.com/2025/03/05/tra-lava-e-ghiaccio-il-risveglio-delletna/) e un’attività esplosiva al Cratere di Sud-Estla seconda dal 15 marzo fino al 19 giugno al Cratere di Sud-Est, che si è articolata in quindici episodi eruttivi, per lo più molto modesti – e con un singolo episodio (2 giugno) risultato notevolmente più intenso (https://ingvvulcani.com/2025/06/03/etnas-il-sistema-di-rilevamento-precoce-di-eventi-eruttivi-delletna/); infine la terza fase, dal 14 agosto al 2 settembre, ha prodotto una nuova colata di lava accanto a quella di febbraio, ma anche altre due, più piccole, dai fianchi del Cratere di Sud-Est. Anche in questa fase, l’attività effusiva è stata accompagnata da attività esplosiva al Cratere di Sud-Est.

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Un segnale chiave per riconoscere l’arresto delle intrusioni laterali del magma https://ilvulcanico.it/un-segnale-chiave-per-riconoscere-larresto-delle-intrusioni-laterali-del-magma/ Fri, 19 Dec 2025 14:48:03 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26037 FONTE: https://www.ingv.it/stampa-urp/ufficio-stampa/ Uno studio dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) individua nei meccanismi focali inversi (ovvero un terremoto causato da compressione della crosta, in cui le rocce vengono spinte una contro l’altra) un segnale chiave per riconoscere in tempo quasi reale l’arresto della propagazione dei dicchi magmatici, uno degli aspetti più critici nella gestione […]

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FONTE: https://www.ingv.it/stampa-urp/ufficio-stampa/

Uno studio dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) individua nei meccanismi focali inversi (ovvero un terremoto causato da compressione della crosta, in cui le rocce vengono spinte una contro l’altra) un segnale chiave per riconoscere in tempo quasi reale l’arresto della propagazione dei dicchi magmatici, uno degli aspetti più critici nella gestione delle emergenze eruttive dell’Etna

Schema concettuale della propagazione di un dicco magmatico. Nella fase iniziale della propagazione del dicco (in alto a sinistra), la sismicità è caratterizzata da meccanismi focali di tipo normale e trascorrente. Nella fase finale (in alto a destra) si osservano anche meccanismi focali inversi, associati alla fratturazione del margine del magma solidificato, indotta dalla spinta del dicco. Nella figura in basso è riportato l’andamento del Momento sismico totale calcolato dalla sismicità registrata. La linea tratteggiata rossa rappresenta il momento sismico totale atteso; le linee tratteggiate blu indicano l’inizio della fase iniziale e finale del dicco che non ha raggiunto la superficie. Sono riportati anche alcuni esempi di meccanismi focali ordinati temporalmente. Il rettangolo rosso tratteggiato evidenzia gli eventi registrati durante la fase di arresto, caratterizzata da meccanismi di faglia inversa.

Durante le crisi eruttive dell’Etna, uno degli elementi decisivi per la gestione dell’emergenza è comprendere se e come il magma si stia propagando nel sottosuolo, soprattutto nei casi di intrusioni laterali potenzialmente pericolose.

Le intrusioni laterali di magma, che si propagano lungo fratture nella crosta alimentando possibili eruzioni di fianco a bassa quota, rappresentano infatti il principale fattore di rischio per i centri abitati e le infrastrutture che circondano il vulcano. In questi contesti, la domanda cruciale per la Protezione Civile è se la propagazione del dicco (ovvero un’intrusione di magma che si propaga lungo fratture della crosta, spesso in direzione laterale) sia destinata a fermarsi o possa proseguire verso quote più basse. “Prevedere in tempo reale l’evoluzione di un’intrusione laterale è una delle sfide più complesse della vulcanologia operativa – spiega Alessandro Bonaccorso dirigente di ricerca dell’Osservatorio Etneo dell’INGVIn recenti studi abbiamo affrontato il problema analizzando il bilanciamento energetico tra l’energia associata all’apertura del dicco e quella rilasciata sotto forma di sismicità”.

Normalmente, la risalita del magma genera un campo di stress estensionale, associato a terremoti con meccanismi focali diretti. La comparsa di eventi con meccanismo focale inverso, tipici di un regime compressivo, è invece rara in questi contesti. “La presenza di meccanismi inversi indica che la spinta del magma incontra una resistenza crescente, tale da rallentare e potenzialmente arrestare la propagazione”, sottolinea Carla Musumeci ricercatrice dell’INGV.

L’analisi di diversi episodi storici dell’Etna – dalla crisi del 1989 all’eruzione del 2002, fino agli eventi del 2008 e del dicembre 2018 – mostra un quadro coerente: la parte terminale delle intrusioni laterali che non raggiungono la superficie è sistematicamente caratterizzata dalla comparsa di meccanismi focali inversi, assenti invece nelle fasi iniziali o nei casi di risalita verticale del magma.

Etna 22 aprile 2025

 

Un esempio emblematico è rappresentato dall’eruzione del 2002, quando l’Osservatorio Etneo, durante una fase di forte preoccupazione per la possibile propagazione verso aree densamente abitate, interpretò la comparsa di questi segnali sismici come indicativa di un arresto imminente del dicco. Un’ipotesi allora considerata audace, ma successivamente confermata dai fatti.

Secondo lo studio, la comparsa dei meccanismi focali inversi è legata a un cambiamento del campo di stress nella parte terminale del dicco, probabilmente associato ai processi di raffreddamento e solidificazione del magma, che favoriscono condizioni compressive. Quello che emerge è un indicatore semplice ma estremamente efficace – conclude Elisabetta Giampiccolo. ricercatrice dell’INGV. “I meccanismi focali inversi non sono un’anomalia, ma un segnale chiave che consente di riconoscere il potenziale arresto di un dicco in near-real time, offrendo un supporto concreto alle decisioni operative durante le crisi eruttive”.

L’approccio proposto si basa esclusivamente su dati sismici, rendendolo rapidamente applicabile anche in contesti con reti di monitoraggio geodetico meno sviluppate. Un risultato che rafforza il ruolo della sismologia nella sorveglianza vulcanica e nella mitigazione del rischio, contribuendo in modo diretto alla sicurezza del territorio etneo.

Con il titolo: Etna, 14 agosto 2023. Foto di Giovinsky Aetnensis

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L’eleganza dell’Etna, presenza viva e mutevole, negli scatti di Massimo Siragusa https://ilvulcanico.it/leleganza-delletna-presenza-viva-e-mutevole-negli-scatti-di-massimo-siragusa/ Sat, 29 Nov 2025 07:16:49 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=25996 FONTE: comunicato stampa Con ETNA, il fotografo Massimo Siragusa firma un’opera edita da Cavallotto edizioni, che rompe gli schemi della narrazione visiva tradizionale e restituisce al lettore l’immagine autentica di un vulcano vivo, imprevedibile e in continua trasformazione. Il libro, con testi in italiano e in inglese, è appena arrivato in libreria ed è un […]

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Eroi civili nel silenzio, in camera di consiglio. La verità, oltre ogni ragionevole dubbio https://ilvulcanico.it/eroi-civili-nel-silenzio-in-camera-di-consiglio-la-verita-oltre-ogni-ragionevole-dubbio/ Sat, 22 Nov 2025 13:51:35 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=25987 di Antonella De Francesco Sembra quasi una pièce teatrale per l’ambientazione chiusa e i dialoghi serrati, il film La camera di consiglio, della regista Fiorella Infascelli, che racconta come due magistrati onesti, differenti ma determinati e otto giurati volontari, segregati per più di un mese in un appartamento all’interno del carcere Ucciardone, riscrissero la storia […]

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di Antonella De Francesco
Sembra quasi una pièce teatrale per l’ambientazione chiusa e i dialoghi serrati, il film La camera di consiglio, della regista Fiorella Infascelli, che racconta come due magistrati onesti, differenti ma determinati e otto giurati volontari, segregati per più di un mese in un appartamento all’interno del carcere Ucciardone, riscrissero la storia d’Italia, sancendo definitivamente e irreversibilmente l’esistenza della mafia e pronunciandosi con una sentenza epocale contro gli oltre 400 imputati del Maxi Processo.
Si tratta di un film dal profondo valore civile, quasi indispensabile per una società spesso incline a dimenticare il proprio passato, aspetto che diventa ancora più rilevante in un momento storico in cui il ruolo della magistratura viene frequentemente messo in discussione, perfino dalle stesse istituzioni.
L’opera di Fiorella Infascelli, con il contributo di Francesco La Licata in qualità di consulente storico, con il suo approccio onesto e misurato, rappresenta un monito e un invito a riflettere sull’importanza della memoria e della giustizia. Il film si caratterizza per la delicatezza con cui tratteggia i personaggi, sia i giurati che i due magistrati protagonisti, Alfonso Giordano (interpretato da Sergio Rubini) e Pietro Grasso (interpretato da Massimo Popolizio), che, pur diversi per carattere, visione e strategie, condividono un unico obiettivo: perseguire la giustizia, arrivando a condanne giuste e, dove necessario, alle dovute assoluzioni.
Nel corso della vicenda, il principio del “ragionevole dubbio” viene costantemente riaffermato da Alfonso Giordano, per voce di Sergio Rubini, che con consapevolezza e responsabilità lo ricorda a sé stesso e agli altri giurati, persino ridimensionando il peso delle confessioni dei pentiti, laddove non supportate da prove certe. Ritratti nella solitudine di quei giorni, separati dal resto del mondo, immersi in un’atmosfera quasi sospesa, che la regista restituisce con una scenografia essenziale a sottolineare la condizione di chiusura e concentrazione assoluta a cui erano sottoposti, con i pochi oggetti personali (unici strumenti per non perdere il senso di sé e per ricordare la propria storia e il proprio percorso umano) loro sono i primi “eroi”, ben prima delle stragi e del clamore mediatico dell’antimafia che avrebbe investito l’Italia. Sono stati loro, nella solitudine forzata e nel silenzio di quelle stanze, a scrivere una delle pagine più importanti della storia civile del nostro Paese, affrontando le paure, le fragilità e i dubbi che inevitabilmente accompagnano ogni decisione di grande portata.
In quel piccolo corteo finale che si dirige verso l’aula per esporre la sentenza, in quei visi fieri dei giurati con indosso la fascia tricolore, in quelle toghe indossate con onore, dovremmo riconoscerci tutti noi Italiani onesti per rinnovare quotidianamente il nostro senso di appartenenza e il rispetto verso la giustizia. La camera di consiglio, dunque, non si limita ad essere un semplice racconto di giustizia e di memoria ma, attraverso la narrazione delle vicende di quei magistrati e dei giurati, si fa portavoce della responsabilità collettiva di noi spettatori e cittadini, ricordandoci che la giustizia non appartiene soltanto a chi amministra la legge, ma a ogni individuo che, nella quotidianità, sceglie di schierarsi dalla parte dell’onestà e della verità.

 

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Lazzaro Spallanzani e l’Etna https://ilvulcanico.it/lazzaro-spallanzani-e-letna/ Sun, 09 Nov 2025 07:08:54 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=25946 di Santo Scalia Di Lazzaro Spallanzani (per l’esattezza di Lazaro Nicola Francesco Spallanzani) sicuramente avrete sentito parlare: se non per le sue ricerche sulla fecondazione artificiale, della quale è ritenuto il padre scientifico, probabilmente, tramite telegiornali e notiziari, per l’Istituto Nazionale Malattie Infettive di Roma, che porta il suo nome, o per l’Istituto Spallanzani di […]

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di Santo Scalia

Di Lazzaro Spallanzani (per l’esattezza di Lazaro Nicola Francesco Spallanzani) sicuramente avrete sentito parlare: se non per le sue ricerche sulla fecondazione artificiale, della quale è ritenuto il padre scientifico, probabilmente, tramite telegiornali e notiziari, per l’Istituto Nazionale Malattie Infettive di Roma, che porta il suo nome, o per l’Istituto Spallanzani di Rivolta d’Adda (Cremona), o ancora per il nome dell’Istituto Comprensivo di Scandiano, città natale dello scienziato.

INMI, Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma

Meno probabile, forse, è che ne abbiate sentito parlare come di uno dei tantissimi uomini di scienza che, tra l’altro, abbia visitato il vulcano Etna e che di questa visita ci abbia lasciato una descrizione.

Lazzaro, il cui nome ricorda miracolosi eventi evangelici, nacque nelle terre dell’odierna Provincia di Reggio Emilia, come già detto a Scandiano, il 12 gennaio 1729. Per volere del padre intraprese inizialmente studi letterari e a soli otto anni, vestì l’abito clericale.

In seguito, sempre per l’insistenza del padre, si indirizzò allo studio della giurisprudenza, nonostante la sua predilezione per le scienze naturali. Nel corso della sua vita si occupò di biologia, fisica e matematica; ma non solo, si interessò della riproduzione degli esseri viventi (confutando la tesi della generazione spontanea), di filosofia, di retorica, di storia naturale e della lingua greca.

Nel corso degli anni si convinse della grande utilità e dell’importanza del viaggio come metodo di indagine naturalistica. Fu così che nel giugno 1788, all’età di 59 anni, intraprese un viaggio nelle regioni dell’Italia meridionale, interessandosi particolarmente allo studio dei vulcani.

Esplorò quindi i Campi Flegrei, il Vesuvio, lo Stromboli e le altre isole dell’arcipelago delle Eolie, e il 3 settembre salì sull’Etna raggiungendo la vetta. Era il tempo del Grand Tour, particolare, e costosa, esperienza educativa in voga tra i più abbienti giovani studiosi europei.

Già prima di lui infatti, e durante il suo stesso secolo, altri illustri uomini di scienza e viaggiatori avevano eseguito e descritto l’ascensione alla vetta del vulcano siciliano: Johann Hermann von Riedsel; William Hamilton; Jean Paul Louis Laurent Houel; Patrick  Brydone; Friederich Münter; Deodat Dolomieu e altri ancora.

Il frutto delle sue osservazioni fu pubblicato a Pavia, in sei volumi, tra il 1792 ed il 1797, con il titolo Viaggi alle due Sicilie e in alcune parti dell’Appennino.

Ed è proprio sulla sua ascensione all’Etna che punteremo la nostra attenzione, avvalendoci dell’edizione milanese pubblicata nel 1825, un quarto di secolo dopo la morte dello scienziato. La descrizione dell’ascensione comincia nel capitolo VII:

«[…] Mi avviai la mattina del giorno 3 di settembre [1729 n.d.A.] al monte Etna, accompagnato tra gli altri da Carmelo Pugliesi e Domenico Mazzagaglia, due guide peritissime di quelle strade. […] Alle ore 10 del mattino pervenuto al villaggio di Nicolosi io mi ritrovava presso a Monte Rosso, che prima era un piano, dove nel 1669 si aperse la nuova voragine, e ne sgorgò la formidabile lava, che del continuo fluendo al basso arrivò fino al mare, dove fece una specie di promontorio. […] Si sa che questo monte è bicipite, così formato in quella eruzione, e in allora da’ paesani venne appellato Monte della Ruina, e dappoi Monte Rosso, probabilmente per varie sue parti di questo colore macchiate

Com’era d’uso a quel tempo la tappa successiva fu il Monastero Benedettino di San Nicolò La Rena, «[…] gradito ospizio pe’ forestieri che viaggiano all’Etna […]» dove il viaggiatore ebbe modo di riposare e rifocillarsi. Solo qualche ora di pausa, quindi:

«[…] prima che finisse il giorno giunsi alla Grotta delle Capre, tanto ricantata, quantunque non dia che un meschino alloggiamento di foglia e di paglia per restarvi la notte. […]»

Il viaggio continua nel successivo capitolo VIII: «Tre ore prima del giorno escito co’ miei compagni dalla Grotta delle Capre […] continuai il mio viaggio all’Etna. […] Dalla sua cima si alzavano due bianche colonne di fumo […]».

E finalmente lo studioso si trovò di fronte al Cono sommitale del vulcano: «Mi restava a valicare quel tratto che propriamente dee dirsi il cono dell’Etna, e che a retta linea ha di lunghezza un miglio, o poco più. Ripidissimo era ed insieme disegualissimo [sic] per le ammucchiate scorie che lo ingombravano».

Impiegò ben tre ore, in mezzo a mille difficoltà che così descrisse: «[…] nello scorrere o piuttosto strascinarmi sul rimanente di quella cima di monte, tra per non potere ascenderlo dirittamente, e per essere pendente in guisa che ad ogni momento doveva aggrapparmi a mani e a piedi; e struggendomi in sudore e trafelando, era necessitato di fermarmi, e prendere opportuni e replicati riposi. […]».

Poi, dopo aver affrontato ancora innumerevoli sforzi, «[…] superato quel luogo, e riacquistata a poco a poco la primiera presenza di mente, in breve d’ora mi ritrovai finalmente al vertice dall’Etna, e cominciava già a scorgere’ gli orli del cratere.[…]»

Sedutosi sul ciglio della depressione, lo scienziato cominciò ad eseguire le sue osservazioni: le pareti del baratro, la sua forma, l’apertura incandescente al fondo di essa, il fumo che da essa esalava. Gli vennero in mente le descrizioni dello stesso luogo eseguite in precedenza dal Cardinale Pietro Bembo e dal Domenicano Tommaso Fazello; una volta recuperate le forze, e volendo rientrare al Monastero prima che facesse notte, riprese la via del ritorno:

«[…] Ma non senza rincrescimento mi convenne in fine di allontanarmi da quella scena incantata, per aver divisato di dormire l’entrante notte a S. Niccolò dell’Arena, troppo memore del disagiato letto durissimo fornitomi dalla Grotta delle Capre […]».

L’opera di Spallanzani fu pubblicata, oltre che in Italia tra il 1792 ed il 1795, anche fuori dai confini nazionali: nel 1795, a Berna, apparve Voyages dans les Deux Siciles et dans quelques parties des Appennins; nel 1798, a Londra, fu pubblicato Travels in the Two Sicilies and some parts of the Appennines e l’anno successivo, a Parigi, fu data alle stampe l’opera con lo stesso titolo di quella bernese.

A partire dal 1769 lo scienziato si trasferì nella città di Pavia, nella cui Università insegnò Storia Naturale e diresse il locale Museo universitario. A Pavia Spallanzani morì l’11 febbraio 1799, dopo aver compiuto i 70 anni.

La città di Pavia, dove Spallanzani ha vissuto per trent’anni, ha mantenuto il vivo il ricordo della sua presenza realizzando nel 1972, il Collegio Lazzaro Spallanzani, con l’intenzione di ricordare l’illustre docente dell’Ateneo pavese. Inoltre l’Università di Pavia ha intitolato allo scienziato il suo Dipartimento di Biologia e Biotecnologie.

Oggi, a Scandiano, si trova il Centro Studi Lazzaro Spallanzani, fondato con l’intendo di “approfondire gli studi su Lazzaro Spallanzani, sul suo tempo, sulla sua vita di scienziato settecentesco”.

Nel 1979, nella ricorrenza del 180° anniversario dalla sua scomparsa, anche la filatelia ha voluto rendere omaggio allo scienziato, con l’emissione di un francobollo commemorativo e di una busta primo giorno di emissione (o first day cover):

L’opera di Spallanzani è stata riproposta in libreria nuovamente nel 1988 da Edizioni Giada, con la preziosa introduzione del vulcanologo Salvatore Cucuzza Silvestri. Successivamente, nel 1994, l’editore CUEN, ha pubblicato la sola parte relativa all’ascensione del 1788 con il titolo Viaggio all’Etna, avvalendosi della collaborazione del vulcanologo Paolo Gasparini.

La mia biblioteca personale accoglie le versioni elettroniche (ebooks) di tutte le edizioni citate nel testo (Pavia, Berna, Londra, Parigi e Milano), mentre i due volumi (quelli del 1988 e del 1994) trovano posto negli scaffali della mia biblioteca cartacea.

Con il titolo: Jose Armet Portanell, Lazzaro Spallanzani osserva un’eruzione del Monte Etna (particolare da MeisterDrucke) 

 

 

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