Mario Mattia, Autore a Il Vulcanico https://ilvulcanico.it/author/mattia/ Il Blog di Gaetano Perricone Mon, 09 Aug 2021 17:05:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.4 2- Prodigi e un pizzico di giallo a Pantelleria https://ilvulcanico.it/2-prodigi-e-un-pizzico-di-giallo-a-pantelleria/ Mon, 09 Aug 2021 17:04:53 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=20003 FONTE: INGVVulcani Racconto di Mario Mattia Disegni di Catherine Lemercier Continua da parte prima Pantelleria, 23 Ottobre 1891 Caro Giovanni, Sono appena rientrato nel «dammuso» del mio ospite, il signor Errera, uomo molto simpatico e pieno di entusiasmo per la scienza. Dopo una intera mattinata passata in mare a svolgere le più svariate misure su questa […]

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FONTE: INGVVulcani

Racconto di Mario Mattia

Disegni di Catherine Lemercier

Continua da parte prima


Pantelleria, 23 Ottobre 1891

Caro Giovanni,

Sono appena rientrato nel «dammuso» del mio ospite, il signor Errera, uomo molto simpatico e pieno di entusiasmo per la scienza. Dopo una intera mattinata passata in mare a svolgere le più svariate misure su questa stranissima eruzione (leggerai i miei appunti nell’allegato a questa lettera), ho passato il pomeriggio insieme al giovane D’Ancona che mi ha portato a vedere altre meraviglie di quest’isola. Un’autentica miniera di stranezze geologiche! Pensa che ci sono anche delle «stufe», ovvero grotte pervase dal vapore caldo, molto apprezzate in caso di malattie polmonari! Ma, visto che a te interessa la gente più della geologia, ti racconto una stranezza che mi è appena capitata. Ebbene devi sapere che il caro Errera mi ha invitato, dopo cena, a salire sul tetto della sua villa per osservare col cannocchiale il luogo dell’eruzione e magari provare a cogliere le vampate di fuoco che lui stesso dice di aver visto nei giorni passati. Restammo lassù per un’ora, a chiacchierare e bere ottimo passito, ma di fiammate in mare non ne abbiamo vista nemmeno una. Alla fine, un po’ per la stanchezza e un po’ per il freddo, mi congedai dalla compagnia e mi avviai verso casa. Poco prima di arrivare alla mia dimora, notai una piccola luce sul retro. Visto che già ieri sera avevo intravisto strani movimenti nei pressi di casa, mi nascosi dietro i muretti. Spensi il lume che mi portavo dietro e, alla sola luce della luna piena, mi avvicinai.

Qui trovai la ragazza cui Errera ha affidato il compito di farmi da mangiare e rassettare la casa (si chiama Maria ed è una ben strana ragazza!) in piedi, con le braccia alzate verso la luna e con gli occhi chiusi. Poggiato per terra, stava un piccolo lume che accendeva la sua figura di una luce bianca e sinistra. Ma la cosa che mi stupii era la cantilena che ripeteva in continuazione, che ho riportato sul mio taccuino, e che ora voglio sottoporre alla tua attenzione. Magari potrai chiedere lumi al nostro comune amico Luigi Capuana, appassionato di spiritismo!

Luna vieja, luna nueva

Que tienes en la caveza

Quatro cabretos

O tu me los da

O tu me los presta

Non sono sicuro di aver scritto bene questi versi perché conosco appena lo spagnolo, ma, se la memoria non mi inganna, la traduzione dovrebbe essere:

Luna vecchia, luna nuova

Che tieni sulla testa quattro capretti

O me li dai o me li presti

La ragazza ha ripetuto la litania per almeno cinque minuti, poi si è inginocchiata, ha chinato il capo e ha baciato per terra. Dopo, è rientrata in casa dove mi ha accolto con un grande sorriso e adesso è qui davanti a me che rassetta la casa, come se nulla fosse accaduto.

Ci tengo a raccontarti questa storia perché ho l’impressione che i prodigi della natura che sto osservando in quest’isola stiano minando il corpo e lo spirito di questi isolani, la maggior parte dei quali sono contadini privi delle minime conoscenze scientifiche. Solo oggi pomeriggio, ad esempio, sono riuscito a convincere il sindaco a mandare in giro per le campagne il banditore comunale affinché annunciasse a tutti che è possibile far rientro nelle case e che non è più necessario arrangiarsi nei campi o nei tuguri. Chissà se la scienza anche stavolta trionferà sulla superstizione!

Ti abbraccio

Annibale

Prodigi 02-01

«Prufissuri, ho una cosa per lei.»

«Una cosa per me? E cosa, Maria?»

«Lei zuppichìa

«Ah…si. Mi sono fatto male scendendo dal postale. È solo una storta»

La ragazza andò in cucina e, da una borsa di iuta, tirò fuori un contenitore di vetro.

«Ora vossia si distende nel letto e si leva i pantaloni.»

«Maria, ma che dici?»

«Ci metto una cosa per il dolore, così cammina meglio e magari riesce a fermare il fuoco nel mare» disse sorridendo.

Lo scienziato fece un sospiro e si alzò.

«Ora indosso il pigiama e poi mi metti questa cosa.»

Andò nella sua stanza e chiuse con cura la porta. Poi, si tolse le grosse scarpe di cuoio, i ruvidi pantaloni di lana nera pesante, i calzettoni che aveva acquistato in Scozia durante un congresso di astronomia e indossò il pigiama di lana leggera.

«Entra, Maria» urlò.

La ragazza entrò, aprì il barattolo dal quale tirò fuori un unguento che emanava un forte profumo di canfora e cominciò a spalmarlo sulla caviglia del piede sinistro di Riccò.

«Lo prepari tu questo unguento?» chiese.

«Me lo insegnò Catalina»

«Una tua parente?»

«Nonsi, una ca mi crisciu. Iu sugnu figghia di nuddu.»

«Che vuol dire che sei figlia di nessuno?»

«Che m’attruvanu nica nica sutta n’ponti, a Palermo»

«Ah…e questa…Catalina ti ha insegnato a preparare i rimedi con le piante?»

«Non solo» disse la ragazza mentre continuava a massaggiare con i soli pollici il piede e la caviglia.

«Maria, ma che pianta hai usato per questo unguento?»

«La chiamano artigghiu do diavulu. È una pianta bella, colore ciclamino, ed è difficile assai da trovare. E a chiamanu accussì pirchì se qualche animale si avvicina per succhiare il nettare, resta appiccicato e mori di fame e di siti.»

“Sai scrivere?” disse lo scienziato

La ragazza sorrise e fece di sì con la testa.

“Non è che tutti i poveri sono ignoranti”

«Potresti scrivermi la ricetta di questa pomata? Me la farò preparare appena rientrerò a Catania.»

La ragazza prese uno dei taccuini dello scienziato e scrisse quanto richiesto.

«E chi ti ha portato qui a Pantelleria da Palermo?» chiese Riccò.

«Ci vinni sula» disse la giovane fissandolo negli occhi.

Notò che gli occhi di Maria erano allungati, quasi a mandorla, e di un colore strano, ambrati con striature verdi. E per la prima volta si accorse che i suoi lineamenti non erano solo dolci, ma di una bellezza strana, selvaggia.

Deglutì e si rese conto che quella ragazza lo stava mettendo a disagio.

«Grazie, ma adesso è meglio se te ne vai. Sono molto stanco e vorrei dormire.»

La ragazza prese un piccolo telo di cotone e lo distese sotto il piede di Riccò. Poi, si pulì le mani sulla gonna e si diresse verso la porta.

Mentre stava per uscire si fermò e si voltò verso lo scienziato.

«Vossìa si riguarda.»

«Grazie Maria, riguardati anche tu.»

Maria sollevò il mento.

«Di mia non c’interessa a nuddu» disse seria.

Poi uscì dalla stanza e pochi secondi dopo Riccò sentì chiudere la porta dell’ingresso del dammuso.

Si svegliò molto presto, al suono delle campane della vicina chiesetta. Ma in realtà, a svegliarlo era stata la sensazione di angoscia per uno strano sogno. Correva in una strada di pietre bianche, sotto un sole fortissimo, abbagliante. Sentiva che qualcuno lo seguiva, ma non voleva voltarsi. Poi aveva inciampato in un pezzo di pietra lavica, molto simile ai palloni di lava che aveva osservato il giorno precedente. Mentre cercava di rialzarsi, una mano gli aveva afferrato la testa e lo aveva tenuto fermo per terra. Ricordava le spighe di grano che vedeva da quella posizione. Gialle, cotte dal sole bruciante. Poi la mano lo lasciò andare e si voltò. Davanti a lui c’era Maria, in piedi, nuda, che lo guardava sorridendo. Abbassò lo sguardo e vide che i piedi della ragazza erano in realtà delle zampe di gallina. L’ultimo ricordo di quel sogno era il suo urlo di terrore.

Sentì rumori nel saloncino e si vestì in fretta. Sperava di incontrare la ragazza. Voleva ringraziarla per il prezioso unguento della sera prima. Il dolore, infatti, era del tutto sparito e il piede era meno gonfio.

Ma quando uscì si trovò davanti l’anziana domestica di Errera che versava il latte caldo in una ciotola.

«Ah… È lei? Credevo fosse Maria.»

La donna fece una smorfia e alzò e spalle.

«Stamatinu non vinni a casa. Per questo sono venuta io. Il signor Errera si scusa e dice che passa alle otto per andare alle favare

Riccò si sedette per fare colazione, poi riempì la borsa con alcuni strumenti e si incamminò verso la casa del suo ospite.

Era una splendida mattinata autunnale. Un magnifico sole illuminava la stretta mulattiera dove lui, Errera e il giovane D’Ancona trovarono due viddani che avevano preparato i muli per quella escursione alle favare, i soffioni di vapore, tipica espressione del vulcanismo pantesco.

La stradina, dopo un iniziale percorso pianeggiante, diventò aspra e ripida, ma il panorama era magnifico, tra vigne, casette rustiche, e orti curati alla perfezione. E Riccò vide da vicino le incredibili sfide che la gente di Pantelleria, da sempre diffidente nei confronti del mare, aveva vinto nei confronti di una morfologia tremenda, fatta di roccia lavica e ripidi crateri chiamati cuddie.

Arrivarono alla Favara Grande dopo un’ora di cammino e qui lo scienziato tirò fuori dalla sua borsa di cuoio due grandi termometri, con i quali misurò le temperature del vapore acqueo.

«Ottantotto gradi!» esclamò.

«Provi ad avvicinarsi alla fumarola e a respirare un po’ di vapore, professore» disse Errera.

Riccò si distese per terra e avvicinò il viso ad una fenditura dalla quale più intenso era il flusso continuo di vapore. Dopo pochi secondi, si ritirò tossendo.

«Anidride solforosa! È lei che dà questa sensazione di soffocamento.»

«Proprio come pensavo» ribadì Errera con aria soddisfatta.

«Direi che è una prova lampante della sua origine vulcanica» disse D’Ancona.

«Già…ma sarebbe stato interessante rilevare le temperature prima dell’eruzione!»

I tre rimasero in silenzio ad ascoltare il rumore del flusso di gas, simile a quello di un mulino ad acqua. Sopra i massi, che circondavano le fenditure dalle quali veniva emesso il vapore, erano poggiate delle fascine, sbiancate dall’azione decolorante dell’anidride solforosa.

«A che servono queste fascine?» disse Riccò.

«Guardi qui! Il vapore, al contatto con i massi freddi si condensa e i viddani lo raccolgono dentro questi canali. E l’acqua che ricavano la usano per abbeverare le bestie.»

«Molto interessante! – esclamò lo scienziato mentre provava ad assaggiare alcune gocce che aveva raccolto nell’incavo della mano – e ottimo sapore, direi!»

«Guardi qui» disse D’Ancona spostandosi verso l’interno della favara.

Lì in fondo c’erano una serie di panni stesi per terra che sembravano ribollire per l’effetto delle sottostanti emissioni gassose.

«Vede professore? Usano il potere sbiancante dell’anidride solforosa anche per i tessuti.»

Riccò scosse la testa.

«Sto vedendo cose bellissime» disse.

Uscirono dalla favara e si diressero verso una contrada chiamata Karebbi, dove alcuni contadini avevano segnalato uno strano fenomeno, ovvero l’improvvisa morte di un gran numero di vitigni e di alcuni alberi di fico.

Lungo la mulattiera, Riccò si avvicinò ad Errera, che intanto, col suo mulo, si era portato qualche metro avanti rispetto agli altri.

«Posso farle una domanda?» disse.

«Ci mancherebbe, professore. Tutto quello che vuole!»

«Che è successo a Maria, stamattina?»

«Ah…lo vorrei sapere anch’io! Non era mai successo. Ma chi lo sa, magari si è ammalata!»

«Dovremmo andare a controllare, no?»

«Controllare Maria? Impossibile…quella ragazza è…strana. Ecco diciamo così. È molto strana.»

«Da quanto tempo lavora da voi?»

«Da due anni. L’hanno trovata al porto. Sembrava una barbona. Alcune guardie l’avevano fermata dopo che era stata cacciata da una nave proveniente da Palermo. Si era nascosta sotto un telo e aveva viaggiato come clandestina.»

Intanto anche il giovane D’Ancona si era messo ad ascoltare, avvicinandosi col suo mulo.

«Ieri mi ha detto che a Palermo è stata allevata da una certa Catalina che le ha insegnato ad usare le erbe.»

Errera si guardò intorno e sembrò a disagio.

«Si. Lo so. Una donna molto conosciuta a Palermo.»

«Davvero? E perché?»

«Niente…cose che farebbero inorridire uno scienziato come lei. Questa Catalina è, anzi era, una specie di fattucchiera, una che praticava la magia!»

Riccò guardò verso il rilievo di Montagna Grande dal quale alcune nuvole scure si stavano avvicinando trascinate da un improvviso vento di tramontana.

«Quindi questa Catalina è morta?» disse.

«Così ha raccontato Maria. Ammazzata da qualcuno.»

Errera diede un calcio al suo mulo che, abbassandosi sulle zampe posteriori, si produsse in uno scatto improvviso che gli fece guadagnare alcuni metri sugli altri.

«Eccoci arrivati, guardi Professore!» urlò D’Ancona.

Alla loro sinistra si stendevano alcuni vigneti, ma subito saltavano all’occhio delle macchie giallastre in mezzo al verde del fogliame. Centinaia di piante apparivano come rinsecchite e bruciate.

Un uomo stava ripulendo un confine dalle erbacce e si levò la “coppola” appena i tre si avvicinarono.

«Nunzio, questo è il professore Riccò di Catania. Fagli vedere i danni al tuo vigneto»

L’uomo abbassò il capo in segno di saluto e, senza parlare, si inoltrò nella vigna, spostando erbacce e foglie per agevolare il passaggio dei suoi ospiti.

Da vicino, i vitigni sembravano bruciati. I segni della combustione erano visibili, ma Riccò si rese conto che non si trattava degli esiti di un incendio, perché i danni al tronco erano visibili solo nella parte più vicina alle radici.

«Sembra quasi che le abbia bruciate un fuoco sotterraneo» disse D’Ancona inginocchiandosi e prendendo in mano uno di questi tronchi.

«Esatto…u focu era ‘ndo terrenu! Ma era ‘n focu stranu. Acchianava, acchianava lentu e bruciava li pianti» disse il contadino agitando le braccia.

«Quando hanno cominciato a bruciare le sue piante?» chiese Riccò all’uomo.

«A tempu di li terremoti. Era giugno dell’anno passato!»

D’Ancona consegnò allo scienziato alcuni pezzi di legno bruciato, che li ripose nella sua borsa di cuoio, ormai piena di campioni, quaderni e strumenti buttati alla rinfusa.

Sulla via del ritorno, lo studente fece in modo di restare solo con Riccò, approfittando della solita mania di Errera di camminare davanti a tutti.

«Ho sentito che avete chiesto di Maria» disse.

«Già. Mi incuriosisce quella ragazza. E poi devo ancora ringraziarla per avermi risolto il problema del dolore alla caviglia.»

«Eh, sì. Qui in paese molti si rivolgono a lei. È una ciarmavermi conciaossa. E fa pure nascere i bambini. Il Dottore Valenza, il medico, la odia.»

«Me l’ero immaginato.»

«Poi c’è anche chi dice che sia qualcosa di più.»

«E cosa?» chiese con una smorfia Riccò.

Pantelleria , 24 ottobre 1891

Caro Giovanni,

Un’altra giornata di duro lavoro qui a Pantelleria, che però ha fatto maturare dentro di me due convinzioni. La prima è che questa attività in atto ha avuto una progressione piuttosto lenta, essendo cominciata oltre un anno fa con fenomeni collegabili all’eruzione sottomarina che ho potuto osservare con i miei occhi, mentre la seconda è che questo stesso fenomeno è in via di esaurimento. In questo senso parlano tutti i miei rilievi; dalla diminuzione dei tremori sismici alla diminuzione delle temperature nelle fumarole, alla scomparsa delle forti emissioni di calore e gas dai suoli fino, ovviamente, all’affievolirsi del fenomeno della risalita dei «palloni di lava» che tanto ha attirato la mia attenzione. In questo senso, ho già scritto al Prof. Tacchini affinché tranquillizzi il governo e Sua Maestà su quanto sta accadendo a Pantelleria. Non posso escludere una improvvisa recrudescenza e, per questo motivo, resterò ancora qualche giorno, allo scopo di osservare eventuali variazioni nelle mie misure.

Ti aggiorno anche sulla strana ragazza di cui ti ho già parlato nelle mie precedenti lettere. Intanto si è rivelata un’ottima erborista, visto che un suo unguento, con una sola applicazione, mi ha guarito da un dolore alla caviglia che rendeva penoso ogni mio movimento. Ma ci sono due novità: la prima è che questa ragazza sembra essere sparita, infatti da ieri sera nessuno l’ha più vista. Pensavamo fosse malata, ma nella casetta dove abita non c’era nessuno quando, al ritorno da una giornata passata in giro a svolgere osservazioni e misure, siamo andati a controllare di persona io e il giovane D’Ancona. La seconda sono le «rivelazioni» che mi ha fatto lo stesso D’Ancona su di lei. Mi vergogno un po’ a scrivere queste cose, ma so che invece tu e il buon Capuana ne discuterete con passione, visto il vostro interesse per il multiforme volto dell’essere umano.

Non mi dilungo, ma pare che questa ragazza sia stata allevata a Palermo da una specie di fattucchiera, uccisa in circostanze misteriose, che le ha insegnato l’oscura arte, ed una serie di saperi di tipo erboristico e medico che l’hanno fatta apprezzare da un lato e temere dall’altro. Ma la cosa che più mi ha colpito è stata la notizia che, in certe condizioni, Maria sarebbe capace di trovare tesori sepolti. La chiamano «truvatura» e qui sull’isola pare che sia una specie di sport, praticato da tanti, a caccia di monete d’oro arabe e romane. In pratica, la ragazza avrebbe contribuito a far scoprire alcuni di questi tesori, grazie ai suoi poteri «speciali».

Ci riderei, in condizioni normali, ma il fatto che sia sparita sta facendo sorgere in me qualche preoccupazione. In tempi di «prodigi» della natura non troverei strano che qualcuno possa scambiarli per «prodigi» magici. E farle del male.

A presto,

Annibale

P.S.: Unica consolazione di questa giornata difficile un eccellente piatto a base di capretto arrostito su un grande letto di brace ardente che abbiamo consumato nell’azienda agricola del D’Ancona. Mai assaggiato uno così buono! Vale la pena del viaggio!

2- continua

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Prodigi e un pizzico di giallo a Pantelleria https://ilvulcanico.it/prodigi-e-un-pizzico-di-giallo-a-pantelleria/ Tue, 27 Jul 2021 16:31:40 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=19920 (Gaetano Perricone). Mario Mattia non ha soltanto la passione, ma anche un grande talento per la scrittura, ho avuto il piacere di leggere diverse sue cose e, da estimatore e amico, gli ho detto spesso di coltivare questo suo “dono”. Sono dunque molto felice, con il consenso dell’autore, di condividere da INGVVulcani sul mio blog […]

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(Gaetano Perricone). Mario Mattia non ha soltanto la passione, ma anche un grande talento per la scrittura, ho avuto il piacere di leggere diverse sue cose e, da estimatore e amico, gli ho detto spesso di coltivare questo suo “dono”. Sono dunque molto felice, con il consenso dell’autore, di condividere da INGVVulcani sul mio blog per i lettori de Il Vulcanico la prima parte di questo suo racconto, viaggio appassionante e intrigante tra scienza e letteratura. Lo stesso farò ogni settimana con le parti successive.  

Se conoscevo il talento di Mario, ho scoperto adesso quello di Catherine Lemercier per l’illustrazione: i suoi disegni, per la cui pubblicazione abbiamo anche in questo caso il consenso dell’autrice, sono davvero bellissimi e rappresentano un prezioso arricchimento per il racconto.

Mario Mattia

Racconto di Mario Mattia

Disegni di Catherine Lemercier

Introduzione

Con la narrazione fantastica di Mario Mattia, ricercatore dell’INGV di Catania con la passione per la scrittura, il blog INGVvulcani propone ai suoi lettori contenuti sui vulcani e sulla loro attività, ma tradotti in una forma inusuale per un blog scientifico: il racconto.

Siamo in un’isola vulcanica del Mediterraneo, Pantelleria, sfondo e protagonista di avvenimenti reali e immaginari ma verosimili, conditi da un pizzico di magia. Per il contenuto e l’ambientazione, pensiamo che questa storia possa piacervi, come è piaciuta a noi, ed essere una gradevole lettura estiva.

Il racconto, suddiviso in cinque parti, sarà pubblicato con cadenza settimanale a partire da oggi, e ci accompagnerà fino alla fine di agosto.

Ringraziamo Mario per il suo originale contributo e invitiamo i nostri lettori a esprimere il loro gradimento attraverso il modulo contatti.

Buona estate a tutti!

Nota dell’autore: in questo racconto ho dovuto “inventare” davvero pochissimo. Perchè Pantelleria è un’isola magica, dove vulcani sottomarini, fate e misteriose principesse trovano il luogo ideale per tessere le loro ragnatele nelle quali è facile essere dolcemente catturati.

Seduto su una enorme fune raggomitolata, Annibale Riccò alzò lo sguardo verso le nubi basse e scure che si avvicinavano da levante. Il ponte del postale “Bagnara” era ancora umido per la pioggia del giorno precedente e i marinai che stavano annodando le cime di uno dei due alberi facevano fatica a restare in piedi senza scivolare e, tra loro, indicavano le nubi scuotendo la testa.

Tornò a rileggere il telegramma ricevuto tre giorni prima.

Roma 18 ottobre 1891

Colla presente sollecito Sua illustre presenza presso Pantelleria, testé sconvolta fenomeni tellurici rilevante entità. Auspichiamo tempi rapidi per Sua attesissima relazione stato situazione. Ogni spesa carico Ministero.

Firmato

Direttore osservatorio geodinamico Tacchini

Con un gesto lento e misurato, lo posò tra le pagine del suo diario.

Il maltempo, che si era abbattuto all’improvviso sulla Sicilia, stava rendendo faticoso e lento il suo viaggio da Catania a Pantelleria. La tempesta portata da quelle nubi basse e scure colpì il vascello poche miglia fuori dal porto di Marsala, portando con sé raffiche violente di pioggia che costrinsero i pochi passeggeri a rifugiarsi sottocoperta. Laggiù, la puzza di pesce marcio e le onde che alzavano l’imbarcazione per poi farla precipitare, erano tali da far urlare di paura due donne sedute accanto a lui e da scatenargli malesseri cui pensava di essere indenne. Ma, ore dopo, dovette tirarsi su dall’angolo dove stava piegato in due ad occhi chiusi e andare a protestare con tutte le sue forze allo scopo di ottenere dal comandante la possibilità di sbarcare a Pantelleria, anziché proseguire fino a Tunisi, destinazione finale del postale.

Anche lo sbarco fu complicato a causa del mare grosso, tanto che Riccò, nel passaggio dal postale ad una barca che era stata inviata dal sindaco di Pantelleria, si fece male ad una caviglia saltando da un’imbarcazione all’altra.

Il sindaco, il consigliere provinciale Errera e il capitano del presidio ricevettero l’illustre ospite ancora sconvolto dal mal di mare e lo accompagnarono nel suo alloggio. A Riccò, scienziato catanese di chiarissima fama, fu riservato un trattamento speciale e il sig. Errera, medico e naturalista locale, volle ospitarlo nel suo «dammuso» (la tipica abitazione pantesca) fuori dal centro abitato, in una contrada chiamata Sant’Elmo.

«Qui si troverà bene, professore!» disse Errera mostrando le tre stanze ben arredate e confortevoli della casetta. La «conca» con il carbone ardente doveva essere stata messa fin dal primo mattino, perché la casa era piuttosto calda.

«La giovane Maria si occuperà di lei – disse Errera con visibile soddisfazione – e farà la spola tra qui e casa mia, a poche centinaia di metri, dove potrà trovare tutto ciò che le occorre.»

Riccò poggiò la sua borsa sopra il tavolo in legno scuro che occupava il centro di quello che poteva essere considerato il salone dell’abitazione e si guardò intorno.

«E’ molto bello. La ringrazio per questa accoglienza» disse con voce stanca.

Maria prese la borsa e la portò nella stanza da letto. Era magra, di carnagione olivastra, con i capelli neri legati in una treccia che le ricadeva sopra la spalla sinistra. I suoi lineamenti erano dolci e lo sguardo con cui fissava negli occhi ogni interlocutore tradiva un carattere insolito per una giovane di umile condizione come lei. Riccò la osservò mentre prendeva da un cestino un bellissimo mazzo di una strana pianta, dal lungo fusto verde e con foglie rosso cupo attraversate da sottili linee scure, e lo sistemava in un vaso di terracotta.

«Che fiori meravigliosi, Maria. Come si chiamano?»

Maria alzò le spalle.

«No sacciu, sono rari e il posto segreto dove se ne trovano tanti è anche il mio posto segreto.»

«Maria è una brava erborista, ma qui c’è un medicinale speciale!» disse Errera tirando fuori dalla vetrina della credenza una bottiglia di liquido ambrato.

«E ora, prima di discutere su cosa sta succedendo in quest’isola, beviamoci un goccio di passito» aggiunse l’uomo cercando due bicchieri nella piccola cucina adiacente il saloncino.

Pantelleria, 22 ottobre 1891

Caro Giovanni,

Sono arrivato da poche ore a Pantelleria dopo un viaggio disastroso. Ho ancora lo stomaco sottosopra per il mal di mare e sono già passate otto ore da quando sono sbarcato!

Non ho potuto vedere il luogo dell’eruzione, che si trova circa cinque chilometri a Nord-Ovest del centro di Pantelleria. Qui ho trovato gente molto ospitale e subito ho fatto un giro per capire come stanno le cose. Già da maggio dello scorso anno si susseguono terremoti e sconvolgimenti. Pensa che in soli quindici giorni un tratto di quasi sette chilometri della costa Nord-Est dell’isola si è sollevata di quasi un metro! La gente è terrorizzata e tanti, anche tra persone distinte e dotate di buona cultura, mi chiedono se devono dare credito alla leggenda secondo la quale l’isola, dopo essere «salita» di qualche metro, sprofonderà nel mare, inghiottendo case ed abitanti. Probabilmente la recente vicenda dell’isola Ferdinandea, nata da un’eruzione nel 1831 e inghiottita dalle onde qualche mese dopo, è ancora viva nella memoria di questa gente!

Giorno 17 ottobre scorso qualcuno ha visto una specie di onda gigantesca levarsi all’improvviso. Si pensava ad una balena e invece poco dopo è cominciato un lancio di enormi blocchi sferici di lava che, dopo essere stati espulsi dalle profondità marine, si frammentavano in mille pezzi di spugna nerissima che galleggiava e creava una striscia visibile a occhio nudo dal porto di Pantelleria. Sono ansioso di vedere questo prodigio, mio caro amico. Intanto ho montato alcuni degli strumenti che, con grande fatica, mi sono portato dietro da Catania per poter rilevare sia i terremoti che eventuali cambi di inclinazione dell’isola per spinte tettoniche. Sono anche stato in questo sublime lago di acqua alcalina bianca e azzurra che qui chiamano Bagno dell’Acqua. Che posto fantastico! Ho già incontrato decine di persone che mi hanno riempito la testa di racconti a metà tra lo scientifico ed il fantastico. Sorgenti improvvisamente prosciugate, pesci con gli occhi fuori dalle orbite trovati in grande quantità a pochi metri dalla riva, schizzi violenti d’acqua bollente da polle che qui chiamano caldarelle. E poi i continui tremori, che hanno convinto i panteschi a scappare via dal paese e a rifugiarsi nei dammusi o, molto spesso, a dormire all’aperto, in grotte, in pagliai o in depositi utilizzati per gli attrezzi.

Prodigi, amico mio, prodigi!

Annibale

Posò la penna sul tavolo e richiuse la bottiglietta di inchiostro con cura, per evitare che l’indomani, in giro per l’isola, si versasse. Il suo amico Giovanni Verga, scrittore e compagno di tante serate di discussione e approfondimento culturale avrebbe apprezzato le sue lettere e magari sarebbero diventate materiale per qualche prossimo libro.

Quando alzò gli occhi vide Maria in piedi che lo guardava, in silenzio.

«Che fai ancora qui? Un’ora fa ti ho detto che potevi tornare a casa.»

La ragazza si voltò verso la finestra che si affacciava sul piccolo giardino dove minuscoli alberi di fico strisciavano per terra e si allargavano fino a coprire il muretto di pietre verdastre dell’ingresso. Poi guardò negli occhi l’uomo e si portò l’indice teso davanti al naso, ad indicare di star zitto.

«Maria… che succede?»

Riccò si alzò dalla sedia e la seguì verso quella piccola finestra nel muro bianco del dammuso, oltre il quale si vedeva solo il buio, spazzato da un impetuoso vento di maestrale.

«Insomma, che succede?»

Lei non rispose e con la mano indicò un punto laggiù, nella campagna che circondava la piccola costruzione.

L’uomo guardò lì fuori ed ebbe per un attimo l’impressione che una figura bianca si spostasse verso il vicino orto, chiuso da un alto muretto a protezione dei preziosi frutti dal vento che spazza l’isola.

Quando si voltò per chiedere spiegazioni alla ragazza, notò che una lacrima le solcava la guancia destra.

«Maria – disse Riccò con voce calma ma decisa – chi c’era là fuori?»

«Vossia non se ne incarica, gente che cerca a mmia. Si curcassi tranquillo» rispose mentre usciva e richiudeva la porta dietro di sé.

La ventata gelida che entrò in casa lo fece rabbrividire. Con gli occhi seguì quella esile figura che, senza nessuna paura, camminava, come se il vento non la potesse sfiorare, verso le luci della casa di Errera.

L’indomani si svegliò molto presto. Fuori, il vento si era calmato e un pallido sole, velato da nuvole che si spostavano verso ovest, stava riscaldando la sedia dove si sarebbe seduto a consumare il latte, caffè e biscotti che Maria aveva lasciati sul tavolo.

Dopo pochi minuti, qualcuno bussò e si ritrovò sommerso dal fiume di parole di Errera che, continuando a parlare senza sosta, lo portò a casa del sindaco. Lì, lo aspettavano un ragazzo magro e con una buffa barba caprina che si presentò come Giuseppe D’Ancona, studente di Scienze Naturali, e un omone con grandi favoriti grigi, in divisa della Regia Marina. Era il comandante De Libero, della nave «Bausan».

Finalmente, infatti, era giunta l’ora di andare a vedere il luogo dell’eruzione.

Quando salirono sul calessino che li avrebbe portati al porto, Riccò si sedette vicino ad Errera.

«Ieri c’era qualcuno davanti al dammuso dove mi ospitate.»

«Davvero? Lo avete visto?»

«No…Maria mi ha detto di avere sentito qualcosa, ma io ho visto solo una macchia bianca che scappava via.»

Il giovane D’Ancona cominciò a sorridere.

«Io a Maria devo moltissimo… l’anno scorso mi ha salvato da una colica renale che mi stava ammazzando. Però sarebbe ora che Maria si maritasse, signor Errera,

ha già vent’anni! Sarà stato qualche spasimante!»

«Già. Qualcuno che va dietro alla sua gonnella» ribadì l’uomo aggiustandosi i baffi con un gesto nervoso.

Lo scienziato non insistette, anche perché il comandante cominciò a parlare con entusiasmo dei misteriosi fenomeni che aveva visto in mare nei giorni precedenti e che tra breve gli avrebbe mostrato da vicino.

E Riccò si rese subito conto che l’ufficiale non aveva esagerato.

Subito videro i gas che si levavano dal mare, e getti di vapore improvvisi che si allargavano come una rosa di pallini sparati da un fucile da caccia. Lo scienziato si eccitò come un bimbo cui è stato regalato un meraviglioso giocattolo quando vide da vicino la lunga striscia nera di blocchi di lava galleggiante. Ogni tanto uno di questi blocchi, con un sibilo assordante, partiva a razzo verso l’alto o sfrecciava a pelo d’acqua, oppure camminava a salti emettendo spruzzi di gas che lo facevano balzare e cadere di nuovo in mare.

«Non ho mai visto niente del genere» urlò al giovane D’Ancona che lo stava aiutando a salire sulla lancia che li avrebbe portati a guardare da vicino quello spettacolo.

«Nessuno ha mai visto niente del genere!» gli urlò a sua volta il ragazzo.

«Sono veri e propri palloni di lava!» disse Errera mentre con un remo cercava di tirarne uno verso di sé.

La lancia si portò verso il centro di emissione di questi palloni e i marinai si preoccuparono quando cominciarono a sentire gli urti degli enormi massi spugnosi pieni di gas a pressione che sbattevano sul fondale della barca, facendola sbandare e scarrocciare, quasi si trattasse di onde durante una mareggiata.

Ad un tratto, Riccò prese dal fondo della lancia un bastone di ferro, di quelli che si usano per agganciare le funi delle navi e, con un colpo deciso, spaccò la crosta di uno di questi palloni. Ne fuoriuscii un getto di vapore che creò uno spettacolare effetto come di decine di arcobaleni che si allungavano con curve più o meno concave, nelle più varie direzioni.

Uno spettacolo che fece tacere per un paio di minuti tutti i marinai e gli ospiti sulla barca.

«Mio Dio… ma che… » gridò in preda all’estasi lo scienziato.

Aveva appena finito l’espressione di stupore che un blocco cominciò a volare verso di loro a grande velocità. Lo studente e Riccò fecero in tempo ad abbassarsi prima di esser colpiti, ma non fu altrettanto veloce il capitano del presidio Canino, che ricevette in volto un pezzo di quella lava bollente. L’uomo cominciò ad urlare dal dolore e fu soccorso dai marinai che subito ripulirono la ferita con acqua di mare.

Fu portato sulla «Bausan» dove lo prese in cura il medico di bordo, mentre la lancia restò in alto mare ad eseguire misure geodetiche che permettessero la stima del punto esatto di emissione del flusso di blocchi pieni di gas. Riccò lavorò per ore in preda ad una furia che fece trasalire i suoi compagni di viaggio, eseguì decine di misure angolari con Punta Fram e Punta Karuscia e le rapportò con l’altezza del Semaforo, effettuò misure della striscia di blocchi neri galleggianti, raccolse decine di quei blocchi, facendo uscire in modo controllato i gas, per misurare, inserendo diversi metalli con temperatura di fusione nota, le temperature interne, misurò la temperatura dell’acqua, osservò le gigantesche bolle di gas che risalivano in superficie e infine, mentre tutti erano stremati per le lunghe ore passate in un mare per niente calmo, volle misurare la profondità nel punto di massima emissione. Dalla nave portarono gigantesche sagole con scandagli da venticinque chili attaccati e fu necessario collegarne due per raggiungere la profondità di circa trecentoventi metri.

«Questo spiega perché sentiamo pochi boati» spiegò al giovane studente che stringeva le mani ormai piene di ferite per le decine di blocchi che aveva dovuto afferrare. Ma proprio in quel momento si sentì uno di questi strani rumori che ebbe il potere di terrorizzare i marinai che cominciarono a guardare con ansia verso la nave, lontana da loro circa un miglio. Si trattava di un suono basso, lugubre. Come una lunghissima «u» che si alzava di tono.

«Fa venire i brividi» disse lo studente.

«Già – disse Riccò guardando i volti distrutti degli uomini intorno a sé – ma adesso sarà meglio rientrare.»

1- Continua

Le illustrazioni con il titolo e all’interno sono di Catherine Lemercier 

Prodigi – introduzione e parte prima

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4 febbraio 1169: il grande terremoto di Sant’Agata che 850 anni fa distrusse la Catania normanna https://ilvulcanico.it/4-febbraio-1169-il-grande-terremoto-di-santagata-che-850-anni-fa-distrusse-la-catania-normanna/ Mon, 04 Feb 2019 15:49:45 +0000 http://ilvulcanico.it/?p=11202 di Mario Mattia Oggi si celebrano gli 850 anni di uno dei terremoti più distruttivi tra quelli che hanno colpito Catania. Meno noto del “cugino” del 9-11 gennaio 1693, il terremoto del 1169 soffre della minore disponibilità di documenti storici e dunque risulta difficile per gli storiografi definirne esattamente sia il contesto storico che quello […]

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di Mario Mattia

1 MARIO MATTIA

Oggi si celebrano gli 850 anni di uno dei terremoti più distruttivi tra quelli che hanno colpito Catania. Meno noto del “cugino” del 9-11 gennaio 1693, il terremoto del 1169 soffre della minore disponibilità di documenti storici e dunque risulta difficile per gli storiografi definirne esattamente sia il contesto storico che quello urbanistico anche a causa delle successive ricostruzioni che hanno di fatto oscurato la topografia dell’antica città medievale e disperso importanti testimonianze.

Di certo, Catania era molto diversa da oggi. Il capo della Civitas era il Vescovo e la città era decisamente più piccola dell’attuale. Il “cuore” era l’antico porto e la Platea Magna (oggi Piazza Duomo) ospitava la nuova cattedrale di Sant’Agata (la precedente prese, appunto, il nome di Sant’Agata la Vetere) ed i palazzi del potere ecclesiastico. Poco resta di quegli edifici e, non a caso, sono arrivate fino a noi le absidi della Cattedrale, sopravvissute a tutti i terremoti in virtù della loro forma tondeggiante e dunque resistente allo scuotimento sismico.

Il fiume Amenano scorreva lì vicino e, a pochi passi la “Giudecca” ovvero il quartiere ebraico ospitava la (allora) numerosa comunità ebraica catanese. La Porta di Aci (oggi Piazza Stesicoro) era già ai limiti della pianta urbana della Civitas e l’odierna Via Etnea non esisteva. La nuova grande Cattedrale di S.Agata, posta nei pressi del mare, cinta da grandi mura che la rendevano Ecclesia Munita, ovvero Chiesa fortificata a protezione del nucleo cittadino e della cittadella vescovile, si ergeva nel nuovo centro cittadino, a qualche distanza dalla città antica.

Catania_-_Cattedrale_di_Sant'Agata_absidi
Catania, le absidi della Cattedrale

Il suo ruolo era anche quello di sorvegliare da vicino la grande quantità di musulmani che abitavano in quella zona della città e che rappresentavano una pericolosa minaccia. E proprio in quella nuova bellissima cattedrale, verso le sette del mattino del 4 Febbraio 1169 si trovava il vescovo a celebrare la messa della vigilia della festa di Sant’Agata, già allora amata patrona della città. Con lui, secondo la testimonianza di Romualdo Salernitano (successore nella carica di arcivescovo) si trovavano quarantacinque monaci. La potentissima scossa di terremoto (6.6 è la magnitudo riportata sui cataloghi, ma é da prendere con le pinze, n,d,r,) fece crollare la bella cattedrale, uccidendo tutti i religiosi. Antiche fonti storiche riferiscono di quindicimila morti in città, pari alla gran parte dei cittadini catanesi, e della integrale distruzione di tutte le case e di molte chiese.

Grande fu la distruzione anche a Lentini, a Modica, a Siracusa, come anche nella ricca e potente città di Messina, dove esercitava il potere imperiale il giovane Guglielmo II d’Altavilla, assistito dalla madre-reggente Margherita di Navarra. Molti danni vengono segnalati anche a Forza D’Agrò, a Piazza Armerina ed a Reggio Calabria.

Sui reali effetti del terremoto i limitati documenti storici sono piuttosto vaghi e ci si imbatte anche in qualcuno che gioisce di questo evento. E’ il caso di Pietro di Blois, precettore di Guglielmo II, che in una lettera afferma che il terremoto era il giusto castigo divino per i cittadini catanesi e per il loro empio vescovo, usurpatore del potere imperiale.

Anche sul numero delle vittime non possiamo essere certi, ma di sicuro l’intera città venne distrutta. Ugo Falcando nella sua Historia parla chiaramente di Catania come città subversa (danneggiata) fino al punto che al suo interno non restò nemmeno una casa agibile (ne una quidem domus in urbe superstes remanseri). Oltre le absidi della cattedrale, solo due edifici resistettero al terremoto, ovvero la chiesa di S. Maria della Rotonda (anch’essa salvata dalla sua forma sferica) e la cappella del Salvatore (poi cappella Bonaiuto).

Anche se accaduto 850 anni fa, il ricordo dei nostri concittadini morti deve spingerci ad un sentimento di pietà nei loro confronti e deve servirci da monito riguardo il fatto che viviamo in una terra soggetta a questo tipo di eventi. A questo proposito è particolarmente toccante un componimento scritto in occasione di questo terremoto e riportato da Matteo Selvaggio, frate francescano catanese vissuto nella prima metà del ‘500:

Da dove l’uomo trae motivo d’insuperbirsi? E’ cenere, carne esca per i vermi,
fiore di fieno, generatore, generato, genitrice, creatura.
Compiango Catania. E’ un dolore miserando da esprimere.
Fu illustre, potente e antica in quanto a popolo, a esercito, a clero.
In quanto a ricchezze, a oggetti d’oro, a bellezza, a valore e a trionfi.

Ahimè! Per un terremoto andò in rovina quel dominio del mondo.
A causa della morte va in rovina il giovane; muore l’uomo, la sposa, il marito.
Da dove l’uomo trae motivo di insuperbirsi? Dio demolisce in un’ora.
Le torri, gli ornamenti, le vesti e tutti gli abbigliamenti.
Chi potrebbe conservare in cuor suo i gemiti, le lacrime, i sospiri?

In un siffatto lamento perì la maggior parte della gente.
Oh! Dolore! E più di quarantaquattro monaci,
e perì il pastore della città, lo stesso padre Giovanni,
la dignità pontificia, luce del regno, così perirono.
Sia riposo a tutti, risplenda la luce, la luce perpetua,
per il pontefice e per i suoi monaci, ora e sempre.

(Traduzione dall’originale in latino di Marco Pistoresi).

Le notizie storiche sono tratte da “Catania Terremoti e Lave” di Enzo Boschi ed Emanuela Guidoboni, Editrice Compositori.

Con il titolo: una foto del sarcofago di Costanza d’Altavilla, dove su un lato è incisa una delle poche immagini che rappresentano la Catania medievale, con la Platea Magna (piazza duomo) e la Loggia dei Giurati, costituita da un piano terreno e da un piano superiore merlato, a cui si accede da una scala esterna e il Duomo. Le immagini dal web

 

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Catastrofismi, fake-allarmi e il rischio di “al lupo, al lupo”. Che ciascuno faccia (soltanto) il proprio mestiere https://ilvulcanico.it/catastrofismi-fake-allarmi-e-il-rischio-di-al-lupo-al-lupo-che-ciascuno-faccia-soltanto-il-proprio-mestiere/ Fri, 23 Nov 2018 09:14:15 +0000 http://ilvulcanico.it/?p=10165 di Mario Mattia Sempre più spesso si rincorrono, sui potentissimi social e sugli altrettanto potenti media tradizionali, notizie che paventano grandi catastrofi naturali come vulcani che scivolano in mare generando tsunami, mega-eruzioni imminenti di questo o quel vulcano, mutazioni climatiche, terremoti di spaventosa potenza che si abbatteranno su questo o quel paese e via discorrendo […]

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di Mario Mattia

1 MARIO MATTIA

Sempre più spesso si rincorrono, sui potentissimi social e sugli altrettanto potenti media tradizionali, notizie che paventano grandi catastrofi naturali come vulcani che scivolano in mare generando tsunami, mega-eruzioni imminenti di questo o quel vulcano, mutazioni climatiche, terremoti di spaventosa potenza che si abbatteranno su questo o quel paese e via discorrendo

“Stampando una notizia in grandi lettere, la gente pensa che sia indiscutibilmente vera” diceva Jorge Luis Borges, e lui era un saggio, uno che conosceva bene l’uomo e le sue paure. E che considerava l’irrazionalità e la difficoltà di rappresentare la complessità del reale gli unici elementi da temere.

Ed io, indegno epigono, aderisco a questa visione, e di fronte a questa martellante tempesta, cerco di mantenere un atteggiamento distaccato e, finché la mia cultura scientifica mi assiste, anche critico nei confronti di chi travisa notizie di origine accademica per piegarle a utilitaristici ed economicamente redditizi “clic” su pagine di dubbia reputazione. Ma tendo ad avere lo stesso atteggiamento nei confronti di quanti, più o meno consciamente, prestano facili appigli al catastrofismo o al sensazionalismo nei loro scritti o nei loro interventi pubblici. Siano essi scienziati, opinion leader, politici o esperti di settore.

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Come dimenticare, attenendoci all’ambito scientifico, gli allarmismi sulla Sindrome della Mucca Pazza, novella Peste Nera a detta di molti esperti e destinata a produrre moltitudini di vittime tra i consumatori di carne bovina? Le vendite di carne crollarono, governi dall’approssimativa cultura scientifica vietarono per anni perfino la celebre bistecca fiorentina, salvo ricredersi quando le vittime di quella sindrome si rivelarono poco più di 200 e perlopiù limitate all’Inghilterra. Bastarono banali provvedimenti per vietare l’uso delle farine animali nella zootecnia e tutto finì. E come non citare la SARS, l’Aviaria o l’Influenza suina. Ricordo un giovane rumeno che aveva fatto per me un lavoretto in campagna e, quando gli chiesi quanto gli dovevo, alzò le spalle dicendomi: “faccia lei, non mi importa nulla, tra non molto saremo tutti morti per l’aviaria”. E non scherzava affatto. (ci tengo a precisare che lo pagai adeguatamente e non approfittai delle sue paure…a scanso di equivoci!).

E che dire del fantomatico Millenium Bug, che doveva colpire tutti i computer alla mezzanotte del 31 dicembre 1999? Francia e Germania bloccarono tutti i treni, quella notte, l’FBI pose il livello di allerta al massimo, in attesa di possibili golpe, nati dal caos imminente. Sul neonato WEB si diffondevano i messaggi di fine del mondo.

Morale: in tutto il pianeta si spesero qualcosa come 300 miliardi di dollari per prevenire questa fantomatica apocalisse che, ovviamente, non avvenne mai. E mai sarebbe accaduta, con o senza quei soldi spesi (buttati…).

1912ed_TheProtocols_by_Nilus

Ecco. Sono solo alcuni esempi, ma potrei citare i fantomatici Protocolli di Sion, che narravano di cospirazioni ebraiche per il dominio mondiale e che furono portati a sostegno delle follie naziste a giustificazione dell’Olocausto o, perché no? delle altrettanto fantomatiche armi di distruzione di massa che convinsero i governi occidentali ad impegnarsi nella guerra in Iraq. Ma qui ci spostiamo sul piano politico, dove la menzogna è pane quotidiano, soprattutto se in ballo ci sono interessi planetari come il controllo sulle fonti energetiche.

Un breve excursus sulle nostre paure più recenti che, però, mi serve per introdurre il cuore del discorso, ovvero “come impattano tutti questi falsi allarmi sulla psicologia delle masse?” Con la speranza di non dire troppe corbellerie perché mi avventuro su campi dove mi aggiro come un volenteroso dilettante, in linea di massima due aspetti vanno sottolineati: da un lato l’irresistibile attrazione che moltissimi (se non tutti) proviamo nei confronti delle catastrofi, dettata un po’ dalla curiosità di vedere come altri (se si parla di realtà a noi estranee) se la cavano o non se la cavano in situazioni estreme. Ma ben al sicuro nel nostro angolo di mondo al riparo da piranha assassini, tornado spaventosi o megalodonti in libera uscita.

L'Eruzione del vulcano Fuego in Guatemala
L’euzione del vulcano Fuego in Guatemala

Dall’altro lo sbigottimento che ci causano notizie che preannunciano catastrofi sulle quali possiamo (come singoli) fare ben poco, ma che ci riguardano direttamente. Cambiamenti climatici, terremoti, eruzioni di proporzioni gigantesche etc.

Beh. A questo punto subentra uno strano meccanismo che, per pura salvaguardia della nostra integrità mentale e della necessità di “tirare avanti la carretta” ci fa, molto banalmente, dimenticare o letteralmente rimuovere la conoscenza di quel rischio. Una prova? Fatevi un giro in Piazza Duomo, a Catania, e chiedete in giro se sanno che proprio dove si trovano in quel momento, c’era una pila alta decine di metri di edifici massacrati dal più forte terremoto dell’intero catalogo sismico italiano, con dentro centinaia di persone intrappolate che non sarebbero mai state estratte. Correva l’anno 1693 e un sisma di magnitudo stimata intorno a 7.4 massacrò 60.000 persone in tutta la Sicilia Orientale (15.000 solo a Catania, il 65% della popolazione). Beh. I musi si gireranno e “si…lo so…ma megghiu ca non ci pinsamu” sarà l’inevitabile risposta media (oltre ad un bel gruppo di persone che letteralmente ignorano quanto accaduto).

E’ normale che sia così. Cosa dovrebbero fare? Abbandonare la città? Lasciare la famiglia e i propri beni per un terremoto che di certo si ripeterà, ma non si sa se tra cento, mille o diecimila anni? Impossibile.

Ma questo è solo una parte del problema. Poi entrano in gioco i lupi. Si. I lupi. Ricordate la favoletta del ragazzino che gridava “al lupo, al lupo!” per attirare l’attenzione e schernire chi interveniva in suo soccorso e che poi, quando il lupo di presentò davvero, fece una brutta fine perché a quel punto nessuno ci credeva più? Bene. Questo è il cosiddetto “Effetto Crywolf (in inglese fa più fico) del quale si parla quando una sovrabbondanza di allarmi senza effetti, genera un atteggiamento di incredulità. Ed è proprio quello che succede se, in cerca di vanitosa attenzione mediatica o realmente preoccupati per un rischio che, erroneamente, ritengono imminente, gli “esperti” si lanciano in previsioni che o si rivelano un flop o si manifestano in fenomeni di magnitudo inferiore a quelli paventati.

alluvione-brasile

Ma c’è un “ma”. Ed è un “ma” grosso quanto una casa. Ed è il suddetto effetto crywolf in base al quale, a furia di scaraventare notizie allarmistiche sui media e sui social più o meno a vanvera, si ottiene la funesta conseguenza di un disinteresse crescente verso i reali interventi di mitigazione dei rischi, necessari sia che si parli di vulcani, di dissesto idrogeologico, di terremoti o di altri rischi ad alto impatto.

Soluzioni a questo garbuglio complesso di psicologia, impatto mediatico, improvvisazione comunicativa da parte degli “esperti”? Magari. O meglio. Uno c’è. Ed è il buon vecchio uso della ragione come guida dell’azione. Ricetta volteriana più volte presentata alla farmacia dove si cercano cure ai mali sociali, prescritta da medici illuminati, ma spesso usata male da pazienti poco pazienti.

E oltre la ragione? Non lo so. Fare il tuttologo, sebbene mi intrighi e mi appassioni, non è il mio mestiere. Attenderò, con serena fiducia nell’intelligenza, che si avveri un mondo dove, innanzitutto, ciascuno fa il mestiere che sa fare e che si limiti solo a quello. Senza improvvisarsi comunicatore, giornalista o scienziato.

Sarebbe, intanto, un bel risultato. Non credete?

Le immagini dal web

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Raccontare il terremoto. I “Paesaggi Sismici” del Belice, dove ancora “ci sono i fantasmi e le pietre parlano”. Dal 5 ottobre la mostra a Palermo alla Biblioteca Regionale https://ilvulcanico.it/raccontare-il-terremoto-i-paesaggi-sismici-del-belice/ Wed, 03 Oct 2018 05:54:22 +0000 http://ilvulcanico.it/?p=9297 di Mario Mattia A cinquant’anni dalla sequenza sismica che ha “inaugurato” il difficile rapporto tra l’Italia repubblicana e i terremoti, una mostra organizzata dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia prova a ricordare cosa era il Belice prima del terremoto, cosa ha significato quel terremoto e cosa né è stato di quella gente e di quei […]

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di Mario Mattia

MARIO MATTIA SUL CRETTO DI BURRI
Mario Mattia sul Cretto di Burri

A cinquant’anni dalla sequenza sismica che ha “inaugurato” il difficile rapporto tra l’Italia repubblicana e i terremoti, una mostra organizzata dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia prova a ricordare cosa era il Belice prima del terremoto, cosa ha significato quel terremoto e cosa né è stato di quella gente e di quei paesi dopo il terremoto. Sarà inaugurata il 5 ottobre a Palermo, presso la Biblioteca Regionale “Bombace”, dove si potrà visitare fino a domenica 28 ottobre.

Quando, circa due anni fa, con l’amico e collega Paolo Madonia della sezione di Palermo dell’INGV ci siamo seduti ad un tavolo per cominciare ad organizzare questa mostra, l’obiettivo era già lì, di fronte a noi, forte e chiaro. “Raccontare” il Belice senza incorrere nell’errore prospettico del bambino coi piedi nel fango nella miseria di una tendopoli o del vecchio con la coperta in testa sotto la neve. E non perché quelle immagini fossero false o distorte, ma perché, a nostro avviso, distorta era la percezione che di quella sequenza sismica aveva la gran parte degli italiani. E che, a nostro avviso, si era colpevolmente fermata a quelle immagini. Senza andare oltre. Senza chiedersi com’è finita quella brutta storia. E senza chiedersi, soprattutto, se è finita davvero.

L'ORA 15 gennaio 1968

Paolo conosce il Belice molto meglio di me e da tanti anni. E’ anche stato direttore della Riserva Naturale di Santa Ninfa. Io lo frequento dal 2007, quando, insieme ai colleghi dell’INGV Valentina Bruno, Carla Bottari e Francesco Guglielmino, oltre a Carmelo Monaco, Giovanni Barreca e Fabrizio Cultrera dell’Università di Catania, Luigi Ferranti e Laura Guzzetta dell’Università di Napoli, e infine a Fabrizio Pepe dell’Università di Palermo, ci siamo imbarcati in una attività di ricerca finalizzata all’individuazione delle faglie che avevano prodotto la sequenza sismica che aveva ucciso 352 persone, ferite oltre 500 e messo in mezzo alla strada oltre 50.000 persone. Nel lontano gennaio 1968.

All’inizio il gruppo si autogestiva con i fondi di ricerca personali che bastavano sì e no per le missioni. Poi, visti i primi risultati, l’INGV ha deciso di finanziare un progetto specifico che si è concluso lo scorso anno. E nel corso di questi anni è stato inevitabile, per tutti noi, toccare con mano le rovine dei paesi fantasma del Belice, parlare con chi quel terremoto lo ha vissuto, passeggiare nelle “lunari” cittadine frutto della ricostruzione. Insomma, in poche parole, ci siamo immersi, in quella realtà che fino ad allora per noi era stata solo una sequenza sismica come tante altre, approfondita sulle precedenti ricerche, su qualche pubblicazione scientifica piuttosto datata e su qualche foto di repertorio.

Per la prima volta (ed è un mea culpa) la vicenda umana ha affiancato quella scientifica e l’ha alimentata, ha creato nuova motivazione. E così è stato quasi naturale, all’approssimarsi del 2018, pensare ad una sintesi efficace che, attraverso l’uso di immagini e testi, provasse a trasmettere qualche fatto saliente, o almeno una serie di punti fermi. Senza abbandonarsi alla retorica e senza far sbuffare nessuno (“ancora il Belice?… ma stanno ancora lì ad aspettare che il pero gli caschi in bocca?” – commento autentico di una signora del Nord cui raccontai, tempo fa, di questa iniziativa).

2 L'ORA 15 gennaio 1968

Lo strumento principe ce lo ha fornito il caso, sotto la figura dell’ex vicedirettore del quotidiano “L’Ora” di Palermo, Franco Nicastro, che, in occasione di un articolo sui risultati delle nostre ricerche nel Belice, mi disse “ma perché non date un’occhiata all’archivio fotografico de “L’Ora”, che è custodito nella Biblioteca Centrale della Regione Siciliana?”. La pulce era già nel nostro orecchio e, armati di buona volontà, ci siamo rivolti al Direttore della Biblioteca “Bombace” che, da subito, si dimostrò entusiasta del nostro progetto.

Espletate le minime formalità burocratiche, in una bella giornata dell’autunno dello scorso anno, siamo andati a vedere questo famoso archivio e, quando la gentilissima funzionaria della biblioteca ci ha consegnato il faldone con la scritta “Belice , si è aperto davanti ai nostri occhi un mondo. Lo sguardo presto si trasformò in quello dei bambini davanti al regalo di Natale. Centinaia e centinaia di foto nello splendido bianco e nero di quegli anni, divise in cartelle che indicavano genericamente l’argomento. Una testimonianza viva, sotto i nostri occhi, che probabilmente non era stata vista da nessuno da almeno vent’anni.

Volti, drammi, tende, crolli, baracche, gente. Tutte lì a raccontarci cosa era stata quella stagione di dolore e di morte. Facemmo una necessaria selezione di oltre 350 immagini, che poi la stessa Biblioteca ha provveduto a scansionare ed a farci avere sotto forma di un prezioso CD. Il cuore era stato trovato. Adesso bisognava trovare i contenuti e la “forma”.

Intanto è doveroso sottolineare come l’INGV abbia creduto in questo progetto e lo abbia sostenuto economicamente e materialmente ai più alti livelli. Questo ci ha sicuramente spianato la strada e ci ha permesso di coinvolgere anche team che, da vari punti di vista, si sono occupati del terremoto del Belice. Colleghi dell’Università di Catania e Palermo, di varie discipline, dalla geologia all’agronomia attraverso l’urbanistica, la geografia e l’architettura si sono incontrati, hanno discusso e hanno prodotto testi semplici e di immediata fruizione, adatti ad un pubblico vasto ed eterogeneo. Ma ricordiamo anche la Rete Museale Belicina tra gli autori di importanti contributi e tanti altri soggetti che, a vario tiolo, avevano qualcosa da dire sul Belice e sulla sua gente.

E infine la “forma”, realizzata all’interno del corso di Grafica dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, dagli stessi studenti che si sono cimentati in un vero e proprio concorso di idee dove i “giudici” siamo stati noi “specialisti” che ci siamo occupati dei testi e delle immagini. E una volta scelto il format (a maggioranza…) quel gruppo di studenti ha lavorato, e lo dico senza retorica, giorno e notte per realizzare i 23 grandi pannelli che oggi costituiscono la mostra. 23 pannelli già presentati in ambito scientifico il 12 settembre a Catania, in occasione del Congresso della Società Geologica Italiana e che saranno presentati come abbiamo accennato al pubblico più largo il 5 ottobre a Palermo, presso la Biblioteca Regionale “Bombace”. Laddove tutto è nato.

Gibellina vecchia: il Cretto di Burri
Gibellina vecchia: il Cretto di Burri

Oggi, passeggiando tra quei pannelli, il senso di soddisfazione è grande e anche se vale il vecchio detto che ogni scarrafone è bello a mamma sua, non posso fare a meno di vedere, leggere, capire come fa un territorio a trasformarsi attraverso la sofferenza in un percorso che, ancora oggi, se ci ripenso, mi fa tornare con la mente davanti a quel ragazzo cui, tanti anni fa, chiesi le indicazioni per raggiungere il Cretto di Burri, il gigantesco sudario di cemento che copre le rovine della vecchia Gibellina. Lui rispose indicandomi un po’ di strade e poi aggiunse “Ma state attenti, che lì ci sono i fantasmi. E le pietre parlano”.

Aveva ragione. Adesso lo so.

La foto con il titolo e le altre pubblicate nella gallery con questo articolo, dall’Archivio de L’Ora, presso la Biblioteca Centrale della Regione Siciliana A. Bombace

 

 

 

 

 

 

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Belice, 50 anni dopo. E’ ancora il “sisma dei poveri cristi” https://ilvulcanico.it/belice-50-anni-dopo-e-ancora-il-sisma-dei-poveri-cristi/ Sat, 13 Jan 2018 07:04:02 +0000 http://ilvulcanico.it/?p=5777 (Gaetano Perricone). Avevo 11 anni e mezzo, ero un ragazzino, alunno di seconda media. In quegli anni della prima adolescenza certe cose ti restano fisse in mente, scolpite a caratteri cubitali. Così accadde, ovviamente, per le pazzesche sequenze di quella notte tra il 14 e 15 gennaio del 1968, quasi 50 anni fa, una domenica […]

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ECCOMI QUA

(Gaetano Perricone). Avevo 11 anni e mezzo, ero un ragazzino, alunno di seconda media. In quegli anni della prima adolescenza certe cose ti restano fisse in mente, scolpite a caratteri cubitali. Così accadde, ovviamente, per le pazzesche sequenze di quella notte tra il 14 e 15 gennaio del 1968, quasi 50 anni fa, una domenica notte che resta nella storia come la notte del grande terremoto del Belice. Erano da poco passate le due e mezza, le due e trentacinque per l’esattezza. Nella grande casa della mia famiglia, in viale Regina Margherita a Palermo al primo piano, fu improvvisamente gran trambusto, scuotimento, “trantulio”: letti che ballavano, mobili e quadri che tremavano, lampadari che ballavano. Fummo in piedi di soprassalto, tutta la famiglia. Affacciandoci, capimmo che il fortissimo terremoto aveva svegliato tutta la città e la gente scappava impaurita. Per noi fu lo stesso: indossammo velocemente i cappotti su pigiami e vestaglie e via in macchina verso la già affollatissima Piazza Lolli, la più vicina zona all’aperto, senza palazzi che ci opprimevano. Ricordo tanti particolari di quelle scene di ordinaria follia, compresa la fibrillazione e tutto sommato l’incosciente divertimento per la novità mia e di mia sorella Elisabetta, più piccola di quattro anni. Non sapevamo ancora della spaventosa tragedia dei paesi del Belice, dei morti, della distruzione, delle macerie.

Mi scorrono davanti agli occhi le immagini di altri momenti topici di quei giorni tristemente indimenticabili: la tremenda scossa pomeridiana del lunedì pomeriggio, dopo la notte in macchina e il rientro a casa, con tutto che ballava, perfino le sedie e qualche quadro che arrivò a staccarsi dal muro; e poi, soprattutto, la fuga dalla scuola dopo l’altra fortissima scossa del mercoledì successivo, alle 11 di una fredda mattinata, che mi fece molta più impressione proprio perché accaduta durante l’orario scolastico (oggi sembra assurdo, ma allora andammo regolarmente a lezione a Palermo nonostante il drammatico terremoto). Gli insegnanti ci fecero uscire precipitosamente e io tornai a casa a piedi, per circa metà del lungo percorso insieme a un paio di compagni e poi da solo, con il traffico impazzito e la città in tilt. Non esistevano telefonini, nessuno della famiglia poteva rintracciarci – anche se da scuola avevamo avvertito dell’evacuazione  – , dunque fu un rientro relativamente tranquillo e comunque senza ansie o pressioni di nessuno.

Mi fermo qui con i miei ricordi, sempre vivi e forti dentro di me. Lascio spazio al mio amico Mario Mattia, primo tecnologo dell’INGV di Catania e uno dei massimi esperti, dal punto di vista scientifico e storico, del terremoto del Belice, che ha studiato tantissimo. Lo ringrazio sempre, a maggior ragione in questa circostanza alla vigilia di un anniversario estremamente importante e delle altrettanto importanti iniziative per ricordare la tragedia – in primo luogo la visita nelle zone terremotate del presidente della Repubblica Sergio Mattarella – , che vedranno Mario molto impegnato per la sua profonda conoscenza della materia e la sua competenza.

Arricchirò questo momento di ricordo del blog IlVulcanico.it con una fotogallery particolare, con le scansioni di alcune pagine e immagini tratte dallo straordinario inserto del grande giornale L’Ora di Palermo, il quotidiano nel quale ho cominciato la mia carriera di giornalista e ho avuto l’onore di lavorare per quindici anni, dal titolo “Belice. A 20 anni dal terremoto. Un miracolo fatto in casa”. Titoli e foto che ancora oggi, a distanza di mezzo secolo, fanno venire i brividi e ci fanno ben comprendere la spaventosa entità di quel dramma, il sisma dei “poveri cristi della Sicilia Occidentale… “, come dissero il 25 marzo del 1970 Pino Lombardo e Franco Alasia, compagni d’avventura del grande Danilo Dolci nella brevissima, ma storica esperienza di Radio Sicilia Libera, la prima emittente libera d’Italia.

di Mario Mattia *

  1. L’evento sismico

I freddi numeri raccontano di una sequenza sismica durata molto a lungo, sino a febbraio del 1969. La scossa principale fu preceduta da una serie di eventi minori iniziati il 14 Gennaio, di cui tre con magnitudo momento Mw compresa fra 4.9 e 5.2, e seguita da altri 79 eventi, con una forte replica di magnitudo Mw=5.5 il 25 gennaio (fonte CPTI11). Dalla fine di gennaio al 1° giugno dello stesso anno furono registrati dall’Università di Messina altri 65 terremoti con magnitudo M≥3 e circa un migliaio di repliche con magnitudo M≥2. Per quel che riguarda la profondità, molti studiosi concordano con Bottari (1973) che sostiene una localizzazione crostale degli ipocentri (profondità ≤28 km), compresi i terremoti più forti. Secondo Anderson e Jackson (1987), invece, le profondità focali arriverebbero fino a 36 km. E’ da sottolineare che si discute ancora molto sulla localizzazione delle scosse principali della sequenza, sulle loro profondità e sulla determinazione della magnitudo. Tutti questi parametri risentono, ovviamente, della modesta densità di stazioni sismiche al tempo del terremoto e sulla scarsa qualità dei pochi dati strumentali disponibili.

La disastrosa sequenza interessò l’area compresa fra le province di Agrigento, Trapani e Palermo, comunemente definita col termine di Valle del Belice con molti eventi allineati lungo la direzione NE-SO della Valle. Il terremoto provocò danni in diversi comuni della Sicilia centro occidentale, quindici in totale. L’area danneggiata in modo più rilevante fu molto vasta, all’incirca un triangolo che va, ad ovest, da Menfi a Salemi, attraverso Partanna e Santa Ninfa e, ad est, a Poggioreale attraverso S. Margherita.

CARTA MATTIA
Distribuzione degli effetti del terremoto del 15 gennaio 1968 secondo lo studio di Guidoboni et al. (2007) [fonte: DBMI11]
Dei quindici paesi interessati, dieci furono quelli maggiormente colpiti e, fra questi, quattro furono completamente distrutti: Gibellina, Montevago, Salaparuta e Poggioreale. Gli altri paesi in cui si riscontrarono le più alte percentuali di danni furono Santa Ninfa, Santa Margherita Belice, Partanna, Salemi, Menfi, Contessa Entellina, Vita e Camporeale; mentre danni minori si ebbero a Roccamena, Castelvetrano e Sambuca. La dolorosa conta delle vittime racconta di 352 morti e 576 feriti (Di Sopra, 1992). I senzatetto furono 55.700. Il numero relativamente contenuto delle vittime, se paragonato all’enorme portata delle distruzioni, fu dovuta in gran parte all’allarme suscitato nelle popolazioni dalle scosse premonitrici del pomeriggio del 14 gennaio.

Purtroppo, la mancanza di evidenze di effetti visibili sul terreno legati alla presenza delle faglie che hanno scatenato questa drammatica sequenza, ha fatto sì che ancora oggi il dibattito sia aperto e molte sono le ipotesi sulla reale struttura geologica responsabile della sequenza. Solo recentemente (Barreca et al., 2014) una analisi multidisciplinare ha rivelato, grazie all’utilizzo di tecniche geodetiche satellitari (InSAR e GPS) e ad una serie di profili sismici in mare ad alta risoluzione, l’evidenza di faglie inquadrabili nello stesso contesto delle strutture responsabili del terremoto del 1968 e che potrebbero essere anche legate alle due scosse (IV secolo a.C. e IV-VI secolo d.C – Bottari et al., 2009) che hanno distrutto l’antica città greca di Selinunte.

  1. Le operazioni di soccorso

Nel Quaderno di Protezione Civile L’OPERA DI PROTEZIONE CIVILE NELLA SICILIA COLPITA DAL TERREMOTO l’Ingegner Rosati, Comandante Provinciale dei Vigili del Fuoco di Roma così descrive l’intervento nella zona terremotata del Belice:

“Alle ore 2,40 la Prefettura di Trapani diede notizie di una forte scossa tellurica nella Valle del Belice, verificatasi verso le ore 2,30”, Successivamente il Comando VV.F. di Palermo comunicava di aver avvertito una nuova scossa verso le ore 3,02. Si trattava questa volta della scossa distruttiva, che aveva coinvolto vari centri della Provincia di Trapani e Agrigento”. “L’Ispettore Generale, già sul posto, portò a termine una rapidissima ricognizione ed alle ore 4,10 potè dare, dalla Caserma dei Carabinieri di Castelvetrano, la prima comunicazione che metteva in rilievo la gravità del disastro e l’elevatissimo numero delle vittime umane. Da questo momento venne allarmato l’intero dispositivo di emergenza e messo in atto il piano generale di soccorso”, prosegue il resoconto.“A fronte alle notizie del sisma che cominciarono a pervenire alla Direzione Generale fra le ore 3 e le 4 del mattino del 15 gennaio, verso le ore 9 dello stesso mattino, la Colonna Mobile Centrale iniziava le operazioni di imbarco a Civitavecchia, la Colonna Mobile della 6 Zona iniziava le operazioni di imbarco nel porto di Napoli ed i primi aerei decollavano dall’aeroporto di Ciampino, mentre i reparti che dovevano raggiungere la zona per via ordinaria erano già in marcia”, scrive l’ingegner Rosati. “A meno di 24 ore di distanza tutte le forze mobilitate dal Continente erano sbarcate in Sicilia ed il giorno 16, nelle prime ore del pomeriggio, erano già in gran parte in zona di operazione ed in attività”.

Secondo i VV.FF, dunque “nessun sostanziale ritardo si è verificato rispetto ai tempi previsti anche se non poche sono state le difficoltà incontrate nelle operazioni di imbarco e di sbarco, nel reperimento dei mezzi necessari e nel superamento degli inevitabili imprevisti collegati al movimento di circa duemila uomini e di molte centinaia di automezzi. L’estremo decentramento periferico delle zone colpite dal terremoto ha posto fin dall’inizio problemi estremamente impegnativi all’organizzazione dell’intervento e dei soccorsi, problemi aggravati dalla difficile situazione della viabilità (strade tortuose e in parte investite dalle frane causate dal sisma)”. “Per fortuna, le scosse di terremoto verificatesi nel pomeriggio del giorno 14 gennaio non avevano ancora determinato danni gravi, ma erano servite di tempestivo allarme mettendo subito in moto la macchina dei soccorsi. Ciò infatti ha consentito che, alle ore 15 circa del giorno successivo, al momento cioè delle scosse distruttive, si trovassero già sul posto alcune squadre di Vigili del Fuoco dei Comandi locali, mentre erano in arrivo i reparti provenienti da zone più lontane costituenti la Colonna Mobile di Zona”. “Dopo le scosse più violente il quadro della situazione (…) era altamente drammatico. I paesi colpiti erano inaccessibili, tutte le strade erano invase dalle macerie. Nella notte fonda e con tempo freddo umido e nevoso, i superstiti, in parte feriti, vecchi e bambini, affollavano ammutoliti le strade all’imbocco dei paesi. Salaparuta e Poggioreale, dove squadre di vigili trovavansi sul posto al sopraggiungere della scossa disastrosa, erano completamente tagliati fuori nè era possibile ricevere da quei luoghi notizia alcuna. Ogni squadra doveva perciò agire in maniera autonoma operando di propria iniziativa e cercando di porre in salvo più persone possibile. Molti atti di puro eroismo sono stati compiuti in quelle prime ore dai pochi vigili, che moltiplicavano le loro energie operando sotto la minaccia dei crolli, mentre altre scosse si susseguivano con frequenza”. “Migliaia di vecchi, bambini e feriti venivano trasportati dai vigili a Castelvetrano con tutti i mezzi utilizzabili, mediante un numero incalcolabile di viaggi”.

L'ORA Gibellina 15 gennaio 1968Fin qui il rapporto dei Vigili del Fuoco, che, va sottolineato, pagarono un altissimo tributo di sangue durante una delle più forti scosse successive al 15 Gennaio, ovvero quella del 25 Gennaio. A Gibellina, la nuova scossa fece crollare alcuni dei muri che avevano resistito al terremoto del 15. Quattro vigili del fuoco impegnati nelle operazioni di soccorso persero la vita. Alessio Mauceri, 53 anni, Giovanni Nuccio, 28 anni, Savio Semprini, 30 anni, e Giovanni Carturan, di 20 anni, trovarono una orribile morte, seppelliti da ciò che restava di un paese che, lo ricordiamo, subì un danneggiamento del 100%.

Numerose sono le testimonianze che invece riferiscono di enormi ritardi nell’intervento dello Stato nell’immediatezza del dopo terremoto e, su questo punto la Commissione Parlamentare di inchiesta dell’VIII legislatura sottolinea, nella sua relazione finale, che i gravi problemi di tempestività dei soccorsi sono da ascrivere, nel 1968, alla mancanza di una adeguata organizzazione di un sistema di Protezione Civile. In Friuli, tanto per citare un esempio, il soccorso fu molto più veloce ed efficace per il banale motivo che in quella regione si trovava una massiccia presenza di reparti dell’Esercito, in grado di provvedere al supporto logistico per i primi soccorsi.

Don Antonio Riboldi, che nel 1968 era parroco a Santa Ninfa, ha scritto molto sulla lentezza della risposta dello Stato e sulla totale disorganizzazione negli interventi di soccorso. Addirittura, Don Riboldi denunciò che in assenza dello Stato, si era realizzata una rete spontanea che provvedeva alle necessità degli sfollati e che, paradossalmente, quando arrivò in forze lo Stato, per via della distribuzione insensata e maldestra di cibo e vestiti si assistette ad un peggioramento dei problemi di sussistenza dei terremotati.

Dalla lettura delle numerose testimonianze giornalistiche e documentali emerge, dunque, una grave approssimazione legata soprattutto al frazionamento insensato delle competenze e all’assenza di una autorità che si preoccupasse di sovrintendere le operazioni di primo soccorso e l’organizzazione delle tendopoli.

  1. La risposta dello Stato e la ricostruzione

Da qui in poi questa triste storia smette di essere competenza di geofisici e gestori dell’emergenza e diventa materia per fiumi di inchiostro spesi su leggi, regolamenti, giornali, interrogazioni parlamentari, atti di commissioni d’inchiesta, libri e progetti di ricostruzione. Riuscire a ricavare numeri certi per la ricostruzione è pressoché impossibile perché, di fatto, è ancora in corso oggi, a 50 anni dalla sequenza sismica. Solo fino al 1990 (Di Sopra, 1992) gli stanziamenti ammontavano alla cifra di 7.932,6 miliardi di lire (circa 4 miliardi di Euro). In questa somma sono contabilizzati anche i costi per le molteplici infrastrutture destinate all’intera Sicilia Occidentale.

Inoltre, il terremoto fece scoprire agli italiani che, proprio mentre a Milano o a Roma si vivevano gli ultimi bagliori del miracolo economico che aveva reso l’Italia una delle potenze economiche mondiali, in un pezzo del loro Paese, di fatto, ci si trovava ancora in una situazione socio-economica medievale. In quel pezzo di Sicilia, da molti anni prima del terremoto, si muovevano figure estremamente carismatiche e ben note in tutta Italia, come il sociologo friulano Danilo Dolci, o Lorenzo Barbera, attivissimo nel Belice e promotore del Centro Studi che ebbe un ruolo di primo piano nelle lotte dei belicini per la ricostruzione e per lo sviluppo. O anche Don Riboldi, parroco di Santa Ninfa all’epoca del terremoto, che fu promotore di iniziative fondamentali per la sua gente minacciata dalle insidie mafiose che vedevano nella ricostruzione del Belice un lucroso affare. Tutti costoro stavano lavorando per dare una coscienza sociale alle popolazioni della Valle del Belice e il terremoto rappresentò allo stesso tempo un ostacolo enorme e una grossa opportunità.

Il capitolo della ricostruzione, purtroppo, fu un dramma dal quale tuttora si fatica a tirarsi fuori. La costante presenza della mafia, le scelte basate su criteri discutibili, che sconvolgevano l’assetto tradizionale urbanistico in favore di concetti mutuati dall’architettura del Nord Europa o l’opzione di abbandonare del tutto molti dei paesi distrutti e di ricostruirli altrove, e la precarietà nella disponibilità di fondi sufficienti, hanno fatto sì che oggi gli italiani pensino al Belice come a una sorta di pozzo senza fondo. Soprattutto se si confronta quella ricostruzione con altri casi, quale quello del terremoto del Friuli (1976). Ovviamente queste analisi hanno il difetto della scarsa oggettività in relazione alle differenze di contesto, di impatto, di quadro legislativo e di scelte “filosofiche” di base (ricostruzione di ciò che è stato danneggiato versus ricostruzione ex novo di interi paesi e di tutte le infrastrutture).

Al tempo del terremoto del Belice l’interpretazione centralistica del sistema degli interventi e degli aiuti era prevalente, e tale restò per diversi anni ancora. Infatti solamente con la legge 178 del 1976 si sono tradotti in norme operative per il Belice i nuovi indirizzi in materia di catastrofi e calamità naturali. Innanzitutto, nella fase dell’emergenza immediata, fu riproposto il meccanismo del decreto legge 9 dicembre 1926, n. 2389 e del decreto legislativo 12 aprile 1948, n. 1010 (affidamento dei servizi di pronto soccorso al Ministero dei lavori pubblici e iscrizione dello stanziamento corrispondente nel capitolo gestito dal Provveditorato regionale alle opere pubbliche di Palermo). Successivamente, con l’istituzione dell’Ispettorato Generale per le zone terremotate, si è praticamente svuotata la competenza regionale e comunale specie per quanto riguarda la normativa urbanistica. In altri termini, durante questa prima fase del dramma del Belice, l’Amministrazione centrale, in virtù dei compiti ad essa attribuiti in dipendenza di calamità pubbliche, si muove nel senso di esercitare poteri e funzioni spettanti invece, secondo l’articolo 14 dello statuto, in via primaria alla Regione Sicilia (fonte Atti della Commissione Parlamentare di inchiesta sull’attuazione degli interventi per la ricostruzione e la ripresa Socio-Economica dei territori della Valle del Belice colpiti dai terremoti del gennaio 1968, VIII Legislatura, 1981). Solo successivamente, beneficiando delle leggi emanate dopo la tragedia del Friuli, anche nel Belice viene avviata una forma di decentramento dei finanziamenti, che accelerò la ricostruzione. Di fatto, le ultime baracche vennero abbandonate nel 1981, a 13 anni dall’evento sismico.

TABELLA BELICE. jpg

Il quadro complessivo del disastro del Belice è riassumibile nella tabella qui accanto (fonte : Di Sopra, 1992)

Non è un caso che ho preferito, in questo ricordo del terremoto del 1968, di cui oggi ricorrono i cinquant’anni, riferirmi ai numeri. A mio avviso, infatti, uno degli errori più comuni che si fa nell’analizzare l’impatto di un terremoto sul tessuto sociale di una nazione è prescindere da come la nazione stessa ha risposto all’evento. I numeri del Belice parlano di un impegno economico di circa 8000 miliardi di vecchie lire (dati 1990) e di un flusso annuo di danaro veramente bassissimo, pari a circa 360 miliardi l’anno. Se vediamo i “numeri” del Friuli, ci dicono che, a fronte di un numero non molto differente di persone colpite dall’evento (inteso come residenti), l’impegno dello Stato si è tradotto in una spesa per la ricostruzione pari a 19000 miliardi di lire, ed un flusso di finanziamenti annui pari a 1300 miliardi. Già solo questo dovrebbe bastare a capire che sul Belice e su quel terremoto è stata consumata una retorica antimeridionalista che ha fatto passare, al solito, l’idea del “siciliano che aspetta che il pero gli cada in bocca” contrapposta all’uomo del Nord capace, determinato e con la grinta giusta per ricostruire il proprio territorio “com’era e dov’era”. E tralasciamo, per amor di patria, il contesto legislativo che fu immediatamente messo in campo dopo il terremoto del Friuli e quella sequenza di enti inutili e competenze in conflitto che hanno rappresentato la “risposta” dello Stato alla domanda di ricostruzione e sviluppo dei belicini. Nomina di un commissario con poteri straordinari e decentramento dei finanziamenti (affidati agli enti locali) sono invece state le chiavi (vincenti) dell’”esempio” Friuli.

Gibellina vecchia: il Cretto di Burri
Gibellina vecchia: il Cretto di Burri

E ancora: pochi soldi, mal spesi e nessuna volontà, nemmeno dalle aziende a partecipazione statale, a contribuire allo sviluppo della Sicilia Occidentale, e se a questo ci aggiungiamo gli interessi mafiosi il “quadretto” che descrive la tragedia del Belice è completo. E io spero che in questi giorni di ricordo e di partecipazione per quel terremoto, ci sia qualcuno che parli anche di queste cose. Affinchè venga posto fine allo scandalo di una ricostruzione non ancora completa a cinquant’anni da quell’evento e, ove possibile, alla marcia retorica di chi vede nel nome “Belice” un sinonimo di fallimento e incapacità.

 

Bibliografia

Anderson H., & Jackson J., 1987: Active tectonics of the Adriatic Region. Geophys. J.R. Astr. Soc., 91, 937-983.

Barbera Lorenzo, 2011: “I ministri dal cielo”. Duepunti edizioni, Palermo.

Barreca, G., et al. “Geodetic and geological evidence of active tectonics in south-western Sicily (Italy).” Journal of Geodynamics 82 (2014): 138-149.

Bottari A., 1973: Attività sismica e neotettonica della Valle del Belice. Ann. Geof., XXVI (1), pp. 55-83

Bottari, Carla, Stathis C. Stiros and Antonio Teramo. “Archaeological evidence for destructive earthquakes in Sicily between 400 BC and AD 600.” Geoarchaeology 24.2 (2009): 147-175.

Di Sopra Luciano, 1992: Il costo dei terremoti. Aviani Editore, Udine.

Guidoboni E., Ferrari G., Mariotti D., Comastri A., Tarabusi G. and Valensise G., 2007. CFTI4Med, Catalogue of Strong Earthquakes in Italy (461 B.C.-1997) and Mediterranean Area (760 B.C.-1500). INGV-SGA. http://storing.ingv.it/cfti4med/

Rovida, R. Camassi, P. Gasperini e M. Stucchi (a cura di), 2011. CPTI11, la versione 2011 del Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani. Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Milano, Bologna.

*Primo Tecnologo INGV Osservatorio Etneo (Catania)

Le immagini della gallery e quella con il titolo dall’inserto del quotidiano L’Ora di Palermo dal titolo “Belice. A 20 anni dal terremoto. Un miracolo fatto in casa”

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L’Etna e la scoperta …. dell’acqua calda https://ilvulcanico.it/letna-e-la-scoperta-dellacqua-calda/ Wed, 13 Dec 2017 14:19:36 +0000 http://ilvulcanico.it/?p=5568 di Mario Mattia * Scenario: presso il Rifugio Sapienza. Argomento: una chiacchierata con Carmelo Ferlito, tra una cioccolata dimenticata e una vecchia marmitta scassata … La giornata è di quelle nebbiose ed umide, tipiche del periodo di transizione tra autunno e inverno all’Etna. Seduti ad un comodo tavolino di uno dei bar che si trovano […]

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Mario Mattia e Carmelo Ferlito sull'Etna
Mario Mattia e Carmelo Ferlito sull’Etna

di Mario Mattia *

Scenario: presso il Rifugio Sapienza. Argomento: una chiacchierata con Carmelo Ferlito, tra una cioccolata dimenticata e una vecchia marmitta scassata …

La giornata è di quelle nebbiose ed umide, tipiche del periodo di transizione tra autunno e inverno all’Etna. Seduti ad un comodo tavolino di uno dei bar che si trovano intorno al Rifugio Sapienza col mio amico e collega Carmelo Ferlito, docente di Vulcanologia dell’Università di Catania, mi decido a fargli qualche domanda su un tema che so essere a lui molto caro, ovvero le sue idee sulla “macchina” Etna e sui processi che ne governano il “funzionamento”.

Ferlito 2

Naturalmente non è un caso, visto che la sintesi di queste sue idee sono state recentemente pubblicate su una delle più importanti riviste scientifiche nel campo delle Scienze della Terra (Earth Science Reviews) e che, ne sono sicuro, sono destinate ad aprire un appassionato dibattito tra scienziati ed appassionati del vulcano siciliano. Già il titolo del lavoro “Mount Etna Volcano (Italy). Just a giant hot spring!” (“Il Vulcano Etna. Solo una gigantesca sorgente di calore”) appare come volutamente provocatorio e proprio da questo titolo parto con le mie domande, convinto come sono che le sue idee sono tanto originali quanto insolite ed interessanti. “L’Etna è paragonabile – mi dice – ad una gigantesca sorgente di acqua calda per un motivo, in realtà molto banale: dal semplice conteggio delle moli (quantità molecolari) dei gas emessi anche solo in assenza di eruzioni risulta che l’Etna emette 10 volte più gas (prevalentemente acqua) di quanta ne può essere contenuta dal magma che viene eruttato. Questo significa che l’Etna è un vulcano che erutta principalmente gas caldi e subordinatamente basalto fuso”.

Resto spiazzato da questa risposta, visto che fin dai miei studi universitari ho sempre assunto come dato di fatto che a tot quantità di magma corrispondono tot quantità di gas e Carmelo, su un tovagliolo del bar, mi spiattella formule di chimica fisica che supportano la sua idea, e alla fine non posso che fare di sì con la testa, arreso all’evidenza matematica. Ma un dubbio a questo punto vorrei chiarire, mentre la cioccolata calda, ormai molto meno calda, giace abbandonata tra foglietti e formule. E così mi azzardo a chiedergli, non senza timore, cosa cambia, secondo il suo modello nella conoscenza della vulcanologia dell’Etna. Carmelo si sistema nella sedia e mi risponde così: “Il modello che presento e che nasce da decenni di studio e osservazioni sul terreno, rivoluziona radicalmente l’idea che abbiamo di magma e di sistema vulcanico etneo. Fino ad oggi il magma in risalita è stato concepito come del basalto fuso che contiene piccole quantità di gas disciolti; dai calcoli presentati nel mio modello risulta al contrario che il magma in profondità è per oltre il 70% gas e per meno del 30% da basalto fuso. Inoltre nel modello ho messo dentro un parametro fino ad oggi non considerato, cioè il calore trasportato dal gas stesso ed in grado di mantenere il sistema a bassa viscosità. Un tale paradigma spiega molti fenomeni vulcanici come il tremore vulcanico, il mixing tra magmi, i vari tipi di eruzioni (parossismi violenti, eruzioni effusive), l’innesco dell’attività eruttiva, ecc.”

Il cratere di Sud-Est

La confusione (mia) è piuttosto grande, ma una cosa mi risulta evidente e cioè che l’Etna, tutto sommato, è un vulcano come altri al mondo, e allora non è che più che parlare di Etna stiamo parlando di un nuovo modello vulcanologico? Carmelo mi sorride e scuote la testa: “L’Etna è tra i vulcani più monitorati al mondo e questo mi ha permesso di avere a disposizione i dati che elaboro nel mio modello, ma ovviamente credo che le leggi della fisica valgano ovunque e probabilmente il mio modello potrebbe essere applicato, con i dovuti aggiustamenti, a tutti i vulcani del nostro Pianeta. Inoltre, in questo lavoro il sistema vulcanico viene visto e studiato come un continuo flusso di materia ed energia dalle parti più profonde della nostra Terra alla superficie. Questo processo va avanti dall’inizio dell’evoluzione geologica del nostro Pianeta e noi siamo testimoni solo di un piccolissimo frammento di questa storia, non dobbiamo dimenticarlo”.

Il calore dei gas porta ad incandescenza le pareti delle fratture in cima al Cratere di SudEst
Il calore dei gas porta ad incandescenza le pareti delle fratture in cima al Cratere di SudEst

Non mi è nuovo questo approccio filosofico di Carmelo Ferlito: tante volte ci siamo confrontati su questioni dove filosofia e scienza esploravano i loro confini e, spesso, durante queste chiacchierate, lui si fermava e mi recitava qualche terzina della “Divina Commedia” (che conosce a memoria) a supporto delle sue idee o, più spesso, a supporto delle idee sulla “umanità” che compone la comunità scientifica e vulcanologica in particolare…

Poi, però, il mio spirito pratico, di ricercatore che ha dedicato molto più tempo alle attività di monitoraggio che alla ricerca pura in campo vulcanologico, prende il sopravvento e dunque gli chiedo che ricadute può avere, secondo lui, il suo modello sulla ricerca applicata al monitoraggio. Diventa serio, si sposta sulla punta della sedia e mi dice: “Potenzialmente questo lavoro potrebbe costituire il nuovo modello di riferimento con il quale interpretare tutti i dati che vengono quotidianamente prodotti dalle reti di monitoraggio per l’Etna e per lo Stromboli. Ma temo che ci vorrà molto tempo e molti sforzi prima che la comunità scientifica nazionale ed internazionale accetti e faccia proprie queste nuove idee. D’altra parte questo è il destino di ogni ricerca innovativa.”

I gas caldi sono il prodotto principalmente emesso dal nostro vulcano
I gas caldi sono il prodotto principalmente emesso dal nostro vulcano

Fuori ha cominciato a piovere. E il neon del locale illumina adesso i disegni dove Carmelo mi ha illustrato, nei dettagli, la sua idea. Tutto mi sembra di una semplicità lineare, ma colgo, che, al contrario, si tratta di un modello che propone soluzioni controintuitive, eleganti ed estremamente complesse. Rimpiango la mia cioccolata. Un po’ di zucchero mi farebbe bene, a questo punto! Prima di salutarci, però, voglio fargli un’ultima domanda e cioè come pensa di proseguire il suo lavoro di ricerca in questo campo. Mi guarda e alza le spalle: “Per fortuna non sono il solo ad avere messo in crisi l’idea tradizionale di sistema vulcanico. Alcuni colleghi dell’INGV di Catania, dell’Università di Ferrara e dell’Università di Roma collaborano con me, insieme abbiamo già rivisto i dati di alcune importanti eruzioni del recente passato reinterpretandole. L’idea è di rielaborare i dati esistenti di un gran numero di eruzioni in modo da tirar fuori i parametri che permetteranno, in un futuro non troppo lontano, di prevedere il comportamento dei nostri vulcani più studiati.”

Fuori si è fatto buio. Carmelo Ferlito mi saluta con un abbraccio e io, uscendo, mi volto a guardare verso il vulcano. Non si vede nulla e mi piace immaginarlo personificato che sorride di noi e delle nostre speculazioni. L’automobile è un caldo rifugio in questa fredda serata. Un foglietto su cui ho preso appunti cade a terra. C’è scritto “L’Etna si comporta come una vecchia marmitta scassata. Quando il flusso di gas/calore è alto tira fuori vapore “pulito”, ma se c’è molto basalto nel suo sistema di alimentazione superficiale o se il flusso di gas diminuisce, allora comincia a “tossire” e ogni colpo di tosse è un’eruzione”.

Vecchia marmitta scassata. Mi volto di nuovo a guardare verso il vulcano. E stavolta mi auguro che non abbia orecchie.

P.S.

Lo immagino, anzi lo so. Molti di voi sono curiosi di avere più particolari su questo modello che, vi assicuro, si presta abbastanza anche alla lettura da parte di non addetti ai lavori, ma dettagliarlo qui andrebbe oltre gli scopi di un articolo divulgativo e così, per chi ne volesse sapere di più, riporto il link alla rivista dove è possibile trovare il lavoro completo:

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0012825217302301

*Primo Tecnologo INGV Osservatorio Etneo

Con il titolo: le colate di lava sono formate in prevalenza da basalto fuso, ma il magma in profondità ha un aspetto molto diverso. Le foto sono di Carmelo Ferlito

 

 

 

 

 

 

 

 

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“Nuovi occhi” sull’Etna: se è il gas causa primaria e motore termico dell’attività eruttiva … https://ilvulcanico.it/nuovi-occhi-sulletna-se-e-il-gas-causa-primaria-e-motore-termico-dellattivita-eruttiva/ Mon, 07 Aug 2017 06:20:57 +0000 http://ilvulcanico.it/?p=4047 Un team di ricercatori dell’ Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e delle Università di Catania e Ferrara ha rivisitato i dati dell’eruzione dell’Etna del 28 Dicembre 2014, aprendo la strada a nuovi modelli interpretativi dell’attività eruttiva  sia del vulcano siciliano, sia dei vulcani basaltici in generale. Lo studio è stato pubblicato su Scientific Reports di […]

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Un team di ricercatori dell’ Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e delle Università di Catania e Ferrara ha rivisitato i dati dell’eruzione dell’Etna del 28 Dicembre 2014, aprendo la strada a nuovi modelli interpretativi dell’attività eruttiva  sia del vulcano siciliano, sia dei vulcani basaltici in generale. Lo studio è stato pubblicato su Scientific Reports di Nature. Ce lo illustra, con un articolo di ampio respiro, Mario Mattia, primo tecnologo dell’INGV e componente del team.

di Mario Mattia

MARIO MATTIA

Il mondo scientifico, in generale, è estremamente conservatore.

E a ragione.

Quello che viene definito “conoscenza scientifica”, infatti, altro non è che una serie di ricerche che hanno superato il vaglio di tantissime conferme sperimentali e vengono accettate dalla maggioranza della comunità disciplinare di riferimento. E quando parlo di maggioranza voglio dire che comunque, in ogni comunità scientifica, esiste ed esisterà sempre una minoranza dissenziente. A volte questa minoranza ha interessi specifici e dunque non è serena nelle sue valutazioni (carriere, finanziamenti e rilievo sui media attirano tanto l’uomo comune quanto lo scienziato), altre volte in quelle minoranze si annida il seme che, una volta attraversati i complessi e lunghi percorsi di valutazione “tra pari”, sboccerà e produrrà o un avanzamento significativo o, più raramente, un radicale cambiamento di punto di vista.

Perché questa premessa vagamente filosofica anziché descrivere il contenuto della ricerca? E’ presto detto. La ricerca di cui voglio parlarvi, presentata su una importante rivista internazionale come Scientific Reports di Nature, fa parte, a nostro avviso, di quella minoranza di produzione scientifica che propone novità abbastanza lontane dagli standard di riferimento.

Presunzione? Può darsi.

MATTIA 1
Fratture incandescenti che testimoniano che, prima dell’attività eruttiva del 28 dicembre 2014, il cono del cratere di sud est si trovava in uno stato di instabilità dovuto alle elevatissime temperature (magmatiche)

Di certo ad unire il team dei ricercatori che hanno lavorato intorno a questa ricerca è stata una frase di Proust che, in un freddo giorno del febbraio 2015, il mio amico e collega Carmelo Ferlito pronunciò entrando nel mio ufficio di Piazza Roma 2 (dove ha sede l’INGV di Catania). Me lo ricordo posare il casco sulla mia scrivania, sorridere e dire «L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi». Gelato da questa frase, oltre che dal clima non mite di quei giorni, gli chiesi spiegazioni e lui cominciò a disegnare qualcosa su un foglio. Mi parlò di quello che aveva osservato prima e dopo l’insolita attività eruttiva etnea del 28 dicembre 2014, mi mostrò incredibili foto e filmati di fratture incandescenti che, nei giorni precedenti quell’eruzione, dissecavano il Cratere di Sud Est dell’Etna, e ancora immagini del gas che usciva copioso da quelle fratture, e infine le fenomenali dimensioni del “pezzo” di cratere che era venuto giù il 28 dicembre.

Le sue idee mi sembrarono, all’inizio, complicate e talmente fuori dagli schemi da suscitare un sano scetticismo. Ma dopo qualche riflessione e altre chiacchierate, decidemmo di coinvolgere altri colleghi, specialisti di geochimica dei gas e di deformazioni del suolo, con i quali condividere dubbi e voglia di capire. E così si venne a creare un gruppo abbastanza grosso all’interno del quale avviammo un dibattito intorno ad alcuni nodi centrali che riassumo di seguito: 1) come fanno, a volte, le fratture che tagliano le parti apicali dei crateri a mantenere, a pochi centimetri dalla superficie, temperature magmatiche (800-900 C°)?2) Che ruolo ha l’enorme quantità di gas che fuoriesce nelle parti apicali di alcuni dei crateri etnei? 3)Siamo sicuri che magma e gas siano legati da un rapporto molto stretto, come ci hanno insegnato all’Università e come scrivono nostri colleghi su tante riviste scientifiche (in sintesi, a tot quantità di magma equivale tot quantità di gas – termine generico che comprende molte specie gassose) tra l’altro facilmente calcolabile?

Come si vede tutto sommato sono delle domande banali. E, come spesso succede, le domande banali hanno risposte complicate da una serie di paradigmi di partenza che costringono noi ricercatori a complicate evoluzioni concettuali per far rientrare negli schemi del “conosciuto” ciò che invece può essere spiegato in modo semplice e intuitivo anche per non addetti ai lavori.

Fratture incandescenti? Calcoliamo quanto calore è in grado di generare il flusso di gas che passa dalla sommità dei crateri e vediamo se è in grado di portare la roccia a temperature magmatiche. Noi ci abbiamo provato e la risposta è stata sì.

1 ETNA 24 dicembre 2016

L’Etna “tira fuori” ogni anno quantità enormi di gas. Dove finisce tutto il magma che dovrebbe averlo generato? Semplice. Da nessuna parte. Se si accetta l’idea che il legame non c’è. Il gas, dunque, “viaggia” indipendentemente dal magma ed è capace di attraversare, in una particolare condizione che viene chiamata di “fluido supercritico” tutta la massa magmatica che si trova nei condotti e nelle zone di accumulo sia superficiali che profonde.

Altra questione. Per spiegare le grandi deformazioni osservate in occasione dell’evento eruttivo del 28 dicembre 2014 molti colleghi avevano ipotizzato l’azione di un “dicco”, ovvero di una “lama” di lava che con forza si era intrusa nell’area del Cratere di Sud Est e aveva generato tutto quel popò di sconquasso che è stato osservato. Ma anche in questo caso c’era qualche problema. E’ un dato di fatto assodato, ad esempio, che un dicco, durante l’intrusione, genera un gran numero di terremoti proprio perché “spacca” letteralmente la roccia durante la sua risalita. Durante le eruzioni del luglio 2001, dell’ottobre 2002 e del maggio 2008 si verificò proprio questo: migliaia di micro terremoti e grandi deformazioni del suolo. E stavolta? Stavolta no. Solo pochi eventi sismici (circa una decina) e tra l’altro di difficile classificazione (non esattamente imputabili a puri processi di fratturazione). E le deformazioni? Piuttosto grandi nelle stazioni di misura vicine al Cratere di Sud Est, ma temporalmente coeve all’evento o immediatamente successive al suo inizio. E normalmente un dicco fa sentire la sua presenza anche in termini di deformazione del suolo prima della sua manifestazione “en plein air”. Inoltre, in questo strano episodio eruttivo la deformazione aveva un decadimento molto ravvicinato, ovvero le stazioni di monitoraggio più lontane non lo “vedevano” affatto. E i gas? Perché era aumentato il flusso di gas (in questo caso SO2) circa un paio di mesi prima dell’evento e perché questo flusso era drammaticamente diminuito nei giorni immediatamente precedenti l’episodio eruttivo?

Un bell’intrigo.

Nel frattempo, il gruppo di ricercatori iniziale si andò via via assottigliando. Molti ritennero che “i nuovi occhi” che la nostra ipotesi prevedeva fossero in realtà solo illusioni. E così ci ritrovammo, oltre il “visionario” Carmelo Ferlito, io, Valentina Bruno e Danila Scandura ad analizzare le deformazioni del suolo, Giuseppe Salerno e Tommaso Caltabiano in qualità di esperti di geochimica dei gas e il Prof. Massimo Coltorti, che dalla lontana Ferrara ci aiutava attraverso le sue idee e le analisi petrologiche svolte nel suo laboratorio.

Ci vedevamo in pittoresche riunioni che, dopo un paio d’ore di confronti, calcoli e schemi modellistici, si trasformavano inevitabilmente in gruppi di discussione filosofica (una volta abbiamo discusso sulla immagine di Dio nel medioevo, giuro..). E anche per questo, probabilmente, ci abbiamo messo un po’ di tempo a produrre il testo finale del lavoro che, da un paio di settimane, è stato accettato e pubblicato on line ed è liberamente reperibile a questo indirizzo  (https://www.nature.com/articles/s41598-017-05318-9).

Ma rivediamo insieme le principali novità e perché questo nostro approccio è da considerarsi innovativo, rispetto al passato: 1) secondo il nostro modello il 28 dicembre 2014 si è verificato un episodio diverso dalle tante fontane di lava cui ci ha abituato l’Etna in questi ultimi anni. In particolare noi abbiamo ipotizzato che, a partire dal mese di ottobre 2014 l’incremento di SO2 ( e dunque di tutti i gas vulcanici, vapore acqueo in primis) ha prodotto un surriscaldamento della parte apicale del Cratere di Sud Est (o Nuovo Cratere di Sud Est, così battezzato avventurosamente da qualcuno, come se su un vulcano il termine “nuovo” avesse un significato) 2) Questo surriscaldamento è andato avanti fino al raggiungimento di una soglia critica, superata la quale sia la capacità di questa roccia ormai fusa di “immagazzinare” calore, sia l’effetto sigillante che questa massa aveva prodotto al normale flusso di gas, erano venute a mancare 3) a questo punto si innescò un fenomeno che è tipico dei vulcani di tipo “acido”, quelli tipici del Sudamerica, per intenderci (ma non solo) cioè il corpo magmatico viscoso che “tappa” il cratere si spacca e si verificano fenomeni come “nubi ardenti” e flussi piroclastici. 4) la massa che occupava la parte apicale del cratere, ormai rimossa e franata, induce una decompressione sul magma che risiede a livelli superficiali 5) questo magma risale velocemente, esercitando una violenta pressione sui fianchi del cratere che “simula” una intrusione, almeno dal punto di vista delle deformazioni del suolo. Ci sarebbe anche altro di cui parlare, come ad esempio l’inizio dell’attività alla Voragine subito dopo questo evento e che, secondo noi, è una ulteriore conferma del nostro modello, ma insistere sui particolari non aggiunge molto al modello che ho sopra descritto.

Non so se quello che ho descritto è chiaro in ogni sua parte. Quello che è sicuro è che, se avessi dovuto usare i paradigmi “mainstream” della comunità vulcanologica mi sarei dovuto arrampicare su specchi che prevedevano magma che risale lungo i condotti, degassa, raffredda e poi scende all’interno del vulcano per fermarsi chissà dove. E avrei dovuto parlare di un dicco “silente” che non produce sismicità significativa, né deformazioni che precedono l’inizio dell’evento. E avrei lasciato da parte anche il dato del crollo della quantità di gas che ha preceduto l’inizio dell’attività. Insomma, avrei dovuto usare gli occhi “vecchi”.

Correttezza impone di riportare che queste idee, come già detto, non necessariamente sono accettate e “giuste” solo perché pubblicate su una rivista internazionale importante. Una pubblicazione è solo una pubblicazione. La conoscenza scientifica è altra cosa.

Di certo non ci fermiamo qui. Già stiamo ragionando su un modello di più ampio respiro che, ancora una volta, sarà sottoposta al vaglio minuzioso dei nostri stessi colleghi di tutto il mondo. Se davvero rappresenterà una svolta lo vedremo solo tra diversi anni. Ed è giusto che sia così.

L’obiettivo cui stiamo puntando adesso è quello di provare a guardare i dati che emergono dalle fantastiche infrastrutture di monitoraggio di cui l’Etna è dotata, in modo diverso e, magari in futuro, riuscire a contribuire anche al miglioramento delle capacità di previsione delle varie attività eruttive ed alla mitigazione del loro impatto sulla popolazione.

 

 

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Belice, gennaio 1968, “lu terremotu”. Quel precedente che fa ancora paura https://ilvulcanico.it/belice-gennaio-1968-lu-terremotu-quel-precedente-che-fa-ancora-paura/ Wed, 31 May 2017 12:09:42 +0000 http://ilvulcanico.it/?p=3618 Mario Mattia è primo tecnologo presso l’Osservatorio Etneo INGV. Da molti anni si occupa della tettonica della Sicilia sudoccidentale e in particolare della “caccia” alle faglie che hanno causato sia il terremoto del gennaio 1968,  che quelli (almeno due) che hanno distrutto l’antica città di Selinunte. Coordina un progetto di ricerca finanziato dalla Struttura “Terremoti” […]

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MARIO MATTIA

Mario Mattia è primo tecnologo presso l’Osservatorio Etneo INGV. Da molti anni si occupa della tettonica della Sicilia sudoccidentale e in particolare della “caccia” alle faglie che hanno causato sia il terremoto del gennaio 1968,  che quelli (almeno due) che hanno distrutto l’antica città di Selinunte. Coordina un progetto di ricerca finanziato dalla Struttura “Terremoti” dell’INGV di cui fanno parte ricercatori dell’Università di Catania, Napoli, Palermo e Sassari, oltre che dell’INGV di Catania, Palermo e Roma. Proprio in questi giorni i risultati del lavoro di questi anni sono stati presentati alla gente del Belice. Inevitabilmente, però, non è rimasto indifferente ai temi politici che hanno fatto sì che il terremoto del Belice venga oggi ricordato come una catastrofe da tutti i punti di vista.

di Mario Mattia

L’ingenua speranza di tenere lontano il terremoto da parte della gente del Belice è testimoniato dall’episodio che ci racconta Lorenzo Barbera in un suo bellissimo libro intitolato “I ministri dal cielo”, dove parla di un padre che, al verificarsi della prima scossa accaduta all’ora di pranzo del 14 gennaio 1968, va a riprendere suo figlio che giocava ad acchiappareddu nella piazza di Vita (TP) per portarlo dentro casa. ”Dentro, dentro, disgraziato! Dentro che c’è lu terremoto”, dice l’uomo al ragazzino. E letteralmente chiuse fuori dalla sua vita, dalla sua famiglia, dal suo mondo “lu terremotu”.

Una immagine che mi ha sempre colpito per la sua icastica efficacia. Sbattere fuori il terremoto. Per non subirne le conseguenze.

L'UNITA' DEL BELICE

Ma purtroppo non andò così e quella stessa notte, alle 3 del mattino, una scossa di magnitudo intorno a 6 distrusse interi paesi della Valle del Belice, uccise 352 persone, ne ferì 576 e lasciò senza casa circa 55.000 tra uomini, donne, vecchi e bambini. E, tutto sommato, quella forte scossa del mattino prima fu una benedizione perché fece sì che molti si salvarono proprio perché dormirono nelle macchine e nelle campagne per la paura di un nuovo terremoto. Altri, anche per colpa del tremendo freddo che quell’anno colpì la valle portando per la prima volta dopo moltissimi anni la neve, invece non scamparono la morte. Sepolti sotto case troppo deboli anche per sopportare un terremoto di energia non grandissima.

Fu il primo terremoto devastante del dopoguerra. Nessuno sapeva cosa fare. La Protezione Civile non esisteva. “L’Italia è una Repubblica fondata sul precedente, non sul lavoro – disse in una celebre intervista Giulio Andreotti – e quando si verificò il terremoto del Belice non c’era nessun precedente. E c’era anche la paura di crearlo, un precedente.”

Il terremoto di Messina e quello di Avezzano erano troppo distanti nel tempo. Nessuno dei governanti della neo-potenza economica italiana aveva mai affrontato una simile emergenza. E dunque una litania di ritardi, di risposte approssimative ed inefficaci e di ignobili scaricabarile, ci restituiscono l’immagine di quello che è e resterà nella storia italiana come il “precedente” cui tutti, ancora oggi, guardano con terrore.

“Non deve finire come nel Belice”, è una frase che abbiamo sentito dire tante volte da ministri e politici di tutta Italia quando, purtroppo, in seguito si sarebbero verificati altri terremoti distruttivi. “Mai più un altro Belice” si disse per il Friuli, per l’Irpinia e via di tragedia in tragedia. Fino ai giorni di Amatrice.

Due giorni senza soccorsi. Tende senza brande. Convivenze forzate anche di 20 persone per tenda. Per mesi. Senza intimità. Senza potere preparare un pasto caldo, ma obbligati a far uso della mensa militare. Col divieto di assembramento. E poi le baracche. Per un tempo infinito. Le ultime sono state smantellate negli anni ’80. Ma c’erano i biglietti ferroviari di sola andata disponibili gratis. E i passaporti subito pronti per qualunque destinazione.

Questa la risposta dello Stato ai “sudditi” siciliani. Quarantamila emigrati in tutto il mondo. Comunità disgregate per sempre. Promesse di sviluppo tradite e soldi che risultano solo nelle contabilità dello Stato, ma che in realtà mai arrivarono alle comunità. Si potrebbe continuare per ore a scrivere degli errori, delle differenze con la gestione, ad esempio, dell’emergenza Friuli, costata molti più soldi allo Stato ed elogiata come virtuosa. Ma oggi, a quasi cinquant’anni da quell’evento, non ha più senso interrogarsi, capire. Razionalizzare.

Ciò che resta sono le fotografie in bianco e nero di un pezzo di Italia che è diventata archetipo di tutti gli approcci approssimativi e sconclusionati (quando non criminali) che hanno caratterizzato la storia recente di questo paese. E quelle foto parlano. Ci raccontano di “quelli lì” come li chiamò Sciascia in un celebre articolo che rende in modo perfetto quella che era la visione della Sicilia da parte dei nostri compatrioti (?).

L'ORA BELICE 2
Dalle pagine de L’Ora (“Sicilia 1946-86. E vennero i giorni lunghi e difficili”. Supplemento al numero 294 del 22 dicembre 1986): a sinistra l’articolo di Leonardo Sciascia “Quelli lì” del 16 gennaio 1968; poi “Viaggio nell’Apocalisse”, di Bruno Carbone

L'ORA BELICE 1

«….quello che invece scatta con puntuale efficienza è il triste rituale demagogico e il richiamo alla unità e solidarietà sentimentale di un paese effettualmente disunito, pieno di contrasti e di contraddizioni, a livelli diversi e di fatto inunificabili. E di fronte alle immagini di Gibellina distrutta ci pareva di sentire i commenti di certa gente al cui cuore fanno appello certi giornali del nord (notoriamente antimeridionalisti) quando aprono sottoscrizioni: “vivono in case fatte di pietro e gesso, quelli lì”; “mica conoscono il cemento armato, quelli lì” ;e così via. La stessa voce, lo stesso accento, da cui abbiamo sentito che in Sardegna ci vorrebbero le bombe che gli americani impiegano contro i vietcong e che in Sicilia, salve (non si sa come) le brave persone che forse ci saranno, ci vorrebbe addirittura l’atomica; quella stessa voce da cui qualche volta ci tocca ricevere il complimento che non sembriamo siciliani. ”Quelli lì”: lì a Santa Margherita, a Montevago, a Gibellina, a Salemi; quelli che vivono nelle case di gesso e ci muoiono; quelli cui soltanto restano gli occhi per piangere la diaspora dei figli; pulviscolo umano disperso al vento dell’emigrazione e che lo Stato soltanto pesa nella bilancia dei pagamenti internazionali; quelli che ancora faticano con l’aratro a chiodo e col mulo; quelli che non hanno né scuole né ospedali, né ospizi, né strade….».

Parole durissime che avrebbero dovuto urtare le coscienze dei siciliani e invece non sortirono nessun effetto. E dopo poco tempo gli stessi siciliani preferirono non vedere lo scempio della ricostruzione, degli interessi mafiosi e della promessa di sviluppo tradita. E, come il resto degli italiani, sbuffavano di noia se al telegiornale passavano le notizie delle proteste dei belicini contro i ritardi, i soldi che mancavano, le leggi che si affastellavano governo dopo governo creando grovigli inestricabili.

I soliti siciliani che aspettano che il pero gli caschi in bocca”. Può esistere un lieto fine in questa storia, oggi che quei bambini scalzi nel fango delle tendopoli sono adulti e che quei vecchi che ci guardano da quelle vecchie foto con le loro coperte sulla testa non ci sono più da tempo? Non lo so. Io appartengo alla Sicilia “sperta” che è cresciuta sotto l’Etna e non ho titoli per dirlo. Al massimo, posso percorrere le strade tra Castelvetrano e Partanna e perdermi tra campi di grano e infinite vigne allineate e perfette, coltivate con metodi all’avanguardia. E magari fermarmi a bere un bicchiere di rosso dal sapore forte e deciso. Come i volti degli uomini che sorridono e alzano le spalle se gli chiedo di raccontarmi di quei giorni del gennaio 1968. “Non ci pensi, mi dica se le piace il vino”, dicono.

GIBELLINA NUOVA LA CHIESA MADRE
Gibellina nuova, la Chiesa Madre

O magari posso aggirarmi nella irreale Gibellina Nuova, tra case basse e bianche, strade gigantesche e un vago sentore di decadenza. E fermarmi a guardare a bocca aperta le opere di Consagra sparse un po’ dovunque tra piazze e strade. E camminare lungo il Sistema delle Piazze di Purini e Thermes cercando di capire perché mi trovo completamente solo a percorrerle. O posso alzare la testa al cielo e ammirare la gigantesca sfera bianca della Chiesa Madre progettata da Ludovico Quaroni, richiamo esplicito al contatto col Divino.

O posso perdermi nel dedalo di vie del Cretto di Alberto Burri, gigantesco e potentemente simbolico sarcofago della Gibellina vecchia. E provare a sentire se è vero quello che mi ha detto un ragazzino al quale ho chiesto indicazioni. E cioè di stare attento perché lì dentro si sentono le voci di quelli che sono morti in quel terremoto e ti chiedono di raccontare la loro storia a tutti.

Ma non chiedetemi se le ho sentite davvero, quelle voci.

La foto con il titolo, di Mario Mattia come l’altra, è Gibellina vecchia, il Cretto di Burri

 

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Etna 1968, nascita della Bocca Nuova https://ilvulcanico.it/etna-1968-nascita-della-bocca-nuova/ Sun, 05 Mar 2017 07:30:36 +0000 http://ilvulcanico.it/?p=2722 di Mario Mattia * Fino al boom economico degli anni ’60 dello scorso secolo, la “visita” ai crateri sommitali dell’Etna era per lo più riservata ad appassionati vulcanologi e di montagna di tutto il mondo che inserivano il vulcano siciliano tra le tappe “obbligatorie” dei vari “grand tour” europei. Fu solo nel dopoguerra che, con la realizzazione […]

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di Mario Mattia *

MARIO MATTIA

Fino al boom economico degli anni ’60 dello scorso secolo, la “visita” ai crateri sommitali dell’Etna era per lo più riservata ad appassionati vulcanologi e di montagna di tutto il mondo che inserivano il vulcano siciliano tra le tappe “obbligatorie” dei vari “grand tour” europei. Fu solo nel dopoguerra che, con la realizzazione di strade e di una funivia, la zona sommitale etnea divenne oggetto del turismo di massa e da allora in poi il fenomeno è stato in costante espansione. Inoltre, anche grazie alla migliorata raggiungibilità delle zone più alte dell’Etna, le notizie sulle attività vulcaniche e sui cambiamenti della morfologia craterica sono diventate molto più dettagliate e di qualità assai migliore rispetto al passato.

Per questo motivo possiamo datare con una certa precisione la “nascita” della Bocca Nuova intorno al 1968, quando questo nuovo cratere affiancò la Voragine, presente fin dagli anni ’50, come “ospite” all’interno del Cratere Centrale, nella sua porzione sud-occidentale. Via via, i due pit-craters si allargarono e si approfondirono, con successivi crolli del loro piano basale fino a raggiungere dimensioni di tutto riguardo (alcuni vulcanologi inglesi stimarono la profondità dei due crateri intorno a 1000 metri, ma non chiedetemi come hanno fatto a effettuare questa stima!) e le loro pareti laterali erano pressoché verticali.

Quando la Bocca Nuova diede i suoi primi “vagiti” sotto forma di intense esplosioni, aveva un diametro di soli 8 metri. Nel 1983, invece, si era allargata fino addirittura a raggiungere un diametro di circa 300 metri! Chi ha avuto modo di seguire le prime fasi della sua evoluzione descrive come amazing (stupefacente) i frequenti collassi cui era soggetto  questo nuovo cratere, sempre accompagnati da pericolosi lanci di materiale litico e da nubi di cenere nera. A questi periodi di elevata dinamica, seguivano periodi (piuttosto brevi) durante i quali il cratere si riempiva di materiale vecchio e appariva ostruito. A metà del 1995, la base del cratere si trovava a circa 100 metri al di sotto dell’orlo craterico, e, proprio in quell’anno, iniziò una intermittente attività eruttiva che durò fino al 1999, quando, nel mese di ottobre, diede luogo ad un trabocco lavico che raggiunse la pista altomontana della Forestale.

Bocca Nuova 1968.mpg

Purtroppo, quando si parla della Bocca Nuova è inevitabile parlare del drammatico 12 settembre 1979, quando circa 150 turisti si trovarono coinvolti in una sua improvvisa esplosione. Il racconto di quel giorno brucia ancora nella memoria di quanti, turisti e operatori turistici, hanno vissuto quei momenti nei quali una colonna di cenere si levò dalla Bocca Nuova, accompagnata dal lancio di blocchi di basalto che ricadevano alla velocità di 50 metri al secondo tutto intorno al cratere. Un vero e proprio bombardamento che mise in disordinata fuga gli spaventati turisti, nel tentativo di raggiungere i fuoristrada che si trovavano presso il parcheggio sotto il cratere centrale, procurandosi ferite anche gravi nelle inevitabili cadute lungo gli accidentati sentieri. Purtroppo, per nove di loro, non ci fu nulla da fare. Nella foto, scattata il giorno dopo il triste episodio, si vede una delle macchine delle guide dell’Etna con il tetto sfondato da un blocchetto di lava.

Questo episodio è uno dei più drammatici della lunga storia eruttiva dell’Etna, che raramente è sfociata in episodi tragici. Tuttavia, ancor oggi, ricordare quel giorno può servire da monito per ricordare a quanti si avventurano sui crateri dell’Etna senza osservare alcune elementari norme di sicurezza. Anche se, a mio avviso, serve anche a dimostrare che il mito della “totale sicurezza” in un ambiente ostile come la sommità di un vulcano è una chimera. E, in quanto tale, sarà sempre irraggiungibile.

La foto è tratta dal libro “Mt.Etna, the anatomy of a volcano” di Chester et al., Chapman and Hall, London,1985. Il video che segue, che documenta la fase iniziale della vita della Bocca Nuova, è tratto da uno dei CD che mi lasciò nel 2009 Francois “Fanfan” Le Guern,  (grande studioso francese di vulcani del mondo, profondo conoscitore anche dell’Etna insieme al connazionale Haroun Tazieff), in occasione della sua ultima conferenza sull’Etna prima di morire due anni dopo.

*Primo Tecnologo INGV Osservatorio Etneo (Catania)

 

 

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