di Giuseppe Riggio

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Un viaggio di quasi 300 chilometri in bici attraverso le montagne siciliane, da Termini Imerese a Trecastagni, può raccontare tante verità diverse. Si può cominciare scrivendo che è piacevole ritrovare ancora una volta la bellezza del paesaggio, la irresistibile attrazione che esercita la Sicilia anche quella cosiddetta minore, con i suo paesi geograficamente marginali, ma sempre più frequentati dal turismo internazionale. Una tappa dopo l’altra in sella alle nostre bici a pedalata assistita ci siamo ritrovati ad incontrare visitatori lituani a Collesano, russi a Piano Battaglia, sorridenti ragazze francesi a Petralia ad autunno ormai inoltrato. Insomma una rivoluzione che i viaggi aerei low cost e la pericolosità di altre zone mediterranee hanno portato a compimento in pochi anni. I turisti arrivano a frotte, pur senza significative politiche promozionali siciliane, grazie al mix efficacissimo che oggi la nostra isola sa esprimere: cultura, mare, cibo, vino, nuovissime strutture ricettive sorte dappertutto grazie ai fondi europei.

Osservato da altra angolatura lo stesso itinerario può trasformarsi in una tormentata e sofferente immersione nella evasione fiscale di massa. Viaggiare in Sicilia significa oggi, più di prima, sperimentare l’assenza di scontrini fiscali, di ricevute, di rispetto in genere del principio costituzionale dell’apporto fiscale secondo la propria “capacità contributiva”. E non si tratta di certo di imprese sofferenti o prossime alla bancarotta, bensì di aziende colpite da improvviso benessere. Un paese dopo l’altro osti e ristoratori incassano e non ricambiano con nessun documento che possa attestare a fine anno il loro reale reddito.

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E’ una prassi diffusa, in fondo socialmente condivisa, tollerata da controllori vari che chiudono volentieri tutti gli occhi dinanzi al paesano, al barista, al pizzaiolo che tutti conoscono. Si attraversano luoghi dalla bellezza commovente, nelle scorse limpide giornate di ottobre, e si percepisce come non esiste ancora – salvo le ovvie e meritorie eccezioni che confermano la regola- la coscienza di far parte di una nazione fra le più avanzate al mondo. Lo Stato resta altro e lontano. Ancora di più quando tutti sembrano parlare di tasse come se si trattasse di un furto e non della compartecipazione che tutti i cittadini debbono fornire alle spese comuni.

E quindi paradossalmente, ma non troppo, anche il boom turistico siciliano – che è vero concreto ed anche molto aiutato dai fondi europei – non si trasforma alla fine in volano di sviluppo, non genera contributi all’Inps che saranno le pensioni di domani. Facciamo chiudere gli alberghi che davano posti di lavoro e gettito fiscale, mentre si moltiplicano gli osti del lavoro nero e dell’auto-produzione casalinga, bravissimi nell’accoglienza, ma ignari di cosa vuol dire essere azienda all’interno di una comunità. Peccato dover vivere il fascino autentico di un viaggio siciliano gravati dal peso dell’incontro con operatori che restano legati al passato, paurosi di emergere dalle acque stagnanti dell’economia “sommersa”.

Con il titolo: arrivo a Piano Battaglia

Giuseppe Riggio

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