Il Vulcanico https://ilvulcanico.it/ Il Blog di Gaetano Perricone Thu, 12 Mar 2026 12:45:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.4 Mompileri, 12 marzo 1669. Quel giorno che cambiò tutto https://ilvulcanico.it/mompileri-12-marzo-1669-quel-giorno-cambio-tutto/ Thu, 12 Mar 2026 05:54:43 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26249  di Santo Scalia Sono trascorsi già 357 anni, da quel terribile 12 marzo 1669, quando nel villaggio di Mompileri, ma non solo in quello, cambiò tutto: consuetudini, abitudini, speranze. Chi aveva un tetto, chi aveva un podere, chi aveva un lavoro, in poche ore non l’ebbe più. Il villaggio di Mompileri, come testimonia Mons. Ottavio […]

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 di Santo Scalia

Sono trascorsi già 357 anni, da quel terribile 12 marzo 1669, quando nel villaggio di Mompileri, ma non solo in quello, cambiò tutto: consuetudini, abitudini, speranze. Chi aveva un tetto, chi aveva un podere, chi aveva un lavoro, in poche ore non l’ebbe più.

Il villaggio di Mompileri, come testimonia Mons. Ottavio Branciforte, contava alcune centinaia di anime. Le case sorgevano in prossimità della Matrice, la chiesa Maggiore (altre chiese erano sparse nel territorio circostante) che custodiva un rinomato gruppo marmoreo che riproduceva l’Annunciazione alla Vergine e una veneratissima statua della Madonna delle Grazie.

Nei primi giorni del mese di marzo di quell’anno, dal 5 al giorno 9, numerosi scuotimenti del terreno avevano generato notevole preoccupazione negli abitanti di tutti i villaggi del versante meridionale del vulcano. Fortunatamente, la domenica 10, una tregua aveva fatto ben sperare e augurare che il pericolo fosse stato scongiurato.

Da Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669, pag.15

Non fu così: il giorno dopo, lunedì 11 marzo, qualcosa di terribile accadde sul vulcano; lasciamo che a raccontare cosa avvenne siano i cronisti che allora hanno vissuto i tristi eventi.

Tomaso Tedeschi nel suo Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669, pubblicati nello stesso anno a Napoli, scrive: «Ecco in sù le ventidue hore del medesimo Lunedì creparsi il terreno alla volta di Heodanari [sic.] in due lunghissime fessure, che fumo, e fuoco vomitarono. Ne guari poi di tempo à dietro al Monte della Fusara, e sotto la Collina detta Vomitello spalancarsi una terza, e più terribil bocca, che con un fracasso di strepitosi tuoni scagliò fuori una gran copia di solforato fuoco […]». E, qualora ciò non fosse ancora stato cosa terribile, «[…] vicino alla terza bocca ecco aprirsi un’altra fra i monti Salazara, e Monpolieri [sic.], il cui fuoco, verso il villaggio, che à i detti monti soggiace, furiosamente si indirizzò».

Il destino di Mompileri era segnato. Carlo Mancino, nell’opera Narrativa del fuoco uscito da Mongibello pubblicata a Messina sempre nel 1669, così narra la tragedia:

«[…] Parte di questi tre fuochi circondò il Monte di Monpileri per ogni lato, qual’è di circuito da sette miglia, e brugiò tutta la Terra di Monpileri del Sig. Conte Massa, con tutte le vigne, possessioni, e giardini di fronda di grandissimo valore; Non perdonando alla Chiesa di Nostra Signora Annunciata. Chiesa bellissima, e molto grande, nella quale vi erano tre Statue di finissimo marmo, di grandezza naturale. Una del Angelo Gabriele, l’altra di Nostra Signora Annunciata, e la terza della Regina delle gratie col bambino in braccio […]». A Mompileri, oltre ai simulacri di cui sopra, si conservava anche una bellissima statua lignea di San Michele Arcangelo.

Poi le lave circondarono il monte detto Monpileri, distrussero il villaggio chiamato la Guardia, poi Malpasso e Potighelle [sic.]. Intanto il fuoco, aggiunge Tomaso Tedeschi, «seppellì sotto alle ruine dell’arso, e destrutto tempio quelle tre belle statue, che eran stupore dell’arte; se pure da humane, e non d’Angeliche mani furono scolpite».

Il giorno 12, martedì, il villaggio di Mompileri non c’era più!

Lo stesso destino di Mompileri toccò ad altri paesi e casali che si trovarono lungo il percorso delle lave: oltre ai citati Botteghelle, Guardia e Malpasso, furono distrutti San Giovanni di Galermo, Mascalucia, Camporotondo, San Pietro Clarenza, Misterbianco, Li Plachi.

Ma quale fu la sorte di quelle opere d’arte? Come ricorda l’opuscolo Maria sull’Etna, pubblicato a cura dal Santuario Madonna della Sciara nel 2019, in occasione del 350° anniversario dell’eruzione, «[…] alcuni mesi dopo l’eruzione, alcuni uomini venuti a verificare cosa possa essersi salvato dalla furia della lava, ritrovano il simulacro [di San Michele Arcangelo, n.d.A.] in mezzo ad un “dagalotto” formatosi per il suddividersi della colata in due flussi; gli stessi, secondo gli antichi racconti, si sarebbero riuniti dopo averlo oltrepassato. Il simulacro viene portato nel sito abitativo di Massa Annunziata».

Trentacinque anni dopo, il 18 Agosto del 1704, scavando sotto la spessa coltre lavica, avvenne il ritrovamento della statua della Madonna delle Grazie. «I cercatori arrivano, probabilmente trascinandosi carponi e, man mano rimuovendo detriti e frammenti della struttura della chiesa crollata sotto il grave peso della lava e possono contemplare per la prima volta la statua della Madonna dal suo lato sinistro».

Infine, nel 1955, a 286 anni dall’eruzione, scavando in una cava di ghiara [rena rossa, n.d.A] nelle vicinanze del Santuario si «ritrova la testa del simulacro della Madonna Annunziata. Nei giorni successivi viene ritrovata la testa del simulacro dell’Arcangelo Gabriele ed altri frammenti dello stesso gruppo marmoreo.

Il Santuario della Madonna della Sciara, annualmente, ricorda gli avvenimenti del 1669 con delle celebrazioni, delle rievocazioni e manifestazioni. Anche quest’anno, nella ricorrenza del 357° anniversario, è stato stilato un ricco calendario di eventi la cui locandina è inserita nella fotogallery di quest’articolo.

Ricordare il dolore di ciò che accadde poco più di tre secoli e mezzo fa, e alimentare la speranza che un evento simile non debba più accadere

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Per un approfondimento ed una consultazione delle fonti storiche e di quelle recenti ecco di seguito i principali riferimenti bibliografici:

– D. Tomaso Tedeschi, e Paternò – Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669 – Napoli 1669

– Carlo Mancino – Narrativa del fuoco uscito da Mongibello – Messina 1669

– Francesco  Morabito – Catania liberata – Catania 1669

– Alphonsus Borelli – Historia et Meteorologia Incendii Ætneæi anni 1669 – Regio Iulio 1670

– Bonaventura La Rocca – Relatione del nuovo incendio fatto da Mongibello – Messina 1670

Cronaca del Canonico Pasquale Calcerano, cronaca manoscritta del 1752 e pubblicata nel 1929 dal Canonico Vincenzo Raciti Romeo «per accrescere il patrimonio della storia di Acireale

– Francesco Ferrara, Storia generale dell’Etna – Catania 1793

– Giuseppe Recupero, Storia naturale e generale dell’Etna – Catania 1815

– Giuseppe Sac. Pedalino – Mompileri – Edigraf 1966

– Azzaro-Castelli – L’eruzione etnea del 1669 nelle relazioni giornalistiche contemporanee – 2013

– Lina Scalisi – Per riparar l’incendio – Catania 2013

– Alfio Giovanni Privitera – Ti racconto Mompileri. L’evento mariano e il suo messaggio – 2014

– Giancarlo Santi – La Vergine nella lava – Catania 2015

Maria sull’Etna (opuscolo curato dal Santuario Madonna della Sciara in occasione del 350° della conservazione del simulacro della Madonna sotto la lava) – 2019

– Autori vari – Etna 1669, storie di lava 350 anni dalla grande eruzione – Catania 2020, a cura dell’Istituto Nazionale di Geofisica e vulcanologia, della Università degli Studi di Catania e della Regione Siciliana

Con il titolo: la facciata del Santuario Mariano di Mompileri (foto Santo Scalia) 

 

 

 

 

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4 marzo 2026: il terremoto in area etnea https://ilvulcanico.it/4-marzo-2026-in-area-etnea-il-terremoto-ml-4-5-mw-4-4/ Thu, 05 Mar 2026 15:58:09 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26241 FONTE: https://ingvvulcani.com/ Il 4 marzo 2026 alle ore 7.05 (h. 06.05 UTC), è stato registrato un terremoto di Magnitudo locale (ML) 4.5 (Mw 4.4) sul versante SW dell’Etna, con ipocentro a circa 3.8 km di profondità. Da quel momento sono stati localizzati oltre 45 eventi di magnitudo comprese tra 1.0 e 2.3  (aggiornamento alle ore 12:00 di oggi […]

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Il 4 marzo 2026 alle ore 7.05 (h. 06.05 UTC), è stato registrato un terremoto di Magnitudo locale (ML) 4.5 (Mw 4.4) sul versante SW dell’Etna, con ipocentro a circa 3.8 km di profondità. Da quel momento sono stati localizzati oltre 45 eventi di magnitudo comprese tra 1.0 e 2.3  (aggiornamento alle ore 12:00 di oggi 5 marzo).

L’evento a più alta energia è stato localizzato a 2.9 km a nord-ovest dell’abitato di Ragalna (CT) e a 4.7 km da quello di Biancavilla (CT). https://ingvvulcani.com/2026/03/04/evento-sismico-in-provincia-di-catania-ml-4-5-4-marzo-2026/

Presso la Sala Operativa dell’Osservatorio Etneo sono subito pervenute segnalazioni che indicavano come il terremoto fosse stato avvertito anche a Catania (distante circa 22 km dall’epicentro) e in aree limitrofe. Il rilievo macrosismico preliminare condotto in area epicentrale da parte di un gruppo di esperti “QUEST” dell’Osservatorio Etneo, ha evidenziato danni lievi/moderati ad edifici pubblici e privati di Ragalna, prevalentemente nella parte bassa dell’abitato (Figura 1).

Figura 1 - Edificio in calcestruzzo armato (CA) nella parte bassa dell’abitato di Ragalna (Piazza S. Barbara): lesioni passanti alle tramezzature.

Figura 1 – Edificio in calcestruzzo armato (CA) nella parte bassa dell’abitato di Ragalna (Piazza S. Barbara): lesioni passanti alle tramezzature.

La mappa del risentimento sismico (figura 2), elaborata in tempo reale grazie al contributo di oltre 1100 cittadini che hanno descritto la propria esperienza compilando il questionario macrosismico disponibile su http://www.haisentitoilterremoto.it, mostra che l’evento è stato anche avvertito in diverse località della Sicilia orientale.

Figura 2 - Mappa del risentimento sismico in scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg) che mostra la distribuzione degli effetti del terremoto sul territorio come ricostruito dai questionari on line. La mappa contiene una legenda (sulla destra). Con la stella in colore viola viene indicato l’epicentro del terremoto, i cerchi colorati si riferiscono alle intensità associate a ogni comune. Nella didascalia in alto sono indicate le caratteristiche del terremoto: data, magnitudo, profondità (Prof) e ora locale. Viene inoltre indicato il numero dei questionari elaborati per ottenere la mappa stessa.

Figura 2 – Mappa del risentimento sismico in scala MCS (Mercalli-Cancani-Sieberg) che mostra la distribuzione degli effetti del terremoto sul territorio come ricostruito dai questionari on line fino alle ore 18.30 del 4 marzo 2026. La mappa contiene una legenda (sulla destra). Con la stella in colore viola viene indicato l’epicentro del terremoto, i cerchi colorati si riferiscono alle intensità associate a ogni comune. Nella didascalia in alto sono indicate le caratteristiche del terremoto: data, magnitudo, profondità (Prof) e ora locale. Viene inoltre indicato il numero dei questionari elaborati per ottenere la mappa stessa

La mappa di scuotimento (ShakeMap) indica un grado di intensità MCS pari a 6–7 in area epicentrale. Questi valori di intensità indicano uno scuotimento forte e con danni leggeri (figura 3). 

La mappa di scuotimento (SHAKE MAP) dell’evento di oggi calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC mostra dei livelli di scuotimento fino al VI-VII grado MCS.

Figura 3 – Mappa di scuotimento (SHAKE MAP) dell’evento del 4 marzo 2026 in provincia di Catania ml 4.5 calcolata dai dati delle reti sismiche e accelerometriche INGV e DPC

Il terremoto principale e le scosse successive hanno interessato una zona del versante sud-occidentale dell’Etna che è caratterizzato dalla presenza di un sistema di faglie dirette, con componente trascorrente destra, noto nella letteratura scientifica come “Sistema di Ragalna” (RF in figura 4).

Figura 3 - Distribuzione della sismicità storica etnea nel periodo compreso tra 1600 e 2010. Nell'inserto in alto a sinistra viene riportata la sismicità strumentale con ipocentri fino a 4 Km. per il periodo 1999-2011 e per un range di magnitudo che va da ML maggiore o uguale a 3.2. La stella verde indica l’evento odierno (tratta da Azzaro et al. (2013 - JVGR 251)

Figura 4 – Distribuzione della sismicità storica etnea nel periodo compreso tra 1600 e 2010. Nell’inserto in alto a sinistra viene riportata la sismicità strumentale con ipocentri fino a 4 Km. per il periodo 1999-2011 e per un range di magnitudo che va da ML maggiore o uguale a 3.2. La stella verde indica l’evento odierno (tratta da Azzaro et al. (2013 – JVGR 251)

Secondo i dati della sismicità storica nella regione etnea disponibili dal 1600 (figura 4), il settore del versante sud-occidentale del vulcano è stato interessato nel passato da eventi con intensità epicentrale massima del VII-VIII grado EMS (Ml 4.0-4.3). 

La zona interessata è caratterizzata da una pericolosità sismica alta, come testimoniato dalla Mappa della pericolosità sismica del territorio nazionale (MPS04) e dai forti terremoti avvenuti in passato.

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Etna e La Montagne Pelée, quelle due simil guglie https://ilvulcanico.it/etna-e-la-montagne-pelee-quelle-due-simil-guglie/ Sun, 01 Mar 2026 07:30:54 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26184 di Santo Scalia Il 2011 fu un anno particolarmente vivace, almeno per quanto riguarda le manifestazioni eruttive dell’Etna. L’attività del vulcano risultò concentrata principalmente al cosiddetto Cratere di Sud-Est [SEC, nelle pubblicazioni vulcanologiche in lingua inglese (n.d.A.)]. Dante, il Database of Etna’s historical eruptions pubblicato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), infatti ci ricorda […]

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di Santo Scalia

Il 2011 fu un anno particolarmente vivace, almeno per quanto riguarda le manifestazioni eruttive dell’Etna. L’attività del vulcano risultò concentrata principalmente al cosiddetto Cratere di Sud-Est [SEC, nelle pubblicazioni vulcanologiche in lingua inglese (n.d.A.)]. Dante, il Database of Etna’s historical eruptions pubblicato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), infatti ci ricorda che l’Etna produsse una «serie di circa 50 episodi di fontane di lava o intensa attività stromboliana al SEC, con flussi di lava principalmente verso S, SE ed E, che hanno formato un nuovo cono (“Nuovo Cratere di Sud-Est”) sul fianco SE del SEC».

Il giornalista Alfio Di Marco, nell’edizione dell’11 settembre del quotidiano catanese La Sicilia, così riassumeva l’attività del vulcano: «Tutto è cominciato a gennaio con un grande buco – un «cratere a pozzo» come lo definiscono gli esperti – dove ha preso a concentrarsi l’attività esplosiva ed effusiva del vulcano. Da questo buco, apertosi alla base del versante orientale del Sud-Est, di volta in volta, il Gigante ha dato sfogo alla sua energia, vomitando nell’atmosfera milioni di tonnellate di materiale incandescente sotto forma di fontane di lava che hanno raggiunto un’altezza di centinaia di metri. E mentre dall’orlo del nuovo cratere il vulcano ha emesso copiose colate di fuoco, alle fontane di lava ha abbinato colonne di cenere che hanno raggiunto un’altezza di 9 chilometri, provocando la copiosa ricaduta di sabbia nera sui paesi pedemontani, sulla stessa Catania e lungo tutta la costa

Tracciato del tremore vulcanico registrato alla stazione ECNEZ dall’INGV l’8 settembre 2011

In particolare l’otto settembre, giovedì, ebbe inizio il 13° parossismo presso quello che ormai veniva definito il “nuovo cratere di sud-est”. Come da copione, in poche decine di minuti il tracciato del tremore vulcanico manifestò una ripida impennata, corrispondente all’aumento delle esplosioni che da stromboliane si trasformavano in fontane di lava: intorno alle ore 8:00 [Central European Summer Time (CEST)] cominciò lo spettacolo che si protrasse per poco più di due ore; infatti, terminata la fase parossistica, ancora secondo copione, altrettanto rapidamente la spinta energetica si esaurì e la calma ritornò alla sommità dell’Etna.

I venti dominanti portarono la colonna di tefra a riversarsi sui paesi del versante orientale etneo, mentre una modesta colata di lava si diresse nella sottostante Valle del Bove.

La guglia del Cratere di Sud-Est (foto S. Scalia)

Stavolta, però, qualcosa di diverso era accaduto: «L’ultimo parossismo, quello di giovedì scorso – spiegano i vulcanologi dell’Ingv – ha modificato ancora il cono piroclastico: due orli, quello meridionale e quello settentrionale sono cresciuti ancora in altezza, mentre continua a franare il fianco sud-orientale. È qui che un costone di roccia composto da scorie stratificate è stato ruotato e capovolto probabilmente dalla spinta del flusso lavico, creando una sorta di maestosa guglia alta una trentina di metri. Che, vista sotto un certo profilo, ha la forma che ricorda una “spina”, con pareti verticali e sub-verticali la cui consistenza appare molto precaria. E non è difficile prevedere che il prossimo parossismo cancellerà ogni traccia di questa straordinaria “scultura” della Natura». [da La Sicilia, edizione citata].

Una “scultura” effimera era apparsa nel fianco sud-orientale del cratere, una “guglia” che qualcuno definì pure col termine “spina”.

Come facilmente pronosticato, la vita di questa particolare struttura durò poco: soltanto undici giorni dopo, il 19 settembre, l’insorgere del 14° parossismo dell’anno cancellò quanto la Natura aveva creato in precedenza.

La guglia, o la spina, particolare formazione etnea (foto S. Scalia)

Ci rimangono però il ricordo e le immagini di quella strana formazione; ho avuto la possibilità di recarmi a quota 3000 metri il 17 di settembre, solo due giorni prima che sparisse. Nella fotogallery vengono riproposti alcuni scatti fotografici.

La particolare formazione del 2011 mi fa ricordare un’altra “guglia”, ben più grande di quella etnea e di diversa natura ed origine: la guglia formatasi alla Montagna Pelée, nella Martinica, in seguito alla terribile e mortale eruzione del 1902.

Foto di Alfred Lacroix tratte dall’opera La Montagne Pelée et ses éruptions (1904)

Il famoso vulcanologo Alfred Lacroix, nelle sue opere La Montagne Pelée et ses éruptions (1904) e La Montagne Pelée après ses eruptions (1908) la definì l’aguille terminale. In quel caso, però, la formazione rocciosa non si generò in seguito a dei crolli alla sommità del vulcano, ma fu creata dall’estrusione lenta di un magma particolarmente viscoso. La guglia si formò nel corso di circa 10 mesi, tra l’ottobre 1902 e l’agosto del 1903.

In quel caso la guglia raggiunse dimensioni notevoli, superando i 300 metri prima di essere lentamente smantellata da una successione di frane e crolli.

Con il titolo: a sinistra la guglia dell’Etna, a destra quella de La Montagne Pelée

 

 

 

 

 

 

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Radon e terremoti: ecco come “respira” l’Etna prima di un’eruzione https://ilvulcanico.it/radon-e-terremoti-ecco-come-respira-letna-prima-di-uneruzione/ Thu, 26 Feb 2026 06:05:50 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26219 (Gaetano Perricone) Ricevo e pubblico con grande interesse e piacere per i lettori del Vulcanico.it, ringraziando gli autori, questo articolo firmato a più mani da un gruppo di ricercatori INGV, tra cui Salvo Giammanco e Marco Neri già preziosi contributors di questo blog, che espone con estrema chiarezza i risultati più aggiornati del monitoraggio del […]

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(Gaetano Perricone) Ricevo e pubblico con grande interesse e piacere per i lettori del Vulcanico.it, ringraziando gli autori, questo articolo firmato a più mani da un gruppo di ricercatori INGV, tra cui Salvo Giammanco e Marco Neri già preziosi contributors di questo blog, che espone con estrema chiarezza i risultati più aggiornati del monitoraggio del gas radon nei suoli dell’Etna come precursore delle eruzioni. L’articolo trae spunto da una recente pubblicazione scientifica e spiega molto bene quanto sia importante e preziosa la misurazione di questo gas per intercettare, “con probabilità misurabile”, il possibile inizio di una nuova attività 

di Salvatore Giammanco, Vincenza Maiolino, Andrea Ursino, Marco Neri, Luca Frasca, Salvatore R. Maugeri, Filippo Murè e Paolo Principato

IN BREVE — Tra il 2023 e il 2025, un gruppo di ricercatori dell’INGV ha condotto un monitoraggio integrato del radon nel suolo, del tremore vulcanico e della sismicità per valutare se il radon possa fornire segnali precoci di unrest (disordine) vulcanico. I risultati indicano che anomalie significative del radon possono precedere, con probabilità misurabile, aumenti del tremore vulcanico e, in alcuni casi, attività stromboliana ai crateri sommitali.

 L’Etna è uno dei vulcani più attivi al mondo e, proprio per questo, è anche uno dei migliori laboratori naturali per capire come si muove il magma nelle profondità della Terra. Negli ultimi anni, una combinazione di tecniche di monitoraggio ha permesso di osservare segnali sempre più precoci dell’attività vulcanica. Tra questi, uno dei più promettenti è il radon, un gas naturale che proviene dal sottosuolo e la cui emissione dal suolo può aumentare quando le rocce si fratturano per aumento di stress tettonico o quando il magma risale verso la superficie ed emette molto gas.

Figura 1 – Area sommitale e prodotti eruttivi del periodo 2023-2025. Le mappe delle singole colate sono state ricavate dai bollettini multiparametrici settimanali pubblicati dall’INGV. VOR = Voragine; NEC = Cratere di Nord-Est; BN = Bocca Nuova; SEC = Cratere di Sud-Est.

Tra il 2023 e il 2025, un gruppo di ricercatori dell’INGV ha monitorato in modo integrato tre parametri: il radon nel suolo, il tremore vulcanico e la sismicità, nel contesto eruttivo del vulcano (Figura 1). L’obiettivo era capire se questi segnali potessero anticipare le fasi di “unrest”, cioè i momenti in cui il vulcano si prepara a un’eruzione. Il risultato di questo intenso lavoro è stato appena pubblicato su un volume speciale della rivista internazionale Quaternary – MDPI.

 UN SENSORE SPECIALE SUL FIANCO DELL’ETNA

Il radon è stato misurato da una stazione permanente (denominata ERN9) situata a circa 2000 metri di quota, vicino al Rifugio Sapienza. Il sensore (Figura 2), installato in un’intercapedine sotterranea, ha registrato oltre 47.000 valori di concentrazione (meglio definita “attività”) di radon in quasi due anni. I dati acquisiti mostrano una grande variabilità, con valori occasionalmente molto elevati: valori compatibili con quelli già osservati in altre zone attive del vulcano nei ultimi due decenni e che già allora avevano dato importanti indicazioni per il monitoraggio delle eruzioni.

Figura 2 – Sonda Radon BARASOL BMC2 (prodotta da ALGADE, Francia) utilizzata presso il sito di campionamento ubicato in prossimità del Rifugio Sapienza (Etna Sud).

Per distinguere i valori di fondo dalle anomalie è stata applicata un’analisi statistica (Normal Probability Plot): la soglia operativa individuata è di circa 2986 Bequerel per metro cubo (Bq/m³), arrotondata a ~3000 Bq/m³, oltre la quale l’attività di radon è considerata anomala.

TREMORE VULCANICO E TERREMOTI: “IL BATTITO” DELL’ETNA 

Il tremore vulcanico è un segnale sismico continuo che aumenta quando il magma si muove rapidamente nei condotti di un vulcano. È uno dei parametri più affidabili per capire se un’eruzione è imminente. Il tremore vulcanico è stato analizzato tramite il parametro RMS (espresso in milliVolt – mV) calcolato su finestre di 15 minuti nella banda 0.5–5.5 Hz. Anche in questo caso è stata individuata una soglia: valori di tremore superiori a 2,5 mV indicano un’anomalia.

La sismicità, invece, è stata analizzata attraverso la localizzazione dei terremoti e il calcolo dell’energia da essi rilasciata. Nel periodo studiato, l’Etna ha mostrato un’attività sismica moderata, con alcuni sciami localizzati soprattutto sui fianchi orientale e meridionale.

Figura 3 – Esempio di correlazione temporale tra anomalia di attività di radon nel suolo (linea grigia), dell’RMS sismico (linea rossa) e di attività eruttiva registrate durante il periodo 24 novembre – 5 dicembre 2023. Nella parte superiore del grafico sono riportati gli eventi eruttivi concomitanti, distinti per tipologia: parossismi al Cratere di Sud-Est – SEC (linea arancione), attività stromboliana al SEC (linea blu scuro) ed effusioni laviche (linea verde).  Si osserva chiaramente che l’anomalia di radon (tagliata al valore di 40.000 Bq/m3 per motivi grafici) inizia circa tre giorni prima dell’aumento di tremore associato al parossismo del 1 dicembre 2023 al Cratere di Sud-Est e circa due giorni prima dell’effusione lavica che ha preceduto la fase parossistica di questa eruzione.

COSA SUCCEDE PRIMA DI UN’ERUZIONE? 

Il confronto tra radon, tremore vulcanico e attività eruttiva ha rivelato un comportamento molto interessante: le anomalie di radon tendono a precedere gli aumenti del tremore. In altre parole, il radon sembra “attivarsi” prima che il magma inizi a muoversi rapidamente verso la superficie (Figura 3).

Le probabilità calcolate mostrano che:

  • circa il 30% delle anomalie di radon è seguito da un aumento del tremore entro 24 ore;
  • la percentuale sale al 46% entro 72 ore

Un risultato simile è stato osservato confrontando il radon con le eruzioni, soprattutto con l’attività stromboliana dei crateri sommitali. Le correlazioni con i parossismi eruttivi, conosciute anche come “fontane di lava”, sono più deboli nel breve termine, ma aumentano su finestre temporali più lunghe.

Figura 4 – Diagramma di flusso che illustra le modalità con cui le anomalie del radon nel suolo si associano agli eventi eruttivi e/o alle anomalie RMS sull’Etna, evidenziando il percorso logico che conduce all’interpretazione delle correlazioni osservate. Il diagramma riporta inoltre le principali limitazioni dell’approccio e le possibili linee di sviluppo futuro. Le percentuali indicate rappresentano l’intervallo di probabilità che il relativo evento si verifichi uno, due o tre giorni dopo un’anomalia di radon.

PERCHE’ IL RADON AUMENTA? 

Il radon sembra agire come tracciante di processi di degassamento e microfratturazione delle rocce, spesso anticipando l’attivazione del sistema di condotti magmatici che si manifesta con aumento del tremore. Tuttavia, il segnale radon non è un predittore univoco: va interpretato insieme ad altri parametri. Infatti, il radon è un gas che si muove facilmente attraverso fratture e pori delle rocce. Quando il magma risale, può:

  • aumentare la pressione nei condotti;
  • indurre microfratturazione delle rocce;
  • modificare la permeabilità del suolo
  • favorire la risalita di altri gas che agiscono da trasportatori del radon

Questi processi possono produrre aumenti improvvisi del radon in superficie, che diventano quindi un possibile segnale precoce di cambiamento di stato nel sistema vulcanico (Figura 4).

UN TASSELLO IN PIU’ PER PREVEDERE L’ATTIVITA’ DELL’ETNA

Il monitoraggio integrato mostra che il radon può essere un precursore a breve termine dell’attività vulcanica, soprattutto quando viene confrontato con altri parametri come il tremore. Non è un segnale sufficiente da solo, ma aggiunge un’informazione preziosa per comprendere cosa accade nel sottosuolo.

L’Etna resta un vulcano complesso, ma studi come questo permettono di migliorare continuamente la capacità di interpretare i suoi segnali e di anticipare le sue mosse, con benefici diretti per la sicurezza e la gestione del rischio.

Bibliografia

Giammanco, S., Maiolino, V., Ursino, A., Neri, M., Frasca, L., Maugeri, S.R., Murè, F., Principato, P., 2026. Integrated Monitoring of Soil Radon Gas and Seismic Activity to Detect Volcanic Unrest at Mount Etna (Italy), 2023–2025. Quaternary 9, 16. https://doi.org/10.3390/quat9010016.

Con il titolo: vista aerea dell’alto fianco meridionale dell’Etna, con ubicazione della sonda radon utilizzata nello studio di Giammanco et al., 2026. Nella fotogallery, le quattro immagini inserite nel testo riprodotte più grandi per una migliore visione

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La “Casermetta di Monte Spagnolo” al CAI Sicilia https://ilvulcanico.it/la-casermetta-di-monte-spagnolo-al-cai-sicilia/ Mon, 23 Feb 2026 10:36:38 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26210 Riceviamo e volentieri pubblichiamo dal Club Alpino Italiano, Gruppo Regionale Sicilia  COMUNICATO STAMPA Assegnata dal Comune di Randazzo. Il presidente nazionale del sodalizio, Antonio Montani, ha visitato la struttura che entrerà a far parte della rete dei rifugi CAI Lo storico rifugio “Casermetta di Monte Spagnolo” è stato assegnato dal Comune di Randazzo, ente proprietario, […]

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo dal Club Alpino Italiano, Gruppo Regionale Sicilia 

COMUNICATO STAMPA

Assegnata dal Comune di Randazzo. Il presidente nazionale del sodalizio, Antonio Montani, ha visitato la struttura che entrerà a far parte della rete dei rifugi CAI

Lo storico rifugio “Casermetta di Monte Spagnolo” è stato assegnato dal Comune di Randazzo, ente proprietario, al Gruppo Regionale del Club alpino italiano. L’edificio si trova a circa 1500 metri di quota sul versante settentrionale dell’Etna. Entro breve tempo la struttura potrà diventare un prezioso punto di riferimento per gli escursionisti che vorranno frequentare quel versante del vulcano.

Monte Spagnolo, la firma dell’accordo

Dopo l’espletamento di una evidenza pubblica, il contratto di comodato è stato firmato presso l’ufficio tecnico del Comune, alla presenza di due componenti della Commissione straordinaria che amministra l’Ente. Successivamente i rappresentanti del CAI hanno preso possesso dell’immobile. Si avvia così a conclusione l’iter di rilancio di un edificio comunale, risalente al periodo fascista, che da circa dieci anni è stato ristrutturato, restando però del tutto inutilizzato. “Siamo molto grati all’ufficio tecnico comunale e alla intera Commissione straordinaria che amministra il Comune di Randazzo– ha dichiarato Giuseppe Riggio, presidente regionale di CAI Sicilia – per aver saputo sbloccare in pochi mesi l’utilizzo di una risorsa di fondamentale importanza per il turismo escursionistico etneo. Saremo impegnati, con la passione dei volontari ma avvalendoci anche della secolare esperienza del Club alpino italiano, a rendere disponibile questo prezioso fabbricato a quanti vogliono scoprire il versante più integro del Parco dell’Etna”.

Anche il presidente nazionale del Club alpino italiano, Antonio Montani, presente sull’Etna nei giorni scorsi, ha voluto andare a visitare la nuova struttura assegnata a CAI Sicilia insieme a Mario Vaccarella, componente del consiglio direttivo centrale del sodalizio: “Il CAI attraverso le sue strutture territoriali ha sviluppato competenze profonde nella gestione di circa 700 strutture montane – ha spiegato Montani  siamo ben felici che anche CAI Sicilia abbia un compatto, ma attrezzato edificio da dedicare all’accoglienza sul vulcano”.

L’importanza della “Casermetta di Monte Spagnolo” è legata al fatto che si trova lungo la pista forestale che circonda due versanti dell’Etna, per una lunghezza di circa 35 chilometri. La struttura potrà garantire il pernottamento lungo il Sentiero Italia CAI e come posto tappa del Gran Tour Etneo a circa 10 ospiti. Dal rifugio si può inoltre agevolmente accedere alla famosa Grotta del Gelo e alla splendida, circostante faggeta.

Presente al primo sopralluogo alla struttura anche il presidente del Gal terre dell’Etna e dell’Alcantara, Ignazio Puglisi, che ha sostenuto il Comune di Randazzo nel percorso di recupero della struttura e di restituzione alla pubblica fruizione, e i soci della Sottosezione CAI di Randazzo, con il suo reggente Stefano Castellana, che collaboreranno alla conduzione del rifugio. Nei pressi della Casermetta è operativo anche un bivacco forestale gestito dal Dipartimento sviluppo rurale della Regione Siciliana

Con il titolo: la Casermetta di Monte Spagnolo

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Quel mosaico di faglie. “La crosta terrestre sotto lo Stretto di Messina è tutt’altro che stabile” https://ilvulcanico.it/quel-mosaico-di-faglie-la-crosta-terrestre-sotto-lo-stretto-di-messina-e-tuttaltro-che-stabile/ Tue, 17 Feb 2026 15:34:07 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26177 FONTE: https://ingvterremoti.com/ Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina e Reggio Calabria. Da allora, […]

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FONTE: https://ingvterremoti.com/

Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina Reggio Calabria. Da allora, geologi e sismologi di tutto il mondo hanno cercato di capire quale faglia  possa aver causato quel  terremoto e quali processi profondi continuino a generarne altri.

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista internazionale Tectonophysics e condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e di alcune università italiane ed europee, offre oggi una visione più chiara e completa della struttura geologica dello Stretto. Lo studio, dal titolo “Structural development and seismogenesis in the Messina Straits revealed by stress/strain pattern above the edge of the Calabrian slab”, integra dati sismologici e geofisici marini, e analizza oltre 2.400 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019, rilocalizzati con tecniche di precisione e considerando anche dati registrati da sistemi di monitoraggio posti sul fondale marino (osservatorio multidisciplinare NEMO-SN1 e 7 Ocean Bottom Seismometers – OBSs installati durante l’esperimento Seismofaults; Sgroi et al., 2021a; Sgroi et al., 2021b; Sgroi et al., 2021c).

Un laboratorio naturale di geodinamica mediterranea

Lo Stretto di Messina si trova in un punto di incontro tra due grandi placche: quella africana, che spinge verso nord, e quella eurasiatica, che resiste e scivola sopra di essa. Qui la crosta terrestre si piega, si spezza e si muove lungo una serie di faglie attive, in un complesso gioco di compressione, distensione e scorrimento laterale. A sud-est, nel Mar Ionio, la placca africana si immerge sotto la Calabria, formando la cosiddetta “subduzione calabra” dove un lembo della crosta oceanica dell’antico oceano della Tetide scende lentamente nel mantello terrestre.

Questo lento movimento di subduzione trascina con sé la parte superiore della crosta, generando deformazioni che si estendono fino in superficie e che plasmano la morfologia dello Stretto. È un processo che, nel corso di milioni di anni, ha dato origine a catene montuose, faglie e depressioni marine, ma che ancora oggi è all’origine di terremoti potenzialmente distruttivi.

Due zone dove nascono i terremoti

Dall’analisi dei dati, i ricercatori hanno individuato due principali strati della crosta terrestre dove si concentra l’attività sismica:

  • uno superficiale, tra 6 e 20 km di profondità, dove si sviluppano i terremoti più frequenti e più legati alla deformazione della crosta continentale;
  • uno più profondo, tra 40 e 80 km, associato anche ai movimenti della placca ionica in subduzione sotto la Calabria.

Questa doppia struttura sismogenetica indica che la deformazione avviene su più livelli e con meccanismi diversi: nella parte superiore dominano le forze estensionali, che tendono ad allungare e sprofondare la crosta, mentre più in profondità si manifestano anche forze compressive, legate alla convergenza tra Africa ed Europa.

Distribuzione epicentrale della sismicità registrata tra il 1990 e il 2019 (cerchi neri pieni). Le linee arancioni indicano le faglie attive descritte nell’area dello Stretto di Messina da Lavecchia et al., 2024 e Barreca et al., 2021. Le linee rosse rappresentano le faglie descritte in questo nuovo studio. La stella rossa indica l’epicentro del terremoto del 1908 (Boschi et al., 1989). L’area a forma sigmoidale, di colore giallo chiaro, evidenzia la zona principale di deformazione all’interno del bacino dello Stretto.

Un mosaico di faglie, non una sola “grande spaccatura”

Uno dei risultati più interessanti del lavoro è che la deformazione nello Stretto di Messina è controllata da un sistema complesso di faglie interconnesse. Queste strutture si estendono sia a terra che sotto il mare e si muovono in modo coordinato, come le tessere di un mosaico che si adattano e scorrono l’una sull’altra.

Le nuove immagini sismiche acquisite sul fondale hanno rivelato scarpate morfologiche, e dislocazioni nei sedimenti recenti, segni inequivocabili di deformazione attiva. Anche se molte di queste tracce sono cancellate dalle forti correnti marine o dai frequenti movimenti franosi dei versanti, la loro presenza conferma che la crosta terrestre sotto lo Stretto è tutt’altro che stabile.

Dal 1908 a oggi: cosa sappiamo della sismicità attuale

Negli ultimi trent’anni, la Rete Sismica gestita dall’INGV e i sistemi di monitoraggio sottomarini hanno registrato solo terremoti di bassa e media magnitudo nell’area dello Stretto, alcuni dei quali si sono verificati in piccoli raggruppamenti dando origine ad alcune sequenze sismiche.

Queste sequenze recenti, spesso localizzate vicino all’epicentro del sisma del 1908, mostrano meccanismi di fagliazione coerenti con quelli individuati nello studio: piccoli segmenti di faglie orientate NE–SW che si attivano a profondità comprese tra 4 e 12 km.

Perché questi risultati sono importanti

Comprendere la geometria e il comportamento delle faglie sotto lo Stretto di Messina non è solo un esercizio accademico: è fondamentale per migliorare la valutazione della pericolosità sismica in una delle zone più densamente popolate e vulnerabili d’Italia.

Questo lavoro dimostra che la deformazione della crosta terrestre in quest’area è fortemente influenzata dai processi profondi legati alla subduzione della placca ionica, e che la sismicità superficiale rappresenta la manifestazione di movimenti che avvengono a decine di chilometri di profondità.

Questa nuova visione geodinamica integra per la prima volta in modo coerente le osservazioni sismologiche, geofisiche e morfologiche, fornendo una base più solida per gli studi futuri sulla sismogenesi dello Stretto e sulla pericolosità sismica dell’area.

Lo Stretto di Messina non è solo una frontiera tra due regioni italiane, ma anche il confine dinamico tra due placche terrestri in continua collisione. Sotto quelle acque si nasconde un sistema di faglie attive che racconta una storia di movimenti millenari, ma anche di un futuro sismico che dobbiamo continuare a studiare con attenzione.

Il lavoro è disponibile al link: https://doi.org/10.1016/j.tecto.2025.230920.

A cura di Tiziana Sgroi (INGV – Roma 2), Graziella Barberi (INGV – OE), Luca Gasperini (ISMAR – CNR), Rob Govers (Università di Utrecht), Nicolai Nijholt (Università di Utrecht), Giuseppe Lo Mauro (Università di Bari), Marco Ligi (ISMAR – CNR), Andrea Artoni (Università di Parma), Luigi Torelli (Università di Parma), Alina Polonia (ISMAR – CNR).

Bibliografia

Barreca, G., Gross, F., Scarfì, L., Aloisi, M., Monaco, C., Krastel, S., 2021. The Strait of Messina: Seismotectonics and the source of the 1908 earthquake. Earth Science Reviews 218, 103685. https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2021.103685.

Boschi, E., Pantosti, D., Valensise, G., 1989. Modello di sorgente per il terremoto di Messina del 1908. Atti Convegno GNGTS 8, 245–258.

Lavecchia, G., Bello, S., Andrenacci, C., Cirillo, D., Pietrolungo, F., Talone, D., et al., 2024. QUIN 2.0 – new release of the QUaternary fault strain INdicators database from the Southern Apennines of Italy. Scientific Data 11 (1), 189. https://doi.org/10.1038/ s41597-024-03008-6.

Sgroi, T., Polonia, A., Barberi, G., Billi, A., Gasperini, L., 2021a. New seismological data from the Calabrian arc reveal arc-orthogonal extension across the subduction zone. Scientific Reports 11 (1), 473. https://doi.org/10.1038/s41598-020-79719-8.

Sgroi, T., Barberi, G., Marchetti, A., 2021b. The contribution of the NEMO-SN1 seafloor observatory to improve the seismic locations in the Ionian Sea (Italy). Annals of Geophysics 64 (6), SE655. https://doi.org/10.4401/ag-8575.

Sgroi, T., Polonia, A., Beranzoli, L., Billi, A., Bosman, A., Costanza, A., et al., 2021c. One Year of Seismicity Recorded Through Ocean Bottom Seismometers Illuminates Active Tectonic Structures in the Ionian Sea (Central Mediterranean). Frontiers in Earth Science 9. https://doi.org/10.3389/feart.2021.661311.

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Agnes, William. Hamnet. Il dolore che divide, l’arte che rende immortali https://ilvulcanico.it/agnes-william-hamnet-il-dolore-che-divide-larte-che-rende-immortali/ Sat, 14 Feb 2026 17:25:46 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26164 di Antonella De Francesco Ho visto Hamnet di Chloè Zao Non succedeva da tempo che un film mi commuovesse così. Per un paio d’ore ci si immerge in una natura selvaggia e piena di colori, luci e ombre che, grazie alle incredibili riprese di Lukasz Zal ci avvolge e ci inebria fino quasi a farci […]

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di Antonella De Francesco
Ho visto Hamnet di Chloè Zao
Non succedeva da tempo che un film mi commuovesse così. Per un paio d’ore ci si immerge in una natura selvaggia e piena di colori, luci e ombre che, grazie alle incredibili riprese di Lukasz Zal ci avvolge e ci inebria fino quasi a farci sentire i suoi profumi, provare la sensazione di camminare nel fango, sentire l’umido della terra scavata a mani nude, l’amaro di certe erbe un tempo usate per guarire il corpo e allontanare la morte, perché è questo che fa da sempre l’uomo: scacciare la morte.
Sulle note magnifiche di Max Richter.
Il film, giustamente candidato all’Oscar, narra la storia d’amore tra Agnes (un’eccezionale Jessie Buckley) e William Shakespeare (Paul Mescal ) e della loro famiglia. Agnes e William si vedono da lontano, si annusano come animali, si riconoscono, si uniscono senza indugi e si amano, cercando conferme e presagi l’uno negli occhi dell’altra, ignari di quale vita e quanta parte di gioia e di dolore avranno in sorte.
La ricostruzione di luoghi e costumi ci riporta indietro in un tempo lontano, in cui venire alla luce e restare vivi non era poi così scontato. Le urla di Agnes che partorisce sola nel bosco o su una sedia in casa recano il mistero della vita e ci inchiodano all’evidenza che allora come ora dare alla luce un figlio resta forse l’unico miracolo che un essere umano possa compiere. Agnes dà alla luce i suoi figli e in quello stesso momento, da madre, suggella un patto tacito con loro: si assume l’onere di custodirli e proteggerli finché sarà in vita. È questa la sua e la missione di ogni madre, da che esiste il mondo.
Non so se è un caso che il padre non ci sia e non assista ai parti, c’è forse l’idea sottintesa che i figli sono della madre? Qui la regista per un momento ce lo lascia credere e ci lascia credere anche che il dolore in Agnes e William per la perdita del piccolo Hamnet sia diverso: quel “ Tu non c’eri “ è un atto d’accusa contro il padre, è il peso di un dolore che Agnes crede faccia più male a lei che a chiunque altro, è la fine dei sogni e dei presagi da cercare nel volto di lui .
La regista Choé Zhao
Quanta attualità in quel dolore che divide anziché unire, che chiude il cuore e lo rende sordo al mondo e che si accompagna al peso di non aver saputo scacciare la morte! Ma se la morte non può essere evitata, cosa resta a noi miseri esseri umani se non ricordare e sognare chi non è più tra noi?
E qui il film prende una piega sorprendente e affida proprio al padre l’onere più grande. All’insaputa della moglie Agnes, William scrive e mette in scena una tragedia in cui Hamnet è il protagonista. Per sua voce dà sfogo al suo dolore, al peso per non esserci stato. Il suo dilemma se “essere o “non essere” diventa il dilemma universale di tutti noi e quel “morire “ o “ dormire”, rassegnarsi o continuare a lottare prende gli astanti in quel teatro Vittoriano e tutti noi . William con la sua tragedia condivide il suo dolore e lo svela ad Agnes e al suo pubblico e nella coralità di quella commozione, consegna Hamnet all’immortalità, celebrando il potere dell’arte in ogni sua forma e del teatro in particolare. Da vedere
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COME HAMNET DIVENNE HAMLET. E’ GRANDE CINEMA
di Gaetano Perricone
“Lascia aperto il cuore …”
Predestinato all’Oscar, agli Oscar. Non so quanti premi, tra le otto candidature ricevute, raccoglierà a Hollywood la notte del 16 marzo questo meraviglioso film della 44enne, formidabile regista cinese naturalizzata statunitense Chloé Zhao, già statuetta di bronzo placcata oro 24 carati per miglior film e migliore regia nel 2021 con “Nomadland”. Quello che da spettatore attento ho capito per certo, dopo 2 ore e cinque minuti di immenso cinema, è che “Hamnet. Nel nome del figlio” è predestinato con altissimi meriti al premio più ambito di questa splendida arte.
Mi ha talmente affascinato, rapito, profondamente commosso questo film, che avevo pensato di scrivere soltanto tre parole, un invito per tutti quelli tra voi che amano il grande schermo: andatelo a vedere. Punto. Ma, ispiratissimo dalle immagini e dalle sequenze che mi ripassano davanti agli occhi e dalle tante parole che ancora mi riscaldano il cuore che ne ha necessità, mi viene di scrivere queste riflessioni.
Poco dico della trama, peraltro già notissima da tempo agli appassionati per il martellamento di trailer e di recensioni. E’ la storia vera, ambientata nella seconda metà del Cinquecento, dell’amore intenso nato a Stratford-upon-Evon, tra il celeberrimo poeta e drammaturgo inglese William Shakespeare e la bella e selvaggia moglie Anne Hathaway, nel film diventata Agnes, viscerale nei suoi sentimenti, “figlia di una strega del bosco” e di come la infinita tragedia della perdita del figlio undicenne Hamnet, origine di profondi sensi di colpa per entrambi i genitori, abbia condizionato la loro esistenza e ispirato “Hamlet”, Amleto, l’opera più famosa di William.
“Hamnet”, film che evoca con ammaliante potenza narrativa “fantasmi, morti e rinascite”, leggo correttamente da qualche parte, è il cinema. E’ arte, è poesia, è cultura, è spettacolo. E’ colori, è musica. E’ sentimento, emozione, commozione. E’ amore, è gioia e dolore. E’ interpretazione, performance attoriale: magnifiche, a tratti straordinarie, quelle di Jessie Buckley-Agnes; Paul Mescal- William Shakespeare; Joe Alwyn-Bartholomew, fratello di Agnes; dei tre bravissimi giovani attori nei panni dei figli dei coniugi Shakespeare.
E’ tutto questo e anche di più il capolavoro – lo dico con enfasi, non mi frega nulla se ci sarà come sempre chi criticherà questa definizione – che ci regala Chloé Zhao, miscelando tutti questi ingredienti in un prodotto che fa la netta differenza tra una regista e un’autrice, capace di entrare con forza ipnotica nell’anima degli spettatori affrontando tra l’altro una storia non facile da raccontare. Aggiungo una personale emozione: la parte finale, che ci porta dentro l’affascinantissimo Globe Theatre di Londra per la prima rappresentazione di Amleto con Agnes in prima fila tra gli spettatori e William dietro le quinte e poi sul palco, mi ha dato veramente i brividi per la sublime recitazione di alcuni brani, compreso il celeberrimo “Essere o non essere”. Al punto da spingermi a rispolverare dalla mia libreria il libretto dell’opera completa da una vecchia e bellissima collezione, pubblicata tanto tempo fa con “L’Unità”, per rileggerlo, direi più leggerlo oggi, dopo la faticosa conoscenza giovanile negli studi di letteratura inglese.
Finisco con la ormai quasi consueta considerazione, ma è realtà e non posso farne a meno: di venerdì pomeriggio, nove spettatori in una grande sala con 292 posti (li ho contati apposta) per un film del genere appena uscito sono troppo pochi. In fondo non c’è da meravigliarsi: nel nostro Paese è sempre meglio ridere con Checco, che io vedrò certamente in tv quando verrà il tempo, che non acculturarsi con William. Così è, se vi pare

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Pantelleria, l’isola che resiste: viaggio in un avamposto di vento, lava e umanità https://ilvulcanico.it/pantelleria-lisola-che-resiste-viaggio-in-un-avamposto-di-vento-lava-e-umanita/ Wed, 04 Feb 2026 06:01:45 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26149 di Marco Neri Pantelleria non si limita ad accoglierti: ti mette alla prova. Appena scendi dall’aereo, il vento ti sorprende di lato, improvviso e deciso, come un guardiano antico che ti ricorda chi comanda davvero. È un’isola lontana, geograficamente e simbolicamente, un avamposto italico alle porte dell’Africa, sospeso tra il blu profondo del mare e […]

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di Marco Neri

Pantelleria non si limita ad accoglierti: ti mette alla prova. Appena scendi dall’aereo, il vento ti sorprende di lato, improvviso e deciso, come un guardiano antico che ti ricorda chi comanda davvero. È un’isola lontana, geograficamente e simbolicamente, un avamposto italico alle porte dell’Africa, sospeso tra il blu profondo del mare e il nero della lava, tra la memoria di ciò che è stato e la tenacia di ciò che continua a essere.

Sono arrivato in occasione di un evento del Parco Nazionale, ma la sensazione è stata quella di entrare in un mondo a parte. Pantelleria non si concede subito: ti osserva, ti misura, ti chiede rispetto. La sua terra scura, aspra, modellata dal fuoco e dal vento, parla una lingua antica, più vicina alla geologia che all’uomo. La vegetazione è bassa, rada, piegata da un vento che non conosce tregua. In pieno inverno, il suo ululare diventa una presenza costante, una colonna sonora che accompagna ogni passo, ogni sguardo, ogni pensiero. Solo quando cambia direzione concede qualche ora di silenzio, come un respiro trattenuto.

Cartina di Pantelleria (dal sito del Parco Nazionale)

Il mare, pur onnipresente, rimane sullo sfondo. Pantelleria guarda verso l’interno, verso le sue colline scure, verso le sue contrade. Il porto è piccolo, essenziale, quasi timido. Non è il cuore dell’isola, ma un punto d’appoggio, un luogo di passaggio. La vera anima è altrove: nelle persone. Dirette, fiere, consapevoli. Non hanno bisogno di raccontarti quanto amino la loro terra: lo vedi nei gesti, nelle parole misurate, nella cura con cui parlano di ogni pietra, di ogni vigneto, di ogni sentiero. Cercano il contatto, fanno domande, vogliono capire e farsi capire. È una comunità che non teme il confronto, anzi lo desidera, forte della propria storia e del proprio carattere.

Anche la cucina racconta questa identità: non rincorre il sofisticato globale, ma si concentra sulla cura del prodotto locale. Usano ciò che la terra concede loro — capperi, uva zibibbo, erbe spontanee, pesce del giorno — e questo basta per appagare anche i sensi più esigenti. È una cucina che non vuole stupire, ma convincere. E ci riesce.

Foto di gruppo a conclusione del V Meeting delle Guide Ufficiali del Parco Nazionale Isola di Pantelleria

Le guide del Parco Nazionale sono un altro tesoro dell’isola. Giovani, entusiasti, colti, versatili, capaci di muoversi tra geologia, botanica, storia e tradizioni con naturalezza sorprendente. Hanno quella rara capacità di adattarsi ai contesti, di leggere le persone, di modulare il racconto senza mai perdere profondità. Sono estremamente disponibili, ricchi di risorse, innamorati di ciò che fanno e del suolo che calpestano con rispetto, senza mai profanarlo. Vederli all’opera significa osservare Pantelleria attraverso occhi che la conoscono e la custodiscono. La loro presenza conferma ciò che l’isola suggerisce in ogni suo angolo: Pantelleria è un laboratorio vivente di resilienza, un luogo in cui la natura non è un concetto astratto, ma una compagna esigente che richiede conoscenza, cura, attenzione.

Pantelleria è un luogo che, se non lo ami, ti respinge. Non per ostilità, ma per coerenza. Non si traveste, non si addolcisce, non cerca di piacere. È un muro di diffidenza per chi arriva distratto, ma diventa una porta aperta per chi sa ascoltare. E quando si apre, rivela un patrimonio umano e naturale che ha il sapore dell’antico: una comunità che ha imparato a vivere con il vento, con la lava, con la distanza, trasformando la fatica in identità.

Un’isola che non si lascia raccontare facilmente, ma che, una volta entrata, non ti lascia più. Un luogo che resta

Con il titolo: il porto di Pantelleria visto al decollo. Uno scorcio aereo che rivela l’essenza dell’isola: un approdo discreto incastonato tra terra vulcanica e mare profondo, dove l’architettura umana si adatta al paesaggio più che dominarlo. Un punto di partenza e di ritorno, simbolo della resilienza e dell’identità isolana

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“La Grazia” che cerchiamo, giudicando noi stessi. Perché i giorni sono tutti nostri https://ilvulcanico.it/la-grazia-che-cerchiamo-giudicando-noi-stessi-perche-i-giorni-sono-tutti-nostri/ Sun, 01 Feb 2026 09:29:34 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26136 di Antonella De Francesco L’ultimo film di Paolo Sorrentino, La Grazia, è un viaggio a ritroso nell’ esistenza di chi è avanti negli anni, alla fine di qualcosa e in procinto di compiere delle scelte importanti. A tutti noi prima o poi capiterà di trovarci a fare il bilancio di ciò che è stato e […]

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di Antonella De Francesco
L’ultimo film di Paolo Sorrentino, La Grazia, è un viaggio a ritroso nell’ esistenza di chi è avanti negli anni, alla fine di qualcosa e in procinto di compiere delle scelte importanti. A tutti noi prima o poi capiterà di trovarci a fare il bilancio di ciò che è stato e di volerci trovare un senso: lo dobbiamo a noi stessi e a quelli che ci stanno accanto. Alcuni si troveranno almeno coerenti dall’inizio alla fine con quello in cui hanno creduto, fedeli a chi hanno amato  noiosi forse? Può darsi. La “grazia” è il risultato di un giudizio a cui tutti noi ci sottoporremo un giorno e starà a noi, prima che al Creatore, per chi ci crede, concedercela questa grazia. Ci assolveremo? Ci assolveranno? Saremo ancora capaci di passioni? Forse no. Ma conserveremo nel cuore, vivida come un tempo, la passione per chi abbiamo amato e al suo ricordo torneremo indietro nel tempo a quell’incontro a cui saremo sempre grati.
Paolo Sorrentino ci ricorda che in ogni vita c’è un “prima” e un “dopo” e sta a noi continuare ad esserci, perché i giorni sono tutti nostri, non ci resta che legarli gli uni agli altri fino all’ultimo con coerenza. Il film loda l’equilibrio e il passo lento e consapevole di chi ha vissuto ragionevolmente, la maturità di chi è affidabile, la dignità di chi è onesto, gentile e rispettoso degli altri, di chi sa leggere perfino oltre il diritto, di chi ascolta molto e parla il giusto.
In un mondo di chiasso e bagarre a tutti i livelli, Toni Servillo (immenso) nel ruolo di Mariano De Santis, Presidente della Repubblica a fine mandato, incarna la pacatezza, l’ironia, la forza della conoscenza fondata sullo studio, l’umiltà di concepire ancora il dubbio prima di compiere delle scelte e di richiedere il tempo necessario per fugarlo del tutto o, almeno, per archiviarlo. Ci mostra anche che oltre a saper vivere, bisogna, quando arriva il momento, saper uscire di scena, tirarsi fuori ad osservare il mondo che va avanti dalla finestra, senza rimpianti e, piuttosto, con leggerezza, riconoscendo che è il tempo degli altri, dei giovani e non più il nostro .
Il film è rigoroso, netto, senza fraintendimenti, con una bella fotografia, commovente e a tratti divertente. La scena più bella ? Per me quella dell’astronauta che alla fine ride del suo stesso dolore, a ricordarci che tutto è relativo: noi e le nostre esistenze lo siamo ed è sempre bene non dimenticarlo. Da vedere.
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I GIORNI DELLA GRAZIA
di Gaetano Perricone
Sono quelli che mancano alla fine del mandato di Mariano De Santis, l’immaginario Presidente della Repubblica protagonista del film, impegnato nella fase del semestre bianco a decidere su questioni delicatissime, letteralmente di vita o di morte: la firma sulla legge sull’eutanasia, nel Paese del Vaticano e con un brillantissimo Papa nero che va in motocicletta ma che è ovviamente contrario, e quelle su due domande di grazia, di una donna che aveva ucciso il suo uomo che la torturava e di un uomo che aveva posto fine al calvario della moglie malata di Alzheimer. Pensieri che turbano profondamente De Santis, che prende le sue decisioni – naturalmente non le scrivo qui – nell’immediata vigilia del suo addio al Quirinale.
Toni Servillo, eccezionale attore protagonista de “La Grazia” nei panni del presidente della Repubblica Mariano De Santis
Ho letto disquisizioni e interpretazioni varie sulle somiglianze del presidente de “La grazia” e devo dire che, dopo avere visto questo grande film, non mi pare francamente il tema più appassionante. Certo, ne ha di Sergio Mattarella per le sue capacità di eccelso giurista e per la presenza costante e determinante della figlia Dorotea – una straordinaria Anna Ferzetti, che evidentemente forma una super coppia di attori con il compagno Pierfrancesco Favino – nella sua vita, anche nel suo impegno istituzionale. Ma fisicamente ne ha anche di Cossiga.
il regista Paolo Sorrentino
Nonostante la mia non simpatia per la vanità stucchevole e a volte arrogante di Paolo Sorrentino (che pure apprezzo molto, al punto da vedere ogni suo film) e per la esagerata onnipresenza eclettica di Toni Servillo, debbo dire che la genialità, la forza evocativa, l’ironia del primo nell’affrontare, raccontando a suo modo la quotidianità del Capo dello Stato, temi importanti, profondi, essenziali della vita e della società – la solitudine da “numeri primi” della vita di De Santis, nonostante tutte le presenze soffocanti per la sua sicurezza; i dubbi sulle questioni etiche di valore fondamentale per la vita delle persone; le pressioni che subisce chi occupa quel ruolo; l’amore in ogni sua coniugazione – e la monumentale bravura del secondo, con una presenza scenica ed espressiva eccezionale, con il costante contrasto tra carisma pubblico e enorme solitudine e anche sofferenza interiore, fanno de “La grazia” un’opera cinematografica certamente di grande importanza e l’ennesimo contributo prezioso di Paolo Sorrentino al racconto della società italiana di oggi e delle sue problematiche.
Altro non posso dire, perché un punto davvero forte de “La grazia” è la capacità di sorprenderci quasi ad ogni scena, compresa – questo posso dirlo – la crescente passione del presidente per il rap e i rapper, protagonisti di una colonna sonora piena di suggestioni.

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Le “stufe” di San Calogero e le terme siciliane https://ilvulcanico.it/le-stufe-di-san-calogero-e-le-terme-siciliane/ Fri, 30 Jan 2026 06:54:30 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26106 s di Santo Scalia  Nel dialetto siciliano il nome Calogero (di chiara derivazione greca, e che vale più o meno “bel/buon vecchio”, “che ha una buona vecchiaia”, dal greco καλός, bello/buono, e γέρων, anziano) diviene semplicemente Caloriu, e questo nome è foneticamente molto vicino al termine calore. Sarà per questo che, in passato, a certi luoghi nei […]

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s di Santo Scalia 

Nel dialetto siciliano il nome Calogero (di chiara derivazione greca, e che vale più o meno “bel/buon vecchio”, “che ha una buona vecchiaia”, dal greco καλός, bello/buono, e γέρων, anziano) diviene semplicemente Caloriu, e questo nome è foneticamente molto vicino al termine calore. Sarà per questo che, in passato, a certi luoghi nei quali si manifestavano segni di termalismo si associava la figura di San Calogero?

A parte la facile e scherzosa paretimologia sul nome (Calogero → Caloriu → calore), San Calogero, in Sicilia, lo troviamo presente in due distinti siti termali: a Lipari – l’isola più grande dell’arcipelago delle Eolie – e a Sciacca, in provincia di Agrigento.

Notizie certe sulla vita del Santo non ce ne sono: si attinge a leggende che si perdono nel tempo. Si dice che Calogero sia nato a Costantinopoli nel I° secolo, e che a Roma avesse incontrato l’apostolo Pietro. Di ritorno, avuto da Pietro il permesso di praticare una vita da eremita, pare si sia fermato nell’Isola di Lipari, e che poi si sia trasferito sull’Isola di Sicilia, precisamente a Sciacca.

Si dice pure, secondo un’altra versione della sua storia, che Calogero sia arrivato in Sicilia dall’Africa settentrionale, per sfuggire alle persecuzioni a cui erano soggetti i Cristiani. Originario della regione greca di Calcedonia, non visse nel primo secolo bensì tra il 466 ed il 561 d.C.; rifugiatosi sul Monte Kronio, presso Sciacca, guarì numerosi infermi con l’ausilio delle acque termali lì presenti.

Nell’iconografia popolare il Santo viene rappresentato in compagnia di una cerva. Questa, secondo la tradizione, ferita ad opera di un cacciatore, condivise col sant’uomo la grotta, e divenne nutrice dell’eremita elargendogli il suo latte.

Nella grotta dove visse la sua vecchiaia Calogero, e dove morì, il cacciatore pentito fece erigere una chiesetta che presto si trasformò in meta di pellegrinaggio. Tutto questo lo apprendiamo dalla leggenda e dalle tradizioni popolari.

In Sicilia, il culto del Santo nero (così infatti viene raffigurato) è molto sentito: Calogero infatti è venerato quale patrono di varie città, come Naro, in provincia di Agrigento; San Salvatore di Fitalia, in provincia di Messina; Petralia Sottana (in provincia di Palermo, dove Calogero ha rimpiazzato il precedente patrono San Giuseppe); Cesarò (in provincia di Messina, dove è patrono sin dal XV secolo); Campofranco (Caltanissetta);

Inoltre il Santo è compatrono di Agrigento e di Frazzanò (in provincia di Messina) ed è venerato in altre città siciliane, come a Santo Stefano di Quisquina, a Porto Empedocle ed ovviamente a Sciacca, dove è stato edificato un santuario sul Monte San Calogero, altro nome con cui è noto il Monte Kronio.

Lo storico domenicano saccense Tommaso Fazello, nella sua opera Le due deche dell’historia di Sicilia pubblicata nel 1573, così descrive il suddetto monte : «Questo monte si chiama hoggi, il monte di San Calogero, il qual Santo fu mandato quivi da San Pietro Apostolo a guarire indemoniati, al tempo, che detto monte si chiamava Monte Gemmarie, che son palme selvatiche, e la terra si chiamava Sacca [oggi Sciacca n.d.A.]. Dove havendo vissuto santamente il detto Calogero, si morì, e nella cima appresso a l’antro gli fu fatta una Chiesa molto venerata dal popolo per i suoi miracoli».

Brano tratto da Le due deche dell’historia di Sicilia di Tommaso Fazello del 1573, pag. 206Il 
Brano tratto da Le due deche dell’historia di Sicilia di Tommaso Fazello del 1573, pag. 206

Fazello fa riferimento anche agli ambienti termali oggi ancora esistenti, e denominati stufe: «Dentro a questo antro son certi sedili di pietra fatti per arte, e son posti intorno intorno, dove solevano sedere gli ammalati, e sono intagliate in ciascuno alcune lettere, le quali mostrano che sorte di mali si guariva stando in su quel sedile […]»

Le stufe di San Calogero a Lipari

Tra il 1776 ed il 1779 il pittore del Re Jean-Pierre-Laurent Hoüel realizzò una serie di disegni preparatori per le incisioni da inserire nell’edizione del Voyage pittoresque des isles de Sicilie, de Malte et de Lipari i cui volumi furono poi pubblicati a Parigi dal 1782  al 1787. La famosa illustrazione di Hoüel mostra chiaramente il principale utilizzo delle acque termali delle stufe liparote, quello terapeutico: vengono raffigurate infatti delle figure di infermi che, autosufficienti o meno, fruiscono del calore dei vapori che si sprigionano dalla terra in un ambiente la cui struttura ricorda l’architettura micenea, facendo anche uso di un locale di servizio adiacente.

L’interno della thòlos di Lipari (foto S. Scalia)

Riferimenti alle sorgenti calde di Lipari si trovano già nelle opere degli scrittori dell’antichità: già Diodoro Siculo, Plinio il Vecchio, Strabone ed altri autori scrivono di acque termali che scaturiscono all’interno di un’antica thòlos [traslitterazione del greco ϑόλος (n.d.A.)] e che si raccolgono in una vasca di epoca ellenistica.

Le terme in Sicilia

La parola “terme” [dal greco ϑερμαί, ovvero (sorgenti) calde] ricorre anche nella denominazione di alcune città siciliane: Alì Terme, in provincia di Messina; Terme Vigliatore, sulla costa tirrenica; Termini Imerese, in provincia di Palermo.

Ruderi delle terme romane ad Acireale (foto S. Scalia)

Già in epoca greca, e poi in quella romana, alcune località della Sicilia erano apprezzate per le ottime acque termali: ancora oggi alla periferia di Acireale, presso il monte Etna, possiamo ammirare i ruderi di un impianto termale romano.

Al giorno d’oggi la situazione delle terme siciliane non è propriamente rosea: ad Acireale per lungo tempo sono state apprezzate le rinomate “Terme di Santa Venera”, dove acque sulfuree di origine vulcanica venivano utilizzate per la produzione di fanghi a scopo terapeutico, ma purtroppo, a causa di problemi economici, dal 2015 le terme sono state poste in liquidazione e non sono più attive (fonte).

Alle terme di Sciacca, città che si affaccia sul Canale di Sicilia, dirimpetto all’Isola effimera di Ferdinandea, tutte le attività termali ed alberghiere sono attualmente sospese (fonte termesciaccaspa.it).

In provincia di Palermo, nella città di Termini Imerese, il rinomato complesso termale “[…]  venne chiuso nel 2015 dopo un lungo contenzioso tra il comune e il gestore. Scongiurata la messa all’asta e il pignoramento adesso c’è un bando per ristrutturarlo” (fonte rainews.it).

Sono attive invece le Terme Segestane, nel trapanese, in prossimità di Castellammare del Golfo, delle quali parlano già gli storici classici come Diodoro Siculo, Strabone e Plinio il Vecchio.

Le Terme Acqua Pia, presso Montevago, in provincia di Agrigento, sono aperte soltanto dei giorni di sabato e domenica.

Infine lo stabilimento delle Terme Marino, ad Alì Terme, come risulta dal sito ufficiale, avrebbe dovuto riaprire nel 2025

Con il titolo: Thermae in San Calogero, in the South-West of Lipari in una famosa incisione di Jean-Pierre-Laurent Hoüel 

 

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