storie Archivi - Il Vulcanico https://ilvulcanico.it/category/storie/ Il Blog di Gaetano Perricone Sun, 09 Aug 2026 05:34:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0.4 Etna: fuoco, terra, aria e acqua. E un piccolo essere umano in rispettoso silenzio https://ilvulcanico.it/etna-fuoco-terra-aria-e-acqua-e-un-piccolo-essere-umano-in-rispettoso-silenzio/ Sun, 09 Aug 2026 05:34:42 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26504 (Gaetano Perricone). Che il mio carissimo amico Pippo Raiti da Castiglione di Sicilia scrivesse molto bene lo sapevo da tempo. Ma questa sua splendida testimonianza, semplice e molto profonda, esternata di getto ieri sera al ritorno da una bellissima escursione sull’Etna in spettacolare attività, ne testimonia l’anima speciale di uomo del vulcano, al quale è […]

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(Gaetano Perricone). Che il mio carissimo amico Pippo Raiti da Castiglione di Sicilia scrivesse molto bene lo sapevo da tempo. Ma questa sua splendida testimonianza, semplice e molto profonda, esternata di getto ieri sera al ritorno da una bellissima escursione sull’Etna in spettacolare attività, ne testimonia l’anima speciale di uomo del vulcano, al quale è profondamente legato per antiche radici familiari, alla sua terra, fuoco, aria, acqua. Elementi della Natura nell’Etna così iconicamente rappresentati, nel suo ruolo non solo di straordinaria macchina geologica, ma anche e soprattutto di origine della vita. E così, con il suo permesso, ho deciso di pubblicare su questo blog le parole esemplari di Pippo Raiti, preziose per noi etnei nativi e non e per tutti quelli, un’infinità nel mondo, che adorano l’Etna. Le dedico a lui, alla sua bella famiglia, al suo favoloso Ulivo della Pace, mitico come Polifemo di cui porta il nome
di Pippo Raiti 
Cronaca di un sabato di agosto sul vulcano Patrimonio dell’umanità.
Il respiro della Montagna è come il canto delle Sirene, non puoi resistergli. Così, ancora una volta, mi sono lasciato ammaliare e preso lo zaino (che lascio sempre pronto per partire) ho deciso di incamminarmi e andare incontro a quel respiro. Giunto in quota il cielo è un po’ nuvoloso e, man mano che salgo, il respiro della Montagna diventa sempre più potente, un boato profondo sale dalle viscere della terra: sembra il respiro di un gigante. L’ambiente circostante come sempre è suggestivo e quel respiro, quei fumi che si alzano e svettano, rendono il tutto surreale come la scena di un film sul grande schermo di un cinema. Solo che qui la sceneggiatura, la fotografia e la regia è opera di Madre Natura ed essa non segue un copione scritto ma lascia tutto all’improvvisazione.
L’unica cosa da fare di fronte a questo grande schermo è prendere posto, osservare e ascoltare, assecondando quel respiro, osservando il fuoco della lava.
Rimango lì in silenzio, mentre il mio respiro incontra quello del vulcano.
Poi mi accorgo che la nebbia inizia piano piano ad avvolgere l’ambiente intorno a me. La Natura mi parla, mi sussurra che è tempo di andare, io l’ascolto e decido di incamminarmi verso la strada del ritorno. Sui miei passi arriva anche la pioggia, cerco riparo sotto la sporgenza di un’enorme roccia, mentre l’aria diventa fredda e umida. Sotto quella roccia che mi fa da ombrello, rimango ad ascoltare e pensare e mi accorgo che intorno a me si stanno rivelando tutti gli elementi della natura: il fuoco della lava; la terra, nera e vulcanica sotto i miei piedi; l’aria fredda che mi sfiora il viso; l’acqua della pioggia che cade sulla Montagna, come a volerle concedere un po’ di ristoro.
Fuoco, terra, aria e acqua. Tutti gli elementi della Natura insieme, sull’Etna. E io, piccolo essere umano, in mezzo a loro, ho soltanto una cosa da fare: ascoltare e rimanere in religioso e rispettoso silenzio
Etna Nord, 8 Agosto 2026

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Val di Noto 1693, tutto quello che c’è da sapere. In una story map, il terremoto italiano più forte degli ultimi 1000 anni https://ilvulcanico.it/val-di-noto-1693-tutto-quello-che-ce-da-sapere-in-una-story-map-il-terremoto-italiano-piu-forte-degli-ultimi-1000-anni/ Thu, 06 Aug 2026 14:23:31 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26494 A cura di Christian Marino e Mario Mattia (INGV-Osservatorio Etneo) Era l’11 gennaio 1693 quando la Sicilia orientale fu colpita da quello che, ad oggi, è classificato nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15) come il più forte evento sismico degli ultimi mille anni accaduto nell’intero territorio nazionale. Per il Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI5Med), addirittura il più forte degli […]

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A cura di Christian Marino e Mario Mattia (INGV-Osservatorio Etneo)

Era l’11 gennaio 1693 quando la Sicilia orientale fu colpita da quello che, ad oggi, è classificato nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI15) come il più forte evento sismico degli ultimi mille anni accaduto nell’intero territorio nazionale. Per il Catalogo dei Forti Terremoti in Italia (CFTI5Med), addirittura il più forte degli ultimi duemila. Si tratta di un terremoto di magnitudo stimata Mw 7.3 (seguito da un imponente maremoto) che causò, secondo le fonti, oltre 50mila morti, danneggiando gravemente un’area di oltre 14.000 chilometri quadrati. E fu l’apice di una sequenza sismica che durò almeno tre anni.

Dal lutto e dalle macerie sorsero città dall’aspetto totalmente nuovo, spesso in siti diversi dai precedenti, edificate secondo moderni criteri urbanistici, dando vita a quel laboratorio architettonico che fu il Barocco siciliano e che oggi continuiamo ad ammirare. La meraviglia di alcune delle nuove piante cittadine, delle chiese e dei palazzi, ha addirittura spesso messo in ombra la tragedia causata dall’evento e generato alcune lacune nell’interpretazione delle conseguenze socioeconomiche e politiche dei decenni successivi.

Proprio per questa sua immensa portata, il terremoto del 1693 è stato oggetto di diversi studi scientifici e, allo stesso tempo, è profondamente radicato nella cultura e nella tradizione popolare siciliana. Tuttavia, la ricerca e la memoria collettiva (fatta di miti, canti e racconti tramandati di generazione in generazione) raramente si sono incontrati.

La Sicilia Orientale, sulla base della sua storia sismica e delle informazioni disponibili dagli studi sulle sorgenti sismogenetiche, è una delle zone a maggiore pericolosità sismica d’Italia. Un fattore che, insieme alla presenza di aree intensamente popolate e vulnerabili, sia dal punto di vista sociale che del patrimonio edilizio ed infrastrutturale, determina un elevato rischio sismico e impone una costante opera di prevenzione, nella quale la consapevolezza della popolazione ha un ruolo tutt’altro che secondario.

È proprio per queste ragioni che nasce la nuova Story map “Val di Noto 1693. Storia e miti del terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani”. L’obiettivo è raccontare non solo i dati del sisma, ma la storia dell’evento e della ricostruzione ad esso successiva, insieme al suo radicamento nella cultura popolare.

La Story map è organizzata in sette capitoli, che, attraverso carte storiche, mappe interattive, immagini e video, descrivono:

  • la sismicità dell’area;
  • la sequenza sismica del 1693-96;
  • il contesto storico in cui avvenne il terremoto;
  • la gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni politiche;
  • la ricostruzione delle città delocalizzate;
  • la ricostruzione delle città nel medesimo sito pre-evento;
  • il barocco siciliano.

La Story map è aperta da una breve introduzione in cui la presentazione dell’evento dal punto di vista storico e scientifico è corredata da un canto popolare, proposto in forma scritta e orale, che dalla fine del ‘600 è arrivato fino ai giorni nostri.

Il primo capitolo si sviluppa invece attraverso la descrizione della sismicità della Sicilia orientale, con carte e dettagli “tecnici”.

Il secondo capitolo è dedicato alla descrizione della sequenza sismica, con particolare attenzione alle scosse del 9 e dell’11 gennaio. Questi due eventi sono raccontati attraverso delle mappe interattive centrate sulle località colpite e sugli effetti prodotti.

Cliccando sulle singole località è possibile conoscere la distanza dall’epicentro, gli effetti sull’ambiente naturale conosciuti e l’intensità del terremoto in base agli effetti visibili e ai danni provocati (scala Mercalli-Cancani-Sieberg – MCS).

Il terzo capitolo è invece dedicato a una breve presentazione del contesto storico, raccontato anche attraverso documenti e ritratti di alcuni dei protagonisti di quel tempo.

Al centro del quarto capitolo vi è poi la gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni politiche, le priorità del viceregno (in quel tempo la Sicilia faceva parte del Regno di Spagna ed era amministrata da un Viceré), l’azione dei poteri locali e le sofferenze patite dalle popolazioni.

Una mappa multimediale permette anche di osservare la struttura ideata dal Viceregno per la gestione dell’emergenza e il suo effettivo funzionamento: ogni punto sulla mappa corrisponde a un’apposita giunta o a uno specifico incarico creato ad hoc subito dopo il terremoto e cliccando su ognuno di essi è possibile sapere chi ricoprì quel ruolo e quali mansioni svolse. Il capitolo è chiuso da un filmato tratto dall’edizione del 2025 della commemorazione che ogni anno la popolazione di Grammichele svolge tra le rovine dell’antica Occhiolà, il sito abbandonato dopo il terremoto.

Il quinto capitolo ripercorre la lunga ricostruzione delle città delocalizzate, descrivendo le tante modalità attraverso cui si scelse di spostare i centri in un nuovo sito e i tratti comuni alle diverse vicende.

Una mappa interattiva permette di esplorare le città ricostruite in un nuovo sito, visionare carte storiche e foto dei luoghi più rappresentativi, ma anche scoprire dove si trovavano le città prima del terremoto, i processi attraverso i quali si scelse di spostarsi e le modalità della ricostruzione.

Il sesto capitolo è dedicato alle città che furono riedificate nel medesimo sito, tracciando dinamiche, successi e limiti dei processi di ricostruzione. Un approfondimento, anche fotografico, è dedicato al caso di Catania e una mappa interattiva permette di approfondire, attraverso immagini e descrizioni, alcuni esempi della cosiddetta “Guerra delle Parrocchie” che esplose in città come Ragusa e Modica e che contribuì all’edificazione di alcune delle più celebri chiese del Val di Noto.

Un approfondimento sul Barocco siciliano nel settimo capitolo, corredato da numerose immagini, insieme a un canto dedicato al terremoto dal cantautore siciliano Carlo Muratori chiudono il racconto di un evento che ha ancora tanto da raccontare e, soprattutto, da insegnare anche ai giorni nostri.

“Val di Noto 1693. Storia e miti del terremoto più forte nei cataloghi sismici italiani” è  parte di un più ampio progetto di ricerca, i cui primi risultati sono stati recentemente pubblicati nell’articolo Marino, C.; Mattia, M. The Long‑Term Legacy of the 1693 Val Di Noto Earthquake: Emergency Management, Reconstruction, and Institutional Impact. Ann. Geophys. 2026, 69. https://doi.org/10.4401/ag-9507.

La story map è disponibile nella galleria  INGVterremoti e al seguente linkVal di Noto 1693

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Etna, dopo il terremoto di Santo Stefano 2018. L’equilibrio possibile: ricostruire senza tradire https://ilvulcanico.it/etna-dopo-il-terremoto-di-santo-stefano-2018-lequilibrio-possibile-ricostruire-senza-tradire/ Mon, 03 Aug 2026 05:18:54 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26482 di Marco Neri Il terremoto del 26 dicembre 2018 non ha danneggiato soltanto edifici e infrastrutture: ha colpito anche i muri di contenimento che sorreggono il paesaggio terrazzato dell’Etna, un patrimonio rurale unico, riconosciuto dall’UNESCO come bene culturale immateriale. La domanda, sin dalle prime ore dopo il sisma, è stata inevitabile: come ricostruire questi manufatti […]

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di Marco Neri

Il terremoto del 26 dicembre 2018 non ha danneggiato soltanto edifici e infrastrutture: ha colpito anche i muri di contenimento che sorreggono il paesaggio terrazzato dell’Etna, un patrimonio rurale unico, riconosciuto dall’UNESCO come bene culturale immateriale. La domanda, sin dalle prime ore dopo il sisma, è stata inevitabile: come ricostruire questi manufatti senza tradire la loro identità e, allo stesso tempo, garantire sicurezza in un territorio che si muove continuamente?

La risposta non poteva essere quella tradizionale, data soltanto attraverso la riproposizione di muri rigidi e calcestruzzo monolitico. Né poteva essere semplicemente quella di ricostruire “come era e dove era”, soprattutto in quelle zone dove alcune infrastrutture si sono dimostrate inadeguate a resistere ai sismi etnei (Figura 1). L’Etna non si affronta con la forza bruta: richiede adattamento e capacità di leggere il territorio. La ricostruzione ha dovuto, così, reinventarsi, finalmente e dopo alcuni tentativi non sempre riusciti, trasformarsi in un laboratorio dove progettisti, enti pubblici e cittadini hanno imparato a dialogare dentro un quadro normativo che non era stato pensato per gestire la complessità di un vulcano attivo.

Figura 1 – Muri a secco crollati in occasione del sisma del 26 dicembre 2018

Il punto di partenza è stato ovvio per alcuni, scioccante per altri, comunque mai tentato prima in Italia: le strutture rigide non funzionano in un territorio che si deforma ogni giorno. Sappiamo che alcune aree del fianco orientale si muovono di 10–30 millimetri l’anno, con gradienti locali anche superiori. Millimetri che, accumulati nel tempo, diventano centimetri, sufficienti a mettere in crisi muri di contenimento, fondazioni e pavimentazioni. In fondo, il terremoto del 2018 non ha fatto altro che rendere evidente la fragilità di soluzioni inadeguate per un ambiente così dinamico (Figura 2).

Figura 2 – Piano di faglia che attraversa il muro di sottoscarpa in calcestruzzo, producendo un rigetto verticale pluridecimetrico e deformazioni evidenti lungo la sede stradale

Da questa consapevolezza è nato un approccio diverso alla ricostruzione, basato sulla delocalizzazione degli edifici più a rischio e sulla deformabilità controllata delle infrastrutture, come strade e muri di contenimento, che non potevano essere delocalizzati.

In questo scenario, i muri a secco dell’Etna, elevati a Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO e quindi elementi di elevatissimo valore identitario, hanno assunto un ruolo complementare inatteso. Per secoli considerati semplici elementi rurali, si sono rivelati strutture naturalmente compatibili con un ambiente che si deforma. La loro capacità di dissipare energia, assorbire rotazioni e piccoli scorrimenti senza collassare, adattandosi grazie all’incastro delle pietre, le ha trasformate in elementi inaspettatamente resilienti. Se ricostruiti con criteri rigorosi, rispettando geometrie, drenaggi e qualità dei materiali, dimostrano prestazioni singolarmente efficaci, confermando che la tradizione, quando è ben compresa, può diventare un valore non solamente estetico-culturale.

Per i muri più alti, nonché quelli dove le prestazioni di sicurezza richieste al manufatto sono troppo elevate per un muro a secco, si sono trovati compromessi “ibridi” in cui l’anima in calcestruzzo è stata rivestita in pietra, così da non ferire troppo lo sguardo sul paesaggio.  In prossimità dei piani di faglia i muri sono stati segmentati per lasciarli liberi di muoversi senza spezzarsi,  sono stati dotati di giunti capaci di assorbire scorrimenti, sono stati posti alla base strati granulari deformabili e fondazioni indipendenti (vedi esempio in Figura 3): criteri già adottati in contesti di faglie attive come Islanda, California o Giappone, ma che sull’Etna sono stati integrati in un quadro unitario, adattato a un territorio protetto dove ogni intervento deve rispettare vincoli paesaggistici, ambientali e culturali.

Figura 3 – Sostituzione con gabbionate di pietrame del precedente muro in calcestruzzo mostrato in Figura 2, allo scopo di ottenere un’opera più flessibile e capace di assorbire le dislocazioni future indotte dalla faglia attiva, migliorando la resilienza strutturale e la compatibilità con la dinamica del versante

Ma la ricostruzione dell’Etna non è stata soltanto un esercizio tecnico. È stata soprattutto un esercizio di governance. Per la prima volta, un processo di ricostruzione ha riunito in un’unica procedura esigenze di sicurezza, indagini geologiche ad alta risoluzione, prescrizioni paesaggistiche, norme ambientali e necessità dei cittadini. Ogni progetto ha seguito un percorso definito: il Comune per la conformità urbanistica, il Genio Civile per la verifica tecnica, la Soprintendenza e l’Ente Parco per la compatibilità con il paesaggio, la Struttura Commissariale per la valutazione economica e l’autorizzazione del contributo (Figura 4). Un sistema articolato, ma finalmente capace di funzionare in modo coordinato.

Figura 4 – Quadro di governance concertato e interdisciplinare, attuato dal Commissario Straordinario per la ricostruzione post sisma 2018, concepito per garantire uniformità procedurale, coerenza interna e percorsi autorizzativi accelerati attraverso Protocolli d’Intesa formalmente istituzionalizzati, che integrano mandati e competenze tecniche di tutte le autorità territoriali coinvolte (da Neri et al., 2026)

La trasparenza è stata decisiva. La Struttura Commissariale ha effettuato sopralluoghi su tutti gli interventi. Ha verificato che i progetti approvati corrispondessero ai lavori reali. Questo rigore ha ridotto sprechi, evitato interventi non conformi e garantito un uso corretto dei fondi pubblici. I tempi amministrativi si sono accorciati, le revisioni progettuali sono diminuite, la qualità complessiva degli interventi è cresciuta.

Il risultato è un modello operativo che oggi è diventato un riferimento internazionale. Non perché abbia introdotto soluzioni tecniche inedite, ma perché ha saputo integrarle in un territorio complesso, dove ogni scelta deve tenere insieme sicurezza, paesaggio, cultura, economia e fiducia dei cittadini. La ricostruzione dell’Etna ha mostrato che la resilienza non dipende solo da materiali e progetti, ma anche dalla capacità delle istituzioni di dialogare, adattarsi e coinvolgere la comunità.

L’Etna, con la sua forza e la sua instabilità, ha costretto tutti a ripensare il modo di costruire e di governare, trasformando un evento drammatico in un’occasione di crescita metodologica esportabile altrove. Un messaggio che vale per tecnici, istituzioni e cittadini. E forse, soprattutto, vale per chi guarda il territorio non come un problema da risolvere, ma come a un patrimonio da custodire.

Per approfondire:

Neri, M., Blanco, G. L. M., Carbone, M. L., & Licciardello, G. (2026). Rebuilding the Etna Landscape After the 2018 Earthquake: Standards, Geological Surveys, and Retaining Wall Restoration. Applied Sciences16(15), 7526. https://doi.org/10.3390/app16157526 

Con il titolo: attività eruttiva parossistica dell’Etna del 30 luglio 2026

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Etna, quando la scienza è accessibile: alla scoperta, con tutti i sensi, del magico universo vulcanico https://ilvulcanico.it/etna-quando-la-scienza-e-accessibile-alla-scoperta-con-tutti-i-sensi-del-magico-universo-vulcanico/ Wed, 29 Jul 2026 05:34:46 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26477 (Gaetano Perricone). Condivido con estremo piacere questo dettagliato racconto di una bellissima esperienza promossa dall’INGV, Osservatorio Etneo, all’insegna della divulgazione, della sensibilità, dell’inclusione. Ricordando anche il mio libro “La scalata della vita”, Algra Editore, del 2020, nel quale raccontai la straordinaria ascesa sulla cima del vulcano di nove ragazzi padovani con sindrome di Down (https://ilvulcanico.it/la-scalata-della-vita-e-labbraccio-della-grande-madre-etna/)  […]

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(Gaetano Perricone). Condivido con estremo piacere questo dettagliato racconto di una bellissima esperienza promossa dall’INGV, Osservatorio Etneo, all’insegna della divulgazione, della sensibilità, dell’inclusione. Ricordando anche il mio libro “La scalata della vita”, Algra Editore, del 2020, nel quale raccontai la straordinaria ascesa sulla cima del vulcano di nove ragazzi padovani con sindrome di Down (https://ilvulcanico.it/la-scalata-della-vita-e-labbraccio-della-grande-madre-etna/

di Martina Allegra, Giuseppe C. Altana, Massimiliano Barone, Flavio Cannavò, Massimo Cantarero, Luigi Carleo, Simona Caruso, Maria Catania, Danilo Cavallaro, Francesco Ciancitto, Miriana Corsaro, Rosanna Corsaro, Salvo D’amico, Emanuela De Beni, Maddalena Dozzo, Marco Firetto Carlino, Adriana Iozzia, Alessandro La Spina, Arianna Malaguti, Vittorio Minio, Matteo Pagano, Francesco Pandolfo, Alessio Patanè, Cristina Proietti, Danilo Reitano, Mariangela Sciotto, Andrea Ursino, Francesco Zuccarello, Barbara Aldighieri e Claudia Cattadori

A giugno 2026 l’INGV Osservatorio Etneo ha coordinato un’iniziativa divulgativa promossa dall’Associazione Italiana Geologia e Turismo APS  e dal CNR Istituto di Geoscienze e Georisorse , in collaborazione con l’Associazione Disabili Visivi APS-ETS. L’obiettivo era offrire a un gruppo di persone con disabilità visiva un’esperienza diretta del vulcano, attraverso percorsi sensoriali appositamente creati per soddisfare le loro esigenze, ma al tempo stesso mantenendo contenuti scientifici rigorosi. Per tre giorni (dal 12 al 14 giugno) la geologia, disciplina tradizionalmente fondata sull’osservazione, è diventata qualcosa di più: un universo da sentire, o meglio, da percepire con tutti i sensi.

La prima giornata dell’iniziativa ci ha condotti ad Aci Trezza e Aci Castello, sulla costa catanese. Qui abbiamo potuto ammirare straordinari esempi di basalti colonnari nati dalla rapida contrazione termica del magma, e le celebri pillow lava  (lave “a cuscino”), strutture tipiche delle eruzioni sottomarine (Figura 1).

Figura 1- A) Basalti a sezione esagonale di Aci Trezza, foto E. De Beni; B) Lave a “cuscino”che formano la rupe di Acicastello. Foto M. Pagano.

Dopo un tuffo rinfrescante tra gli scogli di Aci Castello ci siamo trasferiti nella sede dell’INGV di Catania, che, per un pomeriggio, si è trasformata in un centro multisensoriale. Attraverso l’esplorazione tattile e utilizzando modelli 3D appositamente realizzati (Figura 2), i partecipanti hanno potuto scoprire l’evoluzione dei crateri sommitali dell’Etna degli ultimi 150 anni e comprendere il significato dei segnali sismici che arrivano in Sala Operativa.

Figura 2 - A) Modello dei crateri sommitali dell’Etna B) Esempi di segnali sismici stampati in 3D. Foto M. Pagano.

Figura 2 – A) Modello dei crateri sommitali dell’Etna; B) Esempi di segnali sismici stampati in 3D. Foto M. Pagano.

Grazie ai suoni registrati dagli idrofoni del progetto EMSO (European Multidisciplinary Seafloor and water-column Observatory), i partecipanti hanno imparato a distinguere il rumore generato da un terremoto da quello di un fulmine, il canto dei delfini da quello delle balene, il fratturarsi del ghiaccio antartico dal passaggio delle navi. Il segnale infrasonico che accompagna le esplosioni vulcaniche è stato opportunamente accelerato e reso udibile e fatto ascoltare ai nostri ospiti.

La collezione di rocce presente nelle teche dell’Istituto ha permesso di far apprezzare  la differenza tra i prodotti dell’attività esplosiva e quelli delle colate laviche.

Il laboratorio sugli odori, non a caso l’ultimo della giornata, ha aggiunto un’altra dimensione fondamentale all’esperienza dell’ambiente vulcanico. Sulla terrazza dell’Osservatorio Etneo abbiamo esplorato, attraverso apposite sacche olfattive contenenti campioni a concentrazione controllata, gli odori caratteristici dell’idrogeno solforato e del biossido di zolfo: un’anticipazione di ciò che avremmo poi percepito direttamente sul campo.

Quello che il giorno prima avevamo toccato e ascoltato si è trasformato in esperienza concreta durante l’incontro diretto con il vulcano attivo. L’ascesa all’area sommitale con la telecabina della Funivia dell’Etna e successivamente con il loro servizio di mezzi 4×4, ci hanno condotti fino a quota 3.000 metri, sul fianco meridionale del vulcano (Figura 3). Qui l’aria si fa più sottile, il vento più forte, l’odore di zolfo più intenso. I lapilli scricchiolano sotto i piedi mentre saliamo lentamente in fila indiana. Una fila che avanza con passo regolare, fatta di persone che si affidano l’una all’altra, sostenendosi attraverso il contatto con le spalle dell’accompagnatore.

Figura 3 – Il gruppo riunito ascolta con attenzione le spiegazioni della guida vulcanologica (Francesco Ciancitto) durante l’escursione sul fianco meridionale dell’Etna. Foto M. Pagano.

Seguiamo esattamente il tracciato che il giorno prima avevamo esplorato sul modello 3D; ora, però, tutto è reale e acquista una dimensione più ampia. La visibilità è incredibile, il sole scalda le schiene, Sicilia e Calabria si mostrano nitidamente, e questa visione viene trasmessa attraverso le parole (Figura 4). L’Etna, in questo modo, smette di essere soltanto un’immagine spettacolare e diventa un sistema vivo, complesso, “leggibile” anche in modo multisensoriale. Facciamo tutti parte dello stesso mondo, e ciò che sente una persona diventa esperienza condivisa.

Figura 4 – Lo Stretto di Messina visto dalla cima dell’Etna, da circa 3000 m di quota; sullo sfondo il massiccio dell’Aspromonte. Foto M. Pagano.

Scendiamo insieme da quota 3000 a 1900 metri (Figura 5); ci affidiamo l’uno all’altro in questa condivisione di sensazioni.

Ecco ciò che scrive Claudia nel suo diario: “La discesa è stata semplicemente fantastica! Le nostre guide dell’INGV ci hanno accompagnato benissimo. Alcuni pezzi erano un po’ ripidi e sembrava davvero di sciare sulla neve! I lapilli, così piccoli, finivano ovunque: pezzettini microscopici perfino in bocca e nelle orecchie. … Fortissimi gli odori dello zolfo e degli altri gas che spesso ci fanno tossire quando ci avviciniamo ai due crateri visitati. Con Ciccio, una delle guide, mi sono fiondata giù a tutta birra, tipo discesa libera a Kitzbühel. Fantastico!

Quest’esperienza ha coinvolto anche noi ricercatori: proviamo a percorrere un tratto del sentiero a occhi chiusi per condividere le sensazioni. E’ stato allora che abbiamo capito: si cammina con i piedi, non con gli occhi. Il vulcano sembra più potente, permea ogni cosa; la sua forza passa dai piedi e sale fino al cervello. È una sensazione di condivisione mai provata prima. Arriviamo all’autobus con le gambe stanche e i sorrisi aperti: ci abbracciamo, ci baciamo, siamo felici.

Figura 5 – La vista verso valle da Piano dei Pompieri, versante sud dell’Etna. Al centro della fotografia, i Monti Calcarazzi ed i Crateri Silvestri. Foto M. Pagano.

Il terzo e ultimo giorno di questa fantastica esperienza è stato dedicato all’acqua. Le Gole dell’Alcantara (Figura 6) offrono una lezione potente: qui l’acqua e la lava hanno costruito, in tempi e modi diversi, un paesaggio in cui le forme geologiche si leggono attraverso il contrasto tra le pareti verticali della gola, il suono dello scorrere del fiume e la fredda temperatura dell’acqua. Le gambe stanche trovano refrigerio nell’acqua gelida, che da migliaia di anni incide e leviga le pareti di basalto colonnare.

Figura 6 – I basalti colonnari a base esagonale erosi dal fiume Alcantara. Foto M. Cantarero.

Esperienze come queste ci fanno comprendere che la scienza deve essere accessibile non come una gentile concessione, ma per responsabilità culturale. Un vulcano attivo come l’Etna appartiene a tutti: a chi lo studia, a chi lo abita, a chi lo attraversa, a chi lo teme, a chi lo visita e a chi vuole conoscerlo in modo profondo, ma soprattutto a chi lo ama. L’inclusione, in questo senso, non è un’aggiunta al progetto scientifico: è parte del progetto stesso. Ci obbliga a essere più chiari, più rigorosi, più creativi. Ci ricorda che è comunicare la Terra e far comprendere agli altri i processi geologici che la rendono viva, significa costruire ponti tra linguaggi diversi: il linguaggio dei dati, quello delle rocce, quello del corpo, quello dei suoni e degli odori e quello dell’esperienza.

È proprio così che la scienza incontra l’accessibilità: non nel rendere più semplice il mondo, ma nel renderlo più condiviso

Un ringraziamento particolare va alla Funivia dell’Etna, che ha permesso la salita del gruppo a titolo gratuito. Non è stato un semplice supporto logistico, ma un contributo concreto all’accessibilità: ha reso possibile per tutte e tutti l’esperienza in quota, superando una barriera che, in ambiente montano e vulcanico, può diventare decisiva.

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Non partecipo al “tiro all’Ulisse” https://ilvulcanico.it/non-partecipo-al-tiro-allulisse/ Sat, 18 Jul 2026 04:09:56 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26457 di Gaetano Perricone  Nel senso che non scriverò alcuna riflessione, recensione o altro tipo di approfondimento particolare su Odissea dell’ottimo Cristopher Nolan, un film già fatto a pezzi dopo due giorni di programmazione da critici letterari, cinematografici, critici di tutto quanto compresa la loro puzza sotto il naso, perfino da gente che non solo non […]

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di Gaetano Perricone 
Nel senso che non scriverò alcuna riflessione, recensione o altro tipo di approfondimento particolare su Odissea dell’ottimo Cristopher Nolan, un film già fatto a pezzi dopo due giorni di programmazione da critici letterari, cinematografici, critici di tutto quanto compresa la loro puzza sotto il naso, perfino da gente che non solo non ha lo ha visto ma non conosce il poema epico di Omero. La verità è che mi spavento quasi a pronunciarmi, se scrivo cose positive rischio anch’io la fucilazione seduta stante.
Dunque non parteciperò al “tiro all’Ulisse“. Qualcosa terra terra tuttavia la dico. Da vecchio bambino settantenne incolto e dai facili entusiasmi mi sono goduto queste 2 ore e 52 minuti di filmone, di grande spettacolo cinematografico hollywoodiano, di notevole pregio tecnico e altrettanta potenza commerciale; mi ha fatto molto piacere vedere la sala piena di gruppi di ragazzi dell’ultima generazione con insegnanti e genitori che non hanno come me avuto la fortuna di vedere Ulisse di Camerini e il magnifico sceneggiato televisivo di Franco Rossi e che dunque hanno seguito questa per loro prima trasposizione cinematografica dell’opera omerica con partecipazione ed emozione; al di là delle tante stravaganti non corrispondenze nei contenuti e nei costumi al testo originale, mi è sembrata bella e ricca di stimoli la visione di grande attualità del regista di imperniare il filo del racconto del viaggio di Ulisse e del tormento interiore dell’eroe omerico sulla denuncia dell’orrore della guerra di Troia come denuncia universale di tutte le guerre; il film non mi è sembrato affatto sessista come ho letto da qualche parte e le donne di cui si è ricordato Nolan (Penelope-Anne Hathaway, Atena-Zendaya, Calipso- Charlize Teron, Elena nera- Lupita Nyong, Circe-Samantha Norton, brave tutte secondo me, in particolare l’ultima), rappresentate in modo diverso, nuovo e originale, hanno ruolo direi fondamentale nel film; è stato bello e mi ha molto piacere riconoscere tanta meravigliosa ambientazione siciliana, da Favignana alle Eolie; infine Matt Damon a mio umilissimo avviso è un Ulisse guerriero-navigatore dal profondo travaglio fisico e umano, fedelissimo alla sua Penelope e non fimminaro come nell’originale, all’altezza delle tre ore del film e anche suo figlio Telemaco, il popolarissimo volto di Tom HollandSpiderman, si fa valere.
Passo e chiudo, ho scritto fin troppo e temo che ne pagherò le conseguenze. Scherzo, davvero. PS: per i fans come me di Polifemo dall’unico occhio, questo di Odissea è magnificamente orrendo, più brutto del Ciclope di Kirk Douglas
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di Antonella De Francesco
Mi unisco al commento positivo sul film di Gaetano Perricone e aggiungo qualche mia ulteriore, personale riflessione.
L’Ulisse di Nolan, magistralmente interpretato da Matt Demon, resta un eroe ma è ossessionato dalla guerra, dalle atrocità e dalle perdite in termini di vite umane che questa comporta. La guerra è finita da anni eppure non è mai davvero finita. È ovunque: nei silenzi, negli incubi, nelle scelte di ogni personaggio.
L’Ulisse di Nolan ricorda e si chiede dove siano i compagni prima ancora della famiglia, perché è un uomo maturo che sta per concludere il suo viaggio, non soltanto quello verso casa, ma soprattutto quello dentro se stesso. Nolan va oltre l’uomo Omerico dal multiforme ingegno perché gli attribuisce una nuova sensibilità e la capacità di fare autocritica perfino alle sue stesse gesta eroiche.
Le riprese e le ambientazioni sono magnifiche, grandiosi gli spazi. L’incontro nell’Ade di dantesca memoria, con tutti i caduti in guerra che inseguono Ulisse e il suo equipaggio superstite, dà il pieno senso del peso della memoria che opprime e che non potrà mai svanire nel suo cuore.
E poi ci sono le donne: streghe, dee, regine, prigioniere, mai oggetti ma piuttosto soggetti presenti e reattivi, in molti casi esempi di autodeterminazione e di emancipazione. Penelope lascia intendere al figlio che dopo tanti anni potrebbe governare da sola. Elena è consapevole di essere stata solo il pretesto della guerra e la sua pelle nera sembra voler rappresentare il volto di tutti quei popoli che pagano guerre decise dagli altri. Le sirene non cantano per sedurre sessualmente, ma per affliggere Ulisse con tutte le promesse non mantenute.
In sintesi Nolan resta fedele alla storia ma i suoi protagonisti sono diversi: hanno anime nuove perché il tempo non può passare invano

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L’Etna di Emily Lowe: “donna indifesa”, ma viaggiatrice coraggiosa, tra meraviglia e pericolo https://ilvulcanico.it/letna-di-emily-lowe-donna-indifesa-viaggiatrice-coraggiosa-tra-meraviglia-e-pericolo/ Mon, 11 May 2026 13:27:09 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26356 FONTE: https://ingvvulcani.com/ di Chiara Alabiso PREFAZIONE DI MARIO MATTIA  “L’unico uso di un gentiluomo in viaggio è quello di prendersi cura dei bagagli, e noi faremo attenzione a non avere bagagli” In questa dichiarazione risiede lo spirito provocatorio di Emily Lowe, un’autrice vittoriana poco nota, ma che merita di essere studiata e ricordata per il […]

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FONTE: https://ingvvulcani.com/

di Chiara Alabiso

PREFAZIONE DI MARIO MATTIA 

“L’unico uso di un gentiluomo in viaggio è quello di prendersi cura dei bagagli, e noi faremo attenzione a non avere bagagli”

In questa dichiarazione risiede lo spirito provocatorio di Emily Lowe, un’autrice vittoriana poco nota, ma che merita di essere studiata e ricordata per il suo coraggioso approccio alla vita e alla scrittura che attinge dalla tradizione romantica tipica dei primi decenni dell’ottocento. Una autrice che potremmo definire protofemminista, con un atteggiamento molto pragmatico e del tutto privo di qualsivoglia velleità teorica o ideologica. Figlia di un giudice e moglie di un baronetto diretto discendente di Enrico VIII, Emily Lowe era contemporanea e conterranea del poeta Alfred Tennyson che, mentre lei scalava vulcani e attraversava ghiacciai, scriveva: “ l’uomo per la spada, la donna per l’ago; l’uomo per la testa, la donna per il cuore”, frase che ben sintetizza l’opinione degli uomini inglesi sul ruolo della donna nella prima metà dell’ottocento. A quel tempo, la società inglese separava rigidamente le “sfere” di competenza dei due sessi: l’uomo apparteneva alla sfera pubblica (politica, affari, guerra), la donna a quella privata (casa, cura dei figli, moralità), e per questa ragione, fino al 1870, vigeva il principio legale della “coverture”, che consisteva nel fatto che una donna sposata non avesse identità giuridica separata dal marito, non potesse possedere proprietà, firmare contratti o detenere i propri guadagni.

Emily Lowe (dal web)

Leggere oggi i titoli dei libri della Lowe – “Unprotected Females in Norway ” (1857) e “Unprotected Females in Sicily, Calabria, and on the top of Mount Etna” (1859)  – può magari farci sorridere per quel rimarcare l’aspetto della “donna indifesa”, ma in realtà, studiando questi manoscritti ci si rende ben presto conto che l’autrice volesse invece trattare il concetto della vulnerabilità femminile e della possibilità per le donne di viaggiare, per diletto o per cercare stimoli culturali, tutelate dalla propria dignità e dalla fermezza di fronte alle critiche e alle difficoltà logistiche.

Ma il tema trattato in questo breve saggio, redatto dalla giovane storica siciliana Chiara Alabiso, non è soltanto quello di mostrare un esempio di donna coraggiosa e anticonformista. Il tema che più riguarda questo blog risponde a domande tanto semplici quanto complesse: in che modo può essere fatta la comunicazione quando l’oggetto da rappresentare è la vulcanologia, scienza (e qui c’è il primo ostacolo) che tratta di un fenomeno geologico (il vulcano) spesso evocato come dispensatore di distruzione? Qual è il linguaggio, lo stile comunicativo, quali le parole giuste da usare quando si parla di vulcani, senza che l’oggettività del discorso scientifico induca paura piuttosto che interesse? E tutto questo senza cadere nell’errore opposto, ovvero quello della banalizzazione che potrebbe portare ad una sottovalutazione del rischio.

In questo senso, il saggio di Chiara Alabiso del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’ Università di Catania, è un primo passo verso la ricostruzione storica del percorso di comunicazione delle conoscenze vulcanologiche che, partendo proprio dai viaggiatori stranieri che facevano tappa obbligata sui vulcani italiani, iniziarono a diffondere (sia nelle classi intellettuali europee che nel grande pubblico) da un lato il “mito” della magnificenza di questo incredibile spettacolo della natura e, dall’altro, quella curiosità, quell’interesse che avrebbe portato allo sviluppo della ricerca scientifica mirata alla riduzione del rischio associato all’attività vulcanica. E, come ci suggerisce l’autrice di questo saggio, a incoraggiare le donne a scoprire la voglia di viaggiare, come metafora di una liberazione ancora di là da venire, magari animate dallo speciale spirito di cui parla Emily Lowe quando, trovandosi ai piedi dell’Etna, scrisse: “sentii che era arrivato il momento in cui due delle meraviglie della terra, un vulcano innevato e la curiosità di una donna, si mettono alla prova, l’uno contro l’altra”.

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Nel dicembre 1857, due donne britanniche, Emily Lowe e la madre Helen, sbarcarono in Sicilia. Viaggiavano sole e senza uomini che le accompagnassero, comportamento che nell’Inghilterra vittoriana era considerato scandaloso ed eccentrico. Questo viaggio diede vita a un resoconto straordinario: Unprotected Females in Sicily, Calabria, and on the Top of Mount Etna, pubblicato nel 1859 dalla stessa Emily Lowe. Il titolo è già un manifesto: “Donne indifese”, ma il tono che l’autrice sceglie non è quello di chi si sente in pericolo quanto piuttosto quello di chi ride della propria audacia, e invita le lettrici a fare altrettanto.

Letto come fonte storica, il resoconto di Emily Lowe è molto più di un diario di viaggio. È un documento in cui le condizioni atmosferiche, la morfologia del percorso e i pericoli concreti del vulcano vengono descritti con una sorprendente precisione, e in cui la percezione del rischio viene elaborata, tradotta in linguaggio accessibile e consegnata a un pubblico di lettori non specialisti. In altre parole, la scrittrice stava già facendo, nel 1859, quello che la vulcanologia contemporanea si pone come una delle sue sfide più difficili: comunicare il rischio mantenendo viva la curiosità, senza sottovalutare il pericolo. 

Il loro viaggio attraversa la Sicilia da Palermo ad Agrigento, da Catania a Nicolosi. Ma è l’Etna la vera protagonista del racconto. Emily la intravede già da lontano, da Caltanissetta, “con un cerchio di fuoco intorno al capo che la incoronava Regina“. La osserva da Catania, quasi come una presenza divina: “Oh! montagna, montagna, tu mi parli, e io voglio risponderti… Il mio cuore batte con il tuo…”. E infine l’impresa più significativa, la scalata. Una delle prime donne a farlo, la prima a raccontare in prima persona la propria ascesa, con la propria voce, in un testo pubblicato e diffuso.

Figura - 1 Letterio Subba, La baia di Catania con il monte Etna sullo sfondo, 1834, olio su tela

Figura  1 – Letterio Subba, La baia di Catania con il monte Etna sullo sfondo, 1834, olio su tela

A Nicolosi, alle pendici del vulcano, Emily e la madre si fermano ad aspettare che il tempo migliori. E nei cinque giorni di pioggia che seguono, la scrittrice annota tutto con la precisione di chi vuole essere utile alle future viaggiatrici. Documenta l’abbigliamento ideale, che doveva essere caldo ma allo stesso tempo non pesante: gonne corte, stivaletti spessi, calze di lana. Sconsigliava inoltre le galosce di gomma, che “lasciano entrare la neve”, e di portare con sé un solo paio di calze perché, una volta bagnate quelle indossate, sarebbero diventate troppo pesanti. E le provviste? Tè o caffè caldo, carne, formaggio, pane e frutta. 

Queste indicazioni pratiche e precise, su come affrontare l’impresa in sicurezza, non le scrive un professionista del settore, ma una donna che, fatta esperienza diretta del vulcano, sente la responsabilità di trasmetterla. In questo senso, il testo della Lowe anticipa, nelle forme e negli intenti, le moderne pratiche di comunicazione sui rischi che corre chi si avventura in un’area vulcanica. A Nicolosi le due donne incontrano il celebre vulcanologo Carlo Gemmellaro, che le mette in guardia con tono paterno ma senza opporsi alla loro determinazione. La madre, compresa la pericolosità dell’impresa, tenta di dissuadere la figlia, senza successo.

La partenza avviene di notte, nel freddo di dicembre. Il villaggio di Nicolosi, ancora immerso nel sonno, appare alle viaggiatrici come un “nero sepolcro di lava“. Emily descrive la montagna che “trema” quando compare il sole, la neve che “sussulta” per i suoi raggi. Il racconto si apre con una citazione dantesca dal Purgatorio — “Noi salivamo per entro il sasso rotto” — a evocare la difficoltà e la sacralità del cammino. Le guide si chiamano Angiolo e Giorgio e all’inizio le guardano con scetticismo: le due donne, per di più straniere, non sembrano attrezzate per un’impresa simile. Emily, contrariata, risponde che non è la prima volta che si prestano a queste avventure, infatti avevano già attraversato il Sògne Fjeld norvegese.

“È tutto ingannevole”, dice.

Il caldo è la prima sorpresa, “una barriera di fuoco” che accompagna l’intera salita, anche in pieno inverno. Le guide avevano avvertito di alleggerirsi progressivamente degli indumenti più pesanti ed Emily ubbidisce, stupita: “un caldo africano spira sulle nevi dell’Etna in inverno”. Poi la fatica, il respiro affannoso, la testa che gira. È qui che emerge con forza la tensione costante tra pericolo reale e fascino irresistibile che attraversa tutto il racconto: il desiderio è sempre più forte della stanchezza e la meraviglia prevale sulla paura. A duemilacinquecento metri, due farfalle gialle svolazzano intorno a loro: “Saltammo su e ci sentimmo come se anche noi potessimo volare, perché dove potevano arrivare le farfalle, sicuramente potevamo arrivare anche noi!” 

Raggiunta la cima, il panorama toglie il fiato; l’intera Sicilia si stende sotto di lei, “l’antica Trinacria a tre punte, la splendente isola del Sole”. Emily elenca i luoghi e le loro leggende: Enna e Proserpina, Polifemo e Galatea, le isole Eolie, le battaglie di Amilcare e Pirro. “L’Etna che le ha viste accadere tutte ve le farà ricordare”, scrive. E poi, semplicemente: “Tutto il resto è aria, e si è soli: sotto di voi una soffice striatura rosata, che sembra adagiarsi sull’acqua, vi fa sentire assisi su un trono al di sopra delle nuvole. Immenso è il cielo, puro e limpido”.

Ma è nella discesa che il racconto si fa davvero avventuroso, e che il rapporto sorprendente e pericoloso tra Uomo e Natura si manifesta in tutta la sua forza. La neve indurita si è trasformata in ghiaccio, “Nessuno di noi riusciva a tenere saldo il piede e incespicavamo continuamente, cadevamo e rotolavamo giù”. Le guide non le avevano permesso di indossare i “craponi” — le scarpe chiodate — per via della lava. A ogni scivolone, correvano il rischio concreto di spezzarsi un arto. Poi, al buio, tornate al punto iniziale, i muli non ci sono più. Il gruppo li cerca nella foresta: “ci gettammo a terra sfinite e credemmo di essere state abbandonate a morire nella foresta”. Quando ogni speranza sembra perduta, una luce nel bosco: “Santa Lucia! C’è una luce nel bosco!”, ed ecco apparire il mulattiere, che per comodità si era spostato in una capanna vicina. Dopo diciassette ore di viaggio e tredici passate sulla neve, tornano a Nicolosi. Emily annota con ironia: “eppure, scese dai muli ed entrate nella saletta, dopo aver bevuto una scodella di latte, posso dire sinceramente che non sentivamo neanche un decimo della fatica di una giornata passata a far spese per i negozi di una città caotica”. Il mattino dopo, riposata e con il caffè in mano, Emily si rivolge direttamente alle sue lettrici: “Perciò, giovani signore avventurose, non abbiate paura di seguire i nostri passi”. È la chiusura perfetta di un testo che ha saputo tenere insieme, dall’inizio alla fine, avvertimento e seduzione.

 Figura - 2 Veduta del monte Etna, di Emily Lowe (1859)
Figura 2 – Veduta del monte Etna, di Emily Lowe (1859)

Ma il vulcano che Emily racconta non è solo quello della scalata. L’Etna è una presenza che accompagna l’intero viaggio, ben prima di arrivare a Nicolosi. Durante l’ascesa, il terreno è scuro e irregolare, segnato dalle colate laviche, e lungo il percorso si levano fumi e vapori dal cratere, segni evidenti di un vulcano ancora vivo, che rendono l’atmosfera sia suggestiva che inquietante. In cima, accanto alla vastità del panorama, il cratere continua a degassare, a ricordare che quella bellezza maestosa esige la massima cautela. 

Ma ciò che colpisce Emily è il modo in cui i siciliani convivono con questa realtà. A Catania, il vulcano è ovunque: nella pietra lavica con cui sono costruiti gli edifici, nel territorio modellato dalle eruzioni passate, nell’immagine stessa dell’Etna che domina l’orizzonte. Emily osserva con stupore come questa popolazione abbia imparato a convivere con una minaccia permanente, trasformandola in parte integrante della propria identità. I catanesi, racconta, quando vengono invasi dalla lava ricostruiscono usando le stesse pietre che li avevano sepolti. E i siciliani che incontra lungo il viaggio parlano del vulcano con un misto di orgoglio e rassegnazione: “quale nazione è tanto prodiga con i suoi figli quanto la nostra montagna?“. Infatti, l’Etna, per i siciliani, è fonte stessa di vita ed è la capacità di vivere ai piedi di quel vulcano ancora attivo che Emily osserva con gli occhi di una straniera meravigliata. Esattamente ciò che oggi gli esperti di gestione del rischio chiamano “resilienza delle comunità”, ovvero la capacità di una popolazione di adattarsi, riorganizzarsi e continuare a vivere in prossimità di una minaccia naturale senza negarne il pericolo.

In questo senso, la continuità tra il racconto di Emily Lowe e i modelli contemporanei di comunicazione scientifica suggerisce che l’immaginario collettivo sull’Etna si sia costruito nel tempo attraverso il racconto pubblico delle eruzioni e della paura ad esse associata, e che questa narrazione abbia contribuito a influenzare la percezione del pericolo. Oggi la comunicazione del rischio vulcanico si affida a strumenti molto diversi da quelli di Emily Lowe — bollettini scientifici, mappe di pericolosità, sistemi di allerta precoce, campagne di informazione rivolte alle popolazioni — ma la sfida di fondo rimane la stessa: come si trasmette il senso del pericolo a chi non è uno specialista, mantenendo viva la curiosità senza alimentare il panico, e senza che la familiarità con il vulcano si trasformi in sottovalutazione del rischio? Ed è il testo stesso della Lowe a porre queste domande, con quasi due secoli di anticipo.

Nonostante Emily Lowe non avesse risposta a queste domande, ella possedeva l’esperienza diretta, la capacità di raccontarla con onestà e ironia, e, non ultimo, il coraggio di invitare altre donne a salire su quel vulcano.


Bibliografia

Emily Lowe “Unprotected Females in Sicily, Calabria, and on the Top of Mount Aetna” Routledge, Warnes and Routledge, London, 1859.

Stefania Arcara (a cura di) “Due viaggiatrici indifese in Sicilia e sull’Etna: diario di due lady vittoriane”, Agorà, La Spezia, 2001.

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Dalla Terra (di nuovo) alla Luna https://ilvulcanico.it/dalla-terra-di-nuovo-alla-luna/ Thu, 02 Apr 2026 05:03:07 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26303 FONTE: https://www.ansa.it/  E’ partita a mezzanotte e trentacinque minuti dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral la missione spaziale Artemis II, che segna il ritorno alla Luna a 54 anni dalla chiusura del programma Apollo. Il Il razzo Space Launch System è stato lanciato puntualmente e sta portando la navetta Orion (alimentata da un modulo […]

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Il lancio della missione Artemis (fonte NASA live)

FONTE: https://www.ansa.it/  E’ partita a mezzanotte e trentacinque minuti dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral la missione spaziale Artemis II, che segna il ritorno alla Luna a 54 anni dalla chiusura del programma Apollo. Il Il razzo Space Launch System è stato lanciato puntualmente e sta portando la navetta Orion (alimentata da un modulo costruito dall’Agenzia Spaziale Europea) verso l’orbita lunare. A circa otto minuti dal lancio, i motori del primo stadio del razzo Sls si sono spenti e in seguito è avvenuta la separazione dallo stadio superiore. In quel momento la navetta Orion ha dispiegato i suoi quattro pannelli solari per caricare le batterie e, con il suo equipaggio, ha iniziato a navigare nello spazio. La navetta ha continuato a percorrere la sua orbita intorno alla Terra finché, circa 49 minuti dopo il lancio, il motore si è acceso per portare la navetta al perigeo, ovvero nel punto più vicino alla Terra, alla quota di160 chilometri. Circa un’ora più tardi il motore si è acceso nuovamente per portare la navetta su un’orbita ellittica più alta, dove resterà per circa 23 ore. Questo sarà il tempo che gli astronauti avranno a disposizione per sperimentare i sistemi di bordo. Quindi, una volta raggiunto il punto dell’orbita più vicino alla Terra, piloteranno Orion manualmente per circa due ore, in quella che viene chiamata ‘dimostrazione di operazioni di prossimità’. Che vista magnifica, abbiamo appena osservato il sorgere della Luna” ha trasmesso a Terra il comandante Reid Wiseman.

di Santo Scalia

Prendo in prestito il titolo di uno dei più famosi e antichi romanzi di fantascienza nati dalla fervida immaginazione di Jules Verne, per introdurre un ricordo di 58 anni fa. Era il 1865 quando veniva pubblicato De la Terre à la Lune, trajet direct en 97 heures 20 minutes, seguito cinque anni dopo dal secondo dei due romanzi di Verne a tema interplanetario, Autour de la Lune (“Intorno alla Luna”, n.d.A.).

Ancora nessuno aveva mai visto volare qualcosa che fosse stato costruito dall’uomo: ciò sarebbe accaduto 38 anni dopo, il 17 dicembre 1903, quando i fratelli Orville e Wilbur Wright riuscirono a far volare il loro trabiccolo alato. Eppure, la fantasia di Verne aveva portato l’umanità molto più lontano, a circa 384.000 chilometri dalla superficie terrestre.

Torno adesso al ricordo del quale avevo accennato, quello di 58 anni fa: cosa accadde nel 1968? Molti dei lettori ancora forse non erano nati, ma alcuni ricorderanno che i media di allora (radio, televisione, quotidiani e settimanali) parlavano di un’impresa che stava per avverarsi. Parlavano di Apollo 8, una missione spaziale che avrebbe, per mezzo di un mastodontico razzo, portato tre astronauti a raggiungere la luna, girarle attorno e tornare sani e salvi – almeno così si sperava – sulla Terra.

Il logo della missione Apollo 8 (Nasa)

Apollo? Sì, era il nome attribuito dalla NASA (National Aeronautics and Space Administration, cioè l’Ente Nazionale per le attività Aeronautiche e Spaziali degli Stati Uniti d’America. Apollo (il cui nome greco è Απόλλων) era una divinità dell’antica religione greca, figlio di Zeus e di Leto (Latona); sembra che il nome del dio della musica, della poesia, della profezia e della medicina e di tanto altro ancora, noto per la sua bellezza, sia stato attribuito dall’Ente spaziale al programma in quanto ritenuto un simbolo appropriato per gli obiettivi di esplorazione e scoperta propri della missione (secondo it.scienceaq.com).

L’equipaggio della missione Apollo 8 (NASA)

Tre astronauti, stipati in una minuscola capsula spaziale conica (alta 3 metri e larga, alla base, quasi 4) per 6 giorni (dal lancio avvenuto il 21 dicembre 1968 fino all’ammaraggio nell’Oceano Pacifico il 27 dicembre), si erano, per la prima volta nella storia dell’Umanità, allontanati di poco più di 384.000 chilometri; avevano abbandonato la gravità terrestre per entrare in quella di un altro componente del Sistema Solare; erano stati dall’altra parte del satellite naturale terrestre; avevano visto con i propri occhi la faccia nascosta della Luna, quella che si conosceva soltanto per le foto inviate dalle sonde automatiche.

Si chiamavano Frank Borman (il comandante), James Arthur Lovell Jr., detto Jim (il pilota del modulo di comando) e William Anders (il pilota del modulo lunare). Oggi sono pochi coloro che ricordano questi nomi, in un’epoca in cui alcuni, forse troppi, plagiati e traviati da gruppi complottisti, credono financo che lo sbarco sulla luna sia tutta una mistificazione!

Pochi mesi dopo, nel luglio del 1969, i primi due uomini scendevano sul suolo lunare ed imprimevano l’orma dell’uomo sulla polvere del nostro satellite. Questa, però, è un’altra storia.

L’equipaggio di Artemis-II (NASA)

Oggi l’avventura ricomincia: è stata lanciata stanotte, alle 00,35 ora italiana, Artemis-II, primo passo per tornare sulla Luna. Rimanendo nell’ambito mitologico greco, Artemide, identificata dai romani con Diana, è sorella di Apollo. Il progetto che si ripropone di far scendere degli astronauti sul suolo lunare resta per così dire… in famiglia. Stavolta i componenti sono quattro, e non tre come nel programma Apollo: Reid Wiseman (comandante), Victor Glover (pilota), Christina Koch (specialista di missione) e Jeremy Hansen (astronauta canadese della Canadian Space Agency, CSA).

Così come nel caso dell’Apollo 8, anche Artemis-II non porterà gli astronauti sulla superficie lunare ma, con un viaggio che durerà dieci giorni, li porterà a girare attorno alla Luna per poi rientrare sulla Terra. Sarà, come fu 58 anni fa, la prova generale per testare i vari aspetti che poi porteranno, con Artemis-III (o forse Artemis IV), nuovamente l’Uomo sulla Luna.

Con il titolo: Apollo 8 earthrise – La Terra “sorge” sull’orizzonte lunare (photo NASA)

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Vent’anni senza il nostro caro Angelo. A Roma un grande evento per ricordarlo https://ilvulcanico.it/ventanni-senza-il-nostro-caro-angelo-a-roma-un-grande-evento-per-ricordarlo/ Wed, 25 Mar 2026 06:49:22 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26283 FONTE: Comunicato Stampa Fondazione Angelo D’Arrigo  Un grande evento per celebrare, a vent’anni dalla scomparsa il 26 marzo 2006, la figura, le imprese, l’eredità dell’uomo che ha volato con le aquile, attraversato i deserti, sorvolato le montagne seguendo in deltaplano la rotta dei volatili. Roma ha deciso di ricordarlo con una serata speciale dal titolo […]

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FONTE: Comunicato Stampa Fondazione Angelo D’Arrigo 

Un grande evento per celebrare, a vent’anni dalla scomparsa il 26 marzo 2006, la figura, le imprese, l’eredità dell’uomo che ha volato con le aquile, attraversato i deserti, sorvolato le montagne seguendo in deltaplano la rotta dei volatili. Roma ha deciso di ricordarlo con una serata speciale dal titolo “Angelo D’Arrigo – Vent’anni di cielo”, in programma stasera, mercoledì 25 marzo alle 17 nel Complesso monumentale di San Salvatore in Lauro (piazza San Salvatore in Lauro, 15) e organizzata dalla Fondazione Angelo D’Arrigo e dal Centro Internazionale Antinoo per l’Arte-Marguerite Yourcenar.

Angelo D’Arrigo ha dedicato la propria vita a studiare il volo degli uccelli fino a guidarli nelle loro grandi migrazioni, attraversando il mondo seguendo le loro rotte millenarie. È stato anche l’unico uomo al mondo ad aver sorvolato l’Everest in deltaplano, in volo libero: un’impresa che racconta meglio di molte parole il suo rapporto con il cielo e con i limiti dell’uomo. Per lui il volo non era soltanto una sfida sportiva o tecnica: era una forma di conoscenza, un modo per osservare il mondo da una prospettiva diversa e per ricordare quanto l’uomo possa crescere quando unisce coraggio, disciplina e rispetto per ciò che lo circonda. Ecco perché da molti viene ancora definito “L’uomo che ha insegnato alle aquile a volare e agli uomini a sognare”.

La serata in programma a Roma sarà un racconto immersivo tra immagini, vento e testimonianze, per ripercorrere le imprese di D’Arrigo dall’Etna all’Aconcagua, dal Circolo polare artico fino al Sahara e per esplorare il valore umano della sua eredità. A dare voce ai suoi pensieri sarà l’attore Enrico Lo Verso, con una riflessione che ne racchiude lo spirito più autentico: “Il cielo non si conquista: si comprende. E solo chi impara ad ascoltarlo trova la propria strada.”

Amalia Ercoli Finzi

Durante l’evento sarà anche conferito il Premio Angelo D’Arrigo ad Amalia Ercoli Finzi, figura di riferimento mondiale nelle scienze aerospaziali e consulente di Nasa, Esa e Asi, divenuta popolare per la sua apprezzatissima partecipazione da ospite fisso al programma di Geppi CucciariSplendida Cornice”, capace di incarnare lo spirito di ricerca, coraggio e libertà che Angelo ha incarnato nel corso della propria vita. “Angelo – ha spiegato Laura Mancuso, moglie di D’Arrigo e presidente della Fondazione a lui intitolata – diceva sempre che il cielo non appartiene a chi lo sfida, ma a chi lo rispetta. Sono felice che il suo nome possa essere legato a una donna come Amalia Ercoli Finzi, perché in lei ritrovo quella stessa curiosità instancabile, quella stessa capacità di guardare oltre, con coraggio e delicatezza. È come se, in qualche modo, il volo di Angelo continuasse”.

A chiudere la serata – cui prenderanno parte numerose personalità del mondo della cultura, dello spettacolo e delle istituzioni, insieme a rappresentanti del settore aeronautico, scientifico e istituzionale – ci sarà “L’Ala di Angelo”, un momento simbolico e partecipativo in cui il pubblico sarà invitato a lasciare pensieri e sogni, dando vita a un’ala ideale costruita dalla memoria condivisa.

Ripropongo, vent’anni dopo la sua tragica fine, il mio personale, commosso ricordo-omaggio all’indimenticabile Angelo D’Arrigo

IL NOSTRO CARO ANGELO, ICARO DEL TERZO MILLENNIO, PER SEMPRE IN VOLO
di Gaetano Perricone
Sono stato tra quelli che hanno avuto la fortuna e il privilegio di conoscere Angelo D’Arrigo, l’uomo che sul suo deltaplano ha sorvolato le vette più alte del mondo, l’Icaro del Terzo Millennio, restando affascinato dalla sua straordinaria personalità, dal suo carisma, dalla sua cultura, dal suo amore per la natura. Mi piace sempre molto scrivere di lui e ricordare la sua figura davvero leggendaria, mi piace farlo ancora di più sulla pagina L’Ora edizione straordinaria, come se fosse sul “nostro” giornale, che non è riuscito a raccontare le sue meravigliose avventure nel cielo.
Fui io, grazie alla casa editrice Cavallotto che mi diede questo onore, a condurre a Le Ciminiere di Catania la presentazione del bel libro di Giovanni Vallone “Angelo e le Aquile” sulla vita di quest’uomo assolutamente unico e speciale. Con Angelo – il nostro caro Angelo, mi viene sempre in mente la splendida canzone di Lucio Dalla – fu un gran bell’incontro, a lui piacque molto, ci ripromettemmo di rivederci presto. Non ho mai dimenticato cosa mi disse quel giorno con un sorriso soddisfatto, lo racconto sempre con un pizzico di orgoglio: “Grazie, abbiamo fatto una bella cosa. La prossima volta che vengo ad allenarmi sull’Etna ti chiamo e passiamo un po’ di tempo insieme”. Non ci fu la possibilità, perché dopo poco tempo, neanche un mese, un destino atroce e beffardo stroncò la sua vita fantastica quando aveva soltanto 45 anni.
Mi piace allora ricordarlo con queste intense parole contenute nel libro autobiografico del 2005In volo sopra il mondo” “… Altri continenti mi aspettano, altri orizzonti. Molti mi chiedono cosa mi spinga ad andare sempre oltre. Non è agonismo: con le sfide ho smesso da anni. Né è solo il bisogno di misurarmi con i miei limiti, come a volte ho creduto. No, è qualcosa di più semplice e intimo, l’istinto di esistere nella natura a modo mio … che mi tiene sveglio la notte, che mi illumina e mi entusiasma. Non seguirlo sarebbe tradire me stesso. Se riesco a sentirmi pienamente vivo soltanto immerso in spazi sconfinati, libero nell’aria sopra deserti e ghiacciai, vulcani o pianure, fiumi, mari, montagne, non è per qualcosa che cerco, ma per quello che sono”.
Così Angelo D’Arrigo, amatissimo e altrettanto popolare campione mondiale di volo libero e deltaplano e studioso di prim’ordine del volo umano e degli uccelli, tragicamente scomparso il 26 marzo 2006 in un incidente di volo a Comiso, spiegava con grande passione i motivi fondamentali che lo spingevano a portare avanti la sua avventura nei cieli di tutto il mondo.
Angelo d’Arrigo, nato a Catania il 3 aprile del 1961, vissuto a Parigi fino al 1984, ha da sempre perseguito il sogno di volare come gli uccelli, ed insieme a loro. “Ricordo ancora quella volta che staccai i piedi dal suolo allontanandomi così dalla Mamma Terra: ero appeso ad un deltaplano, un’ala che assomigliava ad un sottile e rudimentale aquilone, senza motore né strumenti – raccontava D’Arrigo nella prefazione di “Angelo e le Aquile” Un volo planato e silenzioso … Avevo 16 anni e questo volo mi apriva la finestra della vita, sopra un mondo bellissimo, un mondo che scoprivo da un’angolazione inconsueta, diversa, quella dall’alto. Ero adolescente e stavo volando nella valle di Chamonix, sopra il Monte Bianco”.
Divenuto campione mondiale di volo, abbandonò gare e cronometri per dedicarsi allo sviluppo del volo libero, concepì e realizzò imprese che si pongono ben al di là del semplice evento sportivo. Ha studiato per anni il volo dei grandi rapaci, ai quali si è affiancato in incredibili migrazioni nei cieli del pianeta. Ha sorvolato il mare e i deserti, è salito a oltre 9.000 m. in volo libero, fino a superare la vetta dell’Everest, la più alta del Pianeta, il 24 maggio 2004, all’interno di “una gigantesca corrente ascensionale unica al mondo”, come lui raccontò, “ma conosciuta e utilizzata dalle aquile himalayane, che migrano da migliaia di anni dal Tibet all’India attraverso l’Himalaya”. Il comunicato trasmesso dopo l’impresa sull’Everest si concludeva così, in tono epico: “Questa mattina, 24 maggio 2004, il sogno si è compiuto: Angelo ha volato in alto, più alto che mai. E’ bello pensare che con lui ha volato l’intero genere umano. L’uomo è capace anche di grandi imprese”.
Con il “Russian Research Institute for Nature and Protection” di Mosca, D’Arrigo ha condotto un grande esperimento per la comunità scientifica internazionale: la reintroduzione di una specie di uccelli migratori in via di estinzione, le gru siberiane, guidando lo stormo, con il supporto di uno staff di biologi russi e americani, per 5.300 chilometri. Ma forse la più grande intuizione di Angelo è legata alla realizzazione della “Piuma” di Leonardo da Vinci. Dopo attenti studi sul Codice di Madrid, realizza e fa volare una Piuma leggerissima – identica nella struttura a quella del grande Leonardo. Il Cinquecento conosceva solo la solidità di legno, cuoio e tela: Angelo d’Arrigo dimostra, utilizzando i materiali leggeri del terzo millennio, l’esattezza delle progettazioni aerodinamiche di Leonardo. Con Leonardo, Angelo D’Arrigo condivide un approccio intuitivo e l’instancabile desiderio di spostare ogni giorno più in là le frontiere dell’uomo. Alla sua tragica e prematura scomparsa – avvenuta in seguito a un incidente al piccolo aereo, su cui egli viaggiava da passeggero ed ospite d’onore – un senso di sgomento ha pervaso tutti coloro che nel mondo lo ammiravano e lo seguivano nelle sue esultanti conquiste.
Quanti lo hanno conosciuto ne ricordano una dote particolarissima: era un grande maestro, perché riusciva a guidare gli altri alla scoperta delle risorse riposte nell’intimo di ciascuno, senza imposizioni, senza forzature. Non posso non chiudere in modo intimo questo affettuoso ricordo di Angelo D’Arrigo, davvero un grande uomo, con la dedica, speciale nella sua semplicità, che mi scrisse sul libro che gli presentai a Catania: “A Gaetano, per il piacere di condividere le mie avventure ‘alate’ in giro per il mondo. Con stima e simpatia”. Ne vado fiero e mi emoziona sempre molto.

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Mompileri, 12 marzo 1669. Quel giorno che cambiò tutto https://ilvulcanico.it/mompileri-12-marzo-1669-quel-giorno-cambio-tutto/ Thu, 12 Mar 2026 05:54:43 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26249  di Santo Scalia Sono trascorsi già 357 anni, da quel terribile 12 marzo 1669, quando nel villaggio di Mompileri, ma non solo in quello, cambiò tutto: consuetudini, abitudini, speranze. Chi aveva un tetto, chi aveva un podere, chi aveva un lavoro, in poche ore non l’ebbe più. Il villaggio di Mompileri, come testimonia Mons. Ottavio […]

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 di Santo Scalia

Sono trascorsi già 357 anni, da quel terribile 12 marzo 1669, quando nel villaggio di Mompileri, ma non solo in quello, cambiò tutto: consuetudini, abitudini, speranze. Chi aveva un tetto, chi aveva un podere, chi aveva un lavoro, in poche ore non l’ebbe più.

Il villaggio di Mompileri, come testimonia Mons. Ottavio Branciforte, contava alcune centinaia di anime. Le case sorgevano in prossimità della Matrice, la chiesa Maggiore (altre chiese erano sparse nel territorio circostante) che custodiva un rinomato gruppo marmoreo che riproduceva l’Annunciazione alla Vergine e una veneratissima statua della Madonna delle Grazie.

Nei primi giorni del mese di marzo di quell’anno, dal 5 al giorno 9, numerosi scuotimenti del terreno avevano generato notevole preoccupazione negli abitanti di tutti i villaggi del versante meridionale del vulcano. Fortunatamente, la domenica 10, una tregua aveva fatto ben sperare e augurare che il pericolo fosse stato scongiurato.

Da Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669, pag.15

Non fu così: il giorno dopo, lunedì 11 marzo, qualcosa di terribile accadde sul vulcano; lasciamo che a raccontare cosa avvenne siano i cronisti che allora hanno vissuto i tristi eventi.

Tomaso Tedeschi nel suo Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669, pubblicati nello stesso anno a Napoli, scrive: «Ecco in sù le ventidue hore del medesimo Lunedì creparsi il terreno alla volta di Heodanari [sic.] in due lunghissime fessure, che fumo, e fuoco vomitarono. Ne guari poi di tempo à dietro al Monte della Fusara, e sotto la Collina detta Vomitello spalancarsi una terza, e più terribil bocca, che con un fracasso di strepitosi tuoni scagliò fuori una gran copia di solforato fuoco […]». E, qualora ciò non fosse ancora stato cosa terribile, «[…] vicino alla terza bocca ecco aprirsi un’altra fra i monti Salazara, e Monpolieri [sic.], il cui fuoco, verso il villaggio, che à i detti monti soggiace, furiosamente si indirizzò».

Il destino di Mompileri era segnato. Carlo Mancino, nell’opera Narrativa del fuoco uscito da Mongibello pubblicata a Messina sempre nel 1669, così narra la tragedia:

«[…] Parte di questi tre fuochi circondò il Monte di Monpileri per ogni lato, qual’è di circuito da sette miglia, e brugiò tutta la Terra di Monpileri del Sig. Conte Massa, con tutte le vigne, possessioni, e giardini di fronda di grandissimo valore; Non perdonando alla Chiesa di Nostra Signora Annunciata. Chiesa bellissima, e molto grande, nella quale vi erano tre Statue di finissimo marmo, di grandezza naturale. Una del Angelo Gabriele, l’altra di Nostra Signora Annunciata, e la terza della Regina delle gratie col bambino in braccio […]». A Mompileri, oltre ai simulacri di cui sopra, si conservava anche una bellissima statua lignea di San Michele Arcangelo.

Poi le lave circondarono il monte detto Monpileri, distrussero il villaggio chiamato la Guardia, poi Malpasso e Potighelle [sic.]. Intanto il fuoco, aggiunge Tomaso Tedeschi, «seppellì sotto alle ruine dell’arso, e destrutto tempio quelle tre belle statue, che eran stupore dell’arte; se pure da humane, e non d’Angeliche mani furono scolpite».

Il giorno 12, martedì, il villaggio di Mompileri non c’era più!

Lo stesso destino di Mompileri toccò ad altri paesi e casali che si trovarono lungo il percorso delle lave: oltre ai citati Botteghelle, Guardia e Malpasso, furono distrutti San Giovanni di Galermo, Mascalucia, Camporotondo, San Pietro Clarenza, Misterbianco, Li Plachi.

Ma quale fu la sorte di quelle opere d’arte? Come ricorda l’opuscolo Maria sull’Etna, pubblicato a cura dal Santuario Madonna della Sciara nel 2019, in occasione del 350° anniversario dell’eruzione, «[…] alcuni mesi dopo l’eruzione, alcuni uomini venuti a verificare cosa possa essersi salvato dalla furia della lava, ritrovano il simulacro [di San Michele Arcangelo, n.d.A.] in mezzo ad un “dagalotto” formatosi per il suddividersi della colata in due flussi; gli stessi, secondo gli antichi racconti, si sarebbero riuniti dopo averlo oltrepassato. Il simulacro viene portato nel sito abitativo di Massa Annunziata».

Trentacinque anni dopo, il 18 Agosto del 1704, scavando sotto la spessa coltre lavica, avvenne il ritrovamento della statua della Madonna delle Grazie. «I cercatori arrivano, probabilmente trascinandosi carponi e, man mano rimuovendo detriti e frammenti della struttura della chiesa crollata sotto il grave peso della lava e possono contemplare per la prima volta la statua della Madonna dal suo lato sinistro».

Infine, nel 1955, a 286 anni dall’eruzione, scavando in una cava di ghiara [rena rossa, n.d.A] nelle vicinanze del Santuario si «ritrova la testa del simulacro della Madonna Annunziata. Nei giorni successivi viene ritrovata la testa del simulacro dell’Arcangelo Gabriele ed altri frammenti dello stesso gruppo marmoreo.

Il Santuario della Madonna della Sciara, annualmente, ricorda gli avvenimenti del 1669 con delle celebrazioni, delle rievocazioni e manifestazioni. Anche quest’anno, nella ricorrenza del 357° anniversario, è stato stilato un ricco calendario di eventi la cui locandina è inserita nella fotogallery di quest’articolo.

Ricordare il dolore di ciò che accadde poco più di tre secoli e mezzo fa, e alimentare la speranza che un evento simile non debba più accadere

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Per un approfondimento ed una consultazione delle fonti storiche e di quelle recenti ecco di seguito i principali riferimenti bibliografici:

– D. Tomaso Tedeschi, e Paternò – Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669 – Napoli 1669

– Carlo Mancino – Narrativa del fuoco uscito da Mongibello – Messina 1669

– Francesco  Morabito – Catania liberata – Catania 1669

– Alphonsus Borelli – Historia et Meteorologia Incendii Ætneæi anni 1669 – Regio Iulio 1670

– Bonaventura La Rocca – Relatione del nuovo incendio fatto da Mongibello – Messina 1670

Cronaca del Canonico Pasquale Calcerano, cronaca manoscritta del 1752 e pubblicata nel 1929 dal Canonico Vincenzo Raciti Romeo «per accrescere il patrimonio della storia di Acireale

– Francesco Ferrara, Storia generale dell’Etna – Catania 1793

– Giuseppe Recupero, Storia naturale e generale dell’Etna – Catania 1815

– Giuseppe Sac. Pedalino – Mompileri – Edigraf 1966

– Azzaro-Castelli – L’eruzione etnea del 1669 nelle relazioni giornalistiche contemporanee – 2013

– Lina Scalisi – Per riparar l’incendio – Catania 2013

– Alfio Giovanni Privitera – Ti racconto Mompileri. L’evento mariano e il suo messaggio – 2014

– Giancarlo Santi – La Vergine nella lava – Catania 2015

Maria sull’Etna (opuscolo curato dal Santuario Madonna della Sciara in occasione del 350° della conservazione del simulacro della Madonna sotto la lava) – 2019

– Autori vari – Etna 1669, storie di lava 350 anni dalla grande eruzione – Catania 2020, a cura dell’Istituto Nazionale di Geofisica e vulcanologia, della Università degli Studi di Catania e della Regione Siciliana

Con il titolo: la facciata del Santuario Mariano di Mompileri (foto Santo Scalia) 

 

 

 

 

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Quel mosaico di faglie. “La crosta terrestre sotto lo Stretto di Messina è tutt’altro che stabile” https://ilvulcanico.it/quel-mosaico-di-faglie-la-crosta-terrestre-sotto-lo-stretto-di-messina-e-tuttaltro-che-stabile/ Tue, 17 Feb 2026 15:34:07 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26177 FONTE: https://ingvterremoti.com/ Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina e Reggio Calabria. Da allora, […]

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FONTE: https://ingvterremoti.com/

Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina Reggio Calabria. Da allora, geologi e sismologi di tutto il mondo hanno cercato di capire quale faglia  possa aver causato quel  terremoto e quali processi profondi continuino a generarne altri.

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista internazionale Tectonophysics e condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e di alcune università italiane ed europee, offre oggi una visione più chiara e completa della struttura geologica dello Stretto. Lo studio, dal titolo “Structural development and seismogenesis in the Messina Straits revealed by stress/strain pattern above the edge of the Calabrian slab”, integra dati sismologici e geofisici marini, e analizza oltre 2.400 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019, rilocalizzati con tecniche di precisione e considerando anche dati registrati da sistemi di monitoraggio posti sul fondale marino (osservatorio multidisciplinare NEMO-SN1 e 7 Ocean Bottom Seismometers – OBSs installati durante l’esperimento Seismofaults; Sgroi et al., 2021a; Sgroi et al., 2021b; Sgroi et al., 2021c).

Un laboratorio naturale di geodinamica mediterranea

Lo Stretto di Messina si trova in un punto di incontro tra due grandi placche: quella africana, che spinge verso nord, e quella eurasiatica, che resiste e scivola sopra di essa. Qui la crosta terrestre si piega, si spezza e si muove lungo una serie di faglie attive, in un complesso gioco di compressione, distensione e scorrimento laterale. A sud-est, nel Mar Ionio, la placca africana si immerge sotto la Calabria, formando la cosiddetta “subduzione calabra” dove un lembo della crosta oceanica dell’antico oceano della Tetide scende lentamente nel mantello terrestre.

Questo lento movimento di subduzione trascina con sé la parte superiore della crosta, generando deformazioni che si estendono fino in superficie e che plasmano la morfologia dello Stretto. È un processo che, nel corso di milioni di anni, ha dato origine a catene montuose, faglie e depressioni marine, ma che ancora oggi è all’origine di terremoti potenzialmente distruttivi.

Due zone dove nascono i terremoti

Dall’analisi dei dati, i ricercatori hanno individuato due principali strati della crosta terrestre dove si concentra l’attività sismica:

  • uno superficiale, tra 6 e 20 km di profondità, dove si sviluppano i terremoti più frequenti e più legati alla deformazione della crosta continentale;
  • uno più profondo, tra 40 e 80 km, associato anche ai movimenti della placca ionica in subduzione sotto la Calabria.

Questa doppia struttura sismogenetica indica che la deformazione avviene su più livelli e con meccanismi diversi: nella parte superiore dominano le forze estensionali, che tendono ad allungare e sprofondare la crosta, mentre più in profondità si manifestano anche forze compressive, legate alla convergenza tra Africa ed Europa.

Distribuzione epicentrale della sismicità registrata tra il 1990 e il 2019 (cerchi neri pieni). Le linee arancioni indicano le faglie attive descritte nell’area dello Stretto di Messina da Lavecchia et al., 2024 e Barreca et al., 2021. Le linee rosse rappresentano le faglie descritte in questo nuovo studio. La stella rossa indica l’epicentro del terremoto del 1908 (Boschi et al., 1989). L’area a forma sigmoidale, di colore giallo chiaro, evidenzia la zona principale di deformazione all’interno del bacino dello Stretto.

Un mosaico di faglie, non una sola “grande spaccatura”

Uno dei risultati più interessanti del lavoro è che la deformazione nello Stretto di Messina è controllata da un sistema complesso di faglie interconnesse. Queste strutture si estendono sia a terra che sotto il mare e si muovono in modo coordinato, come le tessere di un mosaico che si adattano e scorrono l’una sull’altra.

Le nuove immagini sismiche acquisite sul fondale hanno rivelato scarpate morfologiche, e dislocazioni nei sedimenti recenti, segni inequivocabili di deformazione attiva. Anche se molte di queste tracce sono cancellate dalle forti correnti marine o dai frequenti movimenti franosi dei versanti, la loro presenza conferma che la crosta terrestre sotto lo Stretto è tutt’altro che stabile.

Dal 1908 a oggi: cosa sappiamo della sismicità attuale

Negli ultimi trent’anni, la Rete Sismica gestita dall’INGV e i sistemi di monitoraggio sottomarini hanno registrato solo terremoti di bassa e media magnitudo nell’area dello Stretto, alcuni dei quali si sono verificati in piccoli raggruppamenti dando origine ad alcune sequenze sismiche.

Queste sequenze recenti, spesso localizzate vicino all’epicentro del sisma del 1908, mostrano meccanismi di fagliazione coerenti con quelli individuati nello studio: piccoli segmenti di faglie orientate NE–SW che si attivano a profondità comprese tra 4 e 12 km.

Perché questi risultati sono importanti

Comprendere la geometria e il comportamento delle faglie sotto lo Stretto di Messina non è solo un esercizio accademico: è fondamentale per migliorare la valutazione della pericolosità sismica in una delle zone più densamente popolate e vulnerabili d’Italia.

Questo lavoro dimostra che la deformazione della crosta terrestre in quest’area è fortemente influenzata dai processi profondi legati alla subduzione della placca ionica, e che la sismicità superficiale rappresenta la manifestazione di movimenti che avvengono a decine di chilometri di profondità.

Questa nuova visione geodinamica integra per la prima volta in modo coerente le osservazioni sismologiche, geofisiche e morfologiche, fornendo una base più solida per gli studi futuri sulla sismogenesi dello Stretto e sulla pericolosità sismica dell’area.

Lo Stretto di Messina non è solo una frontiera tra due regioni italiane, ma anche il confine dinamico tra due placche terrestri in continua collisione. Sotto quelle acque si nasconde un sistema di faglie attive che racconta una storia di movimenti millenari, ma anche di un futuro sismico che dobbiamo continuare a studiare con attenzione.

Il lavoro è disponibile al link: https://doi.org/10.1016/j.tecto.2025.230920.

A cura di Tiziana Sgroi (INGV – Roma 2), Graziella Barberi (INGV – OE), Luca Gasperini (ISMAR – CNR), Rob Govers (Università di Utrecht), Nicolai Nijholt (Università di Utrecht), Giuseppe Lo Mauro (Università di Bari), Marco Ligi (ISMAR – CNR), Andrea Artoni (Università di Parma), Luigi Torelli (Università di Parma), Alina Polonia (ISMAR – CNR).

Bibliografia

Barreca, G., Gross, F., Scarfì, L., Aloisi, M., Monaco, C., Krastel, S., 2021. The Strait of Messina: Seismotectonics and the source of the 1908 earthquake. Earth Science Reviews 218, 103685. https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2021.103685.

Boschi, E., Pantosti, D., Valensise, G., 1989. Modello di sorgente per il terremoto di Messina del 1908. Atti Convegno GNGTS 8, 245–258.

Lavecchia, G., Bello, S., Andrenacci, C., Cirillo, D., Pietrolungo, F., Talone, D., et al., 2024. QUIN 2.0 – new release of the QUaternary fault strain INdicators database from the Southern Apennines of Italy. Scientific Data 11 (1), 189. https://doi.org/10.1038/ s41597-024-03008-6.

Sgroi, T., Polonia, A., Barberi, G., Billi, A., Gasperini, L., 2021a. New seismological data from the Calabrian arc reveal arc-orthogonal extension across the subduction zone. Scientific Reports 11 (1), 473. https://doi.org/10.1038/s41598-020-79719-8.

Sgroi, T., Barberi, G., Marchetti, A., 2021b. The contribution of the NEMO-SN1 seafloor observatory to improve the seismic locations in the Ionian Sea (Italy). Annals of Geophysics 64 (6), SE655. https://doi.org/10.4401/ag-8575.

Sgroi, T., Polonia, A., Beranzoli, L., Billi, A., Bosman, A., Costanza, A., et al., 2021c. One Year of Seismicity Recorded Through Ocean Bottom Seismometers Illuminates Active Tectonic Structures in the Ionian Sea (Central Mediterranean). Frontiers in Earth Science 9. https://doi.org/10.3389/feart.2021.661311.

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