di Gaetano Perricone

 

Per titolare questo mio pensiero, scelgo una facile parafrasi: quella di un noto film del 1974, Finché c’è guerra, c’è speranza, di e con il grande Albertone Sordi. In quel caso, con amaro e feroce sarcasmo che potrebbe essere estremamente attuale, era la guerra a dare speranza di bieco arricchimento ai trafficanti di armi come il protagonista. Nel caso di questa mia riflessione, la speranza si chiama democrazia: un humus nel quale ho avuto la fortuna e il privilegio di nascere, crescere, vivere fino ai miei attuali settant’anni, ma che oggi non sembra più essere tra i “desiderata” dei popoli, soprattutto e in gran parte europei, che sono andati avanti con questa forma di governo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a oggi. Sembra sempre più farsi avanti, dimenticando completamente la storia, una nuova voglia di regimi, di uomo/donna forte al comando. Di “democratura”, cioè di dittatura camuffata da regole democratiche come la chiamano oggi, nella migliore delle ipotesi; di dittatura direttamente nella peggiore. Seconda la mia opinione, ovviamente, che fino a oggi posso esprimere nel mio Paese in libertà e non è poco.

Ho pensato da cittadino, vecchio professionista dell’informazione, di farlo qui sul mio blog, che è mia creatura da dieci anni, perché lo ritengo il luogo più appropriato. Su Ilvulcanico.it, da oggi, non più e non solo tanta Etna con poco contorno di altro, ma le mie opinioni – quando lo riterrò opportuno – su tutti gli argomenti sui quali mi sentirò di esprimerle. Per una ragione a mio avviso semplicissima: la delicatezza e complessità del momento che stiamo vivendo ci impone di dire la nostra. Di esprimerci e schierarci quando necessario.

A proposito di democrazia, hanno suscitato in me profonda inquietudine due fatti accaduti a distanza di poche ore: la nuova legge elettorale approvata alla Camera, che prevede un imponente premio di maggioranza (70 seggi alla Camera, 35 al Senato) per la coalizione che raggiunga il 42 per cento in ognuno dei due rami del Parlamento; il frettolosissimo e grossolano avvio da parte del Ministro della Giustizia di un provvedimento di grazia – subito bloccato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che lo ha ricevuto al Quirinale “per puntualizzare i limiti delle attribuzioni del Ministro in tema di concessione della grazia, facoltà che la Costituzione riserva esclusivamente al Presidente della Repubblica come confermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza 200 del 2006” (fonte: quirinale.it) –  per Mario Roggero, il gioielliere che inseguì e uccise con la sua pistola due rapinatori il 28 aprile 2021, condannato a 14 anni per essere andato oltre la legittima difesa. Due eventi che mi hanno definitivamente convinto, mettendo da parte ogni sottovalutazione, del percorso politico più che reazionario intrapreso dal potere dominante nel nostro Paese.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Ho immaginato la fine del 2027. La destra, alleata inevitabilmente e inesorabilmente con il nerissimo generale, vince con oltre il 42 per cento, conquista il premio di maggioranza, può fare quello che vuole, ha i numeri. Elegge nel 2029, forse anche prima se riesce a fare dimettere Mattarella, la sua leader di oggi prima donna Presidente della Repubblica più forte che mai politicamente  la quale nella migliore della ipotesi nomina Primo Ministro il suo sottosegretario più esperto e di fiducia, nella peggiore e davvero più drammatica il generale, che certamente e comunque dovrà essere premiato per il suo decisivo apporto alla vittoria con un incarico molto importante, il Ministero per esempio dell’Interno.

Fantapolitica? Non credo proprio. Considerata anche, almeno fine a oggi, la consistenza numerica, la coesione, soprattutto la proposta politica dell’opposizione di centro sinistra, del tutto insufficienti per fermare l’onda nera che monta. Né credo molto a un ruolo significativo del centro moderato alleato con la destra: sono tutti pronti, come sempre, a salire sul carro del vincitore. E allora la domanda, per me inquietantissima, non può che essere una sola: siamo destinati a rivivere in Italia un nuovo fascismo, populista e razzista, in versione terzo decennio degli anni Duemila? Inizialmente democratura, con il tempo di fatto dittatura, come ad esempio accadde a lungo in Ungheria con Viktor Orban? La mia paura è grande e ragionevole: non è un “mantra” come qualcuno ha commentato, l’evocazione del rischio di un ritorno del fascismo, peraltro mai sparito dalle nostalgie di non pochi italiani. Ma finché c’è democrazia, in un Paese di fatto ancora diviso a metà, c’è speranza

Con il titolo: il duce del fascismo Benito Mussolini pronuncia in Parlamento il suo discorso, 17 novembre 1922 (fonte https://museonazionaleresistenza.it/)

Gaetano Perricone

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