di Santo Scalia

L’Etna ci ha abituato ad assistere a fenomeni eruttivi che possiamo classificare come principalmente effusivi, ma anche ad episodi di particolare energia che classifichiamo come esplosivi. Basta pensare ai parossismi offerti dal Cratere Centrale alla fine del 2015, nel mese di dicembre, ma anche nel 1998, nel 1989, nel 1964, nel 1960 e tante altre volte ancora.

Per quanto impressionanti possano essere stati questi eventi parossistici, alla luce delle fonti antiche dobbiamo pensare che siano stati poca cosa, se paragonati a ciò che avvenne 122 anni prima della nascita di Cristo.

In Sicilia governavano allora i Romani, ed era console Cn. Domitius Ahenobarbus (Gneo Domizio Enobarbo) quando l’Etna, dopo una iniziale attività esplosiva – che oggi definiremmo “stromboliana” – produsse una debole attività freatomagmatica (cioè dovuta all’interazione tra il magma e le acque presenti nel sottosuolo). A questa seguì una intensa attività esplosiva, del tipo oggi definito “pliniano”, con una grandissima emissione di cenere. A conclusione, ancora una volta, il vulcano manifestò delle esplosioni di tipo freatomagmatico.

Il termine pliniano, ricordiamo, deriva dal nome del naturalista e scrittore latino Plinio, detto il Vecchio, ma anche da quello dell’omonimo nipote, detto il Giovane, che con le sue lettere a Tacito rese immortale la drammatica eruzione vesuviana del 79 d.C.

Mappa delle isopache (linee che congiungono tutti i punti di uguale spessore di un corpo geologico) dei depositi dovuti all’attività pliniana del 122 a.C.

Già a metà degli anni Ottanta del secolo scorso lo studioso francese Guy Kieffer aveva identificato questa eruzione, della quale aveva discusso nella sua tesi. La colonna eruttiva generata dal cratere nel 122 a.C., secondo la stima di Carey e Sparks (1986), raggiunse una altezza tra i 24 ed i 26 chilometri e la ricaduta di materiale piroclastico (ceneri e lapilli), come stabilito dagli studi di Coltelli, Del Carlo e Vezzoli (1998), avvenne principalmente nel settore sud-orientale dell’edificio vulcanico, interessando il tratto di costa tra Acireale e Catania. In quest’ultima città il peso dovuto all’accumulo di cenere fu tanto grande da causare il crollo di tantissime abitazioni.

I danni alle case, ma anche alle coltivazioni ed alle attività economiche, furono talmente ingenti da indurre il Senato romano ad esonerare i catanesi dal pagamento delle tasse per un periodo di ben 10 anni.

In seguito a questa notevole attività esplosiva, nell’area che ricade all’interno di quella struttura denominata dagli studiosi Cratere Ellittico (generatasi all’incirca 15.000 anni fa), alla quota di circa 2900 metri si formò un’enorme depressione, dal diametro di circa 2 chilometri, chiamata dagli studiosi il Cratere del Piano. Le numerose successive attività del vulcano colmarono poi l’enorme voragine, ed oggi sopra la grande depressione insistono i tre principali crateri sommitali, cioè il Cratere Centrale (comprendente la cosiddetta Voragine e la Bocca Nuova), il Cratere di Nord-Est (nato nel 1911) ed il complesso del Cratere di Sud-Est (formatosi nel 1971).

Particolare dal volume Mount Etna, the anatomy of a volcano di Chester, Duncan, Guest e Kilburn – 1985

I depositi dovuti alla ricaduta delle piroclastiti sono state individuate anche nei fondali del  Mar Ionio fino ad una distanza di circa 400 chilometri, dove lo spessore misurato è stato di quasi 3 centimetri, mentre a 5 chilometri dalla costa catanese lo spessore risulta di ben 16 centimetri.

L’intensa attività esplosiva dell’Etna è testimoniata, anche se la datazione non è certa al cento per cento, dagli autori latini Titus Lucretius Caro (poeta del 1° sec. a. C.), Marcus Tullius Cicĕro (scrittore e oratore latino 106 a. C. – 43 a. C.), Lucius Annaeus Seneca (filosofo e scrittore 4 a. C. – 65 d. C.), oltre che dal geografo greco Strabone.

Ma andiamo ad analizzare le fonti.

Lucrezio, nel libro VI del poema didascalico De rerum natura – spiega il perché, a volte, spirino fuochi dalle fauci del Monte: «Or, qual sia la cagion che dalle fauci d’Etna / spirin tal or con sì gran turbo fuochi e fiamme, / io dirò: che già non sorse / questa di tetro ardor procella orrenda / di mezzo a qualche strage, e le campagne / di Sicilia inondando i convicini / popoli sbigottiti a sè converse, / quando, tutti del ciel veggendo i templi / fumidi scintillar, s’empíano il petto / d’una cura sollecita e d’un fisso / pensiero, onde temean ciò che natura / macchinasse di nuovo a’ danni nostri.» (traduzione di Alessandro Marchetti, 1717).

Dall’edizione newyorkese del De Rerum Natura edita nel 1861
Nunc ratio quae sit, per fauces montis ut Aetnae / expirent ignes interdum turbine tanto, / expediam. Neque enim mediocri clade coorta / flammea tempestas Siculum dominata per agros / finitimis ad se convertit gentibus ora, / fumida cum caeli scintillare omnia templa / cernentes pavida complebant pectora cura, / quid moliretur rerum natura novarum.»]

Cicerone, nel secondo libro del De natura deorum ( opera scritta tra il 45 ed il  44 a.C.) ci descrive gli effetti di una tremenda eruzione: «Proviamo poi a pensare a delle tenebre, così dense, quanto – si dice – a causa dell’eruzione dei fuochi dell’Etna abbiano oscurato le terre vicine, tanto che per due interi giorni nessun uomo poté vedere gli altri, e al terzo giorno all’apparire del sole sembrò loro di rinascere».

Dall’edizione del De natura Deorum edita a Cambridge (MA – U.S.A.) nel 1883
Nos autem tenebras cogitemus tantas, quantae quondam eruptione Aetnaeorum ignium finitimas regiones obscuravisse dicintur, ut per biduum nemo hominem homo agnosceret, cum autem tertio die sol illuxisset, tum ut revixisse sibi videntur.»]

Strabone (Στράβων), storico e geografo greco vissuto tra il 63 a.C. ed il 23 d.C. , nella sua opera Geografia (Γεωγραϕικά o ῾Υπομνήματα τῆς γεωγραϕίας), in 17 libri, descrive le regioni conosciute del mondo intero. In particolare nei libri V e VI descrive l’Italia, e parlando dell’Isola di Sicilia e dell’Etna così scrive: «Sopra Catana stà cosi d’appresso l’Etna che sente assai di quello che esce della sua bocca , perciocché i suoi rivi discorrono nel territorio di Catana, che gli é vicinissimo. […] I luoghi dei Catanei [sic] presso al monte sono inceneriti molto profondamente, e se bene la cenere, per un tempo, ha dato loro danno, bonifica però, nel tempo avenire [sic] il paese loro.» (dall’edizione romana del Della Geografia pubblicata nel 1792).

Dal capitolo XXX del II libro delle Naturales Questiones, stampata a Venezia nel 1532

Seneca, nell’opera Naturales quaestiones (scritta tra il 62 ed il 63 d.C), nel capitolo XXX del libro II (quello che tratta dei tuoni e dei fulmini) così scrive: «Una volta l’Etna abbondò  nell’emissione di tanto fuoco ed eruttò un’enorme quantità di sabbia incandescente, la luce del giorno fu avvolta dalla polvere e una notte improvvisa atterrì le popolazioni».

Aetna aliquando multo igne abundavit, ingentem vim harenae urentis effudit, involutus est dies pulvere, populosque subita nox terruit […]»]. L’autore non è però preciso nell’indicare quando esattamente l’Etna “multo igne abundavit”, ma si limita ad un generico “aliquando”.

Alcuni studiosi fanno riferimento anche ad un’altra fonte, Iulius Obsequens (scrittore romano del 4º secolo d. C., a noi noto col nome Ossequente), autore del Liber prodigiorum (opera giuntaci priva della parte iniziale), che a sua volta raccoglie i prodigi descritti in un’opera di Tito Livio. Personalmente non sono certo che i riferimenti scritti da Ossequente, spesso riportati come relativi a Catinam (Catania), non fossero invece riferiti ad una vera catinam (una catena). Dal raffronto di varie edizioni della sua opera (quella pubblicata a Basilea nel 1552; quella del 1589, stampata “apud Ioannem Tornaesium”; la versione in francese edita a Lione nel 1555) non sembra ci fosse un riferimento all’Etna, bensì solo il rendiconto di un prodigio avvenuto in quel periodo e che portò alla distruzione di una catena.

Dall’edizione pubblicata a Basilea nel 1552 ex incendio catena consumpta.
Dall’edizione del 1589, stampata “apud Ioannem Tornaesium” et “ex incendio cathena consumpta”
Dall’edizione in versione in francese edita a Lione nel 155 “une grosse chaine fut entirement fondue et consumee»

 

 

 

 

 

 

Ossequente, prima di questo avvenimento, cita un altro terribile episodio, riconducibile ad una attività etnea negli anni intorno al 138 a.C.: «Mons Aetna ignibus abundavit, prodigium maioribus hostiis quadraginta expiatum»!

Dall’edizione del Liber prodigiorum pubblicata a Basilea nel 1552

Ma altre notizie ci sono fornite, anche se alcuni secoli dopo l’evento, da Aurelius Augustinus (filosofo e teologo vissuto tra gli anni 354 e 430) e da Paulus Orosius (vissuto a cavallo tra il ed il secolo).

Aurelius Augustinus, ovvero Sant’Agostino, nel paragrafo 31 del terzo libro del De civitate Dei – opera in 22 libri – nel trattare dei cataclismi naturali descrive come «[…] a causa delle lave dell’Etna, le quali dal vertice del monte colarono fino alla spiaggia, il mare si mise in ebollizione fino ad infuocare gli scogli e a sciogliere la pece delle navi. Il fenomeno non costituì un lieve danno, sebbene sia singolare fino all’inverosimile. Hanno scritto che in un’altra eruzione del vulcano la Sicilia fu invasa da tanta cenere da far crollare per il sovraccarico e il peso i tetti della città di Catania». [dall’Edizione Acrobat a cura di Patrizio Sanasi].

Dal terzo libro dell’edizione del “De civitate Dei” edito a Basilea nel 1555
[«… Ætneis ignibus ab ipso montis vertice usque ad littus proximum decurrentibus ita fervisse mare, ut rupes exurerentur, et pices navium solverentur. Hoc utique non leviter noxium fuit, quamvis incredibiliter mirum. Eodem rursus æstu ignium tanta vi favillæ scripserunt oppletam esse Siciliam, ut  Catinensis urbis tecta obruta et oppressa diruerent»)].

Lo scrittore aggiunge ancora che «mossi a compassione per tale calamità i Romani la esentarono dal pagamento dei tributi di quell’anno» [«qua calamitate permoti misericorditer eiusdem anni tributorum ei relaxavere Romani»].

Da notare che, contrariamente a quanto già anticipato a proposito dell’esenzione dal pagamento dei tributi concesso ai Catanesi, Agostino parla di un anno. Sarà Orosio invece a darci un’informazione diversa.

Paolo Orosio riprende le notizie riportate da Agostino nella sua opera maggiore, Historiae adversus paganos libri septem, uno dei testi di storia antica più accreditati nel Medioevo: nel libro V ci fa sapere infatti che «nello stesso periodo [123-121 a.C., n.d.a.] il Monte Etna eruttò più del solito e con torrenti di fuoco che si riversarono circondandola seppellì la Città di Catania ed i dintorni, cosicché i tetti delle case bruciati e appesantiti dalle calde ceneri crollarono; per alleviare i danni il Senato sollevò i Catanesi dal pagare i tributi per dieci anni».

Dall’opera “Historiae adversus paganos”, libro V, stampato a Venezia nel 1500
[Eodem tempore Aetna mons ultra solito exarsit et torrentibus igneis superfusis lateque circumfluentibus Catinam urbem finesque eius oppressit ita ut tecta ædium calidis cineribus præusta et  prægravata corruerent cuius levandæ cladis causa senatus x [decem, ovvero dieci nella numerazione romana n.d.a.] annorum vectigalia Catinensibus remisit.]

Lo stesso Orosio, prima di questo avvenimento, cita altri due episodi, riconducibili ad attività etnee negli anni intorno al 140 a.C. (“essendo consoli Sesto Fulvio Flacco e Quinto Calpurnio Pisone […] in Sicilia il monte Etna eruttò e sparse vari fuochi, che a guisa di torrente precipitando per le declività, incendiarono i luoghi vicini […]”) e al 126 a.C. (“essendo consoli Marco Emilio e Lucio Oreste, l’Etna da vasto tremuoto scossa ridondò d’ignei globi”). [traduzioni da Storia critica delle eruzioni dell’Etna del Canonico Giuseppe Alessi 1826].

Dopo il 122 a.C. pare che l’Etna abbia avuto un lungo periodo di quiete, fino al 50 a.C. (o il 49). Stavolta è Petronius (Gaio, o Tito, Petronio) che nel famosissimo Satyricon fa riferimento all’Etna che “è divorata da fuochi insoliti e lancia lampi fino al cielo”.

Altre volte, in tempi storici, quello che oggi definiamo Cratere Centrale sull’Etna ha subito dei crolli, certamente non così catastrofici come nel 122 a.C.: come ricordano i ricercatori britannici Chester, Duncan, Guest e Kilburn (in Mount Etna, the anatomy of a volcano1985) anche negli anni 1444, 1537 e 1669 parte del cratere principale del vulcano è stato interessato da parziali crolli.

Più volte, in passato, le lave cosiddette della Carvana (che si riscontrano nel capoluogo etneo, nell’area di Piazza Gioeni) sono state attribuite a prodotti dell’eruzione del 122 a.C. Tale convinzione è stata però sconfessata dagli studi di archeomagnetismo portati avanti sul nostro vulcano per più di mezzo secolo dallo studioso francese Jean-Claude Tanguy: i risultati sono stati confermati anche tramite datazione delle lave, col metodo del 226Ra (isotopo del Radio), dallo studioso Michel Condomines, e devono essere state emesse ben più di due millenni fa.

Ancora una volta è stato possibile ricostruire, grazie alle fonti letterarie ed ai risultati degli studi scientifici recenti, un periodo di grande irrequietezza della nostra Muntagna.

Ove non diversamente indicato le traduzioni dal latino sono dell’autore.

 

Con il titolo: particolare della carta dell’Etna in scala 1:50000 del 1984 del Touring Club Italiano