di Agata Motta *

AGATA MOTTA

Qualche mese fa, esattamente a Gennaio di quest’anno, ormai tristemente noto come l’anno del Covid-19, mi sono trovata a parlare, nel corso di una conferenza organizzata dal centro di Psicosintesi di Catania, del SILENZIO come strumento indispensabile alla vita umana, in quanto esso stimola la riflessione, dispone all’ascolto, aiuta a meditare e a pregare.

Nel corso di quell’intervento, lamentavo il fatto che la nostra civiltà occidentale avesse smarrito il “valore” del silenzio, in quanto tutti gli individui, dai più piccoli ai più grandi, amano vivere nel “rumore”: la postmodernità, infatti, sembra aver perduto il silenzio e, con il silenzio, la capacità di ascolto.

Il tempo, inteso come susseguirsi di attimi, ore, giornate, anni, sembra essere diventato il “tiranno” della vita di noi esseri umani che, ridotti alla condizione di semplici automi, simili a “marionette” i cui fili vengono tirati dal burattinaio di turno, non facciamo altro che correre “di qua, di là, di su e di giù”-come scriverebbe un novello Ludovico Ariosto dei nostri giorni- senza sapere nemmeno dove ci porta la nostra “folle” corsa. Forse, però, qualche individuo più sensibile e avveduto si sarà accorto del fatto che, alla fine del percorso, si giunge proprio “colà dove la via/ e dove il tanto affaticar fu volto:/abisso orrido, immenso,/ov’ei precipitando, il tutto obblia”. ( Cfr G.Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia).

Sin dai primi giorni di Marzo, sembra però che, improvvisamente, tutti noi umani siamo diventati consapevoli che la corsa vorticosa verso l’abisso si deve, in qualche modo, arrestare: anzi, questo ci è stato intimato dai vari decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri prima, e poi, in maniera perentoria, dal DPCM del 22 Marzo 2020 e dal conseguente slogan “Io resto a casa”.

E così ci siamo ritrovati tutti a dover “fare silenzio”, ognuno nella propria abitazione, ognuno con mezzi e strumenti personali per poter vivere al meglio la solitudine non come condizione liberamente scelta per una migliore comprensione di sé e dell’altro, ma come condizione coatta e, per di più, tutti immersi, fino al collo, nella pandemia del Coronavirus.

Ed io, che non mi faccio mai mancare la mia buona dose di “sana follia”, sin dal primo giorno di clausura dettata dal Covid-19, mi sono sentita sussurrare , prima all’orecchio destro e poi anche al sinistro: “Te lo avevo detto in italiano, ma anche in latino, di fermarti, non si può reggere ad un ritmo continuamente scandito dal tic-tac martellante e assordante dell’orologio….”

In italiano e in latino: ebbene sì, anche in latino, perché chi scrive svolge la mansione, tanto chiacchierata specie in questi tempi di pandemia, di insegnante, nel caso specifico, di materie umanistiche.

monitoraggiodad

Cosa è successo, dopo il silenzio coatto, all’insegnamento di tali discipline, e non solo, nei diversi istituti di ogni ordine e grado sparsi nel territorio della Penisola? E’ arrivata la DAD, la didattica a distanza, o didattica remota, a riempire il vuoto lasciato dalla chiusura delle scuole e delle università.

E’stato, all’inizio, un rincorrersi di voci, alcune veritiere, altre no, sulla necessità di attivare piattaforme digitali, gruppi whatsapp, preparare slide da caricare nella bacheca del registro elettronico, grafici da inviare, video-lezioni da gestire in orario curricolare, compiti da svolgere a casa, fino ad arrivare alle dichiarazioni della Ministra Lucia Azzolina sull’uso- prima timidamente consigliato e poi divenuto obbligatorio- degli strumenti messi a disposizione dagli “animatori digitali” delle diverse scuole.

Questo è, almeno, ciò che è capitato a me, che mi sento fortunata ad insegnare in un Liceo che dispone di animatori digitali e tecnici informatici, che si sono spesi per far partire il carrozzone della famigerata DAD! E chi questa fortuna non l’ha avuta? Si sa che noi italiani conosciamo bene l’arte dell’arrangiarsi da sé, quindi evviva anche chi ha dovuto ricorrere ad altri strumenti per procurarsi un contatto on-line con i propri studenti!

Io ho sessant’anni e appartengo a quella generazione di docenti che hanno insegnato anche senza il sussidio-certe volte validissimo, non lo nego- delle piattaforme digitali. Ritengo che, ancor prima di offrire conoscenze e competenze atte a creare studenti in linea con la “modernizzazione” della nostra società, noi docenti dovremmo essere in grado di “educare” le donne e gli uomini di domani. Ma la sfida della scuola di oggi è soprattutto quella di riconoscere a noi stessi che, per poter educare, abbiamo bisogno di “essere educati”, attraverso tecniche volte a farci acquisire la consapevolezza di ciò che realmente siamo, per poter avviare un processo di trasformazione della nostra vita, che interessi anche i nostri studenti.

La DAD, se da un lato ha preoccupato e stressato alunni, insegnanti e famiglie, dall’altro, pero, ci ha dato la possibilità di non rimanere “isolati”, come monadi in un universo dai confini sempre più ampi, ma di creare un ponte, una sorta di comunicazione- sebbene attraverso uno schermo-di saperi disciplinari, ma anche di ansie, paure, angosce e-perché no- aspettative e speranze in un futuro migliore. Perché dal Covid-19 noi usciremo, ma il mondo che verrà fuori da questa esperienza dovrà per forza essere un mondo nuovo, basato su un nuovo modo di fare politica e su un nuovo corso di economia.

Al Liceo Archimede di Acireale: l'aula magna con tanti ragazzi in occasione di una manifestazione qualche tempo fa
Al Liceo Archimede di Acireale: l’aula magna con tanti ragazzi in occasione di una manifestazione qualche tempo fa

Non sarà, forse che io, come sempre, sto andando troppo avanti?

Forse dovrei frenare il mio pensiero “positivo” e concludere come il dottor Rieux, protagonista de “La Peste”  di A.Camus, il quale, ascoltando i gridi di allegria che venivano da Orano, ormai libera dal terribile morbo, conclude che “ il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente….”( A.Camus, La peste, Bompiani, 1947).

Ma noi siamo degli inguaribili ottimisti e affermiamo, con forza e coraggio, che con la DAD o senza DAD, professori e studenti, coalizzati in una rinnovata “social catena”, riusciranno a porre le basi su cui si edificherà un mondo “più umano”, nel quale la solidarietà non sarà più una pratica “una tantum”, ma il tessuto costitutivo naturale dei retti rapporti umani.

*Docente di Italiano e Latino al Liceo “Archimede” di Acireale