di Giuseppe Riggio

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“Attenzione caduta rami secchi”: l’avviso è scritto a chiare lettere. Entrando sotto le fronde degli agrifogli giganti di Piano Pomo sulle Madonie si viene invitati ad alzare lo sguardo e vigilare sulla possibile presenza di oggetti sospesi o prossimi al crollo. Le nostre aree protette regionali sono ormai piene di cartelli monitori. Dopo alcune sentenze della magistratura, il mondo delle aree protette è entrato in fibrillazione.

I giudici articolano motivazioni che potrebbero portare a gestire gli ambienti naturali come aree antropizzate: costoni rocciosi coperti di reti metalliche ed alberi da sottoporre a periodiche revisioni, come se fossero delle vecchie automobili.

La visita degli imponenti agrifogli secolari è quindi assimilabile all’ingresso in un capannone industriale ? L’indicazione che sembra provenire dalle sentenze è che tutti i possibili pericoli vanno dichiarati, avvisati e se possibile completamente banditi da montagne e sentieri. Altrimenti l’escursionista-turista-gitante della domenica avrà il diritto di chiedere risarcimenti e condanne.

C’è qualcosa che non va nella deriva garantista che ha preso la nostra giurisprudenza in materia di fruizione degli ambienti naturali. La vita umana è sacra, ma è corretto assimilare la natura ad un ambiente costruito dall’uomo? Se io decido di andare a camminare sull’Etna il Parco deve garantirmi che non riceverò un ramo sulla testa, una pietra rotolante, una scarica elettrica vagante, un morso di vipera?

Da decenni frequento le montagne siciliane, ho corso molti rischi cercando di limitarli con ragionevoli precauzioni, ma non pretendo che la mia attività ricreativa sia a rischio zero. E’ giusto chiedere che i soccorsi vengano portati in tempi rapidi, ma è assurdo sostenere (come è successo ancora di recente) che un escursionista che si avventura da solo (senza alcuna forma di cautela) debba essere recuperato in pochi minuti in qualsiasi anfratto montano sol perché ha lanciato un allarme telefonico.

Panorama di Cavagrande
Panorama di Cavagrande

C’è qualcosa ormai di mentalmente “corrotto” nel nostro relazionarci con gli ambienti naturali, una tendenza iper-protettiva che certi indirizzi della magistratura stanno contribuendo a potenziare in maniera esponenziale. Se da anni abbiamo chiuso (ma solo “ufficialmente”) alla fruizione una riserva come Cavagrande, causa caduta massi, significa che abbiamo perso il senso delle proporzioni.

Se un giudice condanna un funzionario perché non ha previsto l’esplosione anomala delle Maccalube, o il terremoto dell’Aquila o la caduta di un ramo secco in un parco naturale, vuol dire che è urgente un intervento legislativo. Prima che la spirale delle condanne al risarcimento induca i nostri gestori a chiudere sempre più aree protette, privandoci del diritto alla natura, è bene che la politica si faccia carico di questa delicata questione.

Giuseppe Riggio

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