Il Vulcanico https://ilvulcanico.it/ Il Blog di Gaetano Perricone Tue, 15 Sep 2026 07:41:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1.1 Le 18 principali fake news sulla pericolosità di vulcani ed eruzioni. Alcune sull’Etna https://ilvulcanico.it/le-18-principali-fake-news-sulla-pericolosita-di-vulcani-ed-eruzioni-alcune-sulletna/ Tue, 15 Sep 2026 06:46:51 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26567 FONTE: https://www.ingv.it/stampa-urp/ufficio-stampa/ Dalla “cintura di fuoco del Pacifico” ai “supervulcani”, dalle camere magmatiche alla previsione delle eruzioni: un gruppo internazionale di vulcanologi analizza le più diffuse idee fuorvianti sui vulcani e sulle loro eruzioni. Tra loro anche Boris Behncke dell’INGV Osservatorio Etneo Sono ben 18 le convinzioni errate maggiormente diffuse sui vulcani e sulle loro […]

L'articolo Le 18 principali fake news sulla pericolosità di vulcani ed eruzioni. Alcune sull’Etna proviene da Il Vulcanico.

]]>

FONTE: https://www.ingv.it/stampa-urp/ufficio-stampa/

Boris Behncke

Dalla “cintura di fuoco del Pacifico” ai “supervulcani”, dalle camere magmatiche alla previsione delle eruzioni: un gruppo internazionale di vulcanologi analizza le più diffuse idee fuorvianti sui vulcani e sulle loro eruzioni. Tra loro anche Boris Behncke dell’INGV Osservatorio Etneo

Sono ben 18 le convinzioni errate maggiormente diffuse sui vulcani e sulle loro eruzioni. È quanto emerge dallo studio Getting the story straight: Common misconceptions around volcanoes and eruptions with case studies of recent events, pubblicato sul ‘Journal of Applied Volcanology’ e curato da un team internazionale di vulcanologiLa ricerca, condotta in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha visto la partecipazione del ricercatore dell’Osservatorio Etneo dell’INGV (INGV – OE) Boris Behncke.

L’articolo organizza i concetti analizzati in sei temi: sismologia; vulcani e clima; sistemi vulcanici e strutture vulcaniche; pericolosità vulcanica; tempi e periodicità; foto e video.

Tra gli argomenti generalmente fraintesi figurano alcuni termini particolarmente accattivanti, come “cintura di fuoco del Pacifico”, “supervulcani” e “megatsunami”, ma anche temi scientifici di grande interesse pubblico, come il rapporto tra vulcani e clima o la salute umana, e questioni complesse come la previsione delle eruzioni. L’articolo affronta inoltre la terminologia di base, compresa la distinzione tra cenere vulcanica e fumo e il concetto di “camere magmatiche”.

FIGURA 1 – Mappa del Mondo che evidenzia in rosso le regioni vulcaniche che compongono “L’anello di fuoco del Pacifico”.

Gli autori hanno maturato esperienze decennali presso enti nazionali, osservatori vulcanologici e università, lavorando durante e tra crisi vulcaniche in diverse parti del mondo, tra cui Indonesia, Filippine, Nuova Zelanda, Australia, Cile, Stati Uniti ed Europa. Proprio in queste circostanze sono stati spesso coinvolti nelle risposte mediatiche, potendo così osservare direttamente dove sono emerse le informazioni fuorvianti e la loro diffusione.

La ricerca”, spiega Boris Behncke ricercatore dell’INGV, “rappresenta una risorsa sviluppata per aiutare vulcanologi, giornalisti, decisori e pubblico a orientarsi correttamente quando un vulcano entra in eruzione, o anche quando non lo fa. Per ciascun concetto sbagliato, l’articolo presenta punti chiave e sintesi delle ricerche recenti, fornendo ai lettori le informazioni necessarie per affrontare e spiegare correttamente questi temi”.

Il lavoro presenta inoltre sette casi studio che mostrano come informazioni scorrette siano state ampiamente diffuse e successivamente contrastate in relazione a vulcani conosciuti ed eruzioni recenti: Monte Agung, a Bali (Indonesia); Etna, in Sicilia (Italia); Kīlauea, alle Hawaii (Stati Uniti); Tajogaite, a La Palma (Spagna); La Soufrière, a St. Vincent (Caraibi); Taal (Filippine); e la caldera di Yellowstone (Stati Uniti). Soprattutto nel caso di quest’ultima (Yellowstone), ad ogni minore variazione nei parametri monitorati, si diffondono rapidamente gli scenari di un’imminente eruzione apocalittica, che porterà la specie umana sull’orlo dell’estinzione – evento ritenuto estremamente poco probabile tra tutti gli scenari possibili.

FIGURA 2 – Numero di apparizioni di concetti errati sui vulcani. I dati sono stati ottenuti da un’indagine su 375 articoli apparsi nelle prime pagine di ricerca online quando il termine “eruzione vulcanica” ha iniziato a essere di tendenza a livello globale nel periodo novembre 2017 – gennaio 2022

Ma anche dalle nostre parti non mancano gli esempi di diffusione di fatti falsi: spesso si legge ancora oggi che durante l’eruzione dell’Etna del 1669 sarebbero morte migliaia di persone, mentre in realtà non è morto nessuno (la lava si muoveva lentamente permettendo alla popolazione di allontanarsi). Interessante anche il fatto che negli ultimi anni, persino le testate italiane più rinomate hanno più volte illustrato i loro articoli sull’attività dello Stromboli con immagini del vulcano Anak Krakatau in Indonesia, mentre non dovrebbe essere difficile reperire immagini autentiche del vulcano eoliano. Infine, intorno alla recentissima attività dell’Etna, sui diversi canali social sono state messe in circolazione tante notizie false su come sarebbe evoluta l’attività in corso, creando non poca costernazione tra gli abitanti del vulcano.

FIGURA 3 – Grafico che mostra l’inizio (in alto) e la fine (in basso) delle eruzioni vulcaniche mensili dal 1960 al 2024. Le linee più scure e spesse mostrano la media mobile a 24 mesi per evidenziare la tendenza. I valori vanno da 0 a 11.

“Per non parlare delle immagini create con l’intelligenza artificiale, falsificate o di altri vulcani o eruzioni dopo la recentissima eruzione dell’Anak Krakatau in Indonesia”, prosegue Behncke, “nonostante la disponibilità di video ed immagini autentiche, a diventare virali sono stati video chiaramente alterati dall’IA. Perfino le eruzioni di luglio-agosto 2026 dell’Etna sono state “vendute” come immagini dell’Anak Krakatau.”

I vulcani e le loro eruzioni esercitano un forte fascino sul pubblico per lo spettacolo che spesso offrono e sono simboli della dinamicità della Terra. Allo stesso tempo, possono rappresentare un rischio per le infrastrutture, il traffico aereo e le persone che vivono nelle loro vicinanze.

Fornire informazioni precise e basate sulla scienza durante un evento vulcanico può essere determinante per la popolazione. La capacità di disseminare rapidamente la conoscenza scientifica nel mondo non è mai stata così elevata, ma dicerie e bufale possono viaggiare a una velocità ancora maggiore, determinando situazioni rischiose.

Link allo studio: https://doi.org/10.1186/s13617-026-00168-5

Con il titolo: Etna, 14 settembre 2026 (foto di Gaetano Perricone)

 

L'articolo Le 18 principali fake news sulla pericolosità di vulcani ed eruzioni. Alcune sull’Etna proviene da Il Vulcanico.

]]>
Un “occhio a microonde” per monitorare sempre l’Etna, anche attraverso nuvole e gas https://ilvulcanico.it/un-occhio-a-microonde-per-monitorare-sempre-letna-anche-attraverso-nuvole-e-gas/ Fri, 11 Sep 2026 04:52:03 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26530 di Rosario Catania L’Etna è uno dei vulcani più attivi e studiati al mondo, ma anche la rete di monitoraggio più avanzata deve fare i conti con un limite storico: le condizioni meteorologiche. Quando il vertice del vulcano viene avvolto da spesse nubi, pioggia battente o da una densa colonna di ceneri vulcaniche, le tradizionali […]

L'articolo Un “occhio a microonde” per monitorare sempre l’Etna, anche attraverso nuvole e gas proviene da Il Vulcanico.

]]>
di Rosario Catania
L’Etna è uno dei vulcani più attivi e studiati al mondo, ma anche la rete di monitoraggio più avanzata deve fare i conti con un limite storico: le condizioni meteorologiche. Quando il vertice del vulcano viene avvolto da spesse nubi, pioggia battente o da una densa colonna di ceneri vulcaniche, le tradizionali telecamere termiche (TIR) e ottiche perdono la visuale, lasciando gli operatori a “al buio” durante le fasi più critiche.
Per superare questo ostacolo, il team di ricerca ERO (Etna Radio Observatory), composto da esperti dell’INGV – Osservatorio Etneo, di STMicroelectronics e di RadioAstroLab – tra i quali gli esperti  vulcanologi Alessandro Bonforte e Salvo Caffo; gli studiosi e ricercatori Roberto Maugeri e Flavio Falcinelli – ha condotto una sperimentazione d’avanguardia pubblicata sulla rivista scientifica Remote Sensing: la prima applicazione terrestre di un radiometro a microonde passivo per il monitoraggio continuo delle aree crateriche di un vulcano.
——————–
Come funziona l'”occhio a microonde”?
Figura 1 – Schema della situazione osservata dal radiometro a microonde tra l’Etna e l’ antenna, tenendo conto delle distanze e degli angoli effettivi (credit ERO)
I classici sensori a infrarossi misurano il calore emesso dalla superficie, ma la loro radiazione viene bloccata dalle goccioline d’acqua delle nubi o dai granelli di cenere. Le microonde, invece, sfruttano lunghezze d’onda più lunghe (tra 10 e 12 GHz) che possiedono la capacità naturale di penetrare la copertura nuvolosa e i gas vulcanici senza subire forti attenuazioni.
Invece di tentare una complessa scansione ad alta risoluzione spaziale, che richiederebbe antenne paraboliche giganti e poco pratiche sul campo, i ricercatori hanno adottato un approccio innovativo:
Puntamento fisso su un target strategico: L’antenna parabolica (da 1 metro di diametro), posizionata presso la Stazione “Paolo Lanza”, ospitata all’interno di Parsifal Park a Nicolosi a circa 12 km dai crateri e 1000 metri di altitudine, è stata puntata in modo permanente verso il settore più attivo dell‘Etna, il Crater di Sud-Est (SEC)
Monitoraggio delle variazioni temporali: l’obiettivo non è fotografare il vulcano, ma ascoltare continuamente l’emissione elettromagnetica naturale dell’area puntata e rilevare ogni variazione improvvisa di “temperatura di brillanza” rispetto al livello di riposo
——————–
I casi di studio: tra pioggia, esplosioni e nubi calde
Gestione del meteo avverso (giugno 2023): durante un evento di pioggia intensa e grandine, il sistema ha registrato un picco dovuto all’assorbimento dell’acqua nell’aria. Questo test è servito a caratterizzare il rumore meteorologico e dimostrare che le normali nubi o la nebbia non alterano significativamente il segnale, a differenza della pioggia battente
Figura 2 – Il grafico in alto mostra l’andamento giornaliero (in alto) della temperatura di brillantezza registrata dal radiometro a microonde RAL10TS. Il grafico sottostante mostra i dettagli del segnale rilevato, che sembra coincidere con il transito della nube calda generata dall’esplosione vulcanica. Ciò dovrebbe essere chiaramente visibile allo strumento poiché contrasta con lo scenario di fondo, costituito dal suolo relativamente caldo e dal cielo sereno (freddo). La registrazione suggerisce una correlazione tra questi eventi

Attività Stromboliana ed eruzioni (luglio 2024): ottimizzando i tempi di integrazione del segnale, il radiometro è riuscito a scindere la risposta in due componenti:

  • Un innalzamento progressivo della linea di base, indice del riscaldamento generale della parete vulcanica.
  • Rapidi “spike” o impulsi ad alta frequenza, perfettamente sincronizzati con le esplosioni stromboliane e l’espulsione di materiale incandescente registrate dai sismografi e dalle telecamere di sorveglianza
Figura 3. Nube vulcanica che si alza dalla cima del vulcano (a sinistra), ripresa dalla telecamera All Sky (per gentile concessione dell’Osservatorio Radio dell’Etna).
Il transito della nube calda (2 giugno 2025): in una giornata di cielo terso, il radiometro ha captato un picco netto e pulito della durata di circa 3,5 minuti. Si trattava del passaggio di una nube di cenere ad alta temperatura generata da un’esplosione in sommità. L’inconfondibile curva a campana (Gaussiana) del segnale ha permesso ai ricercatori di stimare parametri fisici fondamentali prima difficili da quantificare in tempo reale, come la velocità di transito della nube e la sua temperatura.
———————————
La stazione Paolo Lanza
Figura 4. Panoramica della stazione “Paolo Lanza”. A destra è visibile il radiometro MW, con l’ antenna parabolica e il sistema di registrazione situati sotto i pannelli solari. La cupola trasparente che ospita la telecamera a campo pieno è visibile sul lato sinistro dell’immagine.
Il Progetto nasce dall’idea di studiare i fenomeni vulcanici utilizzando la radiometria a microonde, già utilizzata in altri ambiti di ricerca (previsioni del tempo, monitoraggio climatico, radioastronomia, propagazione radio). Per l’Etna si utilizza un prototipo di radiometro a microonde, funzionante alla frequenza di 11.2 GHz, collegato all’unità esterna LNB, posizionata sul fuoco di un’antenna parabolica per TV-SAT da 100cm di diametro tipo offset.
Lo scopo del progetto è rilevare le eruzioni vulcaniche, misurando, con ragionevole grado di affidabilità e ripetibilità, l’incremento di emissione termica dovuto agli spot eruttivi caldi che si verificano sulla parete vulcanica rispetto allo scenario ”a riposo” osservato dallo strumento.  Il sistema di monitoraggio a distanza ipotizzato per questo progetto è di natura passiva: utilizzando un radiometro a microonde si riceve la radiazione elettromagnetica naturale dei corpi (come il terreno e l’atmosfera) emessa per effetto della temperatura e delle interazioni energetiche tra gli atomi e le molecole che li costituiscono. Lo strumento osserva lo scenario, sorvegliando alcuni parametri significativi in modo da comprendere come si modifica il suo stato nel tempo e in funzione delle condizioni ambientali. Nella banda delle microonde (compresa fra le lunghezze d’onda millimetriche e decimetriche), contrariamente a quanto avviene nell’infrarosso, le differenze più significative fra le misure radiometriche, sono dovute ai cambiamenti di emissività della regione osservata, secondariamente di temperatura.
Un vantaggio molto importante nell’utilizzo di un radiometro a microonde per lo studio dell’ambiente è che, se ben progettato e costruito, può funzionare automaticamente per lunghi periodi di tempo, quasi in ogni condizione atmosferica e indipendentemente dall’illuminazione solare, senza richiedere la presenza di operatori. La stazione è equipaggiata con sensori per la raccolta dei parametri ambientali, del gas radon, delle vibrazioni d’antenna e delle accelerazioni del suolo, costruiti con tecnologia MEMS da STMicroelectronics. È anche presente una infrastruttura per la trasmissione a lunga distanza senza fili con tecnologia LoRa (Long Range).
——————————–
Un modello a basso costo per la sicurezza globale
Oltre all’innovazione scientifica, il vero punto di forza di questo progetto sta nell’accessibilità tecnologica. Il sistema è stato realizzato impiegando componenti della radioastronomia amatoriale e commerciale, alimentato completamente a energia solare e gestito tramite software di acquisizione remota. Questo approccio offre uno kit economico e replicabile per la protezione civile e la sicurezza dell’aviazione a livello globale. Molti vulcani attivi nel mondo si trovano in regioni ad alto rischio o in paesi dove l’installazione e la manutenzione di costosi sistemi radar o termocamere di fascia alta non sono finanziariamente sostenibili. L’impiego di piccoli e robusti radiometri a microonde passivi a puntamento fisso rappresenta una soluzione efficace per creare reti di allerta precoce h24 (Early Warning Systems) capaci di guardare attraverso le nuvole e proteggere le popolazioni circostanti.
———————
Post Scriptum
Il 10 settembre 2026  l’ Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – Osservatorio Etneo di Catania, ha emesso un bollettino VONA per l’aviazione, di colore rosso per la presenza in atmosfera di particolato vulcanico. Nello stesso intervallo di tempo il radiometro a microonde della Stazione Paolo Lanza presso Parsifal Park a Nicolosi, registrava un aumento netto del segnale radiometrico, rappresentativo di attività vulcanica mescolata alle nubi in quota. La distanza tra il sensore e l’edificio vulcanico in quasi tutti i suoi 12 km, non è stata interessata da perturbazione. Elaborazione dati Rosario Catania Ero Radio Etna Observatory.
Link pubblicazione:

L'articolo Un “occhio a microonde” per monitorare sempre l’Etna, anche attraverso nuvole e gas proviene da Il Vulcanico.

]]>
La tragica frana in Nepal: il collasso del ghiacciaio ha liberato un’energia paragonabile ad un terremoto di magnitudo 5.2 https://ilvulcanico.it/la-tragica-frana-in-nepal-il-collasso-del-ghiacciaio-ha-liberato-unenergia-paragonabile-ad-un-terremoto-di-magnitudo-5-2/ Fri, 28 Aug 2026 05:31:06 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26522 FONTE: https://ingvterremoti.com/ Il 26 agosto 2026, un enorme blocco di ghiaccio e roccia si è staccato da un ghiacciaio al confine tra Nepal e Cina, precipitando per oltre un chilometro e generando una frana. Da una prima ricostruzione, i detriti hanno temporaneamente ostruito il fiume Lhende Khola; il successivo cedimento della diga naturale ha liberato una imponente colata di acqua, fango […]

L'articolo La tragica frana in Nepal: il collasso del ghiacciaio ha liberato un’energia paragonabile ad un terremoto di magnitudo 5.2 proviene da Il Vulcanico.

]]>
FONTE: https://ingvterremoti.com/

Il 26 agosto 2026, un enorme blocco di ghiaccio e roccia si è staccato da un ghiacciaio al confine tra Nepal e Cina, precipitando per oltre un chilometro e generando una frana. Da una prima ricostruzione, i detriti hanno temporaneamente ostruito il fiume Lhende Khola; il successivo cedimento della diga naturale ha liberato una imponente colata di acqua, fango e detriti che ha devastato gli insediamenti a valle. Inizialmente classificato dall’USGS come terremoto di magnitudo 4.4, il segnale sismico è stato poi attribuito al collasso del ghiacciaio e alla colata detritica liberando un’energia paragonabile ad un terremoto di magnitudo 5.2. Le cause scatenanti dell’evento sono ancora in fase di studio.

Proviamo a capire in che modo ulteriori analisi delle stazioni sismiche vicine all’area, delle onde sismiche a lungo periodo e delle immagini satellitari hanno portato l’USGS a classificare l’evento come “frana” invece che come terremoto.

Qui analizziamo il segnale sismico della stazione sismica a larga banda(broadband) IO.EVN, operativa dal maggio 2014 presso il Laboratorio-Osservatorio Internazionale Pyramid EvK2CNR, nella valle del Khumbu, a circa 5.000 metri di quota e appena 6 km dal campo base dell’Everest. Gestita dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), occupa una posizione strategica in una regione scarsamente coperta dalle reti di monitoraggio. Grazie al ridotto rumore antropico, registra con elevata qualità sia i terremoti himalayani sia gli eventi provenienti da tutto il mondo, oltre alla microsismicità locale, agli icequake e alle vibrazioni prodotte da frane e valanghe.

La Khumbu High Valley sulla mappa 3D di Google Earth e la posizione del Pyramid Laboratory-Osservatory (PYR; cerchio rosso e giallo) con l’immagine della piramide. L’inserto mostra la mappa del Nepal (da Pettenati et al., 2024).

I dati registrati da EvK2CNR, disponibili a tutti attraverso gli archivi internazionali, sono inoltre utilizzati per analizzare il rumore sismico associato ai ghiacciai e ai fenomeni meteorologici, offrendo informazioni preziose anche sull’evoluzione dell’ambiente e del clima dell’alto Himalaya [si veda l’articolo di Pettenati et al. (2024) che descrive i 10 anni di attività di questa stazione].

Confronto dei segnali registrati dalla stazione sismica IO.EVN prodotti da un terremoto di magnitudo 5.3 del 15 settembre 2020 e dalla grande frana del 26 agosto 2026. Confronto anche dei relativi spettrogrammi.

 

La figura (in alto) mostra il confronto tra i segnali registrati dalla stazione sismica IO.EVN, prodotti da un terremoto di magnitudo 5.3 del 15 settembre 2020 (in grigio) con quelli della grande frana del 26 agosto 2026 (in rosso). Il terremoto genera un segnale impulsivo, caratterizzato da un inizio nettoampiezze elevate concentrate nei primi secondi e un rapido decadimento. Il relativo spettrogramma mostra energia distribuita su un ampio intervallo di frequenze, da circa 0.1 Hz (10-1 in figura sull’asse delle Y) fino a diversi Hertz, associata all’arrivo delle diverse onde sismiche.

Il segnale della frana presenta invece un inizio più graduale e una durata decisamente maggiore, con diversi impulsi che si susseguono. Questa lunga evoluzione riflette il movimento progressivo della massa di ghiaccio e roccia, i successivi impatti lungo il versante e il rotolamento del materiale. Nello spettrogramma, l’energia è concentrata soprattutto alle basse frequenze, corrispondenti a oscillazioni di periodo più lungo rispetto a quelle dominanti nel terremoto. La durata più prolungata, l’assenza di un unico inizio impulsivo e la prevalenza delle basse frequenze permettono quindi di distinguere chiaramente il segnale della frana da quello di origine tettonica.

Nonostante la distanza, alcune stazioni della Rete Sismica Nazionale sono state in grado di registrare l’evento, ma non hanno consentito di poterlo localizzare. Ad esempio, in figura sono riportate le registrazioni della stazione LMD in provincia di Firenze, opportunamente filtrata tra 0.01Hz e 0.1Hz.

Segnale relativo alla frana registrato dalla stazione della Rete Sismica Nazionale LMD (in provincia di Firenze). La registrazione è stata opportunamente filtrata tra 0.01Hz e 0.1Hz per poterla vedere chiaramente.

 

A questa distanza dalla regione colpita, il segnale presenta le caratteristiche di un terremoto con le onde P, S e superficiali visibili. Per caratterizzare questo tipo di segnale e riconoscerlo come prodotto da una frana sono necessarie analisi più sofisticate e complesse.

Bibliografia

Pettenati, F., D. Sandron, G. Verza, M. P. Plasencia Linares, R. Percacci, K. Bistia, C. Cravos, and A. Rebez (2024). The Seismic Station IO.EVN at Pyramid EvK2cnr (Everest): 10 Yr of Activity, Seismol. Res. Lett. 96, 1733–1746, doi: 10.1785/0220240111.


Licenza

L'articolo La tragica frana in Nepal: il collasso del ghiacciaio ha liberato un’energia paragonabile ad un terremoto di magnitudo 5.2 proviene da Il Vulcanico.

]]>
Etna: fuoco, terra, aria e acqua. E un piccolo essere umano in rispettoso silenzio https://ilvulcanico.it/etna-fuoco-terra-aria-e-acqua-e-un-piccolo-essere-umano-in-rispettoso-silenzio/ Sun, 09 Aug 2026 05:34:42 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26504 (Gaetano Perricone). Che il mio carissimo amico Pippo Raiti da Castiglione di Sicilia scrivesse molto bene lo sapevo da tempo. Ma questa sua splendida testimonianza, semplice e molto profonda, esternata di getto ieri sera al ritorno da una bellissima escursione sull’Etna in spettacolare attività, ne testimonia l’anima speciale di uomo del vulcano, al quale è […]

L'articolo Etna: fuoco, terra, aria e acqua. E un piccolo essere umano in rispettoso silenzio proviene da Il Vulcanico.

]]>
(Gaetano Perricone). Che il mio carissimo amico Pippo Raiti da Castiglione di Sicilia scrivesse molto bene lo sapevo da tempo. Ma questa sua splendida testimonianza, semplice e molto profonda, esternata di getto ieri sera al ritorno da una bellissima escursione sull’Etna in spettacolare attività, ne testimonia l’anima speciale di uomo del vulcano, al quale è profondamente legato per antiche radici familiari, alla sua terra, fuoco, aria, acqua. Elementi della Natura nell’Etna così iconicamente rappresentati, nel suo ruolo non solo di straordinaria macchina geologica, ma anche e soprattutto di origine della vita. E così, con il suo permesso, ho deciso di pubblicare su questo blog le parole esemplari di Pippo Raiti, preziose per noi etnei nativi e non e per tutti quelli, un’infinità nel mondo, che adorano l’Etna. Le dedico a lui, alla sua bella famiglia, al suo favoloso Ulivo della Pace, mitico come Polifemo di cui porta il nome
di Pippo Raiti 
Cronaca di un sabato di agosto sul vulcano Patrimonio dell’umanità.
Il respiro della Montagna è come il canto delle Sirene, non puoi resistergli. Così, ancora una volta, mi sono lasciato ammaliare e preso lo zaino (che lascio sempre pronto per partire) ho deciso di incamminarmi e andare incontro a quel respiro. Giunto in quota il cielo è un po’ nuvoloso e, man mano che salgo, il respiro della Montagna diventa sempre più potente, un boato profondo sale dalle viscere della terra: sembra il respiro di un gigante. L’ambiente circostante come sempre è suggestivo e quel respiro, quei fumi che si alzano e svettano, rendono il tutto surreale come la scena di un film sul grande schermo di un cinema. Solo che qui la sceneggiatura, la fotografia e la regia è opera di Madre Natura ed essa non segue un copione scritto ma lascia tutto all’improvvisazione.
L’unica cosa da fare di fronte a questo grande schermo è prendere posto, osservare e ascoltare, assecondando quel respiro, osservando il fuoco della lava.
Rimango lì in silenzio, mentre il mio respiro incontra quello del vulcano.
Poi mi accorgo che la nebbia inizia piano piano ad avvolgere l’ambiente intorno a me. La Natura mi parla, mi sussurra che è tempo di andare, io l’ascolto e decido di incamminarmi verso la strada del ritorno. Sui miei passi arriva anche la pioggia, cerco riparo sotto la sporgenza di un’enorme roccia, mentre l’aria diventa fredda e umida. Sotto quella roccia che mi fa da ombrello, rimango ad ascoltare e pensare e mi accorgo che intorno a me si stanno rivelando tutti gli elementi della natura: il fuoco della lava; la terra, nera e vulcanica sotto i miei piedi; l’aria fredda che mi sfiora il viso; l’acqua della pioggia che cade sulla Montagna, come a volerle concedere un po’ di ristoro.
Fuoco, terra, aria e acqua. Tutti gli elementi della Natura insieme, sull’Etna. E io, piccolo essere umano, in mezzo a loro, ho soltanto una cosa da fare: ascoltare e rimanere in religioso e rispettoso silenzio
Etna Nord, 8 Agosto 2026

L'articolo Etna: fuoco, terra, aria e acqua. E un piccolo essere umano in rispettoso silenzio proviene da Il Vulcanico.

]]>
Val di Noto 1693, tutto quello che c’è da sapere. In una story map, il terremoto italiano più forte degli ultimi 1000 anni https://ilvulcanico.it/val-di-noto-1693-tutto-quello-che-ce-da-sapere-in-una-story-map-il-terremoto-italiano-piu-forte-degli-ultimi-1000-anni/ Thu, 06 Aug 2026 14:23:31 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26494 A cura di Christian Marino e Mario Mattia (INGV-Osservatorio Etneo) Era l’11 gennaio 1693 quando la Sicilia orientale fu colpita da quello che, ad oggi, è classificato nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15) come il più forte evento sismico degli ultimi mille anni accaduto nell’intero territorio nazionale. Per il Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI5Med), addirittura il più forte degli […]

L'articolo Val di Noto 1693, tutto quello che c’è da sapere. In una story map, il terremoto italiano più forte degli ultimi 1000 anni proviene da Il Vulcanico.

]]>
A cura di Christian Marino e Mario Mattia (INGV-Osservatorio Etneo)

Era l’11 gennaio 1693 quando la Sicilia orientale fu colpita da quello che, ad oggi, è classificato nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15) come il più forte evento sismico degli ultimi mille anni accaduto nell’intero territorio nazionale. Per il Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI5Med), addirittura il più forte degli ultimi duemila. Si tratta di un terremoto di magnitudo stimata Mw 7.3 (seguito da un imponente maremoto) che causò, secondo le fonti, oltre 50mila morti, danneggiando gravemente un’area di oltre 14.000 chilometri quadrati. E fu l’apice di una sequenza sismica che durò almeno tre anni.

Dal lutto e dalle macerie sorsero città dall’aspetto totalmente nuovo, spesso in siti diversi dai precedenti, edificate secondo moderni criteri urbanistici, dando vita a quel laboratorio architettonico che fu il Barocco siciliano e che oggi continuiamo ad ammirare. La meraviglia di alcune delle nuove piante cittadine, delle chiese e dei palazzi, ha addirittura spesso messo in ombra la tragedia causata dall’evento e generato alcune lacune nell’interpretazione delle conseguenze socioeconomiche e politiche dei decenni successivi.

Proprio per questa sua immensa portata, il terremoto del 1693 è stato oggetto di diversi studi scientifici e, allo stesso tempo, è profondamente radicato nella cultura e nella tradizione popolare siciliana. Tuttavia, la ricerca e la memoria collettiva (fatta di miti, canti e racconti tramandati di generazione in generazione) raramente si sono incontrati.

La Sicilia Orientale, sulla base della sua storia sismica e delle informazioni disponibili dagli studi sulle sorgenti sismogenetiche, è una delle zone a maggiore pericolosità sismica d’Italia. Un fattore che, insieme alla presenza di aree intensamente popolate e vulnerabili, sia dal punto di vista sociale che del patrimonio edilizio ed infrastrutturale, determina un elevato rischio sismico e impone una costante opera di prevenzione, nella quale la consapevolezza della popolazione ha un ruolo tutt’altro che secondario.

È proprio per queste ragioni che nasce la nuova Story map “Val di Noto 1693. Storia e miti del terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani”. L’obiettivo è raccontare non solo i dati del sisma, ma la storia dell’evento e della ricostruzione ad esso successiva, insieme al suo radicamento nella cultura popolare.

La Story map è organizzata in sette capitoli, che, attraverso carte storiche, mappe interattive, immagini e video, descrivono:

  • la sismicità dell’area;
  • la sequenza sismica del 1693-96;
  • il contesto storico in cui avvenne il terremoto;
  • la gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni politiche;
  • la ricostruzione delle città delocalizzate;
  • la ricostruzione delle città nel medesimo sito pre-evento;
  • il barocco siciliano.

La Story map è aperta da una breve introduzione in cui la presentazione dell’evento dal punto di vista storico e scientifico è corredata da un canto popolare, proposto in forma scritta e orale, che dalla fine del ‘600 è arrivato fino ai giorni nostri.

Il primo capitolo si sviluppa invece attraverso la descrizione della sismicità della Sicilia orientale, con carte e dettagli “tecnici”.

Il secondo capitolo è dedicato alla descrizione della sequenza sismica, con particolare attenzione alle scosse del 9 e dell’11 gennaio. Questi due eventi sono raccontati attraverso delle mappe interattive centrate sulle località colpite e sugli effetti prodotti.

Cliccando sulle singole località è possibile conoscere la distanza dall’epicentro, gli effetti sull’ambiente naturale conosciuti e l’intensità del terremoto in base agli effetti visibili e ai danni provocati (scala Mercalli-Cancani-Sieberg – MCS).

Il terzo capitolo è invece dedicato a una breve presentazione del contesto storico, raccontato anche attraverso documenti e ritratti di alcuni dei protagonisti di quel tempo.

Al centro del quarto capitolo vi è poi la gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni politiche, le priorità del viceregno (in quel tempo la Sicilia faceva parte del Regno di Spagna ed era amministrata da un Viceré), l’azione dei poteri locali e le sofferenze patite dalle popolazioni.

Una mappa multimediale permette anche di osservare la struttura ideata dal Viceregno per la gestione dell’emergenza e il suo effettivo funzionamento: ogni punto sulla mappa corrisponde a un’apposita giunta o a uno specifico incarico creato ad hoc subito dopo il terremoto e cliccando su ognuno di essi è possibile sapere chi ricoprì quel ruolo e quali mansioni svolse. Il capitolo è chiuso da un filmato tratto dall’edizione del 2025 della commemorazione che ogni anno la popolazione di Grammichele svolge tra le rovine dell’antica Occhiolà, il sito abbandonato dopo il terremoto.

Il quinto capitolo ripercorre la lunga ricostruzione delle città delocalizzate, descrivendo le tante modalità attraverso cui si scelse di spostare i centri in un nuovo sito e i tratti comuni alle diverse vicende.

Una mappa interattiva permette di esplorare le città ricostruite in un nuovo sito, visionare carte storiche e foto dei luoghi più rappresentativi, ma anche scoprire dove si trovavano le città prima del terremoto, i processi attraverso i quali si scelse di spostarsi e le modalità della ricostruzione.

Il sesto capitolo è dedicato alle città che furono riedificate nel medesimo sito, tracciando dinamiche, successi e limiti dei processi di ricostruzione. Un approfondimento, anche fotografico, è dedicato al caso di Catania e una mappa interattiva permette di approfondire, attraverso immagini e descrizioni, alcuni esempi della cosiddetta “Guerra delle Parrocchie” che esplose in città come Ragusa e Modica e che contribuì all’edificazione di alcune delle più celebri chiese del Val di Noto.

Un approfondimento sul Barocco siciliano nel settimo capitolo, corredato da numerose immagini, insieme a un canto dedicato al terremoto dal cantautore siciliano Carlo Muratori chiudono il racconto di un evento che ha ancora tanto da raccontare e, soprattutto, da insegnare anche ai giorni nostri.

“Val di Noto 1693. Storia e miti del terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani” è  parte di un più ampio progetto di ricerca, i cui primi risultati sono stati recentemente pubblicati nell’articolo Marino, C.; Mattia, M. The Long‑Term Legacy of the 1693 Val Di Noto Earthquake: Emergency Management, Reconstruction, and Institutional Impact. Ann. Geophys. 2026, 69. https://doi.org/10.4401/ag-9507.

La story map è disponibile nella galleria  INGVterremoti e al seguente linkVal di Noto 1693

L'articolo Val di Noto 1693, tutto quello che c’è da sapere. In una story map, il terremoto italiano più forte degli ultimi 1000 anni proviene da Il Vulcanico.

]]>
Etna, dopo il terremoto di Santo Stefano 2018. L’equilibrio possibile: ricostruire senza tradire https://ilvulcanico.it/etna-dopo-il-terremoto-di-santo-stefano-2018-lequilibrio-possibile-ricostruire-senza-tradire/ Mon, 03 Aug 2026 05:18:54 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26482 di Marco Neri Il terremoto del 26 dicembre 2018 non ha danneggiato soltanto edifici e infrastrutture: ha colpito anche i muri di contenimento che sorreggono il paesaggio terrazzato dell’Etna, un patrimonio rurale unico, riconosciuto dall’UNESCO come bene culturale immateriale. La domanda, sin dalle prime ore dopo il sisma, è stata inevitabile: come ricostruire questi manufatti […]

L'articolo Etna, dopo il terremoto di Santo Stefano 2018. L’equilibrio possibile: ricostruire senza tradire proviene da Il Vulcanico.

]]>
di Marco Neri

Il terremoto del 26 dicembre 2018 non ha danneggiato soltanto edifici e infrastrutture: ha colpito anche i muri di contenimento che sorreggono il paesaggio terrazzato dell’Etna, un patrimonio rurale unico, riconosciuto dall’UNESCO come bene culturale immateriale. La domanda, sin dalle prime ore dopo il sisma, è stata inevitabile: come ricostruire questi manufatti senza tradire la loro identità e, allo stesso tempo, garantire sicurezza in un territorio che si muove continuamente?

La risposta non poteva essere quella tradizionale, data soltanto attraverso la riproposizione di muri rigidi e calcestruzzo monolitico. Né poteva essere semplicemente quella di ricostruire “come era e dove era”, soprattutto in quelle zone dove alcune infrastrutture si sono dimostrate inadeguate a resistere ai sismi etnei (Figura 1). L’Etna non si affronta con la forza bruta: richiede adattamento e capacità di leggere il territorio. La ricostruzione ha dovuto, così, reinventarsi, finalmente e dopo alcuni tentativi non sempre riusciti, trasformarsi in un laboratorio dove progettisti, enti pubblici e cittadini hanno imparato a dialogare dentro un quadro normativo che non era stato pensato per gestire la complessità di un vulcano attivo.

Figura 1 – Muri a secco crollati in occasione del sisma del 26 dicembre 2018

Il punto di partenza è stato ovvio per alcuni, scioccante per altri, comunque mai tentato prima in Italia: le strutture rigide non funzionano in un territorio che si deforma ogni giorno. Sappiamo che alcune aree del fianco orientale si muovono di 10–30 millimetri l’anno, con gradienti locali anche superiori. Millimetri che, accumulati nel tempo, diventano centimetri, sufficienti a mettere in crisi muri di contenimento, fondazioni e pavimentazioni. In fondo, il terremoto del 2018 non ha fatto altro che rendere evidente la fragilità di soluzioni inadeguate per un ambiente così dinamico (Figura 2).

Figura 2 – Piano di faglia che attraversa il muro di sottoscarpa in calcestruzzo, producendo un rigetto verticale pluridecimetrico e deformazioni evidenti lungo la sede stradale

Da questa consapevolezza è nato un approccio diverso alla ricostruzione, basato sulla delocalizzazione degli edifici più a rischio e sulla deformabilità controllata delle infrastrutture, come strade e muri di contenimento, che non potevano essere delocalizzati.

In questo scenario, i muri a secco dell’Etna, elevati a Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO e quindi elementi di elevatissimo valore identitario, hanno assunto un ruolo complementare inatteso. Per secoli considerati semplici elementi rurali, si sono rivelati strutture naturalmente compatibili con un ambiente che si deforma. La loro capacità di dissipare energia, assorbire rotazioni e piccoli scorrimenti senza collassare, adattandosi grazie all’incastro delle pietre, le ha trasformate in elementi inaspettatamente resilienti. Se ricostruiti con criteri rigorosi, rispettando geometrie, drenaggi e qualità dei materiali, dimostrano prestazioni singolarmente efficaci, confermando che la tradizione, quando è ben compresa, può diventare un valore non solamente estetico-culturale.

Per i muri più alti, nonché quelli dove le prestazioni di sicurezza richieste al manufatto sono troppo elevate per un muro a secco, si sono trovati compromessi “ibridi” in cui l’anima in calcestruzzo è stata rivestita in pietra, così da non ferire troppo lo sguardo sul paesaggio.  In prossimità dei piani di faglia i muri sono stati segmentati per lasciarli liberi di muoversi senza spezzarsi,  sono stati dotati di giunti capaci di assorbire scorrimenti, sono stati posti alla base strati granulari deformabili e fondazioni indipendenti (vedi esempio in Figura 3): criteri già adottati in contesti di faglie attive come Islanda, California o Giappone, ma che sull’Etna sono stati integrati in un quadro unitario, adattato a un territorio protetto dove ogni intervento deve rispettare vincoli paesaggistici, ambientali e culturali.

Figura 3 – Sostituzione con gabbionate di pietrame del precedente muro in calcestruzzo mostrato in Figura 2, allo scopo di ottenere un’opera più flessibile e capace di assorbire le dislocazioni future indotte dalla faglia attiva, migliorando la resilienza strutturale e la compatibilità con la dinamica del versante

Ma la ricostruzione dell’Etna non è stata soltanto un esercizio tecnico. È stata soprattutto un esercizio di governance. Per la prima volta, un processo di ricostruzione ha riunito in un’unica procedura esigenze di sicurezza, indagini geologiche ad alta risoluzione, prescrizioni paesaggistiche, norme ambientali e necessità dei cittadini. Ogni progetto ha seguito un percorso definito: il Comune per la conformità urbanistica, il Genio Civile per la verifica tecnica, la Soprintendenza e l’Ente Parco per la compatibilità con il paesaggio, la Struttura Commissariale per la valutazione economica e l’autorizzazione del contributo (Figura 4). Un sistema articolato, ma finalmente capace di funzionare in modo coordinato.

Figura 4 – Quadro di governance concertato e interdisciplinare, attuato dal Commissario Straordinario per la ricostruzione post sisma 2018, concepito per garantire uniformità procedurale, coerenza interna e percorsi autorizzativi accelerati attraverso Protocolli d’Intesa formalmente istituzionalizzati, che integrano mandati e competenze tecniche di tutte le autorità territoriali coinvolte (da Neri et al., 2026)

La trasparenza è stata decisiva. La Struttura Commissariale ha effettuato sopralluoghi su tutti gli interventi. Ha verificato che i progetti approvati corrispondessero ai lavori reali. Questo rigore ha ridotto sprechi, evitato interventi non conformi e garantito un uso corretto dei fondi pubblici. I tempi amministrativi si sono accorciati, le revisioni progettuali sono diminuite, la qualità complessiva degli interventi è cresciuta.

Il risultato è un modello operativo che oggi è diventato un riferimento internazionale. Non perché abbia introdotto soluzioni tecniche inedite, ma perché ha saputo integrarle in un territorio complesso, dove ogni scelta deve tenere insieme sicurezza, paesaggio, cultura, economia e fiducia dei cittadini. La ricostruzione dell’Etna ha mostrato che la resilienza non dipende solo da materiali e progetti, ma anche dalla capacità delle istituzioni di dialogare, adattarsi e coinvolgere la comunità.

L’Etna, con la sua forza e la sua instabilità, ha costretto tutti a ripensare il modo di costruire e di governare, trasformando un evento drammatico in un’occasione di crescita metodologica esportabile altrove. Un messaggio che vale per tecnici, istituzioni e cittadini. E forse, soprattutto, vale per chi guarda il territorio non come un problema da risolvere, ma come a un patrimonio da custodire.

Per approfondire:

Neri, M., Blanco, G. L. M., Carbone, M. L., & Licciardello, G. (2026). Rebuilding the Etna Landscape After the 2018 Earthquake: Standards, Geological Surveys, and Retaining Wall Restoration. Applied Sciences16(15), 7526. https://doi.org/10.3390/app16157526 

Con il titolo: attività eruttiva parossistica dell’Etna del 30 luglio 2026

L'articolo Etna, dopo il terremoto di Santo Stefano 2018. L’equilibrio possibile: ricostruire senza tradire proviene da Il Vulcanico.

]]>
Etna, quando la scienza è accessibile: alla scoperta, con tutti i sensi, del magico universo vulcanico https://ilvulcanico.it/etna-quando-la-scienza-e-accessibile-alla-scoperta-con-tutti-i-sensi-del-magico-universo-vulcanico/ Wed, 29 Jul 2026 05:34:46 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26477 (Gaetano Perricone). Condivido con estremo piacere questo dettagliato racconto di una bellissima esperienza promossa dall’INGV, Osservatorio Etneo, all’insegna della divulgazione, della sensibilità, dell’inclusione. Ricordando anche il mio libro “La scalata della vita”, Algra Editore, del 2020, nel quale raccontai la straordinaria ascesa sulla cima del vulcano di nove ragazzi padovani con sindrome di Down (https://ilvulcanico.it/la-scalata-della-vita-e-labbraccio-della-grande-madre-etna/)  […]

L'articolo Etna, quando la scienza è accessibile: alla scoperta, con tutti i sensi, del magico universo vulcanico proviene da Il Vulcanico.

]]>
(Gaetano Perricone). Condivido con estremo piacere questo dettagliato racconto di una bellissima esperienza promossa dall’INGV, Osservatorio Etneo, all’insegna della divulgazione, della sensibilità, dell’inclusione. Ricordando anche il mio libro “La scalata della vita”, Algra Editore, del 2020, nel quale raccontai la straordinaria ascesa sulla cima del vulcano di nove ragazzi padovani con sindrome di Down (https://ilvulcanico.it/la-scalata-della-vita-e-labbraccio-della-grande-madre-etna/

di Martina Allegra, Giuseppe C. Altana, Massimiliano Barone, Flavio Cannavò, Massimo Cantarero, Luigi Carleo, Simona Caruso, Maria Catania, Danilo Cavallaro, Francesco Ciancitto, Miriana Corsaro, Rosanna Corsaro, Salvo D’amico, Emanuela De Beni, Maddalena Dozzo, Marco Firetto Carlino, Adriana Iozzia, Alessandro La Spina, Arianna Malaguti, Vittorio Minio, Matteo Pagano, Francesco Pandolfo, Alessio Patanè, Cristina Proietti, Danilo Reitano, Mariangela Sciotto, Andrea Ursino, Francesco Zuccarello, Barbara Aldighieri e Claudia Cattadori

A giugno 2026 l’INGV Osservatorio Etneo ha coordinato un’iniziativa divulgativa promossa dall’Associazione Italiana Geologia e Turismo APS  e dal CNR Istituto di Geoscienze e Georisorse , in collaborazione con l’Associazione Disabili Visivi APS-ETS. L’obiettivo era offrire a un gruppo di persone con disabilità visiva un’esperienza diretta del vulcano, attraverso percorsi sensoriali appositamente creati per soddisfare le loro esigenze, ma al tempo stesso mantenendo contenuti scientifici rigorosi. Per tre giorni (dal 12 al 14 giugno) la geologia, disciplina tradizionalmente fondata sull’osservazione, è diventata qualcosa di più: un universo da sentire, o meglio, da percepire con tutti i sensi.

La prima giornata dell’iniziativa ci ha condotti ad Aci Trezza e Aci Castello, sulla costa catanese. Qui abbiamo potuto ammirare straordinari esempi di basalti colonnari nati dalla rapida contrazione termica del magma, e le celebri pillow lava  (lave “a cuscino”), strutture tipiche delle eruzioni sottomarine (Figura 1).

Figura 1- A) Basalti a sezione esagonale di Aci Trezza, foto E. De Beni; B) Lave a “cuscino”che formano la rupe di Acicastello. Foto M. Pagano.

Dopo un tuffo rinfrescante tra gli scogli di Aci Castello ci siamo trasferiti nella sede dell’INGV di Catania, che, per un pomeriggio, si è trasformata in un centro multisensoriale. Attraverso l’esplorazione tattile e utilizzando modelli 3D appositamente realizzati (Figura 2), i partecipanti hanno potuto scoprire l’evoluzione dei crateri sommitali dell’Etna degli ultimi 150 anni e comprendere il significato dei segnali sismici che arrivano in Sala Operativa.

Figura 2 - A) Modello dei crateri sommitali dell’Etna B) Esempi di segnali sismici stampati in 3D. Foto M. Pagano.

Figura 2 – A) Modello dei crateri sommitali dell’Etna; B) Esempi di segnali sismici stampati in 3D. Foto M. Pagano.

Grazie ai suoni registrati dagli idrofoni del progetto EMSO (European Multidisciplinary Seafloor and water-column Observatory), i partecipanti hanno imparato a distinguere il rumore generato da un terremoto da quello di un fulmine, il canto dei delfini da quello delle balene, il fratturarsi del ghiaccio antartico dal passaggio delle navi. Il segnale infrasonico che accompagna le esplosioni vulcaniche è stato opportunamente accelerato e reso udibile e fatto ascoltare ai nostri ospiti.

La collezione di rocce presente nelle teche dell’Istituto ha permesso di far apprezzare  la differenza tra i prodotti dell’attività esplosiva e quelli delle colate laviche.

Il laboratorio sugli odori, non a caso l’ultimo della giornata, ha aggiunto un’altra dimensione fondamentale all’esperienza dell’ambiente vulcanico. Sulla terrazza dell’Osservatorio Etneo abbiamo esplorato, attraverso apposite sacche olfattive contenenti campioni a concentrazione controllata, gli odori caratteristici dell’idrogeno solforato e del biossido di zolfo: un’anticipazione di ciò che avremmo poi percepito direttamente sul campo.

Quello che il giorno prima avevamo toccato e ascoltato si è trasformato in esperienza concreta durante l’incontro diretto con il vulcano attivo. L’ascesa all’area sommitale con la telecabina della Funivia dell’Etna e successivamente con il loro servizio di mezzi 4×4, ci hanno condotti fino a quota 3.000 metri, sul fianco meridionale del vulcano (Figura 3). Qui l’aria si fa più sottile, il vento più forte, l’odore di zolfo più intenso. I lapilli scricchiolano sotto i piedi mentre saliamo lentamente in fila indiana. Una fila che avanza con passo regolare, fatta di persone che si affidano l’una all’altra, sostenendosi attraverso il contatto con le spalle dell’accompagnatore.

Figura 3 – Il gruppo riunito ascolta con attenzione le spiegazioni della guida vulcanologica (Francesco Ciancitto) durante l’escursione sul fianco meridionale dell’Etna. Foto M. Pagano.

Seguiamo esattamente il tracciato che il giorno prima avevamo esplorato sul modello 3D; ora, però, tutto è reale e acquista una dimensione più ampia. La visibilità è incredibile, il sole scalda le schiene, Sicilia e Calabria si mostrano nitidamente, e questa visione viene trasmessa attraverso le parole (Figura 4). L’Etna, in questo modo, smette di essere soltanto un’immagine spettacolare e diventa un sistema vivo, complesso, “leggibile” anche in modo multisensoriale. Facciamo tutti parte dello stesso mondo, e ciò che sente una persona diventa esperienza condivisa.

Figura 4 – Lo Stretto di Messina visto dalla cima dell’Etna, da circa 3000 m di quota; sullo sfondo il massiccio dell’Aspromonte. Foto M. Pagano.

Scendiamo insieme da quota 3000 a 1900 metri (Figura 5); ci affidiamo l’uno all’altro in questa condivisione di sensazioni.

Ecco ciò che scrive Claudia nel suo diario: “La discesa è stata semplicemente fantastica! Le nostre guide dell’INGV ci hanno accompagnato benissimo. Alcuni pezzi erano un po’ ripidi e sembrava davvero di sciare sulla neve! I lapilli, così piccoli, finivano ovunque: pezzettini microscopici perfino in bocca e nelle orecchie. … Fortissimi gli odori dello zolfo e degli altri gas che spesso ci fanno tossire quando ci avviciniamo ai due crateri visitati. Con Ciccio, una delle guide, mi sono fiondata giù a tutta birra, tipo discesa libera a Kitzbühel. Fantastico!

Quest’esperienza ha coinvolto anche noi ricercatori: proviamo a percorrere un tratto del sentiero a occhi chiusi per condividere le sensazioni. E’ stato allora che abbiamo capito: si cammina con i piedi, non con gli occhi. Il vulcano sembra più potente, permea ogni cosa; la sua forza passa dai piedi e sale fino al cervello. È una sensazione di condivisione mai provata prima. Arriviamo all’autobus con le gambe stanche e i sorrisi aperti: ci abbracciamo, ci baciamo, siamo felici.

Figura 5 – La vista verso valle da Piano dei Pompieri, versante sud dell’Etna. Al centro della fotografia, i Monti Calcarazzi ed i Crateri Silvestri. Foto M. Pagano.

Il terzo e ultimo giorno di questa fantastica esperienza è stato dedicato all’acqua. Le Gole dell’Alcantara (Figura 6) offrono una lezione potente: qui l’acqua e la lava hanno costruito, in tempi e modi diversi, un paesaggio in cui le forme geologiche si leggono attraverso il contrasto tra le pareti verticali della gola, il suono dello scorrere del fiume e la fredda temperatura dell’acqua. Le gambe stanche trovano refrigerio nell’acqua gelida, che da migliaia di anni incide e leviga le pareti di basalto colonnare.

Figura 6 – I basalti colonnari a base esagonale erosi dal fiume Alcantara. Foto M. Cantarero.

Esperienze come queste ci fanno comprendere che la scienza deve essere accessibile non come una gentile concessione, ma per responsabilità culturale. Un vulcano attivo come l’Etna appartiene a tutti: a chi lo studia, a chi lo abita, a chi lo attraversa, a chi lo teme, a chi lo visita e a chi vuole conoscerlo in modo profondo, ma soprattutto a chi lo ama. L’inclusione, in questo senso, non è un’aggiunta al progetto scientifico: è parte del progetto stesso. Ci obbliga a essere più chiari, più rigorosi, più creativi. Ci ricorda che è comunicare la Terra e far comprendere agli altri i processi geologici che la rendono viva, significa costruire ponti tra linguaggi diversi: il linguaggio dei dati, quello delle rocce, quello del corpo, quello dei suoni e degli odori e quello dell’esperienza.

È proprio così che la scienza incontra l’accessibilità: non nel rendere più semplice il mondo, ma nel renderlo più condiviso

Un ringraziamento particolare va alla Funivia dell’Etna, che ha permesso la salita del gruppo a titolo gratuito. Non è stato un semplice supporto logistico, ma un contributo concreto all’accessibilità: ha reso possibile per tutte e tutti l’esperienza in quota, superando una barriera che, in ambiente montano e vulcanico, può diventare decisiva.

L'articolo Etna, quando la scienza è accessibile: alla scoperta, con tutti i sensi, del magico universo vulcanico proviene da Il Vulcanico.

]]>
Etna, la disfida dei Crateri https://ilvulcanico.it/etna-la-disfida-dei-crateri/ Sun, 19 Jul 2026 08:52:58 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26465 di Boris Behncke e Salvatore Giammanco L’area sommitale dell’Etna vista dall’alto la sera del 6 luglio 2026.  Al cratere Voragine (VOR) è in corso attività stromboliana accompagnata da emissione di cenere, mentre una cascata di lava si riversa nel Cratere di Nord-Est (NEC). A sinistra, silenzioso, il Cratere di Sud-Est (SEC) (foto di Maurizio Caputo […]

L'articolo Etna, la disfida dei Crateri proviene da Il Vulcanico.

]]>
L’area sommitale dell’Etna vista dall’alto la sera del 6 luglio 2026.  Al cratere Voragine (VOR) è in corso attività stromboliana accompagnata da emissione di cenere, mentre una cascata di lava si riversa nel Cratere di Nord-Est (NEC). A sinistra, silenzioso, il Cratere di Sud-Est (SEC) (foto di Maurizio Caputo e pubblicata qui con gentile permesso dell’autore).

L’Etna è un vulcano straordinario per molti motivi. Uno di essi è la costante e rapida trasformazione della sua area sommitale, dove negli ultimi 115 anni sono nati quattro crateri: quello di Nord-Est (1911), la Voragine (1945), la Bocca Nuova (1968) e il Cratere di Sud-Est (1971). Tra questi crateri si è spesso instaurata una sorta di competizione per conquistare il primato di vetta dell’Etna, ma dal 1978 fino al 2021 è sempre stato il Cratere di Nord-Est a rappresentare la vetta, raggiungendo 3350 m nel 1981. Successivamente, la sua altezza si è progressivamente abbassata a causa di crolli dei suoi orli: all’inizio del 2021 misurava 3324 m di quota.

Queste variazioni di quota, unite alla stretta vicinanza tra i crateri – ad esclusione del Cratere di Sud-Est, che si è formato un po’ più distante dagli altri – hanno fatto sì che, in diverse occasioni, i prodotti eruttivi di un cratere si riversassero in quello adiacente. È quanto accaduto, ad esempio, nel 2015–2016 e nuovamente nel 2024, quando la Bocca Nuova è stata completamente colmata dal materiale eruttato dalla vicinissima Voragine. Altre volte il riempimento del cratere “recipiente” è stato solo parziale; tuttavia, in ogni caso ha portato all’ostruzione totale del condotto.

L’eruzione dell’Etna che ha avuto luogo dal 5 al 7 luglio 2026, ha mostrato questo fenomeno vulcanico in modo molto peculiare. Infatti, l’apertura di una frattura eruttiva (una cosiddetta “bottoniera”) sul fianco nord del cono terminale del cratere Voragine, ha prodotto una colata di lava ben alimentata che si è riversata interamente all’interno del cratere di Nord-Est, ricadendo con una spettacolare cascata dentro il condotto aperto di quest’ultimo (Figura 1). L’aspetto più particolare di questo evento è che nonostante il continuo ingresso della lava nel condotto, esso non è stato colmato né ostruito (Figura 2); invece è rimasto aperto e degassante, così com’era stato prima di questo evento eruttivo.

Figura 1 – Il fondo del Cratere di Nord-Est visto dal suo orlo nord-orientale, con la cascata di lava che si sta riversando da una fessura eruttiva apertasi sul fianco settentrionale dell’adiacente cratere Voragine, 6 luglio 2026 (foto di Vincenzo Greco e pubblicata qui con gentile permesso dell’autore).

Figura 2 – 6 luglio 2026. La cascata di lava all’interno del Cratere di Nord-Est raggiunge il condotto aperto sul suo fondo, scomparendo in profondità senza accennare a riempirlo (foto di Maurizio Caputo, pubblicata qui con gentile permesso dell’autore).

Tale fenomeno, per quanto raro, non è tuttavia unico. Infatti, esattamente 30 anni fa, nel luglio-agosto del 1996, avvenne un fenomeno del tutto analogo, ma a ruoli invertiti! In quel caso, fu il cratere di Nord-Est a emettere una colata lavica che si riversò per circa tre settimane all’interno del condotto aperto della Voragine, senza mai occluderlo: tutta la lava fu ingoiata dal pozzo in fondo al cratere (Figura 3).

Perché questa apparente inversione delle parti? La risposta sta nei cospicui cambiamenti di morfologia in area sommitale in questi ultimi decenni. Nel 1996 il Cratere di Nord-Est era il punto più alto dell’Etna, mentre la Voragine era una depressione a forma di imbuto, il cui orlo settentrionale coincideva con il fianco meridionale del Cratere di Nord-Est. Era precisamente da quest’ultimo che si è sviluppata quella colata lavica, che si è riversata dentro la Voragine. In quel periodo il Cratere di Nord-Est era in una fase di attività stromboliana (Figura 4) con emissione di diverse colate laviche verso ovest, est e, appunto, verso sud in direzione della Voragine.

Nel 2026 è invece la Voragine a costituire il punto culminante del vulcano, sovrastando la vetta del Cratere di Nord-Est con un dislivello di quasi 100 m. Inoltre, il fianco nord del cono della Voragine passa direttamente alla parete interna meridionale del Nord-Est con un pendio abbastanza ripido. E’ proprio questa la zona che è stata squarciata dalla frattura eruttiva apertasi il mattino del 5 luglio 2026.

Figura 3 – Veduta dal bordo ovest della Voragine della colata lavica scaturita dal fianco sud del cratere di Nord-Est (NEC) che si riversa dentro il condotto della Voragine (VOR), 2 agosto 1996 (foto di Salvatore Giammanco).

Figura 4 – Attività esplosiva al cratere di Nord-Est durante l’eruzione di luglio-agosto 1996. In primo piano il riverbero causato dalla colata lavica che ricade dentro la Voragine (foto di Salvatore Giammanco).

Sul canale YouTube di INGVvulcani pubblichiamo il video della colata di lava che si sta riversando dal Cratere di Nord-Est verso la Voragine nell’estate del 1996 (di Salvatore Giammanco: https://youtu.be/TEik2Xd_Rp8)

Con il titolo: foto di Vincenzo Greco

L'articolo Etna, la disfida dei Crateri proviene da Il Vulcanico.

]]>
Non partecipo al “tiro all’Ulisse” https://ilvulcanico.it/non-partecipo-al-tiro-allulisse/ Sat, 18 Jul 2026 04:09:56 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26457 di Gaetano Perricone  Nel senso che non scriverò alcuna riflessione, recensione o altro tipo di approfondimento particolare su Odissea dell’ottimo Cristopher Nolan, un film già fatto a pezzi dopo due giorni di programmazione da critici letterari, cinematografici, critici di tutto quanto compresa la loro puzza sotto il naso, perfino da gente che non solo non […]

L'articolo Non partecipo al “tiro all’Ulisse” proviene da Il Vulcanico.

]]>
di Gaetano Perricone 
Nel senso che non scriverò alcuna riflessione, recensione o altro tipo di approfondimento particolare su Odissea dell’ottimo Cristopher Nolan, un film già fatto a pezzi dopo due giorni di programmazione da critici letterari, cinematografici, critici di tutto quanto compresa la loro puzza sotto il naso, perfino da gente che non solo non ha lo ha visto ma non conosce il poema epico di Omero. La verità è che mi spavento quasi a pronunciarmi, se scrivo cose positive rischio anch’io la fucilazione seduta stante.
Dunque non parteciperò al “tiro all’Ulisse“. Qualcosa terra terra tuttavia la dico. Da vecchio bambino settantenne incolto e dai facili entusiasmi mi sono goduto queste 2 ore e 52 minuti di filmone, di grande spettacolo cinematografico hollywoodiano, di notevole pregio tecnico e altrettanta potenza commerciale; mi ha fatto molto piacere vedere la sala piena di gruppi di ragazzi dell’ultima generazione con insegnanti e genitori che non hanno come me avuto la fortuna di vedere Ulisse di Camerini e il magnifico sceneggiato televisivo di Franco Rossi e che dunque hanno seguito questa per loro prima trasposizione cinematografica dell’opera omerica con partecipazione ed emozione; al di là delle tante stravaganti non corrispondenze nei contenuti e nei costumi al testo originale, mi è sembrata bella e ricca di stimoli la visione di grande attualità del regista di imperniare il filo del racconto del viaggio di Ulisse e del tormento interiore dell’eroe omerico sulla denuncia dell’orrore della guerra di Troia come denuncia universale di tutte le guerre; il film non mi è sembrato affatto sessista come ho letto da qualche parte e le donne di cui si è ricordato Nolan (Penelope-Anne Hathaway, Atena-Zendaya, Calipso- Charlize Teron, Elena nera- Lupita Nyong, Circe-Samantha Norton, brave tutte secondo me, in particolare l’ultima), rappresentate in modo diverso, nuovo e originale, hanno ruolo direi fondamentale nel film; è stato bello e mi ha molto piacere riconoscere tanta meravigliosa ambientazione siciliana, da Favignana alle Eolie; infine Matt Damon a mio umilissimo avviso è un Ulisse guerriero-navigatore dal profondo travaglio fisico e umano, fedelissimo alla sua Penelope e non fimminaro come nell’originale, all’altezza delle tre ore del film e anche suo figlio Telemaco, il popolarissimo volto di Tom HollandSpiderman, si fa valere.
Passo e chiudo, ho scritto fin troppo e temo che ne pagherò le conseguenze. Scherzo, davvero. PS: per i fans come me di Polifemo dall’unico occhio, questo di Odissea è magnificamente orrendo, più brutto del Ciclope di Kirk Douglas
—————
di Antonella De Francesco
Mi unisco al commento positivo sul film di Gaetano Perricone e aggiungo qualche mia ulteriore, personale riflessione.
L’Ulisse di Nolan, magistralmente interpretato da Matt Demon, resta un eroe ma è ossessionato dalla guerra, dalle atrocità e dalle perdite in termini di vite umane che questa comporta. La guerra è finita da anni eppure non è mai davvero finita. È ovunque: nei silenzi, negli incubi, nelle scelte di ogni personaggio.
L’Ulisse di Nolan ricorda e si chiede dove siano i compagni prima ancora della famiglia, perché è un uomo maturo che sta per concludere il suo viaggio, non soltanto quello verso casa, ma soprattutto quello dentro se stesso. Nolan va oltre l’uomo Omerico dal multiforme ingegno perché gli attribuisce una nuova sensibilità e la capacità di fare autocritica perfino alle sue stesse gesta eroiche.
Le riprese e le ambientazioni sono magnifiche, grandiosi gli spazi. L’incontro nell’Ade di dantesca memoria, con tutti i caduti in guerra che inseguono Ulisse e il suo equipaggio superstite, dà il pieno senso del peso della memoria che opprime e che non potrà mai svanire nel suo cuore.
E poi ci sono le donne: streghe, dee, regine, prigioniere, mai oggetti ma piuttosto soggetti presenti e reattivi, in molti casi esempi di autodeterminazione e di emancipazione. Penelope lascia intendere al figlio che dopo tanti anni potrebbe governare da sola. Elena è consapevole di essere stata solo il pretesto della guerra e la sua pelle nera sembra voler rappresentare il volto di tutti quei popoli che pagano guerre decise dagli altri. Le sirene non cantano per sedurre sessualmente, ma per affliggere Ulisse con tutte le promesse non mantenute.
In sintesi Nolan resta fedele alla storia ma i suoi protagonisti sono diversi: hanno anime nuove perché il tempo non può passare invano

L'articolo Non partecipo al “tiro all’Ulisse” proviene da Il Vulcanico.

]]>
Finché c’è democrazia, c’è speranza https://ilvulcanico.it/finche-ce-democrazia-ce-speranza/ Fri, 17 Jul 2026 10:55:02 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26444 di Gaetano Perricone   Per titolare questo mio pensiero, scelgo una facile parafrasi: quella di un noto film del 1974, Finché c’è guerra, c’è speranza, di e con il grande Albertone Sordi. In quel caso, con amaro e feroce sarcasmo che potrebbe essere estremamente attuale, era la guerra a dare speranza di bieco arricchimento ai […]

L'articolo Finché c’è democrazia, c’è speranza proviene da Il Vulcanico.

]]>
di Gaetano Perricone

 

Per titolare questo mio pensiero, scelgo una facile parafrasi: quella di un noto film del 1974, Finché c’è guerra, c’è speranza, di e con il grande Albertone Sordi. In quel caso, con amaro e feroce sarcasmo che potrebbe essere estremamente attuale, era la guerra a dare speranza di bieco arricchimento ai trafficanti di armi come il protagonista. Nel caso di questa mia riflessione, la speranza si chiama democrazia: un humus nel quale ho avuto la fortuna e il privilegio di nascere, crescere, vivere fino ai miei attuali settant’anni, ma che oggi non sembra più essere tra i “desiderata” dei popoli, soprattutto e in gran parte europei, che sono andati avanti con questa forma di governo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a oggi. Sembra sempre più farsi avanti, dimenticando completamente la storia, una nuova voglia di regimi, di uomo/donna forte al comando. Di “democratura”, cioè di dittatura camuffata da regole democratiche come la chiamano oggi, nella migliore delle ipotesi; di dittatura direttamente nella peggiore. Seconda la mia opinione, ovviamente, che fino a oggi posso esprimere nel mio Paese in libertà e non è poco.

Ho pensato da cittadino, vecchio professionista dell’informazione, di farlo qui sul mio blog, che è mia creatura da dieci anni, perché lo ritengo il luogo più appropriato. Su Ilvulcanico.it, da oggi, non più e non solo tanta Etna con poco contorno di altro, ma le mie opinioni – quando lo riterrò opportuno – su tutti gli argomenti sui quali mi sentirò di esprimerle. Per una ragione a mio avviso semplicissima: la delicatezza e complessità del momento che stiamo vivendo ci impone di dire la nostra. Di esprimerci e schierarci quando necessario.

A proposito di democrazia, hanno suscitato in me profonda inquietudine due fatti accaduti a distanza di poche ore: la nuova legge elettorale approvata alla Camera, che prevede un imponente premio di maggioranza (70 seggi alla Camera, 35 al Senato) per la coalizione che raggiunga il 42 per cento in ognuno dei due rami del Parlamento; il frettolosissimo e grossolano avvio da parte del Ministro della Giustizia di un provvedimento di grazia – subito bloccato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che lo ha ricevuto al Quirinale “per puntualizzare i limiti delle attribuzioni del Ministro in tema di concessione della grazia, facoltà che la Costituzione riserva esclusivamente al Presidente della Repubblica come confermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza 200 del 2006” (fonte: quirinale.it) –  per Mario Roggero, il gioielliere che inseguì e uccise con la sua pistola due rapinatori il 28 aprile 2021, condannato a 14 anni per essere andato oltre la legittima difesa. Due eventi che mi hanno definitivamente convinto, mettendo da parte ogni sottovalutazione, del percorso politico più che reazionario intrapreso dal potere dominante nel nostro Paese.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Ho immaginato la fine del 2027. La destra, alleata inevitabilmente e inesorabilmente con il nerissimo generale, vince con oltre il 42 per cento, conquista il premio di maggioranza, può fare quello che vuole, ha i numeri. Elegge nel 2029, forse anche prima se riesce a fare dimettere Mattarella, la sua leader di oggi prima donna Presidente della Repubblica più forte che mai politicamente  la quale nella migliore della ipotesi nomina Primo Ministro il suo sottosegretario più esperto e di fiducia, nella peggiore e davvero più drammatica il generale, che certamente e comunque dovrà essere premiato per il suo decisivo apporto alla vittoria con un incarico molto importante, il Ministero per esempio dell’Interno.

Fantapolitica? Non credo proprio. Considerata anche, almeno fine a oggi, la consistenza numerica, la coesione, soprattutto la proposta politica dell’opposizione di centro sinistra, del tutto insufficienti per fermare l’onda nera che monta. Né credo molto a un ruolo significativo del centro moderato alleato con la destra: sono tutti pronti, come sempre, a salire sul carro del vincitore. E allora la domanda, per me inquietantissima, non può che essere una sola: siamo destinati a rivivere in Italia un nuovo fascismo, populista e razzista, in versione terzo decennio degli anni Duemila? Inizialmente democratura, con il tempo di fatto dittatura, come ad esempio accadde a lungo in Ungheria con Viktor Orban? La mia paura è grande e ragionevole: non è un “mantra” come qualcuno ha commentato, l’evocazione del rischio di un ritorno del fascismo, peraltro mai sparito dalle nostalgie di non pochi italiani. Ma finché c’è democrazia, in un Paese di fatto ancora diviso a metà, c’è speranza

Con il titolo: il duce del fascismo Benito Mussolini pronuncia in Parlamento il suo discorso, 17 novembre 1922 (fonte https://museonazionaleresistenza.it/)

L'articolo Finché c’è democrazia, c’è speranza proviene da Il Vulcanico.

]]>