Io leggo Epruno
Io leggo Epruno

EPRUNICI

di Gaetano Perricone

Domenica scorsa, 23 ottobre, ho vissuto una esperienza gratificante e indimenticabile come componente (per la seconda volta) del gruppo Leggendo Epruno, l’originale format teatrale pensato e messo in piedi da qualche anno con successo da Renzo Botindari – ingegnere palermitano nonché vecchio amico – con lettori non professionisti che fanno tutt’altro mestiere e che accettano per una sera di essere protagonisti dello spettacolo sul palco, accompagnati da performance musicali dal vivo.

Al debutto del mio blog “Il Vulcanico”, voglio ricordare questa serata Eprunica appassionante e intensa, nella quale ho avuto il privilegio di raccontare al pubblico una storia bellissima ed emozionante nel suggestivo scenario del magnifico Real Teatro storico palermitano Santa Cecilia, pubblicando integralmente il brano che ho letto, dal titolo “Il giorno più bello della mia vita”.

Ringrazio dal profondo del cuore Renzo Botindari, straordinario e generosissimo artefice e mente pensante dello spettacolo e abbraccio tutti gli altri amici Eprunici, che hanno dato il meglio in questa serata davvero speciale.  Mi piace citarli meritatamente tutti: Tiziana Caccamo, Mario Caminita, Andrea Sorci, Antonella De Francesco, Carmelo Castronovo, Manfredi Agnello, Fabio Cocchiara, Maurizio Salustri, Nadia Spallitta, Lucia Giovannelli, Totò Cianciolo.

Ed ecco, a seguire, “Il giorno più bello della mia vita”.

Così avrà pensato Peter, nel realizzare quel sogno senza minimamente ipotizzare che anche il giorno più bello della sua esistenza, potesse coincidere con una serie di “attraversamenti” che finirono per coinvolgerlo in vicende altrui, dalle conseguenze inimmaginabili.

Questa storia inizia la sera del 17 Ottobre 1968, quando allo sparo dello starter Tommie Smith, conquistò la medaglia d’oro olimpica con un nuovo record del mondo con il tempo di 19”78, in una gara “quasi perfetta” poiché non poté fare a meno di correre gli ultimi 10 m. prima del traguardo a braccia alzate.

Fu il primo uomo a scendere sotto i 20” e avremmo dovuto attendere Pietro Mennea, undici anni dopo, prima che nello stesso sito il primato venisse battuto con il tempo di 19″72.

Quella sera ai Giochi della XIX Olimpiade, si era fatta l’impresa ma nessuno sapeva ancora che si sarebbe fatta anche la storia.

Tra i due “neri” favoriti dal pronostico, Tommie Smith e John Carlos, facendo la gara della vita, c’era Lui, Peter Norman, un sconosciuto bianco, giunto secondo con il tempo incredibile di 20”06.

Smith e Carlos avevano premeditato di salire sul podio a piedi nudi, a simboleggiare le condizioni di povertà in cui viveva una gran parte delle persone di colore, esibendo sul petto lo stemma del “Progetto Olimpico per i Diritti Umani” e soprattutto portando i famosi guanti neri, simbolo delle “Pantere Nere”.

Quando i due atleti alzarono il pugno al cielo e calarono lo sguardo dalla bandiera, la folla che cantava l’inno nazionale americano, dopo qualche fischio iniziale, smise all’improvviso e in un momento lo stadio piombò in un silenzio totale.

Appena giù dal podio la loro carriera si poté considerare finita, bruciata e la loro vita un inferno. I due atleti vennero immediatamente esclusi dalle gare ed espulsi dal villaggio olimpico e una volta tornati negli Stati Uniti, andarono incontro a numerosi problemi, dovettero abbandonare l’atletica e ricevettero minacce di morte.

Con il tempo, divennero degli eroi per il popolo afro-americano, venne dedicato loro anche un monumento in California, una statua dedicata ai due atleti dai pugni alzati, per aver lottato in difesa dell’uguaglianza razziale nonostante tutto e tutti; ma in quella statua, l’atleta australiano, freddamente distaccato da quella protesta, «l’uomo che non ha alzato il pugno», intento solo a godersi lo straordinario risultato sportivo, non compare.

Per tanto tempo fu questa la verità propinataci e a tutti piacque distinguere e provare simpatia per i due atleti di colore, snobbando il secondo classificato, ma pochi sanno la vera storia di quella protesta e di qual crumiro bianco.

Ma proviamo a guardare la famosa scena da un altro punto di visto e con maggior dettaglio. Nel sottopassaggio che va dagli spogliatoi al podio Norman assistette ai preparativi della simbolica protesta dei due americani, la mancanza di scarpe, calze nere, il ramoscello d’ulivo, i guanti neri e la collanina di piccole pietre che Carlos mise al collo in segno di povertà.

Quando i due afroamericani chiesero a Norman se credesse nei diritti umani, Peter rispose di sì, aggiungendo “si nasce tutti uguali e con gli stessi diritti”, risposta scontata per il figlio di un macellaio e di una famiglia molto credente e vicina all’esercito della salvezza, cresciuto in una Australia che all’epoca aveva delle leggi di apartheid molto rigide, quasi come quelle sudafricane, non solo verso i neri ma anche nei confronti degli aborigeni.

Smith e Carlos, come detto, esibivano sul petto lo stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, un movimento di atleti impegnati nella difesa dell’uguaglianza tra gli uomini.

Peter prima di entrare nel campo per la premiazione chiese: “datemi uno dei distintivi, sono solidale con voi”. Come si può notare dalla foto, anche Norman sistemò la coccarda sulla sinistra della tuta, ma in pochi allora trovarono il tempo di soffermarsi su questo particolare, non conoscendo i retroscena.

Ah … dimenticavo. Un attimo prima di uscire dal tunnel, Smith e Carlos si resero conto di avere un solo paio di guanti e stavano per rinunciare a quel simbolo. Carlos aveva dimenticato i suoi guanti neri al villaggio, mentre Smith aveva con sé quelli comprati da Denise, sua moglie, ma fu di Norman il consiglio: “Mettetevene uno tu e l’altro tu, un guanto ciascuno” e così fecero, Smith alzò il pugno destro e Carlos il sinistro.

L’avere indossato quello stemma costò carissimo a Peter Norman. Tornato in Australia, fu costretto a dire addio alla sua carriera e quattro anni dopo non fu selezionato per rappresentare l’Australia alle Olimpiadi del 1972 e non verrà nemmeno invitato ai Giochi Olimpici che si svolgeranno 28 anni dopo, nel 2000, nel suo paese.

Fu trattato come un emarginato, un traditore, fu rinnegato dalla sua famiglia, fu osteggiato nel lavoro a causa dell’immagine negativa che si portava dietro.

Avrebbe avuto per anni l’opportunità di riscattarsi, di salvare la sua carriera e tornare a essere considerato il grande sportivo di talento che in realtà era, essendo più volte invitato a condannare pubblicamente il gesto di Carlos e Smith e a domandare perdono. Norman non rinnegò mai le sue idee e non accettò di tradire i due americani per «riscattarsi».

Per decenni, «l’uomo che non ha alzato il pugno», totalmente screditato, verrà cancellato, dimenticato e eliminato dalla storia, detestato da tutto il suo paese finché, in seguito a una ferita mal curata, finì i suoi giorni nel 2006 a Melbourne, in Australia, consumato dalla cancrena, dalla depressione e dall’alcolismo.

Era d’ottobre, anche allora il giorno 3, quando al funerale di Peter si ricompose per l’ultima volta quello straordinario podio, Tommie Smith, John Carlos e in mezzo Peter Norman, i tre non si erano mai persi di vista e i due sprinter americani vollero portare a spalla la sua bara, in senso di riconoscenza ad uomo “libero” rimasto fedele ai suoi “principi morali”.

Gaetano Perricone

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