di Santo Scalia

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Del cratere nato il 27 maggio di 200 anni fa oggi non rimangono più tracce. Ci rimane però la descrizione che ne fece il famoso Haroun Tazieff nel suo libro L’Etna e i vulcanologi nel 1974: «Avevo battezzato “circo lunare”, quando lo vidi per la prima volta, un cratere circolare di profondità minima rispetto al suo diametro e dal fondo perfettamente orizzontale; già quasi colmato allora, (si era nel 1949), va diventando sempre meno profondo mano a mano che vi piovono dolcemente e senza interruzioni le ceneri del pennacchio che esce dal cratere centrale. Il “circo lunare” risale al 1819

PADELLAZZA 1 SCARPINATI

Per nostra fortuna alcune fotografie di circa mezzo secolo fa, TANGUY 1scattate da due miei carissimi amici, ci mostrano l’aspetto di quello che a ragione era stato definito la Padellazza, o il circo lunare; le foto sono di Giuseppe Scarpinati, appassionato conoscitore dell’Etna, e di Jean-Claude Tanguy dell’Institut de Physique du Globe di Parigi. Nelle loro foto possiamo infatti vedere come si presentava questa strana formazione dal fondo praticamente piatto, posta sul ciglio della Valle del Bove e cinta da un bordo di poco rialzato rispetto al fondo.

MURRAY AREA SOMMITALENel 1981 venne pubblicata una carta topografica dell’area sommitale dell’Etna, realizzata dall’inglese John Murray della Open University; in essa è ancora visibile il nostro cratere, anche se già parzialmente riempito dalle lave del 1979.

TAZIEFFAncora Haroun Tazieff, nel libro Sur l’Etna pubblicato in Francia da Flammarion nel 1984, ci dà un’altra descrizione del cratere nella didascalia associata ad una delle sue foto: «La Padellaccia, ou poêle à frire, encore appelée cratère lunaire. C’était son aspect en 1968. En 1819, c’était un gouffre effrayant, sans fond visible, au sommet d’un roide cône de scories accumulées par l’éruption qui venait de précéder la visite de M. de Gourbillon, qui en fit la première ascension. En 1983, elle est quasi indiscernable, ensevelie sous les cendres». Nel 1819 era quindi un abisso spaventoso, senza fondo visibile, in cima a un cono rigido di scorie. Nel 1983 invece è quasi indiscernibile, seppellito sotto le ceneri eruttate dal vulcano in poco più di un secolo e mezzo.

GIURBILLONTazieff cita Joseph Antoine De Gourbillon, autore del Voyage critique à l’Etna en 1819, pubblicato a Parigi l’anno successivo. Il viaggiatore, giunto per nave a Palermo, si recò poi a Catania da dove intraprese l’ascensione all’Etna. Nel corso di questa visita, che lo impegnò per 4 giorni e 3 notti, ebbe modo di effettuare la scalata al cratere, di osservare ciò che restava del teatro eruttivo che fino a poco tempo prima era in piena attività e di ammirare la Valle del Bove. Egli illustrò per bene il clima, le peripezie di cui fu disseminata la scalata al cratere, la vista della neve sulla sommità del vulcano.

Il cratere di cui parliamo era dunque il più visibile dei “segni” superstiti dell’eruzione del 1819; leggendo il Giornale dell’eruzione dell’Etna avvenuta alli 27 maggio 1819 di Mario Gemmellaro, o la Istoria dell’incendio dell’Etna del mese Maggio 1819 di Carmelo Maravigna, entrambi presenti nella mia biblioteca, apprendiamo che anche in quell’occasione il copione fu molto simile a quello di tanti altri episodi eruttivi etnei: dopo un gagliardo terremoto il vulcano si aprì lungo una frattura che dal piede del Cono sommitale (allora non esisteva ancora il Cratere di Sud-Est) si propagò fino a superare il ciglio della Valle del Bove raggiungendo la Serra Giannicòla; nella parte superiore della frattura si formarono delle grandi cavità degassanti che col tempo si fusero fino a divenire una unica grande bocca (la Padellazza, per l’appunto), mentre dalla parte più bassa cominciarono a fluire delle colate di lava che, attraversato il Piano del Trifoglietto, raggiunsero nel giugno dello stesso anno la cosiddetta Portella della Giumenta, precipitandosi dentro il Piano di Calanna (la Val Calanna, nei rilievi topografici successivi). L’eruzione si estinse del tutto nel corso dei mesi di luglio ed agosto dello stesso anno.

Come spesso accade nelle colate laviche dell’Etna, quando la morfologia del terreno e la composizione chimica della lava lo consentono, al termine dell’eruzione si rinvengono delle cavità (gallerie di scorrimento lavico): così è stato per questa eruzione.

Salvatore Cucuzza Silvestri (1923-2012) nel 1957 ha studiato e descritto la cavità, e il Club Alpino Italiano – Sezione dell’Etna – l’ha catalogata per opera del suo Gruppo Grotte, assegnandole la sigla Si CT 52. Come sappiamo, la quasi totalità del fondo della Valle del Bove è stata ricoperta da metri e metri di lava, nel corso delle attività effusive che durante i due secoli trascorsi hanno ricoperto l’area svariate volte; e anche la Grotta del 1819 è sparita. Oggi, duecento anni dopo, segni riconoscibili dell’eruzione del 1819 non ne esistono più: rimangono le descrizioni degli studiosi del passato… e le testimonianze fotografiche di coloro che hanno avuto modo di immortalarle.

Stampa dal Giornale dell’eruzione dell’Etna avvenuta alli 27 maggio 1819 di Mario Gemmellaro
Stampa dal Giornale dell’eruzione dell’Etna avvenuta alli 27 maggio 1819 di Mario Gemmellaro

Voglio chiudere questo ricordo con due stampe che raffigurano l’eruzione del 1819,

Disegno di Corrado Marano in Istoria dell’incendio dell’Etna del mese di maggio 1819 di Carmelo Maravigna
Disegno di Corrado Marano in Istoria dell’incendio dell’Etna del mese di maggio 1819 di Carmelo Maravigna

entrambe tratte dalle due opere già citate: rispettivamente il Giornale dell’eruzione dell’Etna avvenuta alli 27 maggio 1819 di Mario Gemmellaro e l’Istoria dell’incendio dell’Etna del mese di maggio 1819 di Carmelo Maravigna.

 

Con il titolo: foto scattata da Andrew Tindle (e molto gentilmente fornita dal professore John Murray) il 19 Settembre 1978, che mostra la Padellaccia spaccata dalla frattura dell’eruzione di agosto. Per una migliore visualizzazione, reinseriamo tutte le immagini di questo di questo cratere oggi scomparso in una fotogallery, in coda la foto di Tindle.