di Barbara Mileto

barbara mileto e francesco peluso 2

Ci sono momenti nella vita in cui hai bisogno di restare, di sentirti a casa, protetto, (in catanese, che rende meglio che in lingua corrente, “di essere accunuttata”) perché il mondo, quello esterno, quello in cui devi vivere, ti ha ferito malamente e non ti riconosci più in esso. E in questo desiderio di ritrovare le tue radici per tornare a te stesso, non senti altro che il richiamo della terra, della tua terra. E la Mia Terra è piena di pietre.

Con il mio compagno, la mia roccia personale accanto – che senza di essa le altre si dissolverebbero in un soffio, sempre un passo dietro di me a sorreggermi ed uno avanti ad incitarmi di non arrendermi -, mi sono arrampicata sul Mio vulcano, mio intanto perché è patrimonio dell’umanità e mio soprattutto perché ci sono nata, qui, sotto i suoi boati e ci sono cresciuta, qui, andando incontro alle colate laviche, emozionata, nelle notti dei miei diciassette anni incoscienti.

Sono figlia del mare e del fuoco io. E una volta arrampicata sulla Mia Montagna, a 2200 mt finalmente ho respirato, pura essenza di Lei. Sul tetto del mondo ho toccato la pietra nera, che un tempo non molto lontano era rossa e bollente, sputata fuori, dritta dal centro del mondo e adesso era leggera come lo sono diventati, a un tratto, i mie pensieri brutti. Ho respirato ancora e l’ho buttata giù a valle, quella pietra nera insieme a tutti i miei pensieri. E del nero mantello – di una devastazione che seppellisce il vecchio per lasciar spazio al nuovo – e della voce potente della Mia Montagna tra i capelli e dentro i polmoni, mi sono ricaricata.

Un mio amico dice che l’Etna è come la vita, in continuo cambiamento. Ed è così! Lingue di fuoco e colonne di detriti mutano ogni anno lo scenario del vulcano che cresce, si innalza, si allarga, crea nuovi spazi, ma anche nuovi confini e nuove barriere. Dalla potenza del suo essere sopra ogni cosa alla distruzione, alla rinascita lenta ma inesorabile, nei “cuccioli” di pino che spuntano dalla cenere, nelle felci che brillano al sole, negli occhi di legno delle betulle, meravigliose, eteree betulle. La vita che non si arrende, mai.

E, dal nero dell’Etna, quel richiamo delle origini – che ci ha guidato in questi due brevi ma intensi giorni – ci ha condotti sino al bianco Piano dell’Argimusco, dove anche lì le pietre sono vive e parlano a chi le sa ascoltare. Anche lì, abbiamo respirato la magia della natura e dei segni lasciati da antiche civiltà che ci hanno preceduto e che ancora popolano questo posto misterioso, vergognosamente sconosciuto anche a noi siciliani. Anche lì abbiamo toccato la pietra. E anche lì siamo stati travolti da una carica di energia potente, che viene da lontano, dai tempi in cui l’uomo era in armonia con l’universo intero e interpretava i suoi segni, rispettando ogni cosa illuminata sotto questo cielo.

Un posto dove luccicano presenze invisibili, riflesse nel bagliore della pietra bianca – ma non sono illusioni ottiche… -, dove i grilli non scappano se avvicini la mano e puoi perfino accarezzarli e dove gli alberi affondano le radici nei blocchi asciutti d’acqua, ma non di vita.

Ho portato con me questa storia, lo faccio sempre, con le parole e con le immagini. Di tutto un po’…  Ma nell’ultima foto scattata prima di tornare al mondo che mi aveva ferito (ma io adesso non lo ricordo più…) purtroppo, tra l’Etna che sovrasta e crea la nostra terra e l’Argimusco che tenta ancora di proteggerla, si scorge, sbiadita nei contorni ma definita nella sostanza, la mano infame dell’uomo che accende l’ultimo fuoco venale nel bosco di Randazzo.

Io torno più forte alla vita, rigenerata dalle pietre nere e bianche della mia terra, ma so che il mondo degli uomini da cui sono fuggita non merita amore.

Le splendide foto. che raccontano questo viaggio dell’anima, sono di Barbara Mileto