Mario Mattia e Carmelo Ferlito sull'Etna
Mario Mattia e Carmelo Ferlito sull’Etna

di Mario Mattia *

Scenario: presso il Rifugio Sapienza. Argomento: una chiacchierata con Carmelo Ferlito, tra una cioccolata dimenticata e una vecchia marmitta scassata …

La giornata è di quelle nebbiose ed umide, tipiche del periodo di transizione tra autunno e inverno all’Etna. Seduti ad un comodo tavolino di uno dei bar che si trovano intorno al Rifugio Sapienza col mio amico e collega Carmelo Ferlito, docente di Vulcanologia dell’Università di Catania, mi decido a fargli qualche domanda su un tema che so essere a lui molto caro, ovvero le sue idee sulla “macchina” Etna e sui processi che ne governano il “funzionamento”.

Ferlito 2

Naturalmente non è un caso, visto che la sintesi di queste sue idee sono state recentemente pubblicate su una delle più importanti riviste scientifiche nel campo delle Scienze della Terra (Earth Science Reviews) e che, ne sono sicuro, sono destinate ad aprire un appassionato dibattito tra scienziati ed appassionati del vulcano siciliano. Già il titolo del lavoro “Mount Etna Volcano (Italy). Just a giant hot spring!” (“Il Vulcano Etna. Solo una gigantesca sorgente di calore”) appare come volutamente provocatorio e proprio da questo titolo parto con le mie domande, convinto come sono che le sue idee sono tanto originali quanto insolite ed interessanti. “L’Etna è paragonabile – mi dice – ad una gigantesca sorgente di acqua calda per un motivo, in realtà molto banale: dal semplice conteggio delle moli (quantità molecolari) dei gas emessi anche solo in assenza di eruzioni risulta che l’Etna emette 10 volte più gas (prevalentemente acqua) di quanta ne può essere contenuta dal magma che viene eruttato. Questo significa che l’Etna è un vulcano che erutta principalmente gas caldi e subordinatamente basalto fuso”.

Resto spiazzato da questa risposta, visto che fin dai miei studi universitari ho sempre assunto come dato di fatto che a tot quantità di magma corrispondono tot quantità di gas e Carmelo, su un tovagliolo del bar, mi spiattella formule di chimica fisica che supportano la sua idea, e alla fine non posso che fare di sì con la testa, arreso all’evidenza matematica. Ma un dubbio a questo punto vorrei chiarire, mentre la cioccolata calda, ormai molto meno calda, giace abbandonata tra foglietti e formule. E così mi azzardo a chiedergli, non senza timore, cosa cambia, secondo il suo modello nella conoscenza della vulcanologia dell’Etna. Carmelo si sistema nella sedia e mi risponde così: “Il modello che presento e che nasce da decenni di studio e osservazioni sul terreno, rivoluziona radicalmente l’idea che abbiamo di magma e di sistema vulcanico etneo. Fino ad oggi il magma in risalita è stato concepito come del basalto fuso che contiene piccole quantità di gas disciolti; dai calcoli presentati nel mio modello risulta al contrario che il magma in profondità è per oltre il 70% gas e per meno del 30% da basalto fuso. Inoltre nel modello ho messo dentro un parametro fino ad oggi non considerato, cioè il calore trasportato dal gas stesso ed in grado di mantenere il sistema a bassa viscosità. Un tale paradigma spiega molti fenomeni vulcanici come il tremore vulcanico, il mixing tra magmi, i vari tipi di eruzioni (parossismi violenti, eruzioni effusive), l’innesco dell’attività eruttiva, ecc.”

Il cratere di Sud-Est

La confusione (mia) è piuttosto grande, ma una cosa mi risulta evidente e cioè che l’Etna, tutto sommato, è un vulcano come altri al mondo, e allora non è che più che parlare di Etna stiamo parlando di un nuovo modello vulcanologico? Carmelo mi sorride e scuote la testa: “L’Etna è tra i vulcani più monitorati al mondo e questo mi ha permesso di avere a disposizione i dati che elaboro nel mio modello, ma ovviamente credo che le leggi della fisica valgano ovunque e probabilmente il mio modello potrebbe essere applicato, con i dovuti aggiustamenti, a tutti i vulcani del nostro Pianeta. Inoltre, in questo lavoro il sistema vulcanico viene visto e studiato come un continuo flusso di materia ed energia dalle parti più profonde della nostra Terra alla superficie. Questo processo va avanti dall’inizio dell’evoluzione geologica del nostro Pianeta e noi siamo testimoni solo di un piccolissimo frammento di questa storia, non dobbiamo dimenticarlo”.

Il calore dei gas porta ad incandescenza le pareti delle fratture in cima al Cratere di SudEst
Il calore dei gas porta ad incandescenza le pareti delle fratture in cima al Cratere di SudEst

Non mi è nuovo questo approccio filosofico di Carmelo Ferlito: tante volte ci siamo confrontati su questioni dove filosofia e scienza esploravano i loro confini e, spesso, durante queste chiacchierate, lui si fermava e mi recitava qualche terzina della “Divina Commedia” (che conosce a memoria) a supporto delle sue idee o, più spesso, a supporto delle idee sulla “umanità” che compone la comunità scientifica e vulcanologica in particolare…

Poi, però, il mio spirito pratico, di ricercatore che ha dedicato molto più tempo alle attività di monitoraggio che alla ricerca pura in campo vulcanologico, prende il sopravvento e dunque gli chiedo che ricadute può avere, secondo lui, il suo modello sulla ricerca applicata al monitoraggio. Diventa serio, si sposta sulla punta della sedia e mi dice: “Potenzialmente questo lavoro potrebbe costituire il nuovo modello di riferimento con il quale interpretare tutti i dati che vengono quotidianamente prodotti dalle reti di monitoraggio per l’Etna e per lo Stromboli. Ma temo che ci vorrà molto tempo e molti sforzi prima che la comunità scientifica nazionale ed internazionale accetti e faccia proprie queste nuove idee. D’altra parte questo è il destino di ogni ricerca innovativa.”

I gas caldi sono il prodotto principalmente emesso dal nostro vulcano
I gas caldi sono il prodotto principalmente emesso dal nostro vulcano

Fuori ha cominciato a piovere. E il neon del locale illumina adesso i disegni dove Carmelo mi ha illustrato, nei dettagli, la sua idea. Tutto mi sembra di una semplicità lineare, ma colgo, che, al contrario, si tratta di un modello che propone soluzioni controintuitive, eleganti ed estremamente complesse. Rimpiango la mia cioccolata. Un po’ di zucchero mi farebbe bene, a questo punto! Prima di salutarci, però, voglio fargli un’ultima domanda e cioè come pensa di proseguire il suo lavoro di ricerca in questo campo. Mi guarda e alza le spalle: “Per fortuna non sono il solo ad avere messo in crisi l’idea tradizionale di sistema vulcanico. Alcuni colleghi dell’INGV di Catania, dell’Università di Ferrara e dell’Università di Roma collaborano con me, insieme abbiamo già rivisto i dati di alcune importanti eruzioni del recente passato reinterpretandole. L’idea è di rielaborare i dati esistenti di un gran numero di eruzioni in modo da tirar fuori i parametri che permetteranno, in un futuro non troppo lontano, di prevedere il comportamento dei nostri vulcani più studiati.”

Fuori si è fatto buio. Carmelo Ferlito mi saluta con un abbraccio e io, uscendo, mi volto a guardare verso il vulcano. Non si vede nulla e mi piace immaginarlo personificato che sorride di noi e delle nostre speculazioni. L’automobile è un caldo rifugio in questa fredda serata. Un foglietto su cui ho preso appunti cade a terra. C’è scritto “L’Etna si comporta come una vecchia marmitta scassata. Quando il flusso di gas/calore è alto tira fuori vapore “pulito”, ma se c’è molto basalto nel suo sistema di alimentazione superficiale o se il flusso di gas diminuisce, allora comincia a “tossire” e ogni colpo di tosse è un’eruzione”.

Vecchia marmitta scassata. Mi volto di nuovo a guardare verso il vulcano. E stavolta mi auguro che non abbia orecchie.

P.S.

Lo immagino, anzi lo so. Molti di voi sono curiosi di avere più particolari su questo modello che, vi assicuro, si presta abbastanza anche alla lettura da parte di non addetti ai lavori, ma dettagliarlo qui andrebbe oltre gli scopi di un articolo divulgativo e così, per chi ne volesse sapere di più, riporto il link alla rivista dove è possibile trovare il lavoro completo:

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0012825217302301

*Primo Tecnologo INGV Osservatorio Etneo

Con il titolo: le colate di lava sono formate in prevalenza da basalto fuso, ma il magma in profondità ha un aspetto molto diverso. Le foto sono di Carmelo Ferlito