di Marco Neri

Pantelleria non si limita ad accoglierti: ti mette alla prova. Appena scendi dall’aereo, il vento ti sorprende di lato, improvviso e deciso, come un guardiano antico che ti ricorda chi comanda davvero. È un’isola lontana, geograficamente e simbolicamente, un avamposto italico alle porte dell’Africa, sospeso tra il blu profondo del mare e il nero della lava, tra la memoria di ciò che è stato e la tenacia di ciò che continua a essere.

Sono arrivato in occasione di un evento del Parco Nazionale, ma la sensazione è stata quella di entrare in un mondo a parte. Pantelleria non si concede subito: ti osserva, ti misura, ti chiede rispetto. La sua terra scura, aspra, modellata dal fuoco e dal vento, parla una lingua antica, più vicina alla geologia che all’uomo. La vegetazione è bassa, rada, piegata da un vento che non conosce tregua. In pieno inverno, il suo ululare diventa una presenza costante, una colonna sonora che accompagna ogni passo, ogni sguardo, ogni pensiero. Solo quando cambia direzione concede qualche ora di silenzio, come un respiro trattenuto.

Cartina di Pantelleria (dal sito del Parco Nazionale)

Il mare, pur onnipresente, rimane sullo sfondo. Pantelleria guarda verso l’interno, verso le sue colline scure, verso le sue contrade. Il porto è piccolo, essenziale, quasi timido. Non è il cuore dell’isola, ma un punto d’appoggio, un luogo di passaggio. La vera anima è altrove: nelle persone. Dirette, fiere, consapevoli. Non hanno bisogno di raccontarti quanto amino la loro terra: lo vedi nei gesti, nelle parole misurate, nella cura con cui parlano di ogni pietra, di ogni vigneto, di ogni sentiero. Cercano il contatto, fanno domande, vogliono capire e farsi capire. È una comunità che non teme il confronto, anzi lo desidera, forte della propria storia e del proprio carattere.

Anche la cucina racconta questa identità: non rincorre il sofisticato globale, ma si concentra sulla cura del prodotto locale. Usano ciò che la terra concede loro — capperi, uva zibibbo, erbe spontanee, pesce del giorno — e questo basta per appagare anche i sensi più esigenti. È una cucina che non vuole stupire, ma convincere. E ci riesce.

Foto di gruppo a conclusione del V Meeting delle Guide Ufficiali del Parco Nazionale Isola di Pantelleria

Le guide del Parco Nazionale sono un altro tesoro dell’isola. Giovani, entusiasti, colti, versatili, capaci di muoversi tra geologia, botanica, storia e tradizioni con naturalezza sorprendente. Hanno quella rara capacità di adattarsi ai contesti, di leggere le persone, di modulare il racconto senza mai perdere profondità. Sono estremamente disponibili, ricchi di risorse, innamorati di ciò che fanno e del suolo che calpestano con rispetto, senza mai profanarlo. Vederli all’opera significa osservare Pantelleria attraverso occhi che la conoscono e la custodiscono. La loro presenza conferma ciò che l’isola suggerisce in ogni suo angolo: Pantelleria è un laboratorio vivente di resilienza, un luogo in cui la natura non è un concetto astratto, ma una compagna esigente che richiede conoscenza, cura, attenzione.

Pantelleria è un luogo che, se non lo ami, ti respinge. Non per ostilità, ma per coerenza. Non si traveste, non si addolcisce, non cerca di piacere. È un muro di diffidenza per chi arriva distratto, ma diventa una porta aperta per chi sa ascoltare. E quando si apre, rivela un patrimonio umano e naturale che ha il sapore dell’antico: una comunità che ha imparato a vivere con il vento, con la lava, con la distanza, trasformando la fatica in identità.

Un’isola che non si lascia raccontare facilmente, ma che, una volta entrata, non ti lascia più. Un luogo che resta

Con il titolo: il porto di Pantelleria visto al decollo. Uno scorcio aereo che rivela l’essenza dell’isola: un approdo discreto incastonato tra terra vulcanica e mare profondo, dove l’architettura umana si adatta al paesaggio più che dominarlo. Un punto di partenza e di ritorno, simbolo della resilienza e dell’identità isolana

Commenti recenti