Il Vulcanico
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Il Blog di Gaetano PerriconeWed, 27 May 2026 05:09:31 +0000it-IT
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1 https://wordpress.org/?v=7.0Le visioni, i colori, il talento di Monarc
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Wed, 27 May 2026 05:09:31 +0000https://ilvulcanico.it/?p=26377(Gaetano Perricone). Oggi, mercoledì 27 maggio, al Mondadori Bookstore di Piazza Roma Catania, ultimo giorno (ore 16-20) della mostra “Monarc Vision”, grafiche ed illustrazioni. Ho avuto l’opportunità e il piacere di visitarla nei giorni scorsi e di conoscere e apprezzare le visioni, i colori, l’indubbio ed elegante talento della mano ed evidentemente anche dell’anima di […]
(Gaetano Perricone). Oggi, mercoledì 27 maggio, al Mondadori Bookstore di Piazza Roma Catania, ultimo giorno (ore 16-20) della mostra “Monarc Vision”, grafiche ed illustrazioni. Ho avuto l’opportunità e il piacere di visitarla nei giorni scorsi e di conoscere e apprezzare le visioni, i colori, l’indubbio ed elegante talento della mano ed evidentemente anche dell’anima di Andrea Urzì, in arte “Monarc”, l’artista che ha realizzato le opere, alcune delle quali vedrete qui nella fotogallery che molto volentieri voglio condividere con i lettori di questo blog. Mi hanno particolarmente colpito, è il mio personale parere, i geniali e raffinati ritratti di alcuni personaggi celebri. Curiosità: Monarc non è solo il monarca, la figura dominante, ma anche una famosa specie di farfalla migratrice nordamericana. A seguire, conosciamo meglio Andrea “Monarc” dalla sua auto presentazione, nella locandina della mostra. Augurandogli di cuore le fortune che merita
Mi chiamo Andrea Urzì, nome d’arte Monarc, classe ’92, sono un artista emergente catanese Sono Cresciuto fra pastelli, matite, pennelli , fortemente appassionato di disegno e poi di grafica. È il mio modo istintivo, una forte ed pulsione, attraverso la quale trasferisco nell’immediato sensazioni, vissuti reali, visioni oniriche, riflessioni sociali ed intime, con un tratto molto singolare e una ricercata originalità, che le renda facilmente riconoscibili
Possiedo un vissuto già assai “articolato”, denso di esperienze segnanti portatrici di forte carica empatica e spiccata sensibilità nei confronti di problematiche personali e sociali, giovanili e non. Utilizzo tratti, curve, linee irregolari, colori impattanti, forti, talvolta su sfondi più scuri, totalmente bianchi o variegati. Sono presenti spesso simboli ricorrenti.
Ho un carattere schivo, poco incline ad espormi ed apparire, ma produttivo. Ho partecipato a diverse esposizioni su Palermo e Catania, eventi e manifestazioni, con un gradimento di pubblico assolutamente trasversale. Realizzo disegni, illustrazioni, ritratti su commissione sia per privati che per professionisti , attività sempre concernenti il campo artistico visivo ma applicabili a svariati settori
In occasione delle varie attività, sono stati pubblicati articoli su diversi siti, stampa di settore, i quotidiani La Sicilia di Catania ed il Giornale di Sicilia di Palermo
]]>L’Etna di Emily Lowe: “donna indifesa”, ma viaggiatrice coraggiosa, tra meraviglia e pericolo
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Mon, 11 May 2026 13:27:09 +0000https://ilvulcanico.it/?p=26356FONTE: https://ingvvulcani.com/ di Chiara Alabiso PREFAZIONE DI MARIO MATTIA “L’unico uso di un gentiluomo in viaggio è quello di prendersi cura dei bagagli, e noi faremo attenzione a non avere bagagli” In questa dichiarazione risiede lo spirito provocatorio di Emily Lowe, un’autrice vittoriana poco nota, ma che merita di essere studiata e ricordata per il […]
“L’unico uso di un gentiluomo in viaggio è quello di prendersi cura dei bagagli, e noi faremo attenzione a non avere bagagli”
In questa dichiarazione risiede lo spirito provocatorio di Emily Lowe, un’autrice vittoriana poco nota, ma che merita di essere studiata e ricordata per il suo coraggioso approccio alla vita e alla scrittura che attinge dalla tradizione romantica tipica dei primi decenni dell’ottocento. Una autrice che potremmo definire protofemminista, con un atteggiamento molto pragmatico e del tutto privo di qualsivoglia velleità teorica o ideologica. Figlia di un giudice e moglie di un baronetto diretto discendente di Enrico VIII, Emily Lowe era contemporanea e conterranea del poeta Alfred Tennyson che, mentre lei scalava vulcani e attraversava ghiacciai, scriveva: “ l’uomo per la spada, la donna per l’ago; l’uomo per la testa, la donna per il cuore”, frase che ben sintetizza l’opinione degli uomini inglesi sul ruolo della donna nella prima metà dell’ottocento. A quel tempo, la società inglese separava rigidamente le “sfere” di competenza dei due sessi: l’uomo apparteneva alla sfera pubblica (politica, affari, guerra), la donna a quella privata (casa, cura dei figli, moralità), e per questa ragione, fino al 1870, vigeva il principio legale della “coverture”, che consisteva nel fatto che una donna sposata non avesse identità giuridica separata dal marito, non potesse possedere proprietà, firmare contratti o detenere i propri guadagni.
Emily Lowe (dal web)
Leggere oggi i titoli dei libri della Lowe – “Unprotected Females in Norway ” (1857) e “Unprotected Females in Sicily, Calabria, and on the top of Mount Etna” (1859) – può magari farci sorridere per quel rimarcare l’aspetto della “donna indifesa”, ma in realtà, studiando questi manoscritti ci si rende ben presto conto che l’autrice volesse invece trattare il concetto della vulnerabilità femminile e della possibilità per le donne di viaggiare, per diletto o per cercare stimoli culturali, tutelate dalla propria dignità e dalla fermezza di fronte alle critiche e alle difficoltà logistiche.
Ma il tema trattato in questo breve saggio, redatto dalla giovane storica siciliana Chiara Alabiso, non è soltanto quello di mostrare un esempio di donna coraggiosa e anticonformista. Il tema che più riguarda questo blog risponde a domande tanto semplici quanto complesse: in che modo può essere fatta la comunicazione quando l’oggetto da rappresentare è la vulcanologia, scienza (e qui c’è il primo ostacolo) che tratta di un fenomeno geologico (il vulcano) spesso evocato come dispensatore di distruzione? Qual è il linguaggio, lo stile comunicativo, quali le parole giuste da usare quando si parla di vulcani, senza che l’oggettività del discorso scientifico induca paura piuttosto che interesse? E tutto questo senza cadere nell’errore opposto, ovvero quello della banalizzazione che potrebbe portare ad una sottovalutazione del rischio.
In questo senso, il saggio di Chiara Alabiso del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’ Università di Catania, è un primo passo verso la ricostruzione storica del percorso di comunicazione delle conoscenze vulcanologiche che, partendo proprio dai viaggiatori stranieri che facevano tappa obbligata sui vulcani italiani, iniziarono a diffondere (sia nelle classi intellettuali europee che nel grande pubblico) da un lato il “mito” della magnificenza di questo incredibile spettacolo della natura e, dall’altro, quella curiosità, quell’interesse che avrebbe portato allo sviluppo della ricerca scientifica mirata alla riduzione del rischio associato all’attività vulcanica. E, come ci suggerisce l’autrice di questo saggio, a incoraggiare le donne a scoprire la voglia di viaggiare, come metafora di una liberazione ancora di là da venire, magari animate dallo speciale spirito di cui parla Emily Lowe quando, trovandosi ai piedi dell’Etna, scrisse: “sentii che era arrivato il momento in cui due delle meraviglie della terra, un vulcano innevato e la curiosità di una donna, si mettono alla prova, l’uno contro l’altra”.
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Nel dicembre 1857, due donne britanniche, Emily Lowe e la madre Helen, sbarcarono in Sicilia. Viaggiavano sole e senza uomini che le accompagnassero, comportamento che nell’Inghilterra vittoriana era considerato scandaloso ed eccentrico. Questo viaggio diede vita a un resoconto straordinario: Unprotected Females in Sicily, Calabria, and on the Top of Mount Etna, pubblicato nel 1859 dalla stessa Emily Lowe. Il titolo è già un manifesto: “Donne indifese”, ma il tono che l’autrice sceglie non è quello di chi si sente in pericolo quanto piuttosto quello di chi ride della propria audacia, e invita le lettrici a fare altrettanto.
Letto come fonte storica, il resoconto di Emily Lowe è molto più di un diario di viaggio. È un documento in cui le condizioni atmosferiche, la morfologia del percorso e i pericoli concreti del vulcano vengono descritti con una sorprendente precisione, e in cui la percezione del rischio viene elaborata, tradotta in linguaggio accessibile e consegnata a un pubblico di lettori non specialisti. In altre parole, la scrittrice stava già facendo, nel 1859, quello che la vulcanologia contemporanea si pone come una delle sue sfide più difficili: comunicare il rischio mantenendo viva la curiosità, senza sottovalutare il pericolo.
Il loro viaggio attraversa la Sicilia da Palermo ad Agrigento, da Catania a Nicolosi. Ma è l’Etna la vera protagonista del racconto. Emily la intravede già da lontano, da Caltanissetta, “con un cerchio di fuoco intorno al capo che la incoronava Regina“. La osserva da Catania, quasi come una presenza divina: “Oh! montagna, montagna, tu mi parli, e io voglio risponderti… Il mio cuore batte con il tuo…”. E infine l’impresa più significativa, la scalata. Una delle prime donne a farlo, la prima a raccontare in prima persona la propria ascesa, con la propria voce, in un testo pubblicato e diffuso.
Figura 1 – Letterio Subba, La baia di Catania con il monte Etna sullo sfondo, 1834, olio su tela
A Nicolosi, alle pendici del vulcano, Emily e la madre si fermano ad aspettare che il tempo migliori. E nei cinque giorni di pioggia che seguono, la scrittrice annota tutto con la precisione di chi vuole essere utile alle future viaggiatrici. Documenta l’abbigliamento ideale, chedoveva essere caldo ma allo stesso tempo non pesante: gonne corte, stivaletti spessi, calze di lana. Sconsigliava inoltre le galosce di gomma, che “lasciano entrare la neve”, e di portare con sé un solo paio di calze perché, una volta bagnate quelle indossate, sarebbero diventate troppo pesanti. E le provviste? Tè o caffè caldo, carne, formaggio, pane e frutta.
Queste indicazioni pratiche e precise, su come affrontare l’impresa in sicurezza, non le scrive un professionista del settore, ma una donna che, fatta esperienza diretta del vulcano, sente la responsabilità di trasmetterla. In questo senso, il testo della Lowe anticipa, nelle forme e negli intenti, le moderne pratiche di comunicazione sui rischi che corre chi si avventura in un’area vulcanica. A Nicolosi le due donne incontrano il celebre vulcanologo Carlo Gemmellaro, che le mette in guardia con tono paterno ma senza opporsi alla loro determinazione. La madre, compresa la pericolosità dell’impresa, tenta di dissuadere la figlia, senza successo.
La partenza avviene di notte, nel freddo di dicembre. Il villaggio di Nicolosi, ancora immerso nel sonno, appare alle viaggiatrici come un “nero sepolcro di lava“. Emily descrive la montagna che “trema” quando compare il sole, la neve che “sussulta” per i suoi raggi. Il racconto si apre con una citazione dantesca dal Purgatorio — “Noi salivamo per entro il sasso rotto” — a evocare la difficoltà e la sacralità del cammino. Le guide si chiamano Angiolo e Giorgio e all’inizio le guardano con scetticismo: le due donne, per di più straniere, non sembrano attrezzate per un’impresa simile. Emily, contrariata, risponde che non è la prima volta che si prestano a queste avventure, infatti avevano già attraversato il Sògne Fjeld norvegese.
“È tutto ingannevole”, dice.
Il caldo è la prima sorpresa, “una barriera di fuoco” che accompagna l’intera salita, anche in pieno inverno. Le guide avevano avvertito di alleggerirsi progressivamente degli indumenti più pesanti ed Emily ubbidisce, stupita: “un caldo africano spira sulle nevi dell’Etna in inverno”. Poi la fatica, il respiro affannoso, la testa che gira. È qui che emerge con forza la tensione costante tra pericolo reale e fascino irresistibile che attraversa tutto il racconto: il desiderio è sempre più forte della stanchezza e la meraviglia prevale sulla paura. A duemilacinquecento metri, due farfalle gialle svolazzano intorno a loro: “Saltammo su e ci sentimmo come se anche noi potessimo volare, perché dove potevano arrivare le farfalle, sicuramente potevamo arrivare anche noi!”
Raggiunta la cima, il panorama toglie il fiato; l’intera Sicilia si stende sotto di lei, “l’antica Trinacria a tre punte, la splendente isola del Sole”. Emily elenca i luoghi e le loro leggende: Enna e Proserpina, Polifemo e Galatea, le isole Eolie, le battaglie di Amilcare e Pirro. “L’Etna che le ha viste accadere tutte ve le farà ricordare”, scrive. E poi, semplicemente: “Tutto il resto è aria, e si è soli: sotto di voi una soffice striatura rosata, che sembra adagiarsi sull’acqua, vi fa sentire assisi su un trono al di sopra delle nuvole. Immenso è il cielo, puro e limpido”.
Ma è nella discesa che il racconto si fa davvero avventuroso, e che il rapporto sorprendente e pericoloso tra Uomo e Natura si manifesta in tutta la sua forza. La neve indurita si è trasformata in ghiaccio, “Nessuno di noi riusciva a tenere saldo il piede e incespicavamo continuamente, cadevamo e rotolavamo giù”. Le guide non le avevano permesso di indossare i “craponi” — le scarpe chiodate — per via della lava. A ogni scivolone, correvano il rischio concreto di spezzarsi un arto. Poi, al buio, tornate al punto iniziale, i muli non ci sono più. Il gruppo li cerca nella foresta: “ci gettammo a terra sfinite e credemmo di essere state abbandonate a morire nella foresta”. Quando ogni speranza sembra perduta, una luce nel bosco: “Santa Lucia! C’è una luce nel bosco!”, ed ecco apparire il mulattiere, che per comodità si era spostato in una capanna vicina. Dopo diciassette ore di viaggio e tredici passate sulla neve, tornano a Nicolosi. Emily annota con ironia: “eppure, scese dai muli ed entrate nella saletta, dopo aver bevuto una scodella di latte, posso dire sinceramente che non sentivamo neanche un decimo della fatica di una giornata passata a far spese per i negozi di una città caotica”.Il mattino dopo, riposata e con il caffè in mano, Emily si rivolge direttamente alle sue lettrici: “Perciò, giovani signore avventurose, non abbiate paura di seguire i nostri passi”. È la chiusura perfetta di un testo che ha saputo tenere insieme, dall’inizio alla fine, avvertimento e seduzione.
Figura 2 – Veduta del monte Etna, di Emily Lowe (1859)
Ma il vulcano che Emily racconta non è solo quello della scalata. L’Etna è una presenza che accompagna l’intero viaggio, ben prima di arrivare a Nicolosi. Durante l’ascesa, il terreno è scuro e irregolare, segnato dalle colate laviche, e lungo il percorso si levano fumi e vapori dal cratere, segni evidenti di un vulcano ancora vivo, che rendono l’atmosfera sia suggestiva che inquietante. In cima, accanto alla vastità del panorama, il cratere continua a degassare, a ricordare che quella bellezza maestosa esige la massima cautela.
Ma ciò che colpisce Emily è il modo in cui i siciliani convivono con questa realtà. A Catania, il vulcano è ovunque: nella pietra lavica con cui sono costruiti gli edifici, nel territorio modellato dalle eruzioni passate, nell’immagine stessa dell’Etna che domina l’orizzonte. Emily osserva con stupore come questa popolazione abbia imparato a convivere con una minaccia permanente, trasformandola in parte integrante della propria identità. I catanesi, racconta, quando vengono invasi dalla lava ricostruiscono usando le stesse pietre che li avevano sepolti. E i siciliani che incontra lungo il viaggio parlano del vulcano con un misto di orgoglio e rassegnazione: “quale nazione è tanto prodiga con i suoi figli quanto la nostra montagna?“. Infatti, l’Etna, per i siciliani, è fonte stessa di vita ed è la capacità di vivere ai piedi di quel vulcano ancora attivo che Emily osserva con gli occhi di una straniera meravigliata. Esattamente ciò che oggi gli esperti di gestione del rischio chiamano “resilienza delle comunità”, ovvero la capacità di una popolazione di adattarsi, riorganizzarsi e continuare a vivere in prossimità di una minaccia naturale senza negarne il pericolo.
In questo senso, la continuità tra il racconto di Emily Lowe e i modelli contemporanei di comunicazione scientifica suggerisce che l’immaginario collettivo sull’Etna si sia costruito nel tempo attraverso il racconto pubblico delle eruzioni e della paura ad esse associata, e che questa narrazione abbia contribuito a influenzare la percezione del pericolo. Oggi la comunicazione del rischio vulcanico si affida a strumenti molto diversi da quelli di Emily Lowe — bollettini scientifici, mappe di pericolosità, sistemi di allerta precoce, campagne di informazione rivolte alle popolazioni — ma la sfida di fondo rimane la stessa: come si trasmette il senso del pericolo a chi non è uno specialista, mantenendo viva la curiosità senza alimentare il panico, e senza che la familiarità con il vulcano si trasformi in sottovalutazione del rischio? Ed è il testo stesso della Lowe a porre queste domande, con quasi due secoli di anticipo.
Nonostante Emily Lowe non avesse risposta a queste domande, ella possedeva l’esperienza diretta, la capacità di raccontarla con onestà e ironia, e, non ultimo, il coraggio di invitare altre donne a salire su quel vulcano.
Bibliografia
Emily Lowe “Unprotected Females in Sicily, Calabria, and on the Top of Mount Aetna” Routledge, Warnes and Routledge, London, 1859.
Stefania Arcara (a cura di) “Due viaggiatrici indifese in Sicilia e sull’Etna: diario di due lady vittoriane”, Agorà, La Spezia, 2001.
]]>Etna: la pericolosità sottostimata delle correnti piroclastiche
https://ilvulcanico.it/etna-la-pericolosita-sottostimata-delle-correnti-piroclastiche/
Thu, 16 Apr 2026 15:52:32 +0000https://ilvulcanico.it/?p=26345FONTE: https://www.unictmagazine.unict.it/ Uno studio dell’Università di Catania rivela oltre 50 eventi in 40 anni: fenomeni rapidi e distruttivi finora sottostimati L’Etna è globalmente noto per le imponenti fontane di lava e per le spettacolari colate laviche che scorrono lungo i suoi fianchi. Tuttavia, dietro questa scenografia suggestiva si può nascondere anche un fenomeno molto più […]
Uno studio dell’Università di Catania rivela oltre 50 eventi in 40 anni: fenomeni rapidi e distruttivi finora sottostimati
L’Etna è globalmente noto per le imponenti fontane di lava e per le spettacolari colate laviche che scorrono lungo i suoi fianchi. Tuttavia, dietro questa scenografia suggestiva si può nascondere anche un fenomeno molto più insidioso e potenzialmente letale: le Correnti Piroclastiche di Densità (dall’inglese Pyroclastic Density Currents).
Un nuovo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Earth-Science Reviews, condotto dal dott. Giorgio Costa e dal prof. Marco Viccaro del team di Vulcanologia e Geotermia del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell’Università di Catania, rivela che negli ultimi quarant’anni l’Etna è stato capace di generare oltre cinquanta di questi eventi, suggerendo che pericolosità e rischi associati a queste fenomenologie nell’area sommitale del vulcano sono stati finora sottostimati.
A differenza delle colate laviche relativamente lente, le correnti piroclastiche sono miscele ad alta temperatura di gas e particelle solide che scorrono a grande velocità lungo i fianchi del vulcano e che possiedono un elevato potere distruttivo. Sebbene fenomeni di questo tipo siano tipicamente associati a vulcani molto più esplosivi, lo studio evidenzia come correnti piroclastiche possano svilupparsi anche in sistemi vulcanici a composizione mafica, come quello etneo.
La ricerca identifica e discute diversi meccanismi che possono innescare correnti piroclastiche sull’Etna e più in generale nei vulcani mafici, ovvero il collasso parziale di una fontana di lava, i collassi gravitativi di materiale piroclastico, il collasso parziale del fianco di un cono piroclastico e l’interazione tra lava e acqua o neve. In alcuni casi, tuttavia, più fattori possono agire contemporaneamente, rendendo difficile individuare un unico meccanismo di innesco.
La corrente piroclastica del 24 Settembre 1986 al Cratere di Nord-Est dell’Etna
Sull’Etna, la maggior parte delle correnti piroclastiche degli ultimi decenni è stata prodotta dal Cratere di Sud-Est, oggi il più attivo dei quattro crateri sommitali. Lo studio evidenzia come il progressivo aumento nella frequenza di questi eventi sia legato alla crescente attività esplosiva del vulcano, in particolare ai brevi ma intensi episodi di fontane di lava, noti come eruzioni parossistiche.
Negli ultimi decenni, l’Etna ha dimostrato infatti di essere in grado di trasferire grandi volumi di magma ricco di gas dai livelli più profondi del sistema di alimentazione fino alla superficie in tempi relativamente brevi. Ne deriva così un aumento della frequenza delle eruzioni a carattere parossistico, così come un incremento dei volumi di magma emessi. Ciò ha portato a una crescita piuttosto rapida del Cratere di Sud-Est, specialmente negli ultimi 15 anni, rendendolo meccanicamente instabile e fragile, pertanto sempre più soggetto a crolli improvvisi.
Questo spiega perché alcune delle correnti piroclastiche più recenti, come quelle del 10 febbraio 2022 e del 2 giugno 2025, siano state più voluminose e abbiano raggiunto distanze maggiori rispetto ad altri eventi simili avvenuti in passato.
«Eventi di questo tipo potrebbero verificarsi ancora in futuro e proprio per questo – sottolineano gli autori dello studio Giorgio Costa e Marco Viccaro – è fondamentale non sottovalutare la pericolosità di questi fenomeni e i potenziali rischi che ne derivano. Le correnti piroclastiche possono svilupparsi in modo improvviso e spesso senza segnali precursori evidenti. Comprenderne meglio i meccanismi di formazione e riconoscerne la pericolosità rappresenta quindi un passo importante per migliorare la gestione del rischio non solo sull’Etna, ma anche in altre aree vulcaniche del mondo caratterizzate da fenomenologie eruttive comparabili».
]]>L’Etna e l’unicità delle sue origini: un nuovo, importante studio sulla genesi del vulcano
https://ilvulcanico.it/letna-e-lunicita-delle-sue-origini-un-nuovo-importante-studio-sulla-genesi-del-vulcano/
Wed, 15 Apr 2026 10:23:53 +0000https://ilvulcanico.it/?p=26330FONTE: https://www.ansa.it/sicilia/notizie/ L’origine dell’Etna potrebbe essere unica al mondo. Il meccanismo è simile a quello che genera i piccoli vulcani sottomarini, ma interessa un grande sistema la cui attività è iniziata circa 500.000 anni fa, tanto che ora questo vulcano, eruttando più volte l’anno, svetta oltre 3.000 metri sul livello del mare. La svolta nella […]
L’origine dell’Etna potrebbe essere unica al mondo. Il meccanismo è simile a quello che genera i piccoli vulcani sottomarini, ma interessa un grande sistema la cui attività è iniziata circa 500.000 anni fa, tanto che ora questo vulcano, eruttando più volte l’anno, svetta oltre 3.000 metri sul livello del mare.
La svolta nella comprensione nella storia della sua genesi arriva dallo studio pubblicato sul Journal of Geophysical Research dall’Università di Losanna e al quale ha partecipato anche RosaAnna Corsaro, ricercatrice dell‘Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania. La scoperta getta nuova luce sulle eruzioni insolitamente frequenti dell’Etna e apre la strada a una migliore valutazione del rischio vulcanico da parte dei ricercatori dell’Ingv.
L’Etna è il vulcano più attivo d’Europa e tra i più monitorati al mondo, ma ad oggi nessun modello geologico esistente spiega completamente come si sia formato. Non rientra in nessuno dei tre grandi meccanismi alla base della formazione dei vulcani terrestri. Non si trova al confine tra due placche tettoniche. Non è un vulcano esplosivo generato lungo una zona di subduzione (dove una placca si immerge sotto l’altra) come il Monte Fuji in Giappone. Non è un su un ‘hotspot’ (risalita di materiale molto caldo del mantello) come avviene nel mezzo delle placche tettoniche (isole oceaniche come le Hawaii o La Réunion). E’ infatti situato vicino a una zona di subduzione, ma la sua composizione chimica è simile a quella dei vulcani da hotspot, anche se nelle sue vicinanze non è presente nessuna struttura di questo tipo.
I ricercatori hanno quindi studiato i campioni di lava per valutare l’evoluzione chimica dalla formazione del vulcano, circa 500.000 anni fa, fino ai giorni nostri. E’ emerso che il materiale eruttato è rimasto, sostanzialmente invariato nel tempo, nonostante l’evoluzione del regime tettonico. Dati alla mano, è emerso che l’Etna è alimentato da piccole quantità di magma già presenti nel mantello superiore, a circa 80 chilometri sotto la superficie. Questi magmi vengono trasportati sporadicamente verso la superficie dai complessi movimenti tettonici dovuti alla collisione tra le placche africana ed eurasiatica. “Il vulcano siciliano potrebbe quindi appartenere a una quarta categoria di vulcani poco conosciuta: i cosiddetti vulcani ‘petit-spot’, descritti per la prima volta nel 2006 da geologi giapponesi”, osserva Sébastien Pilet, professore presso la Facoltà di Geoscienze e Ambiente dell’Università di Losanna. La scoperta apre nuove prospettive per comprendere come altri sistemi vulcanici potrebbero formarsi in tutto il mondo.
Un altro aspetto cruciale della ricerca riguarda l’inquadramento geologico regionale. Il vulcanismo etneo non è un fenomeno isolato, ma va considerato come la prosecuzione naturale di un’attività vulcanica più antica che ha interessato in passato la regione settentrionale dei Monti Iblei.
Con il titolo: Etna, Cratere di Sud Est, attività stromboliana e colatina di lava (la bellissima foto è di Giovinsky Aetnensis)
]]>Dalla Terra (di nuovo) alla Luna
https://ilvulcanico.it/dalla-terra-di-nuovo-alla-luna/
Thu, 02 Apr 2026 05:03:07 +0000https://ilvulcanico.it/?p=26303FONTE: https://www.ansa.it/ E’ partita a mezzanotte e trentacinque minuti dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral la missione spaziale Artemis II, che segna il ritorno alla Luna a 54 anni dalla chiusura del programma Apollo. Il Il razzo Space Launch System è stato lanciato puntualmente e sta portando la navetta Orion (alimentata da un modulo […]
]]>Il lancio della missione Artemis (fonte NASA live)
FONTE: https://www.ansa.it/ E’ partita a mezzanotte e trentacinque minuti dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral la missione spaziale Artemis II, che segna il ritorno alla Luna a 54 anni dalla chiusura del programma Apollo. Il Il razzo Space Launch System è stato lanciato puntualmente e sta portando la navetta Orion (alimentata da un modulo costruito dall’Agenzia Spaziale Europea) verso l’orbita lunare. A circa otto minuti dal lancio, i motori del primo stadio del razzo Sls si sono spenti e in seguito è avvenuta la separazione dallo stadio superiore. In quel momento la navetta Orion ha dispiegato i suoi quattro pannelli solari per caricare le batterie e, con il suo equipaggio, ha iniziato a navigare nello spazio. La navetta ha continuato a percorrere la sua orbita intorno alla Terra finché, circa 49 minuti dopo il lancio, il motore si è acceso per portare la navetta al perigeo, ovvero nel punto più vicino alla Terra, alla quota di160 chilometri. Circa un’ora più tardi il motore si è acceso nuovamente per portare la navetta su un’orbita ellittica più alta, dove resterà per circa 23 ore. Questo sarà il tempo che gli astronauti avranno a disposizione per sperimentare i sistemi di bordo. Quindi, una volta raggiunto il punto dell’orbita più vicino alla Terra, piloteranno Orion manualmente per circa due ore, in quella che viene chiamata ‘dimostrazione di operazioni di prossimità’. “Che vista magnifica, abbiamo appena osservato il sorgere della Luna” ha trasmesso a Terra il comandante Reid Wiseman.
di Santo Scalia
Prendo in prestito il titolo di uno dei più famosi e antichi romanzi di fantascienza nati dalla fervida immaginazione di Jules Verne, per introdurre un ricordo di 58 anni fa. Era il 1865 quando veniva pubblicato De la Terre à la Lune, trajet direct en 97 heures 20 minutes, seguito cinque anni dopo dal secondo dei due romanzi di Verne a tema interplanetario, Autour de la Lune (“Intorno alla Luna”, n.d.A.).
Ancora nessuno aveva mai visto volare qualcosa che fosse stato costruito dall’uomo: ciò sarebbe accaduto 38 anni dopo, il 17 dicembre 1903, quando i fratelli Orville e Wilbur Wright riuscirono a far volare il loro trabiccolo alato. Eppure, la fantasia di Verne aveva portato l’umanità molto più lontano, a circa 384.000 chilometri dalla superficie terrestre.
Torno adesso al ricordo del quale avevo accennato, quello di 58 anni fa: cosa accadde nel 1968? Molti dei lettori ancora forse non erano nati, ma alcuni ricorderanno che i media di allora (radio, televisione, quotidiani e settimanali) parlavano di un’impresa che stava per avverarsi. Parlavano di Apollo 8, una missione spaziale che avrebbe, per mezzo di un mastodontico razzo, portato tre astronauti a raggiungere la luna, girarle attorno e tornare sani e salvi – almeno così si sperava – sulla Terra.
Il logo della missione Apollo 8 (Nasa)
Apollo? Sì, era il nome attribuito dalla NASA (National Aeronautics and Space Administration, cioè l’Ente Nazionale per le attività Aeronautiche e Spaziali degli Stati Uniti d’America. Apollo (il cui nome greco è Απόλλων) era una divinità dell’antica religione greca, figlio di Zeus e di Leto (Latona); sembra che il nome del dio della musica, della poesia, della profezia e della medicina e di tanto altro ancora, noto per la sua bellezza, sia stato attribuito dall’Ente spaziale al programma in quanto ritenuto un simbolo appropriato per gli obiettivi di esplorazione e scoperta propri della missione (secondo it.scienceaq.com).
L’equipaggio della missione Apollo 8 (NASA)
Tre astronauti, stipati in una minuscola capsula spaziale conica (alta 3 metri e larga, alla base, quasi 4) per 6 giorni (dal lancio avvenuto il 21 dicembre 1968 fino all’ammaraggio nell’Oceano Pacifico il 27 dicembre), si erano, per la prima volta nella storia dell’Umanità, allontanati di poco più di 384.000 chilometri; avevano abbandonato la gravità terrestre per entrare in quella di un altro componente del Sistema Solare; erano stati dall’altra parte del satellite naturale terrestre; avevano visto con i propri occhi la faccia nascosta della Luna, quella che si conosceva soltanto per le foto inviate dalle sonde automatiche.
Si chiamavano Frank Borman (il comandante), James Arthur Lovell Jr., detto Jim (il pilota del modulo di comando) e William Anders (il pilota del modulo lunare). Oggi sono pochi coloro che ricordano questi nomi, in un’epoca in cui alcuni, forse troppi, plagiati e traviati da gruppi complottisti, credono financo che lo sbarco sulla luna sia tutta una mistificazione!
Pochi mesi dopo, nel luglio del 1969, i primi due uomini scendevano sul suolo lunare ed imprimevano l’orma dell’uomo sulla polvere del nostro satellite. Questa, però, è un’altra storia.
L’equipaggio di Artemis-II (NASA)
Oggi l’avventura ricomincia: è stata lanciata stanotte, alle 00,35 ora italiana, Artemis-II, primo passo per tornare sulla Luna. Rimanendo nell’ambito mitologico greco, Artemide, identificata dai romani con Diana, è sorella di Apollo. Il progetto che si ripropone di far scendere degli astronauti sul suolo lunare resta per così dire… in famiglia. Stavolta i componenti sono quattro, e non tre come nel programma Apollo: Reid Wiseman (comandante), Victor Glover (pilota), Christina Koch (specialista di missione) e Jeremy Hansen (astronauta canadese della Canadian Space Agency, CSA).
Così come nel caso dell’Apollo 8, anche Artemis-II non porterà gli astronauti sulla superficie lunare ma, con un viaggio che durerà dieci giorni, li porterà a girare attorno alla Luna per poi rientrare sulla Terra. Sarà, come fu 58 anni fa, la prova generale per testare i vari aspetti che poi porteranno, con Artemis-III (o forse Artemis IV), nuovamente l’Uomo sulla Luna.
Con il titolo: Apollo 8 earthrise – La Terra “sorge” sull’orizzonte lunare (photo NASA)
]]>Vent’anni senza il nostro caro Angelo. A Roma un grande evento per ricordarlo
https://ilvulcanico.it/ventanni-senza-il-nostro-caro-angelo-a-roma-un-grande-evento-per-ricordarlo/
Wed, 25 Mar 2026 06:49:22 +0000https://ilvulcanico.it/?p=26283FONTE: Comunicato Stampa Fondazione Angelo D’Arrigo Un grande evento per celebrare, a vent’anni dalla scomparsa il 26 marzo 2006, la figura, le imprese, l’eredità dell’uomo che ha volato con le aquile, attraversato i deserti, sorvolato le montagne seguendo in deltaplano la rotta dei volatili. Roma ha deciso di ricordarlo con una serata speciale dal titolo […]
Un grande evento per celebrare, a vent’anni dalla scomparsa il 26 marzo 2006, la figura, le imprese, l’eredità dell’uomo che ha volato con le aquile, attraversato i deserti, sorvolato le montagne seguendo in deltaplano la rotta dei volatili. Roma ha deciso di ricordarlo con una serata speciale dal titolo “Angelo D’Arrigo – Vent’anni di cielo”, in programma stasera, mercoledì 25 marzo alle 17 nel Complesso monumentale di San Salvatore in Lauro (piazza San Salvatore in Lauro, 15) e organizzata dalla Fondazione Angelo D’Arrigo e dal Centro Internazionale Antinoo per l’Arte-Marguerite Yourcenar.
Angelo D’Arrigo ha dedicato la propria vita a studiare il volo degli uccelli fino a guidarli nelle loro grandi migrazioni, attraversando il mondo seguendo le loro rotte millenarie. È stato anche l’unico uomo al mondo ad aver sorvolato l’Everest in deltaplano, in volo libero: un’impresa che racconta meglio di molte parole il suo rapporto con il cielo e con i limiti dell’uomo. Per lui il volo non era soltanto una sfida sportiva o tecnica: era una forma di conoscenza, un modo per osservare il mondo da una prospettiva diversa e per ricordare quanto l’uomo possa crescere quando unisce coraggio, disciplina e rispetto per ciò che lo circonda. Ecco perché da molti viene ancora definito “L’uomo che ha insegnato alle aquile a volare e agli uomini a sognare”.
La serata in programma a Roma sarà un racconto immersivo tra immagini, vento e testimonianze, per ripercorrere le imprese di D’Arrigo dall’Etna all’Aconcagua, dal Circolo polare artico fino al Sahara e per esplorare il valore umano della sua eredità. A dare voce ai suoi pensieri sarà l’attore Enrico Lo Verso, con una riflessione che ne racchiude lo spirito più autentico: “Il cielo non si conquista: si comprende. E solo chi impara ad ascoltarlo trova la propria strada.”
Amalia Ercoli Finzi
Durante l’evento sarà anche conferito il Premio Angelo D’Arrigo ad Amalia Ercoli Finzi, figura di riferimento mondiale nelle scienze aerospaziali e consulente di Nasa, Esa e Asi, divenuta popolare per la sua apprezzatissima partecipazione da ospite fisso al programma di Geppi Cucciari “Splendida Cornice”, capace di incarnare lo spirito di ricerca, coraggio e libertà che Angelo ha incarnato nel corso della propria vita. “Angelo – ha spiegato Laura Mancuso, moglie di D’Arrigo e presidente della Fondazione a lui intitolata –diceva sempre che il cielo non appartiene a chi lo sfida, ma a chi lo rispetta. Sono felice che il suo nome possa essere legato a una donna come Amalia Ercoli Finzi, perché in lei ritrovo quella stessa curiosità instancabile, quella stessa capacità di guardare oltre, con coraggio e delicatezza. È come se, in qualche modo, il volo di Angelo continuasse”.
A chiudere la serata – cui prenderanno parte numerose personalità del mondo della cultura, dello spettacolo e delle istituzioni, insieme a rappresentanti del settore aeronautico, scientifico e istituzionale – ci sarà “L’Ala di Angelo”, un momento simbolico e partecipativo in cui il pubblico sarà invitato a lasciare pensieri e sogni, dando vita a un’ala ideale costruita dalla memoria condivisa.
Ripropongo, vent’anni dopo la sua tragica fine, il mio personale, commosso ricordo-omaggio all’indimenticabile Angelo D’Arrigo
IL NOSTRO CARO ANGELO, ICARO DEL TERZO MILLENNIO, PER SEMPRE IN VOLO
di Gaetano Perricone
Sono stato tra quelli che hanno avuto la fortuna e il privilegio di conoscere Angelo D’Arrigo, l’uomo che sul suo deltaplano ha sorvolato le vette più alte del mondo, l’Icaro del Terzo Millennio, restando affascinato dalla sua straordinaria personalità, dal suo carisma, dalla sua cultura, dal suo amore per la natura. Mi piace sempre molto scrivere di lui e ricordare la sua figura davvero leggendaria, mi piace farlo ancora di più sulla pagina L’Ora edizione straordinaria, come se fosse sul “nostro” giornale, che non è riuscito a raccontare le sue meravigliose avventure nel cielo.
Fui io, grazie alla casa editrice Cavallotto che mi diede questo onore, a condurre a Le Ciminiere di Catania la presentazione del bel libro di Giovanni Vallone “Angelo e le Aquile” sulla vita di quest’uomo assolutamente unico e speciale. Con Angelo – il nostro caro Angelo, mi viene sempre in mente la splendida canzone di Lucio Dalla – fu un gran bell’incontro, a lui piacque molto, ci ripromettemmo di rivederci presto. Non ho mai dimenticato cosa mi disse quel giorno con un sorriso soddisfatto, lo racconto sempre con un pizzico di orgoglio: “Grazie, abbiamo fatto una bella cosa. La prossima volta che vengo ad allenarmi sull’Etna ti chiamo e passiamo un po’ di tempo insieme”. Non ci fu la possibilità, perché dopo poco tempo, neanche un mese, un destino atroce e beffardo stroncò la sua vita fantastica quando aveva soltanto 45 anni.
Mi piace allora ricordarlo con queste intense parole contenute nel libro autobiografico del 2005 “In volo sopra il mondo” “… Altri continenti mi aspettano, altri orizzonti. Molti mi chiedono cosa mi spinga ad andare sempre oltre. Non è agonismo: con le sfide ho smesso da anni. Né è solo il bisogno di misurarmi con i miei limiti, come a volte ho creduto. No, è qualcosa di più semplice e intimo, l’istinto di esistere nella natura a modo mio … che mi tiene sveglio la notte, che mi illumina e mi entusiasma. Non seguirlo sarebbe tradire me stesso. Se riesco a sentirmi pienamente vivo soltanto immerso in spazi sconfinati, libero nell’aria sopra deserti e ghiacciai, vulcani o pianure, fiumi, mari, montagne, non è per qualcosa che cerco, ma per quello che sono”.
Così Angelo D’Arrigo, amatissimo e altrettanto popolare campione mondiale di volo libero e deltaplano e studioso di prim’ordine del volo umano e degli uccelli, tragicamente scomparso il 26 marzo 2006 in un incidente di volo a Comiso, spiegava con grande passione i motivi fondamentali che lo spingevano a portare avanti la sua avventura nei cieli di tutto il mondo.
Angelo d’Arrigo, nato a Catania il 3 aprile del 1961, vissuto a Parigi fino al 1984, ha da sempre perseguito il sogno di volare come gli uccelli, ed insieme a loro. “Ricordo ancora quella volta che staccai i piedi dal suolo allontanandomi così dalla Mamma Terra: ero appeso ad un deltaplano, un’ala che assomigliava ad un sottile e rudimentale aquilone, senza motore né strumenti – raccontava D’Arrigo nella prefazione di “Angelo e le Aquile” – Un volo planato e silenzioso … Avevo 16 anni e questo volo mi apriva la finestra della vita, sopra un mondo bellissimo, un mondo che scoprivo da un’angolazione inconsueta, diversa, quella dall’alto. Ero adolescente e stavo volando nella valle di Chamonix, sopra il Monte Bianco”.
Divenuto campione mondiale di volo, abbandonò gare e cronometri per dedicarsi allo sviluppo del volo libero, concepì e realizzò imprese che si pongono ben al di là del semplice evento sportivo. Ha studiato per anni il volo dei grandi rapaci, ai quali si è affiancato in incredibili migrazioni nei cieli del pianeta. Ha sorvolato il mare e i deserti, è salito a oltre 9.000 m. in volo libero, fino a superare la vetta dell’Everest, la più alta del Pianeta, il 24 maggio 2004, all’interno di “una gigantesca corrente ascensionale unica al mondo”, come lui raccontò, “ma conosciuta e utilizzata dalle aquile himalayane, che migrano da migliaia di anni dal Tibet all’India attraverso l’Himalaya”. Il comunicato trasmesso dopo l’impresa sull’Everest si concludeva così, in tono epico: “Questa mattina, 24 maggio 2004, il sogno si è compiuto: Angelo ha volato in alto, più alto che mai. E’ bello pensare che con lui ha volato l’intero genere umano. L’uomo è capace anche di grandi imprese”.
Con il “Russian Research Institute for Nature and Protection” di Mosca, D’Arrigo ha condotto un grande esperimento per la comunità scientifica internazionale: la reintroduzione di una specie di uccelli migratori in via di estinzione, le gru siberiane, guidando lo stormo, con il supporto di uno staff di biologi russi e americani, per 5.300 chilometri. Ma forse la più grande intuizione di Angelo è legata alla realizzazione della “Piuma” di Leonardo da Vinci. Dopo attenti studi sul Codice di Madrid, realizza e fa volare una Piuma leggerissima – identica nella struttura a quella del grande Leonardo. Il Cinquecento conosceva solo la solidità di legno, cuoio e tela: Angelo d’Arrigo dimostra, utilizzando i materiali leggeri del terzo millennio, l’esattezza delle progettazioni aerodinamiche di Leonardo. Con Leonardo, Angelo D’Arrigo condivide un approccio intuitivo e l’instancabile desiderio di spostare ogni giorno più in là le frontiere dell’uomo. Alla sua tragica e prematura scomparsa – avvenuta in seguito a un incidente al piccolo aereo, su cui egli viaggiava da passeggero ed ospite d’onore – un senso di sgomento ha pervaso tutti coloro che nel mondo lo ammiravano e lo seguivano nelle sue esultanti conquiste.
Quanti lo hanno conosciuto ne ricordano una dote particolarissima: era un grande maestro, perché riusciva a guidare gli altri alla scoperta delle risorse riposte nell’intimo di ciascuno, senza imposizioni, senza forzature. Non posso non chiudere in modo intimo questo affettuoso ricordo di Angelo D’Arrigo, davvero un grande uomo, con la dedica, speciale nella sua semplicità, che mi scrisse sul libro che gli presentai a Catania: “A Gaetano, per il piacere di condividere le mie avventure ‘alate’ in giro per il mondo. Con stima e simpatia”. Ne vado fiero e mi emoziona sempre molto.
]]>Mompileri, 12 marzo 1669. Quel giorno che cambiò tutto
https://ilvulcanico.it/mompileri-12-marzo-1669-quel-giorno-cambio-tutto/
Thu, 12 Mar 2026 05:54:43 +0000https://ilvulcanico.it/?p=26249 di Santo Scalia Sono trascorsi già 357 anni, da quel terribile 12 marzo 1669, quando nel villaggio di Mompileri, ma non solo in quello, cambiò tutto: consuetudini, abitudini, speranze. Chi aveva un tetto, chi aveva un podere, chi aveva un lavoro, in poche ore non l’ebbe più. Il villaggio di Mompileri, come testimonia Mons. Ottavio […]
Sono trascorsi già 357 anni, da quel terribile 12 marzo 1669, quando nel villaggio di Mompileri, ma non solo in quello, cambiò tutto: consuetudini, abitudini, speranze. Chi aveva un tetto, chi aveva un podere, chi aveva un lavoro, in poche ore non l’ebbe più.
Il villaggio di Mompileri, come testimonia Mons. Ottavio Branciforte, contava alcune centinaia di anime. Le case sorgevano in prossimità della Matrice, la chiesa Maggiore (altre chiese erano sparse nel territorio circostante) che custodiva un rinomato gruppo marmoreo che riproduceva l’Annunciazione alla Vergine e una veneratissima statua della Madonna delle Grazie.
Nei primi giorni del mese di marzo di quell’anno, dal 5 al giorno 9, numerosi scuotimenti del terreno avevano generato notevole preoccupazione negli abitanti di tutti i villaggi del versante meridionale del vulcano. Fortunatamente, la domenica 10, una tregua aveva fatto ben sperare e augurare che il pericolo fosse stato scongiurato.
Da Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669, pag.15
Non fu così: il giorno dopo, lunedì 11 marzo, qualcosa di terribile accadde sul vulcano; lasciamo che a raccontare cosa avvenne siano i cronisti che allora hanno vissuto i tristi eventi.
Tomaso Tedeschi nel suo Breve raguaglio degl’incendi di Mongibelloavvenuti in quest’anno 1669, pubblicati nello stesso anno a Napoli, scrive: «Ecco in sù le ventidue hore del medesimo Lunedì creparsi il terreno alla volta di Heodanari [sic.] in due lunghissime fessure, che fumo, e fuoco vomitarono. Ne guari poi di tempo à dietro al Monte della Fusara, e sotto la Collina detta Vomitello spalancarsi una terza, e più terribil bocca, che con un fracasso di strepitosi tuoni scagliò fuori una gran copia di solforato fuoco […]». E, qualora ciò non fosse ancora stato cosa terribile, «[…] vicino alla terza bocca ecco aprirsi un’altra fra i monti Salazara, e Monpolieri [sic.], il cui fuoco, verso il villaggio, che à i detti monti soggiace, furiosamente si indirizzò».
Il destino di Mompileri era segnato. Carlo Mancino, nell’opera Narrativa del fuoco uscito da Mongibello pubblicata a Messina sempre nel 1669, così narra la tragedia:
«[…] Parte di questi tre fuochi circondò il Monte di Monpileri per ogni lato, qual’è di circuito da sette miglia, e brugiò tutta la Terra di Monpileri del Sig. Conte Massa, con tutte le vigne, possessioni, e giardini di fronda di grandissimo valore; Non perdonando alla Chiesa di Nostra Signora Annunciata. Chiesa bellissima, e molto grande, nella quale vi erano tre Statue di finissimo marmo, di grandezza naturale. Una del Angelo Gabriele, l’altra di Nostra Signora Annunciata, e la terza della Regina delle gratie col bambino in braccio […]». A Mompileri, oltre ai simulacri di cui sopra, si conservava anche una bellissima statua lignea di San Michele Arcangelo.
Poi le lave circondarono il monte detto Monpileri, distrussero il villaggio chiamato la Guardia, poi Malpasso e Potighelle [sic.]. Intanto il fuoco, aggiunge Tomaso Tedeschi, «seppellì sotto alle ruine dell’arso, e destrutto tempio quelle tre belle statue, che eran stupore dell’arte; se pure da humane, e non d’Angeliche mani furono scolpite».
Il giorno 12, martedì, il villaggio di Mompileri non c’era più!
Lo stesso destino di Mompileri toccò ad altri paesi e casali che si trovarono lungo il percorso delle lave: oltre ai citati Botteghelle, Guardia e Malpasso, furono distrutti San Giovanni di Galermo, Mascalucia, Camporotondo, San Pietro Clarenza, Misterbianco, Li Plachi.
Ma quale fu la sorte di quelle opere d’arte? Come ricorda l’opuscolo Maria sull’Etna, pubblicato a cura dal Santuario Madonna della Sciara nel 2019, in occasione del 350° anniversario dell’eruzione, «[…] alcuni mesi dopo l’eruzione, alcuni uomini venuti a verificare cosa possa essersi salvato dalla furia della lava, ritrovano il simulacro [di San Michele Arcangelo, n.d.A.] in mezzo ad un “dagalotto” formatosi per il suddividersi della colata in due flussi; gli stessi, secondo gli antichi racconti, si sarebbero riuniti dopo averlo oltrepassato. Il simulacro viene portato nel sito abitativo di Massa Annunziata».
Trentacinque anni dopo, il 18 Agosto del 1704, scavando sotto la spessa coltre lavica, avvenne il ritrovamento della statua della Madonna delle Grazie. «I cercatori arrivano, probabilmente trascinandosi carponi e, man mano rimuovendo detriti e frammenti della struttura della chiesa crollata sotto il grave peso della lava e possono contemplare per la prima volta la statua della Madonna dal suo lato sinistro».
Infine, nel 1955, a 286 anni dall’eruzione, scavando in una cava di ghiara[rena rossa, n.d.A] nelle vicinanze del Santuario si «ritrova la testa del simulacro della Madonna Annunziata. Nei giorni successivi viene ritrovata la testa del simulacro dell’Arcangelo Gabriele ed altri frammenti dello stesso gruppo marmoreo.
Il Santuario della Madonna della Sciara, annualmente, ricorda gli avvenimenti del 1669 con delle celebrazioni, delle rievocazioni e manifestazioni. Anche quest’anno, nella ricorrenza del 357° anniversario, è stato stilato un ricco calendario di eventi la cui locandina è inserita nella fotogallery di quest’articolo.
Ricordare il dolore di ciò che accadde poco più di tre secoli e mezzo fa, e alimentare la speranza che un evento simile non debba più accadere
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Per un approfondimento ed una consultazione delle fonti storiche e di quelle recenti ecco di seguito i principali riferimenti bibliografici:
– D. Tomaso Tedeschi, e Paternò – Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669 – Napoli 1669
– Carlo Mancino – Narrativa del fuoco uscito da Mongibello – Messina 1669
– Francesco Morabito – Catania liberata – Catania 1669
– Alphonsus Borelli – Historia et Meteorologia Incendii Ætneæi anni 1669 – Regio Iulio 1670
– Bonaventura La Rocca – Relatione del nuovo incendio fatto da Mongibello – Messina 1670
– Cronaca del Canonico Pasquale Calcerano, cronaca manoscritta del 1752 e pubblicata nel 1929 dal Canonico Vincenzo Raciti Romeo «per accrescere il patrimonio della storia di Acireale
– Francesco Ferrara, Storia generale dell’Etna – Catania 1793
– Giuseppe Recupero, Storia naturale e generale dell’Etna – Catania 1815
– Giuseppe Sac. Pedalino – Mompileri – Edigraf 1966
– Azzaro-Castelli – L’eruzione etnea del 1669 nelle relazioni giornalistiche contemporanee – 2013
– Lina Scalisi – Per riparar l’incendio – Catania 2013
– Alfio Giovanni Privitera – Ti racconto Mompileri. L’evento mariano e il suo messaggio – 2014
– Giancarlo Santi – La Vergine nella lava – Catania 2015
– Maria sull’Etna (opuscolo curato dal Santuario Madonna della Sciara in occasione del 350° della conservazione del simulacro della Madonna sotto la lava) – 2019
– Autori vari – Etna 1669, storie di lava – 350 anni dalla grande eruzione – Catania 2020, a cura dell’Istituto Nazionale di Geofisica e vulcanologia, della Università degli Studi di Catania e della Regione Siciliana
Con il titolo: la facciata del Santuario Mariano di Mompileri (foto Santo Scalia)
]]>4 marzo 2026: il terremoto in area etnea
https://ilvulcanico.it/4-marzo-2026-in-area-etnea-il-terremoto-ml-4-5-mw-4-4/
Thu, 05 Mar 2026 15:58:09 +0000https://ilvulcanico.it/?p=26241FONTE: https://ingvvulcani.com/ Il 4 marzo 2026 alle ore 7.05 (h. 06.05 UTC), è stato registrato un terremoto di Magnitudo locale (ML) 4.5 (Mw 4.4) sul versante SW dell’Etna, con ipocentro a circa 3.8 km di profondità. Da quel momento sono stati localizzati oltre 45 eventi di magnitudo comprese tra 1.0 e 2.3 (aggiornamento alle ore 12:00 di oggi […]
Il 4 marzo 2026 alle ore 7.05 (h. 06.05 UTC), è stato registrato un terremoto di Magnitudo locale (ML) 4.5 (Mw 4.4) sul versante SW dell’Etna, con ipocentro a circa 3.8 km di profondità. Da quel momento sono stati localizzati oltre 45 eventi di magnitudo comprese tra 1.0 e 2.3 (aggiornamento alle ore 12:00 di oggi 5 marzo).
Presso la Sala Operativa dell’Osservatorio Etneo sono subito pervenute segnalazioni che indicavano come il terremoto fosse stato avvertito anche a Catania (distante circa 22 km dall’epicentro) e in aree limitrofe. Il rilievo macrosismico preliminare condotto in area epicentrale da parte di un gruppo di esperti “QUEST” dell’Osservatorio Etneo, ha evidenziato danni lievi/moderati ad edifici pubblici e privati di Ragalna, prevalentemente nella parte bassa dell’abitato (Figura 1).
Figura 1 – Edificio in calcestruzzo armato (CA) nella parte bassa dell’abitato di Ragalna (Piazza S. Barbara): lesioni passanti alle tramezzature.
La mappa del risentimento sismico (figura 2), elaborata in tempo reale grazie al contributo di oltre 1100 cittadini che hanno descritto la propria esperienza compilando il questionario macrosismico disponibile su http://www.haisentitoilterremoto.it, mostra che l’evento è stato anche avvertito in diverse località della Sicilia orientale.
Figura 2 –Mappa del risentimento sismico in scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg) che mostra la distribuzione degli effetti del terremoto sul territorio come ricostruito dai questionari on line fino alle ore 18.30 del 4 marzo 2026. La mappa contiene una legenda (sulla destra). Con la stella in colore viola viene indicato l’epicentro del terremoto, i cerchi colorati si riferiscono alle intensità associate a ogni comune. Nella didascalia in alto sono indicate le caratteristiche del terremoto: data, magnitudo, profondità (Prof) e ora locale. Viene inoltre indicato il numero dei questionari elaborati per ottenere la mappa stessa
La mappa di scuotimento (ShakeMap) indica un grado di intensità MCS pari a 6–7 in area epicentrale. Questi valori di intensità indicano uno scuotimento forte e con danni leggeri (figura 3).
Figura 3 –Mappa di scuotimento (SHAKE MAP) dell’evento del 4 marzo 2026 in provincia di Catania ml 4.5 calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC
Il terremoto principale e le scosse successive hanno interessato una zona del versante sud-occidentale dell’Etna che è caratterizzato dalla presenza di un sistema di faglie dirette, con componente trascorrente destra, noto nella letteratura scientifica come “Sistema di Ragalna” (RF in figura 4).
Figura 4 –Distribuzione della sismicità storica etnea nel periodo compreso tra 1600 e 2010. Nell’inserto in alto a sinistra viene riportata la sismicità strumentale con ipocentri fino a 4 Km. per il periodo 1999-2011 e per un range di magnitudo che va da ML maggiore o uguale a 3.2. La stella verde indica l’evento odierno (tratta da Azzaro et al. (2013 – JVGR 251)
Secondo i dati della sismicità storica nella regione etnea disponibili dal 1600 (figura 4), il settore del versante sud-occidentale del vulcano è stato interessato nel passato da eventi con intensità epicentrale massima del VII-VIII grado EMS (Ml 4.0-4.3).
La zona interessata è caratterizzata da una pericolosità sismica alta, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.
]]>Etna e La Montagne Pelée, quelle due simil guglie
https://ilvulcanico.it/etna-e-la-montagne-pelee-quelle-due-simil-guglie/
Sun, 01 Mar 2026 07:30:54 +0000https://ilvulcanico.it/?p=26184di Santo Scalia Il 2011 fu un anno particolarmente vivace, almeno per quanto riguarda le manifestazioni eruttive dell’Etna. L’attività del vulcano risultò concentrata principalmente al cosiddetto Cratere di Sud-Est [SEC, nelle pubblicazioni vulcanologiche in lingua inglese (n.d.A.)]. Dante, il Database of Etna’s historical eruptions pubblicato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), infatti ci ricorda […]
Il 2011 fu un anno particolarmente vivace, almeno per quanto riguarda le manifestazioni eruttive dell’Etna. L’attività del vulcano risultò concentrata principalmente al cosiddetto Cratere di Sud-Est [SEC, nelle pubblicazioni vulcanologiche in lingua inglese (n.d.A.)]. Dante, il Database of Etna’s historical eruptions pubblicato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), infatti ci ricorda che l’Etna produsse una «serie di circa 50 episodi di fontane di lava o intensa attività stromboliana al SEC, con flussi di lava principalmente verso S, SE ed E, che hanno formato un nuovo cono (“Nuovo Cratere di Sud-Est”) sul fianco SE del SEC».
Il giornalista Alfio Di Marco, nell’edizione dell’11 settembre del quotidiano catanese La Sicilia, così riassumeva l’attività del vulcano: «Tutto è cominciato a gennaio con un grande buco – un «cratere a pozzo» come lo definiscono gli esperti – dove ha preso a concentrarsi l’attività esplosiva ed effusiva del vulcano. Da questo buco, apertosi alla base del versante orientale del Sud-Est, di volta in volta, il Gigante ha dato sfogo alla sua energia, vomitando nell’atmosfera milioni di tonnellate di materiale incandescente sotto forma di fontane di lava che hanno raggiunto un’altezza di centinaia di metri. E mentre dall’orlo del nuovo cratere il vulcano ha emesso copiose colate di fuoco, alle fontane di lava ha abbinato colonne di cenere che hanno raggiunto un’altezza di 9 chilometri, provocando la copiosa ricaduta di sabbia nera sui paesi pedemontani, sulla stessa Catania e lungo tutta la costa.»
Tracciato del tremore vulcanico registrato alla stazione ECNEZ dall’INGV l’8 settembre 2011
In particolare l’otto settembre, giovedì, ebbe inizio il 13° parossismo presso quello che ormai veniva definito il “nuovo cratere di sud-est”. Come da copione, in poche decine di minuti il tracciato del tremore vulcanico manifestò una ripida impennata, corrispondente all’aumento delle esplosioni che da stromboliane si trasformavano in fontane di lava: intorno alle ore 8:00 [Central European Summer Time (CEST)] cominciò lo spettacolo che si protrasse per poco più di due ore; infatti, terminata la fase parossistica, ancora secondo copione, altrettanto rapidamente la spinta energetica si esaurì e la calma ritornò alla sommità dell’Etna.
I venti dominanti portarono la colonna di tefraa riversarsi sui paesi del versante orientale etneo, mentre una modesta colata di lava si diresse nella sottostante Valle del Bove.
La guglia del Cratere di Sud-Est (foto S. Scalia)
Stavolta, però, qualcosa di diverso era accaduto: «L’ultimo parossismo, quello di giovedì scorso – spiegano i vulcanologi dell’Ingv – ha modificato ancora il cono piroclastico: due orli, quello meridionale e quello settentrionale sono cresciuti ancora in altezza, mentre continua a franare il fianco sud-orientale. È qui che un costone di roccia composto da scorie stratificate è stato ruotato e capovolto probabilmente dalla spinta del flusso lavico, creando una sorta di maestosa guglia alta una trentina di metri. Che, vista sotto un certo profilo, ha la forma che ricorda una “spina”, con pareti verticali e sub-verticali la cui consistenza appare molto precaria. E non è difficile prevedere che il prossimo parossismo cancellerà ogni traccia di questa straordinaria “scultura” della Natura». [da La Sicilia, edizione citata].
Una “scultura” effimera era apparsa nel fianco sud-orientale del cratere, una “guglia” che qualcuno definì pure col termine “spina”.
Come facilmente pronosticato, la vita di questa particolare struttura durò poco: soltanto undici giorni dopo, il 19 settembre, l’insorgere del 14° parossismo dell’anno cancellò quanto la Natura aveva creato in precedenza.
La guglia, o la spina, particolare formazione etnea (foto S. Scalia)
Ci rimangono però il ricordo e le immagini di quella strana formazione; ho avuto la possibilità di recarmi a quota 3000 metri il 17 di settembre, solo due giorni prima che sparisse. Nella fotogallery vengono riproposti alcuni scatti fotografici.
La particolare formazione del 2011 mi fa ricordare un’altra “guglia”, ben più grande di quella etnea e di diversa natura ed origine: la guglia formatasi alla Montagna Pelée, nella Martinica, in seguito alla terribile e mortale eruzione del 1902.
Foto di Alfred Lacroix tratte dall’opera La Montagne Pelée et ses éruptions (1904)
Il famoso vulcanologo Alfred Lacroix, nelle sue opere La Montagne Pelée et ses éruptions (1904) e La Montagne Pelée après ses eruptions (1908) la definì l’aguille terminale. In quel caso, però, la formazione rocciosa non si generò in seguito a dei crolli alla sommità del vulcano, ma fu creata dall’estrusione lenta di un magma particolarmente viscoso. La guglia si formò nel corso di circa 10 mesi, tra l’ottobre 1902 e l’agosto del 1903.
In quel caso la guglia raggiunse dimensioni notevoli, superando i 300 metri prima di essere lentamente smantellata da una successione di frane e crolli.
Con il titolo: a sinistra la guglia dell’Etna, a destra quella de La Montagne Pelée
]]>Radon e terremoti: ecco come “respira” l’Etna prima di un’eruzione
https://ilvulcanico.it/radon-e-terremoti-ecco-come-respira-letna-prima-di-uneruzione/
Thu, 26 Feb 2026 06:05:50 +0000https://ilvulcanico.it/?p=26219(Gaetano Perricone) Ricevo e pubblico con grande interesse e piacere per i lettori del Vulcanico.it, ringraziando gli autori, questo articolo firmato a più mani da un gruppo di ricercatori INGV, tra cui Salvo Giammanco e Marco Neri già preziosi contributors di questo blog, che espone con estrema chiarezza i risultati più aggiornati del monitoraggio del […]
]]>(Gaetano Perricone) Ricevo e pubblico con grande interesse e piacere per i lettori del Vulcanico.it, ringraziando gli autori, questo articolo firmato a più mani da un gruppo di ricercatori INGV, tra cui Salvo Giammanco e Marco Neri già preziosi contributors di questo blog, che espone con estrema chiarezza i risultati più aggiornati del monitoraggio del gas radon nei suoli dell’Etna come precursore delle eruzioni. L’articolo trae spunto da una recente pubblicazione scientifica e spiega molto bene quanto sia importante e preziosa la misurazione di questo gas per intercettare, “con probabilità misurabile”, il possibile inizio di una nuova attività
di Salvatore Giammanco, Vincenza Maiolino, Andrea Ursino, Marco Neri, Luca Frasca, Salvatore R. Maugeri, Filippo Murè e Paolo Principato
IN BREVE — Tra il 2023 e il 2025, un gruppo di ricercatori dell’INGV ha condotto un monitoraggio integrato del radon nel suolo, del tremore vulcanico e della sismicità per valutare se il radon possa fornire segnali precoci di unrest (disordine) vulcanico. I risultati indicano che anomalie significative del radon possono precedere, con probabilità misurabile, aumenti del tremore vulcanico e, in alcuni casi, attività stromboliana ai crateri sommitali.
L’Etna è uno dei vulcani più attivi al mondo e, proprio per questo, è anche uno dei migliori laboratori naturali per capire come si muove il magma nelle profondità della Terra. Negli ultimi anni, una combinazione di tecniche di monitoraggio ha permesso di osservare segnali sempre più precoci dell’attività vulcanica. Tra questi, uno dei più promettenti è il radon, un gas naturale che proviene dal sottosuolo e la cui emissione dal suolo può aumentare quando le rocce si fratturano per aumento di stress tettonico o quando il magma risale verso la superficie ed emette molto gas.
Figura 1 – Area sommitale e prodotti eruttivi del periodo 2023-2025. Le mappe delle singole colate sono state ricavate dai bollettini multiparametrici settimanali pubblicati dall’INGV. VOR = Voragine; NEC = Cratere di Nord-Est; BN = Bocca Nuova; SEC = Cratere di Sud-Est.
Tra il 2023 e il 2025, un gruppo di ricercatori dell’INGVha monitorato in modo integrato tre parametri: il radon nel suolo, il tremore vulcanico e la sismicità, nel contesto eruttivo del vulcano (Figura 1). L’obiettivo era capire se questi segnali potessero anticipare le fasi di “unrest”, cioè i momenti in cui il vulcano si prepara a un’eruzione. Il risultato di questo intenso lavoro è stato appena pubblicato su un volume speciale della rivista internazionale Quaternary – MDPI.
UN SENSORE SPECIALE SUL FIANCO DELL’ETNA
Il radon è stato misurato da una stazione permanente (denominata ERN9) situata a circa 2000 metri di quota, vicino al Rifugio Sapienza. Il sensore (Figura 2), installato in un’intercapedine sotterranea, ha registrato oltre 47.000 valori di concentrazione (meglio definita “attività”) di radon in quasi due anni. I dati acquisiti mostrano una grande variabilità, con valori occasionalmente molto elevati: valori compatibili con quelli già osservati in altre zone attive del vulcano nei ultimi due decenni e che già allora avevano dato importanti indicazioni per il monitoraggio delle eruzioni.
Figura 2 – Sonda Radon BARASOL BMC2 (prodotta da ALGADE, Francia) utilizzata presso il sito di campionamento ubicato in prossimità del Rifugio Sapienza (Etna Sud).
Per distinguere i valori di fondo dalle anomalie è stata applicata un’analisi statistica (Normal Probability Plot): la soglia operativa individuata è di circa 2986 Bequerel per metro cubo (Bq/m³), arrotondata a ~3000 Bq/m³, oltre la quale l’attività di radon è considerata anomala.
TREMORE VULCANICO E TERREMOTI: “IL BATTITO” DELL’ETNA
Il tremore vulcanicoè un segnale sismico continuo che aumenta quando il magma si muove rapidamente nei condotti di un vulcano. È uno dei parametri più affidabili per capire se un’eruzione è imminente. Il tremore vulcanico è stato analizzato tramite il parametro RMS (espresso in milliVolt – mV) calcolato su finestre di 15 minuti nella banda 0.5–5.5 Hz. Anche in questo caso è stata individuata una soglia: valori di tremore superiori a 2,5 mV indicano un’anomalia.
La sismicità, invece, è stata analizzata attraverso la localizzazione dei terremoti e il calcolo dell’energia da essi rilasciata. Nel periodo studiato, l’Etna ha mostrato un’attività sismica moderata, con alcuni sciami localizzati soprattutto sui fianchi orientale e meridionale.
Figura 3 – Esempio di correlazione temporale tra anomalia di attività di radon nel suolo (linea grigia), dell’RMS sismico (linea rossa) e di attività eruttiva registrate durante il periodo 24 novembre – 5 dicembre 2023. Nella parte superiore del grafico sono riportati gli eventi eruttivi concomitanti, distinti per tipologia: parossismi al Cratere di Sud-Est – SEC (linea arancione), attività stromboliana al SEC (linea blu scuro) ed effusioni laviche (linea verde). Si osserva chiaramente che l’anomalia di radon (tagliata al valore di 40.000 Bq/m3 per motivi grafici) inizia circa tre giorni prima dell’aumento di tremore associato al parossismo del 1 dicembre 2023 al Cratere di Sud-Est e circa due giorni prima dell’effusione lavica che ha preceduto la fase parossistica di questa eruzione.
COSA SUCCEDE PRIMA DI UN’ERUZIONE?
Il confronto tra radon, tremore vulcanico e attività eruttiva ha rivelato un comportamento molto interessante: le anomalie di radon tendono a precedere gli aumenti del tremore. In altre parole, il radon sembra “attivarsi” prima che il magma inizi a muoversi rapidamente verso la superficie (Figura 3).
Le probabilità calcolate mostrano che:
circa il 30%delle anomalie di radon è seguito da un aumento del tremore entro 24 ore;
la percentuale sale al 46%entro 72 ore
Un risultato simile è stato osservato confrontando il radon con le eruzioni, soprattutto con l’attività stromboliana dei crateri sommitali. Le correlazioni con i parossismi eruttivi, conosciute anche come “fontane di lava”, sono più deboli nel breve termine, ma aumentano su finestre temporali più lunghe.
Figura 4 – Diagramma di flusso che illustra le modalità con cui le anomalie del radon nel suolo si associano agli eventi eruttivi e/o alle anomalie RMS sull’Etna, evidenziando il percorso logico che conduce all’interpretazione delle correlazioni osservate. Il diagramma riporta inoltre le principali limitazioni dell’approccio e le possibili linee di sviluppo futuro. Le percentuali indicate rappresentano l’intervallo di probabilità che il relativo evento si verifichi uno, due o tre giorni dopo un’anomalia di radon.
PERCHE’ IL RADON AUMENTA?
Il radon sembra agire come tracciante di processi di degassamento e microfratturazione delle rocce, spesso anticipando l’attivazione del sistema di condotti magmatici che si manifesta con aumento del tremore. Tuttavia, il segnale radon non è un predittore univoco: va interpretato insieme ad altri parametri. Infatti, il radon è un gas che si muove facilmente attraverso fratture e pori delle rocce. Quando il magma risale, può:
aumentare la pressione nei condotti;
indurre microfratturazione delle rocce;
modificare la permeabilità del suolo
favorire la risalita di altri gas che agiscono da trasportatori del radon
Questi processi possono produrre aumenti improvvisi del radon in superficie, che diventano quindi un possibile segnale precoce di cambiamento di stato nel sistema vulcanico (Figura 4).
UN TASSELLO IN PIU’ PER PREVEDERE L’ATTIVITA’ DELL’ETNA
Il monitoraggio integrato mostra che il radon può essere un precursore a breve terminedell’attività vulcanica, soprattutto quando viene confrontato con altri parametri come il tremore. Non è un segnale sufficiente da solo, ma aggiunge un’informazione preziosa per comprendere cosa accade nel sottosuolo.
L’Etna resta un vulcano complesso, ma studi come questo permettono di migliorare continuamente la capacità di interpretare i suoi segnali e di anticipare le sue mosse, con benefici diretti per la sicurezza e la gestione del rischio.
Bibliografia
Giammanco, S., Maiolino, V., Ursino, A., Neri, M., Frasca, L., Maugeri, S.R., Murè, F., Principato, P., 2026. Integrated Monitoring of Soil Radon Gas and Seismic Activity to Detect Volcanic Unrest at Mount Etna (Italy), 2023–2025. Quaternary 9, 16. https://doi.org/10.3390/quat9010016.
Con il titolo: vista aerea dell’alto fianco meridionale dell’Etna, con ubicazione della sonda radon utilizzata nello studio di Giammanco et al., 2026. Nella fotogallery, le quattro immagini inserite nel testo riprodotte più grandi per una migliore visione