di Santo Scalia

«Catania, 2 novembre notte. […] Verso le ore 15 una enorme colonna di fumo si è innalzata dai crateri del 1911, e poscia, verso le ore 18, grandi bagliori si sono notati nella Valle del Leone, presso Pizzi Deneri». Così recitava un dispaccio da Catania, ripreso dal Corriere della Sera. Annunciava l’inizio di una nuova eruzione dell’Etna.

Nella notte del 3 una nuova frattura eruttiva si apriva a Serra delle Concazze; il 4 la frattura riaffiorava alla Ripa della Naca; il 6 la colata lavica raggiungeva le prima case di Mascali che, il giorno 7, veniva sepolta.

Questa, in poche righe, la fase iniziale dell’eruzione etnea che nel 1928 cancellò quasi totalmente la cittadina di Mascali.

Cartina dal Corriere di Catania dell’8 Novembre 1928 (collezione personale)

Voglio ricordare quei tragici giorni riproponendo due miei racconti, in parte frutto della fantasia, ma ben aderenti alla triste realtà di allora: i personaggi protagonisti (Pippinu, Pitrina, Carmilina, Jangilu Mallampa, Nardu u Carritteri, Patri Don Pippinu) stanno a cavallo del filo sottile che separa la storia dall’immaginazione, il reale dal fantastico.

Il primo dei due racconti, “U focu calava comu l’acqua”, è stato pubblicato dal blog ilvulcanico.it il 4 novembre 2018, in occasione del 90° anniversario dell’eruzione; il secondo, “Era Novembre”, è la novella vincitrice del Premio Speciale Andrea Camilleri in occasione della IV edizione del Contest “Sicilia Dime Novels, curata dall’Associazione Mascalucia-Doc e pubblicato, in anteprima, il primo di agosto dell’anno in corso, sempre dal blog ilvulcanico.it.

“U FOCU CALAVA COMU l’ACQUA”

 Pippinu guardava preoccupato verso il monte.

Al di là della collina sopra u Cutrazzu, al di là della casetta e del pino che dominavano il paese un diffuso rossore, un riverbero di fuoco, copriva il cielo.

Pippinu aveva da poco comprato, col frutto dei risparmi di una vita, un pezzo di terra appena fuori dal paese, ai passi chiusi, subito dopo il passaggio a livello. Aveva già cominciato a realizzare le fondamenta della casa che aveva in mente di costruire, per la sua famiglia: Pitrina, donna di casa, e otto figli (il nono doveva ancora arrivare).

In verità non era solo Pippinu ad essere preoccupato; tutto il paese di Nunziata lo era. Ed erano altrettanto preoccupate anche le popolazioni di Puntalazzo, di Muntarianu (Montargano), di Mascali.

Due giorni prima la Muntagna aveva scassato a Serra delle Concazze e una colata di lava aveva cominciato a scorrere tra la Cerrita e il piano delle Donne, minacciando il paese di Sant’Alfio: il Patrono aveva fatto il suo compito, quello di proteggere la popolazione e le case, e la lava si era già fermata. Ora dicevano che il vulcano aveva aperto una bocca alla Ripa della Anaca (questa l’ortografia dell’epoca per il luogo oggi detto della Naca); dicevano pure che la lava si riversava, con numerosi bracci, nella fossa di Santoro, in contrada Giuliana.

La lava nel torrente Pietrafucile (da un periodico dell’epoca)

Ma la preoccupazione era alleviata dalla fede: San Lunardu di certo non era da meno di Alfio! Mascali, di cui San Leonardo era il santo patrono, si trovava ad un tiro di schioppo da Nunziata: passata la chiesa del Calvario, subito dopo il cimitero, attraversato il ponte si era già nel paese. Se San Leonardo avesse dovuto intervenire, il suo intervento avrebbe salvato anche Nunziata, oltre a Mascali. E poi, per di più, il paese era “dedicato” a Maria Annunziata!

I più informati, i pezzi grossi del partito, dicevano di aver saputo che i primi massi di lava cominciavano a rotolare nell’alveo del Pietrafucile, il torrente che più a valle si ingrandiva, si allargava, cambiava nome e diventava u Vaddunazzu.

U Vaddunazzu riporta alla mia mente anche il ricordo di un episodio triste raccontatomi da mia madre, quello di una terribile quanto improvvisa piena, causata da piogge particolarmente intense, e a causa della quale sua nonna, nel tentativo di raggiungere il marito sull’altra sponda, fu travolta e portata via.

Se la lava si fosse incanalata nel suo alveo sarebbe stata certamente guidata, come una monorotaia guida un convoglio, verso Mascali. E chissà, forse anche Nunziata sarebbe stata travolta. Pippinu, da uomo pratico e previdente, tornò in Via dei Giardini, alla casa dove abitava, e disse a Pitrina che era meglio lasciare il paese, portare via l’indispensabile e chiedere ospitalità ad Angilu, fratello di Pitrina, che aveva la casa o Scarruni, una zona più in alto e riparata dalla Timpa. Le raccontò sottovoce che ‘nta chiazza si diceva che il paese era in pericolo, che qualcuno che c’era stato raccontava che «u focu calava comu l’acqua!».

Carmilina ascoltava, col cuore colmo di timore di quindicenne. Lei – la terza degli otto figli, la sola femmina ancora in casa – dava una mano, una grande mano, alla madre incinta: si occupava del bucato (non c’era la lavabiancheria, non c’era l’acqua calda nei rubinetti di casa), si occupava di impastare la farina nta maìdda, di infornare le forme di pane e di controllarne la cottura; e nel tempo libero… aiutava a crescere i più piccoli dei fratelli che la seguivano. Unico svago, il sabato pomeriggio, andare al collegio delle suore Salesiane (a pochi passi dalla casa dove viveva) e giocare nel cortile con le coetanee.

Aveva sentito il racconto di Pippinu ed aveva percepito la sua preoccupazione. Allora non era d’uso intervenire nei discorsi dei grandi; preso il coraggio a due mani esclamò: «Bi, pi tanticchiedda di focu! Pari chi sta succidennu!».

Pippinu non la sgridò per aver osato intervenire, anzi, cercando di rassicurarla le disse: «Dumani veni cu mia ca ti portu a vidiri u focu».

E vide il fuoco.

Così come l’amante dell’arte viene colpito dalla sindrome di Stendhal al cospetto di un’opera di straordinaria bellezza, Carmilina rimase impietrita davanti ad uno spettacolo della natura tra i più sublimi, meravigliosi e terribili.

Difficile descrivere la tempesta di sensazioni visive, acustiche, olfattive, termiche. Solo chi ha avuto la possibilità di accostarsi ad una colata di lava che scorre può immaginarle, per averle a sua volta provate. Era vero: u focu scorreva come l’acqua. La roccia fusa avanzava come un cingolato sul terreno; le pietre che stavano sopra, poco dopo facevano da base allo scorrere della corrente di fuoco. Rumori caratteristici colpivano i timpani, quasi di cocci frantumati, a volte metallici, a volte vitrei. Il calore portato dal vento insieme ad un diffuso odore di zolfo, il calore che, senza bisogno del vento, si irradiava dalla colata e si percepiva sulle gote. Lì, dalle balze sopra Nunziata, si intuiva che il torrente, col suo letto scavato dall’acqua, avrebbe portato il fuoco diritto nel centro di Mascali, dato che proprio in centro, sotto la piazza, accanto alla Chiesa Madre, passava il torrente!

Forse anche Nunziata sarebbe stata sommersa, sarebbe bastata una sbavatura della colata, una rottura di uno degli argini che si erano formati, ed anche questo paese sarebbe scomparso. Così parve che accadesse: un ramo sembrava dirigersi verso la Nunziatella… ma si arrestò presto.

Per Nunziata il miracolo era avvenuto.

Il gruppo in legno e gesso della Madonna Annunziata viene portata in processione per lo scampato pericolo (collezione personale)

Lo stesso non avvenne per Mascali: il giorno dopo, dalle alture dello Scarrone, la gente attonita assistette alla sua scomparsa, casa dopo casa, chiesa dopo chiesa. Il paese era stato evacuato in brevissimo tempo e di Mascali non rimase altro che la chiesa di Sant’Antonino e le poche case che le stavano attorno.

Nunziata in primo piano e Mascali, prima e dopo la distruzione (collezione personale)

Pochi giorni dopo, tutto fu tranquillo. La corrente di lava era passata solo ad alcune decine di metri dal terreno di Pippinu, interrompendo la ferrovia Circumetnea e la strada provinciale che portava a Piedimonte. Pippinu e la sua famiglia fecero ritorno al loro alloggio di Via dei Giardini e lui potè continuare a lavorare alla costruzione della casa nella quale poi, lui e Pitrina, vissero il resto della loro esistenza. La casa che fu di Pippinu c’è ancora, a Nunziata, subito dopo il passaggio a livello della “Circum” e poco prima di ciò che oggi rimane ancora visibile della colata del ’28.

 

ERA NOVEMBRE

In paese pochi conoscevano i cognomi dei compaesani, tutti ne conoscevano invece u ngiuriu. Questo identificava le persone, ma a volte anche la stirpe: u ngiuriu lo si riceveva – quasi fosse un battesimo – per proprie caratteristiche fisiche (così come era accaduto a Turi Ciunchella o a Mara a Mustazza) o lo si ereditava per l’appartenenza alla famiglia (come Neddu u Saristanu o Ciccu Coppulastorta) o ancora per la provenienza (Anna a Missinisa o Fina a Santaffiota).

U Zu Jangilu Mallampa – uomo concreto, sbrigativo, di un’energia irrefrenabile – era figlio di Saru Mallampa, figlio questo a sua volta di Angelo Parisi, che per un misto di fortuna e di sventura, mentre un giorno tornava a casa dalla campagna, sotto un diluvio di pioggia, lampi e tuoni tali da fermare il cuore, fu colpito da un fulmine. Per sua fortuna il suo paracqua aveva il manico di legno, e la scarica lo colpì solo di striscio; nonostante ciò rimase stordito per il resto della sua vita: era, come si diceva, allampato.

Jangilu aveva da poco terminato di costruire la sua casa o Scarruni, sulla strada per San Giovanni. I vicini la chiamavano u palazzettu, perché si differenziava dalle altre case dei dintorni, tutte ad unico piano; u palazzettu, oltre ad avere un ampio deposito a livello della strada, aveva un primo piano con ampie stanze dai soffitti altissimi, ed una soffitta per scatafotterci – come amava dire lui – tutte quelle cianfrusaglie inutili, ma che un giorno avrebbero potuto tornare utili.

Successe tutto il giorno dopu u jornu i’ santi, il venerdì due novembre, ‘nto jornu de’ morti: quasi tutti i paesani erano stati al cimitero, poco fuori Mascali: al ritorno, mentre gli uomini si trattenevano ‘nta Chiazza, qualcuno vide una bella fumata sopra la cima dell’Etna. Dalla piazza di Nunziata, infatti, dell’Etna si vedeva solo la cima.

«A Muntagna s’arrimina, sà chi voli fari» disse qualcuno, senza però agitarsi più di tanto.

«Scassau a Muntagna! Stanotti scassaù supra a Giuliana, u focu scurri ‘nte Fossi i’ Santoru!»

Lunedì mattina, era il cinque, di buonora Jangilu si vestì e scese in piazza: aveva quasi un presentimento, una sensazione epidermica, come di qualcosa che non andasse per il verso giusto. Incontrò Pippinu, suo cognato, parlò con lui dell’appezzamento di terreno che questi stava per acquistare giù, dopo le ultime case del paese, e nel quale avrebbe voluto realizzare la casa per se stesso, per Pitrina, sua moglie, e per gli otto figli. Pippinu aveva già sborsato la caparra e stava cercando di ingaggiare na para di giuvini e di carusi.

Poco dopo, qualcuno che scendeva da Puntalazzo o da Sant’Alfio portò la notizia: «Scassau a Muntagna! Stanotti scassaù supra a Giuliana, u focu scurri ‘nte Fossi i’ Santoru!».

 «Minchia!» esclamò Jangilu Mallampa; «Voi vidiri ca si porta di quattru pedi di cirasi ca haiu supra u Sautu Corvu?». Cicciu Coppulastorta, che si trovava lì vicino, a sua volta aggiunse: «Ma di chi vi preoccupati, d’i campagni? D’i  nostri casi n’ama a preoccupari!».

E aveva ragione. Se la lava era fuoriuscita sopra la contrada Giuliana, allora in pericolo c’erano terreni e paesi che, più a valle, si trovavano lungo il corso dei due vadduni della zona, il Torrente Pietrafucile (che attraversava il centro di Mascali e lì diventava u Vaddunazzu), ed il Torrente Corvo, che invece attraversava Nunziata, proprio qualche decina di metri più in là di dove loro si trovavano.

Zu Jangilu Mallampa si rabbuiò in viso, fece un rapido calcolo, poi sentenziò: «A Muntagna a mia m’annaca! Jù a casa ma fici o Scarruni» e sogghignò, certo che, data la posizione sopraelevata del quartiere dove lui aveva costruito, l’avrebbe scampata. Intanto la Muntagna faceva la sua scelta: lasciò perdere il Torrente Corvo e incanalò invece la sua lava nel Pietrafucile.

Forse Nunziata non sarebbe stata distrutta ma, se la lava non si fosse fermata prima, per Mascali non ci sarebbe stato scampo!

E la lava, inesorabile, non s’arrestò prima di giungere alle prime case di Mascali: guidata dal tracciato del Vallonazzo, arrivò proprio al cuore del paese.

Leonardo Caltabiano, per tutti Nardu u Carritteri, stava attonito accanto alla chiesa del Calvario, proprio sotto Nunziata: aveva riposto tutta la sua fiducia nel Santo Patrono del paese, del quale lui stesso portava il nome: Leonardo, Lunardu.

Non solo il Santo era stato incapace di salvare il paese, ma per giunta proprio nel giorno della sua festa, il sei di novembre, il paese era stato cancellato dalla lava! Viva San Lunardu aveva gridato a squarciagola fino a quando la Chiesa Madre, la “casa” del Santo, non era crollata: prima la copertura della navata centrale, poi la grande cupola ed infine la facciata che nella sua sommità ospitava le campane.

Fu proprio quando le campane caddero insieme alle macerie della facciata, emettendo un ultimo, lugubre rintocco, che Nardu, rimarcando l’impotenza dimostrata dal suo Santo ma ricordando che invece, pochi giorni prima, un altro Santo Protettore, Sant’Alfio, aveva fatto il suo dovere salvando l’omonimo paese, pianse. Qualche compaesano vicino a lui cercò di consolarlo: «Nardu, non fari accussì!»; con voce sommessa, scandendo le parole, lui rispose: «Jù non mi chiamu chiù Lunardu, jù ora mi chiamu Affiu!».

A Nardu non rimaneva più né una casa, né un lavoro, e nemmeno la fede.

Neanche i morti avevano avuto pace: poco prima che la lava arrivasse a ghermire le case del paese la tranquillità del cimitero era stata turbata dal duro rumore dei massi che avanzavano tra le cappelle e le croci. Mentre i cipressi si accendevano come fiammiferi le lapidi di marmo spezzate dall’impeto della colata si frantumavano, emettendo a volte sordi rimbombi, a volte schiocchi secchi, come di frusta.

Dalle cappelle squarciate alcune bare venivano rivoltate, cadevano dai loculi e poi venivano ricoperte dai massi. Solo i resti dei più poveri, quelli sepolti nella terra, furono rispettati: ricoperti dalla coltre incandescente furono sigillati per sempre, e ancora stanno lì, sotto metri e metri di pietre. Nessuno sa dove esattamente siano, nessuno può portare loro un fiore, nessuno li va a trovare nel giorno dei morti.

Intanto Jangilu Mallampa non si frenava più nel magnificare la sua scelta di costruire la sua casa proprio lì dove l’aveva costruita, allo Scarruni; vi aveva ospitato la sorella Pitrina, suo marito Pippinu ed i loro figli. Lui di suoi ne aveva soltanto tre, ma era ben felice di aggiungerne, anche se temporaneamente, altri otto. L’autunno era già avanzato e Jangilu aveva fatto, come sempre faceva, scorte di olio, vino, castagne e farina. Le sue terre, tra il Carmine e San Giovanni, non erano sotto lo scacco del vulcano, in quella partita che ormai era stata chiusa con un matto dato al paese di Mascali. Buttigghi ‘i sassa ce n’erano a volontà, u strattu riempiva varie burnie e di truiaca sicca ce n’erano pieni sacchi interi.

Più di una volta, in quei giorni di fuoco, Mallampa ricevette la visita di Patri Don Pippinu – il sacerdote Don Giuseppe Patanè – che oltre ad essere l’arciprete della chiesa madre di Nunziata, si dilettava a far fotografie: saliva per Via Etnea portandosi dietro il treppiedi di legno, la sua camera oscura e un paio di lastre di vetro; poi, giunto alla chiesetta della Nunziatella, imboccava la stradina detta da’ Chiazzetta e quindi, superato il vadduni, saliva  per la scorciatoia che giungeva alla fontanella: qui era d’uso fermarsi qualche minuto, rinfrescarsi bevendo un paio di sorsi direttamente do cannolu e sedersi sul muretto per  riprendere le forze.

Jangilu lo guardava arrancare dall’alto del suo balcone e, non appena lo vedeva arrivare alla fontanella, ordinava: «Nedda, metti supra a cafittera, sta vinennu u parrinu!». Don Pippinu, sorbito il graditissimo caffè (non tutti si potevano permettere di gustarlo, era cosa da benestanti, e Jangilu lo era), montava il treppiedi sul balcone d’arreri, da dove lo sguardo spaziava da Porto Salvo a Nunziata, e poi da Mascali fino Riposto ed oltre, finanche alla Torre di Archirafi, e dopo aver inserito la lastra nelle apposite scanalature della camera scattava e cominciava a contare… unu, dui, tri, quattru!

«Chisti su pi chiddi ca Mascali non l’ana vistu, e no ponnu vidiri chiù!».

Una cosa buona la lava l’aveva fatta: il terreno che Pippinu avrebbe voluto comprare da Don Marianu Patanè – Fasulinu per tutti i mascalesi – ora valeva meno della metà di quanto non valesse soltanto pochi giorni prima. Bisognava solo avere pazienza, e aspettare che la furia del vulcano si calmasse, che lo stradone per Piamunti venisse riaperto – cosa che la Milizia avrebbe sicuramente fatto al più presto – prima di cominciare a spianare e tracciare il perimetro delle fondamenta con la calce bianca.

E Pippinu la pazienza ce l’aveva.

Con il titolo: da un lavoro degli alunni dell’Istituto Comprensivo Statale di Mascali, Plesso di Fondachello (a.s. 2018-19)

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