di Vincenzo Greco

L’Etna riesce sempre a suscitare grande interesse e meraviglia. Non perché ogni sua manifestazione sia necessariamente unica o imprevedibile, ma perché il vulcano possiede una straordinaria varietà di modalità eruttive che, pur rientrando spesso in schemi già osservati e studiati nel corso del tempo, continuano a rappresentare un laboratorio naturale di eccezionale valore scientifico e umano. L’attività eruttiva che interessa attualmente la parte sommitale dell’Etna, iniziata il 26 giugno 2026, rappresenta ancora una volta una dimostrazione della straordinaria vitalità del vulcano. Si tratta di una manifestazione che rientra pienamente nelle caratteristiche delle attività terminali e subterminali che hanno contraddistinto numerose fasi eruttive del vulcano nel corso della sua storia recente e che, soprattutto, non desta alcuna preoccupazione per i centri abitati o per le principali aree turistiche del territorio.

I PRIMI SEGNALI DI CAMBIAMENTO. In realtà, i segnali che qualcosa stesse cambiando erano già osservabili nei giorni precedenti al 26 giugno. Il Cratere di Nord-Est aveva infatti mostrato un progressivo incremento dell’attività esplosiva intracraterica, con esplosioni localizzate sul fondo del condotto che, pur rimanendo pienamente all’interno delle normali dinamiche del vulcano, stavano gradualmente aumentando in frequenza e intensità. Anche dopo gli eventi effusivi che avevano caratterizzato il periodo compreso tra il 1° e il 13 gennaio 2026, il sistema vulcanico aveva continuato a manifestare alcuni segnali di dinamismo, senza però mostrare evidenze chiare di una nuova imminente fase eruttiva. Nel corso del mese di giugno, inoltre, si sono osservati fenomeni di subsidenza e deformazione delle aree sommitali, chiari indicatori di un sistema che stava progressivamente rispondendo alle pressioni interne. La conoscenza delle dinamiche che caratterizzano questo tipo di fenomenologie ha consentito, attraverso l’osservazione diretta sul campo, di riconoscere alcuni segnali che indicavano una possibile evoluzione del sistema vulcanico.
Le osservazioni effettuate nei giorni precedenti all’inizio dell’attività effusiva, e in particolare quelle svolte nella mattinata del 26 giugno, mi hanno infatti consentito di interpretare le modificazioni morfologiche che stavano interessando l’area sommitale, mettendole in relazione con fenomenologie analoghe osservate durante precedenti episodi eruttivi dell’Etna. Questa capacità di lettura del territorio nasce dall’osservazione continua del vulcano e dall’esperienza maturata nel corso di circa ventisette anni di frequentazione costante dell’ambiente etneo, che permette di riconoscere quelle variazioni, anche minime, che spesso precedono l’evoluzione di un’attività eruttiva.

La mattina del 26 giugno, intorno alle ore 10, durante una mia osservazione diretta sul campo, ho avuto modo di constatare come nell’area interessata dall’attività del Cratere Centrale, lungo il pendio orientale in prossimità della zona già coinvolta dall’attività eruttiva del 6 luglio 2014, tra i coni di scorie presenti nell’alta Valle del Leone, si stessero sviluppando evidenti sistemi di fratture radiali accompagnati da fenomeni di degassamento. L’osservazione di queste strutture mi ha immediatamente fatto ipotizzare che il sistema vulcanico stesse attraversando una nuova fase evolutiva. Per questo motivo ho provveduto a condividere tempestivamente le informazioni raccolte sia con l’ente di ricerca preposto al monitoraggio del vulcano sia con i colleghi che operano quotidianamente sul territorio. Questo aspetto rappresenta uno degli elementi fondamentali del lavoro delle guide vulcanologiche. La nostra presenza costante sul vulcano ci porta infatti a svolgere anche un’importante funzione di osservazione e di sentinella del territorio, contribuendo a segnalare tempestivamente eventuali variazioni dell’attività e collaborando, ciascuno nel proprio ruolo, al mantenimento delle migliori condizioni di sicurezza possibili. Ogni cambiamento osservato sul vulcano, anche quello apparentemente meno significativo, assume infatti un’importanza rilevante sia per la tutela delle persone che accompagniamo durante le attività escursionistiche, sia per la gestione complessiva del contesto operativo nel quale svolgiamo quotidianamente la nostra professione. Per questo motivo osservare, documentare, confrontarsi e condividere le informazioni rappresenta una parte essenziale del nostro lavoro sul campo. In quel momento ho avuto la sensazione che il sistema fosse ormai prossimo a una nuova evoluzione. La conferma è arrivata poche ore dopo. Intorno a mezzogiorno, il vulcano ha deciso di manifestare la propria energia attraverso l’apertura di una nuova frattura eruttiva e l’emissione della prima colata lavica.

LA NUOVA ATTIVITA’ NELL’ALTA VALLE DEL LEONE. L’attività si è sviluppata nel settore dell’alta Valle del Leone, in prossimità dell’area interessata anche dall’attività del luglio 2014, tra i caratteristici coni di scorie presenti alla base orientale del Cratere Centrale. Dal 26 giugno fino ai primi giorni di luglio, l’eruzione ha mostrato un comportamento relativamente stabile, con tassi di emissione lavica variabili ma generalmente contenuti. Le colate hanno raggiunto lunghezze complessive inferiori ai due chilometri, sviluppandosi progressivamente all’interno di canali lavici costruiti dal flusso stesso. Ho avuto la possibilità di osservare questa attività in diverse occasioni, sia autonomamente sia insieme ai colleghi, non soltanto per documentarne l’evoluzione, ma anche per fornire informazioni aggiornate a chiunque chiedesse chiarimenti sulla situazione in corso. È importante sottolineare come questa attività si sviluppi in un ambiente di alta quota, estremamente remoto e distante dai centri abitati e dalle principali aree turistiche dell’Etna. Per questo motivo, pur trattandosi di un fenomeno di grande interesse scientifico e naturalistico, esso non rappresenta alcun motivo di preoccupazione per la popolazione.
IL RITORNO DI UNA TIPICA ATTIVITA’ SUBTERMINALE. Quella a cui stiamo assistendo è la classica attività subterminale dell’Etna, una tipologia eruttiva che il vulcano ha manifestato numerose volte nel corso della sua storia recente. Negli ultimi anni, tuttavia, la straordinaria attività del Cratere di Sud-Est, con le sue spettacolari fontane di lava e i numerosi episodi parossistici, aveva inevitabilmente catturato l’attenzione di osservatori, appassionati e studiosi. Anche le intense manifestazioni della Voragine nel 2024 avevano contribuito a modificare la percezione collettiva delle dinamiche eruttive etnee. Fenomeni come quello attuale ci ricordano invece un altro volto dell’Etna: quello delle eruzioni generalmente meno violente, più durature e, sotto molti aspetti, anche meno pericolose rispetto ai grandi episodi parossistici che hanno caratterizzato gli ultimi anni.

PERCHE’ IL CRATERE CENTRALE RIMANE SEMPRE IL CRATERE CENTRALE. Per quanto mi riguarda, però, il Cratere Centrale resta sempre il Cratere Centrale. Vederlo tornare protagonista rappresenta ogni volta qualcosa di speciale. Negli ultimi anni il ruolo principale sulla scena eruttiva dell’Etna è stato occupato soprattutto dal Cratere di Sud-Est, che con la sua straordinaria frequenza di attività ha inevitabilmente attirato l’attenzione di tutti. Per molti, il Cratere di Sud-Est è diventato il simbolo dell’attività recente dell’Etna. Eppure il Cratere Centrale, con i suoi tempi e le sue modalità, non ha mai smesso di ricordarci il proprio ruolo fondamentale all’interno del sistema vulcanico etneo. Dopo i parossismi del 2015, le attività del 2016 e le successive fasi eruttive del 2019, del 2020, del 2021 e del 2024, il Cratere Centrale è tornato ancora una volta a prendersi la scena, mostrando quella straordinaria capacità di rinnovarsi e di sorprendere che da sempre caratterizza il nostro vulcano.
UN AMBIENTE SPETTACOLARE, MA DA AFFRONTARE CON RISPETTO. L’attività è ancora in corso e il sistema continua a evolversi. Non si può escludere che nelle prossime settimane possano verificarsi ulteriori variazioni dell’attività eruttiva. L’area interessata dall’eruzione presenta caratteristiche geomorfologiche e vulcanologiche che meritano particolare attenzione. Si tratta infatti di un settore caratterizzato da estesi sistemi di fratturazione, dalla presenza di accumuli nevosi residui ancora sepolti dai depositi vulcanici recenti e più antichi, oltre che da una morfologia estremamente complessa. La presenza della lava in un ambiente di questo tipo richiede particolare cautela, anche perché le interazioni tra il magma e gli elementi superficiali possono produrre fenomenologie secondarie che devono essere attentamente valutate. La Valle del Leone e il settore superiore della Valle del Bove rappresentano ambienti vulcanici di straordinaria bellezza, ma allo stesso tempo estremamente impegnativi. Si tratta di aree remote, difficili da raggiungere e caratterizzate da condizioni ambientali che possono cambiare rapidamente. Per questo motivo consiglio sempre a chi desidera avvicinarsi a questi fenomeni di informarsi preventivamente e di evitare iniziative improvvisate. In particolare, suggerisco di non addentrarsi all’interno della Valle del Bove o delle aree sommitali senza un’adeguata conoscenza del territorio e delle condizioni vulcaniche del momento. La presenza diffusa di fratture, che rappresentano la risposta fragile del terreno alle risalite magmatiche, testimonia la continua evoluzione di questo settore del vulcano e costituisce uno degli elementi che richiedono maggiore attenzione durante le fasi eruttive.

IL RUOLO DELLE GUIDE VULCANOLOGICHE. In questo contesto, il ruolo delle guide vulcanologiche assume un’importanza fondamentale. La nostra attività si svolge sempre nel rispetto delle normative vigenti, delle procedure operative e delle indicazioni predisposte dal Collegio Regionale delle Guide Alpine e Vulcanologiche della Sicilia, oltre che delle eventuali disposizioni emanate dalle autorità competenti. Ci autoregoliamo costantemente in funzione dell’evoluzione del fenomeno, delle condizioni ambientali e del quadro di rischio presente sul vulcano. Il nostro compito non consiste solamente nell’accompagnare le persone, ma soprattutto nel fornire tutte le informazioni necessarie affinché chi visita l’Etna possa comprendere le caratteristiche dell’ambiente vulcanico, i rischi associati e le corrette modalità di fruizione del territorio. La valutazione del rischio rappresenta uno degli aspetti più importanti della nostra professione. In qualità di professionisti e conoscitori del territorio, siamo chiamati quotidianamente a effettuare valutazioni continue delle condizioni operative, assumendoci la responsabilità di condurre le persone esclusivamente nelle aree e nelle situazioni in cui siano presenti adeguati margini di sicurezza. Quando le condizioni del vulcano, le normative vigenti e il quadro generale della sicurezza lo consentono, organizziamo le nostre attività seguendo procedure consolidate e sistemi di gestione del rischio strutturati, sempre con l’obiettivo primario della tutela delle persone.
UN VULCANO CHE CONTINUA AD EMOZIONARE. Osservare oggi il Cratere Centrale nuovamente in attività rappresenta, ancora una volta, un privilegio straordinario. Nonostante gli anni trascorsi a studiare, osservare e vivere l’Etna quotidianamente, assistere al ritorno dell’attività del Cratere Centrale continua a suscitare le stesse emozioni di sempre. Perché, se è vero che oggi gli strumenti di monitoraggio consentono di riconoscere con sempre maggiore precisione i segnali che precedono una variazione dell’attività vulcanica, è altrettanto vero che ogni fase eruttiva possiede una propria evoluzione, una propria storia e caratteristiche che continuano a rendere l’Etna uno dei sistemi vulcanici più affascinanti e studiati al mondo. Ed è forse proprio questo il motivo per cui il vulcano continua, ancora oggi, a regalare emozioni e insegnamenti a chi ha la fortuna e il privilegio di poterlo osservare da vicino.
Tutte le splendide foto e il magnifico video sono di Vincenzo Greco


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