Il Vulcanico https://ilvulcanico.it/ Il Blog di Gaetano Perricone Thu, 01 Oct 2026 09:33:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1.2 Tanti corsi di formazione ITS Academy Volta e tante opportunità di lavoro. Per non dire: “Se lo avessi saputo prima!” https://ilvulcanico.it/tanti-corsi-di-formazione-its-academy-volta-e-tanto-lavoro-per-non-dire-se-lo-avessi-saputo-prima/ Thu, 01 Oct 2026 09:33:18 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26643 di Girolamo Inzerillo  Nel cuore di Palermo, in Piazza Politeama c’è un luogo incredibile. Sì, sembra davvero incredibile perché in una terra dove tutto va a rilento e da anni si attende l’apertura della fermata della metropolitana, si trova il centro di formazione di eccellenza della Fondazione ITS Alessandro Volta di Palermo con 1.850 mq […]

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di Girolamo Inzerillo 

Nel cuore di Palermo, in Piazza Politeama c’è un luogo incredibile. Sì, sembra davvero incredibile perché in una terra dove tutto va a rilento e da anni si attende l’apertura della fermata della metropolitana, si trova il centro di formazione di eccellenza della Fondazione ITS Alessandro Volta di Palermo con 1.850 mq di laboratori all’avanguardia, nato e cresciuto in fretta, che continua a sfornare Tecnici specialisti Biomedicali, Informatici Biomedicali, Biotecnologi della qualità, con un tasso di placement da paura: entro un anno trova occupazione l’87,5% degli allievi.

L’inaugurazione del 18 settembre

 

Il 18 settembre c’è stata l’inaugurazione ufficiale di 20 laboratori nuovi di zecca realizzati grazie allo sfruttamento integrale del finanziamento del PNRR, mai soldi sono stati spesi meglio! Non è stato rimandato indietro neanche un centesimo, anzi sono stati sfruttati anche i fondi aggiuntivi. Risultato? Gli allievi dei corsi ITS Academy Alessandro Volta imparano attraverso i cinque sensi e possono entrare in una sala operatoria attrezzata in piena regola con tutte le apparecchiature richieste, lampada scialitica, ventilatore polmonare, vedere una sala di rianimazione,  esercitarsi nel laboratorio di realtà aumentata e intelligenza Artificiale, perfezionare le tecniche di saldatura nel laboratorio di elettronica, studiare le potenzialità di una poltrona odontoiatrica, provvedere alla sterilizzazione degli attrezzi, esercitarsi nell’analisi biomolecolare etc.

Nel mese di ottobre 2026 iniziano 6 nuovi corsi: 

I corsi in partenza

  1. Tecnico specialista Biomedicale  
  2. Informatico Biomedicale
  3. Biotecnologo della Qualità
  4. Esperto in Biotecnologie applicate
  5. Esperto in Intelligenza Artificiale Biomedicale
  6. Esperto in Odontotecnica Digitale 4.0

 

 

Chissà quanto si pagherà per essere ammessi in questa scuola! Ebbene i corsi sono totalmente gratuiti e anzi sono disponibili generose borse di studio in funzione dell’ISEE e per i pendolari (scarica la brochure con tutte le informazioni).

Può iscriversi chiunque abbia conseguito un diploma di scuola secondaria, non ci sono limiti d’età anche se viene data precedenza ai più giovani.

I corsi hanno 30 posti ciascuno e una durata di 2000 ore che comprende 900 ore di tirocinio in azienda. Il piano formativo è frutto dell’interazione con le numerosissime aziende partner del settore Biomedicale che poi sono quelle che assorbono in gran parte gli allievi per i tirocini.

 

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Etna: 160 anni di evoluzione dei crateri sommitali ricostruiti da una “macchina del tempo” https://ilvulcanico.it/etna-160-anni-di-evoluzione-dei-crateri-sommitali-ricostruiti-da-una-macchina-del-tempo/ Thu, 01 Oct 2026 06:03:59 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26632 FONTE: https://www.ingv.it/stampa-urp/ufficio-stampa Dalle carte topografiche dell’Ottocento ai moderni rilievi con drone, un nuovo studio ricostruisce le trasformazioni dell’area sommitale dell’Etna dal 1865 al 2024 Oltre un secolo e mezzo di trasformazioni dei crateri sommitali dell’Etna ricostruiti attraverso una sorta di “macchina del tempo” fotogrammetrica, capace di integrare le prime carte topografiche del vulcano con fotografie […]

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FONTE: https://www.ingv.it/stampa-urp/ufficio-stampa

Carta topografica del 1865 prodotta dall’Istituto Geografico Militare, i punti blu sono punti utilizzati per georeferenziare le carte storiche

Dalle carte topografiche dell’Ottocento ai moderni rilievi con drone, un nuovo studio ricostruisce le trasformazioni dell’area sommitale dell’Etna dal 1865 al 2024

Oltre un secolo e mezzo di trasformazioni dei crateri sommitali dell’Etna ricostruiti attraverso una sorta di “macchina del tempo” fotogrammetrica, capace di integrare le prime carte topografiche del vulcano con fotografie aeree, immagini satellitari e moderni rilievi effettuati con droni. È quanto è stato presentato con lo studio “160 Years of Etna summit craters through a photogrammetry-based time machine”, condotto da un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca (GeoVires Lab) e appena pubblicato sulla rivista International Journal of Applied Earth Observation and Geoinformation.

La ricerca ricostruisce quantitativamente l’evoluzione morfo-strutturale dell’area sommitale dell’Etna tra il 1865, anno di realizzazione della carta topografica realizzata dall’Istituto Geografico Militare (IGM), e il 2024.

Centosessanta anni fa la sommità del vulcano era dominata da un unico grande Cratere Centrale: attraverso l’integrazione e la validazione di 14 dataset, acquisiti con tecniche e risoluzioni differenti, i ricercatori hanno seguito la progressiva trasformazione dell’area craterica fino alla configurazione attuale, caratterizzata da quattro crateri attivi sommitali: Voragine, Bocca Nuova, Cratere di Nord-Est e Cratere di Sud-Est.

Modelli ombreggiati dell’area sommitale dell’Etna dal 1865 al 2024

“Abbiamo riportato nello stesso sistema di riferimento dati prodotti nell’arco di quasi 160 anni e con tecniche profondamente diverse: dalle carte topografiche storiche alle fotografie aeree, fino ai dati satellitari e ai rilievi da drone ad alta risoluzione”, spiega Cristina Proietti, tecnologa dell’INGV e prima autrice dello studio. “Questo ci ha permesso di costruire una vera e propria macchina del tempo topografica con cui osservare quantitativamente come è cambiata la sommità dell’Etna. Un elemento centrale della ricerca ha riguardato proprio la possibilità di confrontare fonti molto eterogenee: abbiamo sviluppato una procedura di co-registrazione, validazione e propagazione statistica degli errori, che permette di valutare le incertezze associate ai diversi dataset e di distinguere le variazioni morfologiche significative dagli errori propri delle differenti fonti cartografiche e topografiche”.

La ricostruzione documenta il passaggio da una configurazione prevalentemente monocentrica a un sistema policentrico altamente dinamico, nel quale i quattro crateri mostrano comportamenti morfologici differenti. La Voragine è caratterizzata dalla recente crescita costruttiva; la Bocca Nuova e il Cratere di Nord-Est mostrano, invece, cicli di riempimento seguiti da subsidenza; il Cratere di Sud-Est, infine, si distingue per una marcata crescita accompagnata da una progressiva espansione verso est.

“La prospettiva di lungo periodo mostra che i quattro crateri, pur appartenendo allo stesso sistema sommitale, hanno seguito evoluzioni morfologiche differenti”, aggiunge Emanuela De Beni, ricercatrice dell’INGV e co-autrice dello studio. “La loro evoluzione risulta coerente con il complesso assetto strutturale del vulcano e, in particolare, con l’influenza delle zone di rift di Nord-Est e Sud. La progressiva espansione verso est del Cratere di Sud-Est si inserisce inoltre nel contesto della deformazione verso mare del fianco orientale dell’Etna, già documentata da studi geologici e geodetici”.

Modelli ombreggiati dell’area sommitale dell’Etna dal 1865 al 2024

La ricerca mostra come l’integrazione tra cartografia storica, fotogrammetria e moderne tecniche di telerilevamento possa estendere l’osservazione quantitativa di un vulcano ben oltre l’epoca del monitoraggio strumentale moderno. Il metodo proposto costituisce inoltre un approccio riproducibile e potenzialmente trasferibile allo studio dell’evoluzione morfo-strutturale di altri vulcani attivi nel mondo.

“Il progetto ha avuto anche una ricaduta nell’ambito della divulgazione scientifica accessibile”, conclude De Beni. “I modelli digitali utilizzati per ricostruire l’evoluzione dei crateri sono stati riprodotti mediante stampa 3D, consentendo a persone non vedenti di esplorare, con il tatto, la morfologia della sommità dell’Etna e le sue trasformazioni nel tempo”.

Link allo studio

Link utili:

Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV)

Università degli Studi di Milano-Bicocca

GeoVires Lab  

Con il titolo: Etna, 30 settembre 2026 (foto di Gaetano Perricone) 

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Alla scoperta di Etna Social Hub: come raccontare l’Etna attraverso il talento tecnologico e l’uso corretto della “rete” https://ilvulcanico.it/alla-scoperta-di-etna-social-hub-come-raccontare-letna-attraverso-il-talento-tecnologico-e-luso-corretto-della-rete/ Mon, 28 Sep 2026 05:41:09 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26591 di Gaetano Perricone C’era Vincenzo Greco, il mio carissimo amico Vincenzino, Guida Vulcanologica di Etna Nord, figlio e nipote d’arte. Bravissimo e ricercatissimo, in tanti vorrebbero lui per guidarli alla conoscenza del vulcano Patrimonio mondiale dell’umanità, ma non può accontentarli tutti. Gli ho mandato per visitare l’Etna alcuni miei amici palermitani illustri personaggi, ne sono […]

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di Gaetano Perricone

Vincenzo Greco

C’era Vincenzo Greco, il mio carissimo amico Vincenzino, Guida Vulcanologica di Etna Nord, figlio e nipote d’arte. Bravissimo e ricercatissimo, in tanti vorrebbero lui per guidarli alla conoscenza del vulcano Patrimonio mondiale dell’umanità, ma non può accontentarli tutti. Gli ho mandato per visitare l’Etna alcuni miei amici palermitani illustri personaggi, ne sono rimasti entusiasti. Lo cito per primo, tra i protagonisti di Etna Social Hub a Fornazzo di Milo, perché ho avuto il piacere di “lanciarlo” pubblicamente proprio qui, su questo blog, con un articolo che raccontava della più giovane Guida Vulcanologica d’Italia, etnea, era lui, Vincenzo. Che oggi è anche un eccellente comunicatore, impeccabile con i suoi post a indirizzare al meglio i visitatori.

I lavori di Klaus Dorschfeldt

C’era Klaus, Klaus Dorschfeldt, più noto come Kd Etna con la sua pagina social. Conobbi anche lui tanti anni fa, fui uno dei suoi scopritori. Di non molte parole, ma di tanta intelligenza profonda, Klaus è un vero talento, come del resto tutti gli altri ragazzi che hanno animato l’evento che vi sto raccontando: possiede una genialità e una sensibilità non comune, assoluta per me che sono di un’altra generazione, nel creare partendo da foto o frame video immagini di enorme suggestione, con il loro sfondo che definirei rosso Etna, capaci di raccontare storie e personaggi del vulcano di ieri e di oggi stimolando emozioni. I suoi miti sono due grandi maestri dell’Etna e due amici speciali come Salvo Caffo e Giovanni Tomarchio: li ha definiti i suoi “due padri”, io sono molto contento di essere stato considerato “uno zio”.

Grazia Musumeci e i suoi fumetti

E c’era Grazia Musumeci, donna dolcissima come il suo nome di battaglia social “Mismisha”, che vuol dire in arabo albicocca. Anche lei conobbi più o meno al tempo di Klaus, quando ero addetto stampa del Parco. Donna combattente e combattiva, tanto, per le giuste cause, dotata di ottima scrittura, ha una mano molto talentuosa di brillantissima fumettista. Le sue vignette, con deliziosi disegni e battute incisive e ricche di ironia nel “balloon”, hanno come protagonista assoluta l’Etna, la nostra Muntagna, alle prese con interlocutori diversi a seconda dei temi di attualità legati non soltanto all’attività del vulcano. E’ proprio brava, Grazia, penso che i suoi disegni farebbero eccellente figura nelle ormai tante rassegna varie di comics.

Le foto di Giovinsky Sicilia

E poi c’era lei, la carissima, formidabile, preziosissima Giovanna, per tutti Giovinsky Aetnensis. A mio avviso una vera e propria regina delle foto e dei video sull’Etna, autrice di piccoli capolavori che entrano nell’anima di chi ama il vulcano. Sempre pronta, sempre in campo, sempre sul pezzo quando il vulcano chiama. Con entusiasmo incredibile, sempre crescente, sempre rinnovato, al cospetto delle meraviglie di quella fenomenale macchina geologica che è l’Etna. I suoi lavori, in qualche caso e come si è visto nella sua rassegna personale a Fornazzo, possono essere considerati opere d’arte. Hanno un livello di perfezione, nel loro magnifico realismo, da surclassare i falsi clamorosi, le fake dell’Intelligenza Artificiale, che oggi impazzano sul web. Non ho mai fatto e mai farò a Giovanna, pardon Giovinsky, le classiche domande: dov’eri, come ha fatto, che tecnica hai usato, eccetera. Mi basta godere della bellezza semplice e spesso sublime delle sue foto e dei suoi video, che spesso hanno trovato posto in questo blog.

I disegni di Cristina “Pesce Rosso”

C’era anche Cristina Scalia, Pesce Rosso il suo nome social. Bravissima disegnatrice e illustratrice: mano aggraziata, elegante, nitida e precisa, le sue opere a tema principalmente Etna e natura in generale riescono a volte ad incantare. E alcune sono diventate splendide stampe. E’ una vera artista, Cristina. Molto brava con i più piccoli, direi che fa parte a pieno titolo di questo gruppo di figure giovani, ma già con esperienza e produzione consolidata, che ha reso i social un bel posto da vedere e seguire con attenzione dagli amanti del vulcano, distinguendosi nettamente dal marasma spesso disordinato e presuntuoso.

Rosario Catania nel suo intervento a Etna Social Hub

E c’era anche il mitico Rosario Catania, vecchio e caro amico, lo conobbi come geniale e preziosissimo collaboratore di tante iniziative del Parco. Lavora alla ST Microelectronics, è appassionato di astronomia e astrofisica con il Comitato Cepes e il Gruppo Astrofili Etnei con cui era presente all’evento, ma soprattutto ha messo in piedi con la profonda e formidabile conoscenza delle nuove tecnologie informatiche una serie di attività di monitoraggio dell’Etna “fiancheggiatrici” dell’INGV, a cominciare dal bellissimo ERO (Etna Radio Observatory). Ultima prodezza, realizzata insieme a un team di ricerca di prim’ordine e illustrata in un articolo su questo blog, una sperimentazione d’avanguardia pubblicata sulla rivista scientifica Remote Sensing: la prima applicazione terrestre di un radiometro a microonde passivo per il monitoraggio continuo delle aree crateriche di un vulcano.

Foto ricordo con gli organizzatori di Etna Social Hub: Elvira Di Stefano, Graziano Lucio Massimino e Antonio De Luca

Dulcis in fundo, c’erano ovviamente gli organizzatori: Antonio De Luca, una volta e ancora oggi per molti Tony Etna, soprattutto Passione Etna, la nota pagina social nella quale raccoglie le sue accurate riflessioni sul vulcano che amiamo e – è la sua forza, il talento per cui si è fatto molto conoscere nell’ambiente etneo – i suoi documentari, di eccellente qualità per immagini e testi, sulla natura e sulla geologia dell’Etna. Insieme alla vulcanica, mai come in questo caso e contesto è termine appropriato, compagna Elvira Di Stefano e a Graziano Lucio Massimino, si prodiga da due anni a questa parte per organizzare in maniera precisa, direi encomiabile, con fatica ed entusiasmo, con spirito di aggregazione e di servizio, Etna Social Hub, un progetto come ho potuto constatare con i miei occhi molto significativo, che mette insieme, come dice lo stesso nome, risorse valide, importanti, preziose per la conoscenza del vulcano Patrimonio dell’umanità con un uso molto corretto e brillante delle nuove tecnologie e del mondo social.

E’ stata davvero molto bella e interessante la mia visita all’Ecomuseo del Castagno di Fornazzo di Milo, che ospitava la seconda edizione dell’evento. Ho avuto il piacere di rincontrare e riabbracciare gli eccellenti talenti del mondo web innamorato dell’Etna, che conobbi giovanissimi e ripassare i loro geniali lavori. Il filo che li unisce, la parola magica che mette in connessione i ragazzi di cui ho scritto qui (da molti di voi certamente conosciutissimi), che li aggrega con la sua potente forza vitale, è passione: volutamente non l’ho usata descrivendo i singoli personaggi che hanno animato Etna Social Hub, avrei dovuto ripeterla per ciascuno di loro o peggio avrei gravemente sbagliato se l’avessi omessa per qualcuno. E invece ne parlo per tutti quanti: è il meraviglioso comune denominatore, l’amore infinito, struggente, per l’Etna, anche con le sue disagevoli colonne di cenere, che fanno parte del suo lavoro di vulcano.

Chiudo con due considerazioni importanti e con un augurio affettuoso. Prima considerazione: con rarissimo e grandissimo merito, spero di non sbagliare, Etna Social Hub non ha avuto padrini né potenti ammuttate, spinte, politiche. Solo qualche sponsor e basta. La politica famelica, a cominciare da quella locale, si nutre solo di ciò che porta consenso, voti. Più che mai in questa fase storica. Questo evento porta solo bellezza, passione, amore per la natura: e dunque, meglio così, non può interessare la politica e non può che essere snobbato dai tanti domineddio del territorio. Seconda considerazione: credo, invece, che i valori e i contenuti umani, artistici, anche culturali nel più alto senso educativo di Etna Social Hub, vale a dire l’uso più corretto dei social e delle loro potenzialità per raccontare in modo semplice ed efficace un bene naturale che è patrimonio del mondo intero, meritino attenzioni e sostegni importanti nelle prossime edizioni. Ed è proprio questo il mio carissimo augurio, di vecchio giornalista che da tanti anni l’Etna e il suo mondo lo racconta anche fuori d’Italia: un meritato percorso di crescita importante, di autentica valorizzazione, per Etna Social Hub e i suoi protagonisti.

Doverose e bellissime le mie foto ricordo, che illustrano anche nella gallery il mio racconto. Con il titolo: Giovinsky Aetnensis e le sue foto 

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Etna, ecco perché quel pennacchio bruno‑rossiccio emesso dal Cratere di Nord‑Est https://ilvulcanico.it/etna-ecco-perche-quel-pennacchio-bruno-rossiccio-emesso-dal-cratere-di-nord-est/ Fri, 25 Sep 2026 13:38:32 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26582 FONTE: https://ingvvulcani.com/ di Marco Neri  Da alcune settimane il Cratere di Nord‑Est (CNE) dell’Etna emette discontinuamente un pennacchio gassoso caratterizzato da un’elevata concentrazione di particolato fine con tonalità bruno‑rossicce (Figura 1), che il 24 settembre ha assunto dimensioni molto evidenti. Tale fenomeno si colloca nella fase post‑eruttiva successiva all’intensa attività di luglio‑agosto 2026, durante la […]

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FONTE: https://ingvvulcani.com/

di Marco Neri 

Da alcune settimane il Cratere di Nord‑Est (CNE) dell’Etna emette discontinuamente un pennacchio gassoso caratterizzato da un’elevata concentrazione di particolato fine con tonalità bruno‑rossicce (Figura 1), che il 24 settembre ha assunto dimensioni molto evidenti. Tale fenomeno si colloca nella fase post‑eruttiva successiva all’intensa attività di luglio‑agosto 2026, durante la quale il Cratere Voragine (VOR) ha prodotto esplosioni frequenti e colate laviche alimentate anche da un sistema di fessure laterali che si è propagato verso la Valle del Bove fino a circa 1900 m di quota.

Figura 1 – Pennacchio bruno‑rossiccio emesso dal Cratere di Nord‑Est il 1° settembre 2026, arricchito da materiale fine rimobilizzato nel condotto dopo le recenti fasi eruttive di luglio‑agosto.

Durante la fase eruttiva, una parte delle lave emesse dalla Voragine è defluita per diversi giorni all’interno del condotto del CNE, senza tuttavia riuscire a colmarlo. Il flusso lavico ha rivestito le pareti interne del condotto con scorie, vetri vulcanici e materiale ossidato, generando un accumulo di prodotti incoerenti e facilmente rimobilizzabili (Figura 2). Il flusso lavico VOR → CNE è rimasto attivo fino al 19 agosto, per poi cessare e transitare in raffreddamento.

Figura 2 – Cratere Voragine in attività esplosiva ed effusiva il 13 agosto 2026. Il ribassamento del settore settentrionale del cono piroclastico ha generato un graben nel quale si è impostata una fessura eruttiva. La lava fuoriusciva dalla fessura fluendo direttamente nel Cratere di Nord‑Est, scomparendo nel suo condotto senza mai riempirlo. Immagine estratta da un video di #Etnawalk, che ringrazio per la gentile concessione.

A partire dal 24-25 agosto, il tremore vulcanico ha mostrato un decremento significativo, con un abbassamento dei centroidi localizzati tra VOR e CNE, che si sono spostati a quote comprese tra 1800 e 3000 m s.l.m. Questo comportamento è compatibile con una riduzione della spinta magmatica nel sistema di conduzione e con un progressivo abbassamento della colonna magmatica nel condotto del CNE. In tali condizioni, il degassamento diventa meno energetico ma più efficiente nel mobilizzare materiale incoerente: il flusso di gas ascendente è comunque intenso ed è in grado di erodere le pareti interne del condotto e trascinare in atmosfera particelle solide micrometriche precedentemente depositate. Uno schema dell’intero processo è rappresentato in Figura 3.

Figura 3 – Schema dei condotti del Cratere Voragine e del Cratere di Nord‑Est: il magma traboccato dalla Voragine è defluito nel condotto del CNE; il successivo abbassamento della colonna magmatica ha favorito la rimobilizzazione di materiale fine e l’emissione di un pennacchio bruno‑rossiccio. Elaborazione grafica con supporto IA.

La colorazione bruno‑rossiccia del pennacchio è attribuibile alla presenza di particelle solide fortemente alterate chimicamente, ricche in ossidi di ferro e frammenti vetrosi deteriorati. Si tratta presumibilmente di residui delle colate e delle scorie accumulate nel condotto del CNE durante le recenti fasi eruttive, e non della frammentazione di nuovo magma. Tali materiali lavici sono stati esposti a gas magmatici fortemente corrosivi perché ricchi in anidride solforosa (SO2), acido cloridrico (HCl) ed acido fluoridrico (HF). Questi gas sono presenti nel pennacchio emesso dal CNE in forti concentrazioni e sono in grado di accelerare il naturale processo di alterazione chimico-fisica delle rocce laviche, determinando la loro “argillificazione” (trasformazione in argilla) in tempi estremamente brevi. Il fenomeno è coerente con una fase di “svuotamento” del sistema di conduzione, caratterizzata da una riduzione della pressione interna e da processi di erosione e pulizia delle pareti del condotto.

In sintesi, il pennacchio bruno‑rossiccio attualmente emesso dal Cratere di Nord‑Est rappresenta un segnale di rimobilizzazione meccanica di materiale solido preesistente nel condotto, favorito dall’abbassamento della colonna magmatica e dalla conseguente diminuzione della spinta magmatica. Tale comportamento è tipico delle fasi post‑eruttive in cui il vulcano passa da un regime di alimentazione sostenuta a un regime di degassamento residuo. Una dinamica simile venne osservata anche dopo l’eruzione laterale di dicembre 2018: per diverse settimane gli stessi crateri CNE e Bocca Nuova (BN) hanno emesso cenere praticamente identica a quella di questi giorni. Non si può, tuttavia, escludere che questa fase “di pulizia” del condotto possa costituire una transizione: da un lato segna la conclusione dell’attività eruttiva precedente, dall’altro potrebbe rappresentare il preludio a una successiva fase di attività, qualora il sistema magmatico dovesse nuovamente pressurizzarsi.

Nelle prime settimane di settembre si è riattivato il cratere a pozzo ubicato nella parte occidentale della Bocca Nuova che ha alternato modeste attività stromboliane, in particolare tra il 15 ed il 18 settembre, con discontinue emissioni di cenere.

Nel complesso, il quadro osservato suggerisce che il sistema sommitale dell’Etna stia attraversando una fase di riorganizzazione interna, in cui processi di degassamento residuo, rimobilizzazione di materiali incoerenti e modeste attività esplosive si manifestano in modo alternato nei diversi crateri attivi. La ripresa dell’attività nel cratere a pozzo della Bocca Nuova, con sporadiche emissioni di cenere e brevi fasi stromboliane, si inserisce in questo contesto di dinamica vulcanica a bassa energia, indicando che il vulcano rimane in uno stato di instabilità moderata che richiede un monitoraggio particolarmente attento e continuo.

Con il titolo: Etna, 25 settembre 2026 (foto di Gaetano Perricone) 

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Le 18 principali fake news sulla pericolosità di vulcani ed eruzioni. Alcune sull’Etna https://ilvulcanico.it/le-18-principali-fake-news-sulla-pericolosita-di-vulcani-ed-eruzioni-alcune-sulletna/ Tue, 15 Sep 2026 06:46:51 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26567 FONTE: https://www.ingv.it/stampa-urp/ufficio-stampa/ Dalla “cintura di fuoco del Pacifico” ai “supervulcani”, dalle camere magmatiche alla previsione delle eruzioni: un gruppo internazionale di vulcanologi analizza le più diffuse idee fuorvianti sui vulcani e sulle loro eruzioni. Tra loro anche Boris Behncke dell’INGV Osservatorio Etneo Sono ben 18 le convinzioni errate maggiormente diffuse sui vulcani e sulle loro […]

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FONTE: https://www.ingv.it/stampa-urp/ufficio-stampa/

Boris Behncke

Dalla “cintura di fuoco del Pacifico” ai “supervulcani”, dalle camere magmatiche alla previsione delle eruzioni: un gruppo internazionale di vulcanologi analizza le più diffuse idee fuorvianti sui vulcani e sulle loro eruzioni. Tra loro anche Boris Behncke dell’INGV Osservatorio Etneo

Sono ben 18 le convinzioni errate maggiormente diffuse sui vulcani e sulle loro eruzioni. È quanto emerge dallo studio Getting the story straight: Common misconceptions around volcanoes and eruptions with case studies of recent events, pubblicato sul ‘Journal of Applied Volcanology’ e curato da un team internazionale di vulcanologi. La ricerca, condotta in collaborazione con l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha visto la partecipazione del ricercatore dell’Osservatorio Etneo dell’INGV (INGV – OE) Boris Behncke.

L’articolo organizza i concetti analizzati in sei temi: sismologia; vulcani e clima; sistemi vulcanici e strutture vulcaniche; pericolosità vulcanica; tempi e periodicità; foto e video.

Tra gli argomenti generalmente fraintesi figurano alcuni termini particolarmente accattivanti, come “cintura di fuoco del Pacifico”, “supervulcani” e “megatsunami”, ma anche temi scientifici di grande interesse pubblico, come il rapporto tra vulcani e clima o la salute umana, e questioni complesse come la previsione delle eruzioni. L’articolo affronta inoltre la terminologia di base, compresa la distinzione tra cenere vulcanica e fumo e il concetto di “camere magmatiche”.

FIGURA 1 – Mappa del Mondo che evidenzia in rosso le regioni vulcaniche che compongono “L’anello di fuoco del Pacifico”.

Gli autori hanno maturato esperienze decennali presso enti nazionali, osservatori vulcanologici e università, lavorando durante e tra crisi vulcaniche in diverse parti del mondo, tra cui Indonesia, Filippine, Nuova Zelanda, Australia, Cile, Stati Uniti ed Europa. Proprio in queste circostanze sono stati spesso coinvolti nelle risposte mediatiche, potendo così osservare direttamente dove sono emerse le informazioni fuorvianti e la loro diffusione.

“La ricerca”, spiega Boris Behncke ricercatore dell’INGV, “rappresenta una risorsa sviluppata per aiutare vulcanologi, giornalisti, decisori e pubblico a orientarsi correttamente quando un vulcano entra in eruzione, o anche quando non lo fa. Per ciascun concetto sbagliato, l’articolo presenta punti chiave e sintesi delle ricerche recenti, fornendo ai lettori le informazioni necessarie per affrontare e spiegare correttamente questi temi”.

Il lavoro presenta inoltre sette casi studio che mostrano come informazioni scorrette siano state ampiamente diffuse e successivamente contrastate in relazione a vulcani conosciuti ed eruzioni recenti: Monte Agung, a Bali (Indonesia); Etna, in Sicilia (Italia); Kīlauea, alle Hawaii (Stati Uniti); Tajogaite, a La Palma (Spagna); La Soufrière, a St. Vincent (Caraibi); Taal (Filippine); e la caldera di Yellowstone (Stati Uniti). Soprattutto nel caso di quest’ultima (Yellowstone), ad ogni minore variazione nei parametri monitorati, si diffondono rapidamente gli scenari di un’imminente eruzione apocalittica, che porterà la specie umana sull’orlo dell’estinzione – evento ritenuto estremamente poco probabile tra tutti gli scenari possibili.

FIGURA 2 – Numero di apparizioni di concetti errati sui vulcani. I dati sono stati ottenuti da un’indagine su 375 articoli apparsi nelle prime pagine di ricerca online quando il termine “eruzione vulcanica” ha iniziato a essere di tendenza a livello globale nel periodo novembre 2017 – gennaio 2022

Ma anche dalle nostre parti non mancano gli esempi di diffusione di fatti falsi: spesso si legge ancora oggi che durante l’eruzione dell’Etna del 1669 sarebbero morte migliaia di persone, mentre in realtà non è morto nessuno (la lava si muoveva lentamente permettendo alla popolazione di allontanarsi). Interessante anche il fatto che negli ultimi anni, persino le testate italiane più rinomate hanno più volte illustrato i loro articoli sull’attività dello Stromboli con immagini del vulcano Anak Krakatau in Indonesia, mentre non dovrebbe essere difficile reperire immagini autentiche del vulcano eoliano. Infine, intorno alla recentissima attività dell’Etna, sui diversi canali social sono state messe in circolazione tante notizie false su come sarebbe evoluta l’attività in corso, creando non poca costernazione tra gli abitanti del vulcano.

FIGURA 3 – Grafico che mostra l’inizio (in alto) e la fine (in basso) delle eruzioni vulcaniche mensili dal 1960 al 2024. Le linee più scure e spesse mostrano la media mobile a 24 mesi per evidenziare la tendenza. I valori vanno da 0 a 11.

“Per non parlare delle immagini create con l’intelligenza artificiale, falsificate o di altri vulcani o eruzioni dopo la recentissima eruzione dell’Anak Krakatau in Indonesia”, prosegue Behncke, “nonostante la disponibilità di video ed immagini autentiche, a diventare virali sono stati video chiaramente alterati dall’IA. Perfino le eruzioni di luglio-agosto 2026 dell’Etna sono state “vendute” come immagini dell’Anak Krakatau.”

I vulcani e le loro eruzioni esercitano un forte fascino sul pubblico per lo spettacolo che spesso offrono e sono simboli della dinamicità della Terra. Allo stesso tempo, possono rappresentare un rischio per le infrastrutture, il traffico aereo e le persone che vivono nelle loro vicinanze.

Fornire informazioni precise e basate sulla scienza durante un evento vulcanico può essere determinante per la popolazione. La capacità di disseminare rapidamente la conoscenza scientifica nel mondo non è mai stata così elevata, ma dicerie e bufale possono viaggiare a una velocità ancora maggiore, determinando situazioni rischiose.

Link allo studio: https://doi.org/10.1186/s13617-026-00168-5

Con il titolo: Etna, 14 settembre 2026 (foto di Gaetano Perricone)

 

L'articolo Le 18 principali fake news sulla pericolosità di vulcani ed eruzioni. Alcune sull’Etna proviene da Il Vulcanico.

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Un “occhio a microonde” per monitorare sempre l’Etna, anche attraverso nuvole e gas https://ilvulcanico.it/un-occhio-a-microonde-per-monitorare-sempre-letna-anche-attraverso-nuvole-e-gas/ Fri, 11 Sep 2026 04:52:03 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26530 di Rosario Catania L’Etna è uno dei vulcani più attivi e studiati al mondo, ma anche la rete di monitoraggio più avanzata deve fare i conti con un limite storico: le condizioni meteorologiche. Quando il vertice del vulcano viene avvolto da spesse nubi, pioggia battente o da una densa colonna di ceneri vulcaniche, le tradizionali […]

L'articolo Un “occhio a microonde” per monitorare sempre l’Etna, anche attraverso nuvole e gas proviene da Il Vulcanico.

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di Rosario Catania
L’Etna è uno dei vulcani più attivi e studiati al mondo, ma anche la rete di monitoraggio più avanzata deve fare i conti con un limite storico: le condizioni meteorologiche. Quando il vertice del vulcano viene avvolto da spesse nubi, pioggia battente o da una densa colonna di ceneri vulcaniche, le tradizionali telecamere termiche (TIR) e ottiche perdono la visuale, lasciando gli operatori a “al buio” durante le fasi più critiche.
Per superare questo ostacolo, il team di ricerca ERO (Etna Radio Observatory), composto da esperti dell’INGV – Osservatorio Etneo, di STMicroelectronics e di RadioAstroLab – tra i quali gli esperti  vulcanologi Alessandro Bonforte e Salvo Caffo; gli studiosi e ricercatori Roberto Maugeri e Flavio Falcinelli – ha condotto una sperimentazione d’avanguardia pubblicata sulla rivista scientifica Remote Sensing: la prima applicazione terrestre di un radiometro a microonde passivo per il monitoraggio continuo delle aree crateriche di un vulcano.
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Come funziona l'”occhio a microonde”?
Figura 1 – Schema della situazione osservata dal radiometro a microonde tra l’Etna e l’ antenna, tenendo conto delle distanze e degli angoli effettivi (credit ERO)
I classici sensori a infrarossi misurano il calore emesso dalla superficie, ma la loro radiazione viene bloccata dalle goccioline d’acqua delle nubi o dai granelli di cenere. Le microonde, invece, sfruttano lunghezze d’onda più lunghe (tra 10 e 12 GHz) che possiedono la capacità naturale di penetrare la copertura nuvolosa e i gas vulcanici senza subire forti attenuazioni.
Invece di tentare una complessa scansione ad alta risoluzione spaziale, che richiederebbe antenne paraboliche giganti e poco pratiche sul campo, i ricercatori hanno adottato un approccio innovativo:
Puntamento fisso su un target strategico: L’antenna parabolica (da 1 metro di diametro), posizionata presso la Stazione “Paolo Lanza”, ospitata all’interno di Parsifal Park a Nicolosi a circa 12 km dai crateri e 1000 metri di altitudine, è stata puntata in modo permanente verso il settore più attivo dell‘Etna, il Crater di Sud-Est (SEC)
Monitoraggio delle variazioni temporali: l’obiettivo non è fotografare il vulcano, ma ascoltare continuamente l’emissione elettromagnetica naturale dell’area puntata e rilevare ogni variazione improvvisa di “temperatura di brillanza” rispetto al livello di riposo
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I casi di studio: tra pioggia, esplosioni e nubi calde
Gestione del meteo avverso (giugno 2023): durante un evento di pioggia intensa e grandine, il sistema ha registrato un picco dovuto all’assorbimento dell’acqua nell’aria. Questo test è servito a caratterizzare il rumore meteorologico e dimostrare che le normali nubi o la nebbia non alterano significativamente il segnale, a differenza della pioggia battente
Figura 2 – Il grafico in alto mostra l’andamento giornaliero (in alto) della temperatura di brillantezza registrata dal radiometro a microonde RAL10TS. Il grafico sottostante mostra i dettagli del segnale rilevato, che sembra coincidere con il transito della nube calda generata dall’esplosione vulcanica. Ciò dovrebbe essere chiaramente visibile allo strumento poiché contrasta con lo scenario di fondo, costituito dal suolo relativamente caldo e dal cielo sereno (freddo). La registrazione suggerisce una correlazione tra questi eventi

Attività Stromboliana ed eruzioni (luglio 2024): ottimizzando i tempi di integrazione del segnale, il radiometro è riuscito a scindere la risposta in due componenti:

  • Un innalzamento progressivo della linea di base, indice del riscaldamento generale della parete vulcanica.
  • Rapidi “spike” o impulsi ad alta frequenza, perfettamente sincronizzati con le esplosioni stromboliane e l’espulsione di materiale incandescente registrate dai sismografi e dalle telecamere di sorveglianza
Figura 3. Nube vulcanica che si alza dalla cima del vulcano (a sinistra), ripresa dalla telecamera All Sky (per gentile concessione dell’Osservatorio Radio dell’Etna).
Il transito della nube calda (2 giugno 2025): in una giornata di cielo terso, il radiometro ha captato un picco netto e pulito della durata di circa 3,5 minuti. Si trattava del passaggio di una nube di cenere ad alta temperatura generata da un’esplosione in sommità. L’inconfondibile curva a campana (Gaussiana) del segnale ha permesso ai ricercatori di stimare parametri fisici fondamentali prima difficili da quantificare in tempo reale, come la velocità di transito della nube e la sua temperatura.
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La stazione Paolo Lanza
Figura 4. Panoramica della stazione “Paolo Lanza”. A destra è visibile il radiometro MW, con l’ antenna parabolica e il sistema di registrazione situati sotto i pannelli solari. La cupola trasparente che ospita la telecamera a campo pieno è visibile sul lato sinistro dell’immagine.
Il Progetto nasce dall’idea di studiare i fenomeni vulcanici utilizzando la radiometria a microonde, già utilizzata in altri ambiti di ricerca (previsioni del tempo, monitoraggio climatico, radioastronomia, propagazione radio). Per l’Etna si utilizza un prototipo di radiometro a microonde, funzionante alla frequenza di 11.2 GHz, collegato all’unità esterna LNB, posizionata sul fuoco di un’antenna parabolica per TV-SAT da 100cm di diametro tipo offset.
Lo scopo del progetto è rilevare le eruzioni vulcaniche, misurando, con ragionevole grado di affidabilità e ripetibilità, l’incremento di emissione termica dovuto agli spot eruttivi caldi che si verificano sulla parete vulcanica rispetto allo scenario ”a riposo” osservato dallo strumento.  Il sistema di monitoraggio a distanza ipotizzato per questo progetto è di natura passiva: utilizzando un radiometro a microonde si riceve la radiazione elettromagnetica naturale dei corpi (come il terreno e l’atmosfera) emessa per effetto della temperatura e delle interazioni energetiche tra gli atomi e le molecole che li costituiscono. Lo strumento osserva lo scenario, sorvegliando alcuni parametri significativi in modo da comprendere come si modifica il suo stato nel tempo e in funzione delle condizioni ambientali. Nella banda delle microonde (compresa fra le lunghezze d’onda millimetriche e decimetriche), contrariamente a quanto avviene nell’infrarosso, le differenze più significative fra le misure radiometriche, sono dovute ai cambiamenti di emissività della regione osservata, secondariamente di temperatura.
Un vantaggio molto importante nell’utilizzo di un radiometro a microonde per lo studio dell’ambiente è che, se ben progettato e costruito, può funzionare automaticamente per lunghi periodi di tempo, quasi in ogni condizione atmosferica e indipendentemente dall’illuminazione solare, senza richiedere la presenza di operatori. La stazione è equipaggiata con sensori per la raccolta dei parametri ambientali, del gas radon, delle vibrazioni d’antenna e delle accelerazioni del suolo, costruiti con tecnologia MEMS da STMicroelectronics. È anche presente una infrastruttura per la trasmissione a lunga distanza senza fili con tecnologia LoRa (Long Range).
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Un modello a basso costo per la sicurezza globale
Oltre all’innovazione scientifica, il vero punto di forza di questo progetto sta nell’accessibilità tecnologica. Il sistema è stato realizzato impiegando componenti della radioastronomia amatoriale e commerciale, alimentato completamente a energia solare e gestito tramite software di acquisizione remota. Questo approccio offre uno kit economico e replicabile per la protezione civile e la sicurezza dell’aviazione a livello globale. Molti vulcani attivi nel mondo si trovano in regioni ad alto rischio o in paesi dove l’installazione e la manutenzione di costosi sistemi radar o termocamere di fascia alta non sono finanziariamente sostenibili. L’impiego di piccoli e robusti radiometri a microonde passivi a puntamento fisso rappresenta una soluzione efficace per creare reti di allerta precoce h24 (Early Warning Systems) capaci di guardare attraverso le nuvole e proteggere le popolazioni circostanti.
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Post Scriptum
Il 10 settembre 2026  l’ Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – Osservatorio Etneo di Catania, ha emesso un bollettino VONA per l’aviazione, di colore rosso per la presenza in atmosfera di particolato vulcanico. Nello stesso intervallo di tempo il radiometro a microonde della Stazione Paolo Lanza presso Parsifal Park a Nicolosi, registrava un aumento netto del segnale radiometrico, rappresentativo di attività vulcanica mescolata alle nubi in quota. La distanza tra il sensore e l’edificio vulcanico in quasi tutti i suoi 12 km, non è stata interessata da perturbazione. Elaborazione dati Rosario Catania Ero Radio Etna Observatory.
Link pubblicazione:

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La tragica frana in Nepal: il collasso del ghiacciaio ha liberato un’energia paragonabile ad un terremoto di magnitudo 5.2 https://ilvulcanico.it/la-tragica-frana-in-nepal-il-collasso-del-ghiacciaio-ha-liberato-unenergia-paragonabile-ad-un-terremoto-di-magnitudo-5-2/ Fri, 28 Aug 2026 05:31:06 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26522 FONTE: https://ingvterremoti.com/ Il 26 agosto 2026, un enorme blocco di ghiaccio e roccia si è staccato da un ghiacciaio al confine tra Nepal e Cina, precipitando per oltre un chilometro e generando una frana. Da una prima ricostruzione, i detriti hanno temporaneamente ostruito il fiume Lhende Khola; il successivo cedimento della diga naturale ha liberato una imponente colata di acqua, fango […]

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FONTE: https://ingvterremoti.com/

Il 26 agosto 2026, un enorme blocco di ghiaccio e roccia si è staccato da un ghiacciaio al confine tra Nepal e Cina, precipitando per oltre un chilometro e generando una frana. Da una prima ricostruzione, i detriti hanno temporaneamente ostruito il fiume Lhende Khola; il successivo cedimento della diga naturale ha liberato una imponente colata di acqua, fango e detriti che ha devastato gli insediamenti a valle. Inizialmente classificato dall’USGS come terremoto di magnitudo 4.4, il segnale sismico è stato poi attribuito al collasso del ghiacciaio e alla colata detritica liberando un’energia paragonabile ad un terremoto di magnitudo 5.2. Le cause scatenanti dell’evento sono ancora in fase di studio.

Proviamo a capire in che modo ulteriori analisi delle stazioni sismiche vicine all’area, delle onde sismiche a lungo periodo e delle immagini satellitari hanno portato l’USGS a classificare l’evento come “frana” invece che come terremoto.

Qui analizziamo il segnale sismico della stazione sismica a larga banda(broadband) IO.EVN, operativa dal maggio 2014 presso il Laboratorio-Osservatorio Internazionale Pyramid EvK2CNR, nella valle del Khumbu, a circa 5.000 metri di quota e appena 6 km dal campo base dell’Everest. Gestita dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS), occupa una posizione strategica in una regione scarsamente coperta dalle reti di monitoraggio. Grazie al ridotto rumore antropico, registra con elevata qualità sia i terremoti himalayani sia gli eventi provenienti da tutto il mondo, oltre alla microsismicità locale, agli icequake e alle vibrazioni prodotte da frane e valanghe.

La Khumbu High Valley sulla mappa 3D di Google Earth e la posizione del Pyramid Laboratory-Osservatory (PYR; cerchio rosso e giallo) con l’immagine della piramide. L’inserto mostra la mappa del Nepal (da Pettenati et al., 2024).

I dati registrati da EvK2CNR, disponibili a tutti attraverso gli archivi internazionali, sono inoltre utilizzati per analizzare il rumore sismico associato ai ghiacciai e ai fenomeni meteorologici, offrendo informazioni preziose anche sull’evoluzione dell’ambiente e del clima dell’alto Himalaya [si veda l’articolo di Pettenati et al. (2024) che descrive i 10 anni di attività di questa stazione].

Confronto dei segnali registrati dalla stazione sismica IO.EVN prodotti da un terremoto di magnitudo 5.3 del 15 settembre 2020 e dalla grande frana del 26 agosto 2026. Confronto anche dei relativi spettrogrammi.

 

La figura (in alto) mostra il confronto tra i segnali registrati dalla stazione sismica IO.EVN, prodotti da un terremoto di magnitudo 5.3 del 15 settembre 2020 (in grigio) con quelli della grande frana del 26 agosto 2026 (in rosso). Il terremoto genera un segnale impulsivo, caratterizzato da un inizio netto, ampiezze elevate concentrate nei primi secondi e un rapido decadimento. Il relativo spettrogramma mostra energia distribuita su un ampio intervallo di frequenze, da circa 0.1 Hz (10-1 in figura sull’asse delle Y) fino a diversi Hertz, associata all’arrivo delle diverse onde sismiche.

Il segnale della frana presenta invece un inizio più graduale e una durata decisamente maggiore, con diversi impulsi che si susseguono. Questa lunga evoluzione riflette il movimento progressivo della massa di ghiaccio e roccia, i successivi impatti lungo il versante e il rotolamento del materiale. Nello spettrogramma, l’energia è concentrata soprattutto alle basse frequenze, corrispondenti a oscillazioni di periodo più lungo rispetto a quelle dominanti nel terremoto. La durata più prolungata, l’assenza di un unico inizio impulsivo e la prevalenza delle basse frequenze permettono quindi di distinguere chiaramente il segnale della frana da quello di origine tettonica.

Nonostante la distanza, alcune stazioni della Rete Sismica Nazionale sono state in grado di registrare l’evento, ma non hanno consentito di poterlo localizzare. Ad esempio, in figura sono riportate le registrazioni della stazione LMD in provincia di Firenze, opportunamente filtrata tra 0.01Hz e 0.1Hz.

Segnale relativo alla frana registrato dalla stazione della Rete Sismica Nazionale LMD (in provincia di Firenze). La registrazione è stata opportunamente filtrata tra 0.01Hz e 0.1Hz per poterla vedere chiaramente.

 

A questa distanza dalla regione colpita, il segnale presenta le caratteristiche di un terremoto con le onde P, S e superficiali visibili. Per caratterizzare questo tipo di segnale e riconoscerlo come prodotto da una frana sono necessarie analisi più sofisticate e complesse.

Bibliografia

Pettenati, F., D. Sandron, G. Verza, M. P. Plasencia Linares, R. Percacci, K. Bistia, C. Cravos, and A. Rebez (2024). The Seismic Station IO.EVN at Pyramid EvK2cnr (Everest): 10 Yr of Activity, Seismol. Res. Lett. 96, 1733–1746, doi: 10.1785/0220240111.


Licenza

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Etna: fuoco, terra, aria e acqua. E un piccolo essere umano in rispettoso silenzio https://ilvulcanico.it/etna-fuoco-terra-aria-e-acqua-e-un-piccolo-essere-umano-in-rispettoso-silenzio/ Sun, 09 Aug 2026 05:34:42 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26504 (Gaetano Perricone). Che il mio carissimo amico Pippo Raiti da Castiglione di Sicilia scrivesse molto bene lo sapevo da tempo. Ma questa sua splendida testimonianza, semplice e molto profonda, esternata di getto ieri sera al ritorno da una bellissima escursione sull’Etna in spettacolare attività, ne testimonia l’anima speciale di uomo del vulcano, al quale è […]

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(Gaetano Perricone). Che il mio carissimo amico Pippo Raiti da Castiglione di Sicilia scrivesse molto bene lo sapevo da tempo. Ma questa sua splendida testimonianza, semplice e molto profonda, esternata di getto ieri sera al ritorno da una bellissima escursione sull’Etna in spettacolare attività, ne testimonia l’anima speciale di uomo del vulcano, al quale è profondamente legato per antiche radici familiari, alla sua terra, fuoco, aria, acqua. Elementi della Natura nell’Etna così iconicamente rappresentati, nel suo ruolo non solo di straordinaria macchina geologica, ma anche e soprattutto di origine della vita. E così, con il suo permesso, ho deciso di pubblicare su questo blog le parole esemplari di Pippo Raiti, preziose per noi etnei nativi e non e per tutti quelli, un’infinità nel mondo, che adorano l’Etna. Le dedico a lui, alla sua bella famiglia, al suo favoloso Ulivo della Pace, mitico come Polifemo di cui porta il nome
di Pippo Raiti 
Cronaca di un sabato di agosto sul vulcano Patrimonio dell’umanità.
Il respiro della Montagna è come il canto delle Sirene, non puoi resistergli. Così, ancora una volta, mi sono lasciato ammaliare e preso lo zaino (che lascio sempre pronto per partire) ho deciso di incamminarmi e andare incontro a quel respiro. Giunto in quota il cielo è un po’ nuvoloso e, man mano che salgo, il respiro della Montagna diventa sempre più potente, un boato profondo sale dalle viscere della terra: sembra il respiro di un gigante. L’ambiente circostante come sempre è suggestivo e quel respiro, quei fumi che si alzano e svettano, rendono il tutto surreale come la scena di un film sul grande schermo di un cinema. Solo che qui la sceneggiatura, la fotografia e la regia è opera di Madre Natura ed essa non segue un copione scritto ma lascia tutto all’improvvisazione.
L’unica cosa da fare di fronte a questo grande schermo è prendere posto, osservare e ascoltare, assecondando quel respiro, osservando il fuoco della lava.
Rimango lì in silenzio, mentre il mio respiro incontra quello del vulcano.
Poi mi accorgo che la nebbia inizia piano piano ad avvolgere l’ambiente intorno a me. La Natura mi parla, mi sussurra che è tempo di andare, io l’ascolto e decido di incamminarmi verso la strada del ritorno. Sui miei passi arriva anche la pioggia, cerco riparo sotto la sporgenza di un’enorme roccia, mentre l’aria diventa fredda e umida. Sotto quella roccia che mi fa da ombrello, rimango ad ascoltare e pensare e mi accorgo che intorno a me si stanno rivelando tutti gli elementi della natura: il fuoco della lava; la terra, nera e vulcanica sotto i miei piedi; l’aria fredda che mi sfiora il viso; l’acqua della pioggia che cade sulla Montagna, come a volerle concedere un po’ di ristoro.
Fuoco, terra, aria e acqua. Tutti gli elementi della Natura insieme, sull’Etna. E io, piccolo essere umano, in mezzo a loro, ho soltanto una cosa da fare: ascoltare e rimanere in religioso e rispettoso silenzio
Etna Nord, 8 Agosto 2026

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Val di Noto 1693, tutto quello che c’è da sapere. In una story map, il terremoto italiano più forte degli ultimi 1000 anni https://ilvulcanico.it/val-di-noto-1693-tutto-quello-che-ce-da-sapere-in-una-story-map-il-terremoto-italiano-piu-forte-degli-ultimi-1000-anni/ Thu, 06 Aug 2026 14:23:31 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26494 A cura di Christian Marino e Mario Mattia (INGV-Osservatorio Etneo) Era l’11 gennaio 1693 quando la Sicilia orientale fu colpita da quello che, ad oggi, è classificato nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15) come il più forte evento sismico degli ultimi mille anni accaduto nell’intero territorio nazionale. Per il Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI5Med), addirittura il più forte degli […]

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A cura di Christian Marino e Mario Mattia (INGV-Osservatorio Etneo)

Era l’11 gennaio 1693 quando la Sicilia orientale fu colpita da quello che, ad oggi, è classificato nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15) come il più forte evento sismico degli ultimi mille anni accaduto nell’intero territorio nazionale. Per il Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI5Med), addirittura il più forte degli ultimi duemila. Si tratta di un terremoto di magnitudo stimata Mw 7.3 (seguito da un imponente maremoto) che causò, secondo le fonti, oltre 50mila morti, danneggiando gravemente un’area di oltre 14.000 chilometri quadrati. E fu l’apice di una sequenza sismica che durò almeno tre anni.

Dal lutto e dalle macerie sorsero città dall’aspetto totalmente nuovo, spesso in siti diversi dai precedenti, edificate secondo moderni criteri urbanistici, dando vita a quel laboratorio architettonico che fu il Barocco siciliano e che oggi continuiamo ad ammirare. La meraviglia di alcune delle nuove piante cittadine, delle chiese e dei palazzi, ha addirittura spesso messo in ombra la tragedia causata dall’evento e generato alcune lacune nell’interpretazione delle conseguenze socioeconomiche e politiche dei decenni successivi.

Proprio per questa sua immensa portata, il terremoto del 1693 è stato oggetto di diversi studi scientifici e, allo stesso tempo, è profondamente radicato nella cultura e nella tradizione popolare siciliana. Tuttavia, la ricerca e la memoria collettiva (fatta di miti, canti e racconti tramandati di generazione in generazione) raramente si sono incontrati.

La Sicilia Orientale, sulla base della sua storia sismica e delle informazioni disponibili dagli studi sulle sorgenti sismogenetiche, è una delle zone a maggiore pericolosità sismica d’Italia. Un fattore che, insieme alla presenza di aree intensamente popolate e vulnerabili, sia dal punto di vista sociale che del patrimonio edilizio ed infrastrutturale, determina un elevato rischio sismico e impone una costante opera di prevenzione, nella quale la consapevolezza della popolazione ha un ruolo tutt’altro che secondario.

È proprio per queste ragioni che nasce la nuova Story map “Val di Noto 1693. Storia e miti del terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani”. L’obiettivo è raccontare non solo i dati del sisma, ma la storia dell’evento e della ricostruzione ad esso successiva, insieme al suo radicamento nella cultura popolare.

La Story map è organizzata in sette capitoli, che, attraverso carte storiche, mappe interattive, immagini e video, descrivono:

  • la sismicità dell’area;
  • la sequenza sismica del 1693-96;
  • il contesto storico in cui avvenne il terremoto;
  • la gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni politiche;
  • la ricostruzione delle città delocalizzate;
  • la ricostruzione delle città nel medesimo sito pre-evento;
  • il barocco siciliano.

La Story map è aperta da una breve introduzione in cui la presentazione dell’evento dal punto di vista storico e scientifico è corredata da un canto popolare, proposto in forma scritta e orale, che dalla fine del ‘600 è arrivato fino ai giorni nostri.

Il primo capitolo si sviluppa invece attraverso la descrizione della sismicità della Sicilia orientale, con carte e dettagli “tecnici”.

Il secondo capitolo è dedicato alla descrizione della sequenza sismica, con particolare attenzione alle scosse del 9 e dell’11 gennaio. Questi due eventi sono raccontati attraverso delle mappe interattive centrate sulle località colpite e sugli effetti prodotti.

Cliccando sulle singole località è possibile conoscere la distanza dall’epicentro, gli effetti sull’ambiente naturale conosciuti e l’intensità del terremoto in base agli effetti visibili e ai danni provocati (scala Mercalli-Cancani-Sieberg – MCS).

Il terzo capitolo è invece dedicato a una breve presentazione del contesto storico, raccontato anche attraverso documenti e ritratti di alcuni dei protagonisti di quel tempo.

Al centro del quarto capitolo vi è poi la gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni politiche, le priorità del viceregno (in quel tempo la Sicilia faceva parte del Regno di Spagna ed era amministrata da un Viceré), l’azione dei poteri locali e le sofferenze patite dalle popolazioni.

Una mappa multimediale permette anche di osservare la struttura ideata dal Viceregno per la gestione dell’emergenza e il suo effettivo funzionamento: ogni punto sulla mappa corrisponde a un’apposita giunta o a uno specifico incarico creato ad hoc subito dopo il terremoto e cliccando su ognuno di essi è possibile sapere chi ricoprì quel ruolo e quali mansioni svolse. Il capitolo è chiuso da un filmato tratto dall’edizione del 2025 della commemorazione che ogni anno la popolazione di Grammichele svolge tra le rovine dell’antica Occhiolà, il sito abbandonato dopo il terremoto.

Il quinto capitolo ripercorre la lunga ricostruzione delle città delocalizzate, descrivendo le tante modalità attraverso cui si scelse di spostare i centri in un nuovo sito e i tratti comuni alle diverse vicende.

Una mappa interattiva permette di esplorare le città ricostruite in un nuovo sito, visionare carte storiche e foto dei luoghi più rappresentativi, ma anche scoprire dove si trovavano le città prima del terremoto, i processi attraverso i quali si scelse di spostarsi e le modalità della ricostruzione.

Il sesto capitolo è dedicato alle città che furono riedificate nel medesimo sito, tracciando dinamiche, successi e limiti dei processi di ricostruzione. Un approfondimento, anche fotografico, è dedicato al caso di Catania e una mappa interattiva permette di approfondire, attraverso immagini e descrizioni, alcuni esempi della cosiddetta “Guerra delle Parrocchie” che esplose in città come Ragusa e Modica e che contribuì all’edificazione di alcune delle più celebri chiese del Val di Noto.

Un approfondimento sul Barocco siciliano nel settimo capitolo, corredato da numerose immagini, insieme a un canto dedicato al terremoto dal cantautore siciliano Carlo Muratori chiudono il racconto di un evento che ha ancora tanto da raccontare e, soprattutto, da insegnare anche ai giorni nostri.

“Val di Noto 1693. Storia e miti del terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani” è  parte di un più ampio progetto di ricerca, i cui primi risultati sono stati recentemente pubblicati nell’articolo Marino, C.; Mattia, M. The Long‑Term Legacy of the 1693 Val Di Noto Earthquake: Emergency Management, Reconstruction, and Institutional Impact. Ann. Geophys. 2026, 69. https://doi.org/10.4401/ag-9507.

La story map è disponibile nella galleria  INGVterremoti e al seguente link: Val di Noto 1693

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Etna, dopo il terremoto di Santo Stefano 2018. L’equilibrio possibile: ricostruire senza tradire https://ilvulcanico.it/etna-dopo-il-terremoto-di-santo-stefano-2018-lequilibrio-possibile-ricostruire-senza-tradire/ Mon, 03 Aug 2026 05:18:54 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26482 di Marco Neri Il terremoto del 26 dicembre 2018 non ha danneggiato soltanto edifici e infrastrutture: ha colpito anche i muri di contenimento che sorreggono il paesaggio terrazzato dell’Etna, un patrimonio rurale unico, riconosciuto dall’UNESCO come bene culturale immateriale. La domanda, sin dalle prime ore dopo il sisma, è stata inevitabile: come ricostruire questi manufatti […]

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di Marco Neri

Il terremoto del 26 dicembre 2018 non ha danneggiato soltanto edifici e infrastrutture: ha colpito anche i muri di contenimento che sorreggono il paesaggio terrazzato dell’Etna, un patrimonio rurale unico, riconosciuto dall’UNESCO come bene culturale immateriale. La domanda, sin dalle prime ore dopo il sisma, è stata inevitabile: come ricostruire questi manufatti senza tradire la loro identità e, allo stesso tempo, garantire sicurezza in un territorio che si muove continuamente?

La risposta non poteva essere quella tradizionale, data soltanto attraverso la riproposizione di muri rigidi e calcestruzzo monolitico. Né poteva essere semplicemente quella di ricostruire “come era e dove era”, soprattutto in quelle zone dove alcune infrastrutture si sono dimostrate inadeguate a resistere ai sismi etnei (Figura 1). L’Etna non si affronta con la forza bruta: richiede adattamento e capacità di leggere il territorio. La ricostruzione ha dovuto, così, reinventarsi, finalmente e dopo alcuni tentativi non sempre riusciti, trasformarsi in un laboratorio dove progettisti, enti pubblici e cittadini hanno imparato a dialogare dentro un quadro normativo che non era stato pensato per gestire la complessità di un vulcano attivo.

Figura 1 – Muri a secco crollati in occasione del sisma del 26 dicembre 2018

Il punto di partenza è stato ovvio per alcuni, scioccante per altri, comunque mai tentato prima in Italia: le strutture rigide non funzionano in un territorio che si deforma ogni giorno. Sappiamo che alcune aree del fianco orientale si muovono di 10–30 millimetri l’anno, con gradienti locali anche superiori. Millimetri che, accumulati nel tempo, diventano centimetri, sufficienti a mettere in crisi muri di contenimento, fondazioni e pavimentazioni. In fondo, il terremoto del 2018 non ha fatto altro che rendere evidente la fragilità di soluzioni inadeguate per un ambiente così dinamico (Figura 2).

Figura 2 – Piano di faglia che attraversa il muro di sottoscarpa in calcestruzzo, producendo un rigetto verticale pluridecimetrico e deformazioni evidenti lungo la sede stradale

Da questa consapevolezza è nato un approccio diverso alla ricostruzione, basato sulla delocalizzazione degli edifici più a rischio e sulla deformabilità controllata delle infrastrutture, come strade e muri di contenimento, che non potevano essere delocalizzati.

In questo scenario, i muri a secco dell’Etna, elevati a Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO e quindi elementi di elevatissimo valore identitario, hanno assunto un ruolo complementare inatteso. Per secoli considerati semplici elementi rurali, si sono rivelati strutture naturalmente compatibili con un ambiente che si deforma. La loro capacità di dissipare energia, assorbire rotazioni e piccoli scorrimenti senza collassare, adattandosi grazie all’incastro delle pietre, le ha trasformate in elementi inaspettatamente resilienti. Se ricostruiti con criteri rigorosi, rispettando geometrie, drenaggi e qualità dei materiali, dimostrano prestazioni singolarmente efficaci, confermando che la tradizione, quando è ben compresa, può diventare un valore non solamente estetico-culturale.

Per i muri più alti, nonché quelli dove le prestazioni di sicurezza richieste al manufatto sono troppo elevate per un muro a secco, si sono trovati compromessi “ibridi” in cui l’anima in calcestruzzo è stata rivestita in pietra, così da non ferire troppo lo sguardo sul paesaggio.  In prossimità dei piani di faglia i muri sono stati segmentati per lasciarli liberi di muoversi senza spezzarsi,  sono stati dotati di giunti capaci di assorbire scorrimenti, sono stati posti alla base strati granulari deformabili e fondazioni indipendenti (vedi esempio in Figura 3): criteri già adottati in contesti di faglie attive come Islanda, California o Giappone, ma che sull’Etna sono stati integrati in un quadro unitario, adattato a un territorio protetto dove ogni intervento deve rispettare vincoli paesaggistici, ambientali e culturali.

Figura 3 – Sostituzione con gabbionate di pietrame del precedente muro in calcestruzzo mostrato in Figura 2, allo scopo di ottenere un’opera più flessibile e capace di assorbire le dislocazioni future indotte dalla faglia attiva, migliorando la resilienza strutturale e la compatibilità con la dinamica del versante

Ma la ricostruzione dell’Etna non è stata soltanto un esercizio tecnico. È stata soprattutto un esercizio di governance. Per la prima volta, un processo di ricostruzione ha riunito in un’unica procedura esigenze di sicurezza, indagini geologiche ad alta risoluzione, prescrizioni paesaggistiche, norme ambientali e necessità dei cittadini. Ogni progetto ha seguito un percorso definito: il Comune per la conformità urbanistica, il Genio Civile per la verifica tecnica, la Soprintendenza e l’Ente Parco per la compatibilità con il paesaggio, la Struttura Commissariale per la valutazione economica e l’autorizzazione del contributo (Figura 4). Un sistema articolato, ma finalmente capace di funzionare in modo coordinato.

Figura 4 – Quadro di governance concertato e interdisciplinare, attuato dal Commissario Straordinario per la ricostruzione post sisma 2018, concepito per garantire uniformità procedurale, coerenza interna e percorsi autorizzativi accelerati attraverso Protocolli d’Intesa formalmente istituzionalizzati, che integrano mandati e competenze tecniche di tutte le autorità territoriali coinvolte (da Neri et al., 2026)

La trasparenza è stata decisiva. La Struttura Commissariale ha effettuato sopralluoghi su tutti gli interventi. Ha verificato che i progetti approvati corrispondessero ai lavori reali. Questo rigore ha ridotto sprechi, evitato interventi non conformi e garantito un uso corretto dei fondi pubblici. I tempi amministrativi si sono accorciati, le revisioni progettuali sono diminuite, la qualità complessiva degli interventi è cresciuta.

Il risultato è un modello operativo che oggi è diventato un riferimento internazionale. Non perché abbia introdotto soluzioni tecniche inedite, ma perché ha saputo integrarle in un territorio complesso, dove ogni scelta deve tenere insieme sicurezza, paesaggio, cultura, economia e fiducia dei cittadini. La ricostruzione dell’Etna ha mostrato che la resilienza non dipende solo da materiali e progetti, ma anche dalla capacità delle istituzioni di dialogare, adattarsi e coinvolgere la comunità.

L’Etna, con la sua forza e la sua instabilità, ha costretto tutti a ripensare il modo di costruire e di governare, trasformando un evento drammatico in un’occasione di crescita metodologica esportabile altrove. Un messaggio che vale per tecnici, istituzioni e cittadini. E forse, soprattutto, vale per chi guarda il territorio non come un problema da risolvere, ma come a un patrimonio da custodire.

Per approfondire:

Neri, M., Blanco, G. L. M., Carbone, M. L., & Licciardello, G. (2026). Rebuilding the Etna Landscape After the 2018 Earthquake: Standards, Geological Surveys, and Retaining Wall Restoration. Applied Sciences, 16(15), 7526. https://doi.org/10.3390/app16157526 

Con il titolo: attività eruttiva parossistica dell’Etna del 30 luglio 2026

L'articolo Etna, dopo il terremoto di Santo Stefano 2018. L’equilibrio possibile: ricostruire senza tradire proviene da Il Vulcanico.

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