Luoghi Archivi - Il Vulcanico https://ilvulcanico.it/category/luoghi/ Il Blog di Gaetano Perricone Sun, 09 Aug 2026 05:34:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.0.4 Etna: fuoco, terra, aria e acqua. E un piccolo essere umano in rispettoso silenzio https://ilvulcanico.it/etna-fuoco-terra-aria-e-acqua-e-un-piccolo-essere-umano-in-rispettoso-silenzio/ Sun, 09 Aug 2026 05:34:42 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26504 (Gaetano Perricone). Che il mio carissimo amico Pippo Raiti da Castiglione di Sicilia scrivesse molto bene lo sapevo da tempo. Ma questa sua splendida testimonianza, semplice e molto profonda, esternata di getto ieri sera al ritorno da una bellissima escursione sull’Etna in spettacolare attività, ne testimonia l’anima speciale di uomo del vulcano, al quale è […]

L'articolo Etna: fuoco, terra, aria e acqua. E un piccolo essere umano in rispettoso silenzio proviene da Il Vulcanico.

]]>
(Gaetano Perricone). Che il mio carissimo amico Pippo Raiti da Castiglione di Sicilia scrivesse molto bene lo sapevo da tempo. Ma questa sua splendida testimonianza, semplice e molto profonda, esternata di getto ieri sera al ritorno da una bellissima escursione sull’Etna in spettacolare attività, ne testimonia l’anima speciale di uomo del vulcano, al quale è profondamente legato per antiche radici familiari, alla sua terra, fuoco, aria, acqua. Elementi della Natura nell’Etna così iconicamente rappresentati, nel suo ruolo non solo di straordinaria macchina geologica, ma anche e soprattutto di origine della vita. E così, con il suo permesso, ho deciso di pubblicare su questo blog le parole esemplari di Pippo Raiti, preziose per noi etnei nativi e non e per tutti quelli, un’infinità nel mondo, che adorano l’Etna. Le dedico a lui, alla sua bella famiglia, al suo favoloso Ulivo della Pace, mitico come Polifemo di cui porta il nome
di Pippo Raiti 
Cronaca di un sabato di agosto sul vulcano Patrimonio dell’umanità.
Il respiro della Montagna è come il canto delle Sirene, non puoi resistergli. Così, ancora una volta, mi sono lasciato ammaliare e preso lo zaino (che lascio sempre pronto per partire) ho deciso di incamminarmi e andare incontro a quel respiro. Giunto in quota il cielo è un po’ nuvoloso e, man mano che salgo, il respiro della Montagna diventa sempre più potente, un boato profondo sale dalle viscere della terra: sembra il respiro di un gigante. L’ambiente circostante come sempre è suggestivo e quel respiro, quei fumi che si alzano e svettano, rendono il tutto surreale come la scena di un film sul grande schermo di un cinema. Solo che qui la sceneggiatura, la fotografia e la regia è opera di Madre Natura ed essa non segue un copione scritto ma lascia tutto all’improvvisazione.
L’unica cosa da fare di fronte a questo grande schermo è prendere posto, osservare e ascoltare, assecondando quel respiro, osservando il fuoco della lava.
Rimango lì in silenzio, mentre il mio respiro incontra quello del vulcano.
Poi mi accorgo che la nebbia inizia piano piano ad avvolgere l’ambiente intorno a me. La Natura mi parla, mi sussurra che è tempo di andare, io l’ascolto e decido di incamminarmi verso la strada del ritorno. Sui miei passi arriva anche la pioggia, cerco riparo sotto la sporgenza di un’enorme roccia, mentre l’aria diventa fredda e umida. Sotto quella roccia che mi fa da ombrello, rimango ad ascoltare e pensare e mi accorgo che intorno a me si stanno rivelando tutti gli elementi della natura: il fuoco della lava; la terra, nera e vulcanica sotto i miei piedi; l’aria fredda che mi sfiora il viso; l’acqua della pioggia che cade sulla Montagna, come a volerle concedere un po’ di ristoro.
Fuoco, terra, aria e acqua. Tutti gli elementi della Natura insieme, sull’Etna. E io, piccolo essere umano, in mezzo a loro, ho soltanto una cosa da fare: ascoltare e rimanere in religioso e rispettoso silenzio
Etna Nord, 8 Agosto 2026

L'articolo Etna: fuoco, terra, aria e acqua. E un piccolo essere umano in rispettoso silenzio proviene da Il Vulcanico.

]]>
Etna, dopo il terremoto di Santo Stefano 2018. L’equilibrio possibile: ricostruire senza tradire https://ilvulcanico.it/etna-dopo-il-terremoto-di-santo-stefano-2018-lequilibrio-possibile-ricostruire-senza-tradire/ Mon, 03 Aug 2026 05:18:54 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26482 di Marco Neri Il terremoto del 26 dicembre 2018 non ha danneggiato soltanto edifici e infrastrutture: ha colpito anche i muri di contenimento che sorreggono il paesaggio terrazzato dell’Etna, un patrimonio rurale unico, riconosciuto dall’UNESCO come bene culturale immateriale. La domanda, sin dalle prime ore dopo il sisma, è stata inevitabile: come ricostruire questi manufatti […]

L'articolo Etna, dopo il terremoto di Santo Stefano 2018. L’equilibrio possibile: ricostruire senza tradire proviene da Il Vulcanico.

]]>
di Marco Neri

Il terremoto del 26 dicembre 2018 non ha danneggiato soltanto edifici e infrastrutture: ha colpito anche i muri di contenimento che sorreggono il paesaggio terrazzato dell’Etna, un patrimonio rurale unico, riconosciuto dall’UNESCO come bene culturale immateriale. La domanda, sin dalle prime ore dopo il sisma, è stata inevitabile: come ricostruire questi manufatti senza tradire la loro identità e, allo stesso tempo, garantire sicurezza in un territorio che si muove continuamente?

La risposta non poteva essere quella tradizionale, data soltanto attraverso la riproposizione di muri rigidi e calcestruzzo monolitico. Né poteva essere semplicemente quella di ricostruire “come era e dove era”, soprattutto in quelle zone dove alcune infrastrutture si sono dimostrate inadeguate a resistere ai sismi etnei (Figura 1). L’Etna non si affronta con la forza bruta: richiede adattamento e capacità di leggere il territorio. La ricostruzione ha dovuto, così, reinventarsi, finalmente e dopo alcuni tentativi non sempre riusciti, trasformarsi in un laboratorio dove progettisti, enti pubblici e cittadini hanno imparato a dialogare dentro un quadro normativo che non era stato pensato per gestire la complessità di un vulcano attivo.

Figura 1 – Muri a secco crollati in occasione del sisma del 26 dicembre 2018

Il punto di partenza è stato ovvio per alcuni, scioccante per altri, comunque mai tentato prima in Italia: le strutture rigide non funzionano in un territorio che si deforma ogni giorno. Sappiamo che alcune aree del fianco orientale si muovono di 10–30 millimetri l’anno, con gradienti locali anche superiori. Millimetri che, accumulati nel tempo, diventano centimetri, sufficienti a mettere in crisi muri di contenimento, fondazioni e pavimentazioni. In fondo, il terremoto del 2018 non ha fatto altro che rendere evidente la fragilità di soluzioni inadeguate per un ambiente così dinamico (Figura 2).

Figura 2 – Piano di faglia che attraversa il muro di sottoscarpa in calcestruzzo, producendo un rigetto verticale pluridecimetrico e deformazioni evidenti lungo la sede stradale

Da questa consapevolezza è nato un approccio diverso alla ricostruzione, basato sulla delocalizzazione degli edifici più a rischio e sulla deformabilità controllata delle infrastrutture, come strade e muri di contenimento, che non potevano essere delocalizzati.

In questo scenario, i muri a secco dell’Etna, elevati a Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO e quindi elementi di elevatissimo valore identitario, hanno assunto un ruolo complementare inatteso. Per secoli considerati semplici elementi rurali, si sono rivelati strutture naturalmente compatibili con un ambiente che si deforma. La loro capacità di dissipare energia, assorbire rotazioni e piccoli scorrimenti senza collassare, adattandosi grazie all’incastro delle pietre, le ha trasformate in elementi inaspettatamente resilienti. Se ricostruiti con criteri rigorosi, rispettando geometrie, drenaggi e qualità dei materiali, dimostrano prestazioni singolarmente efficaci, confermando che la tradizione, quando è ben compresa, può diventare un valore non solamente estetico-culturale.

Per i muri più alti, nonché quelli dove le prestazioni di sicurezza richieste al manufatto sono troppo elevate per un muro a secco, si sono trovati compromessi “ibridi” in cui l’anima in calcestruzzo è stata rivestita in pietra, così da non ferire troppo lo sguardo sul paesaggio.  In prossimità dei piani di faglia i muri sono stati segmentati per lasciarli liberi di muoversi senza spezzarsi,  sono stati dotati di giunti capaci di assorbire scorrimenti, sono stati posti alla base strati granulari deformabili e fondazioni indipendenti (vedi esempio in Figura 3): criteri già adottati in contesti di faglie attive come Islanda, California o Giappone, ma che sull’Etna sono stati integrati in un quadro unitario, adattato a un territorio protetto dove ogni intervento deve rispettare vincoli paesaggistici, ambientali e culturali.

Figura 3 – Sostituzione con gabbionate di pietrame del precedente muro in calcestruzzo mostrato in Figura 2, allo scopo di ottenere un’opera più flessibile e capace di assorbire le dislocazioni future indotte dalla faglia attiva, migliorando la resilienza strutturale e la compatibilità con la dinamica del versante

Ma la ricostruzione dell’Etna non è stata soltanto un esercizio tecnico. È stata soprattutto un esercizio di governance. Per la prima volta, un processo di ricostruzione ha riunito in un’unica procedura esigenze di sicurezza, indagini geologiche ad alta risoluzione, prescrizioni paesaggistiche, norme ambientali e necessità dei cittadini. Ogni progetto ha seguito un percorso definito: il Comune per la conformità urbanistica, il Genio Civile per la verifica tecnica, la Soprintendenza e l’Ente Parco per la compatibilità con il paesaggio, la Struttura Commissariale per la valutazione economica e l’autorizzazione del contributo (Figura 4). Un sistema articolato, ma finalmente capace di funzionare in modo coordinato.

Figura 4 – Quadro di governance concertato e interdisciplinare, attuato dal Commissario Straordinario per la ricostruzione post sisma 2018, concepito per garantire uniformità procedurale, coerenza interna e percorsi autorizzativi accelerati attraverso Protocolli d’Intesa formalmente istituzionalizzati, che integrano mandati e competenze tecniche di tutte le autorità territoriali coinvolte (da Neri et al., 2026)

La trasparenza è stata decisiva. La Struttura Commissariale ha effettuato sopralluoghi su tutti gli interventi. Ha verificato che i progetti approvati corrispondessero ai lavori reali. Questo rigore ha ridotto sprechi, evitato interventi non conformi e garantito un uso corretto dei fondi pubblici. I tempi amministrativi si sono accorciati, le revisioni progettuali sono diminuite, la qualità complessiva degli interventi è cresciuta.

Il risultato è un modello operativo che oggi è diventato un riferimento internazionale. Non perché abbia introdotto soluzioni tecniche inedite, ma perché ha saputo integrarle in un territorio complesso, dove ogni scelta deve tenere insieme sicurezza, paesaggio, cultura, economia e fiducia dei cittadini. La ricostruzione dell’Etna ha mostrato che la resilienza non dipende solo da materiali e progetti, ma anche dalla capacità delle istituzioni di dialogare, adattarsi e coinvolgere la comunità.

L’Etna, con la sua forza e la sua instabilità, ha costretto tutti a ripensare il modo di costruire e di governare, trasformando un evento drammatico in un’occasione di crescita metodologica esportabile altrove. Un messaggio che vale per tecnici, istituzioni e cittadini. E forse, soprattutto, vale per chi guarda il territorio non come un problema da risolvere, ma come a un patrimonio da custodire.

Per approfondire:

Neri, M., Blanco, G. L. M., Carbone, M. L., & Licciardello, G. (2026). Rebuilding the Etna Landscape After the 2018 Earthquake: Standards, Geological Surveys, and Retaining Wall Restoration. Applied Sciences16(15), 7526. https://doi.org/10.3390/app16157526 

Con il titolo: attività eruttiva parossistica dell’Etna del 30 luglio 2026

L'articolo Etna, dopo il terremoto di Santo Stefano 2018. L’equilibrio possibile: ricostruire senza tradire proviene da Il Vulcanico.

]]>
Etna, quando la scienza è accessibile: alla scoperta, con tutti i sensi, del magico universo vulcanico https://ilvulcanico.it/etna-quando-la-scienza-e-accessibile-alla-scoperta-con-tutti-i-sensi-del-magico-universo-vulcanico/ Wed, 29 Jul 2026 05:34:46 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26477 (Gaetano Perricone). Condivido con estremo piacere questo dettagliato racconto di una bellissima esperienza promossa dall’INGV, Osservatorio Etneo, all’insegna della divulgazione, della sensibilità, dell’inclusione. Ricordando anche il mio libro “La scalata della vita”, Algra Editore, del 2020, nel quale raccontai la straordinaria ascesa sulla cima del vulcano di nove ragazzi padovani con sindrome di Down (https://ilvulcanico.it/la-scalata-della-vita-e-labbraccio-della-grande-madre-etna/)  […]

L'articolo Etna, quando la scienza è accessibile: alla scoperta, con tutti i sensi, del magico universo vulcanico proviene da Il Vulcanico.

]]>
(Gaetano Perricone). Condivido con estremo piacere questo dettagliato racconto di una bellissima esperienza promossa dall’INGV, Osservatorio Etneo, all’insegna della divulgazione, della sensibilità, dell’inclusione. Ricordando anche il mio libro “La scalata della vita”, Algra Editore, del 2020, nel quale raccontai la straordinaria ascesa sulla cima del vulcano di nove ragazzi padovani con sindrome di Down (https://ilvulcanico.it/la-scalata-della-vita-e-labbraccio-della-grande-madre-etna/

di Martina Allegra, Giuseppe C. Altana, Massimiliano Barone, Flavio Cannavò, Massimo Cantarero, Luigi Carleo, Simona Caruso, Maria Catania, Danilo Cavallaro, Francesco Ciancitto, Miriana Corsaro, Rosanna Corsaro, Salvo D’amico, Emanuela De Beni, Maddalena Dozzo, Marco Firetto Carlino, Adriana Iozzia, Alessandro La Spina, Arianna Malaguti, Vittorio Minio, Matteo Pagano, Francesco Pandolfo, Alessio Patanè, Cristina Proietti, Danilo Reitano, Mariangela Sciotto, Andrea Ursino, Francesco Zuccarello, Barbara Aldighieri e Claudia Cattadori

A giugno 2026 l’INGV Osservatorio Etneo ha coordinato un’iniziativa divulgativa promossa dall’Associazione Italiana Geologia e Turismo APS  e dal CNR Istituto di Geoscienze e Georisorse , in collaborazione con l’Associazione Disabili Visivi APS-ETS. L’obiettivo era offrire a un gruppo di persone con disabilità visiva un’esperienza diretta del vulcano, attraverso percorsi sensoriali appositamente creati per soddisfare le loro esigenze, ma al tempo stesso mantenendo contenuti scientifici rigorosi. Per tre giorni (dal 12 al 14 giugno) la geologia, disciplina tradizionalmente fondata sull’osservazione, è diventata qualcosa di più: un universo da sentire, o meglio, da percepire con tutti i sensi.

La prima giornata dell’iniziativa ci ha condotti ad Aci Trezza e Aci Castello, sulla costa catanese. Qui abbiamo potuto ammirare straordinari esempi di basalti colonnari nati dalla rapida contrazione termica del magma, e le celebri pillow lava  (lave “a cuscino”), strutture tipiche delle eruzioni sottomarine (Figura 1).

Figura 1- A) Basalti a sezione esagonale di Aci Trezza, foto E. De Beni; B) Lave a “cuscino”che formano la rupe di Acicastello. Foto M. Pagano.

Dopo un tuffo rinfrescante tra gli scogli di Aci Castello ci siamo trasferiti nella sede dell’INGV di Catania, che, per un pomeriggio, si è trasformata in un centro multisensoriale. Attraverso l’esplorazione tattile e utilizzando modelli 3D appositamente realizzati (Figura 2), i partecipanti hanno potuto scoprire l’evoluzione dei crateri sommitali dell’Etna degli ultimi 150 anni e comprendere il significato dei segnali sismici che arrivano in Sala Operativa.

Figura 2 - A) Modello dei crateri sommitali dell’Etna B) Esempi di segnali sismici stampati in 3D. Foto M. Pagano.

Figura 2 – A) Modello dei crateri sommitali dell’Etna; B) Esempi di segnali sismici stampati in 3D. Foto M. Pagano.

Grazie ai suoni registrati dagli idrofoni del progetto EMSO (European Multidisciplinary Seafloor and water-column Observatory), i partecipanti hanno imparato a distinguere il rumore generato da un terremoto da quello di un fulmine, il canto dei delfini da quello delle balene, il fratturarsi del ghiaccio antartico dal passaggio delle navi. Il segnale infrasonico che accompagna le esplosioni vulcaniche è stato opportunamente accelerato e reso udibile e fatto ascoltare ai nostri ospiti.

La collezione di rocce presente nelle teche dell’Istituto ha permesso di far apprezzare  la differenza tra i prodotti dell’attività esplosiva e quelli delle colate laviche.

Il laboratorio sugli odori, non a caso l’ultimo della giornata, ha aggiunto un’altra dimensione fondamentale all’esperienza dell’ambiente vulcanico. Sulla terrazza dell’Osservatorio Etneo abbiamo esplorato, attraverso apposite sacche olfattive contenenti campioni a concentrazione controllata, gli odori caratteristici dell’idrogeno solforato e del biossido di zolfo: un’anticipazione di ciò che avremmo poi percepito direttamente sul campo.

Quello che il giorno prima avevamo toccato e ascoltato si è trasformato in esperienza concreta durante l’incontro diretto con il vulcano attivo. L’ascesa all’area sommitale con la telecabina della Funivia dell’Etna e successivamente con il loro servizio di mezzi 4×4, ci hanno condotti fino a quota 3.000 metri, sul fianco meridionale del vulcano (Figura 3). Qui l’aria si fa più sottile, il vento più forte, l’odore di zolfo più intenso. I lapilli scricchiolano sotto i piedi mentre saliamo lentamente in fila indiana. Una fila che avanza con passo regolare, fatta di persone che si affidano l’una all’altra, sostenendosi attraverso il contatto con le spalle dell’accompagnatore.

Figura 3 – Il gruppo riunito ascolta con attenzione le spiegazioni della guida vulcanologica (Francesco Ciancitto) durante l’escursione sul fianco meridionale dell’Etna. Foto M. Pagano.

Seguiamo esattamente il tracciato che il giorno prima avevamo esplorato sul modello 3D; ora, però, tutto è reale e acquista una dimensione più ampia. La visibilità è incredibile, il sole scalda le schiene, Sicilia e Calabria si mostrano nitidamente, e questa visione viene trasmessa attraverso le parole (Figura 4). L’Etna, in questo modo, smette di essere soltanto un’immagine spettacolare e diventa un sistema vivo, complesso, “leggibile” anche in modo multisensoriale. Facciamo tutti parte dello stesso mondo, e ciò che sente una persona diventa esperienza condivisa.

Figura 4 – Lo Stretto di Messina visto dalla cima dell’Etna, da circa 3000 m di quota; sullo sfondo il massiccio dell’Aspromonte. Foto M. Pagano.

Scendiamo insieme da quota 3000 a 1900 metri (Figura 5); ci affidiamo l’uno all’altro in questa condivisione di sensazioni.

Ecco ciò che scrive Claudia nel suo diario: “La discesa è stata semplicemente fantastica! Le nostre guide dell’INGV ci hanno accompagnato benissimo. Alcuni pezzi erano un po’ ripidi e sembrava davvero di sciare sulla neve! I lapilli, così piccoli, finivano ovunque: pezzettini microscopici perfino in bocca e nelle orecchie. … Fortissimi gli odori dello zolfo e degli altri gas che spesso ci fanno tossire quando ci avviciniamo ai due crateri visitati. Con Ciccio, una delle guide, mi sono fiondata giù a tutta birra, tipo discesa libera a Kitzbühel. Fantastico!

Quest’esperienza ha coinvolto anche noi ricercatori: proviamo a percorrere un tratto del sentiero a occhi chiusi per condividere le sensazioni. E’ stato allora che abbiamo capito: si cammina con i piedi, non con gli occhi. Il vulcano sembra più potente, permea ogni cosa; la sua forza passa dai piedi e sale fino al cervello. È una sensazione di condivisione mai provata prima. Arriviamo all’autobus con le gambe stanche e i sorrisi aperti: ci abbracciamo, ci baciamo, siamo felici.

Figura 5 – La vista verso valle da Piano dei Pompieri, versante sud dell’Etna. Al centro della fotografia, i Monti Calcarazzi ed i Crateri Silvestri. Foto M. Pagano.

Il terzo e ultimo giorno di questa fantastica esperienza è stato dedicato all’acqua. Le Gole dell’Alcantara (Figura 6) offrono una lezione potente: qui l’acqua e la lava hanno costruito, in tempi e modi diversi, un paesaggio in cui le forme geologiche si leggono attraverso il contrasto tra le pareti verticali della gola, il suono dello scorrere del fiume e la fredda temperatura dell’acqua. Le gambe stanche trovano refrigerio nell’acqua gelida, che da migliaia di anni incide e leviga le pareti di basalto colonnare.

Figura 6 – I basalti colonnari a base esagonale erosi dal fiume Alcantara. Foto M. Cantarero.

Esperienze come queste ci fanno comprendere che la scienza deve essere accessibile non come una gentile concessione, ma per responsabilità culturale. Un vulcano attivo come l’Etna appartiene a tutti: a chi lo studia, a chi lo abita, a chi lo attraversa, a chi lo teme, a chi lo visita e a chi vuole conoscerlo in modo profondo, ma soprattutto a chi lo ama. L’inclusione, in questo senso, non è un’aggiunta al progetto scientifico: è parte del progetto stesso. Ci obbliga a essere più chiari, più rigorosi, più creativi. Ci ricorda che è comunicare la Terra e far comprendere agli altri i processi geologici che la rendono viva, significa costruire ponti tra linguaggi diversi: il linguaggio dei dati, quello delle rocce, quello del corpo, quello dei suoni e degli odori e quello dell’esperienza.

È proprio così che la scienza incontra l’accessibilità: non nel rendere più semplice il mondo, ma nel renderlo più condiviso

Un ringraziamento particolare va alla Funivia dell’Etna, che ha permesso la salita del gruppo a titolo gratuito. Non è stato un semplice supporto logistico, ma un contributo concreto all’accessibilità: ha reso possibile per tutte e tutti l’esperienza in quota, superando una barriera che, in ambiente montano e vulcanico, può diventare decisiva.

L'articolo Etna, quando la scienza è accessibile: alla scoperta, con tutti i sensi, del magico universo vulcanico proviene da Il Vulcanico.

]]>
Etna, la disfida dei Crateri https://ilvulcanico.it/etna-la-disfida-dei-crateri/ Sun, 19 Jul 2026 08:52:58 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26465 di Boris Behncke e Salvatore Giammanco L’area sommitale dell’Etna vista dall’alto la sera del 6 luglio 2026.  Al cratere Voragine (VOR) è in corso attività stromboliana accompagnata da emissione di cenere, mentre una cascata di lava si riversa nel Cratere di Nord-Est (NEC). A sinistra, silenzioso, il Cratere di Sud-Est (SEC) (foto di Maurizio Caputo […]

L'articolo Etna, la disfida dei Crateri proviene da Il Vulcanico.

]]>
L’area sommitale dell’Etna vista dall’alto la sera del 6 luglio 2026.  Al cratere Voragine (VOR) è in corso attività stromboliana accompagnata da emissione di cenere, mentre una cascata di lava si riversa nel Cratere di Nord-Est (NEC). A sinistra, silenzioso, il Cratere di Sud-Est (SEC) (foto di Maurizio Caputo e pubblicata qui con gentile permesso dell’autore).

L’Etna è un vulcano straordinario per molti motivi. Uno di essi è la costante e rapida trasformazione della sua area sommitale, dove negli ultimi 115 anni sono nati quattro crateri: quello di Nord-Est (1911), la Voragine (1945), la Bocca Nuova (1968) e il Cratere di Sud-Est (1971). Tra questi crateri si è spesso instaurata una sorta di competizione per conquistare il primato di vetta dell’Etna, ma dal 1978 fino al 2021 è sempre stato il Cratere di Nord-Est a rappresentare la vetta, raggiungendo 3350 m nel 1981. Successivamente, la sua altezza si è progressivamente abbassata a causa di crolli dei suoi orli: all’inizio del 2021 misurava 3324 m di quota.

Queste variazioni di quota, unite alla stretta vicinanza tra i crateri – ad esclusione del Cratere di Sud-Est, che si è formato un po’ più distante dagli altri – hanno fatto sì che, in diverse occasioni, i prodotti eruttivi di un cratere si riversassero in quello adiacente. È quanto accaduto, ad esempio, nel 2015–2016 e nuovamente nel 2024, quando la Bocca Nuova è stata completamente colmata dal materiale eruttato dalla vicinissima Voragine. Altre volte il riempimento del cratere “recipiente” è stato solo parziale; tuttavia, in ogni caso ha portato all’ostruzione totale del condotto.

L’eruzione dell’Etna che ha avuto luogo dal 5 al 7 luglio 2026, ha mostrato questo fenomeno vulcanico in modo molto peculiare. Infatti, l’apertura di una frattura eruttiva (una cosiddetta “bottoniera”) sul fianco nord del cono terminale del cratere Voragine, ha prodotto una colata di lava ben alimentata che si è riversata interamente all’interno del cratere di Nord-Est, ricadendo con una spettacolare cascata dentro il condotto aperto di quest’ultimo (Figura 1). L’aspetto più particolare di questo evento è che nonostante il continuo ingresso della lava nel condotto, esso non è stato colmato né ostruito (Figura 2); invece è rimasto aperto e degassante, così com’era stato prima di questo evento eruttivo.

Figura 1 – Il fondo del Cratere di Nord-Est visto dal suo orlo nord-orientale, con la cascata di lava che si sta riversando da una fessura eruttiva apertasi sul fianco settentrionale dell’adiacente cratere Voragine, 6 luglio 2026 (foto di Vincenzo Greco e pubblicata qui con gentile permesso dell’autore).

Figura 2 – 6 luglio 2026. La cascata di lava all’interno del Cratere di Nord-Est raggiunge il condotto aperto sul suo fondo, scomparendo in profondità senza accennare a riempirlo (foto di Maurizio Caputo, pubblicata qui con gentile permesso dell’autore).

Tale fenomeno, per quanto raro, non è tuttavia unico. Infatti, esattamente 30 anni fa, nel luglio-agosto del 1996, avvenne un fenomeno del tutto analogo, ma a ruoli invertiti! In quel caso, fu il cratere di Nord-Est a emettere una colata lavica che si riversò per circa tre settimane all’interno del condotto aperto della Voragine, senza mai occluderlo: tutta la lava fu ingoiata dal pozzo in fondo al cratere (Figura 3).

Perché questa apparente inversione delle parti? La risposta sta nei cospicui cambiamenti di morfologia in area sommitale in questi ultimi decenni. Nel 1996 il Cratere di Nord-Est era il punto più alto dell’Etna, mentre la Voragine era una depressione a forma di imbuto, il cui orlo settentrionale coincideva con il fianco meridionale del Cratere di Nord-Est. Era precisamente da quest’ultimo che si è sviluppata quella colata lavica, che si è riversata dentro la Voragine. In quel periodo il Cratere di Nord-Est era in una fase di attività stromboliana (Figura 4) con emissione di diverse colate laviche verso ovest, est e, appunto, verso sud in direzione della Voragine.

Nel 2026 è invece la Voragine a costituire il punto culminante del vulcano, sovrastando la vetta del Cratere di Nord-Est con un dislivello di quasi 100 m. Inoltre, il fianco nord del cono della Voragine passa direttamente alla parete interna meridionale del Nord-Est con un pendio abbastanza ripido. E’ proprio questa la zona che è stata squarciata dalla frattura eruttiva apertasi il mattino del 5 luglio 2026.

Figura 3 – Veduta dal bordo ovest della Voragine della colata lavica scaturita dal fianco sud del cratere di Nord-Est (NEC) che si riversa dentro il condotto della Voragine (VOR), 2 agosto 1996 (foto di Salvatore Giammanco).

Figura 4 – Attività esplosiva al cratere di Nord-Est durante l’eruzione di luglio-agosto 1996. In primo piano il riverbero causato dalla colata lavica che ricade dentro la Voragine (foto di Salvatore Giammanco).

Sul canale YouTube di INGVvulcani pubblichiamo il video della colata di lava che si sta riversando dal Cratere di Nord-Est verso la Voragine nell’estate del 1996 (di Salvatore Giammanco: https://youtu.be/TEik2Xd_Rp8)

Con il titolo: foto di Vincenzo Greco

L'articolo Etna, la disfida dei Crateri proviene da Il Vulcanico.

]]>
Etna, il gran ritorno del Cratere Centrale. Osservazioni sul campo https://ilvulcanico.it/etna-il-gran-ritorno-del-cratere-centrale-osservazioni-sul-campo/ Sun, 05 Jul 2026 04:55:18 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26422 di Vincenzo Greco L’Etna riesce sempre a suscitare grande interesse e meraviglia. Non perché ogni sua manifestazione sia necessariamente unica o imprevedibile, ma perché il vulcano possiede una straordinaria varietà di modalità eruttive che, pur rientrando spesso in schemi già osservati e studiati nel corso del tempo, continuano a rappresentare un laboratorio naturale di eccezionale […]

L'articolo Etna, il gran ritorno del Cratere Centrale. Osservazioni sul campo proviene da Il Vulcanico.

]]>
di Vincenzo Greco

L’Etna riesce sempre a suscitare grande interesse e meraviglia. Non perché ogni sua manifestazione sia necessariamente unica o imprevedibile, ma perché il vulcano possiede una straordinaria varietà di modalità eruttive che, pur rientrando spesso in schemi già osservati e studiati nel corso del tempo, continuano a rappresentare un laboratorio naturale di eccezionale valore scientifico e umano. L’attività eruttiva che interessa attualmente la parte sommitale dell’Etna, iniziata il 26 giugno 2026, rappresenta ancora una volta una dimostrazione della straordinaria vitalità del vulcano. Si tratta di una manifestazione che rientra pienamente nelle caratteristiche delle attività terminali e subterminali che hanno contraddistinto numerose fasi eruttive del vulcano nel corso della sua storia recente e che, soprattutto, non desta alcuna preoccupazione per i centri abitati o per le principali aree turistiche del territorio.

I PRIMI SEGNALI DI CAMBIAMENTO. In realtà, i segnali che qualcosa stesse cambiando erano già osservabili nei giorni precedenti al 26 giugno. Il Cratere di Nord-Est aveva infatti mostrato un progressivo incremento dell’attività esplosiva intracraterica, con esplosioni localizzate sul fondo del condotto che, pur rimanendo pienamente all’interno delle normali dinamiche del vulcano, stavano gradualmente aumentando in frequenza e intensità. Anche dopo gli eventi effusivi che avevano caratterizzato il periodo compreso tra il 1° e il 13 gennaio 2026, il sistema vulcanico aveva continuato a manifestare alcuni segnali di dinamismo, senza però mostrare evidenze chiare di una nuova imminente fase eruttiva. Nel corso del mese di giugno, inoltre, si sono osservati fenomeni di subsidenza e deformazione delle aree sommitali, chiari indicatori di un sistema che stava progressivamente rispondendo alle pressioni interne. La conoscenza delle dinamiche che caratterizzano questo tipo di fenomenologie ha consentito, attraverso l’osservazione diretta sul campo, di riconoscere alcuni segnali che indicavano una possibile evoluzione del sistema vulcanico.

Le osservazioni effettuate nei giorni precedenti all’inizio dell’attività effusiva, e in particolare quelle svolte nella mattinata del 26 giugno, mi hanno infatti consentito di interpretare le modificazioni morfologiche che stavano interessando l’area sommitale, mettendole in relazione con fenomenologie analoghe osservate durante precedenti episodi eruttivi dell’Etna. Questa capacità di lettura del territorio nasce dall’osservazione continua del vulcano e dall’esperienza maturata nel corso di circa ventisette anni di frequentazione costante dell’ambiente etneo, che permette di riconoscere quelle variazioni, anche minime, che spesso precedono l’evoluzione di un’attività eruttiva.

La mattina del 26 giugno, intorno alle ore 10, durante una mia osservazione diretta sul campo, ho avuto modo di constatare come nell’area interessata dall’attività del Cratere Centrale, lungo il pendio orientale in prossimità della zona già coinvolta dall’attività eruttiva del 6 luglio 2014, tra i coni di scorie presenti nell’alta Valle del Leone, si stessero sviluppando evidenti sistemi di fratture radiali accompagnati da fenomeni di degassamento. L’osservazione di queste strutture mi ha immediatamente fatto ipotizzare che il sistema vulcanico stesse attraversando una nuova fase evolutiva. Per questo motivo ho provveduto a condividere tempestivamente le informazioni raccolte sia con l’ente di ricerca preposto al monitoraggio del vulcano sia con i colleghi che operano quotidianamente sul territorio. Questo aspetto rappresenta uno degli elementi fondamentali del lavoro delle guide vulcanologiche. La nostra presenza costante sul vulcano ci porta infatti a svolgere anche un’importante funzione di osservazione e di sentinella del territorio, contribuendo a segnalare tempestivamente eventuali variazioni dell’attività e collaborando, ciascuno nel proprio ruolo, al mantenimento delle migliori condizioni di sicurezza possibili. Ogni cambiamento osservato sul vulcano, anche quello apparentemente meno significativo, assume infatti un’importanza rilevante sia per la tutela delle persone che accompagniamo durante le attività escursionistiche, sia per la gestione complessiva del contesto operativo nel quale svolgiamo quotidianamente la nostra professione. Per questo motivo osservare, documentare, confrontarsi e condividere le informazioni rappresenta una parte essenziale del nostro lavoro sul campo. In quel momento ho avuto la sensazione che il sistema fosse ormai prossimo a una nuova evoluzione. La conferma è arrivata poche ore dopo. Intorno a mezzogiorno, il vulcano ha deciso di manifestare la propria energia attraverso l’apertura di una nuova frattura eruttiva e l’emissione della prima colata lavica.

LA NUOVA ATTIVITA’ NELL’ALTA VALLE DEL LEONE.  L’attività si è sviluppata nel settore dell’alta Valle del Leone, in prossimità dell’area interessata anche dall’attività del luglio 2014, tra i caratteristici coni di scorie presenti alla base orientale del Cratere Centrale. Dal 26 giugno fino ai primi giorni di luglio, l’eruzione ha mostrato un comportamento relativamente stabile, con tassi di emissione lavica variabili ma generalmente contenuti. Le colate hanno raggiunto lunghezze complessive inferiori ai due chilometri, sviluppandosi progressivamente all’interno di canali lavici costruiti dal flusso stesso. Ho avuto la possibilità di osservare questa attività in diverse occasioni, sia autonomamente sia insieme ai colleghi, non soltanto per documentarne l’evoluzione, ma anche per fornire informazioni aggiornate a chiunque chiedesse chiarimenti sulla situazione in corso. È importante sottolineare come questa attività si sviluppi in un ambiente di alta quota, estremamente remoto e distante dai centri abitati e dalle principali aree turistiche dell’Etna. Per questo motivo, pur trattandosi di un fenomeno di grande interesse scientifico e naturalistico, esso non rappresenta alcun motivo di preoccupazione per la popolazione.

IL RITORNO DI UNA TIPICA ATTIVITA’ SUBTERMINALE. Quella a cui stiamo assistendo è la classica attività subterminale dell’Etna, una tipologia eruttiva che il vulcano ha manifestato numerose volte nel corso della sua storia recente. Negli ultimi anni, tuttavia, la straordinaria attività del Cratere di Sud-Est, con le sue spettacolari fontane di lava e i numerosi episodi parossistici, aveva inevitabilmente catturato l’attenzione di osservatori, appassionati e studiosi. Anche le intense manifestazioni della Voragine nel 2024 avevano contribuito a modificare la percezione collettiva delle dinamiche eruttive etnee. Fenomeni come quello attuale ci ricordano invece un altro volto dell’Etna: quello delle eruzioni generalmente meno violente, più durature e, sotto molti aspetti, anche meno pericolose rispetto ai grandi episodi parossistici che hanno caratterizzato gli ultimi anni.

PERCHE’ IL CRATERE CENTRALE RIMANE SEMPRE IL CRATERE CENTRALE. Per quanto mi riguarda, però, il Cratere Centrale resta sempre il Cratere Centrale. Vederlo tornare protagonista rappresenta ogni volta qualcosa di speciale. Negli ultimi anni il ruolo principale sulla scena eruttiva dell’Etna è stato occupato soprattutto dal Cratere di Sud-Est, che con la sua straordinaria frequenza di attività ha inevitabilmente attirato l’attenzione di tutti. Per molti, il Cratere di Sud-Est è diventato il simbolo dell’attività recente dell’Etna. Eppure il Cratere Centrale, con i suoi tempi e le sue modalità, non ha mai smesso di ricordarci il proprio ruolo fondamentale all’interno del sistema vulcanico etneo. Dopo i parossismi del 2015, le attività del 2016 e le successive fasi eruttive del 2019, del 2020, del 2021 e del 2024, il Cratere Centrale è tornato ancora una volta a prendersi la scena, mostrando quella straordinaria capacità di rinnovarsi e di sorprendere che da sempre caratterizza il nostro vulcano.

UN AMBIENTE SPETTACOLARE, MA DA AFFRONTARE CON RISPETTO. L’attività è ancora in corso e il sistema continua a evolversi. Non si può escludere che nelle prossime settimane possano verificarsi ulteriori variazioni dell’attività eruttiva. L’area interessata dall’eruzione presenta caratteristiche geomorfologiche e vulcanologiche che meritano particolare attenzione. Si tratta infatti di un settore caratterizzato da estesi sistemi di fratturazione, dalla presenza di accumuli nevosi residui ancora sepolti dai depositi vulcanici recenti e più antichi, oltre che da una morfologia estremamente complessa. La presenza della lava in un ambiente di questo tipo richiede particolare cautela, anche perché le interazioni tra il magma e gli elementi superficiali possono produrre fenomenologie secondarie che devono essere attentamente valutate. La Valle del Leone e il settore superiore della Valle del Bove rappresentano ambienti vulcanici di straordinaria bellezza, ma allo stesso tempo estremamente impegnativi. Si tratta di aree remote, difficili da raggiungere e caratterizzate da condizioni ambientali che possono cambiare rapidamente. Per questo motivo consiglio sempre a chi desidera avvicinarsi a questi fenomeni di informarsi preventivamente e di evitare iniziative improvvisate. In particolare, suggerisco di non addentrarsi all’interno della Valle del Bove o delle aree sommitali senza un’adeguata conoscenza del territorio e delle condizioni vulcaniche del momento. La presenza diffusa di fratture, che rappresentano la risposta fragile del terreno alle risalite magmatiche, testimonia la continua evoluzione di questo settore del vulcano e costituisce uno degli elementi che richiedono maggiore attenzione durante le fasi eruttive.

IL RUOLO DELLE GUIDE VULCANOLOGICHE. In questo contesto, il ruolo delle guide vulcanologiche assume un’importanza fondamentale. La nostra attività si svolge sempre nel rispetto delle normative vigenti, delle procedure operative e delle indicazioni predisposte dal Collegio Regionale delle Guide Alpine e Vulcanologiche della Sicilia, oltre che delle eventuali disposizioni emanate dalle autorità competenti. Ci autoregoliamo costantemente in funzione dell’evoluzione del fenomeno, delle condizioni ambientali e del quadro di rischio presente sul vulcano. Il nostro compito non consiste solamente nell’accompagnare le persone, ma soprattutto nel fornire tutte le informazioni necessarie affinché chi visita l’Etna possa comprendere le caratteristiche dell’ambiente vulcanico, i rischi associati e le corrette modalità di fruizione del territorio. La valutazione del rischio rappresenta uno degli aspetti più importanti della nostra professione. In qualità di professionisti e conoscitori del territorio, siamo chiamati quotidianamente a effettuare valutazioni continue delle condizioni operative, assumendoci la responsabilità di condurre le persone esclusivamente nelle aree e nelle situazioni in cui siano presenti adeguati margini di sicurezza. Quando le condizioni del vulcano, le normative vigenti e il quadro generale della sicurezza lo consentono, organizziamo le nostre attività seguendo procedure consolidate e sistemi di gestione del rischio strutturati, sempre con l’obiettivo primario della tutela delle persone.

UN VULCANO CHE CONTINUA AD EMOZIONARE. Osservare oggi il Cratere Centrale nuovamente in attività rappresenta, ancora una volta, un privilegio straordinario. Nonostante gli anni trascorsi a studiare, osservare e vivere l’Etna quotidianamente, assistere al ritorno dell’attività del Cratere Centrale continua a suscitare le stesse emozioni di sempre. Perché, se è vero che oggi gli strumenti di monitoraggio consentono di riconoscere con sempre maggiore precisione i segnali che precedono una variazione dell’attività vulcanica, è altrettanto vero che ogni fase eruttiva possiede una propria evoluzione, una propria storia e caratteristiche che continuano a rendere l’Etna uno dei sistemi vulcanici più affascinanti e studiati al mondo. Ed è forse proprio questo il motivo per cui il vulcano continua, ancora oggi, a regalare emozioni e insegnamenti a chi ha la fortuna e il privilegio di poterlo osservare da vicino.

Tutte le splendide foto e il magnifico video sono di Vincenzo Greco

L'articolo Etna, il gran ritorno del Cratere Centrale. Osservazioni sul campo proviene da Il Vulcanico.

]]>
Festival Vulcani, dal 26 al 28 giugno a Trecastagni la quarta edizione. Continua l’affascinante viaggio nelle “montagne viventi”, al confine del mondo https://ilvulcanico.it/festival-vulcani-dal-26-al-28-giugno-a-trecastagni-la-quarta-edizione-continua-laffascinante-viaggio-nelle-montagne-viventi-al-confine-del-mondo/ Thu, 25 Jun 2026 04:39:46 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26406 di Giuseppe Riggio * Torna il Festival Vulcani a Trecastagni. La manifestazione che, giunta alla quarta edizione, continua ad attingere al vastissimo giacimento di miti, prima, e di studi, dopo, che i crateri hanno saputo suscitare. Del resto, i vulcani rappresentano, quasi per definizione, il confine del mondo, la soglia oltre la quale si entra […]

L'articolo Festival Vulcani, dal 26 al 28 giugno a Trecastagni la quarta edizione. Continua l’affascinante viaggio nelle “montagne viventi”, al confine del mondo proviene da Il Vulcanico.

]]>
di Giuseppe Riggio *

Torna il Festival Vulcani a Trecastagni. La manifestazione che, giunta alla quarta edizione, continua ad attingere al vastissimo giacimento di miti, prima, e di studi, dopo, che i crateri hanno saputo suscitare. Del resto, i vulcani rappresentano, quasi per definizione, il confine del mondo, la soglia oltre la quale si entra nel divino o nell’inferno.

Efesto, dio greco del fuoco e dei metalli, era ritenuto figlio di Zeus, ma le leggende lo descrivevano, innanzitutto, come portatore di una umanissima storia di disabilità. Oggi verrebbe raccontato come un sopravvissuto a un infanticidio, che seppe reagire e trovò la sua strada. Per il suo successore di epoca romana, Vulcano, si prescriveva prosaicamente che i luoghi di culto costruiti in suo onore venissero eretti fuori dalle aree abitate, visto che comunque si trattava di un culto incendiario.

La locandina del Festiva 2026

Quest’anno sarà ospite del Festival uno dei più famosi organizzatori francesi di viaggi avventura, Guy de Saint Cyr, che da una vita porta i suoi clienti ad osservare i vulcani in eruzione. Turisti che mettono a rischio la propria incolumità per raggiungere il limite, il punto esatto in cui è possibile osservare la Terra di dentro e quella di fuori. Perché lo fanno? Forse perché in quei luoghi il mito sembra tutto sommato reale e credibile.

D’altra parte, bisogna prendere atto che non sempre quelli che abitano alle pendici delle “montagne viventi” hanno pienamente contezza dell’eccezionalità dei luoghi che si trovano quotidianamente a frequentare. Ecco perché, ormai da quattro anni, abbiamo avviato, con la Fondazione Trecastagni Patrimonio dell’Etna, presieduta da Giovanni Barbagallo, il progetto Festival Vulcani. Un anno dopo l’altro realizziamo l’unico evento in Italia completamente dedicato ai molteplici aspetti delle terre vulcaniche.

Guy De Saint Cyr

Dal 26 al 28 giugno nel centro storico di Trecastagni, vero “salotto dell’Etna”, si svolgeranno numerosi eventi dedicati all’esplorazione di un “pianeta” che ha caratteri particolari e distintivi. Quest’anno, oltre a Guy de Saint Cyr, protagonista di viaggi al limite del possibile, ci saranno esperti internazionali di vulcanologia. Dalla direttrice dell’Osservatorio Vesuviano INGV, Lucia Pappalardo, sino a Sara Barsotti, responsabile del servizio islandese di sorveglianza sulle attività vulcaniche.   Confermerà la sua presenza anche Stefano Branca, direttore del dipartimento vulcani INGV, che aprirà la manifestazione con una conferenza sullo scienziato-fotografo Gaetano Ponte, insieme a Daniele Musumeci, ricercatore UNICT. Per la prima volta sarà ospite della manifestazione Franco Foresta Martin, per oltre trent’anni giornalista scientifico al Corriere della Sera, per raccontare la “sua” Ustica.

Franco Foresta Martin

In questa quarta edizione saranno a fianco della Fondazione organizzatrice l’Associazione Italiana di Vulcanologia, il Comune di Trecastagni, la Regione Siciliana (Assessorati Turismo e Territorio e Ambiente), l’Assemblea Regionale Siciliana, oltre alle Associazioni Federescursionismo ed Etnaviva e alla Funivia dell’Etna. A conferma della originalità di una formula che garantisce autorevolezza scientifica, ma anche spettacolo e divulgazione appassionante, supportata da video e immagini. Tutto questo con l’ambizione di costruire anche un percorso identitario, destinato a chi vive sull’Etna. L’obiettivo è quello di fornire, innanzitutto agli abitanti delle terre vulcaniche, conoscenze e testimonianze che possano renderli consapevoli e orgogliosi di abitare parti di questo pianeta che hanno caratteristiche veramente stra-ordinarie. Con il Festival intendiamo, in definitiva, offrire delle buone ragioni a quanti vogliono innamorarsi dell’Etna, e delle terre nere in generale, ed aiutare, nel frattempo, tutti coloro i quali si interrogano per scoprire le ragioni della loro incontenibile passione per l’Etna.

*Direttore Festival Vulcani

Con il titolo: Etna, 23 giugno 2026, foto di Gaetano Perricone

 

 

L'articolo Festival Vulcani, dal 26 al 28 giugno a Trecastagni la quarta edizione. Continua l’affascinante viaggio nelle “montagne viventi”, al confine del mondo proviene da Il Vulcanico.

]]>
Mompileri, 12 marzo 1669. Quel giorno che cambiò tutto https://ilvulcanico.it/mompileri-12-marzo-1669-quel-giorno-cambio-tutto/ Thu, 12 Mar 2026 05:54:43 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26249  di Santo Scalia Sono trascorsi già 357 anni, da quel terribile 12 marzo 1669, quando nel villaggio di Mompileri, ma non solo in quello, cambiò tutto: consuetudini, abitudini, speranze. Chi aveva un tetto, chi aveva un podere, chi aveva un lavoro, in poche ore non l’ebbe più. Il villaggio di Mompileri, come testimonia Mons. Ottavio […]

L'articolo Mompileri, 12 marzo 1669. Quel giorno che cambiò tutto proviene da Il Vulcanico.

]]>
 di Santo Scalia

Sono trascorsi già 357 anni, da quel terribile 12 marzo 1669, quando nel villaggio di Mompileri, ma non solo in quello, cambiò tutto: consuetudini, abitudini, speranze. Chi aveva un tetto, chi aveva un podere, chi aveva un lavoro, in poche ore non l’ebbe più.

Il villaggio di Mompileri, come testimonia Mons. Ottavio Branciforte, contava alcune centinaia di anime. Le case sorgevano in prossimità della Matrice, la chiesa Maggiore (altre chiese erano sparse nel territorio circostante) che custodiva un rinomato gruppo marmoreo che riproduceva l’Annunciazione alla Vergine e una veneratissima statua della Madonna delle Grazie.

Nei primi giorni del mese di marzo di quell’anno, dal 5 al giorno 9, numerosi scuotimenti del terreno avevano generato notevole preoccupazione negli abitanti di tutti i villaggi del versante meridionale del vulcano. Fortunatamente, la domenica 10, una tregua aveva fatto ben sperare e augurare che il pericolo fosse stato scongiurato.

Da Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669, pag.15

Non fu così: il giorno dopo, lunedì 11 marzo, qualcosa di terribile accadde sul vulcano; lasciamo che a raccontare cosa avvenne siano i cronisti che allora hanno vissuto i tristi eventi.

Tomaso Tedeschi nel suo Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669, pubblicati nello stesso anno a Napoli, scrive: «Ecco in sù le ventidue hore del medesimo Lunedì creparsi il terreno alla volta di Heodanari [sic.] in due lunghissime fessure, che fumo, e fuoco vomitarono. Ne guari poi di tempo à dietro al Monte della Fusara, e sotto la Collina detta Vomitello spalancarsi una terza, e più terribil bocca, che con un fracasso di strepitosi tuoni scagliò fuori una gran copia di solforato fuoco […]». E, qualora ciò non fosse ancora stato cosa terribile, «[…] vicino alla terza bocca ecco aprirsi un’altra fra i monti Salazara, e Monpolieri [sic.], il cui fuoco, verso il villaggio, che à i detti monti soggiace, furiosamente si indirizzò».

Il destino di Mompileri era segnato. Carlo Mancino, nell’opera Narrativa del fuoco uscito da Mongibello pubblicata a Messina sempre nel 1669, così narra la tragedia:

«[…] Parte di questi tre fuochi circondò il Monte di Monpileri per ogni lato, qual’è di circuito da sette miglia, e brugiò tutta la Terra di Monpileri del Sig. Conte Massa, con tutte le vigne, possessioni, e giardini di fronda di grandissimo valore; Non perdonando alla Chiesa di Nostra Signora Annunciata. Chiesa bellissima, e molto grande, nella quale vi erano tre Statue di finissimo marmo, di grandezza naturale. Una del Angelo Gabriele, l’altra di Nostra Signora Annunciata, e la terza della Regina delle gratie col bambino in braccio […]». A Mompileri, oltre ai simulacri di cui sopra, si conservava anche una bellissima statua lignea di San Michele Arcangelo.

Poi le lave circondarono il monte detto Monpileri, distrussero il villaggio chiamato la Guardia, poi Malpasso e Potighelle [sic.]. Intanto il fuoco, aggiunge Tomaso Tedeschi, «seppellì sotto alle ruine dell’arso, e destrutto tempio quelle tre belle statue, che eran stupore dell’arte; se pure da humane, e non d’Angeliche mani furono scolpite».

Il giorno 12, martedì, il villaggio di Mompileri non c’era più!

Lo stesso destino di Mompileri toccò ad altri paesi e casali che si trovarono lungo il percorso delle lave: oltre ai citati Botteghelle, Guardia e Malpasso, furono distrutti San Giovanni di Galermo, Mascalucia, Camporotondo, San Pietro Clarenza, Misterbianco, Li Plachi.

Ma quale fu la sorte di quelle opere d’arte? Come ricorda l’opuscolo Maria sull’Etna, pubblicato a cura dal Santuario Madonna della Sciara nel 2019, in occasione del 350° anniversario dell’eruzione, «[…] alcuni mesi dopo l’eruzione, alcuni uomini venuti a verificare cosa possa essersi salvato dalla furia della lava, ritrovano il simulacro [di San Michele Arcangelo, n.d.A.] in mezzo ad un “dagalotto” formatosi per il suddividersi della colata in due flussi; gli stessi, secondo gli antichi racconti, si sarebbero riuniti dopo averlo oltrepassato. Il simulacro viene portato nel sito abitativo di Massa Annunziata».

Trentacinque anni dopo, il 18 Agosto del 1704, scavando sotto la spessa coltre lavica, avvenne il ritrovamento della statua della Madonna delle Grazie. «I cercatori arrivano, probabilmente trascinandosi carponi e, man mano rimuovendo detriti e frammenti della struttura della chiesa crollata sotto il grave peso della lava e possono contemplare per la prima volta la statua della Madonna dal suo lato sinistro».

Infine, nel 1955, a 286 anni dall’eruzione, scavando in una cava di ghiara [rena rossa, n.d.A] nelle vicinanze del Santuario si «ritrova la testa del simulacro della Madonna Annunziata. Nei giorni successivi viene ritrovata la testa del simulacro dell’Arcangelo Gabriele ed altri frammenti dello stesso gruppo marmoreo.

Il Santuario della Madonna della Sciara, annualmente, ricorda gli avvenimenti del 1669 con delle celebrazioni, delle rievocazioni e manifestazioni. Anche quest’anno, nella ricorrenza del 357° anniversario, è stato stilato un ricco calendario di eventi la cui locandina è inserita nella fotogallery di quest’articolo.

Ricordare il dolore di ciò che accadde poco più di tre secoli e mezzo fa, e alimentare la speranza che un evento simile non debba più accadere

—–    —-    —–

Per un approfondimento ed una consultazione delle fonti storiche e di quelle recenti ecco di seguito i principali riferimenti bibliografici:

– D. Tomaso Tedeschi, e Paternò – Breve raguaglio degl’incendi di Mongibello avvenuti in quest’anno 1669 – Napoli 1669

– Carlo Mancino – Narrativa del fuoco uscito da Mongibello – Messina 1669

– Francesco  Morabito – Catania liberata – Catania 1669

– Alphonsus Borelli – Historia et Meteorologia Incendii Ætneæi anni 1669 – Regio Iulio 1670

– Bonaventura La Rocca – Relatione del nuovo incendio fatto da Mongibello – Messina 1670

Cronaca del Canonico Pasquale Calcerano, cronaca manoscritta del 1752 e pubblicata nel 1929 dal Canonico Vincenzo Raciti Romeo «per accrescere il patrimonio della storia di Acireale

– Francesco Ferrara, Storia generale dell’Etna – Catania 1793

– Giuseppe Recupero, Storia naturale e generale dell’Etna – Catania 1815

– Giuseppe Sac. Pedalino – Mompileri – Edigraf 1966

– Azzaro-Castelli – L’eruzione etnea del 1669 nelle relazioni giornalistiche contemporanee – 2013

– Lina Scalisi – Per riparar l’incendio – Catania 2013

– Alfio Giovanni Privitera – Ti racconto Mompileri. L’evento mariano e il suo messaggio – 2014

– Giancarlo Santi – La Vergine nella lava – Catania 2015

Maria sull’Etna (opuscolo curato dal Santuario Madonna della Sciara in occasione del 350° della conservazione del simulacro della Madonna sotto la lava) – 2019

– Autori vari – Etna 1669, storie di lava 350 anni dalla grande eruzione – Catania 2020, a cura dell’Istituto Nazionale di Geofisica e vulcanologia, della Università degli Studi di Catania e della Regione Siciliana

Con il titolo: la facciata del Santuario Mariano di Mompileri (foto Santo Scalia) 

 

 

 

 

L'articolo Mompileri, 12 marzo 1669. Quel giorno che cambiò tutto proviene da Il Vulcanico.

]]>
Etna e La Montagne Pelée, quelle due simil guglie https://ilvulcanico.it/etna-e-la-montagne-pelee-quelle-due-simil-guglie/ Sun, 01 Mar 2026 07:30:54 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26184 di Santo Scalia Il 2011 fu un anno particolarmente vivace, almeno per quanto riguarda le manifestazioni eruttive dell’Etna. L’attività del vulcano risultò concentrata principalmente al cosiddetto Cratere di Sud-Est [SEC, nelle pubblicazioni vulcanologiche in lingua inglese (n.d.A.)]. Dante, il Database of Etna’s historical eruptions pubblicato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), infatti ci ricorda […]

L'articolo Etna e La Montagne Pelée, quelle due simil guglie proviene da Il Vulcanico.

]]>
di Santo Scalia

Il 2011 fu un anno particolarmente vivace, almeno per quanto riguarda le manifestazioni eruttive dell’Etna. L’attività del vulcano risultò concentrata principalmente al cosiddetto Cratere di Sud-Est [SEC, nelle pubblicazioni vulcanologiche in lingua inglese (n.d.A.)]. Dante, il Database of Etna’s historical eruptions pubblicato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), infatti ci ricorda che l’Etna produsse una «serie di circa 50 episodi di fontane di lava o intensa attività stromboliana al SEC, con flussi di lava principalmente verso S, SE ed E, che hanno formato un nuovo cono (“Nuovo Cratere di Sud-Est”) sul fianco SE del SEC».

Il giornalista Alfio Di Marco, nell’edizione dell’11 settembre del quotidiano catanese La Sicilia, così riassumeva l’attività del vulcano: «Tutto è cominciato a gennaio con un grande buco – un «cratere a pozzo» come lo definiscono gli esperti – dove ha preso a concentrarsi l’attività esplosiva ed effusiva del vulcano. Da questo buco, apertosi alla base del versante orientale del Sud-Est, di volta in volta, il Gigante ha dato sfogo alla sua energia, vomitando nell’atmosfera milioni di tonnellate di materiale incandescente sotto forma di fontane di lava che hanno raggiunto un’altezza di centinaia di metri. E mentre dall’orlo del nuovo cratere il vulcano ha emesso copiose colate di fuoco, alle fontane di lava ha abbinato colonne di cenere che hanno raggiunto un’altezza di 9 chilometri, provocando la copiosa ricaduta di sabbia nera sui paesi pedemontani, sulla stessa Catania e lungo tutta la costa

Tracciato del tremore vulcanico registrato alla stazione ECNEZ dall’INGV l’8 settembre 2011

In particolare l’otto settembre, giovedì, ebbe inizio il 13° parossismo presso quello che ormai veniva definito il “nuovo cratere di sud-est”. Come da copione, in poche decine di minuti il tracciato del tremore vulcanico manifestò una ripida impennata, corrispondente all’aumento delle esplosioni che da stromboliane si trasformavano in fontane di lava: intorno alle ore 8:00 [Central European Summer Time (CEST)] cominciò lo spettacolo che si protrasse per poco più di due ore; infatti, terminata la fase parossistica, ancora secondo copione, altrettanto rapidamente la spinta energetica si esaurì e la calma ritornò alla sommità dell’Etna.

I venti dominanti portarono la colonna di tefra a riversarsi sui paesi del versante orientale etneo, mentre una modesta colata di lava si diresse nella sottostante Valle del Bove.

La guglia del Cratere di Sud-Est (foto S. Scalia)

Stavolta, però, qualcosa di diverso era accaduto: «L’ultimo parossismo, quello di giovedì scorso – spiegano i vulcanologi dell’Ingv – ha modificato ancora il cono piroclastico: due orli, quello meridionale e quello settentrionale sono cresciuti ancora in altezza, mentre continua a franare il fianco sud-orientale. È qui che un costone di roccia composto da scorie stratificate è stato ruotato e capovolto probabilmente dalla spinta del flusso lavico, creando una sorta di maestosa guglia alta una trentina di metri. Che, vista sotto un certo profilo, ha la forma che ricorda una “spina”, con pareti verticali e sub-verticali la cui consistenza appare molto precaria. E non è difficile prevedere che il prossimo parossismo cancellerà ogni traccia di questa straordinaria “scultura” della Natura». [da La Sicilia, edizione citata].

Una “scultura” effimera era apparsa nel fianco sud-orientale del cratere, una “guglia” che qualcuno definì pure col termine “spina”.

Come facilmente pronosticato, la vita di questa particolare struttura durò poco: soltanto undici giorni dopo, il 19 settembre, l’insorgere del 14° parossismo dell’anno cancellò quanto la Natura aveva creato in precedenza.

La guglia, o la spina, particolare formazione etnea (foto S. Scalia)

Ci rimangono però il ricordo e le immagini di quella strana formazione; ho avuto la possibilità di recarmi a quota 3000 metri il 17 di settembre, solo due giorni prima che sparisse. Nella fotogallery vengono riproposti alcuni scatti fotografici.

La particolare formazione del 2011 mi fa ricordare un’altra “guglia”, ben più grande di quella etnea e di diversa natura ed origine: la guglia formatasi alla Montagna Pelée, nella Martinica, in seguito alla terribile e mortale eruzione del 1902.

Foto di Alfred Lacroix tratte dall’opera La Montagne Pelée et ses éruptions (1904)

Il famoso vulcanologo Alfred Lacroix, nelle sue opere La Montagne Pelée et ses éruptions (1904) e La Montagne Pelée après ses eruptions (1908) la definì l’aguille terminale. In quel caso, però, la formazione rocciosa non si generò in seguito a dei crolli alla sommità del vulcano, ma fu creata dall’estrusione lenta di un magma particolarmente viscoso. La guglia si formò nel corso di circa 10 mesi, tra l’ottobre 1902 e l’agosto del 1903.

In quel caso la guglia raggiunse dimensioni notevoli, superando i 300 metri prima di essere lentamente smantellata da una successione di frane e crolli.

Con il titolo: a sinistra la guglia dell’Etna, a destra quella de La Montagne Pelée

 

 

 

 

 

 

L'articolo Etna e La Montagne Pelée, quelle due simil guglie proviene da Il Vulcanico.

]]>
La “Casermetta di Monte Spagnolo” al CAI Sicilia https://ilvulcanico.it/la-casermetta-di-monte-spagnolo-al-cai-sicilia/ Mon, 23 Feb 2026 10:36:38 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26210 Riceviamo e volentieri pubblichiamo dal Club Alpino Italiano, Gruppo Regionale Sicilia  COMUNICATO STAMPA Assegnata dal Comune di Randazzo. Il presidente nazionale del sodalizio, Antonio Montani, ha visitato la struttura che entrerà a far parte della rete dei rifugi CAI Lo storico rifugio “Casermetta di Monte Spagnolo” è stato assegnato dal Comune di Randazzo, ente proprietario, […]

L'articolo La “Casermetta di Monte Spagnolo” al CAI Sicilia proviene da Il Vulcanico.

]]>
Riceviamo e volentieri pubblichiamo dal Club Alpino Italiano, Gruppo Regionale Sicilia 

COMUNICATO STAMPA

Assegnata dal Comune di Randazzo. Il presidente nazionale del sodalizio, Antonio Montani, ha visitato la struttura che entrerà a far parte della rete dei rifugi CAI

Lo storico rifugio “Casermetta di Monte Spagnolo” è stato assegnato dal Comune di Randazzo, ente proprietario, al Gruppo Regionale del Club alpino italiano. L’edificio si trova a circa 1500 metri di quota sul versante settentrionale dell’Etna. Entro breve tempo la struttura potrà diventare un prezioso punto di riferimento per gli escursionisti che vorranno frequentare quel versante del vulcano.

Monte Spagnolo, la firma dell’accordo

Dopo l’espletamento di una evidenza pubblica, il contratto di comodato è stato firmato presso l’ufficio tecnico del Comune, alla presenza di due componenti della Commissione straordinaria che amministra l’Ente. Successivamente i rappresentanti del CAI hanno preso possesso dell’immobile. Si avvia così a conclusione l’iter di rilancio di un edificio comunale, risalente al periodo fascista, che da circa dieci anni è stato ristrutturato, restando però del tutto inutilizzato. “Siamo molto grati all’ufficio tecnico comunale e alla intera Commissione straordinaria che amministra il Comune di Randazzo– ha dichiarato Giuseppe Riggio, presidente regionale di CAI Sicilia – per aver saputo sbloccare in pochi mesi l’utilizzo di una risorsa di fondamentale importanza per il turismo escursionistico etneo. Saremo impegnati, con la passione dei volontari ma avvalendoci anche della secolare esperienza del Club alpino italiano, a rendere disponibile questo prezioso fabbricato a quanti vogliono scoprire il versante più integro del Parco dell’Etna”.

Anche il presidente nazionale del Club alpino italiano, Antonio Montani, presente sull’Etna nei giorni scorsi, ha voluto andare a visitare la nuova struttura assegnata a CAI Sicilia insieme a Mario Vaccarella, componente del consiglio direttivo centrale del sodalizio: “Il CAI attraverso le sue strutture territoriali ha sviluppato competenze profonde nella gestione di circa 700 strutture montane – ha spiegato Montani  siamo ben felici che anche CAI Sicilia abbia un compatto, ma attrezzato edificio da dedicare all’accoglienza sul vulcano”.

L’importanza della “Casermetta di Monte Spagnolo” è legata al fatto che si trova lungo la pista forestale che circonda due versanti dell’Etna, per una lunghezza di circa 35 chilometri. La struttura potrà garantire il pernottamento lungo il Sentiero Italia CAI e come posto tappa del Gran Tour Etneo a circa 10 ospiti. Dal rifugio si può inoltre agevolmente accedere alla famosa Grotta del Gelo e alla splendida, circostante faggeta.

Presente al primo sopralluogo alla struttura anche il presidente del Gal terre dell’Etna e dell’Alcantara, Ignazio Puglisi, che ha sostenuto il Comune di Randazzo nel percorso di recupero della struttura e di restituzione alla pubblica fruizione, e i soci della Sottosezione CAI di Randazzo, con il suo reggente Stefano Castellana, che collaboreranno alla conduzione del rifugio. Nei pressi della Casermetta è operativo anche un bivacco forestale gestito dal Dipartimento sviluppo rurale della Regione Siciliana

Con il titolo: la Casermetta di Monte Spagnolo

L'articolo La “Casermetta di Monte Spagnolo” al CAI Sicilia proviene da Il Vulcanico.

]]>
Quel mosaico di faglie. “La crosta terrestre sotto lo Stretto di Messina è tutt’altro che stabile” https://ilvulcanico.it/quel-mosaico-di-faglie-la-crosta-terrestre-sotto-lo-stretto-di-messina-e-tuttaltro-che-stabile/ Tue, 17 Feb 2026 15:34:07 +0000 https://ilvulcanico.it/?p=26177 FONTE: https://ingvterremoti.com/ Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina e Reggio Calabria. Da allora, […]

L'articolo Quel mosaico di faglie. “La crosta terrestre sotto lo Stretto di Messina è tutt’altro che stabile” proviene da Il Vulcanico.

]]>
FONTE: https://ingvterremoti.com/

Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina Reggio Calabria. Da allora, geologi e sismologi di tutto il mondo hanno cercato di capire quale faglia  possa aver causato quel  terremoto e quali processi profondi continuino a generarne altri.

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista internazionale Tectonophysics e condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e di alcune università italiane ed europee, offre oggi una visione più chiara e completa della struttura geologica dello Stretto. Lo studio, dal titolo “Structural development and seismogenesis in the Messina Straits revealed by stress/strain pattern above the edge of the Calabrian slab”, integra dati sismologici e geofisici marini, e analizza oltre 2.400 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019, rilocalizzati con tecniche di precisione e considerando anche dati registrati da sistemi di monitoraggio posti sul fondale marino (osservatorio multidisciplinare NEMO-SN1 e 7 Ocean Bottom Seismometers – OBSs installati durante l’esperimento Seismofaults; Sgroi et al., 2021a; Sgroi et al., 2021b; Sgroi et al., 2021c).

Un laboratorio naturale di geodinamica mediterranea

Lo Stretto di Messina si trova in un punto di incontro tra due grandi placche: quella africana, che spinge verso nord, e quella eurasiatica, che resiste e scivola sopra di essa. Qui la crosta terrestre si piega, si spezza e si muove lungo una serie di faglie attive, in un complesso gioco di compressione, distensione e scorrimento laterale. A sud-est, nel Mar Ionio, la placca africana si immerge sotto la Calabria, formando la cosiddetta “subduzione calabra” dove un lembo della crosta oceanica dell’antico oceano della Tetide scende lentamente nel mantello terrestre.

Questo lento movimento di subduzione trascina con sé la parte superiore della crosta, generando deformazioni che si estendono fino in superficie e che plasmano la morfologia dello Stretto. È un processo che, nel corso di milioni di anni, ha dato origine a catene montuose, faglie e depressioni marine, ma che ancora oggi è all’origine di terremoti potenzialmente distruttivi.

Due zone dove nascono i terremoti

Dall’analisi dei dati, i ricercatori hanno individuato due principali strati della crosta terrestre dove si concentra l’attività sismica:

  • uno superficiale, tra 6 e 20 km di profondità, dove si sviluppano i terremoti più frequenti e più legati alla deformazione della crosta continentale;
  • uno più profondo, tra 40 e 80 km, associato anche ai movimenti della placca ionica in subduzione sotto la Calabria.

Questa doppia struttura sismogenetica indica che la deformazione avviene su più livelli e con meccanismi diversi: nella parte superiore dominano le forze estensionali, che tendono ad allungare e sprofondare la crosta, mentre più in profondità si manifestano anche forze compressive, legate alla convergenza tra Africa ed Europa.

Distribuzione epicentrale della sismicità registrata tra il 1990 e il 2019 (cerchi neri pieni). Le linee arancioni indicano le faglie attive descritte nell’area dello Stretto di Messina da Lavecchia et al., 2024 e Barreca et al., 2021. Le linee rosse rappresentano le faglie descritte in questo nuovo studio. La stella rossa indica l’epicentro del terremoto del 1908 (Boschi et al., 1989). L’area a forma sigmoidale, di colore giallo chiaro, evidenzia la zona principale di deformazione all’interno del bacino dello Stretto.

Un mosaico di faglie, non una sola “grande spaccatura”

Uno dei risultati più interessanti del lavoro è che la deformazione nello Stretto di Messina è controllata da un sistema complesso di faglie interconnesse. Queste strutture si estendono sia a terra che sotto il mare e si muovono in modo coordinato, come le tessere di un mosaico che si adattano e scorrono l’una sull’altra.

Le nuove immagini sismiche acquisite sul fondale hanno rivelato scarpate morfologiche, e dislocazioni nei sedimenti recenti, segni inequivocabili di deformazione attiva. Anche se molte di queste tracce sono cancellate dalle forti correnti marine o dai frequenti movimenti franosi dei versanti, la loro presenza conferma che la crosta terrestre sotto lo Stretto è tutt’altro che stabile.

Dal 1908 a oggi: cosa sappiamo della sismicità attuale

Negli ultimi trent’anni, la Rete Sismica gestita dall’INGV e i sistemi di monitoraggio sottomarini hanno registrato solo terremoti di bassa e media magnitudo nell’area dello Stretto, alcuni dei quali si sono verificati in piccoli raggruppamenti dando origine ad alcune sequenze sismiche.

Queste sequenze recenti, spesso localizzate vicino all’epicentro del sisma del 1908, mostrano meccanismi di fagliazione coerenti con quelli individuati nello studio: piccoli segmenti di faglie orientate NE–SW che si attivano a profondità comprese tra 4 e 12 km.

Perché questi risultati sono importanti

Comprendere la geometria e il comportamento delle faglie sotto lo Stretto di Messina non è solo un esercizio accademico: è fondamentale per migliorare la valutazione della pericolosità sismica in una delle zone più densamente popolate e vulnerabili d’Italia.

Questo lavoro dimostra che la deformazione della crosta terrestre in quest’area è fortemente influenzata dai processi profondi legati alla subduzione della placca ionica, e che la sismicità superficiale rappresenta la manifestazione di movimenti che avvengono a decine di chilometri di profondità.

Questa nuova visione geodinamica integra per la prima volta in modo coerente le osservazioni sismologiche, geofisiche e morfologiche, fornendo una base più solida per gli studi futuri sulla sismogenesi dello Stretto e sulla pericolosità sismica dell’area.

Lo Stretto di Messina non è solo una frontiera tra due regioni italiane, ma anche il confine dinamico tra due placche terrestri in continua collisione. Sotto quelle acque si nasconde un sistema di faglie attive che racconta una storia di movimenti millenari, ma anche di un futuro sismico che dobbiamo continuare a studiare con attenzione.

Il lavoro è disponibile al link: https://doi.org/10.1016/j.tecto.2025.230920.

A cura di Tiziana Sgroi (INGV – Roma 2), Graziella Barberi (INGV – OE), Luca Gasperini (ISMAR – CNR), Rob Govers (Università di Utrecht), Nicolai Nijholt (Università di Utrecht), Giuseppe Lo Mauro (Università di Bari), Marco Ligi (ISMAR – CNR), Andrea Artoni (Università di Parma), Luigi Torelli (Università di Parma), Alina Polonia (ISMAR – CNR).

Bibliografia

Barreca, G., Gross, F., Scarfì, L., Aloisi, M., Monaco, C., Krastel, S., 2021. The Strait of Messina: Seismotectonics and the source of the 1908 earthquake. Earth Science Reviews 218, 103685. https://doi.org/10.1016/j.earscirev.2021.103685.

Boschi, E., Pantosti, D., Valensise, G., 1989. Modello di sorgente per il terremoto di Messina del 1908. Atti Convegno GNGTS 8, 245–258.

Lavecchia, G., Bello, S., Andrenacci, C., Cirillo, D., Pietrolungo, F., Talone, D., et al., 2024. QUIN 2.0 – new release of the QUaternary fault strain INdicators database from the Southern Apennines of Italy. Scientific Data 11 (1), 189. https://doi.org/10.1038/ s41597-024-03008-6.

Sgroi, T., Polonia, A., Barberi, G., Billi, A., Gasperini, L., 2021a. New seismological data from the Calabrian arc reveal arc-orthogonal extension across the subduction zone. Scientific Reports 11 (1), 473. https://doi.org/10.1038/s41598-020-79719-8.

Sgroi, T., Barberi, G., Marchetti, A., 2021b. The contribution of the NEMO-SN1 seafloor observatory to improve the seismic locations in the Ionian Sea (Italy). Annals of Geophysics 64 (6), SE655. https://doi.org/10.4401/ag-8575.

Sgroi, T., Polonia, A., Beranzoli, L., Billi, A., Bosman, A., Costanza, A., et al., 2021c. One Year of Seismicity Recorded Through Ocean Bottom Seismometers Illuminates Active Tectonic Structures in the Ionian Sea (Central Mediterranean). Frontiers in Earth Science 9. https://doi.org/10.3389/feart.2021.661311.

L'articolo Quel mosaico di faglie. “La crosta terrestre sotto lo Stretto di Messina è tutt’altro che stabile” proviene da Il Vulcanico.

]]>