di Antonella De Francesco
Un film che non si dimentica l’ultima fatica di Paul Thomas Anderson, che per la verità ha fatto tutti capolavori indimenticabili ( Il filo nascosto, Magnolia, Il petroliere, solo per citarne alcuni). Una battaglia dopo l’altra, tratto dal romanzo Vineland di Thomas Pynchon, è una magnifica allucinazione collettiva sulle rivoluzioni che abbiamo o non abbiamo fatto, sul mondo in cui viviamo, in cui potere (politico e militare) e diritti si contrappongono, il primo a voler prevaricare l’altro. E niente suona più attuale di così, anche alla luce degli ultimi fatti di politica internazionale e nazionale in cui le piazze si animano, la protesta rinasce, perché la coscienza è desta.
Non parlerò della tecnica filmica perfetta, delle riprese con camere mobili per cui ti schianti con i protagonisti e addirittura avverti il vuoto d’aria per una discesa a tutta velocità (la sequenza dell’inseguimento meriterebbe di per se già già l’Oscar), del sottofondo musicale per mano di Jonny Greenwood che sottolinea, esalta e accompagna tutto il film nel suo ritmo serrato e a tratti ossessivo, né delle interpretazioni memorabili dei protagonisti Leonardo Di Caprio, Sean Penn, Benicio Del Toro, Teyana Taylor, perché mi preme sottolineare la profondità del contenuto dietro la parodia.
In questi giorni ci siamo chiesti tutti a chi giovino le manifestazioni di piazza, ecco il film ce lo spiega. Forse troppo a lungo noi come Leonardo Di Caprio nei panni di Bon Ferguson, padre amorevole ma frustrato dal fallimento della sua rivoluzione perché “in fondo il mondo non è cambiato poi tanto”, abbiamo voluto proteggere i nostri ragazzi dalle guerre, dal caos, dalle piazze rumorose, in un clima di pace apparente in cui il bene prevale sul male e i diritti hanno la meglio sulle ingiustizie.
Le rivoluzioni ce le siamo lasciate alle spalle con la complicità degli studi a scuola che per lo più le hanno ignorate. Ma Anderson ci mostra quello che da mesi forse ormai nessuno può far finta di non vedere: il mondo è in guerra di nuovo in quel percorso ciclico della storia che troppo spesso dimentichiamo. Anderson ci mostra le piazze in fiamme e gli oppressi che urlano per i loro diritti, che sfilano e protestano per dire no. E quelle immagini rimandano a quelle di questi giorni in cui quei figli che volevamo proteggere dalla violenza, quegli “ sdraiati” con le cuffie che a malapena ti rispondono quando entri in camera loro, ecco proprio loro vogliono dire no.
Non vi svelerò il finale ma il senso è chiaro: l’unico ricongiungimento possibile è quello dell’abbraccio, quel “riconoscimento” tra padri e figli, perché si torna sempre lì ed è da lì che si riparte . Finché ci saranno diritti calpestati, migranti respinti, guerre senza ragione, bambini uccisi, donne violate ci saranno piazze pronte ad esprimere dissenso in una battaglia dopo l’altra. Stavolta saranno i giovani a combatterla: è questa per Anderson l’unica certezza e per noi anche l’ultima speranza.
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(Gaetano Perricone). “Noi abbiamo fallito, figlia mia. Ma spero che voi riuscirete a cambiare il mondo”.
Che magnifico filmone, ragazzi! Capolavoro non lo definisco, so che sono in tanti ad arricciare il naso quando si scrive così, in effetti accade troppo spesso, di un film, di un libro, di un’opera d’arte comunque. Ma che per me sia strepitoso lo scrivo senz’altro.
Grandissimo cinema, al top. Difficile immaginare che “Una battaglia dopo l’altra”, adrenalinico apologo della rivoluzione necessaria e perfino inevitabile magistralmente diretto da Paul Thomas Anderson, regista dagli ottimi precedenti, non faccia incetta di premi alla prossima cerimonia degli Oscar: come miglior film dell’anno, per l’attualissima tematica – la lotta per la vita e i diritti fondamentali di neri e messicani contro l’orrendo e feroce imperversare del suprematismo bianco negli Stati Uniti – e qualità tecnica; per gli effetti speciali, eccezionali e coinvolgenti; per la infinita bravura degli attori di un cast davvero superlativo, i nemici Leonardo di Caprio-Bob e Sean Penn-colonnello Lockjaw, Benicio Del Toro-Carlos e le splendide donne guerriere, Teyana Taylor-Perfidia, Regina Hall- Deandra e Chase Infiniti- Willa; una colonna sonora fantastica; il bellissimo, commovente finale, dedicato all’importanza della trasmissione tra le generazioni, tra genitori e figli, dell’inestinguibile, indispensabile, vitale voglia di migliorare il mondo e l’umanità, la qualità del vivere. Che è stata ed è l’essenza di ogni rivoluzione.
Solo il clima politico trumpiano, certamente non favorevole ai contenuti espressi dal film, potrebbe fermare la conquista di diverse statuette per “Una battaglia dopo l’altra”; ma le giurie di Los Angeles hanno dimostrato negli anni di non lasciarsi condizionare nelle loro scelte dal potere della Casa Bianca.
Sono rimasto due ore e quaranta, 160 minuti, incollato alla poltrona del cinema con gli occhi allo schermo, spettacolo elettrizzante ed entusiasmante, senza distrarmi neanche un attimo, per quello che non ho esitazioni a definire uno dei film più belli che abbia mai visto. Me lo sono goduto da solo, ormai sono piacevolmente abituato. Unico neo, incomprensibile: è vero che era lo spettacolo delle 16, ma quattro persone me compreso in una sala da 336 posti (li ho contati facilmente) per un film del genere sono un dato scoraggiante. E’ la conferma che la gente sempre di più preferisce tenersi lontana da argomenti che in qualche modo possono inviate alla riflessione.
Ripropongo, qui a seguire, il link pubblicato sul mio blog con la meravigliosa recensione della mia cara amica Antonella De Francesco, che ancora una volta mi ha sapientemente invogliato alla visione. Se vi piace il bel cinema, con tutte le sue componenti, non potete mancare di vedere questo film.

Antonella De Francesco

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