di Santo Scalia

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Quasi due anni fa, il 30 gennaio del 2018, ilVulcanico pubblicò il primo mio contributo al blog. Due anni sono già trascorsi da allora e altri 80 articoli hanno fatto seguito a quel primo, scritto per ricordare la nascita dei Monti De Fiore sull’Etna.

Mi piace ricordare quell’eruzione, la prima importante dopo quella famosa del 1971 che distrusse l’Osservatorio Vulcanologico e minacciò da vicino il paese di Fornazzo, riproponendo, rivisto, ampliato ed aggiornato, quel mio primo articolo.

La pagina del blog ilVulcanico con il primo dei miei articoli, pubblicato nel 2018
La pagina del blog ilVulcanico con il primo dei miei articoli, pubblicato nel 2018

Quasi quarantasei anni fa, il 30 gennaio 1974, intorno alle ore 17:00, sul versante Ovest dell’Etna si aprì un cratere a quota 1670 dal quale fuoriuscì una colata di lava viscosa che si allungò per circa 1,5 Km. Un cono piroclastico (successivamente denominato Monte De Fiore I) cominciò a crescere e raggiunse circa 70 metri di altezza dopo appena tre giorni. L’attività esplosiva si protrasse fino al 16 febbraio, mentre il flusso di lava si arrestò il giorno successivo.

Una seconda fase dell’eruzione cominciò, inaspettatamente, l’11 marzo, quando una nuova bocca si aprì a circa 200 m. ad ovest-sud-ovest della precedente; poco più a valle, a quota 1650 metri sopra il livello del mare, un secondo cono (poi denominato, di conseguenza, Monte De Fiore II) crebbe in breve tempo. L’attività eruttiva terminò il 29 marzo.

L’eruzione, nel complesso delle due fasi – 17 giorni di durata la prima, 18 la seconda – ha emesso 4,5 milioni di metri cubi di materiali e per essa si è calcolato un indice di esplosività vulcanica pari a 2 (su una scala logaritmica che arriva al valore massimo di 8): quindi un’eruzione dal carattere abbastanza esplosivo.

Come classificare un’eruzione di questo tipo? Spesso, in passato, sull’Etna si è parlato, per indicare eruzioni originate non ai crateri sommitali, ma sui fianchi dell’edificio vulcanico, di eruzioni laterali e di eruzioni eccentriche. Solo nel 1958 fu fatta una chiara distinzione tra i differenti tipi di eruzione che normalmente avvengono sul nostro vulcano, ad opera del vulcanologo Alfred Rittmann: egli classificò le eruzioni in “terminali”, che avvengono cioè agli stessi crateri sommitali; “sub-terminali”, con attività sostanzialmente effusiva, da bocche eruttive poste sui fianchi o alla base dei coni sommitali; “eruzioni (di fianco) laterali” ed “eruzioni (di fianco) eccentriche”.

La differenza tra le ultime due tipologie, entrambe “eruzioni di fianco”, consiste nel fatto che le “laterali”, soprattutto nelle loro fasi iniziali, sono caratterizzate da intensa attività stromboliana ed abbondante emissione di lava da diverse bocche poste su fratture eruttive radiali e che drenano i condotti centrali interrompendo l’attività sommitale; le “eccentriche”, invece, non sono alimentate attraverso i condotti centrali ma da nuovi condotti indipendenti da quelli centrali e quindi non necessariamente portano alla cessazione dell’attività sommitale.

Ed è per questo che l’eruzione di febbraio-marzo 1974 fu classificata come eccentrica.

Pubblicazione di J.C. Tanguy e G.Kieffer - Bulletin Volcanologique - Vol. 40-4 1976-77
Pubblicazione di J.C. Tanguy e G.Kieffer – Bulletin Volcanologique – Vol. 40-4 1976-77

Come si evince dalla pubblicazione apparsa sul volume 40-4 del Bulletin Volcanologique, a firma degli studiosi Jean-Claude Tanguy dell’Université de Paris 6 e Guy Kieffer dell’Université de Clermont-Ferrand, le lave dei Monti De Fiore hanno una composizione più ricca di potassio e sono prive dei grossi cristalli bianchi di feldspato che venivano contemporaneamente emessi dal cratere centrale (Bocca Nuova). È solo dal 1978 in poi che i condotti centrali hanno cominciato ad emettere queste lave sempre più ricche di potassio. È da notare inoltre che vicino ai monti De Fiore si trovano altre lave prive di grossi cristalli di feldspato (Monte Maletto, Monti Mezza Luna, Monti Nespole etc.) probabilmente dovute a un meccanismo eruttivo similare.

L’intera sequenza delle singole immagini in grande formato è riportata nella Fotogallery.
L’intera sequenza delle singole immagini in grande formato è riportata nella Fotogallery.

Nel corso della prima fase dell’eruzione, in febbraio, ho avuto l’opportunità di sorvolare e fotografare il teatro eruttivo nel versante occidentale dell’Etna a bordo di un Piper Cherokee E180 a quattro posti: in un paesaggio innevato spicca il contrasto con il nero della colata ed il neonato cono De Fiore I.

Oggi i Monti De Fiore sono una meta molto gettonata dagli escursionisti che percorrono i sentieri del versante Ovest etneo.

L’area del versante occidentale etneo e la posizione dai Monti De Fiore tra gli altri coni avventizi (Foto S. Scalia)
L’area del versante occidentale etneo e la posizione dai Monti De Fiore tra gli altri coni avventizi (Foto S. Scalia)

Ma torniamo al nome attribuito ai due coni: De Fiore, chi era costui? Parafrasando una famosa espressione manzoniana, mi chiedo quanti oggi conoscano chi fosse il “De Fiore” a cui sono dedicati i due conetti dell’eruzione del 1974. Tanti escursionisti etnei, lasciando l’auto nel piazzale in prossimità di Monte Intraleo, raggiungono i due Monti De Fiore; ma, magari, sconoscono l’origine del toponimo. Anzi, mi è capitato di leggere dei “Monti dei Fiori, come con poca attenzione qualcuno ha voluto ‘correggere’ la corretta denominazione. Ottorino De Fiore, geologo, fu per alcuni anni direttore dell’Istituto di Vulcanologia dell’Università di Catania, dove sostenne la causa del ripristino della cattedra di vulcanologia, abolita dopo la morte del Professore Orazio Silvestri. Era nato nel 1890 a Maida (in provincia di Catanzaro), dove oggi si trova una via a lui dedicata; dopo un periodo di attività trascorso in Brasile si trasferì a Catania, dove creò il nucleo del Museo di Paleontologia dell’Università. Morì nel capoluogo etneo nel 1953.

Con il titolo: attività esplosiva la notte del 3 febbraio 1974, vista da Monte Rosso (Foto Jean-Claude Tanguy)