Ambiente Archivi - Il Vulcanico https://ilvulcanico.it/category/ambiente/ Il Blog di Gaetano Perricone Sun, 19 Jul 2026 08:52:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0.2 Etna, la disfida dei Crateri https://ilvulcanico.it/etna-la-disfida-dei-crateri/ Sun, 19 Jul 2026 08:52:58 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26465 di Boris Behncke e Salvatore Giammanco L’area sommitale dell’Etna vista dall’alto la sera del 6 luglio 2026.  Al cratere Voragine (VOR) è in corso attività stromboliana accompagnata da emissione di cenere, mentre una cascata di lava si riversa nel Cratere di Nord-Est (NEC). A sinistra, silenzioso, il Cratere di Sud-Est (SEC) (foto di Maurizio Caputo […]

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L’area sommitale dell’Etna vista dall’alto la sera del 6 luglio 2026.  Al cratere Voragine (VOR) è in corso attività stromboliana accompagnata da emissione di cenere, mentre una cascata di lava si riversa nel Cratere di Nord-Est (NEC). A sinistra, silenzioso, il Cratere di Sud-Est (SEC) (foto di Maurizio Caputo e pubblicata qui con gentile permesso dell’autore).

L’Etna è un vulcano straordinario per molti motivi. Uno di essi è la costante e rapida trasformazione della sua area sommitale, dove negli ultimi 115 anni sono nati quattro crateri: quello di Nord-Est (1911), la Voragine (1945), la Bocca Nuova (1968) e il Cratere di Sud-Est (1971). Tra questi crateri si è spesso instaurata una sorta di competizione per conquistare il primato di vetta dell’Etna, ma dal 1978 fino al 2021 è sempre stato il Cratere di Nord-Est a rappresentare la vetta, raggiungendo 3350 m nel 1981. Successivamente, la sua altezza si è progressivamente abbassata a causa di crolli dei suoi orli: all’inizio del 2021 misurava 3324 m di quota.

Queste variazioni di quota, unite alla stretta vicinanza tra i crateri – ad esclusione del Cratere di Sud-Est, che si è formato un po’ più distante dagli altri – hanno fatto sì che, in diverse occasioni, i prodotti eruttivi di un cratere si riversassero in quello adiacente. È quanto accaduto, ad esempio, nel 2015–2016 e nuovamente nel 2024, quando la Bocca Nuova è stata completamente colmata dal materiale eruttato dalla vicinissima Voragine. Altre volte il riempimento del cratere “recipiente” è stato solo parziale; tuttavia, in ogni caso ha portato all’ostruzione totale del condotto.

L’eruzione dell’Etna che ha avuto luogo dal 5 al 7 luglio 2026, ha mostrato questo fenomeno vulcanico in modo molto peculiare. Infatti, l’apertura di una frattura eruttiva (una cosiddetta “bottoniera”) sul fianco nord del cono terminale del cratere Voragine, ha prodotto una colata di lava ben alimentata che si è riversata interamente all’interno del cratere di Nord-Est, ricadendo con una spettacolare cascata dentro il condotto aperto di quest’ultimo (Figura 1). L’aspetto più particolare di questo evento è che nonostante il continuo ingresso della lava nel condotto, esso non è stato colmato né ostruito (Figura 2); invece è rimasto aperto e degassante, così com’era stato prima di questo evento eruttivo.

Figura 1 – Il fondo del Cratere di Nord-Est visto dal suo orlo nord-orientale, con la cascata di lava che si sta riversando da una fessura eruttiva apertasi sul fianco settentrionale dell’adiacente cratere Voragine, 6 luglio 2026 (foto di Vincenzo Greco e pubblicata qui con gentile permesso dell’autore).

Figura 2 – 6 luglio 2026. La cascata di lava all’interno del Cratere di Nord-Est raggiunge il condotto aperto sul suo fondo, scomparendo in profondità senza accennare a riempirlo (foto di Maurizio Caputo, pubblicata qui con gentile permesso dell’autore).

Tale fenomeno, per quanto raro, non è tuttavia unico. Infatti, esattamente 30 anni fa, nel luglio-agosto del 1996, avvenne un fenomeno del tutto analogo, ma a ruoli invertiti! In quel caso, fu il cratere di Nord-Est a emettere una colata lavica che si riversò per circa tre settimane all’interno del condotto aperto della Voragine, senza mai occluderlo: tutta la lava fu ingoiata dal pozzo in fondo al cratere (Figura 3).

Perché questa apparente inversione delle parti? La risposta sta nei cospicui cambiamenti di morfologia in area sommitale in questi ultimi decenni. Nel 1996 il Cratere di Nord-Est era il punto più alto dell’Etna, mentre la Voragine era una depressione a forma di imbuto, il cui orlo settentrionale coincideva con il fianco meridionale del Cratere di Nord-Est. Era precisamente da quest’ultimo che si è sviluppata quella colata lavica, che si è riversata dentro la Voragine. In quel periodo il Cratere di Nord-Est era in una fase di attività stromboliana (Figura 4) con emissione di diverse colate laviche verso ovest, est e, appunto, verso sud in direzione della Voragine.

Nel 2026 è invece la Voragine a costituire il punto culminante del vulcano, sovrastando la vetta del Cratere di Nord-Est con un dislivello di quasi 100 m. Inoltre, il fianco nord del cono della Voragine passa direttamente alla parete interna meridionale del Nord-Est con un pendio abbastanza ripido. E’ proprio questa la zona che è stata squarciata dalla frattura eruttiva apertasi il mattino del 5 luglio 2026.

Figura 3 – Veduta dal bordo ovest della Voragine della colata lavica scaturita dal fianco sud del cratere di Nord-Est (NEC) che si riversa dentro il condotto della Voragine (VOR), 2 agosto 1996 (foto di Salvatore Giammanco).

Figura 4 – Attività esplosiva al cratere di Nord-Est durante l’eruzione di luglio-agosto 1996. In primo piano il riverbero causato dalla colata lavica che ricade dentro la Voragine (foto di Salvatore Giammanco).

Sul canale YouTube di INGVvulcani pubblichiamo il video della colata di lava che si sta riversando dal Cratere di Nord-Est verso la Voragine nell’estate del 1996 (di Salvatore Giammanco: https://youtu.be/TEik2Xd_Rp8)

Con il titolo: foto di Vincenzo Greco

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Etna, il gran ritorno del Cratere Centrale. Osservazioni sul campo https://ilvulcanico.it/etna-il-gran-ritorno-del-cratere-centrale-osservazioni-sul-campo/ Sun, 05 Jul 2026 04:55:18 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26422 di Vincenzo Greco L’Etna riesce sempre a suscitare grande interesse e meraviglia. Non perché ogni sua manifestazione sia necessariamente unica o imprevedibile, ma perché il vulcano possiede una straordinaria varietà di modalità eruttive che, pur rientrando spesso in schemi già osservati e studiati nel corso del tempo, continuano a rappresentare un laboratorio naturale di eccezionale […]

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di Vincenzo Greco

L’Etna riesce sempre a suscitare grande interesse e meraviglia. Non perché ogni sua manifestazione sia necessariamente unica o imprevedibile, ma perché il vulcano possiede una straordinaria varietà di modalità eruttive che, pur rientrando spesso in schemi già osservati e studiati nel corso del tempo, continuano a rappresentare un laboratorio naturale di eccezionale valore scientifico e umano. L’attività eruttiva che interessa attualmente la parte sommitale dell’Etna, iniziata il 26 giugno 2026, rappresenta ancora una volta una dimostrazione della straordinaria vitalità del vulcano. Si tratta di una manifestazione che rientra pienamente nelle caratteristiche delle attività terminali e subterminali che hanno contraddistinto numerose fasi eruttive del vulcano nel corso della sua storia recente e che, soprattutto, non desta alcuna preoccupazione per i centri abitati o per le principali aree turistiche del territorio.

I PRIMI SEGNALI DI CAMBIAMENTO. In realtà, i segnali che qualcosa stesse cambiando erano già osservabili nei giorni precedenti al 26 giugno. Il Cratere di Nord-Est aveva infatti mostrato un progressivo incremento dell’attività esplosiva intracraterica, con esplosioni localizzate sul fondo del condotto che, pur rimanendo pienamente all’interno delle normali dinamiche del vulcano, stavano gradualmente aumentando in frequenza e intensità. Anche dopo gli eventi effusivi che avevano caratterizzato il periodo compreso tra il 1° e il 13 gennaio 2026, il sistema vulcanico aveva continuato a manifestare alcuni segnali di dinamismo, senza però mostrare evidenze chiare di una nuova imminente fase eruttiva. Nel corso del mese di giugno, inoltre, si sono osservati fenomeni di subsidenza e deformazione delle aree sommitali, chiari indicatori di un sistema che stava progressivamente rispondendo alle pressioni interne. La conoscenza delle dinamiche che caratterizzano questo tipo di fenomenologie ha consentito, attraverso l’osservazione diretta sul campo, di riconoscere alcuni segnali che indicavano una possibile evoluzione del sistema vulcanico.

Le osservazioni effettuate nei giorni precedenti all’inizio dell’attività effusiva, e in particolare quelle svolte nella mattinata del 26 giugno, mi hanno infatti consentito di interpretare le modificazioni morfologiche che stavano interessando l’area sommitale, mettendole in relazione con fenomenologie analoghe osservate durante precedenti episodi eruttivi dell’Etna. Questa capacità di lettura del territorio nasce dall’osservazione continua del vulcano e dall’esperienza maturata nel corso di circa ventisette anni di frequentazione costante dell’ambiente etneo, che permette di riconoscere quelle variazioni, anche minime, che spesso precedono l’evoluzione di un’attività eruttiva.

La mattina del 26 giugno, intorno alle ore 10, durante una mia osservazione diretta sul campo, ho avuto modo di constatare come nell’area interessata dall’attività del Cratere Centrale, lungo il pendio orientale in prossimità della zona già coinvolta dall’attività eruttiva del 6 luglio 2014, tra i coni di scorie presenti nell’alta Valle del Leone, si stessero sviluppando evidenti sistemi di fratture radiali accompagnati da fenomeni di degassamento. L’osservazione di queste strutture mi ha immediatamente fatto ipotizzare che il sistema vulcanico stesse attraversando una nuova fase evolutiva. Per questo motivo ho provveduto a condividere tempestivamente le informazioni raccolte sia con l’ente di ricerca preposto al monitoraggio del vulcano sia con i colleghi che operano quotidianamente sul territorio. Questo aspetto rappresenta uno degli elementi fondamentali del lavoro delle guide vulcanologiche. La nostra presenza costante sul vulcano ci porta infatti a svolgere anche un’importante funzione di osservazione e di sentinella del territorio, contribuendo a segnalare tempestivamente eventuali variazioni dell’attività e collaborando, ciascuno nel proprio ruolo, al mantenimento delle migliori condizioni di sicurezza possibili. Ogni cambiamento osservato sul vulcano, anche quello apparentemente meno significativo, assume infatti un’importanza rilevante sia per la tutela delle persone che accompagniamo durante le attività escursionistiche, sia per la gestione complessiva del contesto operativo nel quale svolgiamo quotidianamente la nostra professione. Per questo motivo osservare, documentare, confrontarsi e condividere le informazioni rappresenta una parte essenziale del nostro lavoro sul campo. In quel momento ho avuto la sensazione che il sistema fosse ormai prossimo a una nuova evoluzione. La conferma è arrivata poche ore dopo. Intorno a mezzogiorno, il vulcano ha deciso di manifestare la propria energia attraverso l’apertura di una nuova frattura eruttiva e l’emissione della prima colata lavica.

LA NUOVA ATTIVITA’ NELL’ALTA VALLE DEL LEONE.  L’attività si è sviluppata nel settore dell’alta Valle del Leone, in prossimità dell’area interessata anche dall’attività del luglio 2014, tra i caratteristici coni di scorie presenti alla base orientale del Cratere Centrale. Dal 26 giugno fino ai primi giorni di luglio, l’eruzione ha mostrato un comportamento relativamente stabile, con tassi di emissione lavica variabili ma generalmente contenuti. Le colate hanno raggiunto lunghezze complessive inferiori ai due chilometri, sviluppandosi progressivamente all’interno di canali lavici costruiti dal flusso stesso. Ho avuto la possibilità di osservare questa attività in diverse occasioni, sia autonomamente sia insieme ai colleghi, non soltanto per documentarne l’evoluzione, ma anche per fornire informazioni aggiornate a chiunque chiedesse chiarimenti sulla situazione in corso. È importante sottolineare come questa attività si sviluppi in un ambiente di alta quota, estremamente remoto e distante dai centri abitati e dalle principali aree turistiche dell’Etna. Per questo motivo, pur trattandosi di un fenomeno di grande interesse scientifico e naturalistico, esso non rappresenta alcun motivo di preoccupazione per la popolazione.

IL RITORNO DI UNA TIPICA ATTIVITA’ SUBTERMINALE. Quella a cui stiamo assistendo è la classica attività subterminale dell’Etna, una tipologia eruttiva che il vulcano ha manifestato numerose volte nel corso della sua storia recente. Negli ultimi anni, tuttavia, la straordinaria attività del Cratere di Sud-Est, con le sue spettacolari fontane di lava e i numerosi episodi parossistici, aveva inevitabilmente catturato l’attenzione di osservatori, appassionati e studiosi. Anche le intense manifestazioni della Voragine nel 2024 avevano contribuito a modificare la percezione collettiva delle dinamiche eruttive etnee. Fenomeni come quello attuale ci ricordano invece un altro volto dell’Etna: quello delle eruzioni generalmente meno violente, più durature e, sotto molti aspetti, anche meno pericolose rispetto ai grandi episodi parossistici che hanno caratterizzato gli ultimi anni.

PERCHE’ IL CRATERE CENTRALE RIMANE SEMPRE IL CRATERE CENTRALE. Per quanto mi riguarda, però, il Cratere Centrale resta sempre il Cratere Centrale. Vederlo tornare protagonista rappresenta ogni volta qualcosa di speciale. Negli ultimi anni il ruolo principale sulla scena eruttiva dell’Etna è stato occupato soprattutto dal Cratere di Sud-Est, che con la sua straordinaria frequenza di attività ha inevitabilmente attirato l’attenzione di tutti. Per molti, il Cratere di Sud-Est è diventato il simbolo dell’attività recente dell’Etna. Eppure il Cratere Centrale, con i suoi tempi e le sue modalità, non ha mai smesso di ricordarci il proprio ruolo fondamentale all’interno del sistema vulcanico etneo. Dopo i parossismi del 2015, le attività del 2016 e le successive fasi eruttive del 2019, del 2020, del 2021 e del 2024, il Cratere Centrale è tornato ancora una volta a prendersi la scena, mostrando quella straordinaria capacità di rinnovarsi e di sorprendere che da sempre caratterizza il nostro vulcano.

UN AMBIENTE SPETTACOLARE, MA DA AFFRONTARE CON RISPETTO. L’attività è ancora in corso e il sistema continua a evolversi. Non si può escludere che nelle prossime settimane possano verificarsi ulteriori variazioni dell’attività eruttiva. L’area interessata dall’eruzione presenta caratteristiche geomorfologiche e vulcanologiche che meritano particolare attenzione. Si tratta infatti di un settore caratterizzato da estesi sistemi di fratturazione, dalla presenza di accumuli nevosi residui ancora sepolti dai depositi vulcanici recenti e più antichi, oltre che da una morfologia estremamente complessa. La presenza della lava in un ambiente di questo tipo richiede particolare cautela, anche perché le interazioni tra il magma e gli elementi superficiali possono produrre fenomenologie secondarie che devono essere attentamente valutate. La Valle del Leone e il settore superiore della Valle del Bove rappresentano ambienti vulcanici di straordinaria bellezza, ma allo stesso tempo estremamente impegnativi. Si tratta di aree remote, difficili da raggiungere e caratterizzate da condizioni ambientali che possono cambiare rapidamente. Per questo motivo consiglio sempre a chi desidera avvicinarsi a questi fenomeni di informarsi preventivamente e di evitare iniziative improvvisate. In particolare, suggerisco di non addentrarsi all’interno della Valle del Bove o delle aree sommitali senza un’adeguata conoscenza del territorio e delle condizioni vulcaniche del momento. La presenza diffusa di fratture, che rappresentano la risposta fragile del terreno alle risalite magmatiche, testimonia la continua evoluzione di questo settore del vulcano e costituisce uno degli elementi che richiedono maggiore attenzione durante le fasi eruttive.

IL RUOLO DELLE GUIDE VULCANOLOGICHE. In questo contesto, il ruolo delle guide vulcanologiche assume un’importanza fondamentale. La nostra attività si svolge sempre nel rispetto delle normative vigenti, delle procedure operative e delle indicazioni predisposte dal Collegio Regionale delle Guide Alpine e Vulcanologiche della Sicilia, oltre che delle eventuali disposizioni emanate dalle autorità competenti. Ci autoregoliamo costantemente in funzione dell’evoluzione del fenomeno, delle condizioni ambientali e del quadro di rischio presente sul vulcano. Il nostro compito non consiste solamente nell’accompagnare le persone, ma soprattutto nel fornire tutte le informazioni necessarie affinché chi visita l’Etna possa comprendere le caratteristiche dell’ambiente vulcanico, i rischi associati e le corrette modalità di fruizione del territorio. La valutazione del rischio rappresenta uno degli aspetti più importanti della nostra professione. In qualità di professionisti e conoscitori del territorio, siamo chiamati quotidianamente a effettuare valutazioni continue delle condizioni operative, assumendoci la responsabilità di condurre le persone esclusivamente nelle aree e nelle situazioni in cui siano presenti adeguati margini di sicurezza. Quando le condizioni del vulcano, le normative vigenti e il quadro generale della sicurezza lo consentono, organizziamo le nostre attività seguendo procedure consolidate e sistemi di gestione del rischio strutturati, sempre con l’obiettivo primario della tutela delle persone.

UN VULCANO CHE CONTINUA AD EMOZIONARE. Osservare oggi il Cratere Centrale nuovamente in attività rappresenta, ancora una volta, un privilegio straordinario. Nonostante gli anni trascorsi a studiare, osservare e vivere l’Etna quotidianamente, assistere al ritorno dell’attività del Cratere Centrale continua a suscitare le stesse emozioni di sempre. Perché, se è vero che oggi gli strumenti di monitoraggio consentono di riconoscere con sempre maggiore precisione i segnali che precedono una variazione dell’attività vulcanica, è altrettanto vero che ogni fase eruttiva possiede una propria evoluzione, una propria storia e caratteristiche che continuano a rendere l’Etna uno dei sistemi vulcanici più affascinanti e studiati al mondo. Ed è forse proprio questo il motivo per cui il vulcano continua, ancora oggi, a regalare emozioni e insegnamenti a chi ha la fortuna e il privilegio di poterlo osservare da vicino.

Tutte le splendide foto e il magnifico video sono di Vincenzo Greco

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Festival Vulcani, dal 26 al 28 giugno a Trecastagni la quarta edizione. Continua l’affascinante viaggio nelle “montagne viventi”, al confine del mondo https://ilvulcanico.it/festival-vulcani-dal-26-al-28-giugno-a-trecastagni-la-quarta-edizione-continua-laffascinante-viaggio-nelle-montagne-viventi-al-confine-del-mondo/ Thu, 25 Jun 2026 04:39:46 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26406 di Giuseppe Riggio * Torna il Festival Vulcani a Trecastagni. La manifestazione che, giunta alla quarta edizione, continua ad attingere al vastissimo giacimento di miti, prima, e di studi, dopo, che i crateri hanno saputo suscitare. Del resto, i vulcani rappresentano, quasi per definizione, il confine del mondo, la soglia oltre la quale si entra […]

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di Giuseppe Riggio *

Torna il Festival Vulcani a Trecastagni. La manifestazione che, giunta alla quarta edizione, continua ad attingere al vastissimo giacimento di miti, prima, e di studi, dopo, che i crateri hanno saputo suscitare. Del resto, i vulcani rappresentano, quasi per definizione, il confine del mondo, la soglia oltre la quale si entra nel divino o nell’inferno.

Efesto, dio greco del fuoco e dei metalli, era ritenuto figlio di Zeus, ma le leggende lo descrivevano, innanzitutto, come portatore di una umanissima storia di disabilità. Oggi verrebbe raccontato come un sopravvissuto a un infanticidio, che seppe reagire e trovò la sua strada. Per il suo successore di epoca romana, Vulcano, si prescriveva prosaicamente che i luoghi di culto costruiti in suo onore venissero eretti fuori dalle aree abitate, visto che comunque si trattava di un culto incendiario.

La locandina del Festiva 2026

Quest’anno sarà ospite del Festival uno dei più famosi organizzatori francesi di viaggi avventura, Guy de Saint Cyr, che da una vita porta i suoi clienti ad osservare i vulcani in eruzione. Turisti che mettono a rischio la propria incolumità per raggiungere il limite, il punto esatto in cui è possibile osservare la Terra di dentro e quella di fuori. Perché lo fanno? Forse perché in quei luoghi il mito sembra tutto sommato reale e credibile.

D’altra parte, bisogna prendere atto che non sempre quelli che abitano alle pendici delle “montagne viventi” hanno pienamente contezza dell’eccezionalità dei luoghi che si trovano quotidianamente a frequentare. Ecco perché, ormai da quattro anni, abbiamo avviato, con la Fondazione Trecastagni Patrimonio dell’Etna, presieduta da Giovanni Barbagallo, il progetto Festival Vulcani. Un anno dopo l’altro realizziamo l’unico evento in Italia completamente dedicato ai molteplici aspetti delle terre vulcaniche.

Guy De Saint Cyr

Dal 26 al 28 giugno nel centro storico di Trecastagni, vero “salotto dell’Etna”, si svolgeranno numerosi eventi dedicati all’esplorazione di un “pianeta” che ha caratteri particolari e distintivi. Quest’anno, oltre a Guy de Saint Cyr, protagonista di viaggi al limite del possibile, ci saranno esperti internazionali di vulcanologia. Dalla direttrice dell’Osservatorio Vesuviano INGV, Lucia Pappalardo, sino a Sara Barsotti, responsabile del servizio islandese di sorveglianza sulle attività vulcaniche.   Confermerà la sua presenza anche Stefano Branca, direttore del dipartimento vulcani INGV, che aprirà la manifestazione con una conferenza sullo scienziato-fotografo Gaetano Ponte, insieme a Daniele Musumeci, ricercatore UNICT. Per la prima volta sarà ospite della manifestazione Franco Foresta Martin, per oltre trent’anni giornalista scientifico al Corriere della Sera, per raccontare la “sua” Ustica.

Franco Foresta Martin

In questa quarta edizione saranno a fianco della Fondazione organizzatrice l’Associazione Italiana di Vulcanologia, il Comune di Trecastagni, la Regione Siciliana (Assessorati Turismo e Territorio e Ambiente), l’Assemblea Regionale Siciliana, oltre alle Associazioni Federescursionismo ed Etnaviva e alla Funivia dell’Etna. A conferma della originalità di una formula che garantisce autorevolezza scientifica, ma anche spettacolo e divulgazione appassionante, supportata da video e immagini. Tutto questo con l’ambizione di costruire anche un percorso identitario, destinato a chi vive sull’Etna. L’obiettivo è quello di fornire, innanzitutto agli abitanti delle terre vulcaniche, conoscenze e testimonianze che possano renderli consapevoli e orgogliosi di abitare parti di questo pianeta che hanno caratteristiche veramente stra-ordinarie. Con il Festival intendiamo, in definitiva, offrire delle buone ragioni a quanti vogliono innamorarsi dell’Etna, e delle terre nere in generale, ed aiutare, nel frattempo, tutti coloro i quali si interrogano per scoprire le ragioni della loro incontenibile passione per l’Etna.

*Direttore Festival Vulcani

Con il titolo: Etna, 23 giugno 2026, foto di Gaetano Perricone

 

 

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L’Etna di Emily Lowe: “donna indifesa”, ma viaggiatrice coraggiosa, tra meraviglia e pericolo https://ilvulcanico.it/letna-di-emily-lowe-donna-indifesa-viaggiatrice-coraggiosa-tra-meraviglia-e-pericolo/ Mon, 11 May 2026 13:27:09 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26356 FONTE: https://ingvvulcani.com/ di Chiara Alabiso PREFAZIONE DI MARIO MATTIA  “L’unico uso di un gentiluomo in viaggio è quello di prendersi cura dei bagagli, e noi faremo attenzione a non avere bagagli” In questa dichiarazione risiede lo spirito provocatorio di Emily Lowe, un’autrice vittoriana poco nota, ma che merita di essere studiata e ricordata per il […]

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FONTE: https://ingvvulcani.com/

di Chiara Alabiso

PREFAZIONE DI MARIO MATTIA 

“L’unico uso di un gentiluomo in viaggio è quello di prendersi cura dei bagagli, e noi faremo attenzione a non avere bagagli”

In questa dichiarazione risiede lo spirito provocatorio di Emily Lowe, un’autrice vittoriana poco nota, ma che merita di essere studiata e ricordata per il suo coraggioso approccio alla vita e alla scrittura che attinge dalla tradizione romantica tipica dei primi decenni dell’ottocento. Una autrice che potremmo definire protofemminista, con un atteggiamento molto pragmatico e del tutto privo di qualsivoglia velleità teorica o ideologica. Figlia di un giudice e moglie di un baronetto diretto discendente di Enrico VIII, Emily Lowe era contemporanea e conterranea del poeta Alfred Tennyson che, mentre lei scalava vulcani e attraversava ghiacciai, scriveva: “ l’uomo per la spada, la donna per l’ago; l’uomo per la testa, la donna per il cuore”, frase che ben sintetizza l’opinione degli uomini inglesi sul ruolo della donna nella prima metà dell’ottocento. A quel tempo, la società inglese separava rigidamente le “sfere” di competenza dei due sessi: l’uomo apparteneva alla sfera pubblica (politica, affari, guerra), la donna a quella privata (casa, cura dei figli, moralità), e per questa ragione, fino al 1870, vigeva il principio legale della “coverture”, che consisteva nel fatto che una donna sposata non avesse identità giuridica separata dal marito, non potesse possedere proprietà, firmare contratti o detenere i propri guadagni.

Emily Lowe (dal web)

Leggere oggi i titoli dei libri della Lowe – “Unprotected Females in Norway ” (1857) e “Unprotected Females in Sicily, Calabria, and on the top of Mount Etna” (1859)  – può magari farci sorridere per quel rimarcare l’aspetto della “donna indifesa”, ma in realtà, studiando questi manoscritti ci si rende ben presto conto che l’autrice volesse invece trattare il concetto della vulnerabilità femminile e della possibilità per le donne di viaggiare, per diletto o per cercare stimoli culturali, tutelate dalla propria dignità e dalla fermezza di fronte alle critiche e alle difficoltà logistiche.

Ma il tema trattato in questo breve saggio, redatto dalla giovane storica siciliana Chiara Alabiso, non è soltanto quello di mostrare un esempio di donna coraggiosa e anticonformista. Il tema che più riguarda questo blog risponde a domande tanto semplici quanto complesse: in che modo può essere fatta la comunicazione quando l’oggetto da rappresentare è la vulcanologia, scienza (e qui c’è il primo ostacolo) che tratta di un fenomeno geologico (il vulcano) spesso evocato come dispensatore di distruzione? Qual è il linguaggio, lo stile comunicativo, quali le parole giuste da usare quando si parla di vulcani, senza che l’oggettività del discorso scientifico induca paura piuttosto che interesse? E tutto questo senza cadere nell’errore opposto, ovvero quello della banalizzazione che potrebbe portare ad una sottovalutazione del rischio.

In questo senso, il saggio di Chiara Alabiso del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’ Università di Catania, è un primo passo verso la ricostruzione storica del percorso di comunicazione delle conoscenze vulcanologiche che, partendo proprio dai viaggiatori stranieri che facevano tappa obbligata sui vulcani italiani, iniziarono a diffondere (sia nelle classi intellettuali europee che nel grande pubblico) da un lato il “mito” della magnificenza di questo incredibile spettacolo della natura e, dall’altro, quella curiosità, quell’interesse che avrebbe portato allo sviluppo della ricerca scientifica mirata alla riduzione del rischio associato all’attività vulcanica. E, come ci suggerisce l’autrice di questo saggio, a incoraggiare le donne a scoprire la voglia di viaggiare, come metafora di una liberazione ancora di là da venire, magari animate dallo speciale spirito di cui parla Emily Lowe quando, trovandosi ai piedi dell’Etna, scrisse: “sentii che era arrivato il momento in cui due delle meraviglie della terra, un vulcano innevato e la curiosità di una donna, si mettono alla prova, l’uno contro l’altra”.

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Nel dicembre 1857, due donne britanniche, Emily Lowe e la madre Helen, sbarcarono in Sicilia. Viaggiavano sole e senza uomini che le accompagnassero, comportamento che nell’Inghilterra vittoriana era considerato scandaloso ed eccentrico. Questo viaggio diede vita a un resoconto straordinario: Unprotected Females in Sicily, Calabria, and on the Top of Mount Etna, pubblicato nel 1859 dalla stessa Emily Lowe. Il titolo è già un manifesto: “Donne indifese”, ma il tono che l’autrice sceglie non è quello di chi si sente in pericolo quanto piuttosto quello di chi ride della propria audacia, e invita le lettrici a fare altrettanto.

Letto come fonte storica, il resoconto di Emily Lowe è molto più di un diario di viaggio. È un documento in cui le condizioni atmosferiche, la morfologia del percorso e i pericoli concreti del vulcano vengono descritti con una sorprendente precisione, e in cui la percezione del rischio viene elaborata, tradotta in linguaggio accessibile e consegnata a un pubblico di lettori non specialisti. In altre parole, la scrittrice stava già facendo, nel 1859, quello che la vulcanologia contemporanea si pone come una delle sue sfide più difficili: comunicare il rischio mantenendo viva la curiosità, senza sottovalutare il pericolo. 

Il loro viaggio attraversa la Sicilia da Palermo ad Agrigento, da Catania a Nicolosi. Ma è l’Etna la vera protagonista del racconto. Emily la intravede già da lontano, da Caltanissetta, “con un cerchio di fuoco intorno al capo che la incoronava Regina“. La osserva da Catania, quasi come una presenza divina: “Oh! montagna, montagna, tu mi parli, e io voglio risponderti… Il mio cuore batte con il tuo…”. E infine l’impresa più significativa, la scalata. Una delle prime donne a farlo, la prima a raccontare in prima persona la propria ascesa, con la propria voce, in un testo pubblicato e diffuso.

Figura - 1 Letterio Subba, La baia di Catania con il monte Etna sullo sfondo, 1834, olio su tela

Figura  1 – Letterio Subba, La baia di Catania con il monte Etna sullo sfondo, 1834, olio su tela

A Nicolosi, alle pendici del vulcano, Emily e la madre si fermano ad aspettare che il tempo migliori. E nei cinque giorni di pioggia che seguono, la scrittrice annota tutto con la precisione di chi vuole essere utile alle future viaggiatrici. Documenta l’abbigliamento ideale, che doveva essere caldo ma allo stesso tempo non pesante: gonne corte, stivaletti spessi, calze di lana. Sconsigliava inoltre le galosce di gomma, che “lasciano entrare la neve”, e di portare con sé un solo paio di calze perché, una volta bagnate quelle indossate, sarebbero diventate troppo pesanti. E le provviste? Tè o caffè caldo, carne, formaggio, pane e frutta. 

Queste indicazioni pratiche e precise, su come affrontare l’impresa in sicurezza, non le scrive un professionista del settore, ma una donna che, fatta esperienza diretta del vulcano, sente la responsabilità di trasmetterla. In questo senso, il testo della Lowe anticipa, nelle forme e negli intenti, le moderne pratiche di comunicazione sui rischi che corre chi si avventura in un’area vulcanica. A Nicolosi le due donne incontrano il celebre vulcanologo Carlo Gemmellaro, che le mette in guardia con tono paterno ma senza opporsi alla loro determinazione. La madre, compresa la pericolosità dell’impresa, tenta di dissuadere la figlia, senza successo.

La partenza avviene di notte, nel freddo di dicembre. Il villaggio di Nicolosi, ancora immerso nel sonno, appare alle viaggiatrici come un “nero sepolcro di lava“. Emily descrive la montagna che “trema” quando compare il sole, la neve che “sussulta” per i suoi raggi. Il racconto si apre con una citazione dantesca dal Purgatorio — “Noi salivamo per entro il sasso rotto” — a evocare la difficoltà e la sacralità del cammino. Le guide si chiamano Angiolo e Giorgio e all’inizio le guardano con scetticismo: le due donne, per di più straniere, non sembrano attrezzate per un’impresa simile. Emily, contrariata, risponde che non è la prima volta che si prestano a queste avventure, infatti avevano già attraversato il Sògne Fjeld norvegese.

“È tutto ingannevole”, dice.

Il caldo è la prima sorpresa, “una barriera di fuoco” che accompagna l’intera salita, anche in pieno inverno. Le guide avevano avvertito di alleggerirsi progressivamente degli indumenti più pesanti ed Emily ubbidisce, stupita: “un caldo africano spira sulle nevi dell’Etna in inverno”. Poi la fatica, il respiro affannoso, la testa che gira. È qui che emerge con forza la tensione costante tra pericolo reale e fascino irresistibile che attraversa tutto il racconto: il desiderio è sempre più forte della stanchezza e la meraviglia prevale sulla paura. A duemilacinquecento metri, due farfalle gialle svolazzano intorno a loro: “Saltammo su e ci sentimmo come se anche noi potessimo volare, perché dove potevano arrivare le farfalle, sicuramente potevamo arrivare anche noi!” 

Raggiunta la cima, il panorama toglie il fiato; l’intera Sicilia si stende sotto di lei, “l’antica Trinacria a tre punte, la splendente isola del Sole”. Emily elenca i luoghi e le loro leggende: Enna e Proserpina, Polifemo e Galatea, le isole Eolie, le battaglie di Amilcare e Pirro. “L’Etna che le ha viste accadere tutte ve le farà ricordare”, scrive. E poi, semplicemente: “Tutto il resto è aria, e si è soli: sotto di voi una soffice striatura rosata, che sembra adagiarsi sull’acqua, vi fa sentire assisi su un trono al di sopra delle nuvole. Immenso è il cielo, puro e limpido”.

Ma è nella discesa che il racconto si fa davvero avventuroso, e che il rapporto sorprendente e pericoloso tra Uomo e Natura si manifesta in tutta la sua forza. La neve indurita si è trasformata in ghiaccio, “Nessuno di noi riusciva a tenere saldo il piede e incespicavamo continuamente, cadevamo e rotolavamo giù”. Le guide non le avevano permesso di indossare i “craponi” — le scarpe chiodate — per via della lava. A ogni scivolone, correvano il rischio concreto di spezzarsi un arto. Poi, al buio, tornate al punto iniziale, i muli non ci sono più. Il gruppo li cerca nella foresta: “ci gettammo a terra sfinite e credemmo di essere state abbandonate a morire nella foresta”. Quando ogni speranza sembra perduta, una luce nel bosco: “Santa Lucia! C’è una luce nel bosco!”, ed ecco apparire il mulattiere, che per comodità si era spostato in una capanna vicina. Dopo diciassette ore di viaggio e tredici passate sulla neve, tornano a Nicolosi. Emily annota con ironia: “eppure, scese dai muli ed entrate nella saletta, dopo aver bevuto una scodella di latte, posso dire sinceramente che non sentivamo neanche un decimo della fatica di una giornata passata a far spese per i negozi di una città caotica”. Il mattino dopo, riposata e con il caffè in mano, Emily si rivolge direttamente alle sue lettrici: “Perciò, giovani signore avventurose, non abbiate paura di seguire i nostri passi”. È la chiusura perfetta di un testo che ha saputo tenere insieme, dall’inizio alla fine, avvertimento e seduzione.

 Figura - 2 Veduta del monte Etna, di Emily Lowe (1859)
Figura 2 – Veduta del monte Etna, di Emily Lowe (1859)

Ma il vulcano che Emily racconta non è solo quello della scalata. L’Etna è una presenza che accompagna l’intero viaggio, ben prima di arrivare a Nicolosi. Durante l’ascesa, il terreno è scuro e irregolare, segnato dalle colate laviche, e lungo il percorso si levano fumi e vapori dal cratere, segni evidenti di un vulcano ancora vivo, che rendono l’atmosfera sia suggestiva che inquietante. In cima, accanto alla vastità del panorama, il cratere continua a degassare, a ricordare che quella bellezza maestosa esige la massima cautela. 

Ma ciò che colpisce Emily è il modo in cui i siciliani convivono con questa realtà. A Catania, il vulcano è ovunque: nella pietra lavica con cui sono costruiti gli edifici, nel territorio modellato dalle eruzioni passate, nell’immagine stessa dell’Etna che domina l’orizzonte. Emily osserva con stupore come questa popolazione abbia imparato a convivere con una minaccia permanente, trasformandola in parte integrante della propria identità. I catanesi, racconta, quando vengono invasi dalla lava ricostruiscono usando le stesse pietre che li avevano sepolti. E i siciliani che incontra lungo il viaggio parlano del vulcano con un misto di orgoglio e rassegnazione: “quale nazione è tanto prodiga con i suoi figli quanto la nostra montagna?“. Infatti, l’Etna, per i siciliani, è fonte stessa di vita ed è la capacità di vivere ai piedi di quel vulcano ancora attivo che Emily osserva con gli occhi di una straniera meravigliata. Esattamente ciò che oggi gli esperti di gestione del rischio chiamano “resilienza delle comunità”, ovvero la capacità di una popolazione di adattarsi, riorganizzarsi e continuare a vivere in prossimità di una minaccia naturale senza negarne il pericolo.

In questo senso, la continuità tra il racconto di Emily Lowe e i modelli contemporanei di comunicazione scientifica suggerisce che l’immaginario collettivo sull’Etna si sia costruito nel tempo attraverso il racconto pubblico delle eruzioni e della paura ad esse associata, e che questa narrazione abbia contribuito a influenzare la percezione del pericolo. Oggi la comunicazione del rischio vulcanico si affida a strumenti molto diversi da quelli di Emily Lowe — bollettini scientifici, mappe di pericolosità, sistemi di allerta precoce, campagne di informazione rivolte alle popolazioni — ma la sfida di fondo rimane la stessa: come si trasmette il senso del pericolo a chi non è uno specialista, mantenendo viva la curiosità senza alimentare il panico, e senza che la familiarità con il vulcano si trasformi in sottovalutazione del rischio? Ed è il testo stesso della Lowe a porre queste domande, con quasi due secoli di anticipo.

Nonostante Emily Lowe non avesse risposta a queste domande, ella possedeva l’esperienza diretta, la capacità di raccontarla con onestà e ironia, e, non ultimo, il coraggio di invitare altre donne a salire su quel vulcano.


Bibliografia

Emily Lowe “Unprotected Females in Sicily, Calabria, and on the Top of Mount Aetna” Routledge, Warnes and Routledge, London, 1859.

Stefania Arcara (a cura di) “Due viaggiatrici indifese in Sicilia e sull’Etna: diario di due lady vittoriane”, Agorà, La Spezia, 2001.

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Etna: la pericolosità sottostimata delle correnti piroclastiche https://ilvulcanico.it/etna-la-pericolosita-sottostimata-delle-correnti-piroclastiche/ Thu, 16 Apr 2026 15:52:32 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26345 FONTE: https://www.unictmagazine.unict.it/ Uno studio dell’Università di Catania rivela oltre 50 eventi in 40 anni: fenomeni rapidi e distruttivi finora sottostimati L’Etna è globalmente noto per le imponenti fontane di lava e per le spettacolari colate laviche che scorrono lungo i suoi fianchi. Tuttavia, dietro questa scenografia suggestiva si può nascondere anche un fenomeno molto più […]

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FONTE: https://www.unictmagazine.unict.it/

Uno studio dell’Università di Catania rivela oltre 50 eventi in 40 anni: fenomeni rapidi e distruttivi finora sottostimati

L’Etna è globalmente noto per le imponenti fontane di lava e per le spettacolari colate laviche che scorrono lungo i suoi fianchi. Tuttavia, dietro questa scenografia suggestiva si può nascondere anche un fenomeno molto più insidioso e potenzialmente letale: le Correnti Piroclastiche di Densità (dall’inglese Pyroclastic Density Currents).
Un nuovo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Earth-Science Reviews, condotto dal dott. Giorgio Costa e dal prof. Marco Viccaro del team di Vulcanologia e Geotermia del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Catania, rivela che negli ultimi quarant’anni l’Etna è stato capace di generare oltre cinquanta di questi eventi, suggerendo che pericolosità e rischi associati a queste fenomenologie nell’area sommitale del vulcano sono stati finora sottostimati.
A differenza delle colate laviche relativamente lente, le correnti piroclastiche sono miscele ad alta temperatura di gas e particelle solide che scorrono a grande velocità lungo i fianchi del vulcano e che possiedono un elevato potere distruttivo. Sebbene fenomeni di questo tipo siano tipicamente associati a vulcani molto più esplosivi, lo studio evidenzia come correnti piroclastiche possano svilupparsi anche in sistemi vulcanici a composizione mafica, come quello etneo.

 

La ricerca identifica e discute diversi meccanismi che possono innescare correnti piroclastiche sull’Etna e più in generale nei vulcani mafici, ovvero il collasso parziale di una fontana di lava, i collassi gravitativi di materiale piroclastico, il collasso parziale del fianco di un cono piroclastico e l’interazione tra lava e acqua o neve. In alcuni casi, tuttavia, più fattori possono agire contemporaneamente, rendendo difficile individuare un unico meccanismo di innesco.

Un fenomeno eruttivo dell'Etna

La corrente piroclastica del 24 Settembre 1986 al Cratere di Nord-Est dell’Etna

Sull’Etna, la maggior parte delle correnti piroclastiche degli ultimi decenni è stata prodotta dal Cratere di Sud-Est, oggi il più attivo dei quattro crateri sommitali. Lo studio evidenzia come il progressivo aumento nella frequenza di questi eventi sia legato alla crescente attività esplosiva del vulcano, in particolare ai brevi ma intensi episodi di fontane di lava, noti come eruzioni parossistiche.

Negli ultimi decenni, l’Etna ha dimostrato infatti di essere in grado di trasferire grandi volumi di magma ricco di gas dai livelli più profondi del sistema di alimentazione fino alla superficie in tempi relativamente brevi. Ne deriva così un aumento della frequenza delle eruzioni a carattere parossistico, così come un incremento dei volumi di magma emessi. Ciò ha portato a una crescita piuttosto rapida del Cratere di Sud-Est, specialmente negli ultimi 15 anni, rendendolo meccanicamente instabile e fragile, pertanto sempre più soggetto a crolli improvvisi.

Questo spiega perché alcune delle correnti piroclastiche più recenti, come quelle del 10 febbraio 2022 e del 2 giugno 2025, siano state più voluminose e abbiano raggiunto distanze maggiori rispetto ad altri eventi simili avvenuti in passato.

«Eventi di questo tipo potrebbero verificarsi ancora in futuro e proprio per questo – sottolineano gli autori dello studio Giorgio Costa e Marco Viccaro – è fondamentale non sottovalutare la pericolosità di questi fenomeni e i potenziali rischi che ne derivano. Le correnti piroclastiche possono svilupparsi in modo improvviso e spesso senza segnali precursori evidenti. Comprenderne meglio i meccanismi di formazione e riconoscerne la pericolosità rappresenta quindi un passo importante per migliorare la gestione del rischio non solo sull’Etna, ma anche in altre aree vulcaniche del mondo caratterizzate da fenomenologie eruttive comparabili».

 

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L’Etna e l’unicità delle sue origini: un nuovo, importante studio sulla genesi del vulcano https://ilvulcanico.it/letna-e-lunicita-delle-sue-origini-un-nuovo-importante-studio-sulla-genesi-del-vulcano/ Wed, 15 Apr 2026 10:23:53 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26330 FONTE: https://www.ansa.it/sicilia/notizie/ L’origine dell’Etna potrebbe essere unica al mondo. Il meccanismo è simile a quello che genera i piccoli vulcani sottomarini, ma interessa un grande sistema la cui attività è iniziata circa 500.000 anni fa, tanto che ora questo vulcano, eruttando più volte l’anno, svetta oltre 3.000 metri sul livello del mare. La svolta nella […]

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FONTE: https://www.ansa.it/sicilia/notizie/

L’origine dell’Etna potrebbe essere unica al mondo. Il meccanismo è simile a quello che genera i piccoli vulcani sottomarini, ma interessa un grande sistema la cui attività è iniziata circa 500.000 anni fa, tanto che ora questo vulcano, eruttando più volte l’anno, svetta oltre 3.000 metri sul livello del mare.

La svolta nella comprensione nella storia della sua genesi arriva dallo studio pubblicato sul Journal of Geophysical Research dall’Università di Losanna e al quale ha partecipato anche Rosa Anna Corsaro, ricercatrice dell‘Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania. La scoperta getta nuova luce sulle eruzioni insolitamente frequenti dell’Etna e apre la strada a una migliore valutazione del rischio vulcanico da parte dei ricercatori dell’Ingv.

L’Etna è il vulcano più attivo d’Europa e tra i più monitorati al mondo, ma ad oggi nessun modello geologico esistente spiega completamente come si sia formato. Non rientra in nessuno dei tre grandi meccanismi alla base della formazione dei vulcani terrestri. Non si trova al confine tra due placche tettoniche. Non è un vulcano esplosivo generato lungo una zona di subduzione (dove una placca si immerge sotto l’altra) come il Monte Fuji in Giappone. Non è un su un ‘hotspot’ (risalita di materiale molto caldo del mantello) come avviene nel mezzo delle placche tettoniche (isole oceaniche come le Hawaii o La Réunion). E’ infatti situato vicino a una zona di subduzione, ma la sua composizione chimica è simile a quella dei vulcani da hotspot, anche se nelle sue vicinanze non è presente nessuna struttura di questo tipo.

I ricercatori hanno quindi studiato i campioni di lava per valutare l’evoluzione chimica dalla formazione del vulcano, circa 500.000 anni fa, fino ai giorni nostri. E’ emerso che il materiale eruttato è rimasto, sostanzialmente  invariato nel tempo, nonostante l’evoluzione del regime tettonico. Dati alla mano, è emerso che l’Etna è alimentato da piccole quantità di magma già presenti nel mantello superiore, a circa 80 chilometri sotto la superficie. Questi magmi vengono trasportati sporadicamente verso la superficie dai complessi movimenti tettonici dovuti alla collisione tra le placche africana ed eurasiatica. Il vulcano siciliano potrebbe quindi appartenere a una quarta categoria di vulcani poco conosciuta: i cosiddetti vulcani ‘petit-spot’, descritti per la prima volta nel 2006 da geologi giapponesi”, osserva Sébastien Pilet, professore presso la Facoltà di Geoscienze e Ambiente dell’Università di Losanna. La scoperta apre nuove prospettive per comprendere come altri sistemi vulcanici potrebbero formarsi in tutto il mondo.

Un altro aspetto cruciale della ricerca riguarda l’inquadramento geologico regionale. Il vulcanismo etneo non è un fenomeno isolato, ma va considerato come la prosecuzione naturale di un’attività vulcanica più antica che ha interessato in passato la regione settentrionale dei Monti Iblei.

Con il titolo: Etna, Cratere di Sud Est, attività stromboliana e colatina di lava (la bellissima foto è di Giovinsky Aetnensis) 

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Etna e La Montagne Pelée, quelle due simil guglie https://ilvulcanico.it/etna-e-la-montagne-pelee-quelle-due-simil-guglie/ Sun, 01 Mar 2026 07:30:54 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26184 di Santo Scalia Il 2011 fu un anno particolarmente vivace, almeno per quanto riguarda le manifestazioni eruttive dell’Etna. L’attività del vulcano risultò concentrata principalmente al cosiddetto Cratere di Sud-Est [SEC, nelle pubblicazioni vulcanologiche in lingua inglese (n.d.A.)]. Dante, il Database of Etna’s historical eruptions pubblicato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), infatti ci ricorda […]

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di Santo Scalia

Il 2011 fu un anno particolarmente vivace, almeno per quanto riguarda le manifestazioni eruttive dell’Etna. L’attività del vulcano risultò concentrata principalmente al cosiddetto Cratere di Sud-Est [SEC, nelle pubblicazioni vulcanologiche in lingua inglese (n.d.A.)]. Dante, il Database of Etna’s historical eruptions pubblicato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), infatti ci ricorda che l’Etna produsse una «serie di circa 50 episodi di fontane di lava o intensa attività stromboliana al SEC, con flussi di lava principalmente verso S, SE ed E, che hanno formato un nuovo cono (“Nuovo Cratere di Sud-Est”) sul fianco SE del SEC».

Il giornalista Alfio Di Marco, nell’edizione dell’11 settembre del quotidiano catanese La Sicilia, così riassumeva l’attività del vulcano: «Tutto è cominciato a gennaio con un grande buco – un «cratere a pozzo» come lo definiscono gli esperti – dove ha preso a concentrarsi l’attività esplosiva ed effusiva del vulcano. Da questo buco, apertosi alla base del versante orientale del Sud-Est, di volta in volta, il Gigante ha dato sfogo alla sua energia, vomitando nell’atmosfera milioni di tonnellate di materiale incandescente sotto forma di fontane di lava che hanno raggiunto un’altezza di centinaia di metri. E mentre dall’orlo del nuovo cratere il vulcano ha emesso copiose colate di fuoco, alle fontane di lava ha abbinato colonne di cenere che hanno raggiunto un’altezza di 9 chilometri, provocando la copiosa ricaduta di sabbia nera sui paesi pedemontani, sulla stessa Catania e lungo tutta la costa

Tracciato del tremore vulcanico registrato alla stazione ECNEZ dall’INGV l’8 settembre 2011

In particolare l’otto settembre, giovedì, ebbe inizio il 13° parossismo presso quello che ormai veniva definito il “nuovo cratere di sud-est”. Come da copione, in poche decine di minuti il tracciato del tremore vulcanico manifestò una ripida impennata, corrispondente all’aumento delle esplosioni che da stromboliane si trasformavano in fontane di lava: intorno alle ore 8:00 [Central European Summer Time (CEST)] cominciò lo spettacolo che si protrasse per poco più di due ore; infatti, terminata la fase parossistica, ancora secondo copione, altrettanto rapidamente la spinta energetica si esaurì e la calma ritornò alla sommità dell’Etna.

I venti dominanti portarono la colonna di tefra a riversarsi sui paesi del versante orientale etneo, mentre una modesta colata di lava si diresse nella sottostante Valle del Bove.

La guglia del Cratere di Sud-Est (foto S. Scalia)

Stavolta, però, qualcosa di diverso era accaduto: «L’ultimo parossismo, quello di giovedì scorso – spiegano i vulcanologi dell’Ingv – ha modificato ancora il cono piroclastico: due orli, quello meridionale e quello settentrionale sono cresciuti ancora in altezza, mentre continua a franare il fianco sud-orientale. È qui che un costone di roccia composto da scorie stratificate è stato ruotato e capovolto probabilmente dalla spinta del flusso lavico, creando una sorta di maestosa guglia alta una trentina di metri. Che, vista sotto un certo profilo, ha la forma che ricorda una “spina”, con pareti verticali e sub-verticali la cui consistenza appare molto precaria. E non è difficile prevedere che il prossimo parossismo cancellerà ogni traccia di questa straordinaria “scultura” della Natura». [da La Sicilia, edizione citata].

Una “scultura” effimera era apparsa nel fianco sud-orientale del cratere, una “guglia” che qualcuno definì pure col termine “spina”.

Come facilmente pronosticato, la vita di questa particolare struttura durò poco: soltanto undici giorni dopo, il 19 settembre, l’insorgere del 14° parossismo dell’anno cancellò quanto la Natura aveva creato in precedenza.

La guglia, o la spina, particolare formazione etnea (foto S. Scalia)

Ci rimangono però il ricordo e le immagini di quella strana formazione; ho avuto la possibilità di recarmi a quota 3000 metri il 17 di settembre, solo due giorni prima che sparisse. Nella fotogallery vengono riproposti alcuni scatti fotografici.

La particolare formazione del 2011 mi fa ricordare un’altra “guglia”, ben più grande di quella etnea e di diversa natura ed origine: la guglia formatasi alla Montagna Pelée, nella Martinica, in seguito alla terribile e mortale eruzione del 1902.

Foto di Alfred Lacroix tratte dall’opera La Montagne Pelée et ses éruptions (1904)

Il famoso vulcanologo Alfred Lacroix, nelle sue opere La Montagne Pelée et ses éruptions (1904) e La Montagne Pelée après ses eruptions (1908) la definì l’aguille terminale. In quel caso, però, la formazione rocciosa non si generò in seguito a dei crolli alla sommità del vulcano, ma fu creata dall’estrusione lenta di un magma particolarmente viscoso. La guglia si formò nel corso di circa 10 mesi, tra l’ottobre 1902 e l’agosto del 1903.

In quel caso la guglia raggiunse dimensioni notevoli, superando i 300 metri prima di essere lentamente smantellata da una successione di frane e crolli.

Con il titolo: a sinistra la guglia dell’Etna, a destra quella de La Montagne Pelée

 

 

 

 

 

 

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Radon e terremoti: ecco come “respira” l’Etna prima di un’eruzione https://ilvulcanico.it/radon-e-terremoti-ecco-come-respira-letna-prima-di-uneruzione/ Thu, 26 Feb 2026 06:05:50 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26219 (Gaetano Perricone) Ricevo e pubblico con grande interesse e piacere per i lettori del Vulcanico.it, ringraziando gli autori, questo articolo firmato a più mani da un gruppo di ricercatori INGV, tra cui Salvo Giammanco e Marco Neri già preziosi contributors di questo blog, che espone con estrema chiarezza i risultati più aggiornati del monitoraggio del […]

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(Gaetano Perricone) Ricevo e pubblico con grande interesse e piacere per i lettori del Vulcanico.it, ringraziando gli autori, questo articolo firmato a più mani da un gruppo di ricercatori INGV, tra cui Salvo Giammanco e Marco Neri già preziosi contributors di questo blog, che espone con estrema chiarezza i risultati più aggiornati del monitoraggio del gas radon nei suoli dell’Etna come precursore delle eruzioni. L’articolo trae spunto da una recente pubblicazione scientifica e spiega molto bene quanto sia importante e preziosa la misurazione di questo gas per intercettare, “con probabilità misurabile”, il possibile inizio di una nuova attività 

di Salvatore Giammanco, Vincenza Maiolino, Andrea Ursino, Marco Neri, Luca Frasca, Salvatore R. Maugeri, Filippo Murè e Paolo Principato

IN BREVE — Tra il 2023 e il 2025, un gruppo di ricercatori dell’INGV ha condotto un monitoraggio integrato del radon nel suolo, del tremore vulcanico e della sismicità per valutare se il radon possa fornire segnali precoci di unrest (disordine) vulcanico. I risultati indicano che anomalie significative del radon possono precedere, con probabilità misurabile, aumenti del tremore vulcanico e, in alcuni casi, attività stromboliana ai crateri sommitali.

 L’Etna è uno dei vulcani più attivi al mondo e, proprio per questo, è anche uno dei migliori laboratori naturali per capire come si muove il magma nelle profondità della Terra. Negli ultimi anni, una combinazione di tecniche di monitoraggio ha permesso di osservare segnali sempre più precoci dell’attività vulcanica. Tra questi, uno dei più promettenti è il radon, un gas naturale che proviene dal sottosuolo e la cui emissione dal suolo può aumentare quando le rocce si fratturano per aumento di stress tettonico o quando il magma risale verso la superficie ed emette molto gas.

Figura 1 – Area sommitale e prodotti eruttivi del periodo 2023-2025. Le mappe delle singole colate sono state ricavate dai bollettini multiparametrici settimanali pubblicati dall’INGV. VOR = Voragine; NEC = Cratere di Nord-Est; BN = Bocca Nuova; SEC = Cratere di Sud-Est.

Tra il 2023 e il 2025, un gruppo di ricercatori dell’INGV ha monitorato in modo integrato tre parametri: il radon nel suolo, il tremore vulcanico e la sismicità, nel contesto eruttivo del vulcano (Figura 1). L’obiettivo era capire se questi segnali potessero anticipare le fasi di “unrest”, cioè i momenti in cui il vulcano si prepara a un’eruzione. Il risultato di questo intenso lavoro è stato appena pubblicato su un volume speciale della rivista internazionale Quaternary – MDPI.

 UN SENSORE SPECIALE SUL FIANCO DELL’ETNA

Il radon è stato misurato da una stazione permanente (denominata ERN9) situata a circa 2000 metri di quota, vicino al Rifugio Sapienza. Il sensore (Figura 2), installato in un’intercapedine sotterranea, ha registrato oltre 47.000 valori di concentrazione (meglio definita “attività”) di radon in quasi due anni. I dati acquisiti mostrano una grande variabilità, con valori occasionalmente molto elevati: valori compatibili con quelli già osservati in altre zone attive del vulcano nei ultimi due decenni e che già allora avevano dato importanti indicazioni per il monitoraggio delle eruzioni.

Figura 2 – Sonda Radon BARASOL BMC2 (prodotta da ALGADE, Francia) utilizzata presso il sito di campionamento ubicato in prossimità del Rifugio Sapienza (Etna Sud).

Per distinguere i valori di fondo dalle anomalie è stata applicata un’analisi statistica (Normal Probability Plot): la soglia operativa individuata è di circa 2986 Bequerel per metro cubo (Bq/m³), arrotondata a ~3000 Bq/m³, oltre la quale l’attività di radon è considerata anomala.

TREMORE VULCANICO E TERREMOTI: “IL BATTITO” DELL’ETNA 

Il tremore vulcanico è un segnale sismico continuo che aumenta quando il magma si muove rapidamente nei condotti di un vulcano. È uno dei parametri più affidabili per capire se un’eruzione è imminente. Il tremore vulcanico è stato analizzato tramite il parametro RMS (espresso in milliVolt – mV) calcolato su finestre di 15 minuti nella banda 0.5–5.5 Hz. Anche in questo caso è stata individuata una soglia: valori di tremore superiori a 2,5 mV indicano un’anomalia.

La sismicità, invece, è stata analizzata attraverso la localizzazione dei terremoti e il calcolo dell’energia da essi rilasciata. Nel periodo studiato, l’Etna ha mostrato un’attività sismica moderata, con alcuni sciami localizzati soprattutto sui fianchi orientale e meridionale.

Figura 3 – Esempio di correlazione temporale tra anomalia di attività di radon nel suolo (linea grigia), dell’RMS sismico (linea rossa) e di attività eruttiva registrate durante il periodo 24 novembre – 5 dicembre 2023. Nella parte superiore del grafico sono riportati gli eventi eruttivi concomitanti, distinti per tipologia: parossismi al Cratere di Sud-Est – SEC (linea arancione), attività stromboliana al SEC (linea blu scuro) ed effusioni laviche (linea verde).  Si osserva chiaramente che l’anomalia di radon (tagliata al valore di 40.000 Bq/m3 per motivi grafici) inizia circa tre giorni prima dell’aumento di tremore associato al parossismo del 1 dicembre 2023 al Cratere di Sud-Est e circa due giorni prima dell’effusione lavica che ha preceduto la fase parossistica di questa eruzione.

COSA SUCCEDE PRIMA DI UN’ERUZIONE? 

Il confronto tra radon, tremore vulcanico e attività eruttiva ha rivelato un comportamento molto interessante: le anomalie di radon tendono a precedere gli aumenti del tremore. In altre parole, il radon sembra “attivarsi” prima che il magma inizi a muoversi rapidamente verso la superficie (Figura 3).

Le probabilità calcolate mostrano che:

  • circa il 30% delle anomalie di radon è seguito da un aumento del tremore entro 24 ore;
  • la percentuale sale al 46% entro 72 ore

Un risultato simile è stato osservato confrontando il radon con le eruzioni, soprattutto con l’attività stromboliana dei crateri sommitali. Le correlazioni con i parossismi eruttivi, conosciute anche come “fontane di lava”, sono più deboli nel breve termine, ma aumentano su finestre temporali più lunghe.

Figura 4 – Diagramma di flusso che illustra le modalità con cui le anomalie del radon nel suolo si associano agli eventi eruttivi e/o alle anomalie RMS sull’Etna, evidenziando il percorso logico che conduce all’interpretazione delle correlazioni osservate. Il diagramma riporta inoltre le principali limitazioni dell’approccio e le possibili linee di sviluppo futuro. Le percentuali indicate rappresentano l’intervallo di probabilità che il relativo evento si verifichi uno, due o tre giorni dopo un’anomalia di radon.

PERCHE’ IL RADON AUMENTA? 

Il radon sembra agire come tracciante di processi di degassamento e microfratturazione delle rocce, spesso anticipando l’attivazione del sistema di condotti magmatici che si manifesta con aumento del tremore. Tuttavia, il segnale radon non è un predittore univoco: va interpretato insieme ad altri parametri. Infatti, il radon è un gas che si muove facilmente attraverso fratture e pori delle rocce. Quando il magma risale, può:

  • aumentare la pressione nei condotti;
  • indurre microfratturazione delle rocce;
  • modificare la permeabilità del suolo
  • favorire la risalita di altri gas che agiscono da trasportatori del radon

Questi processi possono produrre aumenti improvvisi del radon in superficie, che diventano quindi un possibile segnale precoce di cambiamento di stato nel sistema vulcanico (Figura 4).

UN TASSELLO IN PIU’ PER PREVEDERE L’ATTIVITA’ DELL’ETNA

Il monitoraggio integrato mostra che il radon può essere un precursore a breve termine dell’attività vulcanica, soprattutto quando viene confrontato con altri parametri come il tremore. Non è un segnale sufficiente da solo, ma aggiunge un’informazione preziosa per comprendere cosa accade nel sottosuolo.

L’Etna resta un vulcano complesso, ma studi come questo permettono di migliorare continuamente la capacità di interpretare i suoi segnali e di anticipare le sue mosse, con benefici diretti per la sicurezza e la gestione del rischio.

Bibliografia

Giammanco, S., Maiolino, V., Ursino, A., Neri, M., Frasca, L., Maugeri, S.R., Murè, F., Principato, P., 2026. Integrated Monitoring of Soil Radon Gas and Seismic Activity to Detect Volcanic Unrest at Mount Etna (Italy), 2023–2025. Quaternary 9, 16. https://doi.org/10.3390/quat9010016.

Con il titolo: vista aerea dell’alto fianco meridionale dell’Etna, con ubicazione della sonda radon utilizzata nello studio di Giammanco et al., 2026. Nella fotogallery, le quattro immagini inserite nel testo riprodotte più grandi per una migliore visione

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La “Casermetta di Monte Spagnolo” al CAI Sicilia https://ilvulcanico.it/la-casermetta-di-monte-spagnolo-al-cai-sicilia/ Mon, 23 Feb 2026 10:36:38 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26210 Riceviamo e volentieri pubblichiamo dal Club Alpino Italiano, Gruppo Regionale Sicilia  COMUNICATO STAMPA Assegnata dal Comune di Randazzo. Il presidente nazionale del sodalizio, Antonio Montani, ha visitato la struttura che entrerà a far parte della rete dei rifugi CAI Lo storico rifugio “Casermetta di Monte Spagnolo” è stato assegnato dal Comune di Randazzo, ente proprietario, […]

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo dal Club Alpino Italiano, Gruppo Regionale Sicilia 

COMUNICATO STAMPA

Assegnata dal Comune di Randazzo. Il presidente nazionale del sodalizio, Antonio Montani, ha visitato la struttura che entrerà a far parte della rete dei rifugi CAI

Lo storico rifugio “Casermetta di Monte Spagnolo” è stato assegnato dal Comune di Randazzo, ente proprietario, al Gruppo Regionale del Club alpino italiano. L’edificio si trova a circa 1500 metri di quota sul versante settentrionale dell’Etna. Entro breve tempo la struttura potrà diventare un prezioso punto di riferimento per gli escursionisti che vorranno frequentare quel versante del vulcano.

Monte Spagnolo, la firma dell’accordo

Dopo l’espletamento di una evidenza pubblica, il contratto di comodato è stato firmato presso l’ufficio tecnico del Comune, alla presenza di due componenti della Commissione straordinaria che amministra l’Ente. Successivamente i rappresentanti del CAI hanno preso possesso dell’immobile. Si avvia così a conclusione l’iter di rilancio di un edificio comunale, risalente al periodo fascista, che da circa dieci anni è stato ristrutturato, restando però del tutto inutilizzato. “Siamo molto grati all’ufficio tecnico comunale e alla intera Commissione straordinaria che amministra il Comune di Randazzo– ha dichiarato Giuseppe Riggio, presidente regionale di CAI Sicilia – per aver saputo sbloccare in pochi mesi l’utilizzo di una risorsa di fondamentale importanza per il turismo escursionistico etneo. Saremo impegnati, con la passione dei volontari ma avvalendoci anche della secolare esperienza del Club alpino italiano, a rendere disponibile questo prezioso fabbricato a quanti vogliono scoprire il versante più integro del Parco dell’Etna”.

Anche il presidente nazionale del Club alpino italiano, Antonio Montani, presente sull’Etna nei giorni scorsi, ha voluto andare a visitare la nuova struttura assegnata a CAI Sicilia insieme a Mario Vaccarella, componente del consiglio direttivo centrale del sodalizio: “Il CAI attraverso le sue strutture territoriali ha sviluppato competenze profonde nella gestione di circa 700 strutture montane – ha spiegato Montani  siamo ben felici che anche CAI Sicilia abbia un compatto, ma attrezzato edificio da dedicare all’accoglienza sul vulcano”.

L’importanza della “Casermetta di Monte Spagnolo” è legata al fatto che si trova lungo la pista forestale che circonda due versanti dell’Etna, per una lunghezza di circa 35 chilometri. La struttura potrà garantire il pernottamento lungo il Sentiero Italia CAI e come posto tappa del Gran Tour Etneo a circa 10 ospiti. Dal rifugio si può inoltre agevolmente accedere alla famosa Grotta del Gelo e alla splendida, circostante faggeta.

Presente al primo sopralluogo alla struttura anche il presidente del Gal terre dell’Etna e dell’Alcantara, Ignazio Puglisi, che ha sostenuto il Comune di Randazzo nel percorso di recupero della struttura e di restituzione alla pubblica fruizione, e i soci della Sottosezione CAI di Randazzo, con il suo reggente Stefano Castellana, che collaboreranno alla conduzione del rifugio. Nei pressi della Casermetta è operativo anche un bivacco forestale gestito dal Dipartimento sviluppo rurale della Regione Siciliana

Con il titolo: la Casermetta di Monte Spagnolo

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Quel mosaico di faglie. “La crosta terrestre sotto lo Stretto di Messina è tutt’altro che stabile” https://ilvulcanico.it/quel-mosaico-di-faglie-la-crosta-terrestre-sotto-lo-stretto-di-messina-e-tuttaltro-che-stabile/ Tue, 17 Feb 2026 15:34:07 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26177 FONTE: https://ingvterremoti.com/ Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina e Reggio Calabria. Da allora, […]

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FONTE: https://ingvterremoti.com/

Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina Reggio Calabria. Da allora, geologi e sismologi di tutto il mondo hanno cercato di capire quale faglia  possa aver causato quel  terremoto e quali processi profondi continuino a generarne altri.

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista internazionale Tectonophysics e condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e di alcune università italiane ed europee, offre oggi una visione più chiara e completa della struttura geologica dello Stretto. Lo studio, dal titolo “Structural development and seismogenesis in the Messina Straits revealed by stress/strain pattern above the edge of the Calabrian slab”, integra dati sismologici e geofisici marini, e analizza oltre 2.400 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019, rilocalizzati con tecniche di precisione e considerando anche dati registrati da sistemi di monitoraggio posti sul fondale marino (osservatorio multidisciplinare NEMO-SN1 e 7 Ocean Bottom Seismometers – OBSs installati durante l’esperimento Seismofaults; Sgroi et al., 2021a; Sgroi et al., 2021b; Sgroi et al., 2021c).

Un laboratorio naturale di geodinamica mediterranea

Lo Stretto di Messina si trova in un punto di incontro tra due grandi placche: quella africana, che spinge verso nord, e quella eurasiatica, che resiste e scivola sopra di essa. Qui la crosta terrestre si piega, si spezza e si muove lungo una serie di faglie attive, in un complesso gioco di compressione, distensione e scorrimento laterale. A sud-est, nel Mar Ionio, la placca africana si immerge sotto la Calabria, formando la cosiddetta “subduzione calabra” dove un lembo della crosta oceanica dell’antico oceano della Tetide scende lentamente nel mantello terrestre.

Questo lento movimento di subduzione trascina con sé la parte superiore della crosta, generando deformazioni che si estendono fino in superficie e che plasmano la morfologia dello Stretto. È un processo che, nel corso di milioni di anni, ha dato origine a catene montuose, faglie e depressioni marine, ma che ancora oggi è all’origine di terremoti potenzialmente distruttivi.

Due zone dove nascono i terremoti

Dall’analisi dei dati, i ricercatori hanno individuato due principali strati della crosta terrestre dove si concentra l’attività sismica:

  • uno superficiale, tra 6 e 20 km di profondità, dove si sviluppano i terremoti più frequenti e più legati alla deformazione della crosta continentale;
  • uno più profondo, tra 40 e 80 km, associato anche ai movimenti della placca ionica in subduzione sotto la Calabria.

Questa doppia struttura sismogenetica indica che la deformazione avviene su più livelli e con meccanismi diversi: nella parte superiore dominano le forze estensionali, che tendono ad allungare e sprofondare la crosta, mentre più in profondità si manifestano anche forze compressive, legate alla convergenza tra Africa ed Europa.

Distribuzione epicentrale della sismicità registrata tra il 1990 e il 2019 (cerchi neri pieni). Le linee arancioni indicano le faglie attive descritte nell’area dello Stretto di Messina da Lavecchia et al., 2024 e Barreca et al., 2021. Le linee rosse rappresentano le faglie descritte in questo nuovo studio. La stella rossa indica l’epicentro del terremoto del 1908 (Boschi et al., 1989). L’area a forma sigmoidale, di colore giallo chiaro, evidenzia la zona principale di deformazione all’interno del bacino dello Stretto.

Un mosaico di faglie, non una sola “grande spaccatura”

Uno dei risultati più interessanti del lavoro è che la deformazione nello Stretto di Messina è controllata da un sistema complesso di faglie interconnesse. Queste strutture si estendono sia a terra che sotto il mare e si muovono in modo coordinato, come le tessere di un mosaico che si adattano e scorrono l’una sull’altra.

Le nuove immagini sismiche acquisite sul fondale hanno rivelato scarpate morfologiche, e dislocazioni nei sedimenti recenti, segni inequivocabili di deformazione attiva. Anche se molte di queste tracce sono cancellate dalle forti correnti marine o dai frequenti movimenti franosi dei versanti, la loro presenza conferma che la crosta terrestre sotto lo Stretto è tutt’altro che stabile.

Dal 1908 a oggi: cosa sappiamo della sismicità attuale

Negli ultimi trent’anni, la Rete Sismica gestita dall’INGV e i sistemi di monitoraggio sottomarini hanno registrato solo terremoti di bassa e media magnitudo nell’area dello Stretto, alcuni dei quali si sono verificati in piccoli raggruppamenti dando origine ad alcune sequenze sismiche.

Queste sequenze recenti, spesso localizzate vicino all’epicentro del sisma del 1908, mostrano meccanismi di fagliazione coerenti con quelli individuati nello studio: piccoli segmenti di faglie orientate NE–SW che si attivano a profondità comprese tra 4 e 12 km.

Perché questi risultati sono importanti

Comprendere la geometria e il comportamento delle faglie sotto lo Stretto di Messina non è solo un esercizio accademico: è fondamentale per migliorare la valutazione della pericolosità sismica in una delle zone più densamente popolate e vulnerabili d’Italia.

Questo lavoro dimostra che la deformazione della crosta terrestre in quest’area è fortemente influenzata dai processi profondi legati alla subduzione della placca ionica, e che la sismicità superficiale rappresenta la manifestazione di movimenti che avvengono a decine di chilometri di profondità.

Questa nuova visione geodinamica integra per la prima volta in modo coerente le osservazioni sismologiche, geofisiche e morfologiche, fornendo una base più solida per gli studi futuri sulla sismogenesi dello Stretto e sulla pericolosità sismica dell’area.

Lo Stretto di Messina non è solo una frontiera tra due regioni italiane, ma anche il confine dinamico tra due placche terrestri in continua collisione. Sotto quelle acque si nasconde un sistema di faglie attive che racconta una storia di movimenti millenari, ma anche di un futuro sismico che dobbiamo continuare a studiare con attenzione.

Il lavoro è disponibile al link: https://doi.org/10.1016/j.tecto.2025.230920.

A cura di Tiziana Sgroi (INGV – Roma 2), Graziella Barberi (INGV – OE), Luca Gasperini (ISMAR – CNR), Rob Govers (Università di Utrecht), Nicolai Nijholt (Università di Utrecht), Giuseppe Lo Mauro (Università di Bari), Marco Ligi (ISMAR – CNR), Andrea Artoni (Università di Parma), Luigi Torelli (Università di Parma), Alina Polonia (ISMAR – CNR).

Bibliografia

Barreca, G., Gross, F., Scarfì, L., Aloisi, M., Monaco, C., Krastel, S., 2021. The Strait of Messina: Seismotectonics and the source of the 1908 earthquake. Earth Science Reviews 218, 103685. https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2021.103685.

Boschi, E., Pantosti, D., Valensise, G., 1989. Modello di sorgente per il terremoto di Messina del 1908. Atti Convegno GNGTS 8, 245–258.

Lavecchia, G., Bello, S., Andrenacci, C., Cirillo, D., Pietrolungo, F., Talone, D., et al., 2024. QUIN 2.0 – new release of the QUaternary fault strain INdicators database from the Southern Apennines of Italy. Scientific Data 11 (1), 189. https://doi.org/10.1038/ s41597-024-03008-6.

Sgroi, T., Polonia, A., Barberi, G., Billi, A., Gasperini, L., 2021a. New seismological data from the Calabrian arc reveal arc-orthogonal extension across the subduction zone. Scientific Reports 11 (1), 473. https://doi.org/10.1038/s41598-020-79719-8.

Sgroi, T., Barberi, G., Marchetti, A., 2021b. The contribution of the NEMO-SN1 seafloor observatory to improve the seismic locations in the Ionian Sea (Italy). Annals of Geophysics 64 (6), SE655. https://doi.org/10.4401/ag-8575.

Sgroi, T., Polonia, A., Beranzoli, L., Billi, A., Bosman, A., Costanza, A., et al., 2021c. One Year of Seismicity Recorded Through Ocean Bottom Seismometers Illuminates Active Tectonic Structures in the Ionian Sea (Central Mediterranean). Frontiers in Earth Science 9. https://doi.org/10.3389/feart.2021.661311.

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