di Santo Scalia

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Quando sono nato mi trovavo a soli 20 chilometri dal cratere del più grande vulcano d’Europa. Non lo sapevo, evidentemente, ma ciò avrebbe rappresentato un elemento importante nella mia vita.

La prima volta che l’ho visto in azione è stato nel 1960: era d’estate e avevo allora solo otto anni. Domenica 17 luglio, così come ogni domenica mattina, ci si recava alla Villa Belvedere della mia città, Acireale. Era come un rito, si andava a fare una passeggiata, a prendere aria, a godere del meraviglioso panorama che lì spazia dallo Stretto fino ad Augusta e Siracusa, a vedere i cigni (sì, allora c’erano i cigni nella vasca) e a dar loro un pezzetto dello ‘nciminato (genuino snack cosparso di semi di sesamo) che si sgranocchiava a metà mattinata.

Foto di Vincenzo Barbagallo (Collezione personale)
Foto di Vincenzo Barbagallo (Collezione personale)

Quel giorno però la normale routine fu subito stravolta: giunti a Piazza dell’Indirizzo, quasi davanti all’ingresso della Villa, dove il panorama (allora) si apriva verso nord-ovest e si aveva una bellissima visione della montagna, ci fermammo quasi impietriti. Stavolta i cigni non avrebbero avuto il nostro omaggio; lo sguardo era rapito da una grande, enorme, nube di cenere e vapori che si generava proprio dalla sommità del vulcano e poi saliva in alto e, trasportata dal vento verso nord-est, si allargava a dismisura. Tante altre persone erano lì, tutte, come noi, ferme e rapite dallo spettacolo.

Devo confessare che davanti a tale visione ebbi paura: non ricordo più se cominciai a piangere o no (forse ho rimosso il ricordo…), ma di sicuro insistetti per tornare al più presto a casa.

Foto di Salvatore Tomarchio (Collezione personale)
Foto di Salvatore Tomarchio (Collezione personale)

Quello a cui avevo assistito per la prima volta nella mia vita non era altro che una fase di attività parossistica del Cratere Centrale dell’Etna (allora alla sommità c’erano solo due crateri, la Voragine del Centrale ed il più giovane Nord-Est).

Anche se già in passato (vedi ilVulcanico del 17 luglio 2018) ho descritto questo episodio eruttivo, corredando la descrizione con immagini tratte dalle mie collezioni, ho voluto comunque riproporle, essendo questo evento ancora vivo nella mia memoria.

Quell’anno altre manifestazioni importanti ebbero origine dal Centrale: nel pomeriggio del giorno 20 dello stesso luglio, e nella serata del 5 agosto.

Serie di cartoline postali della mia collezione personale relative all’esplosione del 7 aprile 1964
Serie di cartoline postali della mia collezione personale relative all’esplosione del 7 aprile 1964

Quattro anni dopo, il 7 aprile, ancora lo stesso cratere fu sede di un episodio fortemente energetico (vedi ilVulcanico 7 aprile 2018).

E anche in questo caso le esplosioni non si esaurirono e, nella notte tra il 4 ed il 5 luglio, il Centrale sembrò una succursale dell’Inferno.

Sequenza eruttiva dai negativi di Giuseppe Damiani (stampa S. Scalia – Collezione personale)
Sequenza eruttiva dai negativi di Giuseppe Damiani (stampa S. Scalia – Collezione personale)

Lascio la descrizione alle parole del Gesuita Giuseppe Damiani, allora Direttore dell’Osservatorio Meteorico-Sismico del Collegio Pennisi di Acireale: «A concludere la serie delle manifestazioni parossistiche la notte del 4-5 luglio è avvenuta una eruzione durata nel complesso circa 4 ore: 21,30 – 01,30. Da Acireale erano visibili tre colate: due verso Est e una verso S. Spettacolari le continue esplosioni con lancio di abbondantissimo materiale incandescente. Il tutto era accompagnato da una violenta emissione di vapori. In corrispondenza delle prime esplosioni sono state registrate moderate scosse sismiche e boati» (dal “Bollettino Meteorico Mensile”, Anno LII N. 619 – Luglio 1964).

Da un negativo di Giuseppe Damiani (stampa ed elaborazione a colori S. Scalia – Collezione personale)
Da un negativo di Giuseppe Damiani (stampa ed elaborazione a colori S. Scalia – Collezione personale)

In seguito all’attività di quella notte l’area sommitale del vulcano si arricchì di un nuovo cratere – denominato Cratere del ’64, che però in seguito non dette luogo a particolari manifestazioni ed oggi è del tutto scomparso, fagocitato dalla voracità della vicina Bocca Nuova, ingranditasi a dismisura.

Parossismo del 22 luglio 1998
Parossismo del 22 luglio 1998
Parossismo del 26 settembre 1989
Parossismo del 26 settembre 1989 (foto Finocchiaro)

Negli anni successivi, episodi esplosivi particolarmente importanti si sono verificati più volte: peccherei certamente di omissione se cercassi di elencarli tutti. Mi limiterò quindi a ricordarne un paio dei quali ho traccia nelle mie collezioni.

Prima di concludere, però, non si può non parlare della serie di parossismi che hanno interessato il Cratere Centrale nel corso del 2015. Il primo di questi ebbe luogo nella notte tra il 2 ed il 3 dicembre; in un comunicato dell’INGV (3 dicembre 2015, ore 09:30 UTC) ecco la descrizione di quanto avvenne quella notte: «Dopo una progressiva intensificazione nella serata del 2 dicembre 2015, l’attività eruttiva all’interno del cratere Voragine (spesso chiamato anche “Centrale”) dell’Etna è culminata nelle prime ore del 3 dicembre in un parossismo breve ma molto violento, con alte fontane di lava e una colonna eruttiva alta diversi chilometri.» Il comunicato poi aggiunge: «L’acme del parossismo è avvenuto fra le ore 02:20 e 03:10 UTC (=ore locali -1) circa, quando una sostenuta fontana di lava ha raggiunto altezze di ben oltre 1 km; alcuni getti di materiale incandescente hanno raggiunto l’altezza di 3 km sopra la cima del vulcano».

Sequenza dell’attività parossistica della Voragine nella notte tra il 2 ed il 3 dicembre 2015 (Telecamera termica INGV)

1 Sequenza dell’attività parossistica della Voragine nella notte tra il 2 ed il 3 dicembre 2015 (Telecamera termica INGV)

Sequenza dell’attività parossistica della Voragine nella notte tra il 2 ed il 3 dicembre 2015 (Telecamera termica INGV

Foto di Boris Behncke (INGV Catania)
Foto di Boris Behncke (INGV Catania)

Ma non era finita: il giorno dopo, il 4 dicembre, nella mattina ecco un nuovo aggiornamento comunicato dall’Istituto: «Conclusosi l’evento parossistico del 3 dicembre, è continuata l’attività esplosiva all’interno del Cratere Voragine che si è progressivamente intensificata culminando intorno alle ore 9:00 UTC del 4 dicembre in un parossismo attualmente in corso con formazione di fontane di lava e di una colonna eruttiva che si è elevata a circa 7000 metri di altezza dalla sommità del vulcano.»

E lo stesso giorno 4, in serata, il copione si ripete: «A partire dalle ore 20:00 UTC si iniziava ad osservare un incremento dell’attività esplosiva alla Voragine che rapidamente è passata ad attività di fontana di lava (III episodio). Dopo circa un’ora e mezza tale attività si è trasformata progressivamente in attività stromboliana» (dal Bollettino settimanale sul monitoraggio vulcanico, geochimico e sismico del vulcano Etna – Rep. N° 50/2015).

Ed infine, il giorno 5, ancora una volta «Nel primo pomeriggio a partire dalle ore 13:30 UTC si è osservato un incremento dall’attività esplosiva al cratere Voragine che progressivamente nell’arco di circa 1 ora e mezza (14:45-15:00 UTC) ha raggiunto i livelli massimi passando ad attività di fontana (IV episodio). Dopo circa un’ora l’attività esplosiva è diminuita […]» (dal Bollettino già citato).

L’area sommitale dell’Etna dopo i quattro parossismi di dicembre 2015 (Foto Butterfly Helicopters)
L’area sommitale dell’Etna dopo i quattro parossismi di dicembre 2015 (Foto Butterfly Helicopters)

Ben quattro episodi parossistici nell’arco di poco più di tre giorni! Un’attività particolarmente intensa che sorprese persino gli esperti, tanto che se ne parlò come di un evento storico.

Questi episodi della fine del 2015, in particolare, grazie alla diffusione dei social media avutasi negli ultimi decenni, sono stati abbondantemente documentati fotograficamente. Bellissime immagini sono state pubblicate, alcune delle quali hanno avuto riconoscimenti anche a livello mondiale.

Dopo quanto accaduto l’area sommitale fu profondamente stravolta: il Cratere Centrale, che prima degli eventi annoverava tre cavità distinte ma coalescenti (la Voragine, la Bocca Nuova occidentale, o BN1, e quella denominata la Spagnola, o BN2), dopo i parossismi si presentava completamente riempito da una uniforme superficie di lava.

Col tempo poi, a causa di progressivi fenomeni di subduzione della superficie lavica, i tre crateri originariamente presenti sono tornati a formarsi: dunque oggi sono di nuovo singolarmente individuabili alla sommità del cono principale del vulcano.

Con il titolo: il Cratere Centrale dell’Etna nel 1934 (dalla collezione personale di Santo Scalia)