Il Vulcanico https://ilvulcanico.it/ Il Blog di Gaetano Perricone Tue, 17 Feb 2026 15:34:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Quel mosaico di faglie. “La crosta terrestre sotto lo Stretto di Messina è tutt’altro che stabile” https://ilvulcanico.it/quel-mosaico-di-faglie-la-crosta-terrestre-sotto-lo-stretto-di-messina-e-tuttaltro-che-stabile/ Tue, 17 Feb 2026 15:34:07 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26177 FONTE: https://ingvterremoti.com/ Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina e Reggio Calabria. Da allora, […]

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FONTE: https://ingvterremoti.com/

Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina Reggio Calabria. Da allora, geologi e sismologi di tutto il mondo hanno cercato di capire quale faglia  possa aver causato quel  terremoto e quali processi profondi continuino a generarne altri.

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista internazionale Tectonophysics e condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e di alcune università italiane ed europee, offre oggi una visione più chiara e completa della struttura geologica dello Stretto. Lo studio, dal titolo “Structural development and seismogenesis in the Messina Straits revealed by stress/strain pattern above the edge of the Calabrian slab”, integra dati sismologici e geofisici marini, e analizza oltre 2.400 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019, rilocalizzati con tecniche di precisione e considerando anche dati registrati da sistemi di monitoraggio posti sul fondale marino (osservatorio multidisciplinare NEMO-SN1 e 7 Ocean Bottom Seismometers – OBSs installati durante l’esperimento Seismofaults; Sgroi et al., 2021a; Sgroi et al., 2021b; Sgroi et al., 2021c).

Un laboratorio naturale di geodinamica mediterranea

Lo Stretto di Messina si trova in un punto di incontro tra due grandi placche: quella africana, che spinge verso nord, e quella eurasiatica, che resiste e scivola sopra di essa. Qui la crosta terrestre si piega, si spezza e si muove lungo una serie di faglie attive, in un complesso gioco di compressione, distensione e scorrimento laterale. A sud-est, nel Mar Ionio, la placca africana si immerge sotto la Calabria, formando la cosiddetta “subduzione calabra” dove un lembo della crosta oceanica dell’antico oceano della Tetide scende lentamente nel mantello terrestre.

Questo lento movimento di subduzione trascina con sé la parte superiore della crosta, generando deformazioni che si estendono fino in superficie e che plasmano la morfologia dello Stretto. È un processo che, nel corso di milioni di anni, ha dato origine a catene montuose, faglie e depressioni marine, ma che ancora oggi è all’origine di terremoti potenzialmente distruttivi.

Due zone dove nascono i terremoti

Dall’analisi dei dati, i ricercatori hanno individuato due principali strati della crosta terrestre dove si concentra l’attività sismica:

  • uno superficiale, tra 6 e 20 km di profondità, dove si sviluppano i terremoti più frequenti e più legati alla deformazione della crosta continentale;
  • uno più profondo, tra 40 e 80 km, associato anche ai movimenti della placca ionica in subduzione sotto la Calabria.

Questa doppia struttura sismogenetica indica che la deformazione avviene su più livelli e con meccanismi diversi: nella parte superiore dominano le forze estensionali, che tendono ad allungare e sprofondare la crosta, mentre più in profondità si manifestano anche forze compressive, legate alla convergenza tra Africa ed Europa.

Distribuzione epicentrale della sismicità registrata tra il 1990 e il 2019 (cerchi neri pieni). Le linee arancioni indicano le faglie attive descritte nell’area dello Stretto di Messina da Lavecchia et al., 2024 e Barreca et al., 2021. Le linee rosse rappresentano le faglie descritte in questo nuovo studio. La stella rossa indica l’epicentro del terremoto del 1908 (Boschi et al., 1989). L’area a forma sigmoidale, di colore giallo chiaro, evidenzia la zona principale di deformazione all’interno del bacino dello Stretto.

Un mosaico di faglie, non una sola “grande spaccatura”

Uno dei risultati più interessanti del lavoro è che la deformazione nello Stretto di Messina è controllata da un sistema complesso di faglie interconnesse. Queste strutture si estendono sia a terra che sotto il mare e si muovono in modo coordinato, come le tessere di un mosaico che si adattano e scorrono l’una sull’altra.

Le nuove immagini sismiche acquisite sul fondale hanno rivelato scarpate morfologiche, e dislocazioni nei sedimenti recenti, segni inequivocabili di deformazione attiva. Anche se molte di queste tracce sono cancellate dalle forti correnti marine o dai frequenti movimenti franosi dei versanti, la loro presenza conferma che la crosta terrestre sotto lo Stretto è tutt’altro che stabile.

Dal 1908 a oggi: cosa sappiamo della sismicità attuale

Negli ultimi trent’anni, la Rete Sismica gestita dall’INGV e i sistemi di monitoraggio sottomarini hanno registrato solo terremoti di bassa e media magnitudo nell’area dello Stretto, alcuni dei quali si sono verificati in piccoli raggruppamenti dando origine ad alcune sequenze sismiche.

Queste sequenze recenti, spesso localizzate vicino all’epicentro del sisma del 1908, mostrano meccanismi di fagliazione coerenti con quelli individuati nello studio: piccoli segmenti di faglie orientate NE–SW che si attivano a profondità comprese tra 4 e 12 km.

Perché questi risultati sono importanti

Comprendere la geometria e il comportamento delle faglie sotto lo Stretto di Messina non è solo un esercizio accademico: è fondamentale per migliorare la valutazione della pericolosità sismica in una delle zone più densamente popolate e vulnerabili d’Italia.

Questo lavoro dimostra che la deformazione della crosta terrestre in quest’area è fortemente influenzata dai processi profondi legati alla subduzione della placca ionica, e che la sismicità superficiale rappresenta la manifestazione di movimenti che avvengono a decine di chilometri di profondità.

Questa nuova visione geodinamica integra per la prima volta in modo coerente le osservazioni sismologiche, geofisiche e morfologiche, fornendo una base più solida per gli studi futuri sulla sismogenesi dello Stretto e sulla pericolosità sismica dell’area.

Lo Stretto di Messina non è solo una frontiera tra due regioni italiane, ma anche il confine dinamico tra due placche terrestri in continua collisione. Sotto quelle acque si nasconde un sistema di faglie attive che racconta una storia di movimenti millenari, ma anche di un futuro sismico che dobbiamo continuare a studiare con attenzione.

Il lavoro è disponibile al link: https://doi.org/10.1016/j.tecto.2025.230920.

A cura di Tiziana Sgroi (INGV – Roma 2), Graziella Barberi (INGV – OE), Luca Gasperini (ISMAR – CNR), Rob Govers (Università di Utrecht), Nicolai Nijholt (Università di Utrecht), Giuseppe Lo Mauro (Università di Bari), Marco Ligi (ISMAR – CNR), Andrea Artoni (Università di Parma), Luigi Torelli (Università di Parma), Alina Polonia (ISMAR – CNR).

Bibliografia

Barreca, G., Gross, F., Scarfì, L., Aloisi, M., Monaco, C., Krastel, S., 2021. The Strait of Messina: Seismotectonics and the source of the 1908 earthquake. Earth Science Reviews 218, 103685. https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2021.103685.

Boschi, E., Pantosti, D., Valensise, G., 1989. Modello di sorgente per il terremoto di Messina del 1908. Atti Convegno GNGTS 8, 245–258.

Lavecchia, G., Bello, S., Andrenacci, C., Cirillo, D., Pietrolungo, F., Talone, D., et al., 2024. QUIN 2.0 – new release of the QUaternary fault strain INdicators database from the Southern Apennines of Italy. Scientific Data 11 (1), 189. https://doi.org/10.1038/ s41597-024-03008-6.

Sgroi, T., Polonia, A., Barberi, G., Billi, A., Gasperini, L., 2021a. New seismological data from the Calabrian arc reveal arc-orthogonal extension across the subduction zone. Scientific Reports 11 (1), 473. https://doi.org/10.1038/s41598-020-79719-8.

Sgroi, T., Barberi, G., Marchetti, A., 2021b. The contribution of the NEMO-SN1 seafloor observatory to improve the seismic locations in the Ionian Sea (Italy). Annals of Geophysics 64 (6), SE655. https://doi.org/10.4401/ag-8575.

Sgroi, T., Polonia, A., Beranzoli, L., Billi, A., Bosman, A., Costanza, A., et al., 2021c. One Year of Seismicity Recorded Through Ocean Bottom Seismometers Illuminates Active Tectonic Structures in the Ionian Sea (Central Mediterranean). Frontiers in Earth Science 9. https://doi.org/10.3389/feart.2021.661311.

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Agnes, William. Hamnet. Il dolore che divide, l’arte che rende immortali https://ilvulcanico.it/agnes-william-hamnet-il-dolore-che-divide-larte-che-rende-immortali/ Sat, 14 Feb 2026 17:25:46 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26164 di Antonella De Francesco Ho visto Hamnet di Chloè Zao Non succedeva da tempo che un film mi commuovesse così. Per un paio d’ore ci si immerge in una natura selvaggia e piena di colori, luci e ombre che, grazie alle incredibili riprese di Lukasz Zal ci avvolge e ci inebria fino quasi a farci […]

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di Antonella De Francesco
Ho visto Hamnet di Chloè Zao
Non succedeva da tempo che un film mi commuovesse così. Per un paio d’ore ci si immerge in una natura selvaggia e piena di colori, luci e ombre che, grazie alle incredibili riprese di Lukasz Zal ci avvolge e ci inebria fino quasi a farci sentire i suoi profumi, provare la sensazione di camminare nel fango, sentire l’umido della terra scavata a mani nude, l’amaro di certe erbe un tempo usate per guarire il corpo e allontanare la morte, perché è questo che fa da sempre l’uomo: scacciare la morte.
Sulle note magnifiche di Max Richter.
Il film, giustamente candidato all’Oscar, narra la storia d’amore tra Agnes (un’eccezionale Jessie Buckley) e William Shakespeare (Paul Mescal ) e della loro famiglia. Agnes e William si vedono da lontano, si annusano come animali, si riconoscono, si uniscono senza indugi e si amano, cercando conferme e presagi l’uno negli occhi dell’altra, ignari di quale vita e quanta parte di gioia e di dolore avranno in sorte.
La ricostruzione di luoghi e costumi ci riporta indietro in un tempo lontano, in cui venire alla luce e restare vivi non era poi così scontato. Le urla di Agnes che partorisce sola nel bosco o su una sedia in casa recano il mistero della vita e ci inchiodano all’evidenza che allora come ora dare alla luce un figlio resta forse l’unico miracolo che un essere umano possa compiere. Agnes dà alla luce i suoi figli e in quello stesso momento, da madre, suggella un patto tacito con loro: si assume l’onere di custodirli e proteggerli finché sarà in vita. È questa la sua e la missione di ogni madre, da che esiste il mondo.
Non so se è un caso che il padre non ci sia e non assista ai parti, c’è forse l’idea sottintesa che i figli sono della madre? Qui la regista per un momento ce lo lascia credere e ci lascia credere anche che il dolore in Agnes e William per la perdita del piccolo Hamnet sia diverso: quel “ Tu non c’eri “ è un atto d’accusa contro il padre, è il peso di un dolore che Agnes crede faccia più male a lei che a chiunque altro, è la fine dei sogni e dei presagi da cercare nel volto di lui .
La regista Choé Zhao
Quanta attualità in quel dolore che divide anziché unire, che chiude il cuore e lo rende sordo al mondo e che si accompagna al peso di non aver saputo scacciare la morte! Ma se la morte non può essere evitata, cosa resta a noi miseri esseri umani se non ricordare e sognare chi non è più tra noi?
E qui il film prende una piega sorprendente e affida proprio al padre l’onere più grande. All’insaputa della moglie Agnes, William scrive e mette in scena una tragedia in cui Hamnet è il protagonista. Per sua voce dà sfogo al suo dolore, al peso per non esserci stato. Il suo dilemma se “essere o “non essere” diventa il dilemma universale di tutti noi e quel “morire “ o “ dormire”, rassegnarsi o continuare a lottare prende gli astanti in quel teatro Vittoriano e tutti noi . William con la sua tragedia condivide il suo dolore e lo svela ad Agnes e al suo pubblico e nella coralità di quella commozione, consegna Hamnet all’immortalità, celebrando il potere dell’arte in ogni sua forma e del teatro in particolare. Da vedere
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COME HAMNET DIVENNE HAMLET. E’ GRANDE CINEMA
di Gaetano Perricone
“Lascia aperto il cuore …”
Predestinato all’Oscar, agli Oscar. Non so quanti premi, tra le otto candidature ricevute, raccoglierà a Hollywood la notte del 16 marzo questo meraviglioso film della 44enne, formidabile regista cinese naturalizzata statunitense Chloé Zhao, già statuetta di bronzo placcata oro 24 carati per miglior film e migliore regia nel 2021 con “Nomadland”. Quello che da spettatore attento ho capito per certo, dopo 2 ore e cinque minuti di immenso cinema, è che “Hamnet. Nel nome del figlio” è predestinato con altissimi meriti al premio più ambito di questa splendida arte.
Mi ha talmente affascinato, rapito, profondamente commosso questo film, che avevo pensato di scrivere soltanto tre parole, un invito per tutti quelli tra voi che amano il grande schermo: andatelo a vedere. Punto. Ma, ispiratissimo dalle immagini e dalle sequenze che mi ripassano davanti agli occhi e dalle tante parole che ancora mi riscaldano il cuore che ne ha necessità, mi viene di scrivere queste riflessioni.
Poco dico della trama, peraltro già notissima da tempo agli appassionati per il martellamento di trailer e di recensioni. E’ la storia vera, ambientata nella seconda metà del Cinquecento, dell’amore intenso nato a Stratford-upon-Evon, tra il celeberrimo poeta e drammaturgo inglese William Shakespeare e la bella e selvaggia moglie Anne Hathaway, nel film diventata Agnes, viscerale nei suoi sentimenti, “figlia di una strega del bosco” e di come la infinita tragedia della perdita del figlio undicenne Hamnet, origine di profondi sensi di colpa per entrambi i genitori, abbia condizionato la loro esistenza e ispirato “Hamlet”, Amleto, l’opera più famosa di William.
“Hamnet”, film che evoca con ammaliante potenza narrativa “fantasmi, morti e rinascite”, leggo correttamente da qualche parte, è il cinema. E’ arte, è poesia, è cultura, è spettacolo. E’ colori, è musica. E’ sentimento, emozione, commozione. E’ amore, è gioia e dolore. E’ interpretazione, performance attoriale: magnifiche, a tratti straordinarie, quelle di Jessie Buckley-Agnes; Paul Mescal- William Shakespeare; Joe Alwyn-Bartholomew, fratello di Agnes; dei tre bravissimi giovani attori nei panni dei figli dei coniugi Shakespeare.
E’ tutto questo e anche di più il capolavoro – lo dico con enfasi, non mi frega nulla se ci sarà come sempre chi criticherà questa definizione – che ci regala Chloé Zhao, miscelando tutti questi ingredienti in un prodotto che fa la netta differenza tra una regista e un’autrice, capace di entrare con forza ipnotica nell’anima degli spettatori affrontando tra l’altro una storia non facile da raccontare. Aggiungo una personale emozione: la parte finale, che ci porta dentro l’affascinantissimo Globe Theatre di Londra per la prima rappresentazione di Amleto con Agnes in prima fila tra gli spettatori e William dietro le quinte e poi sul palco, mi ha dato veramente i brividi per la sublime recitazione di alcuni brani, compreso il celeberrimo “Essere o non essere”. Al punto da spingermi a rispolverare dalla mia libreria il libretto dell’opera completa da una vecchia e bellissima collezione, pubblicata tanto tempo fa con “L’Unità”, per rileggerlo, direi più leggerlo oggi, dopo la faticosa conoscenza giovanile negli studi di letteratura inglese.
Finisco con la ormai quasi consueta considerazione, ma è realtà e non posso farne a meno: di venerdì pomeriggio, nove spettatori in una grande sala con 292 posti (li ho contati apposta) per un film del genere appena uscito sono troppo pochi. In fondo non c’è da meravigliarsi: nel nostro Paese è sempre meglio ridere con Checco, che io vedrò certamente in tv quando verrà il tempo, che non acculturarsi con William. Così è, se vi pare

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Pantelleria, l’isola che resiste: viaggio in un avamposto di vento, lava e umanità https://ilvulcanico.it/pantelleria-lisola-che-resiste-viaggio-in-un-avamposto-di-vento-lava-e-umanita/ Wed, 04 Feb 2026 06:01:45 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26149 di Marco Neri Pantelleria non si limita ad accoglierti: ti mette alla prova. Appena scendi dall’aereo, il vento ti sorprende di lato, improvviso e deciso, come un guardiano antico che ti ricorda chi comanda davvero. È un’isola lontana, geograficamente e simbolicamente, un avamposto italico alle porte dell’Africa, sospeso tra il blu profondo del mare e […]

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di Marco Neri

Pantelleria non si limita ad accoglierti: ti mette alla prova. Appena scendi dall’aereo, il vento ti sorprende di lato, improvviso e deciso, come un guardiano antico che ti ricorda chi comanda davvero. È un’isola lontana, geograficamente e simbolicamente, un avamposto italico alle porte dell’Africa, sospeso tra il blu profondo del mare e il nero della lava, tra la memoria di ciò che è stato e la tenacia di ciò che continua a essere.

Sono arrivato in occasione di un evento del Parco Nazionale, ma la sensazione è stata quella di entrare in un mondo a parte. Pantelleria non si concede subito: ti osserva, ti misura, ti chiede rispetto. La sua terra scura, aspra, modellata dal fuoco e dal vento, parla una lingua antica, più vicina alla geologia che all’uomo. La vegetazione è bassa, rada, piegata da un vento che non conosce tregua. In pieno inverno, il suo ululare diventa una presenza costante, una colonna sonora che accompagna ogni passo, ogni sguardo, ogni pensiero. Solo quando cambia direzione concede qualche ora di silenzio, come un respiro trattenuto.

Cartina di Pantelleria (dal sito del Parco Nazionale)

Il mare, pur onnipresente, rimane sullo sfondo. Pantelleria guarda verso l’interno, verso le sue colline scure, verso le sue contrade. Il porto è piccolo, essenziale, quasi timido. Non è il cuore dell’isola, ma un punto d’appoggio, un luogo di passaggio. La vera anima è altrove: nelle persone. Dirette, fiere, consapevoli. Non hanno bisogno di raccontarti quanto amino la loro terra: lo vedi nei gesti, nelle parole misurate, nella cura con cui parlano di ogni pietra, di ogni vigneto, di ogni sentiero. Cercano il contatto, fanno domande, vogliono capire e farsi capire. È una comunità che non teme il confronto, anzi lo desidera, forte della propria storia e del proprio carattere.

Anche la cucina racconta questa identità: non rincorre il sofisticato globale, ma si concentra sulla cura del prodotto locale. Usano ciò che la terra concede loro — capperi, uva zibibbo, erbe spontanee, pesce del giorno — e questo basta per appagare anche i sensi più esigenti. È una cucina che non vuole stupire, ma convincere. E ci riesce.

Foto di gruppo a conclusione del V Meeting delle Guide Ufficiali del Parco Nazionale Isola di Pantelleria

Le guide del Parco Nazionale sono un altro tesoro dell’isola. Giovani, entusiasti, colti, versatili, capaci di muoversi tra geologia, botanica, storia e tradizioni con naturalezza sorprendente. Hanno quella rara capacità di adattarsi ai contesti, di leggere le persone, di modulare il racconto senza mai perdere profondità. Sono estremamente disponibili, ricchi di risorse, innamorati di ciò che fanno e del suolo che calpestano con rispetto, senza mai profanarlo. Vederli all’opera significa osservare Pantelleria attraverso occhi che la conoscono e la custodiscono. La loro presenza conferma ciò che l’isola suggerisce in ogni suo angolo: Pantelleria è un laboratorio vivente di resilienza, un luogo in cui la natura non è un concetto astratto, ma una compagna esigente che richiede conoscenza, cura, attenzione.

Pantelleria è un luogo che, se non lo ami, ti respinge. Non per ostilità, ma per coerenza. Non si traveste, non si addolcisce, non cerca di piacere. È un muro di diffidenza per chi arriva distratto, ma diventa una porta aperta per chi sa ascoltare. E quando si apre, rivela un patrimonio umano e naturale che ha il sapore dell’antico: una comunità che ha imparato a vivere con il vento, con la lava, con la distanza, trasformando la fatica in identità.

Un’isola che non si lascia raccontare facilmente, ma che, una volta entrata, non ti lascia più. Un luogo che resta

Con il titolo: il porto di Pantelleria visto al decollo. Uno scorcio aereo che rivela l’essenza dell’isola: un approdo discreto incastonato tra terra vulcanica e mare profondo, dove l’architettura umana si adatta al paesaggio più che dominarlo. Un punto di partenza e di ritorno, simbolo della resilienza e dell’identità isolana

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“La Grazia” che cerchiamo, giudicando noi stessi. Perché i giorni sono tutti nostri https://ilvulcanico.it/la-grazia-che-cerchiamo-giudicando-noi-stessi-perche-i-giorni-sono-tutti-nostri/ Sun, 01 Feb 2026 09:29:34 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26136 di Antonella De Francesco L’ultimo film di Paolo Sorrentino, La Grazia, è un viaggio a ritroso nell’ esistenza di chi è avanti negli anni, alla fine di qualcosa e in procinto di compiere delle scelte importanti. A tutti noi prima o poi capiterà di trovarci a fare il bilancio di ciò che è stato e […]

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di Antonella De Francesco
L’ultimo film di Paolo Sorrentino, La Grazia, è un viaggio a ritroso nell’ esistenza di chi è avanti negli anni, alla fine di qualcosa e in procinto di compiere delle scelte importanti. A tutti noi prima o poi capiterà di trovarci a fare il bilancio di ciò che è stato e di volerci trovare un senso: lo dobbiamo a noi stessi e a quelli che ci stanno accanto. Alcuni si troveranno almeno coerenti dall’inizio alla fine con quello in cui hanno creduto, fedeli a chi hanno amato  noiosi forse? Può darsi. La “grazia” è il risultato di un giudizio a cui tutti noi ci sottoporremo un giorno e starà a noi, prima che al Creatore, per chi ci crede, concedercela questa grazia. Ci assolveremo? Ci assolveranno? Saremo ancora capaci di passioni? Forse no. Ma conserveremo nel cuore, vivida come un tempo, la passione per chi abbiamo amato e al suo ricordo torneremo indietro nel tempo a quell’incontro a cui saremo sempre grati.
Paolo Sorrentino ci ricorda che in ogni vita c’è un “prima” e un “dopo” e sta a noi continuare ad esserci, perché i giorni sono tutti nostri, non ci resta che legarli gli uni agli altri fino all’ultimo con coerenza. Il film loda l’equilibrio e il passo lento e consapevole di chi ha vissuto ragionevolmente, la maturità di chi è affidabile, la dignità di chi è onesto, gentile e rispettoso degli altri, di chi sa leggere perfino oltre il diritto, di chi ascolta molto e parla il giusto.
In un mondo di chiasso e bagarre a tutti i livelli, Toni Servillo (immenso) nel ruolo di Mariano De Santis, Presidente della Repubblica a fine mandato, incarna la pacatezza, l’ironia, la forza della conoscenza fondata sullo studio, l’umiltà di concepire ancora il dubbio prima di compiere delle scelte e di richiedere il tempo necessario per fugarlo del tutto o, almeno, per archiviarlo. Ci mostra anche che oltre a saper vivere, bisogna, quando arriva il momento, saper uscire di scena, tirarsi fuori ad osservare il mondo che va avanti dalla finestra, senza rimpianti e, piuttosto, con leggerezza, riconoscendo che è il tempo degli altri, dei giovani e non più il nostro .
Il film è rigoroso, netto, senza fraintendimenti, con una bella fotografia, commovente e a tratti divertente. La scena più bella ? Per me quella dell’astronauta che alla fine ride del suo stesso dolore, a ricordarci che tutto è relativo: noi e le nostre esistenze lo siamo ed è sempre bene non dimenticarlo. Da vedere.
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I GIORNI DELLA GRAZIA
di Gaetano Perricone
Sono quelli che mancano alla fine del mandato di Mariano De Santis, l’immaginario Presidente della Repubblica protagonista del film, impegnato nella fase del semestre bianco a decidere su questioni delicatissime, letteralmente di vita o di morte: la firma sulla legge sull’eutanasia, nel Paese del Vaticano e con un brillantissimo Papa nero che va in motocicletta ma che è ovviamente contrario, e quelle su due domande di grazia, di una donna che aveva ucciso il suo uomo che la torturava e di un uomo che aveva posto fine al calvario della moglie malata di Alzheimer. Pensieri che turbano profondamente De Santis, che prende le sue decisioni – naturalmente non le scrivo qui – nell’immediata vigilia del suo addio al Quirinale.
Toni Servillo, eccezionale attore protagonista de “La Grazia” nei panni del presidente della Repubblica Mariano De Santis
Ho letto disquisizioni e interpretazioni varie sulle somiglianze del presidente de “La grazia” e devo dire che, dopo avere visto questo grande film, non mi pare francamente il tema più appassionante. Certo, ne ha di Sergio Mattarella per le sue capacità di eccelso giurista e per la presenza costante e determinante della figlia Dorotea – una straordinaria Anna Ferzetti, che evidentemente forma una super coppia di attori con il compagno Pierfrancesco Favino – nella sua vita, anche nel suo impegno istituzionale. Ma fisicamente ne ha anche di Cossiga.
il regista Paolo Sorrentino
Nonostante la mia non simpatia per la vanità stucchevole e a volte arrogante di Paolo Sorrentino (che pure apprezzo molto, al punto da vedere ogni suo film) e per la esagerata onnipresenza eclettica di Toni Servillo, debbo dire che la genialità, la forza evocativa, l’ironia del primo nell’affrontare, raccontando a suo modo la quotidianità del Capo dello Stato, temi importanti, profondi, essenziali della vita e della società – la solitudine da “numeri primi” della vita di De Santis, nonostante tutte le presenze soffocanti per la sua sicurezza; i dubbi sulle questioni etiche di valore fondamentale per la vita delle persone; le pressioni che subisce chi occupa quel ruolo; l’amore in ogni sua coniugazione – e la monumentale bravura del secondo, con una presenza scenica ed espressiva eccezionale, con il costante contrasto tra carisma pubblico e enorme solitudine e anche sofferenza interiore, fanno de “La grazia” un’opera cinematografica certamente di grande importanza e l’ennesimo contributo prezioso di Paolo Sorrentino al racconto della società italiana di oggi e delle sue problematiche.
Altro non posso dire, perché un punto davvero forte de “La grazia” è la capacità di sorprenderci quasi ad ogni scena, compresa – questo posso dirlo – la crescente passione del presidente per il rap e i rapper, protagonisti di una colonna sonora piena di suggestioni.

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Le “stufe” di San Calogero e le terme siciliane https://ilvulcanico.it/le-stufe-di-san-calogero-e-le-terme-siciliane/ Fri, 30 Jan 2026 06:54:30 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26106 s di Santo Scalia  Nel dialetto siciliano il nome Calogero (di chiara derivazione greca, e che vale più o meno “bel/buon vecchio”, “che ha una buona vecchiaia”, dal greco καλός, bello/buono, e γέρων, anziano) diviene semplicemente Caloriu, e questo nome è foneticamente molto vicino al termine calore. Sarà per questo che, in passato, a certi luoghi nei […]

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s di Santo Scalia 

Nel dialetto siciliano il nome Calogero (di chiara derivazione greca, e che vale più o meno “bel/buon vecchio”, “che ha una buona vecchiaia”, dal greco καλός, bello/buono, e γέρων, anziano) diviene semplicemente Caloriu, e questo nome è foneticamente molto vicino al termine calore. Sarà per questo che, in passato, a certi luoghi nei quali si manifestavano segni di termalismo si associava la figura di San Calogero?

A parte la facile e scherzosa paretimologia sul nome (Calogero → Caloriu → calore), San Calogero, in Sicilia, lo troviamo presente in due distinti siti termali: a Lipari – l’isola più grande dell’arcipelago delle Eolie – e a Sciacca, in provincia di Agrigento.

Notizie certe sulla vita del Santo non ce ne sono: si attinge a leggende che si perdono nel tempo. Si dice che Calogero sia nato a Costantinopoli nel I° secolo, e che a Roma avesse incontrato l’apostolo Pietro. Di ritorno, avuto da Pietro il permesso di praticare una vita da eremita, pare si sia fermato nell’Isola di Lipari, e che poi si sia trasferito sull’Isola di Sicilia, precisamente a Sciacca.

Si dice pure, secondo un’altra versione della sua storia, che Calogero sia arrivato in Sicilia dall’Africa settentrionale, per sfuggire alle persecuzioni a cui erano soggetti i Cristiani. Originario della regione greca di Calcedonia, non visse nel primo secolo bensì tra il 466 ed il 561 d.C.; rifugiatosi sul Monte Kronio, presso Sciacca, guarì numerosi infermi con l’ausilio delle acque termali lì presenti.

Nell’iconografia popolare il Santo viene rappresentato in compagnia di una cerva. Questa, secondo la tradizione, ferita ad opera di un cacciatore, condivise col sant’uomo la grotta, e divenne nutrice dell’eremita elargendogli il suo latte.

Nella grotta dove visse la sua vecchiaia Calogero, e dove morì, il cacciatore pentito fece erigere una chiesetta che presto si trasformò in meta di pellegrinaggio. Tutto questo lo apprendiamo dalla leggenda e dalle tradizioni popolari.

In Sicilia, il culto del Santo nero (così infatti viene raffigurato) è molto sentito: Calogero infatti è venerato quale patrono di varie città, come Naro, in provincia di Agrigento; San Salvatore di Fitalia, in provincia di Messina; Petralia Sottana (in provincia di Palermo, dove Calogero ha rimpiazzato il precedente patrono San Giuseppe); Cesarò (in provincia di Messina, dove è patrono sin dal XV secolo); Campofranco (Caltanissetta);

Inoltre il Santo è compatrono di Agrigento e di Frazzanò (in provincia di Messina) ed è venerato in altre città siciliane, come a Santo Stefano di Quisquina, a Porto Empedocle ed ovviamente a Sciacca, dove è stato edificato un santuario sul Monte San Calogero, altro nome con cui è noto il Monte Kronio.

Lo storico domenicano saccense Tommaso Fazello, nella sua opera Le due deche dell’historia di Sicilia pubblicata nel 1573, così descrive il suddetto monte : «Questo monte si chiama hoggi, il monte di San Calogero, il qual Santo fu mandato quivi da San Pietro Apostolo a guarire indemoniati, al tempo, che detto monte si chiamava Monte Gemmarie, che son palme selvatiche, e la terra si chiamava Sacca [oggi Sciacca n.d.A.]. Dove havendo vissuto santamente il detto Calogero, si morì, e nella cima appresso a l’antro gli fu fatta una Chiesa molto venerata dal popolo per i suoi miracoli».

Brano tratto da Le due deche dell’historia di Sicilia di Tommaso Fazello del 1573, pag. 206Il 
Brano tratto da Le due deche dell’historia di Sicilia di Tommaso Fazello del 1573, pag. 206

Fazello fa riferimento anche agli ambienti termali oggi ancora esistenti, e denominati stufe: «Dentro a questo antro son certi sedili di pietra fatti per arte, e son posti intorno intorno, dove solevano sedere gli ammalati, e sono intagliate in ciascuno alcune lettere, le quali mostrano che sorte di mali si guariva stando in su quel sedile […]»

Le stufe di San Calogero a Lipari

Tra il 1776 ed il 1779 il pittore del Re Jean-Pierre-Laurent Hoüel realizzò una serie di disegni preparatori per le incisioni da inserire nell’edizione del Voyage pittoresque des isles de Sicilie, de Malte et de Lipari i cui volumi furono poi pubblicati a Parigi dal 1782  al 1787. La famosa illustrazione di Hoüel mostra chiaramente il principale utilizzo delle acque termali delle stufe liparote, quello terapeutico: vengono raffigurate infatti delle figure di infermi che, autosufficienti o meno, fruiscono del calore dei vapori che si sprigionano dalla terra in un ambiente la cui struttura ricorda l’architettura micenea, facendo anche uso di un locale di servizio adiacente.

L’interno della thòlos di Lipari (foto S. Scalia)

Riferimenti alle sorgenti calde di Lipari si trovano già nelle opere degli scrittori dell’antichità: già Diodoro Siculo, Plinio il Vecchio, Strabone ed altri autori scrivono di acque termali che scaturiscono all’interno di un’antica thòlos [traslitterazione del greco ϑόλος (n.d.A.)] e che si raccolgono in una vasca di epoca ellenistica.

Le terme in Sicilia

La parola “terme” [dal greco ϑερμαί, ovvero (sorgenti) calde] ricorre anche nella denominazione di alcune città siciliane: Alì Terme, in provincia di Messina; Terme Vigliatore, sulla costa tirrenica; Termini Imerese, in provincia di Palermo.

Ruderi delle terme romane ad Acireale (foto S. Scalia)

Già in epoca greca, e poi in quella romana, alcune località della Sicilia erano apprezzate per le ottime acque termali: ancora oggi alla periferia di Acireale, presso il monte Etna, possiamo ammirare i ruderi di un impianto termale romano.

Al giorno d’oggi la situazione delle terme siciliane non è propriamente rosea: ad Acireale per lungo tempo sono state apprezzate le rinomate “Terme di Santa Venera”, dove acque sulfuree di origine vulcanica venivano utilizzate per la produzione di fanghi a scopo terapeutico, ma purtroppo, a causa di problemi economici, dal 2015 le terme sono state poste in liquidazione e non sono più attive (fonte).

Alle terme di Sciacca, città che si affaccia sul Canale di Sicilia, dirimpetto all’Isola effimera di Ferdinandea, tutte le attività termali ed alberghiere sono attualmente sospese (fonte termesciaccaspa.it).

In provincia di Palermo, nella città di Termini Imerese, il rinomato complesso termale “[…]  venne chiuso nel 2015 dopo un lungo contenzioso tra il comune e il gestore. Scongiurata la messa all’asta e il pignoramento adesso c’è un bando per ristrutturarlo” (fonte rainews.it).

Sono attive invece le Terme Segestane, nel trapanese, in prossimità di Castellammare del Golfo, delle quali parlano già gli storici classici come Diodoro Siculo, Strabone e Plinio il Vecchio.

Le Terme Acqua Pia, presso Montevago, in provincia di Agrigento, sono aperte soltanto dei giorni di sabato e domenica.

Infine lo stabilimento delle Terme Marino, ad Alì Terme, come risulta dal sito ufficiale, avrebbe dovuto riaprire nel 2025

Con il titolo: Thermae in San Calogero, in the South-West of Lipari in una famosa incisione di Jean-Pierre-Laurent Hoüel 

 

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Le associazioni ambientali al Parco: va aperta una fase nuova, fondata sul confronto continuo. “L’Etna non può essere lasciata al caso, né al far west” https://ilvulcanico.it/le-associazioni-ambientali-al-parco-va-aperta-una-fase-nuova-fondata-sul-confronto-continuo-letna-non-puo-essere-lasciata-al-caso-ne-al-far-west/ Fri, 09 Jan 2026 11:15:41 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26088 Riceviamo dal CAI Sicilia e volentieri pubblichiamo: Nota congiunta delle associazioni di guide ambientali escursionistiche/naturalistiche e di volontariato che operano sull’Etna e sui Crateri Silvestri (a seguito della riunione presso l’Ente Parco dell’Etna) L’incontro svoltosi presso l’Ente Parco dell’Etna ha avuto l’obiettivo di aprire un confronto ampio e necessario sul presente e sul futuro della […]

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“E’ forse una colpa fare la Guida Vulcanologica sull’Etna?” https://ilvulcanico.it/e-forse-una-colpa-fare-la-guida-vulcanologica-sulletna/ Wed, 07 Jan 2026 15:48:58 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26074 Riceviamo e volentieri pubblichiamo di Vincenzo Greco In questi giorni sento il bisogno di condividere un pensiero personale, legato alle vicende che stanno interessando la mia figura professionale come Guida Vulcanologica. Quando ho scelto di lavorare sull’Etna, non l’ho fatto per togliere qualcosa a qualcuno, né perché mi sentissi migliore di altri. L’ho fatto semplicemente […]

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

di Vincenzo Greco

In questi giorni sento il bisogno di condividere un pensiero personale, legato alle vicende che stanno interessando la mia figura professionale come Guida Vulcanologica.

Quando ho scelto di lavorare sull’Etna, non l’ho fatto per togliere qualcosa a qualcuno, né perché mi sentissi migliore di altri. L’ho fatto semplicemente perché mi piaceva. Mi piaceva stare sul vulcano fin da bambino, e sognavo di trovare un lavoro che mi permettesse di farlo ogni giorno. Mi piaceva studiarlo, viverlo, capirlo, e ho deciso di trasformare questa passione in un lavoro attraverso studio, formazione, esami e competenze specifiche.

Per questo motivo trovo profondamente ingiusto e, a tratti, offensivo, sentire o leggere commenti che fanno passare chi ha acquisito una competenza come se avesse un “monopolio” o un’esclusiva indebita.

Non esiste alcun monopolio: esiste la competenza. Così come esistono maestri di sci, guide alpine, chef, tecnici, medici, artigiani specializzati. Nessuno di loro “toglie” qualcosa agli altri: semplicemente fa il lavoro per cui si è formato.

C’è poi un aspetto fondamentale che spesso viene dimenticato. Avendo scelto la strada di lavorare sui vulcani attivi e nelle aree attive, quindi in contesti dove possono essere presenti eruzioni in corso, questa scelta è stata fatta con la piena consapevolezza che esistono leggi e regolamenti che tutelano, riconoscono e disciplinano le competenze specifiche di determinate figure professionali in determinati ambienti.

Nessuno sta dicendo che una guida debba essere imposta. Chi vuole essere accompagnato sceglie liberamente. Ma quando un sindaco o un amministratore pubblico si trova a dover gestire, regolamentare o organizzare la fruizione di questi eventi naturali, proprio per tutelare le persone e garantire un minimo di ordine e sicurezza, è chiaro che la prima cosa che fa è verificare cosa dice la legge. E quindi va a individuare quali sono le figure professionalmente competenti, riconosciute ai sensi di legge, sia regionale che nazionale, per operare in quel settore specifico e in quel contesto territoriale.

La risposta non la danno le guide, né i singoli professionisti: la dà la legge. Ed è per questo che, nei regolamenti e nelle ordinanze, vengono citate e inserite le Guide Alpine e Vulcanologiche. Non per imporre una figura, non per creare esclusività, ma per regolamentare una scelta, tutelare chi decide di affidarsi a un professionista e cercare di organizzare in modo responsabile la fruizione di fenomeni naturali complessi.

Le ordinanze nascono quindi come strumenti di tutela e gestione, non come atti punitivi o discriminatori. E il fatto che una figura venga citata all’interno di un’ordinanza non è una colpa, ma la conseguenza naturale di ciò che la legge riconosce.

E allora mi chiedo: anche questo è una colpa? Se lo dice la legge, la colpa sarebbe di chi ha deciso di lavorare in quel settore? Lo dico da appassionato prima ancora che da professionista: sono il primo ad essere contento che la gente ammiri ciò che il nostro vulcano offre, con o senza guida.

Quello che non accetto è essere accusato o colpevolizzato per aver scelto di fare questo nella vita. Credo che, come tutti, si debba avere il diritto di scegliere che lavoro fare, almeno questo.

E allora mi chiedo ancora: la colpa di lavorare, di avere un’entrata economica dal lavoro che si è deciso consapevolmente di fare nella propria vita… è una colpa?

Arrivare a far sentire una persona in colpa per aver scelto un percorso professionale che ama, per aver investito tempo, sacrifici e responsabilità in una formazione riconosciuta, è qualcosa che non trovo normale. Sono arrivato perfino a pensare: cosa che non avrei mai immaginato, di sperare che :”l’eruzione finisse”, solo per il peso di tutto ciò che si è creato attorno al mio lavoro, accettando l’inevitabile danno che ne sarebbe derivato. Chi mi conosce sa quanto questo pensiero sia lontano da me.

È chiaro che ci sono sempre aspetti migliorabili: organizzazione, comunicazione, approccio. Su questo non mi sono mai tirato indietro. Ma una cosa deve essere chiara: le guide non esistono per mettere a rischio le persone. Chi si affida a un professionista lo fa proprio per avere sicurezza, responsabilità e tutela, e quella responsabilità ricade interamente su chi accompagna. La vita delle persone viene prima di tutto, sempre.

Io rispetto profondamente il lavoro e il percorso di chiunque abbia scelto una strada diversa dalla mia. Chiedo solo lo stesso rispetto per la scelta che ho fatto io: non per danneggiare, non per competere, non per togliere, ma perché è ciò che amo fare e che ho scelto consapevolmente come lavoro.

Volevo fare questa precisazione perché certi commenti e certe affermazioni, per come sono stati espressi, mi hanno sinceramente rattristato. Non cerco scontri, non cerco colpevoli. Cerco solo rispetto reciproco. GRAZIE

E allora mi chiedo ancora: che cos’è una colpa? Buon vulcano a tutti.

(Gaetano Perricone). Sono stato il primo, carissimo Vincenzo, a “scoprirti” sul mio blog IlVulcanico.it quando diventasti allora la più giovane guida vulcanologica d’Italia, sull’Etna. Apprezzai molto, nonostante la tua giovanissima età, la tua serietà, il tuo equilibrio, la tua passione infinita per l’Etna e con il passare del tempo sempre più la tua preparazione e crescente competenza nello svolgimento del mestiere che ti sei scelto. Questa tua riflessione, per quanto intrisa di legittima amarezza, conferma tutto quello che di buono ho subito pensato di te. E allora ti dico, con la stima e l’affetto di sempre: vai avanti con il tuo lavoro, con la tua passione, con il tuo impegno a servizio di chi vuole conoscere insieme a te il nostro meraviglioso vulcano Patrimonio dell’umanità e di tutto il resto … futtitinni 

 

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Etna, ultime dal fronte. Lavico https://ilvulcanico.it/etna-ultime-dal-fronte-lavico/ Fri, 02 Jan 2026 16:33:24 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26066 FONTE: https://ingvvulcani.com/ ETNA. 2 GENNAIO 2026. ORE 12,30 … Le simulazioni relative al possibile sviluppo della colata lavica, realizzate dall’Osservatorio Etneo, hanno evidenziato che se il tasso effusivo alla bocca si mantiene costante, la colata lavica rimarrà confinata all’interno della desertica Valle del Bove … L’eruzione dell’Etna, iniziata il 24 dicembre 2025, a partire dal pomeriggio […]

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ETNA. 2 GENNAIO 2026. ORE 12,30

… Le simulazioni relative al possibile sviluppo della colata lavica, realizzate dall’Osservatorio Etneo, hanno evidenziato che se il tasso effusivo alla bocca si mantiene costante, la colata lavica rimarrà confinata all’interno della desertica Valle del Bove …

L’eruzione dell’Etna, iniziata il 24 dicembre 2025a partire dal pomeriggio del 1° gennaio 2026 è stata interessata da una nuova fenomenologia caratterizzata dall’apertura di una piccola fessura eruttiva ad una quota di circa 2100 m s.l.m. localizzata subito a monte del M. Simone, alla base della parete nord della Valle del Bove (Foto di copertina di Stefano Branca).

Da questa fessura eruttiva, interessata da una debole attività esplosiva e da un basso tasso effusivo medio (circa 5m3/s) misurato da dati satellitari, viene emessa una colata lavica che si sta sviluppando all’interno della porzione centrale della desertica Valle del Bove.

Foto 1 - Immagine della colata lavica (Foto B. Benchke)

Figura 1 – Immagine della colata lavica (Foto B. Behncke)

Questa mattina i dati forniti dall’Osservatorio Etneo hanno evidenziato che la lunghezza massima del campo lavico era di circa 2.8 km e il fronte lavico più avanzato si attestava a una quota di circa 1420 m s.l.m. alle ore 12.30, subito a est del rilievo di Rocca Musarra.

Figura 2 - Immagine della colata lavica (Foto B. Benchke)

Figura 2 – Immagine della colata lavica (Foto B. Behncke).Contestualmente prosegue una debole attività esplosiva Stromboliana al Cratere Voragine che produce blande emissioni di cenere. Le simulazioni relative al possibile sviluppo della colata lavica, realizzate dall’Osservatorio Etneo, hanno evidenziato che se il tasso effusivo alla bocca si mantiene costante, la colata lavica rimarrà confinata all’interno della desertica Valle del Bove.

Figura 3 - Immagine della colata lavica (Foto B. Behncke).
Figura 3 – Immagine della colata lavica (Foto B. Behncke).

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Etna, Nord-Est. Il gran risveglio del vecchio brontolone https://ilvulcanico.it/etna-nord-est-il-gran-risveglio-del-vecchio-brontolone/ Sun, 28 Dec 2025 12:46:35 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26058 FONTE: https://ingvvulcani.com/ di Boris Behncke Per alcuni decenni, il Cratere di Nord-Est, il più anziano dei quattro crateri sommitali dell’Etna, sembrava un vecchio brontolone, che nella sua gioventù aveva fatto tanto spettacolo, però ormai si limitava ad attività piuttosto modeste, normalmente limitate all’interno del suo ampio e profondo pozzo interno. A Natale 2025 però è tornato a […]

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FONTE: https://ingvvulcani.com/

di Boris Behncke

Boris Behncke

Per alcuni decenni, il Cratere di Nord-Est, il più anziano dei quattro crateri sommitali dell’Etna, sembrava un vecchio brontolone, che nella sua gioventù aveva fatto tanto spettacolo, però ormai si limitava ad attività piuttosto modeste, normalmente limitate all’interno del suo ampio e profondo pozzo interno. A Natale 2025 però è tornato a farsi sentire con  fontane di lava e colonne eruttive cariche di cenere e lapilli, quasi 28 anni dopo il suo ultimo episodio parossistico.

Tutto è iniziato nella giornata del 24 dicembre, quando la rete di monitoraggio dell’INGV-Osservatorio Etneo a Catania ha mostrato un deciso cambiamento dei segnali monitorati, ossia il tremore vulcanico (Figura 1), le deformazioni del suolo, e l’attività infrasonica.

Figura 1 - Il grafico mostra l’andamento dell’ampiezza del tremore vulcanico registrato dalla stazione “ECPN”, che è ubicata a quota circa 3000 m alla base sud-occidentale del cratere Bocca Nuova. Si notano bene i due picchi prodotti dagli episodi parossistici nel mattino e nel pomeriggio del 27 dicembre 2025

Figura 1 – Il grafico mostra l’andamento dell’ampiezza del tremore vulcanico registrato dalla stazione “ECPN”, che è ubicata a quota circa 3000 m alla base sud-occidentale del cratere Bocca Nuova. Si notano bene i due picchi prodotti dagli episodi parossistici nel mattino e nel pomeriggio del 27 dicembre 2025. Nella notte tra il 25 e il 26 l’attività stromboliana alla BN-2, una delle due bocche aperte all’interno del cratere Bocca Nuova, è diventata più frequente ed intensa, con lanci di materiale incandescente fino a 100 m sopra l’orlo craterico; contemporaneamente sono aumentati i bagliori in corrispondenza del Cratere di Nord-Est (Figura 2).

Figura 2 - Attività stromboliana al cratere BN-2 della Bocca Nuova (a sinistra) e bagliori prodotti dall’attività del Cratere di Nord-Est sullo sfondo, all’alba del 26 dicembre 2025, ripresa dalla telecamera di sorveglianza “EMOV”, che è ubicata sulla Montagnola, sull’alto versante meridionale dell’Etna

Figura 2 – Attività stromboliana al cratere BN-2 della Bocca Nuova (a sinistra) e bagliori prodotti dall’attività del Cratere di Nord-Est sullo sfondo, all’alba del 26 dicembre 2025, ripresa dalla telecamera di sorveglianza “EMOV”, che è ubicata sulla Montagnola, sull’alto versante meridionale dell’Etna.

Durante la giornata del 26, le condizioni meteorologiche sono peggiorate e a partire dal tramonto e per tutta la notte erano visibili solo dei forti bagliori rossastri in mezzo alle nuvole (Figura 3), accompagnati da continui boati udibili lungo le pendici del vulcano.

Figura 3 - Bagliori nelle nuvole: l’attività del Cratere di Nord-Est nella serata del 26 dicembre 2025, vista dalle campagne vicino all’abitato di Bronte, sul versante occidentale dell’Etna. Foto di Boris Behncke (INGV)
Figura 3 – Bagliori nelle nuvole: l’attività del Cratere di Nord-Est nella serata del 26 dicembre 2025, vista dalle campagne vicino all’abitato di Bronte, sul versante occidentale dell’Etna. Foto di Boris Behncke (INGV).

Nelle prime ore del 27 dicembre, le condizioni di visibilità sono gradualmente migliorate nei settori occidentale e settentrionale del vulcano, e all’alba l’attività del Cratere di Nord-Est è progressivamente aumentata (Figura 4). Contemporaneamente, da una bocca posta sul fianco orientale del cratere Voragine, è stata emessa una colata di lava in direzione della Valle del Bove, che in mattinata aveva raggiunto una lunghezza di poco meno di 2 km.

Figura 4 - (a) Attività stromboliana al Cratere di Nord-Est all’alba del 27 dicembre 2025. (b) Colonna eruttiva prodotta dal primo episodio parossistico al Cratere di Nord-Est nel mattino del 27 dicembre. Immagini catturate dalla webcam di sorveglianza “EBVH” dell’INGV-Osservatorio Etneo a Bronte
Figura 4 – (a) Attività stromboliana al Cratere di Nord-Est all’alba del 27 dicembre 2025. (b) Colonna eruttiva prodotta dal primo episodio parossistico al Cratere di Nord-Est nel mattino del 27 dicembre. Immagini catturate dalla webcam di sorveglianza “EBVH” dell’INGV-Osservatorio Etneo a Bronte.

Dopo una breve diminuzione dell’attività eruttiva, alle ore 10:00 il Cratere di Nord-Est ha cominciato a produrre delle fontane di lava, getti incandescenti alti circa 100-150 m sopra l’orlo craterico e una colonna eruttiva carica di materiale piroclastico (Figura 4). Allo stesso tempo, la bocca apertasi sull’alto fianco orientale della Voragine ha cominciato ad emettere cenere. La fase parossistica è durata circa un’ora e la colonna eruttiva ha raggiunto un’altezza di circa 8 km sopra il livello del mare.

Dopo questo episodio, è continuata una modesta attività esplosiva alla bocca posta sul fianco orientale della Voragine, producendo un pennacchio di cenere diluita, mentre il Cratere di Nord-Est ha continuato ad emettere sporadici sbuffi di cenere.

Alle ore 15:15 l’attività del Cratere di Nord-Est si è rapidamente accentuata, con fontane di lava che hanno raggiunto altezze di circa 400-500 m e che hanno prodotto una densa colonna eruttiva (Figura 5a) che si è alzata fino a oltre 10 km sopra il livello del mare. Questo secondo episodio parossistico è durato circa 45 minuti ed è stato seguito da una serie di potenti esplosioni stromboliane “a bolla”, che hanno lanciato materiale molto grossolano su tutto il cono del Cratere di Nord-Est e oltre la sua base (Figura 5b). Successivamente sono state osservate nuove emissioni di ceneri.

Figura 5 - (a) Il secondo episodio parossistico al Cratere di Nord-Est nel pomeriggio del 27 dicembre 2025. (b) Attività stromboliana alla bocca sul fianco orientale della Voragine, al tramonto del 27 dicembre 2025. Immagini catturate dalla telecamera di sorveglianza “EMOV”, che è ubicata sulla Montagnola, sull’alto versante meridionale dell’Etna.
Figura 5 – (a) Il secondo episodio parossistico al Cratere di Nord-Est nel pomeriggio del 27 dicembre 2025. (b) Attività stromboliana alla bocca sul fianco orientale della Voragine, al tramonto del 27 dicembre 2025. Immagini catturate dalla telecamera di sorveglianza “EMOV”, che è ubicata sulla Montagnola, sull’alto versante meridionale dell’Etna. All’imbrunire si sono visti piccoli getti incandescenti alla bocca che si era aperta all’alba sul fianco orientale della Voragine. Nella serata è avvenuta una nuova ripresa dell’attività esplosiva al Cratere di Nord-Est; alcune esplosioni hanno lanciato bombe incandescenti su tutto il cono e oltre la sua base (Figura 6).
Figura 6: Spettacolare immagine dell’attività esplosiva del Cratere di Nord-Est nella serata del 27 dicembre 2025. A sinistra si vede anche l’attività, molto meno intensa, alla Voragine (Foto Fabrizio Zuccarello, guida vulcanologica).

Figura 6 – Spettacolare immagine dell’attività esplosiva del Cratere di Nord-Est nella serata del 27 dicembre 2025. A sinistra si vede anche l’attività, molto meno intensa, alla Voragine (Foto Fabrizio Zuccarello, guida vulcanologica) Questa volta però l’attività non si è evoluta verso ulteriori fenomeni parossistici. All’alba del 28 dicembre 2025 continua in maniera costante l’attività stromboliana alla bocca posta sull’alto fianco orientale della Voragine, e la colata lavica, che sta uscendo da un’altra bocca, ubicata alla base orientale della Voragine, è tuttora alimentata.

Un anno movimentato

Gli eventi di questi giorni sono l’ultimo colpo di scena alla fine di un anno caratterizzato da diverse fasi di attività con caratteristiche molto variabili. Tre sono state le fasi eruttive precedenti nel 2025la prima dall’8 febbraio al 2 marzo, con l’emissione di una colata di lava sul fianco sud-occidentale (https://ingvvulcani.com/2025/03/05/tra-lava-e-ghiaccio-il-risveglio-delletna/) e un’attività esplosiva al Cratere di Sud-Estla seconda dal 15 marzo fino al 19 giugno al Cratere di Sud-Est, che si è articolata in quindici episodi eruttivi, per lo più molto modesti – e con un singolo episodio (2 giugno) risultato notevolmente più intenso (https://ingvvulcani.com/2025/06/03/etnas-il-sistema-di-rilevamento-precoce-di-eventi-eruttivi-delletna/); infine la terza fase, dal 14 agosto al 2 settembre, ha prodotto una nuova colata di lava accanto a quella di febbraio, ma anche altre due, più piccole, dai fianchi del Cratere di Sud-Est. Anche in questa fase, l’attività effusiva è stata accompagnata da attività esplosiva al Cratere di Sud-Est.

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Padre, madre, sorella, fratello. Distanze, silenzi, distacchi. Disgregazione e solidarietà https://ilvulcanico.it/padre-madre-sorella-fratello-distanze-silenzi-distacchi-disgregazione-e-solidarieta/ Sat, 27 Dec 2025 12:50:45 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26048 di Antonella De Francesco Father mother sister brother di Jim Jarmusch, vincitore del Leone d’Oro all’ultimo Festival del cinema di Venezia, è un film disperato sulla fine delle relazioni familiari che si sgretolano per le distanze vere o virtuali, per i silenzi troppo prolungati, per l’eccesso di autonomia che ciascuno di noi esige con prepotenza. […]

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di Antonella De Francesco
Father mother sister brother di Jim Jarmusch, vincitore del Leone d’Oro all’ultimo Festival del cinema di Venezia, è un film disperato sulla fine delle relazioni familiari che si sgretolano per le distanze vere o virtuali, per i silenzi troppo prolungati, per l’eccesso di autonomia che ciascuno di noi esige con prepotenza. È un film sulla mancanza di circolarità dei sentimenti che io e quelli come me abbiamo cercato di mantenere oltre le perdite, in barba alle separazioni e alle delusioni, con l’intento di restare vivi.
Niente a che vedere con il remake di Stanno tutti bene ( con uno strepitoso Robert De Niro) che forse riesce ancora a salvare qualcosa della sua famiglia, mentre qui non c’è più niente da salvare se non la finta consapevolezza che “loro” stanno bene . E di “loro” non possiamo né, in fondo vogliamo, sapere tutto, perché oggi andare a fondo nelle cose ci fa male.
L’unico filo di speranza resta per brother and sister che si ritrovano soli e fratelli, uniti nel lutto che li accomuna, ma incapaci di farsi carico dell’unica responsabilità a cui sono chiamati e che non vi svelerò.
Il regista Jim Jarmush con il Leone d’Oro vinto all’ultimo Festival del Cinema di Venezia
Questa parte del film mi ha toccata particolarmente perché svuotare la casa di famiglia è il viaggio più doloroso a cui siamo chiamati: decidere di disfarci di tutto ciò che per noi figli è irrilevante ma per chi ci ha cresciuto era importante, tradirli ancora una volta o per la prima volta è brutale. Accumuliamo in vita tutta una serie di oggetti che dicono di noi ma che non parlano più a chi resta, una volta che ce ne saremo andati. Non “oggetti” dunque, ma “gesti”: abbracci veri, sorrisi spontanei, solidarietà e vicinanza nel quotidiano è questo l’unico senso della vita per costruire quel bagaglio di ricordi che almeno i più accorti e sensibili di noi serberanno con cura per sempre . Sconsigliato ai “deboli” di cuore e da evitare sotto le feste …

 

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