Il Vulcanico https://ilvulcanico.it/ Il Blog di Gaetano Perricone Thu, 06 Aug 2026 14:36:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0.3 Val di Noto 1693, tutto quello che c’è da sapere. In una story map, il terremoto italiano più forte degli ultimi 1000 anni https://ilvulcanico.it/val-di-noto-1693-tutto-quello-che-ce-da-sapere-in-una-story-map-il-terremoto-italiano-piu-forte-degli-ultimi-1000-anni/ Thu, 06 Aug 2026 14:23:31 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26494 A cura di Christian Marino e Mario Mattia (INGV-Osservatorio Etneo) Era l’11 gennaio 1693 quando la Sicilia orientale fu colpita da quello che, ad oggi, è classificato nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15) come il più forte evento sismico degli ultimi mille anni accaduto nell’intero territorio nazionale. Per il Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI5Med), addirittura il più forte degli […]

L'articolo Val di Noto 1693, tutto quello che c’è da sapere. In una story map, il terremoto italiano più forte degli ultimi 1000 anni proviene da Il Vulcanico.

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A cura di Christian Marino e Mario Mattia (INGV-Osservatorio Etneo)

Era l’11 gennaio 1693 quando la Sicilia orientale fu colpita da quello che, ad oggi, è classificato nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15) come il più forte evento sismico degli ultimi mille anni accaduto nell’intero territorio nazionale. Per il Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI5Med), addirittura il più forte degli ultimi duemila. Si tratta di un terremoto di magnitudo stimata Mw 7.3 (seguito da un imponente maremoto) che causò, secondo le fonti, oltre 50mila morti, danneggiando gravemente un’area di oltre 14.000 chilometri quadrati. E fu l’apice di una sequenza sismica che durò almeno tre anni.

Dal lutto e dalle macerie sorsero città dall’aspetto totalmente nuovo, spesso in siti diversi dai precedenti, edificate secondo moderni criteri urbanistici, dando vita a quel laboratorio architettonico che fu il Barocco siciliano e che oggi continuiamo ad ammirare. La meraviglia di alcune delle nuove piante cittadine, delle chiese e dei palazzi, ha addirittura spesso messo in ombra la tragedia causata dall’evento e generato alcune lacune nell’interpretazione delle conseguenze socioeconomiche e politiche dei decenni successivi.

Proprio per questa sua immensa portata, il terremoto del 1693 è stato oggetto di diversi studi scientifici e, allo stesso tempo, è profondamente radicato nella cultura e nella tradizione popolare siciliana. Tuttavia, la ricerca e la memoria collettiva (fatta di miti, canti e racconti tramandati di generazione in generazione) raramente si sono incontrati.

La Sicilia Orientale, sulla base della sua storia sismica e delle informazioni disponibili dagli studi sulle sorgenti sismogenetiche, è una delle zone a maggiore pericolosità sismica d’Italia. Un fattore che, insieme alla presenza di aree intensamente popolate e vulnerabili, sia dal punto di vista sociale che del patrimonio edilizio ed infrastrutturale, determina un elevato rischio sismico e impone una costante opera di prevenzione, nella quale la consapevolezza della popolazione ha un ruolo tutt’altro che secondario.

È proprio per queste ragioni che nasce la nuova Story map “Val di Noto 1693. Storia e miti del terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani”. L’obiettivo è raccontare non solo i dati del sisma, ma la storia dell’evento e della ricostruzione ad esso successiva, insieme al suo radicamento nella cultura popolare.

La Story map è organizzata in sette capitoli, che, attraverso carte storiche, mappe interattive, immagini e video, descrivono:

  • la sismicità dell’area;
  • la sequenza sismica del 1693-96;
  • il contesto storico in cui avvenne il terremoto;
  • la gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni politiche;
  • la ricostruzione delle città delocalizzate;
  • la ricostruzione delle città nel medesimo sito pre-evento;
  • il barocco siciliano.

La Story map è aperta da una breve introduzione in cui la presentazione dell’evento dal punto di vista storico e scientifico è corredata da un canto popolare, proposto in forma scritta e orale, che dalla fine del ‘600 è arrivato fino ai giorni nostri.

Il primo capitolo si sviluppa invece attraverso la descrizione della sismicità della Sicilia orientale, con carte e dettagli “tecnici”.

Il secondo capitolo è dedicato alla descrizione della sequenza sismica, con particolare attenzione alle scosse del 9 e dell’11 gennaio. Questi due eventi sono raccontati attraverso delle mappe interattive centrate sulle località colpite e sugli effetti prodotti.

Cliccando sulle singole località è possibile conoscere la distanza dall’epicentro, gli effetti sull’ambiente naturale conosciuti e l’intensità del terremoto in base agli effetti visibili e ai danni provocati (scala Mercalli-Cancani-Sieberg – MCS).

Il terzo capitolo è invece dedicato a una breve presentazione del contesto storico, raccontato anche attraverso documenti e ritratti di alcuni dei protagonisti di quel tempo.

Al centro del quarto capitolo vi è poi la gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni politiche, le priorità del viceregno (in quel tempo la Sicilia faceva parte del Regno di Spagna ed era amministrata da un Viceré), l’azione dei poteri locali e le sofferenze patite dalle popolazioni.

Una mappa multimediale permette anche di osservare la struttura ideata dal Viceregno per la gestione dell’emergenza e il suo effettivo funzionamento: ogni punto sulla mappa corrisponde a un’apposita giunta o a uno specifico incarico creato ad hoc subito dopo il terremoto e cliccando su ognuno di essi è possibile sapere chi ricoprì quel ruolo e quali mansioni svolse. Il capitolo è chiuso da un filmato tratto dall’edizione del 2025 della commemorazione che ogni anno la popolazione di Grammichele svolge tra le rovine dell’antica Occhiolà, il sito abbandonato dopo il terremoto.

Il quinto capitolo ripercorre la lunga ricostruzione delle città delocalizzate, descrivendo le tante modalità attraverso cui si scelse di spostare i centri in un nuovo sito e i tratti comuni alle diverse vicende.

Una mappa interattiva permette di esplorare le città ricostruite in un nuovo sito, visionare carte storiche e foto dei luoghi più rappresentativi, ma anche scoprire dove si trovavano le città prima del terremoto, i processi attraverso i quali si scelse di spostarsi e le modalità della ricostruzione.

Il sesto capitolo è dedicato alle città che furono riedificate nel medesimo sito, tracciando dinamiche, successi e limiti dei processi di ricostruzione. Un approfondimento, anche fotografico, è dedicato al caso di Catania e una mappa interattiva permette di approfondire, attraverso immagini e descrizioni, alcuni esempi della cosiddetta “Guerra delle Parrocchie” che esplose in città come Ragusa e Modica e che contribuì all’edificazione di alcune delle più celebri chiese del Val di Noto.

Un approfondimento sul Barocco siciliano nel settimo capitolo, corredato da numerose immagini, insieme a un canto dedicato al terremoto dal cantautore siciliano Carlo Muratori chiudono il racconto di un evento che ha ancora tanto da raccontare e, soprattutto, da insegnare anche ai giorni nostri.

“Val di Noto 1693. Storia e miti del terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani” è  parte di un più ampio progetto di ricerca, i cui primi risultati sono stati recentemente pubblicati nell’articolo Marino, C.; Mattia, M. The Long‑Term Legacy of the 1693 Val Di Noto Earthquake: Emergency Management, Reconstruction, and Institutional Impact. Ann. Geophys. 2026, 69. https://doi.org/10.4401/ag-9507.

La story map è disponibile nella galleria  INGVterremoti e al seguente linkVal di Noto 1693

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Etna, dopo il terremoto di Santo Stefano 2018. L’equilibrio possibile: ricostruire senza tradire https://ilvulcanico.it/etna-dopo-il-terremoto-di-santo-stefano-2018-lequilibrio-possibile-ricostruire-senza-tradire/ Mon, 03 Aug 2026 05:18:54 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26482 di Marco Neri Il terremoto del 26 dicembre 2018 non ha danneggiato soltanto edifici e infrastrutture: ha colpito anche i muri di contenimento che sorreggono il paesaggio terrazzato dell’Etna, un patrimonio rurale unico, riconosciuto dall’UNESCO come bene culturale immateriale. La domanda, sin dalle prime ore dopo il sisma, è stata inevitabile: come ricostruire questi manufatti […]

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di Marco Neri

Il terremoto del 26 dicembre 2018 non ha danneggiato soltanto edifici e infrastrutture: ha colpito anche i muri di contenimento che sorreggono il paesaggio terrazzato dell’Etna, un patrimonio rurale unico, riconosciuto dall’UNESCO come bene culturale immateriale. La domanda, sin dalle prime ore dopo il sisma, è stata inevitabile: come ricostruire questi manufatti senza tradire la loro identità e, allo stesso tempo, garantire sicurezza in un territorio che si muove continuamente?

La risposta non poteva essere quella tradizionale, data soltanto attraverso la riproposizione di muri rigidi e calcestruzzo monolitico. Né poteva essere semplicemente quella di ricostruire “come era e dove era”, soprattutto in quelle zone dove alcune infrastrutture si sono dimostrate inadeguate a resistere ai sismi etnei (Figura 1). L’Etna non si affronta con la forza bruta: richiede adattamento e capacità di leggere il territorio. La ricostruzione ha dovuto, così, reinventarsi, finalmente e dopo alcuni tentativi non sempre riusciti, trasformarsi in un laboratorio dove progettisti, enti pubblici e cittadini hanno imparato a dialogare dentro un quadro normativo che non era stato pensato per gestire la complessità di un vulcano attivo.

Figura 1 – Muri a secco crollati in occasione del sisma del 26 dicembre 2018

Il punto di partenza è stato ovvio per alcuni, scioccante per altri, comunque mai tentato prima in Italia: le strutture rigide non funzionano in un territorio che si deforma ogni giorno. Sappiamo che alcune aree del fianco orientale si muovono di 10–30 millimetri l’anno, con gradienti locali anche superiori. Millimetri che, accumulati nel tempo, diventano centimetri, sufficienti a mettere in crisi muri di contenimento, fondazioni e pavimentazioni. In fondo, il terremoto del 2018 non ha fatto altro che rendere evidente la fragilità di soluzioni inadeguate per un ambiente così dinamico (Figura 2).

Figura 2 – Piano di faglia che attraversa il muro di sottoscarpa in calcestruzzo, producendo un rigetto verticale pluridecimetrico e deformazioni evidenti lungo la sede stradale

Da questa consapevolezza è nato un approccio diverso alla ricostruzione, basato sulla delocalizzazione degli edifici più a rischio e sulla deformabilità controllata delle infrastrutture, come strade e muri di contenimento, che non potevano essere delocalizzati.

In questo scenario, i muri a secco dell’Etna, elevati a Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO e quindi elementi di elevatissimo valore identitario, hanno assunto un ruolo complementare inatteso. Per secoli considerati semplici elementi rurali, si sono rivelati strutture naturalmente compatibili con un ambiente che si deforma. La loro capacità di dissipare energia, assorbire rotazioni e piccoli scorrimenti senza collassare, adattandosi grazie all’incastro delle pietre, le ha trasformate in elementi inaspettatamente resilienti. Se ricostruiti con criteri rigorosi, rispettando geometrie, drenaggi e qualità dei materiali, dimostrano prestazioni singolarmente efficaci, confermando che la tradizione, quando è ben compresa, può diventare un valore non solamente estetico-culturale.

Per i muri più alti, nonché quelli dove le prestazioni di sicurezza richieste al manufatto sono troppo elevate per un muro a secco, si sono trovati compromessi “ibridi” in cui l’anima in calcestruzzo è stata rivestita in pietra, così da non ferire troppo lo sguardo sul paesaggio.  In prossimità dei piani di faglia i muri sono stati segmentati per lasciarli liberi di muoversi senza spezzarsi,  sono stati dotati di giunti capaci di assorbire scorrimenti, sono stati posti alla base strati granulari deformabili e fondazioni indipendenti (vedi esempio in Figura 3): criteri già adottati in contesti di faglie attive come Islanda, California o Giappone, ma che sull’Etna sono stati integrati in un quadro unitario, adattato a un territorio protetto dove ogni intervento deve rispettare vincoli paesaggistici, ambientali e culturali.

Figura 3 – Sostituzione con gabbionate di pietrame del precedente muro in calcestruzzo mostrato in Figura 2, allo scopo di ottenere un’opera più flessibile e capace di assorbire le dislocazioni future indotte dalla faglia attiva, migliorando la resilienza strutturale e la compatibilità con la dinamica del versante

Ma la ricostruzione dell’Etna non è stata soltanto un esercizio tecnico. È stata soprattutto un esercizio di governance. Per la prima volta, un processo di ricostruzione ha riunito in un’unica procedura esigenze di sicurezza, indagini geologiche ad alta risoluzione, prescrizioni paesaggistiche, norme ambientali e necessità dei cittadini. Ogni progetto ha seguito un percorso definito: il Comune per la conformità urbanistica, il Genio Civile per la verifica tecnica, la Soprintendenza e l’Ente Parco per la compatibilità con il paesaggio, la Struttura Commissariale per la valutazione economica e l’autorizzazione del contributo (Figura 4). Un sistema articolato, ma finalmente capace di funzionare in modo coordinato.

Figura 4 – Quadro di governance concertato e interdisciplinare, attuato dal Commissario Straordinario per la ricostruzione post sisma 2018, concepito per garantire uniformità procedurale, coerenza interna e percorsi autorizzativi accelerati attraverso Protocolli d’Intesa formalmente istituzionalizzati, che integrano mandati e competenze tecniche di tutte le autorità territoriali coinvolte (da Neri et al., 2026)

La trasparenza è stata decisiva. La Struttura Commissariale ha effettuato sopralluoghi su tutti gli interventi. Ha verificato che i progetti approvati corrispondessero ai lavori reali. Questo rigore ha ridotto sprechi, evitato interventi non conformi e garantito un uso corretto dei fondi pubblici. I tempi amministrativi si sono accorciati, le revisioni progettuali sono diminuite, la qualità complessiva degli interventi è cresciuta.

Il risultato è un modello operativo che oggi è diventato un riferimento internazionale. Non perché abbia introdotto soluzioni tecniche inedite, ma perché ha saputo integrarle in un territorio complesso, dove ogni scelta deve tenere insieme sicurezza, paesaggio, cultura, economia e fiducia dei cittadini. La ricostruzione dell’Etna ha mostrato che la resilienza non dipende solo da materiali e progetti, ma anche dalla capacità delle istituzioni di dialogare, adattarsi e coinvolgere la comunità.

L’Etna, con la sua forza e la sua instabilità, ha costretto tutti a ripensare il modo di costruire e di governare, trasformando un evento drammatico in un’occasione di crescita metodologica esportabile altrove. Un messaggio che vale per tecnici, istituzioni e cittadini. E forse, soprattutto, vale per chi guarda il territorio non come un problema da risolvere, ma come a un patrimonio da custodire.

Per approfondire:

Neri, M., Blanco, G. L. M., Carbone, M. L., & Licciardello, G. (2026). Rebuilding the Etna Landscape After the 2018 Earthquake: Standards, Geological Surveys, and Retaining Wall Restoration. Applied Sciences16(15), 7526. https://doi.org/10.3390/app16157526 

Con il titolo: attività eruttiva parossistica dell’Etna del 30 luglio 2026

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Etna, quando la scienza è accessibile: alla scoperta, con tutti i sensi, del magico universo vulcanico https://ilvulcanico.it/etna-quando-la-scienza-e-accessibile-alla-scoperta-con-tutti-i-sensi-del-magico-universo-vulcanico/ Wed, 29 Jul 2026 05:34:46 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26477 (Gaetano Perricone). Condivido con estremo piacere questo dettagliato racconto di una bellissima esperienza promossa dall’INGV, Osservatorio Etneo, all’insegna della divulgazione, della sensibilità, dell’inclusione. Ricordando anche il mio libro “La scalata della vita”, Algra Editore, del 2020, nel quale raccontai la straordinaria ascesa sulla cima del vulcano di nove ragazzi padovani con sindrome di Down (https://ilvulcanico.it/la-scalata-della-vita-e-labbraccio-della-grande-madre-etna/)  […]

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(Gaetano Perricone). Condivido con estremo piacere questo dettagliato racconto di una bellissima esperienza promossa dall’INGV, Osservatorio Etneo, all’insegna della divulgazione, della sensibilità, dell’inclusione. Ricordando anche il mio libro “La scalata della vita”, Algra Editore, del 2020, nel quale raccontai la straordinaria ascesa sulla cima del vulcano di nove ragazzi padovani con sindrome di Down (https://ilvulcanico.it/la-scalata-della-vita-e-labbraccio-della-grande-madre-etna/

di Martina Allegra, Giuseppe C. Altana, Massimiliano Barone, Flavio Cannavò, Massimo Cantarero, Luigi Carleo, Simona Caruso, Maria Catania, Danilo Cavallaro, Francesco Ciancitto, Miriana Corsaro, Rosanna Corsaro, Salvo D’amico, Emanuela De Beni, Maddalena Dozzo, Marco Firetto Carlino, Adriana Iozzia, Alessandro La Spina, Arianna Malaguti, Vittorio Minio, Matteo Pagano, Francesco Pandolfo, Alessio Patanè, Cristina Proietti, Danilo Reitano, Mariangela Sciotto, Andrea Ursino, Francesco Zuccarello, Barbara Aldighieri e Claudia Cattadori

A giugno 2026 l’INGV Osservatorio Etneo ha coordinato un’iniziativa divulgativa promossa dall’Associazione Italiana Geologia e Turismo APS  e dal CNR Istituto di Geoscienze e Georisorse , in collaborazione con l’Associazione Disabili Visivi APS-ETS. L’obiettivo era offrire a un gruppo di persone con disabilità visiva un’esperienza diretta del vulcano, attraverso percorsi sensoriali appositamente creati per soddisfare le loro esigenze, ma al tempo stesso mantenendo contenuti scientifici rigorosi. Per tre giorni (dal 12 al 14 giugno) la geologia, disciplina tradizionalmente fondata sull’osservazione, è diventata qualcosa di più: un universo da sentire, o meglio, da percepire con tutti i sensi.

La prima giornata dell’iniziativa ci ha condotti ad Aci Trezza e Aci Castello, sulla costa catanese. Qui abbiamo potuto ammirare straordinari esempi di basalti colonnari nati dalla rapida contrazione termica del magma, e le celebri pillow lava  (lave “a cuscino”), strutture tipiche delle eruzioni sottomarine (Figura 1).

Figura 1- A) Basalti a sezione esagonale di Aci Trezza, foto E. De Beni; B) Lave a “cuscino”che formano la rupe di Acicastello. Foto M. Pagano.

Dopo un tuffo rinfrescante tra gli scogli di Aci Castello ci siamo trasferiti nella sede dell’INGV di Catania, che, per un pomeriggio, si è trasformata in un centro multisensoriale. Attraverso l’esplorazione tattile e utilizzando modelli 3D appositamente realizzati (Figura 2), i partecipanti hanno potuto scoprire l’evoluzione dei crateri sommitali dell’Etna degli ultimi 150 anni e comprendere il significato dei segnali sismici che arrivano in Sala Operativa.

Figura 2 - A) Modello dei crateri sommitali dell’Etna B) Esempi di segnali sismici stampati in 3D. Foto M. Pagano.

Figura 2 – A) Modello dei crateri sommitali dell’Etna; B) Esempi di segnali sismici stampati in 3D. Foto M. Pagano.

Grazie ai suoni registrati dagli idrofoni del progetto EMSO (European Multidisciplinary Seafloor and water-column Observatory), i partecipanti hanno imparato a distinguere il rumore generato da un terremoto da quello di un fulmine, il canto dei delfini da quello delle balene, il fratturarsi del ghiaccio antartico dal passaggio delle navi. Il segnale infrasonico che accompagna le esplosioni vulcaniche è stato opportunamente accelerato e reso udibile e fatto ascoltare ai nostri ospiti.

La collezione di rocce presente nelle teche dell’Istituto ha permesso di far apprezzare  la differenza tra i prodotti dell’attività esplosiva e quelli delle colate laviche.

Il laboratorio sugli odori, non a caso l’ultimo della giornata, ha aggiunto un’altra dimensione fondamentale all’esperienza dell’ambiente vulcanico. Sulla terrazza dell’Osservatorio Etneo abbiamo esplorato, attraverso apposite sacche olfattive contenenti campioni a concentrazione controllata, gli odori caratteristici dell’idrogeno solforato e del biossido di zolfo: un’anticipazione di ciò che avremmo poi percepito direttamente sul campo.

Quello che il giorno prima avevamo toccato e ascoltato si è trasformato in esperienza concreta durante l’incontro diretto con il vulcano attivo. L’ascesa all’area sommitale con la telecabina della Funivia dell’Etna e successivamente con il loro servizio di mezzi 4×4, ci hanno condotti fino a quota 3.000 metri, sul fianco meridionale del vulcano (Figura 3). Qui l’aria si fa più sottile, il vento più forte, l’odore di zolfo più intenso. I lapilli scricchiolano sotto i piedi mentre saliamo lentamente in fila indiana. Una fila che avanza con passo regolare, fatta di persone che si affidano l’una all’altra, sostenendosi attraverso il contatto con le spalle dell’accompagnatore.

Figura 3 – Il gruppo riunito ascolta con attenzione le spiegazioni della guida vulcanologica (Francesco Ciancitto) durante l’escursione sul fianco meridionale dell’Etna. Foto M. Pagano.

Seguiamo esattamente il tracciato che il giorno prima avevamo esplorato sul modello 3D; ora, però, tutto è reale e acquista una dimensione più ampia. La visibilità è incredibile, il sole scalda le schiene, Sicilia e Calabria si mostrano nitidamente, e questa visione viene trasmessa attraverso le parole (Figura 4). L’Etna, in questo modo, smette di essere soltanto un’immagine spettacolare e diventa un sistema vivo, complesso, “leggibile” anche in modo multisensoriale. Facciamo tutti parte dello stesso mondo, e ciò che sente una persona diventa esperienza condivisa.

Figura 4 – Lo Stretto di Messina visto dalla cima dell’Etna, da circa 3000 m di quota; sullo sfondo il massiccio dell’Aspromonte. Foto M. Pagano.

Scendiamo insieme da quota 3000 a 1900 metri (Figura 5); ci affidiamo l’uno all’altro in questa condivisione di sensazioni.

Ecco ciò che scrive Claudia nel suo diario: “La discesa è stata semplicemente fantastica! Le nostre guide dell’INGV ci hanno accompagnato benissimo. Alcuni pezzi erano un po’ ripidi e sembrava davvero di sciare sulla neve! I lapilli, così piccoli, finivano ovunque: pezzettini microscopici perfino in bocca e nelle orecchie. … Fortissimi gli odori dello zolfo e degli altri gas che spesso ci fanno tossire quando ci avviciniamo ai due crateri visitati. Con Ciccio, una delle guide, mi sono fiondata giù a tutta birra, tipo discesa libera a Kitzbühel. Fantastico!

Quest’esperienza ha coinvolto anche noi ricercatori: proviamo a percorrere un tratto del sentiero a occhi chiusi per condividere le sensazioni. E’ stato allora che abbiamo capito: si cammina con i piedi, non con gli occhi. Il vulcano sembra più potente, permea ogni cosa; la sua forza passa dai piedi e sale fino al cervello. È una sensazione di condivisione mai provata prima. Arriviamo all’autobus con le gambe stanche e i sorrisi aperti: ci abbracciamo, ci baciamo, siamo felici.

Figura 5 – La vista verso valle da Piano dei Pompieri, versante sud dell’Etna. Al centro della fotografia, i Monti Calcarazzi ed i Crateri Silvestri. Foto M. Pagano.

Il terzo e ultimo giorno di questa fantastica esperienza è stato dedicato all’acqua. Le Gole dell’Alcantara (Figura 6) offrono una lezione potente: qui l’acqua e la lava hanno costruito, in tempi e modi diversi, un paesaggio in cui le forme geologiche si leggono attraverso il contrasto tra le pareti verticali della gola, il suono dello scorrere del fiume e la fredda temperatura dell’acqua. Le gambe stanche trovano refrigerio nell’acqua gelida, che da migliaia di anni incide e leviga le pareti di basalto colonnare.

Figura 6 – I basalti colonnari a base esagonale erosi dal fiume Alcantara. Foto M. Cantarero.

Esperienze come queste ci fanno comprendere che la scienza deve essere accessibile non come una gentile concessione, ma per responsabilità culturale. Un vulcano attivo come l’Etna appartiene a tutti: a chi lo studia, a chi lo abita, a chi lo attraversa, a chi lo teme, a chi lo visita e a chi vuole conoscerlo in modo profondo, ma soprattutto a chi lo ama. L’inclusione, in questo senso, non è un’aggiunta al progetto scientifico: è parte del progetto stesso. Ci obbliga a essere più chiari, più rigorosi, più creativi. Ci ricorda che è comunicare la Terra e far comprendere agli altri i processi geologici che la rendono viva, significa costruire ponti tra linguaggi diversi: il linguaggio dei dati, quello delle rocce, quello del corpo, quello dei suoni e degli odori e quello dell’esperienza.

È proprio così che la scienza incontra l’accessibilità: non nel rendere più semplice il mondo, ma nel renderlo più condiviso

Un ringraziamento particolare va alla Funivia dell’Etna, che ha permesso la salita del gruppo a titolo gratuito. Non è stato un semplice supporto logistico, ma un contributo concreto all’accessibilità: ha reso possibile per tutte e tutti l’esperienza in quota, superando una barriera che, in ambiente montano e vulcanico, può diventare decisiva.

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Etna, la disfida dei Crateri https://ilvulcanico.it/etna-la-disfida-dei-crateri/ Sun, 19 Jul 2026 08:52:58 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26465 di Boris Behncke e Salvatore Giammanco L’area sommitale dell’Etna vista dall’alto la sera del 6 luglio 2026.  Al cratere Voragine (VOR) è in corso attività stromboliana accompagnata da emissione di cenere, mentre una cascata di lava si riversa nel Cratere di Nord-Est (NEC). A sinistra, silenzioso, il Cratere di Sud-Est (SEC) (foto di Maurizio Caputo […]

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L’area sommitale dell’Etna vista dall’alto la sera del 6 luglio 2026.  Al cratere Voragine (VOR) è in corso attività stromboliana accompagnata da emissione di cenere, mentre una cascata di lava si riversa nel Cratere di Nord-Est (NEC). A sinistra, silenzioso, il Cratere di Sud-Est (SEC) (foto di Maurizio Caputo e pubblicata qui con gentile permesso dell’autore).

L’Etna è un vulcano straordinario per molti motivi. Uno di essi è la costante e rapida trasformazione della sua area sommitale, dove negli ultimi 115 anni sono nati quattro crateri: quello di Nord-Est (1911), la Voragine (1945), la Bocca Nuova (1968) e il Cratere di Sud-Est (1971). Tra questi crateri si è spesso instaurata una sorta di competizione per conquistare il primato di vetta dell’Etna, ma dal 1978 fino al 2021 è sempre stato il Cratere di Nord-Est a rappresentare la vetta, raggiungendo 3350 m nel 1981. Successivamente, la sua altezza si è progressivamente abbassata a causa di crolli dei suoi orli: all’inizio del 2021 misurava 3324 m di quota.

Queste variazioni di quota, unite alla stretta vicinanza tra i crateri – ad esclusione del Cratere di Sud-Est, che si è formato un po’ più distante dagli altri – hanno fatto sì che, in diverse occasioni, i prodotti eruttivi di un cratere si riversassero in quello adiacente. È quanto accaduto, ad esempio, nel 2015–2016 e nuovamente nel 2024, quando la Bocca Nuova è stata completamente colmata dal materiale eruttato dalla vicinissima Voragine. Altre volte il riempimento del cratere “recipiente” è stato solo parziale; tuttavia, in ogni caso ha portato all’ostruzione totale del condotto.

L’eruzione dell’Etna che ha avuto luogo dal 5 al 7 luglio 2026, ha mostrato questo fenomeno vulcanico in modo molto peculiare. Infatti, l’apertura di una frattura eruttiva (una cosiddetta “bottoniera”) sul fianco nord del cono terminale del cratere Voragine, ha prodotto una colata di lava ben alimentata che si è riversata interamente all’interno del cratere di Nord-Est, ricadendo con una spettacolare cascata dentro il condotto aperto di quest’ultimo (Figura 1). L’aspetto più particolare di questo evento è che nonostante il continuo ingresso della lava nel condotto, esso non è stato colmato né ostruito (Figura 2); invece è rimasto aperto e degassante, così com’era stato prima di questo evento eruttivo.

Figura 1 – Il fondo del Cratere di Nord-Est visto dal suo orlo nord-orientale, con la cascata di lava che si sta riversando da una fessura eruttiva apertasi sul fianco settentrionale dell’adiacente cratere Voragine, 6 luglio 2026 (foto di Vincenzo Greco e pubblicata qui con gentile permesso dell’autore).

Figura 2 – 6 luglio 2026. La cascata di lava all’interno del Cratere di Nord-Est raggiunge il condotto aperto sul suo fondo, scomparendo in profondità senza accennare a riempirlo (foto di Maurizio Caputo, pubblicata qui con gentile permesso dell’autore).

Tale fenomeno, per quanto raro, non è tuttavia unico. Infatti, esattamente 30 anni fa, nel luglio-agosto del 1996, avvenne un fenomeno del tutto analogo, ma a ruoli invertiti! In quel caso, fu il cratere di Nord-Est a emettere una colata lavica che si riversò per circa tre settimane all’interno del condotto aperto della Voragine, senza mai occluderlo: tutta la lava fu ingoiata dal pozzo in fondo al cratere (Figura 3).

Perché questa apparente inversione delle parti? La risposta sta nei cospicui cambiamenti di morfologia in area sommitale in questi ultimi decenni. Nel 1996 il Cratere di Nord-Est era il punto più alto dell’Etna, mentre la Voragine era una depressione a forma di imbuto, il cui orlo settentrionale coincideva con il fianco meridionale del Cratere di Nord-Est. Era precisamente da quest’ultimo che si è sviluppata quella colata lavica, che si è riversata dentro la Voragine. In quel periodo il Cratere di Nord-Est era in una fase di attività stromboliana (Figura 4) con emissione di diverse colate laviche verso ovest, est e, appunto, verso sud in direzione della Voragine.

Nel 2026 è invece la Voragine a costituire il punto culminante del vulcano, sovrastando la vetta del Cratere di Nord-Est con un dislivello di quasi 100 m. Inoltre, il fianco nord del cono della Voragine passa direttamente alla parete interna meridionale del Nord-Est con un pendio abbastanza ripido. E’ proprio questa la zona che è stata squarciata dalla frattura eruttiva apertasi il mattino del 5 luglio 2026.

Figura 3 – Veduta dal bordo ovest della Voragine della colata lavica scaturita dal fianco sud del cratere di Nord-Est (NEC) che si riversa dentro il condotto della Voragine (VOR), 2 agosto 1996 (foto di Salvatore Giammanco).

Figura 4 – Attività esplosiva al cratere di Nord-Est durante l’eruzione di luglio-agosto 1996. In primo piano il riverbero causato dalla colata lavica che ricade dentro la Voragine (foto di Salvatore Giammanco).

Sul canale YouTube di INGVvulcani pubblichiamo il video della colata di lava che si sta riversando dal Cratere di Nord-Est verso la Voragine nell’estate del 1996 (di Salvatore Giammanco: https://youtu.be/TEik2Xd_Rp8)

Con il titolo: foto di Vincenzo Greco

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Non partecipo al “tiro all’Ulisse” https://ilvulcanico.it/non-partecipo-al-tiro-allulisse/ Sat, 18 Jul 2026 04:09:56 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26457 di Gaetano Perricone  Nel senso che non scriverò alcuna riflessione, recensione o altro tipo di approfondimento particolare su Odissea dell’ottimo Cristopher Nolan, un film già fatto a pezzi dopo due giorni di programmazione da critici letterari, cinematografici, critici di tutto quanto compresa la loro puzza sotto il naso, perfino da gente che non solo non […]

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di Gaetano Perricone 
Nel senso che non scriverò alcuna riflessione, recensione o altro tipo di approfondimento particolare su Odissea dell’ottimo Cristopher Nolan, un film già fatto a pezzi dopo due giorni di programmazione da critici letterari, cinematografici, critici di tutto quanto compresa la loro puzza sotto il naso, perfino da gente che non solo non ha lo ha visto ma non conosce il poema epico di Omero. La verità è che mi spavento quasi a pronunciarmi, se scrivo cose positive rischio anch’io la fucilazione seduta stante.
Dunque non parteciperò al “tiro all’Ulisse“. Qualcosa terra terra tuttavia la dico. Da vecchio bambino settantenne incolto e dai facili entusiasmi mi sono goduto queste 2 ore e 52 minuti di filmone, di grande spettacolo cinematografico hollywoodiano, di notevole pregio tecnico e altrettanta potenza commerciale; mi ha fatto molto piacere vedere la sala piena di gruppi di ragazzi dell’ultima generazione con insegnanti e genitori che non hanno come me avuto la fortuna di vedere Ulisse di Camerini e il magnifico sceneggiato televisivo di Franco Rossi e che dunque hanno seguito questa per loro prima trasposizione cinematografica dell’opera omerica con partecipazione ed emozione; al di là delle tante stravaganti non corrispondenze nei contenuti e nei costumi al testo originale, mi è sembrata bella e ricca di stimoli la visione di grande attualità del regista di imperniare il filo del racconto del viaggio di Ulisse e del tormento interiore dell’eroe omerico sulla denuncia dell’orrore della guerra di Troia come denuncia universale di tutte le guerre; il film non mi è sembrato affatto sessista come ho letto da qualche parte e le donne di cui si è ricordato Nolan (Penelope-Anne Hathaway, Atena-Zendaya, Calipso- Charlize Teron, Elena nera- Lupita Nyong, Circe-Samantha Norton, brave tutte secondo me, in particolare l’ultima), rappresentate in modo diverso, nuovo e originale, hanno ruolo direi fondamentale nel film; è stato bello e mi ha molto piacere riconoscere tanta meravigliosa ambientazione siciliana, da Favignana alle Eolie; infine Matt Damon a mio umilissimo avviso è un Ulisse guerriero-navigatore dal profondo travaglio fisico e umano, fedelissimo alla sua Penelope e non fimminaro come nell’originale, all’altezza delle tre ore del film e anche suo figlio Telemaco, il popolarissimo volto di Tom HollandSpiderman, si fa valere.
Passo e chiudo, ho scritto fin troppo e temo che ne pagherò le conseguenze. Scherzo, davvero. PS: per i fans come me di Polifemo dall’unico occhio, questo di Odissea è magnificamente orrendo, più brutto del Ciclope di Kirk Douglas
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di Antonella De Francesco
Mi unisco al commento positivo sul film di Gaetano Perricone e aggiungo qualche mia ulteriore, personale riflessione.
L’Ulisse di Nolan, magistralmente interpretato da Matt Demon, resta un eroe ma è ossessionato dalla guerra, dalle atrocità e dalle perdite in termini di vite umane che questa comporta. La guerra è finita da anni eppure non è mai davvero finita. È ovunque: nei silenzi, negli incubi, nelle scelte di ogni personaggio.
L’Ulisse di Nolan ricorda e si chiede dove siano i compagni prima ancora della famiglia, perché è un uomo maturo che sta per concludere il suo viaggio, non soltanto quello verso casa, ma soprattutto quello dentro se stesso. Nolan va oltre l’uomo Omerico dal multiforme ingegno perché gli attribuisce una nuova sensibilità e la capacità di fare autocritica perfino alle sue stesse gesta eroiche.
Le riprese e le ambientazioni sono magnifiche, grandiosi gli spazi. L’incontro nell’Ade di dantesca memoria, con tutti i caduti in guerra che inseguono Ulisse e il suo equipaggio superstite, dà il pieno senso del peso della memoria che opprime e che non potrà mai svanire nel suo cuore.
E poi ci sono le donne: streghe, dee, regine, prigioniere, mai oggetti ma piuttosto soggetti presenti e reattivi, in molti casi esempi di autodeterminazione e di emancipazione. Penelope lascia intendere al figlio che dopo tanti anni potrebbe governare da sola. Elena è consapevole di essere stata solo il pretesto della guerra e la sua pelle nera sembra voler rappresentare il volto di tutti quei popoli che pagano guerre decise dagli altri. Le sirene non cantano per sedurre sessualmente, ma per affliggere Ulisse con tutte le promesse non mantenute.
In sintesi Nolan resta fedele alla storia ma i suoi protagonisti sono diversi: hanno anime nuove perché il tempo non può passare invano

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Finché c’è democrazia, c’è speranza https://ilvulcanico.it/finche-ce-democrazia-ce-speranza/ Fri, 17 Jul 2026 10:55:02 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26444 di Gaetano Perricone   Per titolare questo mio pensiero, scelgo una facile parafrasi: quella di un noto film del 1974, Finché c’è guerra, c’è speranza, di e con il grande Albertone Sordi. In quel caso, con amaro e feroce sarcasmo che potrebbe essere estremamente attuale, era la guerra a dare speranza di bieco arricchimento ai […]

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di Gaetano Perricone

 

Per titolare questo mio pensiero, scelgo una facile parafrasi: quella di un noto film del 1974, Finché c’è guerra, c’è speranza, di e con il grande Albertone Sordi. In quel caso, con amaro e feroce sarcasmo che potrebbe essere estremamente attuale, era la guerra a dare speranza di bieco arricchimento ai trafficanti di armi come il protagonista. Nel caso di questa mia riflessione, la speranza si chiama democrazia: un humus nel quale ho avuto la fortuna e il privilegio di nascere, crescere, vivere fino ai miei attuali settant’anni, ma che oggi non sembra più essere tra i “desiderata” dei popoli, soprattutto e in gran parte europei, che sono andati avanti con questa forma di governo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a oggi. Sembra sempre più farsi avanti, dimenticando completamente la storia, una nuova voglia di regimi, di uomo/donna forte al comando. Di “democratura”, cioè di dittatura camuffata da regole democratiche come la chiamano oggi, nella migliore delle ipotesi; di dittatura direttamente nella peggiore. Seconda la mia opinione, ovviamente, che fino a oggi posso esprimere nel mio Paese in libertà e non è poco.

Ho pensato da cittadino, vecchio professionista dell’informazione, di farlo qui sul mio blog, che è mia creatura da dieci anni, perché lo ritengo il luogo più appropriato. Su Ilvulcanico.it, da oggi, non più e non solo tanta Etna con poco contorno di altro, ma le mie opinioni – quando lo riterrò opportuno – su tutti gli argomenti sui quali mi sentirò di esprimerle. Per una ragione a mio avviso semplicissima: la delicatezza e complessità del momento che stiamo vivendo ci impone di dire la nostra. Di esprimerci e schierarci quando necessario.

A proposito di democrazia, hanno suscitato in me profonda inquietudine due fatti accaduti a distanza di poche ore: la nuova legge elettorale approvata alla Camera, che prevede un imponente premio di maggioranza (70 seggi alla Camera, 35 al Senato) per la coalizione che raggiunga il 42 per cento in ognuno dei due rami del Parlamento; il frettolosissimo e grossolano avvio da parte del Ministro della Giustizia di un provvedimento di grazia – subito bloccato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che lo ha ricevuto al Quirinale “per puntualizzare i limiti delle attribuzioni del Ministro in tema di concessione della grazia, facoltà che la Costituzione riserva esclusivamente al Presidente della Repubblica come confermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza 200 del 2006” (fonte: quirinale.it) –  per Mario Roggero, il gioielliere che inseguì e uccise con la sua pistola due rapinatori il 28 aprile 2021, condannato a 14 anni per essere andato oltre la legittima difesa. Due eventi che mi hanno definitivamente convinto, mettendo da parte ogni sottovalutazione, del percorso politico più che reazionario intrapreso dal potere dominante nel nostro Paese.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Ho immaginato la fine del 2027. La destra, alleata inevitabilmente e inesorabilmente con il nerissimo generale, vince con oltre il 42 per cento, conquista il premio di maggioranza, può fare quello che vuole, ha i numeri. Elegge nel 2029, forse anche prima se riesce a fare dimettere Mattarella, la sua leader di oggi prima donna Presidente della Repubblica più forte che mai politicamente  la quale nella migliore della ipotesi nomina Primo Ministro il suo sottosegretario più esperto e di fiducia, nella peggiore e davvero più drammatica il generale, che certamente e comunque dovrà essere premiato per il suo decisivo apporto alla vittoria con un incarico molto importante, il Ministero per esempio dell’Interno.

Fantapolitica? Non credo proprio. Considerata anche, almeno fine a oggi, la consistenza numerica, la coesione, soprattutto la proposta politica dell’opposizione di centro sinistra, del tutto insufficienti per fermare l’onda nera che monta. Né credo molto a un ruolo significativo del centro moderato alleato con la destra: sono tutti pronti, come sempre, a salire sul carro del vincitore. E allora la domanda, per me inquietantissima, non può che essere una sola: siamo destinati a rivivere in Italia un nuovo fascismo, populista e razzista, in versione terzo decennio degli anni Duemila? Inizialmente democratura, con il tempo di fatto dittatura, come ad esempio accadde a lungo in Ungheria con Viktor Orban? La mia paura è grande e ragionevole: non è un “mantra” come qualcuno ha commentato, l’evocazione del rischio di un ritorno del fascismo, peraltro mai sparito dalle nostalgie di non pochi italiani. Ma finché c’è democrazia, in un Paese di fatto ancora diviso a metà, c’è speranza

Con il titolo: il duce del fascismo Benito Mussolini pronuncia in Parlamento il suo discorso, 17 novembre 1922 (fonte https://museonazionaleresistenza.it/)

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Etna, il gran ritorno del Cratere Centrale. Osservazioni sul campo https://ilvulcanico.it/etna-il-gran-ritorno-del-cratere-centrale-osservazioni-sul-campo/ Sun, 05 Jul 2026 04:55:18 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26422 di Vincenzo Greco L’Etna riesce sempre a suscitare grande interesse e meraviglia. Non perché ogni sua manifestazione sia necessariamente unica o imprevedibile, ma perché il vulcano possiede una straordinaria varietà di modalità eruttive che, pur rientrando spesso in schemi già osservati e studiati nel corso del tempo, continuano a rappresentare un laboratorio naturale di eccezionale […]

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di Vincenzo Greco

L’Etna riesce sempre a suscitare grande interesse e meraviglia. Non perché ogni sua manifestazione sia necessariamente unica o imprevedibile, ma perché il vulcano possiede una straordinaria varietà di modalità eruttive che, pur rientrando spesso in schemi già osservati e studiati nel corso del tempo, continuano a rappresentare un laboratorio naturale di eccezionale valore scientifico e umano. L’attività eruttiva che interessa attualmente la parte sommitale dell’Etna, iniziata il 26 giugno 2026, rappresenta ancora una volta una dimostrazione della straordinaria vitalità del vulcano. Si tratta di una manifestazione che rientra pienamente nelle caratteristiche delle attività terminali e subterminali che hanno contraddistinto numerose fasi eruttive del vulcano nel corso della sua storia recente e che, soprattutto, non desta alcuna preoccupazione per i centri abitati o per le principali aree turistiche del territorio.

I PRIMI SEGNALI DI CAMBIAMENTO. In realtà, i segnali che qualcosa stesse cambiando erano già osservabili nei giorni precedenti al 26 giugno. Il Cratere di Nord-Est aveva infatti mostrato un progressivo incremento dell’attività esplosiva intracraterica, con esplosioni localizzate sul fondo del condotto che, pur rimanendo pienamente all’interno delle normali dinamiche del vulcano, stavano gradualmente aumentando in frequenza e intensità. Anche dopo gli eventi effusivi che avevano caratterizzato il periodo compreso tra il 1° e il 13 gennaio 2026, il sistema vulcanico aveva continuato a manifestare alcuni segnali di dinamismo, senza però mostrare evidenze chiare di una nuova imminente fase eruttiva. Nel corso del mese di giugno, inoltre, si sono osservati fenomeni di subsidenza e deformazione delle aree sommitali, chiari indicatori di un sistema che stava progressivamente rispondendo alle pressioni interne. La conoscenza delle dinamiche che caratterizzano questo tipo di fenomenologie ha consentito, attraverso l’osservazione diretta sul campo, di riconoscere alcuni segnali che indicavano una possibile evoluzione del sistema vulcanico.

Le osservazioni effettuate nei giorni precedenti all’inizio dell’attività effusiva, e in particolare quelle svolte nella mattinata del 26 giugno, mi hanno infatti consentito di interpretare le modificazioni morfologiche che stavano interessando l’area sommitale, mettendole in relazione con fenomenologie analoghe osservate durante precedenti episodi eruttivi dell’Etna. Questa capacità di lettura del territorio nasce dall’osservazione continua del vulcano e dall’esperienza maturata nel corso di circa ventisette anni di frequentazione costante dell’ambiente etneo, che permette di riconoscere quelle variazioni, anche minime, che spesso precedono l’evoluzione di un’attività eruttiva.

La mattina del 26 giugno, intorno alle ore 10, durante una mia osservazione diretta sul campo, ho avuto modo di constatare come nell’area interessata dall’attività del Cratere Centrale, lungo il pendio orientale in prossimità della zona già coinvolta dall’attività eruttiva del 6 luglio 2014, tra i coni di scorie presenti nell’alta Valle del Leone, si stessero sviluppando evidenti sistemi di fratture radiali accompagnati da fenomeni di degassamento. L’osservazione di queste strutture mi ha immediatamente fatto ipotizzare che il sistema vulcanico stesse attraversando una nuova fase evolutiva. Per questo motivo ho provveduto a condividere tempestivamente le informazioni raccolte sia con l’ente di ricerca preposto al monitoraggio del vulcano sia con i colleghi che operano quotidianamente sul territorio. Questo aspetto rappresenta uno degli elementi fondamentali del lavoro delle guide vulcanologiche. La nostra presenza costante sul vulcano ci porta infatti a svolgere anche un’importante funzione di osservazione e di sentinella del territorio, contribuendo a segnalare tempestivamente eventuali variazioni dell’attività e collaborando, ciascuno nel proprio ruolo, al mantenimento delle migliori condizioni di sicurezza possibili. Ogni cambiamento osservato sul vulcano, anche quello apparentemente meno significativo, assume infatti un’importanza rilevante sia per la tutela delle persone che accompagniamo durante le attività escursionistiche, sia per la gestione complessiva del contesto operativo nel quale svolgiamo quotidianamente la nostra professione. Per questo motivo osservare, documentare, confrontarsi e condividere le informazioni rappresenta una parte essenziale del nostro lavoro sul campo. In quel momento ho avuto la sensazione che il sistema fosse ormai prossimo a una nuova evoluzione. La conferma è arrivata poche ore dopo. Intorno a mezzogiorno, il vulcano ha deciso di manifestare la propria energia attraverso l’apertura di una nuova frattura eruttiva e l’emissione della prima colata lavica.

LA NUOVA ATTIVITA’ NELL’ALTA VALLE DEL LEONE.  L’attività si è sviluppata nel settore dell’alta Valle del Leone, in prossimità dell’area interessata anche dall’attività del luglio 2014, tra i caratteristici coni di scorie presenti alla base orientale del Cratere Centrale. Dal 26 giugno fino ai primi giorni di luglio, l’eruzione ha mostrato un comportamento relativamente stabile, con tassi di emissione lavica variabili ma generalmente contenuti. Le colate hanno raggiunto lunghezze complessive inferiori ai due chilometri, sviluppandosi progressivamente all’interno di canali lavici costruiti dal flusso stesso. Ho avuto la possibilità di osservare questa attività in diverse occasioni, sia autonomamente sia insieme ai colleghi, non soltanto per documentarne l’evoluzione, ma anche per fornire informazioni aggiornate a chiunque chiedesse chiarimenti sulla situazione in corso. È importante sottolineare come questa attività si sviluppi in un ambiente di alta quota, estremamente remoto e distante dai centri abitati e dalle principali aree turistiche dell’Etna. Per questo motivo, pur trattandosi di un fenomeno di grande interesse scientifico e naturalistico, esso non rappresenta alcun motivo di preoccupazione per la popolazione.

IL RITORNO DI UNA TIPICA ATTIVITA’ SUBTERMINALE. Quella a cui stiamo assistendo è la classica attività subterminale dell’Etna, una tipologia eruttiva che il vulcano ha manifestato numerose volte nel corso della sua storia recente. Negli ultimi anni, tuttavia, la straordinaria attività del Cratere di Sud-Est, con le sue spettacolari fontane di lava e i numerosi episodi parossistici, aveva inevitabilmente catturato l’attenzione di osservatori, appassionati e studiosi. Anche le intense manifestazioni della Voragine nel 2024 avevano contribuito a modificare la percezione collettiva delle dinamiche eruttive etnee. Fenomeni come quello attuale ci ricordano invece un altro volto dell’Etna: quello delle eruzioni generalmente meno violente, più durature e, sotto molti aspetti, anche meno pericolose rispetto ai grandi episodi parossistici che hanno caratterizzato gli ultimi anni.

PERCHE’ IL CRATERE CENTRALE RIMANE SEMPRE IL CRATERE CENTRALE. Per quanto mi riguarda, però, il Cratere Centrale resta sempre il Cratere Centrale. Vederlo tornare protagonista rappresenta ogni volta qualcosa di speciale. Negli ultimi anni il ruolo principale sulla scena eruttiva dell’Etna è stato occupato soprattutto dal Cratere di Sud-Est, che con la sua straordinaria frequenza di attività ha inevitabilmente attirato l’attenzione di tutti. Per molti, il Cratere di Sud-Est è diventato il simbolo dell’attività recente dell’Etna. Eppure il Cratere Centrale, con i suoi tempi e le sue modalità, non ha mai smesso di ricordarci il proprio ruolo fondamentale all’interno del sistema vulcanico etneo. Dopo i parossismi del 2015, le attività del 2016 e le successive fasi eruttive del 2019, del 2020, del 2021 e del 2024, il Cratere Centrale è tornato ancora una volta a prendersi la scena, mostrando quella straordinaria capacità di rinnovarsi e di sorprendere che da sempre caratterizza il nostro vulcano.

UN AMBIENTE SPETTACOLARE, MA DA AFFRONTARE CON RISPETTO. L’attività è ancora in corso e il sistema continua a evolversi. Non si può escludere che nelle prossime settimane possano verificarsi ulteriori variazioni dell’attività eruttiva. L’area interessata dall’eruzione presenta caratteristiche geomorfologiche e vulcanologiche che meritano particolare attenzione. Si tratta infatti di un settore caratterizzato da estesi sistemi di fratturazione, dalla presenza di accumuli nevosi residui ancora sepolti dai depositi vulcanici recenti e più antichi, oltre che da una morfologia estremamente complessa. La presenza della lava in un ambiente di questo tipo richiede particolare cautela, anche perché le interazioni tra il magma e gli elementi superficiali possono produrre fenomenologie secondarie che devono essere attentamente valutate. La Valle del Leone e il settore superiore della Valle del Bove rappresentano ambienti vulcanici di straordinaria bellezza, ma allo stesso tempo estremamente impegnativi. Si tratta di aree remote, difficili da raggiungere e caratterizzate da condizioni ambientali che possono cambiare rapidamente. Per questo motivo consiglio sempre a chi desidera avvicinarsi a questi fenomeni di informarsi preventivamente e di evitare iniziative improvvisate. In particolare, suggerisco di non addentrarsi all’interno della Valle del Bove o delle aree sommitali senza un’adeguata conoscenza del territorio e delle condizioni vulcaniche del momento. La presenza diffusa di fratture, che rappresentano la risposta fragile del terreno alle risalite magmatiche, testimonia la continua evoluzione di questo settore del vulcano e costituisce uno degli elementi che richiedono maggiore attenzione durante le fasi eruttive.

IL RUOLO DELLE GUIDE VULCANOLOGICHE. In questo contesto, il ruolo delle guide vulcanologiche assume un’importanza fondamentale. La nostra attività si svolge sempre nel rispetto delle normative vigenti, delle procedure operative e delle indicazioni predisposte dal Collegio Regionale delle Guide Alpine e Vulcanologiche della Sicilia, oltre che delle eventuali disposizioni emanate dalle autorità competenti. Ci autoregoliamo costantemente in funzione dell’evoluzione del fenomeno, delle condizioni ambientali e del quadro di rischio presente sul vulcano. Il nostro compito non consiste solamente nell’accompagnare le persone, ma soprattutto nel fornire tutte le informazioni necessarie affinché chi visita l’Etna possa comprendere le caratteristiche dell’ambiente vulcanico, i rischi associati e le corrette modalità di fruizione del territorio. La valutazione del rischio rappresenta uno degli aspetti più importanti della nostra professione. In qualità di professionisti e conoscitori del territorio, siamo chiamati quotidianamente a effettuare valutazioni continue delle condizioni operative, assumendoci la responsabilità di condurre le persone esclusivamente nelle aree e nelle situazioni in cui siano presenti adeguati margini di sicurezza. Quando le condizioni del vulcano, le normative vigenti e il quadro generale della sicurezza lo consentono, organizziamo le nostre attività seguendo procedure consolidate e sistemi di gestione del rischio strutturati, sempre con l’obiettivo primario della tutela delle persone.

UN VULCANO CHE CONTINUA AD EMOZIONARE. Osservare oggi il Cratere Centrale nuovamente in attività rappresenta, ancora una volta, un privilegio straordinario. Nonostante gli anni trascorsi a studiare, osservare e vivere l’Etna quotidianamente, assistere al ritorno dell’attività del Cratere Centrale continua a suscitare le stesse emozioni di sempre. Perché, se è vero che oggi gli strumenti di monitoraggio consentono di riconoscere con sempre maggiore precisione i segnali che precedono una variazione dell’attività vulcanica, è altrettanto vero che ogni fase eruttiva possiede una propria evoluzione, una propria storia e caratteristiche che continuano a rendere l’Etna uno dei sistemi vulcanici più affascinanti e studiati al mondo. Ed è forse proprio questo il motivo per cui il vulcano continua, ancora oggi, a regalare emozioni e insegnamenti a chi ha la fortuna e il privilegio di poterlo osservare da vicino.

Tutte le splendide foto e il magnifico video sono di Vincenzo Greco

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Festival Vulcani, dal 26 al 28 giugno a Trecastagni la quarta edizione. Continua l’affascinante viaggio nelle “montagne viventi”, al confine del mondo https://ilvulcanico.it/festival-vulcani-dal-26-al-28-giugno-a-trecastagni-la-quarta-edizione-continua-laffascinante-viaggio-nelle-montagne-viventi-al-confine-del-mondo/ Thu, 25 Jun 2026 04:39:46 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26406 di Giuseppe Riggio * Torna il Festival Vulcani a Trecastagni. La manifestazione che, giunta alla quarta edizione, continua ad attingere al vastissimo giacimento di miti, prima, e di studi, dopo, che i crateri hanno saputo suscitare. Del resto, i vulcani rappresentano, quasi per definizione, il confine del mondo, la soglia oltre la quale si entra […]

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di Giuseppe Riggio *

Torna il Festival Vulcani a Trecastagni. La manifestazione che, giunta alla quarta edizione, continua ad attingere al vastissimo giacimento di miti, prima, e di studi, dopo, che i crateri hanno saputo suscitare. Del resto, i vulcani rappresentano, quasi per definizione, il confine del mondo, la soglia oltre la quale si entra nel divino o nell’inferno.

Efesto, dio greco del fuoco e dei metalli, era ritenuto figlio di Zeus, ma le leggende lo descrivevano, innanzitutto, come portatore di una umanissima storia di disabilità. Oggi verrebbe raccontato come un sopravvissuto a un infanticidio, che seppe reagire e trovò la sua strada. Per il suo successore di epoca romana, Vulcano, si prescriveva prosaicamente che i luoghi di culto costruiti in suo onore venissero eretti fuori dalle aree abitate, visto che comunque si trattava di un culto incendiario.

La locandina del Festiva 2026

Quest’anno sarà ospite del Festival uno dei più famosi organizzatori francesi di viaggi avventura, Guy de Saint Cyr, che da una vita porta i suoi clienti ad osservare i vulcani in eruzione. Turisti che mettono a rischio la propria incolumità per raggiungere il limite, il punto esatto in cui è possibile osservare la Terra di dentro e quella di fuori. Perché lo fanno? Forse perché in quei luoghi il mito sembra tutto sommato reale e credibile.

D’altra parte, bisogna prendere atto che non sempre quelli che abitano alle pendici delle “montagne viventi” hanno pienamente contezza dell’eccezionalità dei luoghi che si trovano quotidianamente a frequentare. Ecco perché, ormai da quattro anni, abbiamo avviato, con la Fondazione Trecastagni Patrimonio dell’Etna, presieduta da Giovanni Barbagallo, il progetto Festival Vulcani. Un anno dopo l’altro realizziamo l’unico evento in Italia completamente dedicato ai molteplici aspetti delle terre vulcaniche.

Guy De Saint Cyr

Dal 26 al 28 giugno nel centro storico di Trecastagni, vero “salotto dell’Etna”, si svolgeranno numerosi eventi dedicati all’esplorazione di un “pianeta” che ha caratteri particolari e distintivi. Quest’anno, oltre a Guy de Saint Cyr, protagonista di viaggi al limite del possibile, ci saranno esperti internazionali di vulcanologia. Dalla direttrice dell’Osservatorio Vesuviano INGV, Lucia Pappalardo, sino a Sara Barsotti, responsabile del servizio islandese di sorveglianza sulle attività vulcaniche.   Confermerà la sua presenza anche Stefano Branca, direttore del dipartimento vulcani INGV, che aprirà la manifestazione con una conferenza sullo scienziato-fotografo Gaetano Ponte, insieme a Daniele Musumeci, ricercatore UNICT. Per la prima volta sarà ospite della manifestazione Franco Foresta Martin, per oltre trent’anni giornalista scientifico al Corriere della Sera, per raccontare la “sua” Ustica.

Franco Foresta Martin

In questa quarta edizione saranno a fianco della Fondazione organizzatrice l’Associazione Italiana di Vulcanologia, il Comune di Trecastagni, la Regione Siciliana (Assessorati Turismo e Territorio e Ambiente), l’Assemblea Regionale Siciliana, oltre alle Associazioni Federescursionismo ed Etnaviva e alla Funivia dell’Etna. A conferma della originalità di una formula che garantisce autorevolezza scientifica, ma anche spettacolo e divulgazione appassionante, supportata da video e immagini. Tutto questo con l’ambizione di costruire anche un percorso identitario, destinato a chi vive sull’Etna. L’obiettivo è quello di fornire, innanzitutto agli abitanti delle terre vulcaniche, conoscenze e testimonianze che possano renderli consapevoli e orgogliosi di abitare parti di questo pianeta che hanno caratteristiche veramente stra-ordinarie. Con il Festival intendiamo, in definitiva, offrire delle buone ragioni a quanti vogliono innamorarsi dell’Etna, e delle terre nere in generale, ed aiutare, nel frattempo, tutti coloro i quali si interrogano per scoprire le ragioni della loro incontenibile passione per l’Etna.

*Direttore Festival Vulcani

Con il titolo: Etna, 23 giugno 2026, foto di Gaetano Perricone

 

 

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Le visioni, i colori, il talento di Monarc https://ilvulcanico.it/le-visioni-i-colori-il-talento-di-monarc/ Wed, 27 May 2026 05:09:31 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26377 (Gaetano Perricone). Oggi, mercoledì 27 maggio, al Mondadori Bookstore di Piazza Roma Catania, ultimo giorno (ore 16-20) della mostra “Monarc Vision”, grafiche ed illustrazioni. Ho avuto l’opportunità e il piacere di visitarla nei giorni scorsi e di conoscere e apprezzare le visioni, i colori, l’indubbio ed elegante talento della mano ed evidentemente anche dell’anima di […]

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(Gaetano Perricone). Oggi, mercoledì 27 maggio, al Mondadori Bookstore di Piazza Roma Catania, ultimo giorno (ore 16-20) della mostra “Monarc Vision”, grafiche ed illustrazioni. Ho avuto l’opportunità e il piacere di visitarla nei giorni scorsi e di conoscere e apprezzare le visioni, i colori, l’indubbio ed elegante talento della mano ed evidentemente anche dell’anima di Andrea Urzì, in arte “Monarc”, l’artista che ha realizzato le opere, alcune delle quali vedrete qui nella fotogallery che molto volentieri voglio condividere con i lettori di questo blog. Mi hanno particolarmente colpito, è il mio personale parere, i geniali e raffinati ritratti di alcuni personaggi celebri. Curiosità: Monarc non è solo il monarca, la figura dominante, ma anche una famosa specie di farfalla migratrice nordamericana.  A seguire, conosciamo meglio Andrea “Monarc” dalla sua auto presentazione, nella locandina della mostra. Augurandogli di cuore le fortune che merita 
Mi chiamo Andrea Urzì, nome d’arte Monarc, classe ’92, sono un artista emergente catanese Sono Cresciuto fra pastelli,  matite, pennelli , fortemente appassionato di disegno e poi di grafica. È il mio modo istintivo, una forte ed pulsione, attraverso la quale trasferisco nell’immediato sensazioni, vissuti reali, visioni oniriche, riflessioni sociali ed intime, con un  tratto molto singolare e una ricercata originalità, che le renda facilmente riconoscibili
Possiedo un vissuto già assai “articolato”, denso di esperienze segnanti portatrici di forte carica empatica e spiccata sensibilità nei confronti di problematiche personali e sociali, giovanili e non. Utilizzo tratti, curve, linee irregolari,  colori impattanti, forti, talvolta su sfondi più scuri, totalmente bianchi  o variegati. Sono presenti spesso simboli ricorrenti.
Ho un carattere schivo, poco incline ad espormi ed apparire, ma produttivo. Ho partecipato a diverse esposizioni su Palermo e Catania, eventi e manifestazioni, con un gradimento di pubblico assolutamente trasversale. Realizzo disegni, illustrazioni, ritratti su commissione sia per privati che per professionisti , attività sempre concernenti il campo artistico visivo ma applicabili a svariati settori
In occasione delle varie attività, sono stati pubblicati articoli su diversi siti, stampa di settore, i quotidiani La Sicilia di Catania  ed il Giornale di Sicilia di Palermo
Contatti:
cellulare: 353 4306596
Instagram: Monarcvision

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L’Etna di Emily Lowe: “donna indifesa”, ma viaggiatrice coraggiosa, tra meraviglia e pericolo https://ilvulcanico.it/letna-di-emily-lowe-donna-indifesa-viaggiatrice-coraggiosa-tra-meraviglia-e-pericolo/ Mon, 11 May 2026 13:27:09 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26356 FONTE: https://ingvvulcani.com/ di Chiara Alabiso PREFAZIONE DI MARIO MATTIA  “L’unico uso di un gentiluomo in viaggio è quello di prendersi cura dei bagagli, e noi faremo attenzione a non avere bagagli” In questa dichiarazione risiede lo spirito provocatorio di Emily Lowe, un’autrice vittoriana poco nota, ma che merita di essere studiata e ricordata per il […]

L'articolo L’Etna di Emily Lowe: “donna indifesa”, ma viaggiatrice coraggiosa, tra meraviglia e pericolo proviene da Il Vulcanico.

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FONTE: https://ingvvulcani.com/

di Chiara Alabiso

PREFAZIONE DI MARIO MATTIA 

“L’unico uso di un gentiluomo in viaggio è quello di prendersi cura dei bagagli, e noi faremo attenzione a non avere bagagli”

In questa dichiarazione risiede lo spirito provocatorio di Emily Lowe, un’autrice vittoriana poco nota, ma che merita di essere studiata e ricordata per il suo coraggioso approccio alla vita e alla scrittura che attinge dalla tradizione romantica tipica dei primi decenni dell’ottocento. Una autrice che potremmo definire protofemminista, con un atteggiamento molto pragmatico e del tutto privo di qualsivoglia velleità teorica o ideologica. Figlia di un giudice e moglie di un baronetto diretto discendente di Enrico VIII, Emily Lowe era contemporanea e conterranea del poeta Alfred Tennyson che, mentre lei scalava vulcani e attraversava ghiacciai, scriveva: “ l’uomo per la spada, la donna per l’ago; l’uomo per la testa, la donna per il cuore”, frase che ben sintetizza l’opinione degli uomini inglesi sul ruolo della donna nella prima metà dell’ottocento. A quel tempo, la società inglese separava rigidamente le “sfere” di competenza dei due sessi: l’uomo apparteneva alla sfera pubblica (politica, affari, guerra), la donna a quella privata (casa, cura dei figli, moralità), e per questa ragione, fino al 1870, vigeva il principio legale della “coverture”, che consisteva nel fatto che una donna sposata non avesse identità giuridica separata dal marito, non potesse possedere proprietà, firmare contratti o detenere i propri guadagni.

Emily Lowe (dal web)

Leggere oggi i titoli dei libri della Lowe – “Unprotected Females in Norway ” (1857) e “Unprotected Females in Sicily, Calabria, and on the top of Mount Etna” (1859)  – può magari farci sorridere per quel rimarcare l’aspetto della “donna indifesa”, ma in realtà, studiando questi manoscritti ci si rende ben presto conto che l’autrice volesse invece trattare il concetto della vulnerabilità femminile e della possibilità per le donne di viaggiare, per diletto o per cercare stimoli culturali, tutelate dalla propria dignità e dalla fermezza di fronte alle critiche e alle difficoltà logistiche.

Ma il tema trattato in questo breve saggio, redatto dalla giovane storica siciliana Chiara Alabiso, non è soltanto quello di mostrare un esempio di donna coraggiosa e anticonformista. Il tema che più riguarda questo blog risponde a domande tanto semplici quanto complesse: in che modo può essere fatta la comunicazione quando l’oggetto da rappresentare è la vulcanologia, scienza (e qui c’è il primo ostacolo) che tratta di un fenomeno geologico (il vulcano) spesso evocato come dispensatore di distruzione? Qual è il linguaggio, lo stile comunicativo, quali le parole giuste da usare quando si parla di vulcani, senza che l’oggettività del discorso scientifico induca paura piuttosto che interesse? E tutto questo senza cadere nell’errore opposto, ovvero quello della banalizzazione che potrebbe portare ad una sottovalutazione del rischio.

In questo senso, il saggio di Chiara Alabiso del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’ Università di Catania, è un primo passo verso la ricostruzione storica del percorso di comunicazione delle conoscenze vulcanologiche che, partendo proprio dai viaggiatori stranieri che facevano tappa obbligata sui vulcani italiani, iniziarono a diffondere (sia nelle classi intellettuali europee che nel grande pubblico) da un lato il “mito” della magnificenza di questo incredibile spettacolo della natura e, dall’altro, quella curiosità, quell’interesse che avrebbe portato allo sviluppo della ricerca scientifica mirata alla riduzione del rischio associato all’attività vulcanica. E, come ci suggerisce l’autrice di questo saggio, a incoraggiare le donne a scoprire la voglia di viaggiare, come metafora di una liberazione ancora di là da venire, magari animate dallo speciale spirito di cui parla Emily Lowe quando, trovandosi ai piedi dell’Etna, scrisse: “sentii che era arrivato il momento in cui due delle meraviglie della terra, un vulcano innevato e la curiosità di una donna, si mettono alla prova, l’uno contro l’altra”.

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Nel dicembre 1857, due donne britanniche, Emily Lowe e la madre Helen, sbarcarono in Sicilia. Viaggiavano sole e senza uomini che le accompagnassero, comportamento che nell’Inghilterra vittoriana era considerato scandaloso ed eccentrico. Questo viaggio diede vita a un resoconto straordinario: Unprotected Females in Sicily, Calabria, and on the Top of Mount Etna, pubblicato nel 1859 dalla stessa Emily Lowe. Il titolo è già un manifesto: “Donne indifese”, ma il tono che l’autrice sceglie non è quello di chi si sente in pericolo quanto piuttosto quello di chi ride della propria audacia, e invita le lettrici a fare altrettanto.

Letto come fonte storica, il resoconto di Emily Lowe è molto più di un diario di viaggio. È un documento in cui le condizioni atmosferiche, la morfologia del percorso e i pericoli concreti del vulcano vengono descritti con una sorprendente precisione, e in cui la percezione del rischio viene elaborata, tradotta in linguaggio accessibile e consegnata a un pubblico di lettori non specialisti. In altre parole, la scrittrice stava già facendo, nel 1859, quello che la vulcanologia contemporanea si pone come una delle sue sfide più difficili: comunicare il rischio mantenendo viva la curiosità, senza sottovalutare il pericolo. 

Il loro viaggio attraversa la Sicilia da Palermo ad Agrigento, da Catania a Nicolosi. Ma è l’Etna la vera protagonista del racconto. Emily la intravede già da lontano, da Caltanissetta, “con un cerchio di fuoco intorno al capo che la incoronava Regina“. La osserva da Catania, quasi come una presenza divina: “Oh! montagna, montagna, tu mi parli, e io voglio risponderti… Il mio cuore batte con il tuo…”. E infine l’impresa più significativa, la scalata. Una delle prime donne a farlo, la prima a raccontare in prima persona la propria ascesa, con la propria voce, in un testo pubblicato e diffuso.

Figura - 1 Letterio Subba, La baia di Catania con il monte Etna sullo sfondo, 1834, olio su tela

Figura  1 – Letterio Subba, La baia di Catania con il monte Etna sullo sfondo, 1834, olio su tela

A Nicolosi, alle pendici del vulcano, Emily e la madre si fermano ad aspettare che il tempo migliori. E nei cinque giorni di pioggia che seguono, la scrittrice annota tutto con la precisione di chi vuole essere utile alle future viaggiatrici. Documenta l’abbigliamento ideale, che doveva essere caldo ma allo stesso tempo non pesante: gonne corte, stivaletti spessi, calze di lana. Sconsigliava inoltre le galosce di gomma, che “lasciano entrare la neve”, e di portare con sé un solo paio di calze perché, una volta bagnate quelle indossate, sarebbero diventate troppo pesanti. E le provviste? Tè o caffè caldo, carne, formaggio, pane e frutta. 

Queste indicazioni pratiche e precise, su come affrontare l’impresa in sicurezza, non le scrive un professionista del settore, ma una donna che, fatta esperienza diretta del vulcano, sente la responsabilità di trasmetterla. In questo senso, il testo della Lowe anticipa, nelle forme e negli intenti, le moderne pratiche di comunicazione sui rischi che corre chi si avventura in un’area vulcanica. A Nicolosi le due donne incontrano il celebre vulcanologo Carlo Gemmellaro, che le mette in guardia con tono paterno ma senza opporsi alla loro determinazione. La madre, compresa la pericolosità dell’impresa, tenta di dissuadere la figlia, senza successo.

La partenza avviene di notte, nel freddo di dicembre. Il villaggio di Nicolosi, ancora immerso nel sonno, appare alle viaggiatrici come un “nero sepolcro di lava“. Emily descrive la montagna che “trema” quando compare il sole, la neve che “sussulta” per i suoi raggi. Il racconto si apre con una citazione dantesca dal Purgatorio — “Noi salivamo per entro il sasso rotto” — a evocare la difficoltà e la sacralità del cammino. Le guide si chiamano Angiolo e Giorgio e all’inizio le guardano con scetticismo: le due donne, per di più straniere, non sembrano attrezzate per un’impresa simile. Emily, contrariata, risponde che non è la prima volta che si prestano a queste avventure, infatti avevano già attraversato il Sògne Fjeld norvegese.

“È tutto ingannevole”, dice.

Il caldo è la prima sorpresa, “una barriera di fuoco” che accompagna l’intera salita, anche in pieno inverno. Le guide avevano avvertito di alleggerirsi progressivamente degli indumenti più pesanti ed Emily ubbidisce, stupita: “un caldo africano spira sulle nevi dell’Etna in inverno”. Poi la fatica, il respiro affannoso, la testa che gira. È qui che emerge con forza la tensione costante tra pericolo reale e fascino irresistibile che attraversa tutto il racconto: il desiderio è sempre più forte della stanchezza e la meraviglia prevale sulla paura. A duemilacinquecento metri, due farfalle gialle svolazzano intorno a loro: “Saltammo su e ci sentimmo come se anche noi potessimo volare, perché dove potevano arrivare le farfalle, sicuramente potevamo arrivare anche noi!” 

Raggiunta la cima, il panorama toglie il fiato; l’intera Sicilia si stende sotto di lei, “l’antica Trinacria a tre punte, la splendente isola del Sole”. Emily elenca i luoghi e le loro leggende: Enna e Proserpina, Polifemo e Galatea, le isole Eolie, le battaglie di Amilcare e Pirro. “L’Etna che le ha viste accadere tutte ve le farà ricordare”, scrive. E poi, semplicemente: “Tutto il resto è aria, e si è soli: sotto di voi una soffice striatura rosata, che sembra adagiarsi sull’acqua, vi fa sentire assisi su un trono al di sopra delle nuvole. Immenso è il cielo, puro e limpido”.

Ma è nella discesa che il racconto si fa davvero avventuroso, e che il rapporto sorprendente e pericoloso tra Uomo e Natura si manifesta in tutta la sua forza. La neve indurita si è trasformata in ghiaccio, “Nessuno di noi riusciva a tenere saldo il piede e incespicavamo continuamente, cadevamo e rotolavamo giù”. Le guide non le avevano permesso di indossare i “craponi” — le scarpe chiodate — per via della lava. A ogni scivolone, correvano il rischio concreto di spezzarsi un arto. Poi, al buio, tornate al punto iniziale, i muli non ci sono più. Il gruppo li cerca nella foresta: “ci gettammo a terra sfinite e credemmo di essere state abbandonate a morire nella foresta”. Quando ogni speranza sembra perduta, una luce nel bosco: “Santa Lucia! C’è una luce nel bosco!”, ed ecco apparire il mulattiere, che per comodità si era spostato in una capanna vicina. Dopo diciassette ore di viaggio e tredici passate sulla neve, tornano a Nicolosi. Emily annota con ironia: “eppure, scese dai muli ed entrate nella saletta, dopo aver bevuto una scodella di latte, posso dire sinceramente che non sentivamo neanche un decimo della fatica di una giornata passata a far spese per i negozi di una città caotica”. Il mattino dopo, riposata e con il caffè in mano, Emily si rivolge direttamente alle sue lettrici: “Perciò, giovani signore avventurose, non abbiate paura di seguire i nostri passi”. È la chiusura perfetta di un testo che ha saputo tenere insieme, dall’inizio alla fine, avvertimento e seduzione.

 Figura - 2 Veduta del monte Etna, di Emily Lowe (1859)
Figura 2 – Veduta del monte Etna, di Emily Lowe (1859)

Ma il vulcano che Emily racconta non è solo quello della scalata. L’Etna è una presenza che accompagna l’intero viaggio, ben prima di arrivare a Nicolosi. Durante l’ascesa, il terreno è scuro e irregolare, segnato dalle colate laviche, e lungo il percorso si levano fumi e vapori dal cratere, segni evidenti di un vulcano ancora vivo, che rendono l’atmosfera sia suggestiva che inquietante. In cima, accanto alla vastità del panorama, il cratere continua a degassare, a ricordare che quella bellezza maestosa esige la massima cautela. 

Ma ciò che colpisce Emily è il modo in cui i siciliani convivono con questa realtà. A Catania, il vulcano è ovunque: nella pietra lavica con cui sono costruiti gli edifici, nel territorio modellato dalle eruzioni passate, nell’immagine stessa dell’Etna che domina l’orizzonte. Emily osserva con stupore come questa popolazione abbia imparato a convivere con una minaccia permanente, trasformandola in parte integrante della propria identità. I catanesi, racconta, quando vengono invasi dalla lava ricostruiscono usando le stesse pietre che li avevano sepolti. E i siciliani che incontra lungo il viaggio parlano del vulcano con un misto di orgoglio e rassegnazione: “quale nazione è tanto prodiga con i suoi figli quanto la nostra montagna?“. Infatti, l’Etna, per i siciliani, è fonte stessa di vita ed è la capacità di vivere ai piedi di quel vulcano ancora attivo che Emily osserva con gli occhi di una straniera meravigliata. Esattamente ciò che oggi gli esperti di gestione del rischio chiamano “resilienza delle comunità”, ovvero la capacità di una popolazione di adattarsi, riorganizzarsi e continuare a vivere in prossimità di una minaccia naturale senza negarne il pericolo.

In questo senso, la continuità tra il racconto di Emily Lowe e i modelli contemporanei di comunicazione scientifica suggerisce che l’immaginario collettivo sull’Etna si sia costruito nel tempo attraverso il racconto pubblico delle eruzioni e della paura ad esse associata, e che questa narrazione abbia contribuito a influenzare la percezione del pericolo. Oggi la comunicazione del rischio vulcanico si affida a strumenti molto diversi da quelli di Emily Lowe — bollettini scientifici, mappe di pericolosità, sistemi di allerta precoce, campagne di informazione rivolte alle popolazioni — ma la sfida di fondo rimane la stessa: come si trasmette il senso del pericolo a chi non è uno specialista, mantenendo viva la curiosità senza alimentare il panico, e senza che la familiarità con il vulcano si trasformi in sottovalutazione del rischio? Ed è il testo stesso della Lowe a porre queste domande, con quasi due secoli di anticipo.

Nonostante Emily Lowe non avesse risposta a queste domande, ella possedeva l’esperienza diretta, la capacità di raccontarla con onestà e ironia, e, non ultimo, il coraggio di invitare altre donne a salire su quel vulcano.


Bibliografia

Emily Lowe “Unprotected Females in Sicily, Calabria, and on the Top of Mount Aetna” Routledge, Warnes and Routledge, London, 1859.

Stefania Arcara (a cura di) “Due viaggiatrici indifese in Sicilia e sull’Etna: diario di due lady vittoriane”, Agorà, La Spezia, 2001.

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