scienza e divulgazione Archivi - Il Vulcanico https://ilvulcanico.it/category/scienza-e-divulgazione/ Il Blog di Gaetano Perricone Thu, 06 Aug 2026 14:36:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0.4 Val di Noto 1693, tutto quello che c’è da sapere. In una story map, il terremoto italiano più forte degli ultimi 1000 anni https://ilvulcanico.it/val-di-noto-1693-tutto-quello-che-ce-da-sapere-in-una-story-map-il-terremoto-italiano-piu-forte-degli-ultimi-1000-anni/ Thu, 06 Aug 2026 14:23:31 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26494 A cura di Christian Marino e Mario Mattia (INGV-Osservatorio Etneo) Era l’11 gennaio 1693 quando la Sicilia orientale fu colpita da quello che, ad oggi, è classificato nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15) come il più forte evento sismico degli ultimi mille anni accaduto nell’intero territorio nazionale. Per il Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI5Med), addirittura il più forte degli […]

L'articolo Val di Noto 1693, tutto quello che c’è da sapere. In una story map, il terremoto italiano più forte degli ultimi 1000 anni proviene da Il Vulcanico.

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A cura di Christian Marino e Mario Mattia (INGV-Osservatorio Etneo)

Era l’11 gennaio 1693 quando la Sicilia orientale fu colpita da quello che, ad oggi, è classificato nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15) come il più forte evento sismico degli ultimi mille anni accaduto nell’intero territorio nazionale. Per il Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI5Med), addirittura il più forte degli ultimi duemila. Si tratta di un terremoto di magnitudo stimata Mw 7.3 (seguito da un imponente maremoto) che causò, secondo le fonti, oltre 50mila morti, danneggiando gravemente un’area di oltre 14.000 chilometri quadrati. E fu l’apice di una sequenza sismica che durò almeno tre anni.

Dal lutto e dalle macerie sorsero città dall’aspetto totalmente nuovo, spesso in siti diversi dai precedenti, edificate secondo moderni criteri urbanistici, dando vita a quel laboratorio architettonico che fu il Barocco siciliano e che oggi continuiamo ad ammirare. La meraviglia di alcune delle nuove piante cittadine, delle chiese e dei palazzi, ha addirittura spesso messo in ombra la tragedia causata dall’evento e generato alcune lacune nell’interpretazione delle conseguenze socioeconomiche e politiche dei decenni successivi.

Proprio per questa sua immensa portata, il terremoto del 1693 è stato oggetto di diversi studi scientifici e, allo stesso tempo, è profondamente radicato nella cultura e nella tradizione popolare siciliana. Tuttavia, la ricerca e la memoria collettiva (fatta di miti, canti e racconti tramandati di generazione in generazione) raramente si sono incontrati.

La Sicilia Orientale, sulla base della sua storia sismica e delle informazioni disponibili dagli studi sulle sorgenti sismogenetiche, è una delle zone a maggiore pericolosità sismica d’Italia. Un fattore che, insieme alla presenza di aree intensamente popolate e vulnerabili, sia dal punto di vista sociale che del patrimonio edilizio ed infrastrutturale, determina un elevato rischio sismico e impone una costante opera di prevenzione, nella quale la consapevolezza della popolazione ha un ruolo tutt’altro che secondario.

È proprio per queste ragioni che nasce la nuova Story map “Val di Noto 1693. Storia e miti del terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani”. L’obiettivo è raccontare non solo i dati del sisma, ma la storia dell’evento e della ricostruzione ad esso successiva, insieme al suo radicamento nella cultura popolare.

La Story map è organizzata in sette capitoli, che, attraverso carte storiche, mappe interattive, immagini e video, descrivono:

  • la sismicità dell’area;
  • la sequenza sismica del 1693-96;
  • il contesto storico in cui avvenne il terremoto;
  • la gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni politiche;
  • la ricostruzione delle città delocalizzate;
  • la ricostruzione delle città nel medesimo sito pre-evento;
  • il barocco siciliano.

La Story map è aperta da una breve introduzione in cui la presentazione dell’evento dal punto di vista storico e scientifico è corredata da un canto popolare, proposto in forma scritta e orale, che dalla fine del ‘600 è arrivato fino ai giorni nostri.

Il primo capitolo si sviluppa invece attraverso la descrizione della sismicità della Sicilia orientale, con carte e dettagli “tecnici”.

Il secondo capitolo è dedicato alla descrizione della sequenza sismica, con particolare attenzione alle scosse del 9 e dell’11 gennaio. Questi due eventi sono raccontati attraverso delle mappe interattive centrate sulle località colpite e sugli effetti prodotti.

Cliccando sulle singole località è possibile conoscere la distanza dall’epicentro, gli effetti sull’ambiente naturale conosciuti e l’intensità del terremoto in base agli effetti visibili e ai danni provocati (scala Mercalli-Cancani-Sieberg – MCS).

Il terzo capitolo è invece dedicato a una breve presentazione del contesto storico, raccontato anche attraverso documenti e ritratti di alcuni dei protagonisti di quel tempo.

Al centro del quarto capitolo vi è poi la gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni politiche, le priorità del viceregno (in quel tempo la Sicilia faceva parte del Regno di Spagna ed era amministrata da un Viceré), l’azione dei poteri locali e le sofferenze patite dalle popolazioni.

Una mappa multimediale permette anche di osservare la struttura ideata dal Viceregno per la gestione dell’emergenza e il suo effettivo funzionamento: ogni punto sulla mappa corrisponde a un’apposita giunta o a uno specifico incarico creato ad hoc subito dopo il terremoto e cliccando su ognuno di essi è possibile sapere chi ricoprì quel ruolo e quali mansioni svolse. Il capitolo è chiuso da un filmato tratto dall’edizione del 2025 della commemorazione che ogni anno la popolazione di Grammichele svolge tra le rovine dell’antica Occhiolà, il sito abbandonato dopo il terremoto.

Il quinto capitolo ripercorre la lunga ricostruzione delle città delocalizzate, descrivendo le tante modalità attraverso cui si scelse di spostare i centri in un nuovo sito e i tratti comuni alle diverse vicende.

Una mappa interattiva permette di esplorare le città ricostruite in un nuovo sito, visionare carte storiche e foto dei luoghi più rappresentativi, ma anche scoprire dove si trovavano le città prima del terremoto, i processi attraverso i quali si scelse di spostarsi e le modalità della ricostruzione.

Il sesto capitolo è dedicato alle città che furono riedificate nel medesimo sito, tracciando dinamiche, successi e limiti dei processi di ricostruzione. Un approfondimento, anche fotografico, è dedicato al caso di Catania e una mappa interattiva permette di approfondire, attraverso immagini e descrizioni, alcuni esempi della cosiddetta “Guerra delle Parrocchie” che esplose in città come Ragusa e Modica e che contribuì all’edificazione di alcune delle più celebri chiese del Val di Noto.

Un approfondimento sul Barocco siciliano nel settimo capitolo, corredato da numerose immagini, insieme a un canto dedicato al terremoto dal cantautore siciliano Carlo Muratori chiudono il racconto di un evento che ha ancora tanto da raccontare e, soprattutto, da insegnare anche ai giorni nostri.

“Val di Noto 1693. Storia e miti del terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani” è  parte di un più ampio progetto di ricerca, i cui primi risultati sono stati recentemente pubblicati nell’articolo Marino, C.; Mattia, M. The Long‑Term Legacy of the 1693 Val Di Noto Earthquake: Emergency Management, Reconstruction, and Institutional Impact. Ann. Geophys. 2026, 69. https://doi.org/10.4401/ag-9507.

La story map è disponibile nella galleria  INGVterremoti e al seguente linkVal di Noto 1693

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Etna, quando la scienza è accessibile: alla scoperta, con tutti i sensi, del magico universo vulcanico https://ilvulcanico.it/etna-quando-la-scienza-e-accessibile-alla-scoperta-con-tutti-i-sensi-del-magico-universo-vulcanico/ Wed, 29 Jul 2026 05:34:46 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26477 (Gaetano Perricone). Condivido con estremo piacere questo dettagliato racconto di una bellissima esperienza promossa dall’INGV, Osservatorio Etneo, all’insegna della divulgazione, della sensibilità, dell’inclusione. Ricordando anche il mio libro “La scalata della vita”, Algra Editore, del 2020, nel quale raccontai la straordinaria ascesa sulla cima del vulcano di nove ragazzi padovani con sindrome di Down (https://ilvulcanico.it/la-scalata-della-vita-e-labbraccio-della-grande-madre-etna/)  […]

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(Gaetano Perricone). Condivido con estremo piacere questo dettagliato racconto di una bellissima esperienza promossa dall’INGV, Osservatorio Etneo, all’insegna della divulgazione, della sensibilità, dell’inclusione. Ricordando anche il mio libro “La scalata della vita”, Algra Editore, del 2020, nel quale raccontai la straordinaria ascesa sulla cima del vulcano di nove ragazzi padovani con sindrome di Down (https://ilvulcanico.it/la-scalata-della-vita-e-labbraccio-della-grande-madre-etna/

di Martina Allegra, Giuseppe C. Altana, Massimiliano Barone, Flavio Cannavò, Massimo Cantarero, Luigi Carleo, Simona Caruso, Maria Catania, Danilo Cavallaro, Francesco Ciancitto, Miriana Corsaro, Rosanna Corsaro, Salvo D’amico, Emanuela De Beni, Maddalena Dozzo, Marco Firetto Carlino, Adriana Iozzia, Alessandro La Spina, Arianna Malaguti, Vittorio Minio, Matteo Pagano, Francesco Pandolfo, Alessio Patanè, Cristina Proietti, Danilo Reitano, Mariangela Sciotto, Andrea Ursino, Francesco Zuccarello, Barbara Aldighieri e Claudia Cattadori

A giugno 2026 l’INGV Osservatorio Etneo ha coordinato un’iniziativa divulgativa promossa dall’Associazione Italiana Geologia e Turismo APS  e dal CNR Istituto di Geoscienze e Georisorse , in collaborazione con l’Associazione Disabili Visivi APS-ETS. L’obiettivo era offrire a un gruppo di persone con disabilità visiva un’esperienza diretta del vulcano, attraverso percorsi sensoriali appositamente creati per soddisfare le loro esigenze, ma al tempo stesso mantenendo contenuti scientifici rigorosi. Per tre giorni (dal 12 al 14 giugno) la geologia, disciplina tradizionalmente fondata sull’osservazione, è diventata qualcosa di più: un universo da sentire, o meglio, da percepire con tutti i sensi.

La prima giornata dell’iniziativa ci ha condotti ad Aci Trezza e Aci Castello, sulla costa catanese. Qui abbiamo potuto ammirare straordinari esempi di basalti colonnari nati dalla rapida contrazione termica del magma, e le celebri pillow lava  (lave “a cuscino”), strutture tipiche delle eruzioni sottomarine (Figura 1).

Figura 1- A) Basalti a sezione esagonale di Aci Trezza, foto E. De Beni; B) Lave a “cuscino”che formano la rupe di Acicastello. Foto M. Pagano.

Dopo un tuffo rinfrescante tra gli scogli di Aci Castello ci siamo trasferiti nella sede dell’INGV di Catania, che, per un pomeriggio, si è trasformata in un centro multisensoriale. Attraverso l’esplorazione tattile e utilizzando modelli 3D appositamente realizzati (Figura 2), i partecipanti hanno potuto scoprire l’evoluzione dei crateri sommitali dell’Etna degli ultimi 150 anni e comprendere il significato dei segnali sismici che arrivano in Sala Operativa.

Figura 2 - A) Modello dei crateri sommitali dell’Etna B) Esempi di segnali sismici stampati in 3D. Foto M. Pagano.

Figura 2 – A) Modello dei crateri sommitali dell’Etna; B) Esempi di segnali sismici stampati in 3D. Foto M. Pagano.

Grazie ai suoni registrati dagli idrofoni del progetto EMSO (European Multidisciplinary Seafloor and water-column Observatory), i partecipanti hanno imparato a distinguere il rumore generato da un terremoto da quello di un fulmine, il canto dei delfini da quello delle balene, il fratturarsi del ghiaccio antartico dal passaggio delle navi. Il segnale infrasonico che accompagna le esplosioni vulcaniche è stato opportunamente accelerato e reso udibile e fatto ascoltare ai nostri ospiti.

La collezione di rocce presente nelle teche dell’Istituto ha permesso di far apprezzare  la differenza tra i prodotti dell’attività esplosiva e quelli delle colate laviche.

Il laboratorio sugli odori, non a caso l’ultimo della giornata, ha aggiunto un’altra dimensione fondamentale all’esperienza dell’ambiente vulcanico. Sulla terrazza dell’Osservatorio Etneo abbiamo esplorato, attraverso apposite sacche olfattive contenenti campioni a concentrazione controllata, gli odori caratteristici dell’idrogeno solforato e del biossido di zolfo: un’anticipazione di ciò che avremmo poi percepito direttamente sul campo.

Quello che il giorno prima avevamo toccato e ascoltato si è trasformato in esperienza concreta durante l’incontro diretto con il vulcano attivo. L’ascesa all’area sommitale con la telecabina della Funivia dell’Etna e successivamente con il loro servizio di mezzi 4×4, ci hanno condotti fino a quota 3.000 metri, sul fianco meridionale del vulcano (Figura 3). Qui l’aria si fa più sottile, il vento più forte, l’odore di zolfo più intenso. I lapilli scricchiolano sotto i piedi mentre saliamo lentamente in fila indiana. Una fila che avanza con passo regolare, fatta di persone che si affidano l’una all’altra, sostenendosi attraverso il contatto con le spalle dell’accompagnatore.

Figura 3 – Il gruppo riunito ascolta con attenzione le spiegazioni della guida vulcanologica (Francesco Ciancitto) durante l’escursione sul fianco meridionale dell’Etna. Foto M. Pagano.

Seguiamo esattamente il tracciato che il giorno prima avevamo esplorato sul modello 3D; ora, però, tutto è reale e acquista una dimensione più ampia. La visibilità è incredibile, il sole scalda le schiene, Sicilia e Calabria si mostrano nitidamente, e questa visione viene trasmessa attraverso le parole (Figura 4). L’Etna, in questo modo, smette di essere soltanto un’immagine spettacolare e diventa un sistema vivo, complesso, “leggibile” anche in modo multisensoriale. Facciamo tutti parte dello stesso mondo, e ciò che sente una persona diventa esperienza condivisa.

Figura 4 – Lo Stretto di Messina visto dalla cima dell’Etna, da circa 3000 m di quota; sullo sfondo il massiccio dell’Aspromonte. Foto M. Pagano.

Scendiamo insieme da quota 3000 a 1900 metri (Figura 5); ci affidiamo l’uno all’altro in questa condivisione di sensazioni.

Ecco ciò che scrive Claudia nel suo diario: “La discesa è stata semplicemente fantastica! Le nostre guide dell’INGV ci hanno accompagnato benissimo. Alcuni pezzi erano un po’ ripidi e sembrava davvero di sciare sulla neve! I lapilli, così piccoli, finivano ovunque: pezzettini microscopici perfino in bocca e nelle orecchie. … Fortissimi gli odori dello zolfo e degli altri gas che spesso ci fanno tossire quando ci avviciniamo ai due crateri visitati. Con Ciccio, una delle guide, mi sono fiondata giù a tutta birra, tipo discesa libera a Kitzbühel. Fantastico!

Quest’esperienza ha coinvolto anche noi ricercatori: proviamo a percorrere un tratto del sentiero a occhi chiusi per condividere le sensazioni. E’ stato allora che abbiamo capito: si cammina con i piedi, non con gli occhi. Il vulcano sembra più potente, permea ogni cosa; la sua forza passa dai piedi e sale fino al cervello. È una sensazione di condivisione mai provata prima. Arriviamo all’autobus con le gambe stanche e i sorrisi aperti: ci abbracciamo, ci baciamo, siamo felici.

Figura 5 – La vista verso valle da Piano dei Pompieri, versante sud dell’Etna. Al centro della fotografia, i Monti Calcarazzi ed i Crateri Silvestri. Foto M. Pagano.

Il terzo e ultimo giorno di questa fantastica esperienza è stato dedicato all’acqua. Le Gole dell’Alcantara (Figura 6) offrono una lezione potente: qui l’acqua e la lava hanno costruito, in tempi e modi diversi, un paesaggio in cui le forme geologiche si leggono attraverso il contrasto tra le pareti verticali della gola, il suono dello scorrere del fiume e la fredda temperatura dell’acqua. Le gambe stanche trovano refrigerio nell’acqua gelida, che da migliaia di anni incide e leviga le pareti di basalto colonnare.

Figura 6 – I basalti colonnari a base esagonale erosi dal fiume Alcantara. Foto M. Cantarero.

Esperienze come queste ci fanno comprendere che la scienza deve essere accessibile non come una gentile concessione, ma per responsabilità culturale. Un vulcano attivo come l’Etna appartiene a tutti: a chi lo studia, a chi lo abita, a chi lo attraversa, a chi lo teme, a chi lo visita e a chi vuole conoscerlo in modo profondo, ma soprattutto a chi lo ama. L’inclusione, in questo senso, non è un’aggiunta al progetto scientifico: è parte del progetto stesso. Ci obbliga a essere più chiari, più rigorosi, più creativi. Ci ricorda che è comunicare la Terra e far comprendere agli altri i processi geologici che la rendono viva, significa costruire ponti tra linguaggi diversi: il linguaggio dei dati, quello delle rocce, quello del corpo, quello dei suoni e degli odori e quello dell’esperienza.

È proprio così che la scienza incontra l’accessibilità: non nel rendere più semplice il mondo, ma nel renderlo più condiviso

Un ringraziamento particolare va alla Funivia dell’Etna, che ha permesso la salita del gruppo a titolo gratuito. Non è stato un semplice supporto logistico, ma un contributo concreto all’accessibilità: ha reso possibile per tutte e tutti l’esperienza in quota, superando una barriera che, in ambiente montano e vulcanico, può diventare decisiva.

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Etna, la disfida dei Crateri https://ilvulcanico.it/etna-la-disfida-dei-crateri/ Sun, 19 Jul 2026 08:52:58 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26465 di Boris Behncke e Salvatore Giammanco L’area sommitale dell’Etna vista dall’alto la sera del 6 luglio 2026.  Al cratere Voragine (VOR) è in corso attività stromboliana accompagnata da emissione di cenere, mentre una cascata di lava si riversa nel Cratere di Nord-Est (NEC). A sinistra, silenzioso, il Cratere di Sud-Est (SEC) (foto di Maurizio Caputo […]

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L’area sommitale dell’Etna vista dall’alto la sera del 6 luglio 2026.  Al cratere Voragine (VOR) è in corso attività stromboliana accompagnata da emissione di cenere, mentre una cascata di lava si riversa nel Cratere di Nord-Est (NEC). A sinistra, silenzioso, il Cratere di Sud-Est (SEC) (foto di Maurizio Caputo e pubblicata qui con gentile permesso dell’autore).

L’Etna è un vulcano straordinario per molti motivi. Uno di essi è la costante e rapida trasformazione della sua area sommitale, dove negli ultimi 115 anni sono nati quattro crateri: quello di Nord-Est (1911), la Voragine (1945), la Bocca Nuova (1968) e il Cratere di Sud-Est (1971). Tra questi crateri si è spesso instaurata una sorta di competizione per conquistare il primato di vetta dell’Etna, ma dal 1978 fino al 2021 è sempre stato il Cratere di Nord-Est a rappresentare la vetta, raggiungendo 3350 m nel 1981. Successivamente, la sua altezza si è progressivamente abbassata a causa di crolli dei suoi orli: all’inizio del 2021 misurava 3324 m di quota.

Queste variazioni di quota, unite alla stretta vicinanza tra i crateri – ad esclusione del Cratere di Sud-Est, che si è formato un po’ più distante dagli altri – hanno fatto sì che, in diverse occasioni, i prodotti eruttivi di un cratere si riversassero in quello adiacente. È quanto accaduto, ad esempio, nel 2015–2016 e nuovamente nel 2024, quando la Bocca Nuova è stata completamente colmata dal materiale eruttato dalla vicinissima Voragine. Altre volte il riempimento del cratere “recipiente” è stato solo parziale; tuttavia, in ogni caso ha portato all’ostruzione totale del condotto.

L’eruzione dell’Etna che ha avuto luogo dal 5 al 7 luglio 2026, ha mostrato questo fenomeno vulcanico in modo molto peculiare. Infatti, l’apertura di una frattura eruttiva (una cosiddetta “bottoniera”) sul fianco nord del cono terminale del cratere Voragine, ha prodotto una colata di lava ben alimentata che si è riversata interamente all’interno del cratere di Nord-Est, ricadendo con una spettacolare cascata dentro il condotto aperto di quest’ultimo (Figura 1). L’aspetto più particolare di questo evento è che nonostante il continuo ingresso della lava nel condotto, esso non è stato colmato né ostruito (Figura 2); invece è rimasto aperto e degassante, così com’era stato prima di questo evento eruttivo.

Figura 1 – Il fondo del Cratere di Nord-Est visto dal suo orlo nord-orientale, con la cascata di lava che si sta riversando da una fessura eruttiva apertasi sul fianco settentrionale dell’adiacente cratere Voragine, 6 luglio 2026 (foto di Vincenzo Greco e pubblicata qui con gentile permesso dell’autore).

Figura 2 – 6 luglio 2026. La cascata di lava all’interno del Cratere di Nord-Est raggiunge il condotto aperto sul suo fondo, scomparendo in profondità senza accennare a riempirlo (foto di Maurizio Caputo, pubblicata qui con gentile permesso dell’autore).

Tale fenomeno, per quanto raro, non è tuttavia unico. Infatti, esattamente 30 anni fa, nel luglio-agosto del 1996, avvenne un fenomeno del tutto analogo, ma a ruoli invertiti! In quel caso, fu il cratere di Nord-Est a emettere una colata lavica che si riversò per circa tre settimane all’interno del condotto aperto della Voragine, senza mai occluderlo: tutta la lava fu ingoiata dal pozzo in fondo al cratere (Figura 3).

Perché questa apparente inversione delle parti? La risposta sta nei cospicui cambiamenti di morfologia in area sommitale in questi ultimi decenni. Nel 1996 il Cratere di Nord-Est era il punto più alto dell’Etna, mentre la Voragine era una depressione a forma di imbuto, il cui orlo settentrionale coincideva con il fianco meridionale del Cratere di Nord-Est. Era precisamente da quest’ultimo che si è sviluppata quella colata lavica, che si è riversata dentro la Voragine. In quel periodo il Cratere di Nord-Est era in una fase di attività stromboliana (Figura 4) con emissione di diverse colate laviche verso ovest, est e, appunto, verso sud in direzione della Voragine.

Nel 2026 è invece la Voragine a costituire il punto culminante del vulcano, sovrastando la vetta del Cratere di Nord-Est con un dislivello di quasi 100 m. Inoltre, il fianco nord del cono della Voragine passa direttamente alla parete interna meridionale del Nord-Est con un pendio abbastanza ripido. E’ proprio questa la zona che è stata squarciata dalla frattura eruttiva apertasi il mattino del 5 luglio 2026.

Figura 3 – Veduta dal bordo ovest della Voragine della colata lavica scaturita dal fianco sud del cratere di Nord-Est (NEC) che si riversa dentro il condotto della Voragine (VOR), 2 agosto 1996 (foto di Salvatore Giammanco).

Figura 4 – Attività esplosiva al cratere di Nord-Est durante l’eruzione di luglio-agosto 1996. In primo piano il riverbero causato dalla colata lavica che ricade dentro la Voragine (foto di Salvatore Giammanco).

Sul canale YouTube di INGVvulcani pubblichiamo il video della colata di lava che si sta riversando dal Cratere di Nord-Est verso la Voragine nell’estate del 1996 (di Salvatore Giammanco: https://youtu.be/TEik2Xd_Rp8)

Con il titolo: foto di Vincenzo Greco

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Etna, il gran ritorno del Cratere Centrale. Osservazioni sul campo https://ilvulcanico.it/etna-il-gran-ritorno-del-cratere-centrale-osservazioni-sul-campo/ Sun, 05 Jul 2026 04:55:18 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26422 di Vincenzo Greco L’Etna riesce sempre a suscitare grande interesse e meraviglia. Non perché ogni sua manifestazione sia necessariamente unica o imprevedibile, ma perché il vulcano possiede una straordinaria varietà di modalità eruttive che, pur rientrando spesso in schemi già osservati e studiati nel corso del tempo, continuano a rappresentare un laboratorio naturale di eccezionale […]

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di Vincenzo Greco

L’Etna riesce sempre a suscitare grande interesse e meraviglia. Non perché ogni sua manifestazione sia necessariamente unica o imprevedibile, ma perché il vulcano possiede una straordinaria varietà di modalità eruttive che, pur rientrando spesso in schemi già osservati e studiati nel corso del tempo, continuano a rappresentare un laboratorio naturale di eccezionale valore scientifico e umano. L’attività eruttiva che interessa attualmente la parte sommitale dell’Etna, iniziata il 26 giugno 2026, rappresenta ancora una volta una dimostrazione della straordinaria vitalità del vulcano. Si tratta di una manifestazione che rientra pienamente nelle caratteristiche delle attività terminali e subterminali che hanno contraddistinto numerose fasi eruttive del vulcano nel corso della sua storia recente e che, soprattutto, non desta alcuna preoccupazione per i centri abitati o per le principali aree turistiche del territorio.

I PRIMI SEGNALI DI CAMBIAMENTO. In realtà, i segnali che qualcosa stesse cambiando erano già osservabili nei giorni precedenti al 26 giugno. Il Cratere di Nord-Est aveva infatti mostrato un progressivo incremento dell’attività esplosiva intracraterica, con esplosioni localizzate sul fondo del condotto che, pur rimanendo pienamente all’interno delle normali dinamiche del vulcano, stavano gradualmente aumentando in frequenza e intensità. Anche dopo gli eventi effusivi che avevano caratterizzato il periodo compreso tra il 1° e il 13 gennaio 2026, il sistema vulcanico aveva continuato a manifestare alcuni segnali di dinamismo, senza però mostrare evidenze chiare di una nuova imminente fase eruttiva. Nel corso del mese di giugno, inoltre, si sono osservati fenomeni di subsidenza e deformazione delle aree sommitali, chiari indicatori di un sistema che stava progressivamente rispondendo alle pressioni interne. La conoscenza delle dinamiche che caratterizzano questo tipo di fenomenologie ha consentito, attraverso l’osservazione diretta sul campo, di riconoscere alcuni segnali che indicavano una possibile evoluzione del sistema vulcanico.

Le osservazioni effettuate nei giorni precedenti all’inizio dell’attività effusiva, e in particolare quelle svolte nella mattinata del 26 giugno, mi hanno infatti consentito di interpretare le modificazioni morfologiche che stavano interessando l’area sommitale, mettendole in relazione con fenomenologie analoghe osservate durante precedenti episodi eruttivi dell’Etna. Questa capacità di lettura del territorio nasce dall’osservazione continua del vulcano e dall’esperienza maturata nel corso di circa ventisette anni di frequentazione costante dell’ambiente etneo, che permette di riconoscere quelle variazioni, anche minime, che spesso precedono l’evoluzione di un’attività eruttiva.

La mattina del 26 giugno, intorno alle ore 10, durante una mia osservazione diretta sul campo, ho avuto modo di constatare come nell’area interessata dall’attività del Cratere Centrale, lungo il pendio orientale in prossimità della zona già coinvolta dall’attività eruttiva del 6 luglio 2014, tra i coni di scorie presenti nell’alta Valle del Leone, si stessero sviluppando evidenti sistemi di fratture radiali accompagnati da fenomeni di degassamento. L’osservazione di queste strutture mi ha immediatamente fatto ipotizzare che il sistema vulcanico stesse attraversando una nuova fase evolutiva. Per questo motivo ho provveduto a condividere tempestivamente le informazioni raccolte sia con l’ente di ricerca preposto al monitoraggio del vulcano sia con i colleghi che operano quotidianamente sul territorio. Questo aspetto rappresenta uno degli elementi fondamentali del lavoro delle guide vulcanologiche. La nostra presenza costante sul vulcano ci porta infatti a svolgere anche un’importante funzione di osservazione e di sentinella del territorio, contribuendo a segnalare tempestivamente eventuali variazioni dell’attività e collaborando, ciascuno nel proprio ruolo, al mantenimento delle migliori condizioni di sicurezza possibili. Ogni cambiamento osservato sul vulcano, anche quello apparentemente meno significativo, assume infatti un’importanza rilevante sia per la tutela delle persone che accompagniamo durante le attività escursionistiche, sia per la gestione complessiva del contesto operativo nel quale svolgiamo quotidianamente la nostra professione. Per questo motivo osservare, documentare, confrontarsi e condividere le informazioni rappresenta una parte essenziale del nostro lavoro sul campo. In quel momento ho avuto la sensazione che il sistema fosse ormai prossimo a una nuova evoluzione. La conferma è arrivata poche ore dopo. Intorno a mezzogiorno, il vulcano ha deciso di manifestare la propria energia attraverso l’apertura di una nuova frattura eruttiva e l’emissione della prima colata lavica.

LA NUOVA ATTIVITA’ NELL’ALTA VALLE DEL LEONE.  L’attività si è sviluppata nel settore dell’alta Valle del Leone, in prossimità dell’area interessata anche dall’attività del luglio 2014, tra i caratteristici coni di scorie presenti alla base orientale del Cratere Centrale. Dal 26 giugno fino ai primi giorni di luglio, l’eruzione ha mostrato un comportamento relativamente stabile, con tassi di emissione lavica variabili ma generalmente contenuti. Le colate hanno raggiunto lunghezze complessive inferiori ai due chilometri, sviluppandosi progressivamente all’interno di canali lavici costruiti dal flusso stesso. Ho avuto la possibilità di osservare questa attività in diverse occasioni, sia autonomamente sia insieme ai colleghi, non soltanto per documentarne l’evoluzione, ma anche per fornire informazioni aggiornate a chiunque chiedesse chiarimenti sulla situazione in corso. È importante sottolineare come questa attività si sviluppi in un ambiente di alta quota, estremamente remoto e distante dai centri abitati e dalle principali aree turistiche dell’Etna. Per questo motivo, pur trattandosi di un fenomeno di grande interesse scientifico e naturalistico, esso non rappresenta alcun motivo di preoccupazione per la popolazione.

IL RITORNO DI UNA TIPICA ATTIVITA’ SUBTERMINALE. Quella a cui stiamo assistendo è la classica attività subterminale dell’Etna, una tipologia eruttiva che il vulcano ha manifestato numerose volte nel corso della sua storia recente. Negli ultimi anni, tuttavia, la straordinaria attività del Cratere di Sud-Est, con le sue spettacolari fontane di lava e i numerosi episodi parossistici, aveva inevitabilmente catturato l’attenzione di osservatori, appassionati e studiosi. Anche le intense manifestazioni della Voragine nel 2024 avevano contribuito a modificare la percezione collettiva delle dinamiche eruttive etnee. Fenomeni come quello attuale ci ricordano invece un altro volto dell’Etna: quello delle eruzioni generalmente meno violente, più durature e, sotto molti aspetti, anche meno pericolose rispetto ai grandi episodi parossistici che hanno caratterizzato gli ultimi anni.

PERCHE’ IL CRATERE CENTRALE RIMANE SEMPRE IL CRATERE CENTRALE. Per quanto mi riguarda, però, il Cratere Centrale resta sempre il Cratere Centrale. Vederlo tornare protagonista rappresenta ogni volta qualcosa di speciale. Negli ultimi anni il ruolo principale sulla scena eruttiva dell’Etna è stato occupato soprattutto dal Cratere di Sud-Est, che con la sua straordinaria frequenza di attività ha inevitabilmente attirato l’attenzione di tutti. Per molti, il Cratere di Sud-Est è diventato il simbolo dell’attività recente dell’Etna. Eppure il Cratere Centrale, con i suoi tempi e le sue modalità, non ha mai smesso di ricordarci il proprio ruolo fondamentale all’interno del sistema vulcanico etneo. Dopo i parossismi del 2015, le attività del 2016 e le successive fasi eruttive del 2019, del 2020, del 2021 e del 2024, il Cratere Centrale è tornato ancora una volta a prendersi la scena, mostrando quella straordinaria capacità di rinnovarsi e di sorprendere che da sempre caratterizza il nostro vulcano.

UN AMBIENTE SPETTACOLARE, MA DA AFFRONTARE CON RISPETTO. L’attività è ancora in corso e il sistema continua a evolversi. Non si può escludere che nelle prossime settimane possano verificarsi ulteriori variazioni dell’attività eruttiva. L’area interessata dall’eruzione presenta caratteristiche geomorfologiche e vulcanologiche che meritano particolare attenzione. Si tratta infatti di un settore caratterizzato da estesi sistemi di fratturazione, dalla presenza di accumuli nevosi residui ancora sepolti dai depositi vulcanici recenti e più antichi, oltre che da una morfologia estremamente complessa. La presenza della lava in un ambiente di questo tipo richiede particolare cautela, anche perché le interazioni tra il magma e gli elementi superficiali possono produrre fenomenologie secondarie che devono essere attentamente valutate. La Valle del Leone e il settore superiore della Valle del Bove rappresentano ambienti vulcanici di straordinaria bellezza, ma allo stesso tempo estremamente impegnativi. Si tratta di aree remote, difficili da raggiungere e caratterizzate da condizioni ambientali che possono cambiare rapidamente. Per questo motivo consiglio sempre a chi desidera avvicinarsi a questi fenomeni di informarsi preventivamente e di evitare iniziative improvvisate. In particolare, suggerisco di non addentrarsi all’interno della Valle del Bove o delle aree sommitali senza un’adeguata conoscenza del territorio e delle condizioni vulcaniche del momento. La presenza diffusa di fratture, che rappresentano la risposta fragile del terreno alle risalite magmatiche, testimonia la continua evoluzione di questo settore del vulcano e costituisce uno degli elementi che richiedono maggiore attenzione durante le fasi eruttive.

IL RUOLO DELLE GUIDE VULCANOLOGICHE. In questo contesto, il ruolo delle guide vulcanologiche assume un’importanza fondamentale. La nostra attività si svolge sempre nel rispetto delle normative vigenti, delle procedure operative e delle indicazioni predisposte dal Collegio Regionale delle Guide Alpine e Vulcanologiche della Sicilia, oltre che delle eventuali disposizioni emanate dalle autorità competenti. Ci autoregoliamo costantemente in funzione dell’evoluzione del fenomeno, delle condizioni ambientali e del quadro di rischio presente sul vulcano. Il nostro compito non consiste solamente nell’accompagnare le persone, ma soprattutto nel fornire tutte le informazioni necessarie affinché chi visita l’Etna possa comprendere le caratteristiche dell’ambiente vulcanico, i rischi associati e le corrette modalità di fruizione del territorio. La valutazione del rischio rappresenta uno degli aspetti più importanti della nostra professione. In qualità di professionisti e conoscitori del territorio, siamo chiamati quotidianamente a effettuare valutazioni continue delle condizioni operative, assumendoci la responsabilità di condurre le persone esclusivamente nelle aree e nelle situazioni in cui siano presenti adeguati margini di sicurezza. Quando le condizioni del vulcano, le normative vigenti e il quadro generale della sicurezza lo consentono, organizziamo le nostre attività seguendo procedure consolidate e sistemi di gestione del rischio strutturati, sempre con l’obiettivo primario della tutela delle persone.

UN VULCANO CHE CONTINUA AD EMOZIONARE. Osservare oggi il Cratere Centrale nuovamente in attività rappresenta, ancora una volta, un privilegio straordinario. Nonostante gli anni trascorsi a studiare, osservare e vivere l’Etna quotidianamente, assistere al ritorno dell’attività del Cratere Centrale continua a suscitare le stesse emozioni di sempre. Perché, se è vero che oggi gli strumenti di monitoraggio consentono di riconoscere con sempre maggiore precisione i segnali che precedono una variazione dell’attività vulcanica, è altrettanto vero che ogni fase eruttiva possiede una propria evoluzione, una propria storia e caratteristiche che continuano a rendere l’Etna uno dei sistemi vulcanici più affascinanti e studiati al mondo. Ed è forse proprio questo il motivo per cui il vulcano continua, ancora oggi, a regalare emozioni e insegnamenti a chi ha la fortuna e il privilegio di poterlo osservare da vicino.

Tutte le splendide foto e il magnifico video sono di Vincenzo Greco

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Festival Vulcani, dal 26 al 28 giugno a Trecastagni la quarta edizione. Continua l’affascinante viaggio nelle “montagne viventi”, al confine del mondo https://ilvulcanico.it/festival-vulcani-dal-26-al-28-giugno-a-trecastagni-la-quarta-edizione-continua-laffascinante-viaggio-nelle-montagne-viventi-al-confine-del-mondo/ Thu, 25 Jun 2026 04:39:46 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26406 di Giuseppe Riggio * Torna il Festival Vulcani a Trecastagni. La manifestazione che, giunta alla quarta edizione, continua ad attingere al vastissimo giacimento di miti, prima, e di studi, dopo, che i crateri hanno saputo suscitare. Del resto, i vulcani rappresentano, quasi per definizione, il confine del mondo, la soglia oltre la quale si entra […]

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di Giuseppe Riggio *

Torna il Festival Vulcani a Trecastagni. La manifestazione che, giunta alla quarta edizione, continua ad attingere al vastissimo giacimento di miti, prima, e di studi, dopo, che i crateri hanno saputo suscitare. Del resto, i vulcani rappresentano, quasi per definizione, il confine del mondo, la soglia oltre la quale si entra nel divino o nell’inferno.

Efesto, dio greco del fuoco e dei metalli, era ritenuto figlio di Zeus, ma le leggende lo descrivevano, innanzitutto, come portatore di una umanissima storia di disabilità. Oggi verrebbe raccontato come un sopravvissuto a un infanticidio, che seppe reagire e trovò la sua strada. Per il suo successore di epoca romana, Vulcano, si prescriveva prosaicamente che i luoghi di culto costruiti in suo onore venissero eretti fuori dalle aree abitate, visto che comunque si trattava di un culto incendiario.

La locandina del Festiva 2026

Quest’anno sarà ospite del Festival uno dei più famosi organizzatori francesi di viaggi avventura, Guy de Saint Cyr, che da una vita porta i suoi clienti ad osservare i vulcani in eruzione. Turisti che mettono a rischio la propria incolumità per raggiungere il limite, il punto esatto in cui è possibile osservare la Terra di dentro e quella di fuori. Perché lo fanno? Forse perché in quei luoghi il mito sembra tutto sommato reale e credibile.

D’altra parte, bisogna prendere atto che non sempre quelli che abitano alle pendici delle “montagne viventi” hanno pienamente contezza dell’eccezionalità dei luoghi che si trovano quotidianamente a frequentare. Ecco perché, ormai da quattro anni, abbiamo avviato, con la Fondazione Trecastagni Patrimonio dell’Etna, presieduta da Giovanni Barbagallo, il progetto Festival Vulcani. Un anno dopo l’altro realizziamo l’unico evento in Italia completamente dedicato ai molteplici aspetti delle terre vulcaniche.

Guy De Saint Cyr

Dal 26 al 28 giugno nel centro storico di Trecastagni, vero “salotto dell’Etna”, si svolgeranno numerosi eventi dedicati all’esplorazione di un “pianeta” che ha caratteri particolari e distintivi. Quest’anno, oltre a Guy de Saint Cyr, protagonista di viaggi al limite del possibile, ci saranno esperti internazionali di vulcanologia. Dalla direttrice dell’Osservatorio Vesuviano INGV, Lucia Pappalardo, sino a Sara Barsotti, responsabile del servizio islandese di sorveglianza sulle attività vulcaniche.   Confermerà la sua presenza anche Stefano Branca, direttore del dipartimento vulcani INGV, che aprirà la manifestazione con una conferenza sullo scienziato-fotografo Gaetano Ponte, insieme a Daniele Musumeci, ricercatore UNICT. Per la prima volta sarà ospite della manifestazione Franco Foresta Martin, per oltre trent’anni giornalista scientifico al Corriere della Sera, per raccontare la “sua” Ustica.

Franco Foresta Martin

In questa quarta edizione saranno a fianco della Fondazione organizzatrice l’Associazione Italiana di Vulcanologia, il Comune di Trecastagni, la Regione Siciliana (Assessorati Turismo e Territorio e Ambiente), l’Assemblea Regionale Siciliana, oltre alle Associazioni Federescursionismo ed Etnaviva e alla Funivia dell’Etna. A conferma della originalità di una formula che garantisce autorevolezza scientifica, ma anche spettacolo e divulgazione appassionante, supportata da video e immagini. Tutto questo con l’ambizione di costruire anche un percorso identitario, destinato a chi vive sull’Etna. L’obiettivo è quello di fornire, innanzitutto agli abitanti delle terre vulcaniche, conoscenze e testimonianze che possano renderli consapevoli e orgogliosi di abitare parti di questo pianeta che hanno caratteristiche veramente stra-ordinarie. Con il Festival intendiamo, in definitiva, offrire delle buone ragioni a quanti vogliono innamorarsi dell’Etna, e delle terre nere in generale, ed aiutare, nel frattempo, tutti coloro i quali si interrogano per scoprire le ragioni della loro incontenibile passione per l’Etna.

*Direttore Festival Vulcani

Con il titolo: Etna, 23 giugno 2026, foto di Gaetano Perricone

 

 

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Etna: la pericolosità sottostimata delle correnti piroclastiche https://ilvulcanico.it/etna-la-pericolosita-sottostimata-delle-correnti-piroclastiche/ Thu, 16 Apr 2026 15:52:32 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26345 FONTE: https://www.unictmagazine.unict.it/ Uno studio dell’Università di Catania rivela oltre 50 eventi in 40 anni: fenomeni rapidi e distruttivi finora sottostimati L’Etna è globalmente noto per le imponenti fontane di lava e per le spettacolari colate laviche che scorrono lungo i suoi fianchi. Tuttavia, dietro questa scenografia suggestiva si può nascondere anche un fenomeno molto più […]

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FONTE: https://www.unictmagazine.unict.it/

Uno studio dell’Università di Catania rivela oltre 50 eventi in 40 anni: fenomeni rapidi e distruttivi finora sottostimati

L’Etna è globalmente noto per le imponenti fontane di lava e per le spettacolari colate laviche che scorrono lungo i suoi fianchi. Tuttavia, dietro questa scenografia suggestiva si può nascondere anche un fenomeno molto più insidioso e potenzialmente letale: le Correnti Piroclastiche di Densità (dall’inglese Pyroclastic Density Currents).
Un nuovo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Earth-Science Reviews, condotto dal dott. Giorgio Costa e dal prof. Marco Viccaro del team di Vulcanologia e Geotermia del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Catania, rivela che negli ultimi quarant’anni l’Etna è stato capace di generare oltre cinquanta di questi eventi, suggerendo che pericolosità e rischi associati a queste fenomenologie nell’area sommitale del vulcano sono stati finora sottostimati.
A differenza delle colate laviche relativamente lente, le correnti piroclastiche sono miscele ad alta temperatura di gas e particelle solide che scorrono a grande velocità lungo i fianchi del vulcano e che possiedono un elevato potere distruttivo. Sebbene fenomeni di questo tipo siano tipicamente associati a vulcani molto più esplosivi, lo studio evidenzia come correnti piroclastiche possano svilupparsi anche in sistemi vulcanici a composizione mafica, come quello etneo.

 

La ricerca identifica e discute diversi meccanismi che possono innescare correnti piroclastiche sull’Etna e più in generale nei vulcani mafici, ovvero il collasso parziale di una fontana di lava, i collassi gravitativi di materiale piroclastico, il collasso parziale del fianco di un cono piroclastico e l’interazione tra lava e acqua o neve. In alcuni casi, tuttavia, più fattori possono agire contemporaneamente, rendendo difficile individuare un unico meccanismo di innesco.

Un fenomeno eruttivo dell'Etna

La corrente piroclastica del 24 Settembre 1986 al Cratere di Nord-Est dell’Etna

Sull’Etna, la maggior parte delle correnti piroclastiche degli ultimi decenni è stata prodotta dal Cratere di Sud-Est, oggi il più attivo dei quattro crateri sommitali. Lo studio evidenzia come il progressivo aumento nella frequenza di questi eventi sia legato alla crescente attività esplosiva del vulcano, in particolare ai brevi ma intensi episodi di fontane di lava, noti come eruzioni parossistiche.

Negli ultimi decenni, l’Etna ha dimostrato infatti di essere in grado di trasferire grandi volumi di magma ricco di gas dai livelli più profondi del sistema di alimentazione fino alla superficie in tempi relativamente brevi. Ne deriva così un aumento della frequenza delle eruzioni a carattere parossistico, così come un incremento dei volumi di magma emessi. Ciò ha portato a una crescita piuttosto rapida del Cratere di Sud-Est, specialmente negli ultimi 15 anni, rendendolo meccanicamente instabile e fragile, pertanto sempre più soggetto a crolli improvvisi.

Questo spiega perché alcune delle correnti piroclastiche più recenti, come quelle del 10 febbraio 2022 e del 2 giugno 2025, siano state più voluminose e abbiano raggiunto distanze maggiori rispetto ad altri eventi simili avvenuti in passato.

«Eventi di questo tipo potrebbero verificarsi ancora in futuro e proprio per questo – sottolineano gli autori dello studio Giorgio Costa e Marco Viccaro – è fondamentale non sottovalutare la pericolosità di questi fenomeni e i potenziali rischi che ne derivano. Le correnti piroclastiche possono svilupparsi in modo improvviso e spesso senza segnali precursori evidenti. Comprenderne meglio i meccanismi di formazione e riconoscerne la pericolosità rappresenta quindi un passo importante per migliorare la gestione del rischio non solo sull’Etna, ma anche in altre aree vulcaniche del mondo caratterizzate da fenomenologie eruttive comparabili».

 

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L’Etna e l’unicità delle sue origini: un nuovo, importante studio sulla genesi del vulcano https://ilvulcanico.it/letna-e-lunicita-delle-sue-origini-un-nuovo-importante-studio-sulla-genesi-del-vulcano/ Wed, 15 Apr 2026 10:23:53 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26330 FONTE: https://www.ansa.it/sicilia/notizie/ L’origine dell’Etna potrebbe essere unica al mondo. Il meccanismo è simile a quello che genera i piccoli vulcani sottomarini, ma interessa un grande sistema la cui attività è iniziata circa 500.000 anni fa, tanto che ora questo vulcano, eruttando più volte l’anno, svetta oltre 3.000 metri sul livello del mare. La svolta nella […]

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FONTE: https://www.ansa.it/sicilia/notizie/

L’origine dell’Etna potrebbe essere unica al mondo. Il meccanismo è simile a quello che genera i piccoli vulcani sottomarini, ma interessa un grande sistema la cui attività è iniziata circa 500.000 anni fa, tanto che ora questo vulcano, eruttando più volte l’anno, svetta oltre 3.000 metri sul livello del mare.

La svolta nella comprensione nella storia della sua genesi arriva dallo studio pubblicato sul Journal of Geophysical Research dall’Università di Losanna e al quale ha partecipato anche Rosa Anna Corsaro, ricercatrice dell‘Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania. La scoperta getta nuova luce sulle eruzioni insolitamente frequenti dell’Etna e apre la strada a una migliore valutazione del rischio vulcanico da parte dei ricercatori dell’Ingv.

L’Etna è il vulcano più attivo d’Europa e tra i più monitorati al mondo, ma ad oggi nessun modello geologico esistente spiega completamente come si sia formato. Non rientra in nessuno dei tre grandi meccanismi alla base della formazione dei vulcani terrestri. Non si trova al confine tra due placche tettoniche. Non è un vulcano esplosivo generato lungo una zona di subduzione (dove una placca si immerge sotto l’altra) come il Monte Fuji in Giappone. Non è un su un ‘hotspot’ (risalita di materiale molto caldo del mantello) come avviene nel mezzo delle placche tettoniche (isole oceaniche come le Hawaii o La Réunion). E’ infatti situato vicino a una zona di subduzione, ma la sua composizione chimica è simile a quella dei vulcani da hotspot, anche se nelle sue vicinanze non è presente nessuna struttura di questo tipo.

I ricercatori hanno quindi studiato i campioni di lava per valutare l’evoluzione chimica dalla formazione del vulcano, circa 500.000 anni fa, fino ai giorni nostri. E’ emerso che il materiale eruttato è rimasto, sostanzialmente  invariato nel tempo, nonostante l’evoluzione del regime tettonico. Dati alla mano, è emerso che l’Etna è alimentato da piccole quantità di magma già presenti nel mantello superiore, a circa 80 chilometri sotto la superficie. Questi magmi vengono trasportati sporadicamente verso la superficie dai complessi movimenti tettonici dovuti alla collisione tra le placche africana ed eurasiatica. Il vulcano siciliano potrebbe quindi appartenere a una quarta categoria di vulcani poco conosciuta: i cosiddetti vulcani ‘petit-spot’, descritti per la prima volta nel 2006 da geologi giapponesi”, osserva Sébastien Pilet, professore presso la Facoltà di Geoscienze e Ambiente dell’Università di Losanna. La scoperta apre nuove prospettive per comprendere come altri sistemi vulcanici potrebbero formarsi in tutto il mondo.

Un altro aspetto cruciale della ricerca riguarda l’inquadramento geologico regionale. Il vulcanismo etneo non è un fenomeno isolato, ma va considerato come la prosecuzione naturale di un’attività vulcanica più antica che ha interessato in passato la regione settentrionale dei Monti Iblei.

Con il titolo: Etna, Cratere di Sud Est, attività stromboliana e colatina di lava (la bellissima foto è di Giovinsky Aetnensis) 

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Dalla Terra (di nuovo) alla Luna https://ilvulcanico.it/dalla-terra-di-nuovo-alla-luna/ Thu, 02 Apr 2026 05:03:07 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26303 FONTE: https://www.ansa.it/  E’ partita a mezzanotte e trentacinque minuti dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral la missione spaziale Artemis II, che segna il ritorno alla Luna a 54 anni dalla chiusura del programma Apollo. Il Il razzo Space Launch System è stato lanciato puntualmente e sta portando la navetta Orion (alimentata da un modulo […]

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Il lancio della missione Artemis (fonte NASA live)

FONTE: https://www.ansa.it/  E’ partita a mezzanotte e trentacinque minuti dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral la missione spaziale Artemis II, che segna il ritorno alla Luna a 54 anni dalla chiusura del programma Apollo. Il Il razzo Space Launch System è stato lanciato puntualmente e sta portando la navetta Orion (alimentata da un modulo costruito dall’Agenzia Spaziale Europea) verso l’orbita lunare. A circa otto minuti dal lancio, i motori del primo stadio del razzo Sls si sono spenti e in seguito è avvenuta la separazione dallo stadio superiore. In quel momento la navetta Orion ha dispiegato i suoi quattro pannelli solari per caricare le batterie e, con il suo equipaggio, ha iniziato a navigare nello spazio. La navetta ha continuato a percorrere la sua orbita intorno alla Terra finché, circa 49 minuti dopo il lancio, il motore si è acceso per portare la navetta al perigeo, ovvero nel punto più vicino alla Terra, alla quota di160 chilometri. Circa un’ora più tardi il motore si è acceso nuovamente per portare la navetta su un’orbita ellittica più alta, dove resterà per circa 23 ore. Questo sarà il tempo che gli astronauti avranno a disposizione per sperimentare i sistemi di bordo. Quindi, una volta raggiunto il punto dell’orbita più vicino alla Terra, piloteranno Orion manualmente per circa due ore, in quella che viene chiamata ‘dimostrazione di operazioni di prossimità’. Che vista magnifica, abbiamo appena osservato il sorgere della Luna” ha trasmesso a Terra il comandante Reid Wiseman.

di Santo Scalia

Prendo in prestito il titolo di uno dei più famosi e antichi romanzi di fantascienza nati dalla fervida immaginazione di Jules Verne, per introdurre un ricordo di 58 anni fa. Era il 1865 quando veniva pubblicato De la Terre à la Lune, trajet direct en 97 heures 20 minutes, seguito cinque anni dopo dal secondo dei due romanzi di Verne a tema interplanetario, Autour de la Lune (“Intorno alla Luna”, n.d.A.).

Ancora nessuno aveva mai visto volare qualcosa che fosse stato costruito dall’uomo: ciò sarebbe accaduto 38 anni dopo, il 17 dicembre 1903, quando i fratelli Orville e Wilbur Wright riuscirono a far volare il loro trabiccolo alato. Eppure, la fantasia di Verne aveva portato l’umanità molto più lontano, a circa 384.000 chilometri dalla superficie terrestre.

Torno adesso al ricordo del quale avevo accennato, quello di 58 anni fa: cosa accadde nel 1968? Molti dei lettori ancora forse non erano nati, ma alcuni ricorderanno che i media di allora (radio, televisione, quotidiani e settimanali) parlavano di un’impresa che stava per avverarsi. Parlavano di Apollo 8, una missione spaziale che avrebbe, per mezzo di un mastodontico razzo, portato tre astronauti a raggiungere la luna, girarle attorno e tornare sani e salvi – almeno così si sperava – sulla Terra.

Il logo della missione Apollo 8 (Nasa)

Apollo? Sì, era il nome attribuito dalla NASA (National Aeronautics and Space Administration, cioè l’Ente Nazionale per le attività Aeronautiche e Spaziali degli Stati Uniti d’America. Apollo (il cui nome greco è Απόλλων) era una divinità dell’antica religione greca, figlio di Zeus e di Leto (Latona); sembra che il nome del dio della musica, della poesia, della profezia e della medicina e di tanto altro ancora, noto per la sua bellezza, sia stato attribuito dall’Ente spaziale al programma in quanto ritenuto un simbolo appropriato per gli obiettivi di esplorazione e scoperta propri della missione (secondo it.scienceaq.com).

L’equipaggio della missione Apollo 8 (NASA)

Tre astronauti, stipati in una minuscola capsula spaziale conica (alta 3 metri e larga, alla base, quasi 4) per 6 giorni (dal lancio avvenuto il 21 dicembre 1968 fino all’ammaraggio nell’Oceano Pacifico il 27 dicembre), si erano, per la prima volta nella storia dell’Umanità, allontanati di poco più di 384.000 chilometri; avevano abbandonato la gravità terrestre per entrare in quella di un altro componente del Sistema Solare; erano stati dall’altra parte del satellite naturale terrestre; avevano visto con i propri occhi la faccia nascosta della Luna, quella che si conosceva soltanto per le foto inviate dalle sonde automatiche.

Si chiamavano Frank Borman (il comandante), James Arthur Lovell Jr., detto Jim (il pilota del modulo di comando) e William Anders (il pilota del modulo lunare). Oggi sono pochi coloro che ricordano questi nomi, in un’epoca in cui alcuni, forse troppi, plagiati e traviati da gruppi complottisti, credono financo che lo sbarco sulla luna sia tutta una mistificazione!

Pochi mesi dopo, nel luglio del 1969, i primi due uomini scendevano sul suolo lunare ed imprimevano l’orma dell’uomo sulla polvere del nostro satellite. Questa, però, è un’altra storia.

L’equipaggio di Artemis-II (NASA)

Oggi l’avventura ricomincia: è stata lanciata stanotte, alle 00,35 ora italiana, Artemis-II, primo passo per tornare sulla Luna. Rimanendo nell’ambito mitologico greco, Artemide, identificata dai romani con Diana, è sorella di Apollo. Il progetto che si ripropone di far scendere degli astronauti sul suolo lunare resta per così dire… in famiglia. Stavolta i componenti sono quattro, e non tre come nel programma Apollo: Reid Wiseman (comandante), Victor Glover (pilota), Christina Koch (specialista di missione) e Jeremy Hansen (astronauta canadese della Canadian Space Agency, CSA).

Così come nel caso dell’Apollo 8, anche Artemis-II non porterà gli astronauti sulla superficie lunare ma, con un viaggio che durerà dieci giorni, li porterà a girare attorno alla Luna per poi rientrare sulla Terra. Sarà, come fu 58 anni fa, la prova generale per testare i vari aspetti che poi porteranno, con Artemis-III (o forse Artemis IV), nuovamente l’Uomo sulla Luna.

Con il titolo: Apollo 8 earthrise – La Terra “sorge” sull’orizzonte lunare (photo NASA)

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4 marzo 2026: il terremoto in area etnea https://ilvulcanico.it/4-marzo-2026-in-area-etnea-il-terremoto-ml-4-5-mw-4-4/ Thu, 05 Mar 2026 15:58:09 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26241 FONTE: https://ingvvulcani.com/ Il 4 marzo 2026 alle ore 7.05 (h. 06.05 UTC), è stato registrato un terremoto di Magnitudo locale (ML) 4.5 (Mw 4.4) sul versante SW dell’Etna, con ipocentro a circa 3.8 km di profondità. Da quel momento sono stati localizzati oltre 45 eventi di magnitudo comprese tra 1.0 e 2.3  (aggiornamento alle ore 12:00 di oggi […]

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Il 4 marzo 2026 alle ore 7.05 (h. 06.05 UTC), è stato registrato un terremoto di Magnitudo locale (ML) 4.5 (Mw 4.4) sul versante SW dell’Etna, con ipocentro a circa 3.8 km di profondità. Da quel momento sono stati localizzati oltre 45 eventi di magnitudo comprese tra 1.0 e 2.3  (aggiornamento alle ore 12:00 di oggi 5 marzo).

L’evento a più alta energia è stato localizzato a 2.9 km a nord-ovest dell’abitato di Ragalna (CT) e a 4.7 km da quello di Biancavilla (CT). https://ingvvulcani.com/2026/03/04/evento-sismico-in-provincia-di-catania-ml-4-5-4-marzo-2026/

Presso la Sala Operativa dell’Osservatorio Etneo sono subito pervenute segnalazioni che indicavano come il terremoto fosse stato avvertito anche a Catania (distante circa 22 km dall’epicentro) e in aree limitrofe. Il rilievo macrosismico preliminare condotto in area epicentrale da parte di un gruppo di esperti “QUEST” dell’Osservatorio Etneo, ha evidenziato danni lievi/moderati ad edifici pubblici e privati di Ragalna, prevalentemente nella parte bassa dell’abitato (Figura 1).

Figura 1 - Edificio in calcestruzzo armato (CA) nella parte bassa dell’abitato di Ragalna (Piazza S. Barbara): lesioni passanti alle tramezzature.

Figura 1 – Edificio in calcestruzzo armato (CA) nella parte bassa dell’abitato di Ragalna (Piazza S. Barbara): lesioni passanti alle tramezzature.

La mappa del risentimento sismico (figura 2), elaborata in tempo reale grazie al contributo di oltre 1100 cittadini che hanno descritto la propria esperienza compilando il questionario macrosismico disponibile su http://www.haisentitoilterremoto.it, mostra che l’evento è stato anche avvertito in diverse località della Sicilia orientale.

Figura 2 - Mappa del risentimento sismico in scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg) che mostra la distribuzione degli effetti del terremoto sul territorio come ricostruito dai questionari on line. La mappa contiene una legenda (sulla destra). Con la stella in colore viola viene indicato l’epicentro del terremoto, i cerchi colorati si riferiscono alle intensità associate a ogni comune. Nella didascalia in alto sono indicate le caratteristiche del terremoto: data, magnitudo, profondità (Prof) e ora locale. Viene inoltre indicato il numero dei questionari elaborati per ottenere la mappa stessa.

Figura 2 – Mappa del risentimento sismico in scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg) che mostra la distribuzione degli effetti del terremoto sul territorio come ricostruito dai questionari on line fino alle ore 18.30 del 4 marzo 2026. La mappa contiene una legenda (sulla destra). Con la stella in colore viola viene indicato l’epicentro del terremoto, i cerchi colorati si riferiscono alle intensità associate a ogni comune. Nella didascalia in alto sono indicate le caratteristiche del terremoto: data, magnitudo, profondità (Prof) e ora locale. Viene inoltre indicato il numero dei questionari elaborati per ottenere la mappa stessa

La mappa di scuotimento (ShakeMap) indica un grado di intensità MCS pari a 6–7 in area epicentrale. Questi valori di intensità indicano uno scuotimento forte e con danni leggeri (figura 3). 

La mappa di scuotimento (SHAKE MAP) dell’evento di oggi calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC mostra dei livelli di scuotimento fino al VI-VII grado MCS.

Figura 3 – Mappa di scuotimento (SHAKE MAP) dell’evento del 4 marzo 2026 in provincia di Catania ml 4.5 calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC

Il terremoto principale e le scosse successive hanno interessato una zona del versante sud-occidentale dell’Etna che è caratterizzato dalla presenza di un sistema di faglie dirette, con componente trascorrente destra, noto nella letteratura scientifica come “Sistema di Ragalna” (RF in figura 4).

Figura 3 - Distribuzione della sismicità storica etnea nel periodo compreso tra 1600 e 2010. Nell'inserto in alto a sinistra viene riportata la sismicità strumentale con ipocentri fino a 4 Km. per il periodo 1999-2011 e per un range di magnitudo che va da ML maggiore o uguale a 3.2. La stella verde indica l’evento odierno (tratta da Azzaro et al. (2013 - JVGR 251)

Figura 4 – Distribuzione della sismicità storica etnea nel periodo compreso tra 1600 e 2010. Nell’inserto in alto a sinistra viene riportata la sismicità strumentale con ipocentri fino a 4 Km. per il periodo 1999-2011 e per un range di magnitudo che va da ML maggiore o uguale a 3.2. La stella verde indica l’evento odierno (tratta da Azzaro et al. (2013 – JVGR 251)

Secondo i dati della sismicità storica nella regione etnea disponibili dal 1600 (figura 4), il settore del versante sud-occidentale del vulcano è stato interessato nel passato da eventi con intensità epicentrale massima del VII-VIII grado EMS (Ml 4.0-4.3). 

La zona interessata è caratterizzata da una pericolosità sismica alta, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

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Etna e La Montagne Pelée, quelle due simil guglie https://ilvulcanico.it/etna-e-la-montagne-pelee-quelle-due-simil-guglie/ Sun, 01 Mar 2026 07:30:54 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26184 di Santo Scalia Il 2011 fu un anno particolarmente vivace, almeno per quanto riguarda le manifestazioni eruttive dell’Etna. L’attività del vulcano risultò concentrata principalmente al cosiddetto Cratere di Sud-Est [SEC, nelle pubblicazioni vulcanologiche in lingua inglese (n.d.A.)]. Dante, il Database of Etna’s historical eruptions pubblicato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), infatti ci ricorda […]

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di Santo Scalia

Il 2011 fu un anno particolarmente vivace, almeno per quanto riguarda le manifestazioni eruttive dell’Etna. L’attività del vulcano risultò concentrata principalmente al cosiddetto Cratere di Sud-Est [SEC, nelle pubblicazioni vulcanologiche in lingua inglese (n.d.A.)]. Dante, il Database of Etna’s historical eruptions pubblicato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), infatti ci ricorda che l’Etna produsse una «serie di circa 50 episodi di fontane di lava o intensa attività stromboliana al SEC, con flussi di lava principalmente verso S, SE ed E, che hanno formato un nuovo cono (“Nuovo Cratere di Sud-Est”) sul fianco SE del SEC».

Il giornalista Alfio Di Marco, nell’edizione dell’11 settembre del quotidiano catanese La Sicilia, così riassumeva l’attività del vulcano: «Tutto è cominciato a gennaio con un grande buco – un «cratere a pozzo» come lo definiscono gli esperti – dove ha preso a concentrarsi l’attività esplosiva ed effusiva del vulcano. Da questo buco, apertosi alla base del versante orientale del Sud-Est, di volta in volta, il Gigante ha dato sfogo alla sua energia, vomitando nell’atmosfera milioni di tonnellate di materiale incandescente sotto forma di fontane di lava che hanno raggiunto un’altezza di centinaia di metri. E mentre dall’orlo del nuovo cratere il vulcano ha emesso copiose colate di fuoco, alle fontane di lava ha abbinato colonne di cenere che hanno raggiunto un’altezza di 9 chilometri, provocando la copiosa ricaduta di sabbia nera sui paesi pedemontani, sulla stessa Catania e lungo tutta la costa

Tracciato del tremore vulcanico registrato alla stazione ECNEZ dall’INGV l’8 settembre 2011

In particolare l’otto settembre, giovedì, ebbe inizio il 13° parossismo presso quello che ormai veniva definito il “nuovo cratere di sud-est”. Come da copione, in poche decine di minuti il tracciato del tremore vulcanico manifestò una ripida impennata, corrispondente all’aumento delle esplosioni che da stromboliane si trasformavano in fontane di lava: intorno alle ore 8:00 [Central European Summer Time (CEST)] cominciò lo spettacolo che si protrasse per poco più di due ore; infatti, terminata la fase parossistica, ancora secondo copione, altrettanto rapidamente la spinta energetica si esaurì e la calma ritornò alla sommità dell’Etna.

I venti dominanti portarono la colonna di tefra a riversarsi sui paesi del versante orientale etneo, mentre una modesta colata di lava si diresse nella sottostante Valle del Bove.

La guglia del Cratere di Sud-Est (foto S. Scalia)

Stavolta, però, qualcosa di diverso era accaduto: «L’ultimo parossismo, quello di giovedì scorso – spiegano i vulcanologi dell’Ingv – ha modificato ancora il cono piroclastico: due orli, quello meridionale e quello settentrionale sono cresciuti ancora in altezza, mentre continua a franare il fianco sud-orientale. È qui che un costone di roccia composto da scorie stratificate è stato ruotato e capovolto probabilmente dalla spinta del flusso lavico, creando una sorta di maestosa guglia alta una trentina di metri. Che, vista sotto un certo profilo, ha la forma che ricorda una “spina”, con pareti verticali e sub-verticali la cui consistenza appare molto precaria. E non è difficile prevedere che il prossimo parossismo cancellerà ogni traccia di questa straordinaria “scultura” della Natura». [da La Sicilia, edizione citata].

Una “scultura” effimera era apparsa nel fianco sud-orientale del cratere, una “guglia” che qualcuno definì pure col termine “spina”.

Come facilmente pronosticato, la vita di questa particolare struttura durò poco: soltanto undici giorni dopo, il 19 settembre, l’insorgere del 14° parossismo dell’anno cancellò quanto la Natura aveva creato in precedenza.

La guglia, o la spina, particolare formazione etnea (foto S. Scalia)

Ci rimangono però il ricordo e le immagini di quella strana formazione; ho avuto la possibilità di recarmi a quota 3000 metri il 17 di settembre, solo due giorni prima che sparisse. Nella fotogallery vengono riproposti alcuni scatti fotografici.

La particolare formazione del 2011 mi fa ricordare un’altra “guglia”, ben più grande di quella etnea e di diversa natura ed origine: la guglia formatasi alla Montagna Pelée, nella Martinica, in seguito alla terribile e mortale eruzione del 1902.

Foto di Alfred Lacroix tratte dall’opera La Montagne Pelée et ses éruptions (1904)

Il famoso vulcanologo Alfred Lacroix, nelle sue opere La Montagne Pelée et ses éruptions (1904) e La Montagne Pelée après ses eruptions (1908) la definì l’aguille terminale. In quel caso, però, la formazione rocciosa non si generò in seguito a dei crolli alla sommità del vulcano, ma fu creata dall’estrusione lenta di un magma particolarmente viscoso. La guglia si formò nel corso di circa 10 mesi, tra l’ottobre 1902 e l’agosto del 1903.

In quel caso la guglia raggiunse dimensioni notevoli, superando i 300 metri prima di essere lentamente smantellata da una successione di frane e crolli.

Con il titolo: a sinistra la guglia dell’Etna, a destra quella de La Montagne Pelée

 

 

 

 

 

 

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