storie Archivi - Il Vulcanico https://ilvulcanico.it/category/storie/ Il Blog di Gaetano Perricone Mon, 11 May 2026 13:47:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0 L’Etna di Emily Lowe: “donna indifesa”, ma viaggiatrice coraggiosa, tra meraviglia e pericolo https://ilvulcanico.it/letna-di-emily-lowe-donna-indifesa-viaggiatrice-coraggiosa-tra-meraviglia-e-pericolo/ Mon, 11 May 2026 13:27:09 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26356 FONTE: https://ingvvulcani.com/ di Chiara Alabiso PREFAZIONE DI MARIO MATTIA  “L’unico uso di un gentiluomo in viaggio è quello di prendersi cura dei bagagli, e noi faremo attenzione a non avere bagagli” In questa dichiarazione risiede lo spirito provocatorio di Emily Lowe, un’autrice vittoriana poco nota, ma che merita di essere studiata e ricordata per il […]

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FONTE: https://ingvvulcani.com/

di Chiara Alabiso

PREFAZIONE DI MARIO MATTIA 

“L’unico uso di un gentiluomo in viaggio è quello di prendersi cura dei bagagli, e noi faremo attenzione a non avere bagagli”

In questa dichiarazione risiede lo spirito provocatorio di Emily Lowe, un’autrice vittoriana poco nota, ma che merita di essere studiata e ricordata per il suo coraggioso approccio alla vita e alla scrittura che attinge dalla tradizione romantica tipica dei primi decenni dell’ottocento. Una autrice che potremmo definire protofemminista, con un atteggiamento molto pragmatico e del tutto privo di qualsivoglia velleità teorica o ideologica. Figlia di un giudice e moglie di un baronetto diretto discendente di Enrico VIII, Emily Lowe era contemporanea e conterranea del poeta Alfred Tennyson che, mentre lei scalava vulcani e attraversava ghiacciai, scriveva: “ l’uomo per la spada, la donna per l’ago; l’uomo per la testa, la donna per il cuore”, frase che ben sintetizza l’opinione degli uomini inglesi sul ruolo della donna nella prima metà dell’ottocento. A quel tempo, la società inglese separava rigidamente le “sfere” di competenza dei due sessi: l’uomo apparteneva alla sfera pubblica (politica, affari, guerra), la donna a quella privata (casa, cura dei figli, moralità), e per questa ragione, fino al 1870, vigeva il principio legale della “coverture”, che consisteva nel fatto che una donna sposata non avesse identità giuridica separata dal marito, non potesse possedere proprietà, firmare contratti o detenere i propri guadagni.

Emily Lowe (dal web)

Leggere oggi i titoli dei libri della Lowe – “Unprotected Females in Norway ” (1857) e “Unprotected Females in Sicily, Calabria, and on the top of Mount Etna” (1859)  – può magari farci sorridere per quel rimarcare l’aspetto della “donna indifesa”, ma in realtà, studiando questi manoscritti ci si rende ben presto conto che l’autrice volesse invece trattare il concetto della vulnerabilità femminile e della possibilità per le donne di viaggiare, per diletto o per cercare stimoli culturali, tutelate dalla propria dignità e dalla fermezza di fronte alle critiche e alle difficoltà logistiche.

Ma il tema trattato in questo breve saggio, redatto dalla giovane storica siciliana Chiara Alabiso, non è soltanto quello di mostrare un esempio di donna coraggiosa e anticonformista. Il tema che più riguarda questo blog risponde a domande tanto semplici quanto complesse: in che modo può essere fatta la comunicazione quando l’oggetto da rappresentare è la vulcanologia, scienza (e qui c’è il primo ostacolo) che tratta di un fenomeno geologico (il vulcano) spesso evocato come dispensatore di distruzione? Qual è il linguaggio, lo stile comunicativo, quali le parole giuste da usare quando si parla di vulcani, senza che l’oggettività del discorso scientifico induca paura piuttosto che interesse? E tutto questo senza cadere nell’errore opposto, ovvero quello della banalizzazione che potrebbe portare ad una sottovalutazione del rischio.

In questo senso, il saggio di Chiara Alabiso del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’ Università di Catania, è un primo passo verso la ricostruzione storica del percorso di comunicazione delle conoscenze vulcanologiche che, partendo proprio dai viaggiatori stranieri che facevano tappa obbligata sui vulcani italiani, iniziarono a diffondere (sia nelle classi intellettuali europee che nel grande pubblico) da un lato il “mito” della magnificenza di questo incredibile spettacolo della natura e, dall’altro, quella curiosità, quell’interesse che avrebbe portato allo sviluppo della ricerca scientifica mirata alla riduzione del rischio associato all’attività vulcanica. E, come ci suggerisce l’autrice di questo saggio, a incoraggiare le donne a scoprire la voglia di viaggiare, come metafora di una liberazione ancora di là da venire, magari animate dallo speciale spirito di cui parla Emily Lowe quando, trovandosi ai piedi dell’Etna, scrisse: “sentii che era arrivato il momento in cui due delle meraviglie della terra, un vulcano innevato e la curiosità di una donna, si mettono alla prova, l’uno contro l’altra”.

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Nel dicembre 1857, due donne britanniche, Emily Lowe e la madre Helen, sbarcarono in Sicilia. Viaggiavano sole e senza uomini che le accompagnassero, comportamento che nell’Inghilterra vittoriana era considerato scandaloso ed eccentrico. Questo viaggio diede vita a un resoconto straordinario: Unprotected Females in Sicily, Calabria, and on the Top of Mount Etna, pubblicato nel 1859 dalla stessa Emily Lowe. Il titolo è già un manifesto: “Donne indifese”, ma il tono che l’autrice sceglie non è quello di chi si sente in pericolo quanto piuttosto quello di chi ride della propria audacia, e invita le lettrici a fare altrettanto.

Letto come fonte storica, il resoconto di Emily Lowe è molto più di un diario di viaggio. È un documento in cui le condizioni atmosferiche, la morfologia del percorso e i pericoli concreti del vulcano vengono descritti con una sorprendente precisione, e in cui la percezione del rischio viene elaborata, tradotta in linguaggio accessibile e consegnata a un pubblico di lettori non specialisti. In altre parole, la scrittrice stava già facendo, nel 1859, quello che la vulcanologia contemporanea si pone come una delle sue sfide più difficili: comunicare il rischio mantenendo viva la curiosità, senza sottovalutare il pericolo. 

Il loro viaggio attraversa la Sicilia da Palermo ad Agrigento, da Catania a Nicolosi. Ma è l’Etna la vera protagonista del racconto. Emily la intravede già da lontano, da Caltanissetta, “con un cerchio di fuoco intorno al capo che la incoronava Regina“. La osserva da Catania, quasi come una presenza divina: “Oh! montagna, montagna, tu mi parli, e io voglio risponderti… Il mio cuore batte con il tuo…”. E infine l’impresa più significativa, la scalata. Una delle prime donne a farlo, la prima a raccontare in prima persona la propria ascesa, con la propria voce, in un testo pubblicato e diffuso.

Figura - 1 Letterio Subba, La baia di Catania con il monte Etna sullo sfondo, 1834, olio su tela

Figura  1 – Letterio Subba, La baia di Catania con il monte Etna sullo sfondo, 1834, olio su tela

A Nicolosi, alle pendici del vulcano, Emily e la madre si fermano ad aspettare che il tempo migliori. E nei cinque giorni di pioggia che seguono, la scrittrice annota tutto con la precisione di chi vuole essere utile alle future viaggiatrici. Documenta l’abbigliamento ideale, che doveva essere caldo ma allo stesso tempo non pesante: gonne corte, stivaletti spessi, calze di lana. Sconsigliava inoltre le galosce di gomma, che “lasciano entrare la neve”, e di portare con sé un solo paio di calze perché, una volta bagnate quelle indossate, sarebbero diventate troppo pesanti. E le provviste? Tè o caffè caldo, carne, formaggio, pane e frutta. 

Queste indicazioni pratiche e precise, su come affrontare l’impresa in sicurezza, non le scrive un professionista del settore, ma una donna che, fatta esperienza diretta del vulcano, sente la responsabilità di trasmetterla. In questo senso, il testo della Lowe anticipa, nelle forme e negli intenti, le moderne pratiche di comunicazione sui rischi che corre chi si avventura in un’area vulcanica. A Nicolosi le due donne incontrano il celebre vulcanologo Carlo Gemmellaro, che le mette in guardia con tono paterno ma senza opporsi alla loro determinazione. La madre, compresa la pericolosità dell’impresa, tenta di dissuadere la figlia, senza successo.

La partenza avviene di notte, nel freddo di dicembre. Il villaggio di Nicolosi, ancora immerso nel sonno, appare alle viaggiatrici come un “nero sepolcro di lava“. Emily descrive la montagna che “trema” quando compare il sole, la neve che “sussulta” per i suoi raggi. Il racconto si apre con una citazione dantesca dal Purgatorio — “Noi salivamo per entro il sasso rotto” — a evocare la difficoltà e la sacralità del cammino. Le guide si chiamano Angiolo e Giorgio e all’inizio le guardano con scetticismo: le due donne, per di più straniere, non sembrano attrezzate per un’impresa simile. Emily, contrariata, risponde che non è la prima volta che si prestano a queste avventure, infatti avevano già attraversato il Sògne Fjeld norvegese.

“È tutto ingannevole”, dice.

Il caldo è la prima sorpresa, “una barriera di fuoco” che accompagna l’intera salita, anche in pieno inverno. Le guide avevano avvertito di alleggerirsi progressivamente degli indumenti più pesanti ed Emily ubbidisce, stupita: “un caldo africano spira sulle nevi dell’Etna in inverno”. Poi la fatica, il respiro affannoso, la testa che gira. È qui che emerge con forza la tensione costante tra pericolo reale e fascino irresistibile che attraversa tutto il racconto: il desiderio è sempre più forte della stanchezza e la meraviglia prevale sulla paura. A duemilacinquecento metri, due farfalle gialle svolazzano intorno a loro: “Saltammo su e ci sentimmo come se anche noi potessimo volare, perché dove potevano arrivare le farfalle, sicuramente potevamo arrivare anche noi!” 

Raggiunta la cima, il panorama toglie il fiato; l’intera Sicilia si stende sotto di lei, “l’antica Trinacria a tre punte, la splendente isola del Sole”. Emily elenca i luoghi e le loro leggende: Enna e Proserpina, Polifemo e Galatea, le isole Eolie, le battaglie di Amilcare e Pirro. “L’Etna che le ha viste accadere tutte ve le farà ricordare”, scrive. E poi, semplicemente: “Tutto il resto è aria, e si è soli: sotto di voi una soffice striatura rosata, che sembra adagiarsi sull’acqua, vi fa sentire assisi su un trono al di sopra delle nuvole. Immenso è il cielo, puro e limpido”.

Ma è nella discesa che il racconto si fa davvero avventuroso, e che il rapporto sorprendente e pericoloso tra Uomo e Natura si manifesta in tutta la sua forza. La neve indurita si è trasformata in ghiaccio, “Nessuno di noi riusciva a tenere saldo il piede e incespicavamo continuamente, cadevamo e rotolavamo giù”. Le guide non le avevano permesso di indossare i “craponi” — le scarpe chiodate — per via della lava. A ogni scivolone, correvano il rischio concreto di spezzarsi un arto. Poi, al buio, tornate al punto iniziale, i muli non ci sono più. Il gruppo li cerca nella foresta: “ci gettammo a terra sfinite e credemmo di essere state abbandonate a morire nella foresta”. Quando ogni speranza sembra perduta, una luce nel bosco: “Santa Lucia! C’è una luce nel bosco!”, ed ecco apparire il mulattiere, che per comodità si era spostato in una capanna vicina. Dopo diciassette ore di viaggio e tredici passate sulla neve, tornano a Nicolosi. Emily annota con ironia: “eppure, scese dai muli ed entrate nella saletta, dopo aver bevuto una scodella di latte, posso dire sinceramente che non sentivamo neanche un decimo della fatica di una giornata passata a far spese per i negozi di una città caotica”. Il mattino dopo, riposata e con il caffè in mano, Emily si rivolge direttamente alle sue lettrici: “Perciò, giovani signore avventurose, non abbiate paura di seguire i nostri passi”. È la chiusura perfetta di un testo che ha saputo tenere insieme, dall’inizio alla fine, avvertimento e seduzione.

 Figura - 2 Veduta del monte Etna, di Emily Lowe (1859)
Figura 2 – Veduta del monte Etna, di Emily Lowe (1859)

Ma il vulcano che Emily racconta non è solo quello della scalata. L’Etna è una presenza che accompagna l’intero viaggio, ben prima di arrivare a Nicolosi. Durante l’ascesa, il terreno è scuro e irregolare, segnato dalle colate laviche, e lungo il percorso si levano fumi e vapori dal cratere, segni evidenti di un vulcano ancora vivo, che rendono l’atmosfera sia suggestiva che inquietante. In cima, accanto alla vastità del panorama, il cratere continua a degassare, a ricordare che quella bellezza maestosa esige la massima cautela. 

Ma ciò che colpisce Emily è il modo in cui i siciliani convivono con questa realtà. A Catania, il vulcano è ovunque: nella pietra lavica con cui sono costruiti gli edifici, nel territorio modellato dalle eruzioni passate, nell’immagine stessa dell’Etna che domina l’orizzonte. Emily osserva con stupore come questa popolazione abbia imparato a convivere con una minaccia permanente, trasformandola in parte integrante della propria identità. I catanesi, racconta, quando vengono invasi dalla lava ricostruiscono usando le stesse pietre che li avevano sepolti. E i siciliani che incontra lungo il viaggio parlano del vulcano con un misto di orgoglio e rassegnazione: “quale nazione è tanto prodiga con i suoi figli quanto la nostra montagna?“. Infatti, l’Etna, per i siciliani, è fonte stessa di vita ed è la capacità di vivere ai piedi di quel vulcano ancora attivo che Emily osserva con gli occhi di una straniera meravigliata. Esattamente ciò che oggi gli esperti di gestione del rischio chiamano “resilienza delle comunità”, ovvero la capacità di una popolazione di adattarsi, riorganizzarsi e continuare a vivere in prossimità di una minaccia naturale senza negarne il pericolo.

In questo senso, la continuità tra il racconto di Emily Lowe e i modelli contemporanei di comunicazione scientifica suggerisce che l’immaginario collettivo sull’Etna si sia costruito nel tempo attraverso il racconto pubblico delle eruzioni e della paura ad esse associata, e che questa narrazione abbia contribuito a influenzare la percezione del pericolo. Oggi la comunicazione del rischio vulcanico si affida a strumenti molto diversi da quelli di Emily Lowe — bollettini scientifici, mappe di pericolosità, sistemi di allerta precoce, campagne di informazione rivolte alle popolazioni — ma la sfida di fondo rimane la stessa: come si trasmette il senso del pericolo a chi non è uno specialista, mantenendo viva la curiosità senza alimentare il panico, e senza che la familiarità con il vulcano si trasformi in sottovalutazione del rischio? Ed è il testo stesso della Lowe a porre queste domande, con quasi due secoli di anticipo.

Nonostante Emily Lowe non avesse risposta a queste domande, ella possedeva l’esperienza diretta, la capacità di raccontarla con onestà e ironia, e, non ultimo, il coraggio di invitare altre donne a salire su quel vulcano.


Bibliografia

Emily Lowe “Unprotected Females in Sicily, Calabria, and on the Top of Mount Aetna” Routledge, Warnes and Routledge, London, 1859.

Stefania Arcara (a cura di) “Due viaggiatrici indifese in Sicilia e sull’Etna: diario di due lady vittoriane”, Agorà, La Spezia, 2001.

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Dalla Terra (di nuovo) alla Luna https://ilvulcanico.it/dalla-terra-di-nuovo-alla-luna/ Thu, 02 Apr 2026 05:03:07 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26303 FONTE: https://www.ansa.it/  E’ partita a mezzanotte e trentacinque minuti dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral la missione spaziale Artemis II, che segna il ritorno alla Luna a 54 anni dalla chiusura del programma Apollo. Il Il razzo Space Launch System è stato lanciato puntualmente e sta portando la navetta Orion (alimentata da un modulo […]

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Il lancio della missione Artemis (fonte NASA live)

FONTE: https://www.ansa.it/  E’ partita a mezzanotte e trentacinque minuti dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral la missione spaziale Artemis II, che segna il ritorno alla Luna a 54 anni dalla chiusura del programma Apollo. Il Il razzo Space Launch System è stato lanciato puntualmente e sta portando la navetta Orion (alimentata da un modulo costruito dall’Agenzia Spaziale Europea) verso l’orbita lunare. A circa otto minuti dal lancio, i motori del primo stadio del razzo Sls si sono spenti e in seguito è avvenuta la separazione dallo stadio superiore. In quel momento la navetta Orion ha dispiegato i suoi quattro pannelli solari per caricare le batterie e, con il suo equipaggio, ha iniziato a navigare nello spazio. La navetta ha continuato a percorrere la sua orbita intorno alla Terra finché, circa 49 minuti dopo il lancio, il motore si è acceso per portare la navetta al perigeo, ovvero nel punto più vicino alla Terra, alla quota di160 chilometri. Circa un’ora più tardi il motore si è acceso nuovamente per portare la navetta su un’orbita ellittica più alta, dove resterà per circa 23 ore. Questo sarà il tempo che gli astronauti avranno a disposizione per sperimentare i sistemi di bordo. Quindi, una volta raggiunto il punto dell’orbita più vicino alla Terra, piloteranno Orion manualmente per circa due ore, in quella che viene chiamata ‘dimostrazione di operazioni di prossimità’. Che vista magnifica, abbiamo appena osservato il sorgere della Luna” ha trasmesso a Terra il comandante Reid Wiseman.

di Santo Scalia

Prendo in prestito il titolo di uno dei più famosi e antichi romanzi di fantascienza nati dalla fervida immaginazione di Jules Verne, per introdurre un ricordo di 58 anni fa. Era il 1865 quando veniva pubblicato De la Terre à la Lune, trajet direct en 97 heures 20 minutes, seguito cinque anni dopo dal secondo dei due romanzi di Verne a tema interplanetario, Autour de la Lune (“Intorno alla Luna”, n.d.A.).

Ancora nessuno aveva mai visto volare qualcosa che fosse stato costruito dall’uomo: ciò sarebbe accaduto 38 anni dopo, il 17 dicembre 1903, quando i fratelli Orville e Wilbur Wright riuscirono a far volare il loro trabiccolo alato. Eppure, la fantasia di Verne aveva portato l’umanità molto più lontano, a circa 384.000 chilometri dalla superficie terrestre.

Torno adesso al ricordo del quale avevo accennato, quello di 58 anni fa: cosa accadde nel 1968? Molti dei lettori ancora forse non erano nati, ma alcuni ricorderanno che i media di allora (radio, televisione, quotidiani e settimanali) parlavano di un’impresa che stava per avverarsi. Parlavano di Apollo 8, una missione spaziale che avrebbe, per mezzo di un mastodontico razzo, portato tre astronauti a raggiungere la luna, girarle attorno e tornare sani e salvi – almeno così si sperava – sulla Terra.

Il logo della missione Apollo 8 (Nasa)

Apollo? Sì, era il nome attribuito dalla NASA (National Aeronautics and Space Administration, cioè l’Ente Nazionale per le attività Aeronautiche e Spaziali degli Stati Uniti d’America. Apollo (il cui nome greco è Απόλλων) era una divinità dell’antica religione greca, figlio di Zeus e di Leto (Latona); sembra che il nome del dio della musica, della poesia, della profezia e della medicina e di tanto altro ancora, noto per la sua bellezza, sia stato attribuito dall’Ente spaziale al programma in quanto ritenuto un simbolo appropriato per gli obiettivi di esplorazione e scoperta propri della missione (secondo it.scienceaq.com).

L’equipaggio della missione Apollo 8 (NASA)

Tre astronauti, stipati in una minuscola capsula spaziale conica (alta 3 metri e larga, alla base, quasi 4) per 6 giorni (dal lancio avvenuto il 21 dicembre 1968 fino all’ammaraggio nell’Oceano Pacifico il 27 dicembre), si erano, per la prima volta nella storia dell’Umanità, allontanati di poco più di 384.000 chilometri; avevano abbandonato la gravità terrestre per entrare in quella di un altro componente del Sistema Solare; erano stati dall’altra parte del satellite naturale terrestre; avevano visto con i propri occhi la faccia nascosta della Luna, quella che si conosceva soltanto per le foto inviate dalle sonde automatiche.

Si chiamavano Frank Borman (il comandante), James Arthur Lovell Jr., detto Jim (il pilota del modulo di comando) e William Anders (il pilota del modulo lunare). Oggi sono pochi coloro che ricordano questi nomi, in un’epoca in cui alcuni, forse troppi, plagiati e traviati da gruppi complottisti, credono financo che lo sbarco sulla luna sia tutta una mistificazione!

Pochi mesi dopo, nel luglio del 1969, i primi due uomini scendevano sul suolo lunare ed imprimevano l’orma dell’uomo sulla polvere del nostro satellite. Questa, però, è un’altra storia.

L’equipaggio di Artemis-II (NASA)

Oggi l’avventura ricomincia: è stata lanciata stanotte, alle 00,35 ora italiana, Artemis-II, primo passo per tornare sulla Luna. Rimanendo nell’ambito mitologico greco, Artemide, identificata dai romani con Diana, è sorella di Apollo. Il progetto che si ripropone di far scendere degli astronauti sul suolo lunare resta per così dire… in famiglia. Stavolta i componenti sono quattro, e non tre come nel programma Apollo: Reid Wiseman (comandante), Victor Glover (pilota), Christina Koch (specialista di missione) e Jeremy Hansen (astronauta canadese della Canadian Space Agency, CSA).

Così come nel caso dell’Apollo 8, anche Artemis-II non porterà gli astronauti sulla superficie lunare ma, con un viaggio che durerà dieci giorni, li porterà a girare attorno alla Luna per poi rientrare sulla Terra. Sarà, come fu 58 anni fa, la prova generale per testare i vari aspetti che poi porteranno, con Artemis-III (o forse Artemis IV), nuovamente l’Uomo sulla Luna.

Con il titolo: Apollo 8 earthrise – La Terra “sorge” sull’orizzonte lunare (photo NASA)

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Vent’anni senza il nostro caro Angelo. A Roma un grande evento per ricordarlo https://ilvulcanico.it/ventanni-senza-il-nostro-caro-angelo-a-roma-un-grande-evento-per-ricordarlo/ Wed, 25 Mar 2026 06:49:22 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26283 FONTE: Comunicato Stampa Fondazione Angelo D’Arrigo  Un grande evento per celebrare, a vent’anni dalla scomparsa il 26 marzo 2006, la figura, le imprese, l’eredità dell’uomo che ha volato con le aquile, attraversato i deserti, sorvolato le montagne seguendo in deltaplano la rotta dei volatili. Roma ha deciso di ricordarlo con una serata speciale dal titolo […]

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FONTE: Comunicato Stampa Fondazione Angelo D’Arrigo 

Un grande evento per celebrare, a vent’anni dalla scomparsa il 26 marzo 2006, la figura, le imprese, l’eredità dell’uomo che ha volato con le aquile, attraversato i deserti, sorvolato le montagne seguendo in deltaplano la rotta dei volatili. Roma ha deciso di ricordarlo con una serata speciale dal titolo “Angelo D’Arrigo – Vent’anni di cielo”, in programma stasera, mercoledì 25 marzo alle 17 nel Complesso monumentale di San Salvatore in Lauro (piazza San Salvatore in Lauro, 15) e organizzata dalla Fondazione Angelo D’Arrigo e dal Centro Internazionale Antinoo per l’Arte-Marguerite Yourcenar.

Angelo D’Arrigo ha dedicato la propria vita a studiare il volo degli uccelli fino a guidarli nelle loro grandi migrazioni, attraversando il mondo seguendo le loro rotte millenarie. È stato anche l’unico uomo al mondo ad aver sorvolato l’Everest in deltaplano, in volo libero: un’impresa che racconta meglio di molte parole il suo rapporto con il cielo e con i limiti dell’uomo. Per lui il volo non era soltanto una sfida sportiva o tecnica: era una forma di conoscenza, un modo per osservare il mondo da una prospettiva diversa e per ricordare quanto l’uomo possa crescere quando unisce coraggio, disciplina e rispetto per ciò che lo circonda. Ecco perché da molti viene ancora definito “L’uomo che ha insegnato alle aquile a volare e agli uomini a sognare”.

La serata in programma a Roma sarà un racconto immersivo tra immagini, vento e testimonianze, per ripercorrere le imprese di D’Arrigo dall’Etna all’Aconcagua, dal Circolo polare artico fino al Sahara e per esplorare il valore umano della sua eredità. A dare voce ai suoi pensieri sarà l’attore Enrico Lo Verso, con una riflessione che ne racchiude lo spirito più autentico: “Il cielo non si conquista: si comprende. E solo chi impara ad ascoltarlo trova la propria strada.”

Amalia Ercoli Finzi

Durante l’evento sarà anche conferito il Premio Angelo D’Arrigo ad Amalia Ercoli Finzi, figura di riferimento mondiale nelle scienze aerospaziali e consulente di Nasa, Esa e Asi, divenuta popolare per la sua apprezzatissima partecipazione da ospite fisso al programma di Geppi CucciariSplendida Cornice”, capace di incarnare lo spirito di ricerca, coraggio e libertà che Angelo ha incarnato nel corso della propria vita. “Angelo – ha spiegato Laura Mancuso, moglie di D’Arrigo e presidente della Fondazione a lui intitolata – diceva sempre che il cielo non appartiene a chi lo sfida, ma a chi lo rispetta. Sono felice che il suo nome possa essere legato a una donna come Amalia Ercoli Finzi, perché in lei ritrovo quella stessa curiosità instancabile, quella stessa capacità di guardare oltre, con coraggio e delicatezza. È come se, in qualche modo, il volo di Angelo continuasse”.

A chiudere la serata – cui prenderanno parte numerose personalità del mondo della cultura, dello spettacolo e delle istituzioni, insieme a rappresentanti del settore aeronautico, scientifico e istituzionale – ci sarà “L’Ala di Angelo”, un momento simbolico e partecipativo in cui il pubblico sarà invitato a lasciare pensieri e sogni, dando vita a un’ala ideale costruita dalla memoria condivisa.

Ripropongo, vent’anni dopo la sua tragica fine, il mio personale, commosso ricordo-omaggio all’indimenticabile Angelo D’Arrigo

IL NOSTRO CARO ANGELO, ICARO DEL TERZO MILLENNIO, PER SEMPRE IN VOLO
di Gaetano Perricone
Sono stato tra quelli che hanno avuto la fortuna e il privilegio di conoscere Angelo D’Arrigo, l’uomo che sul suo deltaplano ha sorvolato le vette più alte del mondo, l’Icaro del Terzo Millennio, restando affascinato dalla sua straordinaria personalità, dal suo carisma, dalla sua cultura, dal suo amore per la natura. Mi piace sempre molto scrivere di lui e ricordare la sua figura davvero leggendaria, mi piace farlo ancora di più sulla pagina L’Ora edizione straordinaria, come se fosse sul “nostro” giornale, che non è riuscito a raccontare le sue meravigliose avventure nel cielo.
Fui io, grazie alla casa editrice Cavallotto che mi diede questo onore, a condurre a Le Ciminiere di Catania la presentazione del bel libro di Giovanni Vallone “Angelo e le Aquile” sulla vita di quest’uomo assolutamente unico e speciale. Con Angelo – il nostro caro Angelo, mi viene sempre in mente la splendida canzone di Lucio Dalla – fu un gran bell’incontro, a lui piacque molto, ci ripromettemmo di rivederci presto. Non ho mai dimenticato cosa mi disse quel giorno con un sorriso soddisfatto, lo racconto sempre con un pizzico di orgoglio: “Grazie, abbiamo fatto una bella cosa. La prossima volta che vengo ad allenarmi sull’Etna ti chiamo e passiamo un po’ di tempo insieme”. Non ci fu la possibilità, perché dopo poco tempo, neanche un mese, un destino atroce e beffardo stroncò la sua vita fantastica quando aveva soltanto 45 anni.
Mi piace allora ricordarlo con queste intense parole contenute nel libro autobiografico del 2005In volo sopra il mondo” “… Altri continenti mi aspettano, altri orizzonti. Molti mi chiedono cosa mi spinga ad andare sempre oltre. Non è agonismo: con le sfide ho smesso da anni. Né è solo il bisogno di misurarmi con i miei limiti, come a volte ho creduto. No, è qualcosa di più semplice e intimo, l’istinto di esistere nella natura a modo mio … che mi tiene sveglio la notte, che mi illumina e mi entusiasma. Non seguirlo sarebbe tradire me stesso. Se riesco a sentirmi pienamente vivo soltanto immerso in spazi sconfinati, libero nell’aria sopra deserti e ghiacciai, vulcani o pianure, fiumi, mari, montagne, non è per qualcosa che cerco, ma per quello che sono”.
Così Angelo D’Arrigo, amatissimo e altrettanto popolare campione mondiale di volo libero e deltaplano e studioso di prim’ordine del volo umano e degli uccelli, tragicamente scomparso il 26 marzo 2006 in un incidente di volo a Comiso, spiegava con grande passione i motivi fondamentali che lo spingevano a portare avanti la sua avventura nei cieli di tutto il mondo.
Angelo d’Arrigo, nato a Catania il 3 aprile del 1961, vissuto a Parigi fino al 1984, ha da sempre perseguito il sogno di volare come gli uccelli, ed insieme a loro. “Ricordo ancora quella volta che staccai i piedi dal suolo allontanandomi così dalla Mamma Terra: ero appeso ad un deltaplano, un’ala che assomigliava ad un sottile e rudimentale aquilone, senza motore né strumenti – raccontava D’Arrigo nella prefazione di “Angelo e le Aquile” Un volo planato e silenzioso … Avevo 16 anni e questo volo mi apriva la finestra della vita, sopra un mondo bellissimo, un mondo che scoprivo da un’angolazione inconsueta, diversa, quella dall’alto. Ero adolescente e stavo volando nella valle di Chamonix, sopra il Monte Bianco”.
Divenuto campione mondiale di volo, abbandonò gare e cronometri per dedicarsi allo sviluppo del volo libero, concepì e realizzò imprese che si pongono ben al di là del semplice evento sportivo. Ha studiato per anni il volo dei grandi rapaci, ai quali si è affiancato in incredibili migrazioni nei cieli del pianeta. Ha sorvolato il mare e i deserti, è salito a oltre 9.000 m. in volo libero, fino a superare la vetta dell’Everest, la più alta del Pianeta, il 24 maggio 2004, all’interno di “una gigantesca corrente ascensionale unica al mondo”, come lui raccontò, “ma conosciuta e utilizzata dalle aquile himalayane, che migrano da migliaia di anni dal Tibet all’India attraverso l’Himalaya”. Il comunicato trasmesso dopo l’impresa sull’Everest si concludeva così, in tono epico: “Questa mattina, 24 maggio 2004, il sogno si è compiuto: Angelo ha volato in alto, più alto che mai. E’ bello pensare che con lui ha volato l’intero genere umano. L’uomo è capace anche di grandi imprese”.
Con il “Russian Research Institute for Nature and Protection” di Mosca, D’Arrigo ha condotto un grande esperimento per la comunità scientifica internazionale: la reintroduzione di una specie di uccelli migratori in via di estinzione, le gru siberiane, guidando lo stormo, con il supporto di uno staff di biologi russi e americani, per 5.300 chilometri. Ma forse la più grande intuizione di Angelo è legata alla realizzazione della “Piuma” di Leonardo da Vinci. Dopo attenti studi sul Codice di Madrid, realizza e fa volare una Piuma leggerissima – identica nella struttura a quella del grande Leonardo. Il Cinquecento conosceva solo la solidità di legno, cuoio e tela: Angelo d’Arrigo dimostra, utilizzando i materiali leggeri del terzo millennio, l’esattezza delle progettazioni aerodinamiche di Leonardo. Con Leonardo, Angelo D’Arrigo condivide un approccio intuitivo e l’instancabile desiderio di spostare ogni giorno più in là le frontiere dell’uomo. Alla sua tragica e prematura scomparsa – avvenuta in seguito a un incidente al piccolo aereo, su cui egli viaggiava da passeggero ed ospite d’onore – un senso di sgomento ha pervaso tutti coloro che nel mondo lo ammiravano e lo seguivano nelle sue esultanti conquiste.
Quanti lo hanno conosciuto ne ricordano una dote particolarissima: era un grande maestro, perché riusciva a guidare gli altri alla scoperta delle risorse riposte nell’intimo di ciascuno, senza imposizioni, senza forzature. Non posso non chiudere in modo intimo questo affettuoso ricordo di Angelo D’Arrigo, davvero un grande uomo, con la dedica, speciale nella sua semplicità, che mi scrisse sul libro che gli presentai a Catania: “A Gaetano, per il piacere di condividere le mie avventure ‘alate’ in giro per il mondo. Con stima e simpatia”. Ne vado fiero e mi emoziona sempre molto.

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Mompileri, 12 marzo 1669. Quel giorno che cambiò tutto https://ilvulcanico.it/mompileri-12-marzo-1669-quel-giorno-cambio-tutto/ Thu, 12 Mar 2026 05:54:43 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26249  di Santo Scalia Sono trascorsi già 357 anni, da quel terribile 12 marzo 1669, quando nel villaggio di Mompileri, ma non solo in quello, cambiò tutto: consuetudini, abitudini, speranze. Chi aveva un tetto, chi aveva un podere, chi aveva un lavoro, in poche ore non l’ebbe più. Il villaggio di Mompileri, come testimonia Mons. Ottavio […]

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 di Santo Scalia

Sono trascorsi già 357 anni, da quel terribile 12 marzo 1669, quando nel villaggio di Mompileri, ma non solo in quello, cambiò tutto: consuetudini, abitudini, speranze. Chi aveva un tetto, chi aveva un podere, chi aveva un lavoro, in poche ore non l’ebbe più.

Il villaggio di Mompileri, come testimonia Mons. Ottavio Branciforte, contava alcune centinaia di anime. Le case sorgevano in prossimità della Matrice, la chiesa Maggiore (altre chiese erano sparse nel territorio circostante) che custodiva un rinomato gruppo marmoreo che riproduceva l’Annunciazione alla Vergine e una veneratissima statua della Madonna delle Grazie.

Nei primi giorni del mese di marzo di quell’anno, dal 5 al giorno 9, numerosi scuotimenti del terreno avevano generato notevole preoccupazione negli abitanti di tutti i villaggi del versante meridionale del vulcano. Fortunatamente, la domenica 10, una tregua aveva fatto ben sperare e augurare che il pericolo fosse stato scongiurato.

Da Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669, pag.15

Non fu così: il giorno dopo, lunedì 11 marzo, qualcosa di terribile accadde sul vulcano; lasciamo che a raccontare cosa avvenne siano i cronisti che allora hanno vissuto i tristi eventi.

Tomaso Tedeschi nel suo Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669, pubblicati nello stesso anno a Napoli, scrive: «Ecco in sù le ventidue hore del medesimo Lunedì creparsi il terreno alla volta di Heodanari [sic.] in due lunghissime fessure, che fumo, e fuoco vomitarono. Ne guari poi di tempo à dietro al Monte della Fusara, e sotto la Collina detta Vomitello spalancarsi una terza, e più terribil bocca, che con un fracasso di strepitosi tuoni scagliò fuori una gran copia di solforato fuoco […]». E, qualora ciò non fosse ancora stato cosa terribile, «[…] vicino alla terza bocca ecco aprirsi un’altra fra i monti Salazara, e Monpolieri [sic.], il cui fuoco, verso il villaggio, che à i detti monti soggiace, furiosamente si indirizzò».

Il destino di Mompileri era segnato. Carlo Mancino, nell’opera Narrativa del fuoco uscito da Mongibello pubblicata a Messina sempre nel 1669, così narra la tragedia:

«[…] Parte di questi tre fuochi circondò il Monte di Monpileri per ogni lato, qual’è di circuito da sette miglia, e brugiò tutta la Terra di Monpileri del Sig. Conte Massa, con tutte le vigne, possessioni, e giardini di fronda di grandissimo valore; Non perdonando alla Chiesa di Nostra Signora Annunciata. Chiesa bellissima, e molto grande, nella quale vi erano tre Statue di finissimo marmo, di grandezza naturale. Una del Angelo Gabriele, l’altra di Nostra Signora Annunciata, e la terza della Regina delle gratie col bambino in braccio […]». A Mompileri, oltre ai simulacri di cui sopra, si conservava anche una bellissima statua lignea di San Michele Arcangelo.

Poi le lave circondarono il monte detto Monpileri, distrussero il villaggio chiamato la Guardia, poi Malpasso e Potighelle [sic.]. Intanto il fuoco, aggiunge Tomaso Tedeschi, «seppellì sotto alle ruine dell’arso, e destrutto tempio quelle tre belle statue, che eran stupore dell’arte; se pure da humane, e non d’Angeliche mani furono scolpite».

Il giorno 12, martedì, il villaggio di Mompileri non c’era più!

Lo stesso destino di Mompileri toccò ad altri paesi e casali che si trovarono lungo il percorso delle lave: oltre ai citati Botteghelle, Guardia e Malpasso, furono distrutti San Giovanni di Galermo, Mascalucia, Camporotondo, San Pietro Clarenza, Misterbianco, Li Plachi.

Ma quale fu la sorte di quelle opere d’arte? Come ricorda l’opuscolo Maria sull’Etna, pubblicato a cura dal Santuario Madonna della Sciara nel 2019, in occasione del 350° anniversario dell’eruzione, «[…] alcuni mesi dopo l’eruzione, alcuni uomini venuti a verificare cosa possa essersi salvato dalla furia della lava, ritrovano il simulacro [di San Michele Arcangelo, n.d.A.] in mezzo ad un “dagalotto” formatosi per il suddividersi della colata in due flussi; gli stessi, secondo gli antichi racconti, si sarebbero riuniti dopo averlo oltrepassato. Il simulacro viene portato nel sito abitativo di Massa Annunziata».

Trentacinque anni dopo, il 18 Agosto del 1704, scavando sotto la spessa coltre lavica, avvenne il ritrovamento della statua della Madonna delle Grazie. «I cercatori arrivano, probabilmente trascinandosi carponi e, man mano rimuovendo detriti e frammenti della struttura della chiesa crollata sotto il grave peso della lava e possono contemplare per la prima volta la statua della Madonna dal suo lato sinistro».

Infine, nel 1955, a 286 anni dall’eruzione, scavando in una cava di ghiara [rena rossa, n.d.A] nelle vicinanze del Santuario si «ritrova la testa del simulacro della Madonna Annunziata. Nei giorni successivi viene ritrovata la testa del simulacro dell’Arcangelo Gabriele ed altri frammenti dello stesso gruppo marmoreo.

Il Santuario della Madonna della Sciara, annualmente, ricorda gli avvenimenti del 1669 con delle celebrazioni, delle rievocazioni e manifestazioni. Anche quest’anno, nella ricorrenza del 357° anniversario, è stato stilato un ricco calendario di eventi la cui locandina è inserita nella fotogallery di quest’articolo.

Ricordare il dolore di ciò che accadde poco più di tre secoli e mezzo fa, e alimentare la speranza che un evento simile non debba più accadere

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Per un approfondimento ed una consultazione delle fonti storiche e di quelle recenti ecco di seguito i principali riferimenti bibliografici:

– D. Tomaso Tedeschi, e Paternò – Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669 – Napoli 1669

– Carlo Mancino – Narrativa del fuoco uscito da Mongibello – Messina 1669

– Francesco  Morabito – Catania liberata – Catania 1669

– Alphonsus Borelli – Historia et Meteorologia Incendii Ætneæi anni 1669 – Regio Iulio 1670

– Bonaventura La Rocca – Relatione del nuovo incendio fatto da Mongibello – Messina 1670

Cronaca del Canonico Pasquale Calcerano, cronaca manoscritta del 1752 e pubblicata nel 1929 dal Canonico Vincenzo Raciti Romeo «per accrescere il patrimonio della storia di Acireale

– Francesco Ferrara, Storia generale dell’Etna – Catania 1793

– Giuseppe Recupero, Storia naturale e generale dell’Etna – Catania 1815

– Giuseppe Sac. Pedalino – Mompileri – Edigraf 1966

– Azzaro-Castelli – L’eruzione etnea del 1669 nelle relazioni giornalistiche contemporanee – 2013

– Lina Scalisi – Per riparar l’incendio – Catania 2013

– Alfio Giovanni Privitera – Ti racconto Mompileri. L’evento mariano e il suo messaggio – 2014

– Giancarlo Santi – La Vergine nella lava – Catania 2015

Maria sull’Etna (opuscolo curato dal Santuario Madonna della Sciara in occasione del 350° della conservazione del simulacro della Madonna sotto la lava) – 2019

– Autori vari – Etna 1669, storie di lava 350 anni dalla grande eruzione – Catania 2020, a cura dell’Istituto Nazionale di Geofisica e vulcanologia, della Università degli Studi di Catania e della Regione Siciliana

Con il titolo: la facciata del Santuario Mariano di Mompileri (foto Santo Scalia) 

 

 

 

 

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Quel mosaico di faglie. “La crosta terrestre sotto lo Stretto di Messina è tutt’altro che stabile” https://ilvulcanico.it/quel-mosaico-di-faglie-la-crosta-terrestre-sotto-lo-stretto-di-messina-e-tuttaltro-che-stabile/ Tue, 17 Feb 2026 15:34:07 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26177 FONTE: https://ingvterremoti.com/ Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina e Reggio Calabria. Da allora, […]

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FONTE: https://ingvterremoti.com/

Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina Reggio Calabria. Da allora, geologi e sismologi di tutto il mondo hanno cercato di capire quale faglia  possa aver causato quel  terremoto e quali processi profondi continuino a generarne altri.

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista internazionale Tectonophysics e condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e di alcune università italiane ed europee, offre oggi una visione più chiara e completa della struttura geologica dello Stretto. Lo studio, dal titolo “Structural development and seismogenesis in the Messina Straits revealed by stress/strain pattern above the edge of the Calabrian slab”, integra dati sismologici e geofisici marini, e analizza oltre 2.400 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019, rilocalizzati con tecniche di precisione e considerando anche dati registrati da sistemi di monitoraggio posti sul fondale marino (osservatorio multidisciplinare NEMO-SN1 e 7 Ocean Bottom Seismometers – OBSs installati durante l’esperimento Seismofaults; Sgroi et al., 2021a; Sgroi et al., 2021b; Sgroi et al., 2021c).

Un laboratorio naturale di geodinamica mediterranea

Lo Stretto di Messina si trova in un punto di incontro tra due grandi placche: quella africana, che spinge verso nord, e quella eurasiatica, che resiste e scivola sopra di essa. Qui la crosta terrestre si piega, si spezza e si muove lungo una serie di faglie attive, in un complesso gioco di compressione, distensione e scorrimento laterale. A sud-est, nel Mar Ionio, la placca africana si immerge sotto la Calabria, formando la cosiddetta “subduzione calabra” dove un lembo della crosta oceanica dell’antico oceano della Tetide scende lentamente nel mantello terrestre.

Questo lento movimento di subduzione trascina con sé la parte superiore della crosta, generando deformazioni che si estendono fino in superficie e che plasmano la morfologia dello Stretto. È un processo che, nel corso di milioni di anni, ha dato origine a catene montuose, faglie e depressioni marine, ma che ancora oggi è all’origine di terremoti potenzialmente distruttivi.

Due zone dove nascono i terremoti

Dall’analisi dei dati, i ricercatori hanno individuato due principali strati della crosta terrestre dove si concentra l’attività sismica:

  • uno superficiale, tra 6 e 20 km di profondità, dove si sviluppano i terremoti più frequenti e più legati alla deformazione della crosta continentale;
  • uno più profondo, tra 40 e 80 km, associato anche ai movimenti della placca ionica in subduzione sotto la Calabria.

Questa doppia struttura sismogenetica indica che la deformazione avviene su più livelli e con meccanismi diversi: nella parte superiore dominano le forze estensionali, che tendono ad allungare e sprofondare la crosta, mentre più in profondità si manifestano anche forze compressive, legate alla convergenza tra Africa ed Europa.

Distribuzione epicentrale della sismicità registrata tra il 1990 e il 2019 (cerchi neri pieni). Le linee arancioni indicano le faglie attive descritte nell’area dello Stretto di Messina da Lavecchia et al., 2024 e Barreca et al., 2021. Le linee rosse rappresentano le faglie descritte in questo nuovo studio. La stella rossa indica l’epicentro del terremoto del 1908 (Boschi et al., 1989). L’area a forma sigmoidale, di colore giallo chiaro, evidenzia la zona principale di deformazione all’interno del bacino dello Stretto.

Un mosaico di faglie, non una sola “grande spaccatura”

Uno dei risultati più interessanti del lavoro è che la deformazione nello Stretto di Messina è controllata da un sistema complesso di faglie interconnesse. Queste strutture si estendono sia a terra che sotto il mare e si muovono in modo coordinato, come le tessere di un mosaico che si adattano e scorrono l’una sull’altra.

Le nuove immagini sismiche acquisite sul fondale hanno rivelato scarpate morfologiche, e dislocazioni nei sedimenti recenti, segni inequivocabili di deformazione attiva. Anche se molte di queste tracce sono cancellate dalle forti correnti marine o dai frequenti movimenti franosi dei versanti, la loro presenza conferma che la crosta terrestre sotto lo Stretto è tutt’altro che stabile.

Dal 1908 a oggi: cosa sappiamo della sismicità attuale

Negli ultimi trent’anni, la Rete Sismica gestita dall’INGV e i sistemi di monitoraggio sottomarini hanno registrato solo terremoti di bassa e media magnitudo nell’area dello Stretto, alcuni dei quali si sono verificati in piccoli raggruppamenti dando origine ad alcune sequenze sismiche.

Queste sequenze recenti, spesso localizzate vicino all’epicentro del sisma del 1908, mostrano meccanismi di fagliazione coerenti con quelli individuati nello studio: piccoli segmenti di faglie orientate NE–SW che si attivano a profondità comprese tra 4 e 12 km.

Perché questi risultati sono importanti

Comprendere la geometria e il comportamento delle faglie sotto lo Stretto di Messina non è solo un esercizio accademico: è fondamentale per migliorare la valutazione della pericolosità sismica in una delle zone più densamente popolate e vulnerabili d’Italia.

Questo lavoro dimostra che la deformazione della crosta terrestre in quest’area è fortemente influenzata dai processi profondi legati alla subduzione della placca ionica, e che la sismicità superficiale rappresenta la manifestazione di movimenti che avvengono a decine di chilometri di profondità.

Questa nuova visione geodinamica integra per la prima volta in modo coerente le osservazioni sismologiche, geofisiche e morfologiche, fornendo una base più solida per gli studi futuri sulla sismogenesi dello Stretto e sulla pericolosità sismica dell’area.

Lo Stretto di Messina non è solo una frontiera tra due regioni italiane, ma anche il confine dinamico tra due placche terrestri in continua collisione. Sotto quelle acque si nasconde un sistema di faglie attive che racconta una storia di movimenti millenari, ma anche di un futuro sismico che dobbiamo continuare a studiare con attenzione.

Il lavoro è disponibile al link: https://doi.org/10.1016/j.tecto.2025.230920.

A cura di Tiziana Sgroi (INGV – Roma 2), Graziella Barberi (INGV – OE), Luca Gasperini (ISMAR – CNR), Rob Govers (Università di Utrecht), Nicolai Nijholt (Università di Utrecht), Giuseppe Lo Mauro (Università di Bari), Marco Ligi (ISMAR – CNR), Andrea Artoni (Università di Parma), Luigi Torelli (Università di Parma), Alina Polonia (ISMAR – CNR).

Bibliografia

Barreca, G., Gross, F., Scarfì, L., Aloisi, M., Monaco, C., Krastel, S., 2021. The Strait of Messina: Seismotectonics and the source of the 1908 earthquake. Earth Science Reviews 218, 103685. https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2021.103685.

Boschi, E., Pantosti, D., Valensise, G., 1989. Modello di sorgente per il terremoto di Messina del 1908. Atti Convegno GNGTS 8, 245–258.

Lavecchia, G., Bello, S., Andrenacci, C., Cirillo, D., Pietrolungo, F., Talone, D., et al., 2024. QUIN 2.0 – new release of the QUaternary fault strain INdicators database from the Southern Apennines of Italy. Scientific Data 11 (1), 189. https://doi.org/10.1038/ s41597-024-03008-6.

Sgroi, T., Polonia, A., Barberi, G., Billi, A., Gasperini, L., 2021a. New seismological data from the Calabrian arc reveal arc-orthogonal extension across the subduction zone. Scientific Reports 11 (1), 473. https://doi.org/10.1038/s41598-020-79719-8.

Sgroi, T., Barberi, G., Marchetti, A., 2021b. The contribution of the NEMO-SN1 seafloor observatory to improve the seismic locations in the Ionian Sea (Italy). Annals of Geophysics 64 (6), SE655. https://doi.org/10.4401/ag-8575.

Sgroi, T., Polonia, A., Beranzoli, L., Billi, A., Bosman, A., Costanza, A., et al., 2021c. One Year of Seismicity Recorded Through Ocean Bottom Seismometers Illuminates Active Tectonic Structures in the Ionian Sea (Central Mediterranean). Frontiers in Earth Science 9. https://doi.org/10.3389/feart.2021.661311.

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Le “stufe” di San Calogero e le terme siciliane https://ilvulcanico.it/le-stufe-di-san-calogero-e-le-terme-siciliane/ Fri, 30 Jan 2026 06:54:30 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26106 s di Santo Scalia  Nel dialetto siciliano il nome Calogero (di chiara derivazione greca, e che vale più o meno “bel/buon vecchio”, “che ha una buona vecchiaia”, dal greco καλός, bello/buono, e γέρων, anziano) diviene semplicemente Caloriu, e questo nome è foneticamente molto vicino al termine calore. Sarà per questo che, in passato, a certi luoghi nei […]

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s di Santo Scalia 

Nel dialetto siciliano il nome Calogero (di chiara derivazione greca, e che vale più o meno “bel/buon vecchio”, “che ha una buona vecchiaia”, dal greco καλός, bello/buono, e γέρων, anziano) diviene semplicemente Caloriu, e questo nome è foneticamente molto vicino al termine calore. Sarà per questo che, in passato, a certi luoghi nei quali si manifestavano segni di termalismo si associava la figura di San Calogero?

A parte la facile e scherzosa paretimologia sul nome (Calogero → Caloriu → calore), San Calogero, in Sicilia, lo troviamo presente in due distinti siti termali: a Lipari – l’isola più grande dell’arcipelago delle Eolie – e a Sciacca, in provincia di Agrigento.

Notizie certe sulla vita del Santo non ce ne sono: si attinge a leggende che si perdono nel tempo. Si dice che Calogero sia nato a Costantinopoli nel I° secolo, e che a Roma avesse incontrato l’apostolo Pietro. Di ritorno, avuto da Pietro il permesso di praticare una vita da eremita, pare si sia fermato nell’Isola di Lipari, e che poi si sia trasferito sull’Isola di Sicilia, precisamente a Sciacca.

Si dice pure, secondo un’altra versione della sua storia, che Calogero sia arrivato in Sicilia dall’Africa settentrionale, per sfuggire alle persecuzioni a cui erano soggetti i Cristiani. Originario della regione greca di Calcedonia, non visse nel primo secolo bensì tra il 466 ed il 561 d.C.; rifugiatosi sul Monte Kronio, presso Sciacca, guarì numerosi infermi con l’ausilio delle acque termali lì presenti.

Nell’iconografia popolare il Santo viene rappresentato in compagnia di una cerva. Questa, secondo la tradizione, ferita ad opera di un cacciatore, condivise col sant’uomo la grotta, e divenne nutrice dell’eremita elargendogli il suo latte.

Nella grotta dove visse la sua vecchiaia Calogero, e dove morì, il cacciatore pentito fece erigere una chiesetta che presto si trasformò in meta di pellegrinaggio. Tutto questo lo apprendiamo dalla leggenda e dalle tradizioni popolari.

In Sicilia, il culto del Santo nero (così infatti viene raffigurato) è molto sentito: Calogero infatti è venerato quale patrono di varie città, come Naro, in provincia di Agrigento; San Salvatore di Fitalia, in provincia di Messina; Petralia Sottana (in provincia di Palermo, dove Calogero ha rimpiazzato il precedente patrono San Giuseppe); Cesarò (in provincia di Messina, dove è patrono sin dal XV secolo); Campofranco (Caltanissetta);

Inoltre il Santo è compatrono di Agrigento e di Frazzanò (in provincia di Messina) ed è venerato in altre città siciliane, come a Santo Stefano di Quisquina, a Porto Empedocle ed ovviamente a Sciacca, dove è stato edificato un santuario sul Monte San Calogero, altro nome con cui è noto il Monte Kronio.

Lo storico domenicano saccense Tommaso Fazello, nella sua opera Le due deche dell’historia di Sicilia pubblicata nel 1573, così descrive il suddetto monte : «Questo monte si chiama hoggi, il monte di San Calogero, il qual Santo fu mandato quivi da San Pietro Apostolo a guarire indemoniati, al tempo, che detto monte si chiamava Monte Gemmarie, che son palme selvatiche, e la terra si chiamava Sacca [oggi Sciacca n.d.A.]. Dove havendo vissuto santamente il detto Calogero, si morì, e nella cima appresso a l’antro gli fu fatta una Chiesa molto venerata dal popolo per i suoi miracoli».

Brano tratto da Le due deche dell’historia di Sicilia di Tommaso Fazello del 1573, pag. 206Il 
Brano tratto da Le due deche dell’historia di Sicilia di Tommaso Fazello del 1573, pag. 206

Fazello fa riferimento anche agli ambienti termali oggi ancora esistenti, e denominati stufe: «Dentro a questo antro son certi sedili di pietra fatti per arte, e son posti intorno intorno, dove solevano sedere gli ammalati, e sono intagliate in ciascuno alcune lettere, le quali mostrano che sorte di mali si guariva stando in su quel sedile […]»

Le stufe di San Calogero a Lipari

Tra il 1776 ed il 1779 il pittore del Re Jean-Pierre-Laurent Hoüel realizzò una serie di disegni preparatori per le incisioni da inserire nell’edizione del Voyage pittoresque des isles de Sicilie, de Malte et de Lipari i cui volumi furono poi pubblicati a Parigi dal 1782  al 1787. La famosa illustrazione di Hoüel mostra chiaramente il principale utilizzo delle acque termali delle stufe liparote, quello terapeutico: vengono raffigurate infatti delle figure di infermi che, autosufficienti o meno, fruiscono del calore dei vapori che si sprigionano dalla terra in un ambiente la cui struttura ricorda l’architettura micenea, facendo anche uso di un locale di servizio adiacente.

L’interno della thòlos di Lipari (foto S. Scalia)

Riferimenti alle sorgenti calde di Lipari si trovano già nelle opere degli scrittori dell’antichità: già Diodoro Siculo, Plinio il Vecchio, Strabone ed altri autori scrivono di acque termali che scaturiscono all’interno di un’antica thòlos [traslitterazione del greco ϑόλος (n.d.A.)] e che si raccolgono in una vasca di epoca ellenistica.

Le terme in Sicilia

La parola “terme” [dal greco ϑερμαί, ovvero (sorgenti) calde] ricorre anche nella denominazione di alcune città siciliane: Alì Terme, in provincia di Messina; Terme Vigliatore, sulla costa tirrenica; Termini Imerese, in provincia di Palermo.

Ruderi delle terme romane ad Acireale (foto S. Scalia)

Già in epoca greca, e poi in quella romana, alcune località della Sicilia erano apprezzate per le ottime acque termali: ancora oggi alla periferia di Acireale, presso il monte Etna, possiamo ammirare i ruderi di un impianto termale romano.

Al giorno d’oggi la situazione delle terme siciliane non è propriamente rosea: ad Acireale per lungo tempo sono state apprezzate le rinomate “Terme di Santa Venera”, dove acque sulfuree di origine vulcanica venivano utilizzate per la produzione di fanghi a scopo terapeutico, ma purtroppo, a causa di problemi economici, dal 2015 le terme sono state poste in liquidazione e non sono più attive (fonte).

Alle terme di Sciacca, città che si affaccia sul Canale di Sicilia, dirimpetto all’Isola effimera di Ferdinandea, tutte le attività termali ed alberghiere sono attualmente sospese (fonte termesciaccaspa.it).

In provincia di Palermo, nella città di Termini Imerese, il rinomato complesso termale “[…]  venne chiuso nel 2015 dopo un lungo contenzioso tra il comune e il gestore. Scongiurata la messa all’asta e il pignoramento adesso c’è un bando per ristrutturarlo” (fonte rainews.it).

Sono attive invece le Terme Segestane, nel trapanese, in prossimità di Castellammare del Golfo, delle quali parlano già gli storici classici come Diodoro Siculo, Strabone e Plinio il Vecchio.

Le Terme Acqua Pia, presso Montevago, in provincia di Agrigento, sono aperte soltanto dei giorni di sabato e domenica.

Infine lo stabilimento delle Terme Marino, ad Alì Terme, come risulta dal sito ufficiale, avrebbe dovuto riaprire nel 2025

Con il titolo: Thermae in San Calogero, in the South-West of Lipari in una famosa incisione di Jean-Pierre-Laurent Hoüel 

 

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Eroi civili nel silenzio, in camera di consiglio. La verità, oltre ogni ragionevole dubbio https://ilvulcanico.it/eroi-civili-nel-silenzio-in-camera-di-consiglio-la-verita-oltre-ogni-ragionevole-dubbio/ Sat, 22 Nov 2025 13:51:35 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=25987 di Antonella De Francesco Sembra quasi una pièce teatrale per l’ambientazione chiusa e i dialoghi serrati, il film La camera di consiglio, della regista Fiorella Infascelli, che racconta come due magistrati onesti, differenti ma determinati e otto giurati volontari, segregati per più di un mese in un appartamento all’interno del carcere Ucciardone, riscrissero la storia […]

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di Antonella De Francesco
Sembra quasi una pièce teatrale per l’ambientazione chiusa e i dialoghi serrati, il film La camera di consiglio, della regista Fiorella Infascelli, che racconta come due magistrati onesti, differenti ma determinati e otto giurati volontari, segregati per più di un mese in un appartamento all’interno del carcere Ucciardone, riscrissero la storia d’Italia, sancendo definitivamente e irreversibilmente l’esistenza della mafia e pronunciandosi con una sentenza epocale contro gli oltre 400 imputati del Maxi Processo.
Si tratta di un film dal profondo valore civile, quasi indispensabile per una società spesso incline a dimenticare il proprio passato, aspetto che diventa ancora più rilevante in un momento storico in cui il ruolo della magistratura viene frequentemente messo in discussione, perfino dalle stesse istituzioni.
L’opera di Fiorella Infascelli, con il contributo di Francesco La Licata in qualità di consulente storico, con il suo approccio onesto e misurato, rappresenta un monito e un invito a riflettere sull’importanza della memoria e della giustizia. Il film si caratterizza per la delicatezza con cui tratteggia i personaggi, sia i giurati che i due magistrati protagonisti, Alfonso Giordano (interpretato da Sergio Rubini) e Pietro Grasso (interpretato da Massimo Popolizio), che, pur diversi per carattere, visione e strategie, condividono un unico obiettivo: perseguire la giustizia, arrivando a condanne giuste e, dove necessario, alle dovute assoluzioni.
Nel corso della vicenda, il principio del “ragionevole dubbio” viene costantemente riaffermato da Alfonso Giordano, per voce di Sergio Rubini, che con consapevolezza e responsabilità lo ricorda a sé stesso e agli altri giurati, persino ridimensionando il peso delle confessioni dei pentiti, laddove non supportate da prove certe. Ritratti nella solitudine di quei giorni, separati dal resto del mondo, immersi in un’atmosfera quasi sospesa, che la regista restituisce con una scenografia essenziale a sottolineare la condizione di chiusura e concentrazione assoluta a cui erano sottoposti, con i pochi oggetti personali (unici strumenti per non perdere il senso di sé e per ricordare la propria storia e il proprio percorso umano) loro sono i primi “eroi”, ben prima delle stragi e del clamore mediatico dell’antimafia che avrebbe investito l’Italia. Sono stati loro, nella solitudine forzata e nel silenzio di quelle stanze, a scrivere una delle pagine più importanti della storia civile del nostro Paese, affrontando le paure, le fragilità e i dubbi che inevitabilmente accompagnano ogni decisione di grande portata.
In quel piccolo corteo finale che si dirige verso l’aula per esporre la sentenza, in quei visi fieri dei giurati con indosso la fascia tricolore, in quelle toghe indossate con onore, dovremmo riconoscerci tutti noi Italiani onesti per rinnovare quotidianamente il nostro senso di appartenenza e il rispetto verso la giustizia. La camera di consiglio, dunque, non si limita ad essere un semplice racconto di giustizia e di memoria ma, attraverso la narrazione delle vicende di quei magistrati e dei giurati, si fa portavoce della responsabilità collettiva di noi spettatori e cittadini, ricordandoci che la giustizia non appartiene soltanto a chi amministra la legge, ma a ogni individuo che, nella quotidianità, sceglie di schierarsi dalla parte dell’onestà e della verità.

 

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Lazzaro Spallanzani e l’Etna https://ilvulcanico.it/lazzaro-spallanzani-e-letna/ Sun, 09 Nov 2025 07:08:54 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=25946 di Santo Scalia Di Lazzaro Spallanzani (per l’esattezza di Lazaro Nicola Francesco Spallanzani) sicuramente avrete sentito parlare: se non per le sue ricerche sulla fecondazione artificiale, della quale è ritenuto il padre scientifico, probabilmente, tramite telegiornali e notiziari, per l’Istituto Nazionale Malattie Infettive di Roma, che porta il suo nome, o per l’Istituto Spallanzani di […]

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di Santo Scalia

Di Lazzaro Spallanzani (per l’esattezza di Lazaro Nicola Francesco Spallanzani) sicuramente avrete sentito parlare: se non per le sue ricerche sulla fecondazione artificiale, della quale è ritenuto il padre scientifico, probabilmente, tramite telegiornali e notiziari, per l’Istituto Nazionale Malattie Infettive di Roma, che porta il suo nome, o per l’Istituto Spallanzani di Rivolta d’Adda (Cremona), o ancora per il nome dell’Istituto Comprensivo di Scandiano, città natale dello scienziato.

INMI, Istituto Nazionale Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma

Meno probabile, forse, è che ne abbiate sentito parlare come di uno dei tantissimi uomini di scienza che, tra l’altro, abbia visitato il vulcano Etna e che di questa visita ci abbia lasciato una descrizione.

Lazzaro, il cui nome ricorda miracolosi eventi evangelici, nacque nelle terre dell’odierna Provincia di Reggio Emilia, come già detto a Scandiano, il 12 gennaio 1729. Per volere del padre intraprese inizialmente studi letterari e a soli otto anni, vestì l’abito clericale.

In seguito, sempre per l’insistenza del padre, si indirizzò allo studio della giurisprudenza, nonostante la sua predilezione per le scienze naturali. Nel corso della sua vita si occupò di biologia, fisica e matematica; ma non solo, si interessò della riproduzione degli esseri viventi (confutando la tesi della generazione spontanea), di filosofia, di retorica, di storia naturale e della lingua greca.

Nel corso degli anni si convinse della grande utilità e dell’importanza del viaggio come metodo di indagine naturalistica. Fu così che nel giugno 1788, all’età di 59 anni, intraprese un viaggio nelle regioni dell’Italia meridionale, interessandosi particolarmente allo studio dei vulcani.

Esplorò quindi i Campi Flegrei, il Vesuvio, lo Stromboli e le altre isole dell’arcipelago delle Eolie, e il 3 settembre salì sull’Etna raggiungendo la vetta. Era il tempo del Grand Tour, particolare, e costosa, esperienza educativa in voga tra i più abbienti giovani studiosi europei.

Già prima di lui infatti, e durante il suo stesso secolo, altri illustri uomini di scienza e viaggiatori avevano eseguito e descritto l’ascensione alla vetta del vulcano siciliano: Johann Hermann von Riedsel; William Hamilton; Jean Paul Louis Laurent Houel; Patrick  Brydone; Friederich Münter; Deodat Dolomieu e altri ancora.

Il frutto delle sue osservazioni fu pubblicato a Pavia, in sei volumi, tra il 1792 ed il 1797, con il titolo Viaggi alle due Sicilie e in alcune parti dell’Appennino.

Ed è proprio sulla sua ascensione all’Etna che punteremo la nostra attenzione, avvalendoci dell’edizione milanese pubblicata nel 1825, un quarto di secolo dopo la morte dello scienziato. La descrizione dell’ascensione comincia nel capitolo VII:

«[…] Mi avviai la mattina del giorno 3 di settembre [1729 n.d.A.] al monte Etna, accompagnato tra gli altri da Carmelo Pugliesi e Domenico Mazzagaglia, due guide peritissime di quelle strade. […] Alle ore 10 del mattino pervenuto al villaggio di Nicolosi io mi ritrovava presso a Monte Rosso, che prima era un piano, dove nel 1669 si aperse la nuova voragine, e ne sgorgò la formidabile lava, che del continuo fluendo al basso arrivò fino al mare, dove fece una specie di promontorio. […] Si sa che questo monte è bicipite, così formato in quella eruzione, e in allora da’ paesani venne appellato Monte della Ruina, e dappoi Monte Rosso, probabilmente per varie sue parti di questo colore macchiate

Com’era d’uso a quel tempo la tappa successiva fu il Monastero Benedettino di San Nicolò La Rena, «[…] gradito ospizio pe’ forestieri che viaggiano all’Etna […]» dove il viaggiatore ebbe modo di riposare e rifocillarsi. Solo qualche ora di pausa, quindi:

«[…] prima che finisse il giorno giunsi alla Grotta delle Capre, tanto ricantata, quantunque non dia che un meschino alloggiamento di foglia e di paglia per restarvi la notte. […]»

Il viaggio continua nel successivo capitolo VIII: «Tre ore prima del giorno escito co’ miei compagni dalla Grotta delle Capre […] continuai il mio viaggio all’Etna. […] Dalla sua cima si alzavano due bianche colonne di fumo […]».

E finalmente lo studioso si trovò di fronte al Cono sommitale del vulcano: «Mi restava a valicare quel tratto che propriamente dee dirsi il cono dell’Etna, e che a retta linea ha di lunghezza un miglio, o poco più. Ripidissimo era ed insieme disegualissimo [sic] per le ammucchiate scorie che lo ingombravano».

Impiegò ben tre ore, in mezzo a mille difficoltà che così descrisse: «[…] nello scorrere o piuttosto strascinarmi sul rimanente di quella cima di monte, tra per non potere ascenderlo dirittamente, e per essere pendente in guisa che ad ogni momento doveva aggrapparmi a mani e a piedi; e struggendomi in sudore e trafelando, era necessitato di fermarmi, e prendere opportuni e replicati riposi. […]».

Poi, dopo aver affrontato ancora innumerevoli sforzi, «[…] superato quel luogo, e riacquistata a poco a poco la primiera presenza di mente, in breve d’ora mi ritrovai finalmente al vertice dall’Etna, e cominciava già a scorgere’ gli orli del cratere.[…]»

Sedutosi sul ciglio della depressione, lo scienziato cominciò ad eseguire le sue osservazioni: le pareti del baratro, la sua forma, l’apertura incandescente al fondo di essa, il fumo che da essa esalava. Gli vennero in mente le descrizioni dello stesso luogo eseguite in precedenza dal Cardinale Pietro Bembo e dal Domenicano Tommaso Fazello; una volta recuperate le forze, e volendo rientrare al Monastero prima che facesse notte, riprese la via del ritorno:

«[…] Ma non senza rincrescimento mi convenne in fine di allontanarmi da quella scena incantata, per aver divisato di dormire l’entrante notte a S. Niccolò dell’Arena, troppo memore del disagiato letto durissimo fornitomi dalla Grotta delle Capre […]».

L’opera di Spallanzani fu pubblicata, oltre che in Italia tra il 1792 ed il 1795, anche fuori dai confini nazionali: nel 1795, a Berna, apparve Voyages dans les Deux Siciles et dans quelques parties des Appennins; nel 1798, a Londra, fu pubblicato Travels in the Two Sicilies and some parts of the Appennines e l’anno successivo, a Parigi, fu data alle stampe l’opera con lo stesso titolo di quella bernese.

A partire dal 1769 lo scienziato si trasferì nella città di Pavia, nella cui Università insegnò Storia Naturale e diresse il locale Museo universitario. A Pavia Spallanzani morì l’11 febbraio 1799, dopo aver compiuto i 70 anni.

La città di Pavia, dove Spallanzani ha vissuto per trent’anni, ha mantenuto il vivo il ricordo della sua presenza realizzando nel 1972, il Collegio Lazzaro Spallanzani, con l’intenzione di ricordare l’illustre docente dell’Ateneo pavese. Inoltre l’Università di Pavia ha intitolato allo scienziato il suo Dipartimento di Biologia e Biotecnologie.

Oggi, a Scandiano, si trova il Centro Studi Lazzaro Spallanzani, fondato con l’intendo di “approfondire gli studi su Lazzaro Spallanzani, sul suo tempo, sulla sua vita di scienziato settecentesco”.

Nel 1979, nella ricorrenza del 180° anniversario dalla sua scomparsa, anche la filatelia ha voluto rendere omaggio allo scienziato, con l’emissione di un francobollo commemorativo e di una busta primo giorno di emissione (o first day cover):

L’opera di Spallanzani è stata riproposta in libreria nuovamente nel 1988 da Edizioni Giada, con la preziosa introduzione del vulcanologo Salvatore Cucuzza Silvestri. Successivamente, nel 1994, l’editore CUEN, ha pubblicato la sola parte relativa all’ascensione del 1788 con il titolo Viaggio all’Etna, avvalendosi della collaborazione del vulcanologo Paolo Gasparini.

La mia biblioteca personale accoglie le versioni elettroniche (ebooks) di tutte le edizioni citate nel testo (Pavia, Berna, Londra, Parigi e Milano), mentre i due volumi (quelli del 1988 e del 1994) trovano posto negli scaffali della mia biblioteca cartacea.

Con il titolo: Jose Armet Portanell, Lazzaro Spallanzani osserva un’eruzione del Monte Etna (particolare da MeisterDrucke) 

 

 

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Linate, 8 ottobre 2021. La negligenza. Gli errori. La strage. “La Memoria e il Debito”. Un documentario da Oscar https://ilvulcanico.it/linate-8-ottobre-2021-la-negligenza-gli-errori-la-strage-la-memoria-e-il-debito-un-documentario-da-oscar/ Mon, 13 Oct 2025 05:00:27 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=25911 di Gaetano Perricone “Bastava pochissimo perché non succedesse. Sarebbe bastato pochissimo”. “Non era possibile morire in questo modo”. “Prima succede un fatto, poi si scrive … Forse non si è fatto abbastanza per i familiari”. “La sicurezza degli aeroporti è fatta dagli uomini”. “C’è differenza tra vivere e sopravvivere”. “Il primo anno è per rompere […]

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di Gaetano Perricone

“Bastava pochissimo perché non succedesse. Sarebbe bastato pochissimo”. Non era possibile morire in questo modo”. “Prima succede un fatto, poi si scrive … Forse non si è fatto abbastanza per i familiari”. La sicurezza degli aeroporti è fatta dagli uomini”. “C’è differenza tra vivere e sopravvivere”. “Il primo anno è per rompere tutti i fili della vita. All’inizio del secondo anno sai che non c’è più niente da rompere”“Approfittiamo di quello che abbiamo, cerchiamo di essere felici e andare avanti”. “Però un desiderio ce l’ho: condividere un abbraccio con tutti voi”.

Una testimonianza dopo l’altra. Senza sosta, incalzanti. Commuovono, indignano. Sono le voci e le parole dei parenti delle vittime, di esperti e investigatori. Chiare e forti, dolorosissime, implacabili. Coraggiose. Dirompenti nella loro immensa dignità. Da mozzare il fiato. Rendono in pieno, senza filtri, il senso di vuoto per perdite devastanti, ingiuste, inaccettabili. Lo fanno per 94 minuti, l’intera durata dello straordinario documentario La Memoria e il Debito, scritto e diretto da Francesca La Mantia e Massimiliano Napoli, produzione indipendente che squarcia il velo di un lungo, troppo lungo silenzio sull’incidente aereo sulla pista dell’aeroporto milanese di Linate l’8 ottobre 2001, con 118 vittime – elencate nei titoli di coda – il più grave mai accaduto in Italia. Non ho alcuna esitazione a esprime il mio umilissimo giudizio di cronista di vecchio mestiere su quest’opera, che ho avuto l’opportunità di vedere in privato, senza timore di essere tacciato di eccessivo entusiasmo: merita sicuramente di concorrere per l’Oscar dedicato a questo tipo di produzioni e mi piacerebbe molto essere buon profeta.

Copio e incollo, dal comunicato stampa, la efficace sintesi di questo lavoro estremamente importante, venuto alla luce pubblicamente l’8 ottobre 2025“Proiettato in occasione del ventiquattresimo anniversario della tragedia all’aeroporto di Linate, il film restituisce un racconto intenso e necessario su uno dei più gravi disastri dell’aviazione civile europea. Attraverso testimonianze dirette, materiali d’archivio e immagini esclusive delle indagini, il documentario ricostruisce le circostanze dell’incidente, in cui persero la vita 118 persone ridando voce e dignità alle vittime e ai loro familiari ma anche all’unico superstite, Pasquale Padovano”.

Un momento della presentazione

Tutto questo, il documentario La Memoria e il Debito lo fa con asciuttezza estremamente professionale, senza indulgere neanche per un attimo alla compassionevole retorica che spesso caratterizza queste operazioni televisive o cinematografiche di recupero della memoria sulle grandi tragedia. Le immagini sono scioccanti al punto giusto, senza inutile spettacolarità, restituiscono tutta la incredibile gravità di un incidente spaventoso e assurdo nella sua dinamica: due aerei, uno più grande e uno più piccolo, che si scontrano in pista in una situazione di visibilità quasi nulla per la nebbia. Il più piccolo va in pezzi, il più grande finisce la sua corsa in fiamme contro un hangar dell’aeroporto senza radar. Sconvolgente la catena di errori, di negligenze, di carenze, emerse nell’inchiesta giudiziaria, culminata in una serie di condanne dei responsabili, cancellate da un indulto.

E insieme alla immagini, montate con grande bravura per tenere incollati gli occhi dello spettatore allo schermo, come ho già scritto è la potenza evocativa, fortissima e drammaticissima, delle parole, delle testimonianze, a rendere questo documentario meravigliosamente unico nel suo genere. Profondamente toccante la parte dedicata al Bosco dei faggi, costituito dai 118 alberi voluti e piantati dalla comunità delle 118 vittime. Emozionante l’idea di cominciare e finire questo lavoro dalla sala per il tango con la testimonianza del compagno di una vittima, incontrata lì per la prima volta. Commovente la presenza-assenza, silenziosa ma intensissima, di Pasquale Padovano, unico sopravvissuto, in realtà la 119esima vittima per tutte le conseguenze che ancora porta addosso. E poi c’è tanto altro che non anticipo.

Francesca La Mantia, regista bagherese

Ho avuto il grande piacere e il prezioso arricchimento di conoscere qualche tempo fa Francesca La Mantia, docente di Italiano e latino, sceneggiatrice e regista cinematografica e teatrale, scrittrice originaria di Bagheria, splendida cittadina alla porte di Palermo, che ha dato i natali a grandi personaggi della cultura italiana come il pittore Renato Guttuso, il regista Giuseppe Tornatore, il poeta Ignazio Buttitta. Ho letto, scrivendoci su con entusiasmo, un suo bellissimo libro, Un uomo senza paura, dedicato alla triste storia di Cosimo Cristina, corrispondente da Termini Imerese del giornale L’Ora a me carissimo – ci sono cresciuto come giornalista e come uomo – , primo giornalista assassinato dalla mafia il 5 maggio 1960. Rimasi molto colpito non solo dalla ricca documentazione storica e dunque dalle capacità di ricerca di Francesca, ma anche dalla sua grande passione civile.

Caratteristiche che emergono con forza anche nel  documentario. Ho fatto un paio di domande a Francesca La Mantia: perché questo lavoro, perché quel titolo. Le sue lapidarie e incisive risposte: “Mi sono voluta cimentare in questo film perché quanto accaduto è stato coperto dall’oblio per troppi anni e per questo volevo togliere la nebbia. Il debito è nei confronti delle persone che non ci sono più e sul sangue dei quali sono migliorate le regole in tutti gli aeroporti. Verissimo: c’è voluta la tragedia di Linate dell’8 ottobre 2001 per spingere gli organismi responsabili a potenziare le strutture e le procedure di sicurezza in tante piste italiane.

Non mi resta che citare doverosamente chi va citato, con un abbraccio affettuoso e solidale ai parenti delle vittime. Autori, come già detto, sono Francesca La Mantia e Massimiliano Napoli. Il documentario è prodotto da Piero De Vecchi per DenebMedia, – in collaborazione con Bravagente Sound Agency, Filmservice, Video Elf, Torrevado studio; con il contributo di Daniela Comini, Laura Mazzola, Andrea Quadrini e il supporto di Paola e Maria Laura Baronti, Franco Carlo Guzzi Gruppo Consorti Rotary Club Massa Carrara, Serena Pruno Paola, Daniela e Andrea Venturini – e realizzato grazie al sostegno di centinaia di donatori attraverso la piattaforma Produzioni dal Basso. Una raccolta fondi in “crowdfunding”, fondamentale per la realizzazione. La Memoria e il Debito sarà nelle sale cinematografiche a gennaio 2026, andatelo a vedere.

 

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“L’Etna non è solo madre. A volte è anche giudice” https://ilvulcanico.it/letna-non-e-solo-madre-a-volte-e-anche-giudice/ Sat, 02 Aug 2025 04:45:45 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=25809 di Irene Randazzo Ci sono storie che non appartengono solo a chi le ha vissute, ma anche a chi le ha ascoltate. Mio marito, Pippo Raiti, custodisce nella memoria una di queste storie. La porta con sé fin da bambino, come un dono ricevuto davanti al fuoco durante le sere d’inverno, quando suo padre, Francesco […]

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di Irene Randazzo

Ci sono storie che non appartengono solo a chi le ha vissute, ma anche a chi le ha ascoltate. Mio marito, Pippo Raiti, custodisce nella memoria una di queste storie. La porta con sé fin da bambino, come un dono ricevuto davanti al fuoco durante le sere d’inverno, quando suo padre, Francesco Raiti, appartenente ad una delle più note famiglie di pastori di Castiglione di Sicilia – con la voce bassa e lo sguardo lontano – rievocava i racconti della sua infanzia. Ce n’era uno in particolare, che ogni volta lo commuoveva: quello dell’alba tragica del 2 agosto 1929, sul versante nord dell’Etna, quando un’improvvisa e terribile esplosione del cratere di Nord-Est provocò la morte del giovane Angelino Samperi, il quale aveva organizzato un’escursione notturna per raggiungere la vetta e vedere l’alba insieme ad alcuni parenti ed amici per festeggiare la maturità liceale appena conseguita. Con lui trovò la morte anche Giovanni Bonaccorso.

Francesco Raiti

Avevo dieci anni” raccontava suo padre “con tuo nonno Turi e i miei fratelli Vincenzo, Carmelino e Peppino, eravamo  in montagna in contrada Pitarrona. Nel periodo estivo, subito dopo la tosatura, le greggi si portavano in quota dove vi erano i pascoli migliori. L’Etna per i pastori era casa e mistero, sapevamo rispettarla, la guardavamo con fiducia, come si guarda una madre severa”. Francesco, faceva delle pause, mantenendo lo sguardo fisso e lontano, come a non voler perdere la nitidezza del ricordo,  accendeva l’ennesima sigaretta della giornata con gesto meccanico che sapeva di abitudine e riprendeva a raccontare: “Quella notte mentre tutti dormivamo si sentì un fragoroso boato che ci svegliò. Io dal  giaciglio in cui dormivo accanto a mio fratello Vincenzo, sentivo i più grandi parlare tra loro dell’impressionante esplosione. Vincenzo aveva esclamato: “scassau a Muntagna”. Poco dopo  cadde nuovamente il silenzio, ignari di ciò che era accaduto si riprese a dormire. Io avevo sentito le lore parole concitate ed ebbi paura ma abbracciai Vincenzo. “Non ti scantari”, mi tranquillizzò e ricominciai a dormire. Vicino a lui mi sentivo protetto e al sicuro. Mio padre quella notte non c’era perchè nel pomeriggio era sceso in paese per fare rifornimento di provviste”.

Mio marito racconta sempre del rapporto particolare tra suo padre Francesco e il fratello Vincenzo, maggiore di lui di ventidue anni. Egli era il più grande dei fratelli e lui lo adorava, ne andava fiero, anche perché tra la civiltà pastorale era riconosciuto da tutti come il mito dei pastori castiglionesi. Vincenzo, purtroppo, perse la vita nel 1932 a soli trentaquattro anni, a causa di una rovinosa caduta da una giumenta imbizzarrita. Francesco alla morte di Vincenzo aveva solo tredici anni e, a distanza di tempo, quando  nominava il fratello, la sua voce diventava tremolante. Anche quella sera in cui raccontava di quella tragica notte, la sua voce diventò mesta nel ricordarlo, tanto che fece una pausa, come a riprendere fiato, come a voler ricacciare in gola quella forte emozione. Interruppe il racconto, afferrò il cucchiaio che serviva a girare il fuoco nel bracciere e con fare lento lo mescolò, mentre il fuoco ricominciò a ravvivvarsi, così come i ricordi di quella notte che sembravano riaffiorare come le scintille di quel fuoco. Poi riprese il racconto.

Lapide delle due vittime al cimitero di Piedimonte Etneo

Ancor prima che facesse giorno, Vincenzo mi svegliò e mi affidò un importante compito. Andare a recuperare alcune pecore gravide che si erano spinte troppo in alto verso Monte Pizzillo, “U chianu ‘i Campani”, i due Pizzi. Quelle pecore a fine agosto sarebbero state pronte per figliare e non si poteva rischiare che si spingessero ancora più in alto. Per farlo mi indicò un preciso percorso, attraverso Monterosso, Montenero, “a Spinedda” e “i netti di Monte Frumento”,  per giungere infine verso Monte Pizzillo. Ero orgoglioso di questa specie di missione e felice perché Vincenzo l’aveva affidata a me e non a Carmelino o Peppino, seppure più grandi: ciò voleva dire che lui si fidava di me ed io ne ero fiero. Così presi il bastone di “Pirainaro” con i nodi bruciati che Vincenzo aveva fatto con tanta cura per me, chiamai Bosco, mio compagno di giochi, spettacolare esemplare di cane pastore a pelo bianco, e imboccai il sentiero per Monterosso. Da qui tagliai le lave del 1923, del 1911, arrivai a Montenero e salii verso “la Spinedda”. Arrivato nei pressi di Monte Frumento sentii il suono dei campanacci delle pecore provenire da Monte Pizzillo, ero vicino pensai. Continuai a salire. Ad un tratto notai uno strano atteggiamento di Bosco, era evidente che avvertiva la presenza di qualcosa o qualcuno ed ecco che anch’io iniziai ad intravedere l’incedere di una piccola carovana. Il sole era già alto, l’ora dell’alba era già passata. Fu allora che vidi qualcosa che non ho mai più dimenticato. Una cavalcatura scendeva lentamente, sul dorso penzolava il corpo di un giovane, riuscivo a intravedere il volto pallido, gli occhi chiusi. Gli uomini lo accompagnavano in silenzio, i loro vestiti erano laceri, sporchi di cenere vulcanica, sapevano di disperazione, era come se il dolore scendesse insieme a loro. Fu in quel momento, vedendo quel corpo sulla cavalcatura  e i volti di quegli uomini che collegai la loro presenza con l’esplosione avvenuta nella notte.  Rimasi pietrificato dalla paura, immobile aspettai il passaggio di quella processione, con lo stesso rispetto misto a pietà e paura che usavo avere il Venerdì Santo al passaggio del Cristo morto. Ad un tratto il mio sgomento fu scosso dalla domanda di uno di quegli uomini che mi si avvicinò e mi chiese quale fosse il sentiero più agevole per raggiungere la Caserma Pitarrona; indicai loro il sentiero e poi mestamente proseguii verso Monte Pizzillo. Avevo comunque un compito da portare a termine. Ripresi poi la strada del ritorno ma non avevo più quella spensieratezza che avevo invece all’inizio, sentivo che qualcosa era cambiato dentro di me. Giunto alla Caserma Pitarrona, gli altri sapevano già di quanto accaduto, il corteo era passato di lì. Dopo qualche giorno la notizia si diffuse  a Castiglione e nei paesi etnei, tutti rimasero colpiti della tragedia in cui avevano trovato la morte il giovane Angelino Samperi e Giovanni Bonaccorso, quest’ultimo era stato ritrovato dai soccorritori il giorno dopo. Entrambi erano di Piedimonte Etneo”.

Francesco Raiti e il figlio Pippo

Mio marito, bambino, ascoltava in silenzio. Lo immaginava  – suo padre a dieci anni, immobile tra le rocce, con gli occhi fissi su quel corteo di tragedia – e gli si stringeva il cuore. In quella scena c’era tutto: la bellezza e la crudeltà della natura, l’incanto spezzato di una giovinezza e la consapevolezza improvvisa della fragilità umana. “Da quel giorno” diceva suo padre, “non ho più guardato l’Etna allo stesso modo. Ho capito che non è solo madre. A volte, è anche giudice.

La tomba di Piedimonte Etneo dove sono seppelliti Samperi e Bonaccorso

Oggi, mentre scrivo queste righe, immagino di sentire l’eco della voce di Francesco Raiti, mio suocero. È una testimonianza che non deve andare perduta. Perché non è solo un ricordo di famiglia: è anche parte della memoria di un territorio, di una generazione che viveva a contatto con la montagna e ne accettava i doni e i pericoli. Mio marito oggi ha più anni di quanti ne avesse suo padre quando raccontava quella storia. Francesco morì improvvisamente a soli sessant’anni, nel 1980. Ogni volta però che torna con la memoria a quelle sere d’inverno, al fuoco nel braciere e alla voce bassa e ferma del padre che narrava, si commuove come allora. “Non era solo un racconto” mi ha detto una volta, mentre guardava il profilo dell’Etna all’orizzonte, “era una consegna. Mio padre non voleva spaventarmi, né cercava di impressionarmi. Voleva solo che sapessi che la vita è fragile, anche quando è giovane. Che la bellezza e il dolore camminano insieme. E che la memoria è un dovere e che “A Muntagna va rispettata”.

A volte, io e Pippo, restiamo in silenzio a guardare la montagna dal balcone di casa. In quel silenzio, so che lui sta rivedendo il bambino che era suo padre, fermo sul sentiero, tra le sciare di Timparossa, Montenero, Monte Frumento, Monte Pizzillo, mentre passava il mulo con quel giovane ferito, e tutto intorno taceva. Quel bambino non dimenticò. E neppure il figlio ha dimenticato.

Con il titolo: le lapidi di Samperi e Bonaccorso sull’Etna

 

 

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