di Antonella De Francesco

ANTONELLA

Si colloca nello stesso filone ideologico di Sully l’ultimo film di Clint Eastwood, dal titolo Richard Jewell, che poi altro non è che il nome della guardia giurata che, durante le Olimpiadi di Atlanta del 1996, scoprì sotto una panchina uno zaino contenente un cospicuo quantitativo di esplosivo che, se il parco non fosse stato evacuato per tempo, avrebbe potuto determinare una strage.

Ancora una volta Clint Eastwood si conferma il paladino dell’eroe senza fortuna, dell’uomo comune che, trovandosi a svolgere il proprio lavoro, compie la scelta giusta, guidato dal suo zelo o forse solo dal suo istinto. Come Sully , Richard salva molte vite umane e diventa eroe per un attimo . Ma entrambi, il primo per non aver seguito il “protocollo”, decidendo di ammarrare nell’Hudson il Boeing che pilotava dopo un pesante bird strike che aveva danneggiato entrambi i motori dell’aereomobile e il secondo, per aver applicato con zelo maniacale il “protocollo” relativo ad alcune misure di sicurezza da applicare in caso di allarme bomba, da un giorno all’altro vedranno trasformato il loro successo nella più bruciante delle sconfitte, per effetto della mistificazione della verità ad opera dei media.

locandina RICHARD JEWELL

Il film si muove rapido su un doppio binario: da un lato la ricostruzione storica delle Olimpiadi del ‘96, arricchita da tante immagini vere, lo sforzo organizzativo corale di tutti gli americani per la riuscita dell’evento, l’impatto emotivo sulla collettività, e dall’altro lo sguardo attento al Suo eroe, alla sua vita, alla sua famiglia, al suo minuscolo mondo fatto di pochi affetti, la madre Bobi, soprattutto, con la quale condivide ogni cosa nella sua quotidianità. E come spesso accade nei nuclei familiari piccoli, nei quali, a differenza di quelli grandi, in cui il numero può costituire una riserva di forze ulteriore e di protezione maggiore, i due protagonisti del film sono abituati a bastarsi, a tirare avanti, a proteggersi quando serve dalle delusioni della vita, ad incoraggiarsi per non perdere mai di vista l’obbiettivo finale di vivere onestamente .

E così Bobi (magistralmente interpretata da Kathy Bates, candidata all’Oscar), protegge il Suo Richard (nel cui ruolo troviamo Paul Walter Hauser) fino alla fine e piange quando, scoraggiata, pensa di non avere più risorse bastevoli per proteggerlo e lui, a sua volta, si scusa con lei per averle arrecato, pur senza alcuna colpa, tutta questa sofferenza. C’è tutto del rapporto tra madre e figlio in molte scene del film, mentre restano travolti dalla furia mediatica scatenata dalle pagine di una giornalista ambiziosa e senza scrupoli e dalle indagini dell’FBI che vuole solo trovare un colpevole, in barba financo all’assenza di prove.

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Clint Eastwood si conferma ancora una volta poeta vate, capace di denunciare le mille contraddizioni della società americana, le storture della informazione che, se affidata ad incompetenti arrivisti, può distruggere intere esistenze con poche righe, cancellando la loro rispettabilità e costruendo profili mostruosi che nulla hanno a che vedere con la verità, sottolineando l’importanza della famiglia, la posizione rispettabile, ancorché precaria, del ceto meno abbiente americano, il peso, per nulla marginale, della sua presenza nella società americana .

Commuove, raccontando a tratti pure con ironia, il prototipo dell’uomo medio americano che mangia junk food, colleziona armi, vive coltivando piccoli sogni che non sempre riesce a realizzare. Il regista, come già in altre occasioni, sottolinea con garbo la fragilità dell’uomo comune, il suo rapporto con l’informazione e l’enorme responsabilità che i media si assumono divulgando false notizie e facendo cattiva informazione e innescando processi di piazza che lasciano nella gente che li subisce tracce indelebili come quelle di un pennarello nero sul coperchio di un tupperware da cucina, che non tornerà mai più come prima.

Da vedere.

Gaetano Perricone

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