di Emilia Neri

2 EMILIA NERI

Mi chiamo Emilia Neri e faccio parte di quel gruppo di giovani che sono andati a studiare al Nord Italia. Mi trovo a Padova da due anni e mezzo, mi sono trasferita qui per la magistrale di Psicologia. Dopo aver conseguito la laurea lo scorso ottobre 2019, sono rimasta in questa città per portare a termine il tirocinio professionalizzante e abilitante per l’Esame di Stato. Il mio tirocinio si svolge tra Padova e Verona e il mio unico mezzo di trasporto è il treno.

Quando è scoppiata l’emergenza coronavirus, i tirocini non sono stati sospesi, ma ho considerato opportuno ridurre la frequenza con cui prendevo il treno per recarmi a Verona, per diminuire la possibilità di contagio. Poi è trapelata la decisione di chiudere Veneto e Lombardia. Poi di dichiarare tutta Italia zona rossa, dopo che numerose persone hanno preso qualsiasi mezzo per tornare al Sud Italia.

Ammetto di averlo pensato anche io: “forse dovrei tornare a casa”. Alla fine ho scelto di rimanere qui, in Veneto, di non spostarmi. Ho la fortuna di essere stata accolta nella casa del mio fidanzato, originario di Mestre, vicino Venezia, così da non rimanere da sola in caso di bisogno. Ma non è stata questa la discriminante che mi ha fatto dire “Mamma, non torno giù.”. La discriminante, per me, è stata la responsabilità che ho sentito sulle mie spalle: avrei potuto contribuire a diffondere il virus, avrei potuto mettere a rischio i miei cari. Un pensiero particolare va a mia nonna che ha 94 anni e abita vicino casa mia. Per tornare in Sicilia avrei dovuto fare un’ora di autobus per raggiungere l’aereoporto, poi mi avrebbe aspettato un volo di 1h e 45 minuti. Il rischio di contrarre il virus, se non lo avessi avuto già, era altissimo. E allora no, non ho voluto rischiare.

Le persone che hanno deciso di tornare sono probabilmente state spinte dall’istinto di conservazione presente in tutti noi: quando ci sentiamo in pericolo, quando abbiamo paura di qualcosa che non possiamo controllare, tendiamo tutti a cercare un luogo sicuro, familiare, a cercare l’affetto delle persone a noi care. Le persone che hanno deciso di tornare sono state contagiate dalla paura.

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La professione che ho scelto, quella di psicologa, mi richiama più che mai a riflettere su questi temi. Purtroppo, non avendo ancora conseguito l’abilitazione all’esercizio della professione, non posso partecipare alle iniziative che tanti miei colleghi stanno mettendo in atto, come quella delle chiamate gratuite per offrire sostegno psicologico a chi ne ha bisogno. Invito tutti a usufruire di questo servizio a costo zero, perché la salute non è solo fisica, ma anche mentale.

In questo periodo di reclusione obbligata, dobbiamo attenerci scrupolosamente alle linee guida che ci hanno fornito, dobbiamo restare a casa. Anche io provo un senso di frustrazione derivato dal fatto di non poter dare una mano concreta, non poter proteggere i miei cari in modo attivo e non sapere quando questa emergenza avrà fine. E l’ignoto, l’incertezza, è una delle cose che fanno più paura, la stessa paura che non permette di ragionare lucidamente.

Questo turbinio emozionale, unito alle informazioni, non sempre affidabili, che arrivano continuamente dalla televisione e dai social, possono instaurare un circolo vizioso di pensieri negativi, catastrofisti, che portano a provare un’ansia costante.

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I consigli su come affrontare questa situazione, oltre che riferirsi ai numeri telefonici di supporto psicologico come citato poco sopra, riguardano il guardare la televisione solo a orari prestabiliti una o due volte al giorno massimo. Questo perché, come evidenziato da alcune ricerche, il nostro cervello è predisposto a dare maggior attenzione e a memorizzare più facilmente le informazione negative o dannose, perché, ai fini della nostra sopravvivenza, è più vantaggioso ricordare un pericolo.

Dobbiamo anche imparare a riscrivere le nostre abitudini e, per fortuna, ai nostri giorni abbiamo internet, uno strumento pieno di risorse che va al di là dei semplici social. Su internet si possono fare ricerche di tutti i tipi, andare da una parte all’altra del globo rimanendo fermi e scoprire curiosità interessanti sul mondo in cui viviamo. Non solo, possiamo utilizzare vari programmi, come Skype, per mantenerci in contatto con gli altri e sostenere anche una terapia psicologica. Possiamo sfruttare il tempo a disposizione in modo nuovo: leggere i libri che accumuliamo nell’angolo ma a cui non abbiamo mai tempo di dedicarci, riprendere in mano la chitarra riposta a prendere polvere in soffitta, iniziare un nuovo hobby, come il disegno o la pittura.

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Riscoprite voi stessi e le passioni che avete perso e che non avete potuto coltivare per mancanza di tempo. Se non potete visitare l’esterno, esplorate l’interno.

Quello che ci chiede la situazione attuale è un cambiamento e, come per tutte le cose, ha dei lati positivi o negativi. Siete voi a far pendere l’ago della bilancia da una parte piuttosto che dall’altra. Siate consapevoli e protagonisti delle vostre scelte.

 

Con il titolo: un parco di Padova