scienza e divulgazione Archivi - Il Vulcanico https://ilvulcanico.it/category/scienza-e-divulgazione/ Il Blog di Gaetano Perricone Fri, 25 Sep 2026 13:38:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1.2 Etna, ecco perché quel pennacchio bruno‑rossiccio emesso dal Cratere di Nord‑Est https://ilvulcanico.it/etna-ecco-perche-quel-pennacchio-bruno-rossiccio-emesso-dal-cratere-di-nord-est/ Fri, 25 Sep 2026 13:38:32 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26582 FONTE: https://ingvvulcani.com/ di Marco Neri  Da alcune settimane il Cratere di Nord‑Est (CNE) dell’Etna emette discontinuamente un pennacchio gassoso caratterizzato da un’elevata concentrazione di particolato fine con tonalità bruno‑rossicce (Figura 1), che il 24 settembre ha assunto dimensioni molto evidenti. Tale fenomeno si colloca nella fase post‑eruttiva successiva all’intensa attività di luglio‑agosto 2026, durante la […]

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FONTE: https://ingvvulcani.com/

di Marco Neri 

Da alcune settimane il Cratere di Nord‑Est (CNE) dell’Etna emette discontinuamente un pennacchio gassoso caratterizzato da un’elevata concentrazione di particolato fine con tonalità bruno‑rossicce (Figura 1), che il 24 settembre ha assunto dimensioni molto evidenti. Tale fenomeno si colloca nella fase post‑eruttiva successiva all’intensa attività di luglio‑agosto 2026, durante la quale il Cratere Voragine (VOR) ha prodotto esplosioni frequenti e colate laviche alimentate anche da un sistema di fessure laterali che si è propagato verso la Valle del Bove fino a circa 1900 m di quota.

Figura 1 – Pennacchio bruno‑rossiccio emesso dal Cratere di Nord‑Est il 1° settembre 2026, arricchito da materiale fine rimobilizzato nel condotto dopo le recenti fasi eruttive di luglio‑agosto.

Durante la fase eruttiva, una parte delle lave emesse dalla Voragine è defluita per diversi giorni all’interno del condotto del CNE, senza tuttavia riuscire a colmarlo. Il flusso lavico ha rivestito le pareti interne del condotto con scorie, vetri vulcanici e materiale ossidato, generando un accumulo di prodotti incoerenti e facilmente rimobilizzabili (Figura 2). Il flusso lavico VOR → CNE è rimasto attivo fino al 19 agosto, per poi cessare e transitare in raffreddamento.

Figura 2 – Cratere Voragine in attività esplosiva ed effusiva il 13 agosto 2026. Il ribassamento del settore settentrionale del cono piroclastico ha generato un graben nel quale si è impostata una fessura eruttiva. La lava fuoriusciva dalla fessura fluendo direttamente nel Cratere di Nord‑Est, scomparendo nel suo condotto senza mai riempirlo. Immagine estratta da un video di #Etnawalk, che ringrazio per la gentile concessione.

A partire dal 24-25 agosto, il tremore vulcanico ha mostrato un decremento significativo, con un abbassamento dei centroidi localizzati tra VOR e CNE, che si sono spostati a quote comprese tra 1800 e 3000 m s.l.m. Questo comportamento è compatibile con una riduzione della spinta magmatica nel sistema di conduzione e con un progressivo abbassamento della colonna magmatica nel condotto del CNE. In tali condizioni, il degassamento diventa meno energetico ma più efficiente nel mobilizzare materiale incoerente: il flusso di gas ascendente è comunque intenso ed è in grado di erodere le pareti interne del condotto e trascinare in atmosfera particelle solide micrometriche precedentemente depositate. Uno schema dell’intero processo è rappresentato in Figura 3.

Figura 3 – Schema dei condotti del Cratere Voragine e del Cratere di Nord‑Est: il magma traboccato dalla Voragine è defluito nel condotto del CNE; il successivo abbassamento della colonna magmatica ha favorito la rimobilizzazione di materiale fine e l’emissione di un pennacchio bruno‑rossiccio. Elaborazione grafica con supporto IA.

La colorazione bruno‑rossiccia del pennacchio è attribuibile alla presenza di particelle solide fortemente alterate chimicamente, ricche in ossidi di ferro e frammenti vetrosi deteriorati. Si tratta presumibilmente di residui delle colate e delle scorie accumulate nel condotto del CNE durante le recenti fasi eruttive, e non della frammentazione di nuovo magma. Tali materiali lavici sono stati esposti a gas magmatici fortemente corrosivi perché ricchi in anidride solforosa (SO2), acido cloridrico (HCl) ed acido fluoridrico (HF). Questi gas sono presenti nel pennacchio emesso dal CNE in forti concentrazioni e sono in grado di accelerare il naturale processo di alterazione chimico-fisica delle rocce laviche, determinando la loro “argillificazione” (trasformazione in argilla) in tempi estremamente brevi. Il fenomeno è coerente con una fase di “svuotamento” del sistema di conduzione, caratterizzata da una riduzione della pressione interna e da processi di erosione e pulizia delle pareti del condotto.

In sintesi, il pennacchio bruno‑rossiccio attualmente emesso dal Cratere di Nord‑Est rappresenta un segnale di rimobilizzazione meccanica di materiale solido preesistente nel condotto, favorito dall’abbassamento della colonna magmatica e dalla conseguente diminuzione della spinta magmatica. Tale comportamento è tipico delle fasi post‑eruttive in cui il vulcano passa da un regime di alimentazione sostenuta a un regime di degassamento residuo. Una dinamica simile venne osservata anche dopo l’eruzione laterale di dicembre 2018: per diverse settimane gli stessi crateri CNE e Bocca Nuova (BN) hanno emesso cenere praticamente identica a quella di questi giorni. Non si può, tuttavia, escludere che questa fase “di pulizia” del condotto possa costituire una transizione: da un lato segna la conclusione dell’attività eruttiva precedente, dall’altro potrebbe rappresentare il preludio a una successiva fase di attività, qualora il sistema magmatico dovesse nuovamente pressurizzarsi.

Nelle prime settimane di settembre si è riattivato il cratere a pozzo ubicato nella parte occidentale della Bocca Nuova che ha alternato modeste attività stromboliane, in particolare tra il 15 ed il 18 settembre, con discontinue emissioni di cenere.

Nel complesso, il quadro osservato suggerisce che il sistema sommitale dell’Etna stia attraversando una fase di riorganizzazione interna, in cui processi di degassamento residuo, rimobilizzazione di materiali incoerenti e modeste attività esplosive si manifestano in modo alternato nei diversi crateri attivi. La ripresa dell’attività nel cratere a pozzo della Bocca Nuova, con sporadiche emissioni di cenere e brevi fasi stromboliane, si inserisce in questo contesto di dinamica vulcanica a bassa energia, indicando che il vulcano rimane in uno stato di instabilità moderata che richiede un monitoraggio particolarmente attento e continuo.

Con il titolo: Etna, 25 settembre 2026 (foto di Gaetano Perricone) 

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Le 18 principali fake news sulla pericolosità di vulcani ed eruzioni. Alcune sull’Etna https://ilvulcanico.it/le-18-principali-fake-news-sulla-pericolosita-di-vulcani-ed-eruzioni-alcune-sulletna/ Tue, 15 Sep 2026 06:46:51 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26567 FONTE: https://www.ingv.it/stampa-urp/ufficio-stampa/ Dalla “cintura di fuoco del Pacifico” ai “supervulcani”, dalle camere magmatiche alla previsione delle eruzioni: un gruppo internazionale di vulcanologi analizza le più diffuse idee fuorvianti sui vulcani e sulle loro eruzioni. Tra loro anche Boris Behncke dell’INGV Osservatorio Etneo Sono ben 18 le convinzioni errate maggiormente diffuse sui vulcani e sulle loro […]

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FONTE: https://www.ingv.it/stampa-urp/ufficio-stampa/

Boris Behncke

Dalla “cintura di fuoco del Pacifico” ai “supervulcani”, dalle camere magmatiche alla previsione delle eruzioni: un gruppo internazionale di vulcanologi analizza le più diffuse idee fuorvianti sui vulcani e sulle loro eruzioni. Tra loro anche Boris Behncke dell’INGV Osservatorio Etneo

Sono ben 18 le convinzioni errate maggiormente diffuse sui vulcani e sulle loro eruzioni. È quanto emerge dallo studio Getting the story straight: Common misconceptions around volcanoes and eruptions with case studies of recent events, pubblicato sul ‘Journal of Applied Volcanology’ e curato da un team internazionale di vulcanologi. La ricerca, condotta in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha visto la partecipazione del ricercatore dell’Osservatorio Etneo dell’INGV (INGV – OE) Boris Behncke.

L’articolo organizza i concetti analizzati in sei temi: sismologia; vulcani e clima; sistemi vulcanici e strutture vulcaniche; pericolosità vulcanica; tempi e periodicità; foto e video.

Tra gli argomenti generalmente fraintesi figurano alcuni termini particolarmente accattivanti, come “cintura di fuoco del Pacifico”, “supervulcani” e “megatsunami”, ma anche temi scientifici di grande interesse pubblico, come il rapporto tra vulcani e clima o la salute umana, e questioni complesse come la previsione delle eruzioni. L’articolo affronta inoltre la terminologia di base, compresa la distinzione tra cenere vulcanica e fumo e il concetto di “camere magmatiche”.

FIGURA 1 – Mappa del Mondo che evidenzia in rosso le regioni vulcaniche che compongono “L’anello di fuoco del Pacifico”.

Gli autori hanno maturato esperienze decennali presso enti nazionali, osservatori vulcanologici e università, lavorando durante e tra crisi vulcaniche in diverse parti del mondo, tra cui Indonesia, Filippine, Nuova Zelanda, Australia, Cile, Stati Uniti ed Europa. Proprio in queste circostanze sono stati spesso coinvolti nelle risposte mediatiche, potendo così osservare direttamente dove sono emerse le informazioni fuorvianti e la loro diffusione.

“La ricerca”, spiega Boris Behncke ricercatore dell’INGV, “rappresenta una risorsa sviluppata per aiutare vulcanologi, giornalisti, decisori e pubblico a orientarsi correttamente quando un vulcano entra in eruzione, o anche quando non lo fa. Per ciascun concetto sbagliato, l’articolo presenta punti chiave e sintesi delle ricerche recenti, fornendo ai lettori le informazioni necessarie per affrontare e spiegare correttamente questi temi”.

Il lavoro presenta inoltre sette casi studio che mostrano come informazioni scorrette siano state ampiamente diffuse e successivamente contrastate in relazione a vulcani conosciuti ed eruzioni recenti: Monte Agung, a Bali (Indonesia); Etna, in Sicilia (Italia); Kīlauea, alle Hawaii (Stati Uniti); Tajogaite, a La Palma (Spagna); La Soufrière, a St. Vincent (Caraibi); Taal (Filippine); e la caldera di Yellowstone (Stati Uniti). Soprattutto nel caso di quest’ultima (Yellowstone), ad ogni minore variazione nei parametri monitorati, si diffondono rapidamente gli scenari di un’imminente eruzione apocalittica, che porterà la specie umana sull’orlo dell’estinzione – evento ritenuto estremamente poco probabile tra tutti gli scenari possibili.

FIGURA 2 – Numero di apparizioni di concetti errati sui vulcani. I dati sono stati ottenuti da un’indagine su 375 articoli apparsi nelle prime pagine di ricerca online quando il termine “eruzione vulcanica” ha iniziato a essere di tendenza a livello globale nel periodo novembre 2017 – gennaio 2022

Ma anche dalle nostre parti non mancano gli esempi di diffusione di fatti falsi: spesso si legge ancora oggi che durante l’eruzione dell’Etna del 1669 sarebbero morte migliaia di persone, mentre in realtà non è morto nessuno (la lava si muoveva lentamente permettendo alla popolazione di allontanarsi). Interessante anche il fatto che negli ultimi anni, persino le testate italiane più rinomate hanno più volte illustrato i loro articoli sull’attività dello Stromboli con immagini del vulcano Anak Krakatau in Indonesia, mentre non dovrebbe essere difficile reperire immagini autentiche del vulcano eoliano. Infine, intorno alla recentissima attività dell’Etna, sui diversi canali social sono state messe in circolazione tante notizie false su come sarebbe evoluta l’attività in corso, creando non poca costernazione tra gli abitanti del vulcano.

FIGURA 3 – Grafico che mostra l’inizio (in alto) e la fine (in basso) delle eruzioni vulcaniche mensili dal 1960 al 2024. Le linee più scure e spesse mostrano la media mobile a 24 mesi per evidenziare la tendenza. I valori vanno da 0 a 11.

“Per non parlare delle immagini create con l’intelligenza artificiale, falsificate o di altri vulcani o eruzioni dopo la recentissima eruzione dell’Anak Krakatau in Indonesia”, prosegue Behncke, “nonostante la disponibilità di video ed immagini autentiche, a diventare virali sono stati video chiaramente alterati dall’IA. Perfino le eruzioni di luglio-agosto 2026 dell’Etna sono state “vendute” come immagini dell’Anak Krakatau.”

I vulcani e le loro eruzioni esercitano un forte fascino sul pubblico per lo spettacolo che spesso offrono e sono simboli della dinamicità della Terra. Allo stesso tempo, possono rappresentare un rischio per le infrastrutture, il traffico aereo e le persone che vivono nelle loro vicinanze.

Fornire informazioni precise e basate sulla scienza durante un evento vulcanico può essere determinante per la popolazione. La capacità di disseminare rapidamente la conoscenza scientifica nel mondo non è mai stata così elevata, ma dicerie e bufale possono viaggiare a una velocità ancora maggiore, determinando situazioni rischiose.

Link allo studio: https://doi.org/10.1186/s13617-026-00168-5

Con il titolo: Etna, 14 settembre 2026 (foto di Gaetano Perricone)

 

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Un “occhio a microonde” per monitorare sempre l’Etna, anche attraverso nuvole e gas https://ilvulcanico.it/un-occhio-a-microonde-per-monitorare-sempre-letna-anche-attraverso-nuvole-e-gas/ Fri, 11 Sep 2026 04:52:03 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26530 di Rosario Catania L’Etna è uno dei vulcani più attivi e studiati al mondo, ma anche la rete di monitoraggio più avanzata deve fare i conti con un limite storico: le condizioni meteorologiche. Quando il vertice del vulcano viene avvolto da spesse nubi, pioggia battente o da una densa colonna di ceneri vulcaniche, le tradizionali […]

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di Rosario Catania
L’Etna è uno dei vulcani più attivi e studiati al mondo, ma anche la rete di monitoraggio più avanzata deve fare i conti con un limite storico: le condizioni meteorologiche. Quando il vertice del vulcano viene avvolto da spesse nubi, pioggia battente o da una densa colonna di ceneri vulcaniche, le tradizionali telecamere termiche (TIR) e ottiche perdono la visuale, lasciando gli operatori a “al buio” durante le fasi più critiche.
Per superare questo ostacolo, il team di ricerca ERO (Etna Radio Observatory), composto da esperti dell’INGV – Osservatorio Etneo, di STMicroelectronics e di RadioAstroLab – tra i quali gli esperti  vulcanologi Alessandro Bonforte e Salvo Caffo; gli studiosi e ricercatori Roberto Maugeri e Flavio Falcinelli – ha condotto una sperimentazione d’avanguardia pubblicata sulla rivista scientifica Remote Sensing: la prima applicazione terrestre di un radiometro a microonde passivo per il monitoraggio continuo delle aree crateriche di un vulcano.
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Come funziona l'”occhio a microonde”?
Figura 1 – Schema della situazione osservata dal radiometro a microonde tra l’Etna e l’ antenna, tenendo conto delle distanze e degli angoli effettivi (credit ERO)
I classici sensori a infrarossi misurano il calore emesso dalla superficie, ma la loro radiazione viene bloccata dalle goccioline d’acqua delle nubi o dai granelli di cenere. Le microonde, invece, sfruttano lunghezze d’onda più lunghe (tra 10 e 12 GHz) che possiedono la capacità naturale di penetrare la copertura nuvolosa e i gas vulcanici senza subire forti attenuazioni.
Invece di tentare una complessa scansione ad alta risoluzione spaziale, che richiederebbe antenne paraboliche giganti e poco pratiche sul campo, i ricercatori hanno adottato un approccio innovativo:
Puntamento fisso su un target strategico: L’antenna parabolica (da 1 metro di diametro), posizionata presso la Stazione “Paolo Lanza”, ospitata all’interno di Parsifal Park a Nicolosi a circa 12 km dai crateri e 1000 metri di altitudine, è stata puntata in modo permanente verso il settore più attivo dell‘Etna, il Crater di Sud-Est (SEC)
Monitoraggio delle variazioni temporali: l’obiettivo non è fotografare il vulcano, ma ascoltare continuamente l’emissione elettromagnetica naturale dell’area puntata e rilevare ogni variazione improvvisa di “temperatura di brillanza” rispetto al livello di riposo
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I casi di studio: tra pioggia, esplosioni e nubi calde
Gestione del meteo avverso (giugno 2023): durante un evento di pioggia intensa e grandine, il sistema ha registrato un picco dovuto all’assorbimento dell’acqua nell’aria. Questo test è servito a caratterizzare il rumore meteorologico e dimostrare che le normali nubi o la nebbia non alterano significativamente il segnale, a differenza della pioggia battente
Figura 2 – Il grafico in alto mostra l’andamento giornaliero (in alto) della temperatura di brillantezza registrata dal radiometro a microonde RAL10TS. Il grafico sottostante mostra i dettagli del segnale rilevato, che sembra coincidere con il transito della nube calda generata dall’esplosione vulcanica. Ciò dovrebbe essere chiaramente visibile allo strumento poiché contrasta con lo scenario di fondo, costituito dal suolo relativamente caldo e dal cielo sereno (freddo). La registrazione suggerisce una correlazione tra questi eventi

Attività Stromboliana ed eruzioni (luglio 2024): ottimizzando i tempi di integrazione del segnale, il radiometro è riuscito a scindere la risposta in due componenti:

  • Un innalzamento progressivo della linea di base, indice del riscaldamento generale della parete vulcanica.
  • Rapidi “spike” o impulsi ad alta frequenza, perfettamente sincronizzati con le esplosioni stromboliane e l’espulsione di materiale incandescente registrate dai sismografi e dalle telecamere di sorveglianza
Figura 3. Nube vulcanica che si alza dalla cima del vulcano (a sinistra), ripresa dalla telecamera All Sky (per gentile concessione dell’Osservatorio Radio dell’Etna).
Il transito della nube calda (2 giugno 2025): in una giornata di cielo terso, il radiometro ha captato un picco netto e pulito della durata di circa 3,5 minuti. Si trattava del passaggio di una nube di cenere ad alta temperatura generata da un’esplosione in sommità. L’inconfondibile curva a campana (Gaussiana) del segnale ha permesso ai ricercatori di stimare parametri fisici fondamentali prima difficili da quantificare in tempo reale, come la velocità di transito della nube e la sua temperatura.
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La stazione Paolo Lanza
Figura 4. Panoramica della stazione “Paolo Lanza”. A destra è visibile il radiometro MW, con l’ antenna parabolica e il sistema di registrazione situati sotto i pannelli solari. La cupola trasparente che ospita la telecamera a campo pieno è visibile sul lato sinistro dell’immagine.
Il Progetto nasce dall’idea di studiare i fenomeni vulcanici utilizzando la radiometria a microonde, già utilizzata in altri ambiti di ricerca (previsioni del tempo, monitoraggio climatico, radioastronomia, propagazione radio). Per l’Etna si utilizza un prototipo di radiometro a microonde, funzionante alla frequenza di 11.2 GHz, collegato all’unità esterna LNB, posizionata sul fuoco di un’antenna parabolica per TV-SAT da 100cm di diametro tipo offset.
Lo scopo del progetto è rilevare le eruzioni vulcaniche, misurando, con ragionevole grado di affidabilità e ripetibilità, l’incremento di emissione termica dovuto agli spot eruttivi caldi che si verificano sulla parete vulcanica rispetto allo scenario ”a riposo” osservato dallo strumento.  Il sistema di monitoraggio a distanza ipotizzato per questo progetto è di natura passiva: utilizzando un radiometro a microonde si riceve la radiazione elettromagnetica naturale dei corpi (come il terreno e l’atmosfera) emessa per effetto della temperatura e delle interazioni energetiche tra gli atomi e le molecole che li costituiscono. Lo strumento osserva lo scenario, sorvegliando alcuni parametri significativi in modo da comprendere come si modifica il suo stato nel tempo e in funzione delle condizioni ambientali. Nella banda delle microonde (compresa fra le lunghezze d’onda millimetriche e decimetriche), contrariamente a quanto avviene nell’infrarosso, le differenze più significative fra le misure radiometriche, sono dovute ai cambiamenti di emissività della regione osservata, secondariamente di temperatura.
Un vantaggio molto importante nell’utilizzo di un radiometro a microonde per lo studio dell’ambiente è che, se ben progettato e costruito, può funzionare automaticamente per lunghi periodi di tempo, quasi in ogni condizione atmosferica e indipendentemente dall’illuminazione solare, senza richiedere la presenza di operatori. La stazione è equipaggiata con sensori per la raccolta dei parametri ambientali, del gas radon, delle vibrazioni d’antenna e delle accelerazioni del suolo, costruiti con tecnologia MEMS da STMicroelectronics. È anche presente una infrastruttura per la trasmissione a lunga distanza senza fili con tecnologia LoRa (Long Range).
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Un modello a basso costo per la sicurezza globale
Oltre all’innovazione scientifica, il vero punto di forza di questo progetto sta nell’accessibilità tecnologica. Il sistema è stato realizzato impiegando componenti della radioastronomia amatoriale e commerciale, alimentato completamente a energia solare e gestito tramite software di acquisizione remota. Questo approccio offre uno kit economico e replicabile per la protezione civile e la sicurezza dell’aviazione a livello globale. Molti vulcani attivi nel mondo si trovano in regioni ad alto rischio o in paesi dove l’installazione e la manutenzione di costosi sistemi radar o termocamere di fascia alta non sono finanziariamente sostenibili. L’impiego di piccoli e robusti radiometri a microonde passivi a puntamento fisso rappresenta una soluzione efficace per creare reti di allerta precoce h24 (Early Warning Systems) capaci di guardare attraverso le nuvole e proteggere le popolazioni circostanti.
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Post Scriptum
Il 10 settembre 2026  l’ Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – Osservatorio Etneo di Catania, ha emesso un bollettino VONA per l’aviazione, di colore rosso per la presenza in atmosfera di particolato vulcanico. Nello stesso intervallo di tempo il radiometro a microonde della Stazione Paolo Lanza presso Parsifal Park a Nicolosi, registrava un aumento netto del segnale radiometrico, rappresentativo di attività vulcanica mescolata alle nubi in quota. La distanza tra il sensore e l’edificio vulcanico in quasi tutti i suoi 12 km, non è stata interessata da perturbazione. Elaborazione dati Rosario Catania Ero Radio Etna Observatory.
Link pubblicazione:

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La tragica frana in Nepal: il collasso del ghiacciaio ha liberato un’energia paragonabile ad un terremoto di magnitudo 5.2 https://ilvulcanico.it/la-tragica-frana-in-nepal-il-collasso-del-ghiacciaio-ha-liberato-unenergia-paragonabile-ad-un-terremoto-di-magnitudo-5-2/ Fri, 28 Aug 2026 05:31:06 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26522 FONTE: https://ingvterremoti.com/ Il 26 agosto 2026, un enorme blocco di ghiaccio e roccia si è staccato da un ghiacciaio al confine tra Nepal e Cina, precipitando per oltre un chilometro e generando una frana. Da una prima ricostruzione, i detriti hanno temporaneamente ostruito il fiume Lhende Khola; il successivo cedimento della diga naturale ha liberato una imponente colata di acqua, fango […]

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FONTE: https://ingvterremoti.com/

Il 26 agosto 2026, un enorme blocco di ghiaccio e roccia si è staccato da un ghiacciaio al confine tra Nepal e Cina, precipitando per oltre un chilometro e generando una frana. Da una prima ricostruzione, i detriti hanno temporaneamente ostruito il fiume Lhende Khola; il successivo cedimento della diga naturale ha liberato una imponente colata di acqua, fango e detriti che ha devastato gli insediamenti a valle. Inizialmente classificato dall’USGS come terremoto di magnitudo 4.4, il segnale sismico è stato poi attribuito al collasso del ghiacciaio e alla colata detritica liberando un’energia paragonabile ad un terremoto di magnitudo 5.2. Le cause scatenanti dell’evento sono ancora in fase di studio.

Proviamo a capire in che modo ulteriori analisi delle stazioni sismiche vicine all’area, delle onde sismiche a lungo periodo e delle immagini satellitari hanno portato l’USGS a classificare l’evento come “frana” invece che come terremoto.

Qui analizziamo il segnale sismico della stazione sismica a larga banda(broadband) IO.EVN, operativa dal maggio 2014 presso il Laboratorio-Osservatorio Internazionale Pyramid EvK2CNR, nella valle del Khumbu, a circa 5.000 metri di quota e appena 6 km dal campo base dell’Everest. Gestita dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), occupa una posizione strategica in una regione scarsamente coperta dalle reti di monitoraggio. Grazie al ridotto rumore antropico, registra con elevata qualità sia i terremoti himalayani sia gli eventi provenienti da tutto il mondo, oltre alla microsismicità locale, agli icequake e alle vibrazioni prodotte da frane e valanghe.

La Khumbu High Valley sulla mappa 3D di Google Earth e la posizione del Pyramid Laboratory-Osservatory (PYR; cerchio rosso e giallo) con l’immagine della piramide. L’inserto mostra la mappa del Nepal (da Pettenati et al., 2024).

I dati registrati da EvK2CNR, disponibili a tutti attraverso gli archivi internazionali, sono inoltre utilizzati per analizzare il rumore sismico associato ai ghiacciai e ai fenomeni meteorologici, offrendo informazioni preziose anche sull’evoluzione dell’ambiente e del clima dell’alto Himalaya [si veda l’articolo di Pettenati et al. (2024) che descrive i 10 anni di attività di questa stazione].

Confronto dei segnali registrati dalla stazione sismica IO.EVN prodotti da un terremoto di magnitudo 5.3 del 15 settembre 2020 e dalla grande frana del 26 agosto 2026. Confronto anche dei relativi spettrogrammi.

 

La figura (in alto) mostra il confronto tra i segnali registrati dalla stazione sismica IO.EVN, prodotti da un terremoto di magnitudo 5.3 del 15 settembre 2020 (in grigio) con quelli della grande frana del 26 agosto 2026 (in rosso). Il terremoto genera un segnale impulsivo, caratterizzato da un inizio netto, ampiezze elevate concentrate nei primi secondi e un rapido decadimento. Il relativo spettrogramma mostra energia distribuita su un ampio intervallo di frequenze, da circa 0.1 Hz (10-1 in figura sull’asse delle Y) fino a diversi Hertz, associata all’arrivo delle diverse onde sismiche.

Il segnale della frana presenta invece un inizio più graduale e una durata decisamente maggiore, con diversi impulsi che si susseguono. Questa lunga evoluzione riflette il movimento progressivo della massa di ghiaccio e roccia, i successivi impatti lungo il versante e il rotolamento del materiale. Nello spettrogramma, l’energia è concentrata soprattutto alle basse frequenze, corrispondenti a oscillazioni di periodo più lungo rispetto a quelle dominanti nel terremoto. La durata più prolungata, l’assenza di un unico inizio impulsivo e la prevalenza delle basse frequenze permettono quindi di distinguere chiaramente il segnale della frana da quello di origine tettonica.

Nonostante la distanza, alcune stazioni della Rete Sismica Nazionale sono state in grado di registrare l’evento, ma non hanno consentito di poterlo localizzare. Ad esempio, in figura sono riportate le registrazioni della stazione LMD in provincia di Firenze, opportunamente filtrata tra 0.01Hz e 0.1Hz.

Segnale relativo alla frana registrato dalla stazione della Rete Sismica Nazionale LMD (in provincia di Firenze). La registrazione è stata opportunamente filtrata tra 0.01Hz e 0.1Hz per poterla vedere chiaramente.

 

A questa distanza dalla regione colpita, il segnale presenta le caratteristiche di un terremoto con le onde P, S e superficiali visibili. Per caratterizzare questo tipo di segnale e riconoscerlo come prodotto da una frana sono necessarie analisi più sofisticate e complesse.

Bibliografia

Pettenati, F., D. Sandron, G. Verza, M. P. Plasencia Linares, R. Percacci, K. Bistia, C. Cravos, and A. Rebez (2024). The Seismic Station IO.EVN at Pyramid EvK2cnr (Everest): 10 Yr of Activity, Seismol. Res. Lett. 96, 1733–1746, doi: 10.1785/0220240111.


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Val di Noto 1693, tutto quello che c’è da sapere. In una story map, il terremoto italiano più forte degli ultimi 1000 anni https://ilvulcanico.it/val-di-noto-1693-tutto-quello-che-ce-da-sapere-in-una-story-map-il-terremoto-italiano-piu-forte-degli-ultimi-1000-anni/ Thu, 06 Aug 2026 14:23:31 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26494 A cura di Christian Marino e Mario Mattia (INGV-Osservatorio Etneo) Era l’11 gennaio 1693 quando la Sicilia orientale fu colpita da quello che, ad oggi, è classificato nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15) come il più forte evento sismico degli ultimi mille anni accaduto nell’intero territorio nazionale. Per il Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI5Med), addirittura il più forte degli […]

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A cura di Christian Marino e Mario Mattia (INGV-Osservatorio Etneo)

Era l’11 gennaio 1693 quando la Sicilia orientale fu colpita da quello che, ad oggi, è classificato nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15) come il più forte evento sismico degli ultimi mille anni accaduto nell’intero territorio nazionale. Per il Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI5Med), addirittura il più forte degli ultimi duemila. Si tratta di un terremoto di magnitudo stimata Mw 7.3 (seguito da un imponente maremoto) che causò, secondo le fonti, oltre 50mila morti, danneggiando gravemente un’area di oltre 14.000 chilometri quadrati. E fu l’apice di una sequenza sismica che durò almeno tre anni.

Dal lutto e dalle macerie sorsero città dall’aspetto totalmente nuovo, spesso in siti diversi dai precedenti, edificate secondo moderni criteri urbanistici, dando vita a quel laboratorio architettonico che fu il Barocco siciliano e che oggi continuiamo ad ammirare. La meraviglia di alcune delle nuove piante cittadine, delle chiese e dei palazzi, ha addirittura spesso messo in ombra la tragedia causata dall’evento e generato alcune lacune nell’interpretazione delle conseguenze socioeconomiche e politiche dei decenni successivi.

Proprio per questa sua immensa portata, il terremoto del 1693 è stato oggetto di diversi studi scientifici e, allo stesso tempo, è profondamente radicato nella cultura e nella tradizione popolare siciliana. Tuttavia, la ricerca e la memoria collettiva (fatta di miti, canti e racconti tramandati di generazione in generazione) raramente si sono incontrati.

La Sicilia Orientale, sulla base della sua storia sismica e delle informazioni disponibili dagli studi sulle sorgenti sismogenetiche, è una delle zone a maggiore pericolosità sismica d’Italia. Un fattore che, insieme alla presenza di aree intensamente popolate e vulnerabili, sia dal punto di vista sociale che del patrimonio edilizio ed infrastrutturale, determina un elevato rischio sismico e impone una costante opera di prevenzione, nella quale la consapevolezza della popolazione ha un ruolo tutt’altro che secondario.

È proprio per queste ragioni che nasce la nuova Story map “Val di Noto 1693. Storia e miti del terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani”. L’obiettivo è raccontare non solo i dati del sisma, ma la storia dell’evento e della ricostruzione ad esso successiva, insieme al suo radicamento nella cultura popolare.

La Story map è organizzata in sette capitoli, che, attraverso carte storiche, mappe interattive, immagini e video, descrivono:

  • la sismicità dell’area;
  • la sequenza sismica del 1693-96;
  • il contesto storico in cui avvenne il terremoto;
  • la gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni politiche;
  • la ricostruzione delle città delocalizzate;
  • la ricostruzione delle città nel medesimo sito pre-evento;
  • il barocco siciliano.

La Story map è aperta da una breve introduzione in cui la presentazione dell’evento dal punto di vista storico e scientifico è corredata da un canto popolare, proposto in forma scritta e orale, che dalla fine del ‘600 è arrivato fino ai giorni nostri.

Il primo capitolo si sviluppa invece attraverso la descrizione della sismicità della Sicilia orientale, con carte e dettagli “tecnici”.

Il secondo capitolo è dedicato alla descrizione della sequenza sismica, con particolare attenzione alle scosse del 9 e dell’11 gennaio. Questi due eventi sono raccontati attraverso delle mappe interattive centrate sulle località colpite e sugli effetti prodotti.

Cliccando sulle singole località è possibile conoscere la distanza dall’epicentro, gli effetti sull’ambiente naturale conosciuti e l’intensità del terremoto in base agli effetti visibili e ai danni provocati (scala Mercalli-Cancani-Sieberg – MCS).

Il terzo capitolo è invece dedicato a una breve presentazione del contesto storico, raccontato anche attraverso documenti e ritratti di alcuni dei protagonisti di quel tempo.

Al centro del quarto capitolo vi è poi la gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni politiche, le priorità del viceregno (in quel tempo la Sicilia faceva parte del Regno di Spagna ed era amministrata da un Viceré), l’azione dei poteri locali e le sofferenze patite dalle popolazioni.

Una mappa multimediale permette anche di osservare la struttura ideata dal Viceregno per la gestione dell’emergenza e il suo effettivo funzionamento: ogni punto sulla mappa corrisponde a un’apposita giunta o a uno specifico incarico creato ad hoc subito dopo il terremoto e cliccando su ognuno di essi è possibile sapere chi ricoprì quel ruolo e quali mansioni svolse. Il capitolo è chiuso da un filmato tratto dall’edizione del 2025 della commemorazione che ogni anno la popolazione di Grammichele svolge tra le rovine dell’antica Occhiolà, il sito abbandonato dopo il terremoto.

Il quinto capitolo ripercorre la lunga ricostruzione delle città delocalizzate, descrivendo le tante modalità attraverso cui si scelse di spostare i centri in un nuovo sito e i tratti comuni alle diverse vicende.

Una mappa interattiva permette di esplorare le città ricostruite in un nuovo sito, visionare carte storiche e foto dei luoghi più rappresentativi, ma anche scoprire dove si trovavano le città prima del terremoto, i processi attraverso i quali si scelse di spostarsi e le modalità della ricostruzione.

Il sesto capitolo è dedicato alle città che furono riedificate nel medesimo sito, tracciando dinamiche, successi e limiti dei processi di ricostruzione. Un approfondimento, anche fotografico, è dedicato al caso di Catania e una mappa interattiva permette di approfondire, attraverso immagini e descrizioni, alcuni esempi della cosiddetta “Guerra delle Parrocchie” che esplose in città come Ragusa e Modica e che contribuì all’edificazione di alcune delle più celebri chiese del Val di Noto.

Un approfondimento sul Barocco siciliano nel settimo capitolo, corredato da numerose immagini, insieme a un canto dedicato al terremoto dal cantautore siciliano Carlo Muratori chiudono il racconto di un evento che ha ancora tanto da raccontare e, soprattutto, da insegnare anche ai giorni nostri.

“Val di Noto 1693. Storia e miti del terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani” è  parte di un più ampio progetto di ricerca, i cui primi risultati sono stati recentemente pubblicati nell’articolo Marino, C.; Mattia, M. The Long‑Term Legacy of the 1693 Val Di Noto Earthquake: Emergency Management, Reconstruction, and Institutional Impact. Ann. Geophys. 2026, 69. https://doi.org/10.4401/ag-9507.

La story map è disponibile nella galleria  INGVterremoti e al seguente link: Val di Noto 1693

L'articolo Val di Noto 1693, tutto quello che c’è da sapere. In una story map, il terremoto italiano più forte degli ultimi 1000 anni proviene da Il Vulcanico.

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Etna, quando la scienza è accessibile: alla scoperta, con tutti i sensi, del magico universo vulcanico https://ilvulcanico.it/etna-quando-la-scienza-e-accessibile-alla-scoperta-con-tutti-i-sensi-del-magico-universo-vulcanico/ Wed, 29 Jul 2026 05:34:46 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26477 (Gaetano Perricone). Condivido con estremo piacere questo dettagliato racconto di una bellissima esperienza promossa dall’INGV, Osservatorio Etneo, all’insegna della divulgazione, della sensibilità, dell’inclusione. Ricordando anche il mio libro “La scalata della vita”, Algra Editore, del 2020, nel quale raccontai la straordinaria ascesa sulla cima del vulcano di nove ragazzi padovani con sindrome di Down (https://ilvulcanico.it/la-scalata-della-vita-e-labbraccio-della-grande-madre-etna/)  […]

L'articolo Etna, quando la scienza è accessibile: alla scoperta, con tutti i sensi, del magico universo vulcanico proviene da Il Vulcanico.

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(Gaetano Perricone). Condivido con estremo piacere questo dettagliato racconto di una bellissima esperienza promossa dall’INGV, Osservatorio Etneo, all’insegna della divulgazione, della sensibilità, dell’inclusione. Ricordando anche il mio libro “La scalata della vita”, Algra Editore, del 2020, nel quale raccontai la straordinaria ascesa sulla cima del vulcano di nove ragazzi padovani con sindrome di Down (https://ilvulcanico.it/la-scalata-della-vita-e-labbraccio-della-grande-madre-etna/) 

di Martina Allegra, Giuseppe C. Altana, Massimiliano Barone, Flavio Cannavò, Massimo Cantarero, Luigi Carleo, Simona Caruso, Maria Catania, Danilo Cavallaro, Francesco Ciancitto, Miriana Corsaro, Rosanna Corsaro, Salvo D’amico, Emanuela De Beni, Maddalena Dozzo, Marco Firetto Carlino, Adriana Iozzia, Alessandro La Spina, Arianna Malaguti, Vittorio Minio, Matteo Pagano, Francesco Pandolfo, Alessio Patanè, Cristina Proietti, Danilo Reitano, Mariangela Sciotto, Andrea Ursino, Francesco Zuccarello, Barbara Aldighieri e Claudia Cattadori

A giugno 2026 l’INGV Osservatorio Etneo ha coordinato un’iniziativa divulgativa promossa dall’Associazione Italiana Geologia e Turismo APS  e dal CNR Istituto di Geoscienze e Georisorse , in collaborazione con l’Associazione Disabili Visivi APS-ETS. L’obiettivo era offrire a un gruppo di persone con disabilità visiva un’esperienza diretta del vulcano, attraverso percorsi sensoriali appositamente creati per soddisfare le loro esigenze, ma al tempo stesso mantenendo contenuti scientifici rigorosi. Per tre giorni (dal 12 al 14 giugno) la geologia, disciplina tradizionalmente fondata sull’osservazione, è diventata qualcosa di più: un universo da sentire, o meglio, da percepire con tutti i sensi.

La prima giornata dell’iniziativa ci ha condotti ad Aci Trezza e Aci Castello, sulla costa catanese. Qui abbiamo potuto ammirare straordinari esempi di basalti colonnari nati dalla rapida contrazione termica del magma, e le celebri pillow lava  (lave “a cuscino”), strutture tipiche delle eruzioni sottomarine (Figura 1).

Figura 1- A) Basalti a sezione esagonale di Aci Trezza, foto E. De Beni; B) Lave a “cuscino”che formano la rupe di Acicastello. Foto M. Pagano.

Dopo un tuffo rinfrescante tra gli scogli di Aci Castello ci siamo trasferiti nella sede dell’INGV di Catania, che, per un pomeriggio, si è trasformata in un centro multisensoriale. Attraverso l’esplorazione tattile e utilizzando modelli 3D appositamente realizzati (Figura 2), i partecipanti hanno potuto scoprire l’evoluzione dei crateri sommitali dell’Etna degli ultimi 150 anni e comprendere il significato dei segnali sismici che arrivano in Sala Operativa.

Figura 2 - A) Modello dei crateri sommitali dell’Etna B) Esempi di segnali sismici stampati in 3D. Foto M. Pagano.

Figura 2 – A) Modello dei crateri sommitali dell’Etna; B) Esempi di segnali sismici stampati in 3D. Foto M. Pagano.

Grazie ai suoni registrati dagli idrofoni del progetto EMSO (European Multidisciplinary Seafloor and water-column Observatory), i partecipanti hanno imparato a distinguere il rumore generato da un terremoto da quello di un fulmine, il canto dei delfini da quello delle balene, il fratturarsi del ghiaccio antartico dal passaggio delle navi. Il segnale infrasonico che accompagna le esplosioni vulcaniche è stato opportunamente accelerato e reso udibile e fatto ascoltare ai nostri ospiti.

La collezione di rocce presente nelle teche dell’Istituto ha permesso di far apprezzare  la differenza tra i prodotti dell’attività esplosiva e quelli delle colate laviche.

Il laboratorio sugli odori, non a caso l’ultimo della giornata, ha aggiunto un’altra dimensione fondamentale all’esperienza dell’ambiente vulcanico. Sulla terrazza dell’Osservatorio Etneo abbiamo esplorato, attraverso apposite sacche olfattive contenenti campioni a concentrazione controllata, gli odori caratteristici dell’idrogeno solforato e del biossido di zolfo: un’anticipazione di ciò che avremmo poi percepito direttamente sul campo.

Quello che il giorno prima avevamo toccato e ascoltato si è trasformato in esperienza concreta durante l’incontro diretto con il vulcano attivo. L’ascesa all’area sommitale con la telecabina della Funivia dell’Etna e successivamente con il loro servizio di mezzi 4×4, ci hanno condotti fino a quota 3.000 metri, sul fianco meridionale del vulcano (Figura 3). Qui l’aria si fa più sottile, il vento più forte, l’odore di zolfo più intenso. I lapilli scricchiolano sotto i piedi mentre saliamo lentamente in fila indiana. Una fila che avanza con passo regolare, fatta di persone che si affidano l’una all’altra, sostenendosi attraverso il contatto con le spalle dell’accompagnatore.

Figura 3 – Il gruppo riunito ascolta con attenzione le spiegazioni della guida vulcanologica (Francesco Ciancitto) durante l’escursione sul fianco meridionale dell’Etna. Foto M. Pagano.

Seguiamo esattamente il tracciato che il giorno prima avevamo esplorato sul modello 3D; ora, però, tutto è reale e acquista una dimensione più ampia. La visibilità è incredibile, il sole scalda le schiene, Sicilia e Calabria si mostrano nitidamente, e questa visione viene trasmessa attraverso le parole (Figura 4). L’Etna, in questo modo, smette di essere soltanto un’immagine spettacolare e diventa un sistema vivo, complesso, “leggibile” anche in modo multisensoriale. Facciamo tutti parte dello stesso mondo, e ciò che sente una persona diventa esperienza condivisa.

Figura 4 – Lo Stretto di Messina visto dalla cima dell’Etna, da circa 3000 m di quota; sullo sfondo il massiccio dell’Aspromonte. Foto M. Pagano.

Scendiamo insieme da quota 3000 a 1900 metri (Figura 5); ci affidiamo l’uno all’altro in questa condivisione di sensazioni.

Ecco ciò che scrive Claudia nel suo diario: “La discesa è stata semplicemente fantastica! Le nostre guide dell’INGV ci hanno accompagnato benissimo. Alcuni pezzi erano un po’ ripidi e sembrava davvero di sciare sulla neve! I lapilli, così piccoli, finivano ovunque: pezzettini microscopici perfino in bocca e nelle orecchie. … Fortissimi gli odori dello zolfo e degli altri gas che spesso ci fanno tossire quando ci avviciniamo ai due crateri visitati. Con Ciccio, una delle guide, mi sono fiondata giù a tutta birra, tipo discesa libera a Kitzbühel. Fantastico!”

Quest’esperienza ha coinvolto anche noi ricercatori: proviamo a percorrere un tratto del sentiero a occhi chiusi per condividere le sensazioni. E’ stato allora che abbiamo capito: si cammina con i piedi, non con gli occhi. Il vulcano sembra più potente, permea ogni cosa; la sua forza passa dai piedi e sale fino al cervello. È una sensazione di condivisione mai provata prima. Arriviamo all’autobus con le gambe stanche e i sorrisi aperti: ci abbracciamo, ci baciamo, siamo felici.

Figura 5 – La vista verso valle da Piano dei Pompieri, versante sud dell’Etna. Al centro della fotografia, i Monti Calcarazzi ed i Crateri Silvestri. Foto M. Pagano.

Il terzo e ultimo giorno di questa fantastica esperienza è stato dedicato all’acqua. Le Gole dell’Alcantara (Figura 6) offrono una lezione potente: qui l’acqua e la lava hanno costruito, in tempi e modi diversi, un paesaggio in cui le forme geologiche si leggono attraverso il contrasto tra le pareti verticali della gola, il suono dello scorrere del fiume e la fredda temperatura dell’acqua. Le gambe stanche trovano refrigerio nell’acqua gelida, che da migliaia di anni incide e leviga le pareti di basalto colonnare.

Figura 6 – I basalti colonnari a base esagonale erosi dal fiume Alcantara. Foto M. Cantarero.

Esperienze come queste ci fanno comprendere che la scienza deve essere accessibile non come una gentile concessione, ma per responsabilità culturale. Un vulcano attivo come l’Etna appartiene a tutti: a chi lo studia, a chi lo abita, a chi lo attraversa, a chi lo teme, a chi lo visita e a chi vuole conoscerlo in modo profondo, ma soprattutto a chi lo ama. L’inclusione, in questo senso, non è un’aggiunta al progetto scientifico: è parte del progetto stesso. Ci obbliga a essere più chiari, più rigorosi, più creativi. Ci ricorda che è comunicare la Terra e far comprendere agli altri i processi geologici che la rendono viva, significa costruire ponti tra linguaggi diversi: il linguaggio dei dati, quello delle rocce, quello del corpo, quello dei suoni e degli odori e quello dell’esperienza.

È proprio così che la scienza incontra l’accessibilità: non nel rendere più semplice il mondo, ma nel renderlo più condiviso

Un ringraziamento particolare va alla Funivia dell’Etna, che ha permesso la salita del gruppo a titolo gratuito. Non è stato un semplice supporto logistico, ma un contributo concreto all’accessibilità: ha reso possibile per tutte e tutti l’esperienza in quota, superando una barriera che, in ambiente montano e vulcanico, può diventare decisiva.

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Etna, la disfida dei Crateri https://ilvulcanico.it/etna-la-disfida-dei-crateri/ Sun, 19 Jul 2026 08:52:58 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26465 di Boris Behncke e Salvatore Giammanco L’area sommitale dell’Etna vista dall’alto la sera del 6 luglio 2026.  Al cratere Voragine (VOR) è in corso attività stromboliana accompagnata da emissione di cenere, mentre una cascata di lava si riversa nel Cratere di Nord-Est (NEC). A sinistra, silenzioso, il Cratere di Sud-Est (SEC) (foto di Maurizio Caputo […]

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L’area sommitale dell’Etna vista dall’alto la sera del 6 luglio 2026.  Al cratere Voragine (VOR) è in corso attività stromboliana accompagnata da emissione di cenere, mentre una cascata di lava si riversa nel Cratere di Nord-Est (NEC). A sinistra, silenzioso, il Cratere di Sud-Est (SEC) (foto di Maurizio Caputo e pubblicata qui con gentile permesso dell’autore).

L’Etna è un vulcano straordinario per molti motivi. Uno di essi è la costante e rapida trasformazione della sua area sommitale, dove negli ultimi 115 anni sono nati quattro crateri: quello di Nord-Est (1911), la Voragine (1945), la Bocca Nuova (1968) e il Cratere di Sud-Est (1971). Tra questi crateri si è spesso instaurata una sorta di competizione per conquistare il primato di vetta dell’Etna, ma dal 1978 fino al 2021 è sempre stato il Cratere di Nord-Est a rappresentare la vetta, raggiungendo 3350 m nel 1981. Successivamente, la sua altezza si è progressivamente abbassata a causa di crolli dei suoi orli: all’inizio del 2021 misurava 3324 m di quota.

Queste variazioni di quota, unite alla stretta vicinanza tra i crateri – ad esclusione del Cratere di Sud-Est, che si è formato un po’ più distante dagli altri – hanno fatto sì che, in diverse occasioni, i prodotti eruttivi di un cratere si riversassero in quello adiacente. È quanto accaduto, ad esempio, nel 2015–2016 e nuovamente nel 2024, quando la Bocca Nuova è stata completamente colmata dal materiale eruttato dalla vicinissima Voragine. Altre volte il riempimento del cratere “recipiente” è stato solo parziale; tuttavia, in ogni caso ha portato all’ostruzione totale del condotto.

L’eruzione dell’Etna che ha avuto luogo dal 5 al 7 luglio 2026, ha mostrato questo fenomeno vulcanico in modo molto peculiare. Infatti, l’apertura di una frattura eruttiva (una cosiddetta “bottoniera”) sul fianco nord del cono terminale del cratere Voragine, ha prodotto una colata di lava ben alimentata che si è riversata interamente all’interno del cratere di Nord-Est, ricadendo con una spettacolare cascata dentro il condotto aperto di quest’ultimo (Figura 1). L’aspetto più particolare di questo evento è che nonostante il continuo ingresso della lava nel condotto, esso non è stato colmato né ostruito (Figura 2); invece è rimasto aperto e degassante, così com’era stato prima di questo evento eruttivo.

Figura 1 – Il fondo del Cratere di Nord-Est visto dal suo orlo nord-orientale, con la cascata di lava che si sta riversando da una fessura eruttiva apertasi sul fianco settentrionale dell’adiacente cratere Voragine, 6 luglio 2026 (foto di Vincenzo Greco e pubblicata qui con gentile permesso dell’autore).

Figura 2 – 6 luglio 2026. La cascata di lava all’interno del Cratere di Nord-Est raggiunge il condotto aperto sul suo fondo, scomparendo in profondità senza accennare a riempirlo (foto di Maurizio Caputo, pubblicata qui con gentile permesso dell’autore).

Tale fenomeno, per quanto raro, non è tuttavia unico. Infatti, esattamente 30 anni fa, nel luglio-agosto del 1996, avvenne un fenomeno del tutto analogo, ma a ruoli invertiti! In quel caso, fu il cratere di Nord-Est a emettere una colata lavica che si riversò per circa tre settimane all’interno del condotto aperto della Voragine, senza mai occluderlo: tutta la lava fu ingoiata dal pozzo in fondo al cratere (Figura 3).

Perché questa apparente inversione delle parti? La risposta sta nei cospicui cambiamenti di morfologia in area sommitale in questi ultimi decenni. Nel 1996 il Cratere di Nord-Est era il punto più alto dell’Etna, mentre la Voragine era una depressione a forma di imbuto, il cui orlo settentrionale coincideva con il fianco meridionale del Cratere di Nord-Est. Era precisamente da quest’ultimo che si è sviluppata quella colata lavica, che si è riversata dentro la Voragine. In quel periodo il Cratere di Nord-Est era in una fase di attività stromboliana (Figura 4) con emissione di diverse colate laviche verso ovest, est e, appunto, verso sud in direzione della Voragine.

Nel 2026 è invece la Voragine a costituire il punto culminante del vulcano, sovrastando la vetta del Cratere di Nord-Est con un dislivello di quasi 100 m. Inoltre, il fianco nord del cono della Voragine passa direttamente alla parete interna meridionale del Nord-Est con un pendio abbastanza ripido. E’ proprio questa la zona che è stata squarciata dalla frattura eruttiva apertasi il mattino del 5 luglio 2026.

Figura 3 – Veduta dal bordo ovest della Voragine della colata lavica scaturita dal fianco sud del cratere di Nord-Est (NEC) che si riversa dentro il condotto della Voragine (VOR), 2 agosto 1996 (foto di Salvatore Giammanco).

Figura 4 – Attività esplosiva al cratere di Nord-Est durante l’eruzione di luglio-agosto 1996. In primo piano il riverbero causato dalla colata lavica che ricade dentro la Voragine (foto di Salvatore Giammanco).

Sul canale YouTube di INGVvulcani pubblichiamo il video della colata di lava che si sta riversando dal Cratere di Nord-Est verso la Voragine nell’estate del 1996 (di Salvatore Giammanco: https://youtu.be/TEik2Xd_Rp8)

Con il titolo: foto di Vincenzo Greco

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Etna, il gran ritorno del Cratere Centrale. Osservazioni sul campo https://ilvulcanico.it/etna-il-gran-ritorno-del-cratere-centrale-osservazioni-sul-campo/ Sun, 05 Jul 2026 04:55:18 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26422 di Vincenzo Greco L’Etna riesce sempre a suscitare grande interesse e meraviglia. Non perché ogni sua manifestazione sia necessariamente unica o imprevedibile, ma perché il vulcano possiede una straordinaria varietà di modalità eruttive che, pur rientrando spesso in schemi già osservati e studiati nel corso del tempo, continuano a rappresentare un laboratorio naturale di eccezionale […]

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di Vincenzo Greco

L’Etna riesce sempre a suscitare grande interesse e meraviglia. Non perché ogni sua manifestazione sia necessariamente unica o imprevedibile, ma perché il vulcano possiede una straordinaria varietà di modalità eruttive che, pur rientrando spesso in schemi già osservati e studiati nel corso del tempo, continuano a rappresentare un laboratorio naturale di eccezionale valore scientifico e umano. L’attività eruttiva che interessa attualmente la parte sommitale dell’Etna, iniziata il 26 giugno 2026, rappresenta ancora una volta una dimostrazione della straordinaria vitalità del vulcano. Si tratta di una manifestazione che rientra pienamente nelle caratteristiche delle attività terminali e subterminali che hanno contraddistinto numerose fasi eruttive del vulcano nel corso della sua storia recente e che, soprattutto, non desta alcuna preoccupazione per i centri abitati o per le principali aree turistiche del territorio.

I PRIMI SEGNALI DI CAMBIAMENTO. In realtà, i segnali che qualcosa stesse cambiando erano già osservabili nei giorni precedenti al 26 giugno. Il Cratere di Nord-Est aveva infatti mostrato un progressivo incremento dell’attività esplosiva intracraterica, con esplosioni localizzate sul fondo del condotto che, pur rimanendo pienamente all’interno delle normali dinamiche del vulcano, stavano gradualmente aumentando in frequenza e intensità. Anche dopo gli eventi effusivi che avevano caratterizzato il periodo compreso tra il 1° e il 13 gennaio 2026, il sistema vulcanico aveva continuato a manifestare alcuni segnali di dinamismo, senza però mostrare evidenze chiare di una nuova imminente fase eruttiva. Nel corso del mese di giugno, inoltre, si sono osservati fenomeni di subsidenza e deformazione delle aree sommitali, chiari indicatori di un sistema che stava progressivamente rispondendo alle pressioni interne. La conoscenza delle dinamiche che caratterizzano questo tipo di fenomenologie ha consentito, attraverso l’osservazione diretta sul campo, di riconoscere alcuni segnali che indicavano una possibile evoluzione del sistema vulcanico.

Le osservazioni effettuate nei giorni precedenti all’inizio dell’attività effusiva, e in particolare quelle svolte nella mattinata del 26 giugno, mi hanno infatti consentito di interpretare le modificazioni morfologiche che stavano interessando l’area sommitale, mettendole in relazione con fenomenologie analoghe osservate durante precedenti episodi eruttivi dell’Etna. Questa capacità di lettura del territorio nasce dall’osservazione continua del vulcano e dall’esperienza maturata nel corso di circa ventisette anni di frequentazione costante dell’ambiente etneo, che permette di riconoscere quelle variazioni, anche minime, che spesso precedono l’evoluzione di un’attività eruttiva.

La mattina del 26 giugno, intorno alle ore 10, durante una mia osservazione diretta sul campo, ho avuto modo di constatare come nell’area interessata dall’attività del Cratere Centrale, lungo il pendio orientale in prossimità della zona già coinvolta dall’attività eruttiva del 6 luglio 2014, tra i coni di scorie presenti nell’alta Valle del Leone, si stessero sviluppando evidenti sistemi di fratture radiali accompagnati da fenomeni di degassamento. L’osservazione di queste strutture mi ha immediatamente fatto ipotizzare che il sistema vulcanico stesse attraversando una nuova fase evolutiva. Per questo motivo ho provveduto a condividere tempestivamente le informazioni raccolte sia con l’ente di ricerca preposto al monitoraggio del vulcano sia con i colleghi che operano quotidianamente sul territorio. Questo aspetto rappresenta uno degli elementi fondamentali del lavoro delle guide vulcanologiche. La nostra presenza costante sul vulcano ci porta infatti a svolgere anche un’importante funzione di osservazione e di sentinella del territorio, contribuendo a segnalare tempestivamente eventuali variazioni dell’attività e collaborando, ciascuno nel proprio ruolo, al mantenimento delle migliori condizioni di sicurezza possibili. Ogni cambiamento osservato sul vulcano, anche quello apparentemente meno significativo, assume infatti un’importanza rilevante sia per la tutela delle persone che accompagniamo durante le attività escursionistiche, sia per la gestione complessiva del contesto operativo nel quale svolgiamo quotidianamente la nostra professione. Per questo motivo osservare, documentare, confrontarsi e condividere le informazioni rappresenta una parte essenziale del nostro lavoro sul campo. In quel momento ho avuto la sensazione che il sistema fosse ormai prossimo a una nuova evoluzione. La conferma è arrivata poche ore dopo. Intorno a mezzogiorno, il vulcano ha deciso di manifestare la propria energia attraverso l’apertura di una nuova frattura eruttiva e l’emissione della prima colata lavica.

LA NUOVA ATTIVITA’ NELL’ALTA VALLE DEL LEONE.  L’attività si è sviluppata nel settore dell’alta Valle del Leone, in prossimità dell’area interessata anche dall’attività del luglio 2014, tra i caratteristici coni di scorie presenti alla base orientale del Cratere Centrale. Dal 26 giugno fino ai primi giorni di luglio, l’eruzione ha mostrato un comportamento relativamente stabile, con tassi di emissione lavica variabili ma generalmente contenuti. Le colate hanno raggiunto lunghezze complessive inferiori ai due chilometri, sviluppandosi progressivamente all’interno di canali lavici costruiti dal flusso stesso. Ho avuto la possibilità di osservare questa attività in diverse occasioni, sia autonomamente sia insieme ai colleghi, non soltanto per documentarne l’evoluzione, ma anche per fornire informazioni aggiornate a chiunque chiedesse chiarimenti sulla situazione in corso. È importante sottolineare come questa attività si sviluppi in un ambiente di alta quota, estremamente remoto e distante dai centri abitati e dalle principali aree turistiche dell’Etna. Per questo motivo, pur trattandosi di un fenomeno di grande interesse scientifico e naturalistico, esso non rappresenta alcun motivo di preoccupazione per la popolazione.

IL RITORNO DI UNA TIPICA ATTIVITA’ SUBTERMINALE. Quella a cui stiamo assistendo è la classica attività subterminale dell’Etna, una tipologia eruttiva che il vulcano ha manifestato numerose volte nel corso della sua storia recente. Negli ultimi anni, tuttavia, la straordinaria attività del Cratere di Sud-Est, con le sue spettacolari fontane di lava e i numerosi episodi parossistici, aveva inevitabilmente catturato l’attenzione di osservatori, appassionati e studiosi. Anche le intense manifestazioni della Voragine nel 2024 avevano contribuito a modificare la percezione collettiva delle dinamiche eruttive etnee. Fenomeni come quello attuale ci ricordano invece un altro volto dell’Etna: quello delle eruzioni generalmente meno violente, più durature e, sotto molti aspetti, anche meno pericolose rispetto ai grandi episodi parossistici che hanno caratterizzato gli ultimi anni.

PERCHE’ IL CRATERE CENTRALE RIMANE SEMPRE IL CRATERE CENTRALE. Per quanto mi riguarda, però, il Cratere Centrale resta sempre il Cratere Centrale. Vederlo tornare protagonista rappresenta ogni volta qualcosa di speciale. Negli ultimi anni il ruolo principale sulla scena eruttiva dell’Etna è stato occupato soprattutto dal Cratere di Sud-Est, che con la sua straordinaria frequenza di attività ha inevitabilmente attirato l’attenzione di tutti. Per molti, il Cratere di Sud-Est è diventato il simbolo dell’attività recente dell’Etna. Eppure il Cratere Centrale, con i suoi tempi e le sue modalità, non ha mai smesso di ricordarci il proprio ruolo fondamentale all’interno del sistema vulcanico etneo. Dopo i parossismi del 2015, le attività del 2016 e le successive fasi eruttive del 2019, del 2020, del 2021 e del 2024, il Cratere Centrale è tornato ancora una volta a prendersi la scena, mostrando quella straordinaria capacità di rinnovarsi e di sorprendere che da sempre caratterizza il nostro vulcano.

UN AMBIENTE SPETTACOLARE, MA DA AFFRONTARE CON RISPETTO. L’attività è ancora in corso e il sistema continua a evolversi. Non si può escludere che nelle prossime settimane possano verificarsi ulteriori variazioni dell’attività eruttiva. L’area interessata dall’eruzione presenta caratteristiche geomorfologiche e vulcanologiche che meritano particolare attenzione. Si tratta infatti di un settore caratterizzato da estesi sistemi di fratturazione, dalla presenza di accumuli nevosi residui ancora sepolti dai depositi vulcanici recenti e più antichi, oltre che da una morfologia estremamente complessa. La presenza della lava in un ambiente di questo tipo richiede particolare cautela, anche perché le interazioni tra il magma e gli elementi superficiali possono produrre fenomenologie secondarie che devono essere attentamente valutate. La Valle del Leone e il settore superiore della Valle del Bove rappresentano ambienti vulcanici di straordinaria bellezza, ma allo stesso tempo estremamente impegnativi. Si tratta di aree remote, difficili da raggiungere e caratterizzate da condizioni ambientali che possono cambiare rapidamente. Per questo motivo consiglio sempre a chi desidera avvicinarsi a questi fenomeni di informarsi preventivamente e di evitare iniziative improvvisate. In particolare, suggerisco di non addentrarsi all’interno della Valle del Bove o delle aree sommitali senza un’adeguata conoscenza del territorio e delle condizioni vulcaniche del momento. La presenza diffusa di fratture, che rappresentano la risposta fragile del terreno alle risalite magmatiche, testimonia la continua evoluzione di questo settore del vulcano e costituisce uno degli elementi che richiedono maggiore attenzione durante le fasi eruttive.

IL RUOLO DELLE GUIDE VULCANOLOGICHE. In questo contesto, il ruolo delle guide vulcanologiche assume un’importanza fondamentale. La nostra attività si svolge sempre nel rispetto delle normative vigenti, delle procedure operative e delle indicazioni predisposte dal Collegio Regionale delle Guide Alpine e Vulcanologiche della Sicilia, oltre che delle eventuali disposizioni emanate dalle autorità competenti. Ci autoregoliamo costantemente in funzione dell’evoluzione del fenomeno, delle condizioni ambientali e del quadro di rischio presente sul vulcano. Il nostro compito non consiste solamente nell’accompagnare le persone, ma soprattutto nel fornire tutte le informazioni necessarie affinché chi visita l’Etna possa comprendere le caratteristiche dell’ambiente vulcanico, i rischi associati e le corrette modalità di fruizione del territorio. La valutazione del rischio rappresenta uno degli aspetti più importanti della nostra professione. In qualità di professionisti e conoscitori del territorio, siamo chiamati quotidianamente a effettuare valutazioni continue delle condizioni operative, assumendoci la responsabilità di condurre le persone esclusivamente nelle aree e nelle situazioni in cui siano presenti adeguati margini di sicurezza. Quando le condizioni del vulcano, le normative vigenti e il quadro generale della sicurezza lo consentono, organizziamo le nostre attività seguendo procedure consolidate e sistemi di gestione del rischio strutturati, sempre con l’obiettivo primario della tutela delle persone.

UN VULCANO CHE CONTINUA AD EMOZIONARE. Osservare oggi il Cratere Centrale nuovamente in attività rappresenta, ancora una volta, un privilegio straordinario. Nonostante gli anni trascorsi a studiare, osservare e vivere l’Etna quotidianamente, assistere al ritorno dell’attività del Cratere Centrale continua a suscitare le stesse emozioni di sempre. Perché, se è vero che oggi gli strumenti di monitoraggio consentono di riconoscere con sempre maggiore precisione i segnali che precedono una variazione dell’attività vulcanica, è altrettanto vero che ogni fase eruttiva possiede una propria evoluzione, una propria storia e caratteristiche che continuano a rendere l’Etna uno dei sistemi vulcanici più affascinanti e studiati al mondo. Ed è forse proprio questo il motivo per cui il vulcano continua, ancora oggi, a regalare emozioni e insegnamenti a chi ha la fortuna e il privilegio di poterlo osservare da vicino.

Tutte le splendide foto e il magnifico video sono di Vincenzo Greco

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Festival Vulcani, dal 26 al 28 giugno a Trecastagni la quarta edizione. Continua l’affascinante viaggio nelle “montagne viventi”, al confine del mondo https://ilvulcanico.it/festival-vulcani-dal-26-al-28-giugno-a-trecastagni-la-quarta-edizione-continua-laffascinante-viaggio-nelle-montagne-viventi-al-confine-del-mondo/ Thu, 25 Jun 2026 04:39:46 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26406 di Giuseppe Riggio * Torna il Festival Vulcani a Trecastagni. La manifestazione che, giunta alla quarta edizione, continua ad attingere al vastissimo giacimento di miti, prima, e di studi, dopo, che i crateri hanno saputo suscitare. Del resto, i vulcani rappresentano, quasi per definizione, il confine del mondo, la soglia oltre la quale si entra […]

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di Giuseppe Riggio *

Torna il Festival Vulcani a Trecastagni. La manifestazione che, giunta alla quarta edizione, continua ad attingere al vastissimo giacimento di miti, prima, e di studi, dopo, che i crateri hanno saputo suscitare. Del resto, i vulcani rappresentano, quasi per definizione, il confine del mondo, la soglia oltre la quale si entra nel divino o nell’inferno.

Efesto, dio greco del fuoco e dei metalli, era ritenuto figlio di Zeus, ma le leggende lo descrivevano, innanzitutto, come portatore di una umanissima storia di disabilità. Oggi verrebbe raccontato come un sopravvissuto a un infanticidio, che seppe reagire e trovò la sua strada. Per il suo successore di epoca romana, Vulcano, si prescriveva prosaicamente che i luoghi di culto costruiti in suo onore venissero eretti fuori dalle aree abitate, visto che comunque si trattava di un culto incendiario.

La locandina del Festiva 2026

Quest’anno sarà ospite del Festival uno dei più famosi organizzatori francesi di viaggi avventura, Guy de Saint Cyr, che da una vita porta i suoi clienti ad osservare i vulcani in eruzione. Turisti che mettono a rischio la propria incolumità per raggiungere il limite, il punto esatto in cui è possibile osservare la Terra di dentro e quella di fuori. Perché lo fanno? Forse perché in quei luoghi il mito sembra tutto sommato reale e credibile.

D’altra parte, bisogna prendere atto che non sempre quelli che abitano alle pendici delle “montagne viventi” hanno pienamente contezza dell’eccezionalità dei luoghi che si trovano quotidianamente a frequentare. Ecco perché, ormai da quattro anni, abbiamo avviato, con la Fondazione Trecastagni Patrimonio dell’Etna, presieduta da Giovanni Barbagallo, il progetto Festival Vulcani. Un anno dopo l’altro realizziamo l’unico evento in Italia completamente dedicato ai molteplici aspetti delle terre vulcaniche.

Guy De Saint Cyr

Dal 26 al 28 giugno nel centro storico di Trecastagni, vero “salotto dell’Etna”, si svolgeranno numerosi eventi dedicati all’esplorazione di un “pianeta” che ha caratteri particolari e distintivi. Quest’anno, oltre a Guy de Saint Cyr, protagonista di viaggi al limite del possibile, ci saranno esperti internazionali di vulcanologia. Dalla direttrice dell’Osservatorio Vesuviano INGV, Lucia Pappalardo, sino a Sara Barsotti, responsabile del servizio islandese di sorveglianza sulle attività vulcaniche.   Confermerà la sua presenza anche Stefano Branca, direttore del dipartimento vulcani INGV, che aprirà la manifestazione con una conferenza sullo scienziato-fotografo Gaetano Ponte, insieme a Daniele Musumeci, ricercatore UNICT. Per la prima volta sarà ospite della manifestazione Franco Foresta Martin, per oltre trent’anni giornalista scientifico al Corriere della Sera, per raccontare la “sua” Ustica.

Franco Foresta Martin

In questa quarta edizione saranno a fianco della Fondazione organizzatrice l’Associazione Italiana di Vulcanologia, il Comune di Trecastagni, la Regione Siciliana (Assessorati Turismo e Territorio e Ambiente), l’Assemblea Regionale Siciliana, oltre alle Associazioni Federescursionismo ed Etnaviva e alla Funivia dell’Etna. A conferma della originalità di una formula che garantisce autorevolezza scientifica, ma anche spettacolo e divulgazione appassionante, supportata da video e immagini. Tutto questo con l’ambizione di costruire anche un percorso identitario, destinato a chi vive sull’Etna. L’obiettivo è quello di fornire, innanzitutto agli abitanti delle terre vulcaniche, conoscenze e testimonianze che possano renderli consapevoli e orgogliosi di abitare parti di questo pianeta che hanno caratteristiche veramente stra-ordinarie. Con il Festival intendiamo, in definitiva, offrire delle buone ragioni a quanti vogliono innamorarsi dell’Etna, e delle terre nere in generale, ed aiutare, nel frattempo, tutti coloro i quali si interrogano per scoprire le ragioni della loro incontenibile passione per l’Etna.

*Direttore Festival Vulcani

Con il titolo: Etna, 23 giugno 2026, foto di Gaetano Perricone

 

 

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Etna: la pericolosità sottostimata delle correnti piroclastiche https://ilvulcanico.it/etna-la-pericolosita-sottostimata-delle-correnti-piroclastiche/ Thu, 16 Apr 2026 15:52:32 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26345 FONTE: https://www.unictmagazine.unict.it/ Uno studio dell’Università di Catania rivela oltre 50 eventi in 40 anni: fenomeni rapidi e distruttivi finora sottostimati L’Etna è globalmente noto per le imponenti fontane di lava e per le spettacolari colate laviche che scorrono lungo i suoi fianchi. Tuttavia, dietro questa scenografia suggestiva si può nascondere anche un fenomeno molto più […]

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FONTE: https://www.unictmagazine.unict.it/

Uno studio dell’Università di Catania rivela oltre 50 eventi in 40 anni: fenomeni rapidi e distruttivi finora sottostimati

L’Etna è globalmente noto per le imponenti fontane di lava e per le spettacolari colate laviche che scorrono lungo i suoi fianchi. Tuttavia, dietro questa scenografia suggestiva si può nascondere anche un fenomeno molto più insidioso e potenzialmente letale: le Correnti Piroclastiche di Densità (dall’inglese Pyroclastic Density Currents).
Un nuovo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Earth-Science Reviews, condotto dal dott. Giorgio Costa e dal prof. Marco Viccaro del team di Vulcanologia e Geotermia del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Catania, rivela che negli ultimi quarant’anni l’Etna è stato capace di generare oltre cinquanta di questi eventi, suggerendo che pericolosità e rischi associati a queste fenomenologie nell’area sommitale del vulcano sono stati finora sottostimati.
A differenza delle colate laviche relativamente lente, le correnti piroclastiche sono miscele ad alta temperatura di gas e particelle solide che scorrono a grande velocità lungo i fianchi del vulcano e che possiedono un elevato potere distruttivo. Sebbene fenomeni di questo tipo siano tipicamente associati a vulcani molto più esplosivi, lo studio evidenzia come correnti piroclastiche possano svilupparsi anche in sistemi vulcanici a composizione mafica, come quello etneo.

 

La ricerca identifica e discute diversi meccanismi che possono innescare correnti piroclastiche sull’Etna e più in generale nei vulcani mafici, ovvero il collasso parziale di una fontana di lava, i collassi gravitativi di materiale piroclastico, il collasso parziale del fianco di un cono piroclastico e l’interazione tra lava e acqua o neve. In alcuni casi, tuttavia, più fattori possono agire contemporaneamente, rendendo difficile individuare un unico meccanismo di innesco.

Un fenomeno eruttivo dell'Etna

La corrente piroclastica del 24 Settembre 1986 al Cratere di Nord-Est dell’Etna

Sull’Etna, la maggior parte delle correnti piroclastiche degli ultimi decenni è stata prodotta dal Cratere di Sud-Est, oggi il più attivo dei quattro crateri sommitali. Lo studio evidenzia come il progressivo aumento nella frequenza di questi eventi sia legato alla crescente attività esplosiva del vulcano, in particolare ai brevi ma intensi episodi di fontane di lava, noti come eruzioni parossistiche.

Negli ultimi decenni, l’Etna ha dimostrato infatti di essere in grado di trasferire grandi volumi di magma ricco di gas dai livelli più profondi del sistema di alimentazione fino alla superficie in tempi relativamente brevi. Ne deriva così un aumento della frequenza delle eruzioni a carattere parossistico, così come un incremento dei volumi di magma emessi. Ciò ha portato a una crescita piuttosto rapida del Cratere di Sud-Est, specialmente negli ultimi 15 anni, rendendolo meccanicamente instabile e fragile, pertanto sempre più soggetto a crolli improvvisi.

Questo spiega perché alcune delle correnti piroclastiche più recenti, come quelle del 10 febbraio 2022 e del 2 giugno 2025, siano state più voluminose e abbiano raggiunto distanze maggiori rispetto ad altri eventi simili avvenuti in passato.

«Eventi di questo tipo potrebbero verificarsi ancora in futuro e proprio per questo – sottolineano gli autori dello studio Giorgio Costa e Marco Viccaro – è fondamentale non sottovalutare la pericolosità di questi fenomeni e i potenziali rischi che ne derivano. Le correnti piroclastiche possono svilupparsi in modo improvviso e spesso senza segnali precursori evidenti. Comprenderne meglio i meccanismi di formazione e riconoscerne la pericolosità rappresenta quindi un passo importante per migliorare la gestione del rischio non solo sull’Etna, ma anche in altre aree vulcaniche del mondo caratterizzate da fenomenologie eruttive comparabili».

 

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