Con il mio caro amico Gianni Pittà
Con il mio caro amico Gianni Pittà

di Gaetano Perricone

La storia di questa domenica è una vera “chicca” per gli appassionati dell’Etna e i suoi escursionisti, ma anche un prezioso documento. E’ la storia  della “prima salita sull’Etna, fatta per iniziativa e sotto la direzione della sezione del Club Alpino catanese” tra il 17 e il 18 luglio 1875, come scrive testualmente Antonino Amore, scrittore, recensore, di fatto anche cronista etneo dell’epoca.  Il racconto si intitola “Excelsior !”, sempre più in alto, (il motto del Club Alpino Italiano), all’interno del libro “Sull’Etna”, del 1906, Catania, editore il Cavaliere Niccolò Giannotta, Libraio della Real Casa.

COPERTINA SULL'ETNA
La copertina e il frontespizio del libro

Ho trovato questo bellissimo e prezioso volumetto a Modena, a casa di FRONTESPIZIO SULL'ETNAGiovanni Pittà,  un carissimo amico catanese con grande esperienza nel mondo dell’editoria che vive al nord da anni. Definito una guida scientifica, “Sull’Etna” è in realtà una appassionante raccolta di cronache e racconti dell’epoca ambientati sulla Montagna Patrimonio dell’Umanità, un paio dei quali vere e proprie affascinanti “perle” per gli amanti dell’Etna e della sua storia, come “Excelsior”, dal quale sono tratti i brani che riportiamo integralmente qui a seguire.

Il Vulcanico dedica con grande piacere questo articolo,  questa bellissima storia scritta con il linguaggio dell’epoca ma con la passione che ritroviamo ancora oggi in chi ama l’Etna, agli amici del CAI di Catania (la sezione fu fondata il 24 aprile 1875) e agli  appassionati dell’escursionismo sul  Vulcano.  Ringrazio di cuore, tengo a farlo pubblicamente, Giovanni Pittà, che mi ha generosamente offerto la più ampia consultazione del libro di Antonino Amore.  LABARO CAI CATANIA

 

Da “Sull’Etna”, 1906, Cav. Nicolò Giannotta Editore

Piazza Università. La partenza.17 e 18 luglio 1975. Verso le due del mattino la piazza dell’Università degli studi, poco prima silenziosa e deserta, si andò a poco a poco popolando di viaggiatori e di carrozze: queste, tirate da poderosi cavalli sbuffanti e palpitanti sotto i colpi della frusta degli automedonti; quelli, aggirantisi allegramente per la piazza in cerca del compagno, o del segretario, o del presidente della sezione alpina, intorno a cui facevano ressa per chiedere consigli, spiegazioni, suggerimenti.

Era quella la prima salita sull’Etna, fatta per iniziativa e sotto la direzione della sezione del Club Alpino catanese; quindi il numero degli alpinisti, accorsi da ogni parte dell’isola e anche da paesi lontani, superò ogni previsione, rendendo più difficile il compito del Consiglio direttivo e specialmente del presidente, il prof. G.A. Boltshauser, un tedesco dalla persona lunga lunga e stecchita, dal volto ossuto e cartillaginoso, che a me, e non so per quale ragione, ogni volta mi veniva fatto di vederlo, mi richiamava alla mente l’ombra di Vergilio apparsa a Dante nel gran diserto.

Alle 3 e ½ precise, quando tutti ebbero preso posto nelle dodici carrozze (fatica non piccola, dovendo contentare i desideri di ben 50 persone, che tante la comitiva ne contava), il presidente diede l’ordine della partenza e la carovana si mosse”

La via Etnea. “La via Stesicoro-etnea, la più bella della città per larghezza e magnificenza di palazzi, corre per circa tre chilometri in linea retta verso settentrione, nella cui direzione a perdita d’occhio, s’innalza l’Etna maestoso che, veduto di fronte, ha l’aspetto di un cono gigantesco, così alto da servire di puntello all’immensa volta del cielo”

Il paesaggio. “… donde la strada si spinge verso Nicolosi. Ma qui il paesaggio, prima vario e delizioso per la bellezza dei vigneti, lussureggianti d’uva ancora in fiore e di pampani, e dei boschetti di cedri, di limoni, d’aranci, dai frutti d’oro e di porpora, diviene a un tratto aspro e selvaggio. A sinistra, e per un’estensione che l’occhio non giunge a circoscrivere, si vedono le lave del 1669 aride e brulle, se togli qualche ciuffo di ginestra che qua e là ne rallegra il nerume; a destra si stende la lava del 1408, ma qui, accanto alla ginestra, vegeta il ficodindia dalle foglie larghe, tozze, ovali come tanti scudi di guerrieri romani, e il fico e la vite si affacciano, mostrando timidetti il verde dei loro germogli”

FIGURA 1 LIBRO

Nicolosi e i Monti Rossi.  “vulcanici i monti che a centinaia ti si schierano dinanzi. Fra questi, per la cima coverta di scorie rosse, spiccano i Monti Rossi, che sorgono ad occidente, a breve distanza dal paese. La loro formazione si deve all’eruzione avvenuta la sera dell’11 marzo 1669, e il nome, come seppe trovarlo l’immaginazione del popolo nei momenti di terrore, fu di Monte della Ruina; ma col tempo, venuto meno il ricordo dei danni sofferti, al primo nome fu sostituito quello di Monti Rossi e, si noti bene, monti e non monte, perchè la vetta geminata inganna, e fa credere che siano due, mentre in realtà non è che un monte solo.

Gli alpinisti, secondo gli accordi presi dal Comitato direttivo, erano stati distribuiti nei due alberghi principali: Etna e Mazzaglia, e intanto che si richiedono le guide e i muli, e si prepara la colazione (faccende che il numero stragrande dei viaggiatori rende lunghe e difficili, a gruppi, a brigatelle, a comitive, ci si avvia verso i Monti Rossi … Di fronte, dalla parte che guarda verso mezzogiorno, si vede una colata di lava larga circa quattro chilometri, ispida, brulla, nera, come se fosse d’ieri: essa è la lava del 1669, di cui si può seguire con lo sguardo il corso e le vicende”

L’Etna, una folla di monti. “Non meno imponente è lo spettacolo che ci si presenta, guardando dalla parte opposta. L’Etna, perduta nella sua forma piramidale, si dirompe, si fraziona, si moltiplica in una innumerevole folla di monti, gradatamente l’uno più alto dell’altro, da richiamare alla mente la mitica battaglia dei Titani i quali, accavalcando monte su monte, tentarono di dare la scalata all’Olimpo”

Guide e mulattieri. “Intanto ferve il lavoro: guide e mulattieri si danno un gran da fare nel preparare i bagagli e le provviste da bocca ed altro, come legna, carbone, acqua, di cui lassù c’è assoluta mancanza; e ad ogni istante giungono sfilate di muli da formare una vera cavalleria”

A cavallo o a piedi ?. “… A cavallo, a cavallo, dicono intanto le guide; a cavallo, ripete il presidente, invitando ciascuno ad inforcare uno dei cinquanta bucefali che stanno lì schierati in assetto di partenza. Ma fra’ viaggiatori si è cominciato a ventilare l’idea di fare il viaggio a piedi. – O che alpinismo è codesto ? Dice un signore a un capannello di giovani che gli si stringono intorno; se si ha da andare in carrozza e poi a cavallo, sarà uno sport da milordini, ma non già un alpinismo. Il signore che con tanto calore difende, dirò così, la bandiera dell’alpinismo è un piemontese, il signor conte di Buronzo, generale in ritiro, che nel suo attivo conta non so quante ascensioni sulle Alpi, ed una escursione da Roma al Vesuvio, fatta d’un fiato, come una passeggiata militare … L’esempio fu seguito da altri dieci o dodici compagni, fra cui lo stesso professore Boltshauser, il quale forse credette che fra’ doveri della presidenza ci fosse anche quello di non mostrarsi inferiore a nessuno per vigore di garretti”

I muli, alti e robusti. “A cavallo, a cavallo, si grida da ogni parte, e intanto guide e mulattieri si scalmanano, si danno un gran da fare per farci montare sui muli, certi animali alti e robusti, con gambe asciutte e forti, e dal passo fermo e sicuro: i soli che possono resistere sull’ardua salita”

FIGURA 2 LIBRO

Tappa alla Casa del Bosco. “… Intanto il sentiero si fa sempre più ripido e il sole più cocente; e noi vediamo sfilarci dinanzi a sinistra i monti San Leo, Rinazzi, Cona, Manfrè; a destra i Monti Concilio, Grosso, Capriolo, dei quali le guide ci dicono i nomi e l’altezza. Dopo circa due ore e mezzo di cammino, si giunse alla Casa del Bosco, ch’è la prima tappa, ove ci fermammo non solo per aspettare i compagni, ma anche per cambiare abiti, preparare mantelli, soprabiti e quanto altro è necessario a prevenire i successivi cambiamenti di temperatura, che con rapidi sbalzi dal calore della zona torrida passa al mite tepore di quella temperata, e subito dopo al freddo di quelle glaciali”

L’Etna e le Alpi. “… Ci rimettemmo in viaggio, e questa volta tutti a cavallo, compreso il signor conte di Buronzo, il quale a proprie spese aveva sperimentata la differenza che passa fra i due alpinismi: quello delle Alpi dalla eterne ghiacciaie, e quello dell’Etna dalle sabbie cocenti. I muli, con passo lento ma sicuro procedono per l’erta, che diviene sempre più alta e difficile, e l’occhio, spaziando pieno di meraviglia e di terrore, per quell’erte montane, crede appena possibile il pervenire lassù …”

Polifemo.Guardo e laggiù, in una piccola chiusa, tutta riparata dal monte, vedo un ovile, e dinanzi all’ingresso della grotta che gli serve da capanna, un pastore dalle forme gigantesche,  vestito di pelle di pecora, i cui velli lunghi e bianchi gli danno un’aria selvaggia, che richiama alla mente la figura di Polifemo, come ce lo descrive Omero, fermo alla bocca dell’immane antro, attendere dal pascolo le pecore ..”

Le Fosse della Neve. “… Si riprende il cammino, e si passa accanto alle Fosse della neve, specie di ghiacciaie, ove d’inverno si conserva la neve che poi viene trasportata e venduta in città durante l’estate. La mia guida ha il gentile pensiero di offrirmene un pezzetto, ma il freddo mi fa preferire un sorso di cognac dalla mia fiaschetta; ma, con mia sorpresa, esso ha perduta ogni efficacia, e scende giù pel gorguzzole senza nemmeno avvertirlo, come se fosse acqua fresca”

Alla Montagnola. “… Siamo alla Montagnola, mi dice la guida; e dopo qualche momento: questa è la Timpa del Barile; e si sale, si sale sempre, spettatori muti nella lotta tra la nebbia e il vento, tra la luce e le tenebre. La neve è ai nostri fianchi; com’è bella ! A liste lunghe lunghe si stende pe’ dirupi, e ne veste i contorni, che luccicano come cristalli … E si sale sempre. Un raggio di sole viene di nuovo a illuminarci, e vedo, con grande sorpresa, una vasta e sterminata pianura, che si stende fin quasi l’estrema falda del cono centrale, il quale s’innalza maestoso e superbo”

FIGURA 3 Libro

La Casa degli Inglesi. “.. Traversato per circa due chilometri il Piano del Lago, si presenta alla vista la Casa degl’Inglesi, piccola, bassa, modesta, ma desiderata più di qualunque sontuoso albergo, perché essa segna la fine del lungo e faticoso viaggio. La Casa degl’Inglesi, detta pure Casa Gemmellaro, è sita a m. 2942 sul livello del mare. Prima del 1811, i viaggiatori erano costretti a passar la notte dentro una caverna, detta Grotta delle Capre. Il dott. Mario Gemmellaro, nella cui famiglia fu tradizionale il culto dell’Etna, concepì il disegno di costruirvi una casa per asilo gratuito dei viaggiatori; e a conseguire questo scopo si valse del credito ch’egli aveva presso il governo britannico, sotto la cui bandiera aveva militato con la qualità di medico-chirurgo. Ben presto, ottenuti i mezzi, vi fabbricò la casa che si disse degl’Inglesi, come attesta la seguente iscrizione: Aetnam perlustrantibus has aedes Britanni in Sicilia anno salutis 1811. A rinfrancare lo spirito stanco e abbattuto e a infondere nell’animo di tutti brio e vigore valse il desinaretto, certo fatto alla buona, ma che l’appetito rendeva squisito oltremodo; sicchè, quando si venne allo champagne, cinquanta bicchieri si alzarono per toccare e da cinquanta bocche venne fuori il grido: Excelsior”

I muli al bosco. “I muli al bosco, i muli al bosco: vocia Contarini. Contarini non è uno dei sette Dogi della Serenissima Repubblica di Venezia, ma il capo delle guide. Uomo pratico dei luoghi e del tempo, aveva sentito che il vento, prima da maestro, spira ora da tramontana, e che perciò il freddo rinvelenito non permette che i muli stieno all’aperto, non essendo possibile ricoverarli tutti dentro la stalla. I muli al bosco, ripete Contarini. Su, su, figliuoli, mettete in movimento quelle povere bestie che assiderano … Girate per Monte Frumento, sarete al riparo dal vento … In un attimo i mulattieri, buttatisi a cavallo, prendono la discesa, e via di buon portante. Il termometro, che nel nostro arrivo segnava due gradi sopra zero, si è repentinamente abbassato a sette sotto zero. Mi sento delle vertigini. Ho bisogno d’aria ed esco nella spianata. La nebbia s’è interamente dissipata, e il cielo d’una trasparenza meravigliosa comincia a rischiararsi al placido chiarore della luna nascente … l’anima e lo sguardo restano attratti dalla vista del Vulcano, che, silenzioso e terribile, guarda dall’alto, e mostra il suo misterioso potere nell’immenso deserto di lava che lo circonda, e nelle innumeri eruzioni che la storia non registra, e ch’ebbero principio forse col principio stesso delle cose e del tempo”

Parossismo. “… Cauti, guardinghi, appoggiandoci al bastone ferrato di cui eravamo muniti, si va innanzi per l’erta, ma la mobilità delle arene al muovere d’ogni passo, ci trasnina giù, e ci fa perdere il cammino già fatto. L’esperienza ci suggerisce il mezzo di vincere le difficoltà: ci disponemmo in catena l’uno dietro l’altro, ed ecco il primo sale di tre o quattro passi, e confitto in terra fortemente il bastone, se ne fa puntello e stende la mano al più vicino, e questi a secondo e al terzo che si avanzano con precauzione … La montagna è in un momento di parossismo, e come il sudore dei pori del corpo, così da tutti i punti del vulcano vengono fuori dei vapori acri come di nitro e di zolfo che strozzano il respiro, fortuna che il vento li porta via subito. E si sale, si sale ancora … Ma che emozioni terribili ! Fuma la terra sotto i piedi, fumano le pietre, striate di rosso e di giallo; vogliamo riposarci un momento e ci sediamo, ma le pietre scottano; si toccano, e appena tocche, si sfaldano”

FUGURA 4 Libro

In vetta, Excelsior. “Siamo presso alla cima, di cui vediamo l’orlo estremo; e il desiderio di potervi presto pervenire ci dà forza alle gambe, vigore allo spirito. Ed ecco un grido di gioia erompe dai nostri petti: excelsior, excelsior; la vetta è toccata. Ci sdraiammo per terra stanchi e sfiniti; ma il calore del suolo e le esalazioni acide e soffocanti ci fanno saltare in piedi e aprire la bocca per aspirare a pieni polmoni l’aria fresca della montagna. Rimessi dal momentaneo abbattimento volgemmo lo sguardo al cratere: una immensa voragine, i cui margini ora si avvallano, ora s’innalzano a guisa di piccoli poggi. L’impressione è così intensa, che i sensi restano quasi paralizzati, fuorché la vista, ove tutta l’anima si concentra, e se le gambe mal volentieri obbediscono all’impero della volontà, gli occhi, incatenati in un fascino potente, non possono distaccarsi dall’abisso che si apre a pochi metri da noi, e con pendio facile ma infido scende giù per gl’inesplorati recessi del vulcano”

Lo sguardo sulla Trinacria.Oramai i monti, e le valli sottostanti, e il mare lontano, e l’azzurra volta del cielo sembrano al raggio del sole rianimarsi e splendere di nuova bellezza; solo dalla parte d’occidente l’ombra immensa dell’Etna si stende in forma d’un grande triangolo acuto sopra il resto dell’isola, che pare che ancora dorma e riposi. Intanto, sotto l’azione del sole si dileguano le nubi, si sciolgono le nebbie che prima ci toglievano la chiara visione della terra e del mare, ed ecco offrirsi allo sguardo, come su d’una carta geografica, l’isola tutta con i suoi tre promontori, ond’ebbe anticamente il nome di Trinacria e Triquestra”

Etna, interno Valle del Bove
Etna, interno Valle del Bove

La Torre del Filosofo e la Valle del Bove. La discesa fu facile e breve. Seduti sulla mobile arena, lasciammo trasportarci giù dal peso stesso del nostro corpo. Quindi, tornati alla Casa degl’Inglesi, ci disponemmo alla partenza … Si cominciò la traversata del Piano del Lago e dopo un breve tratto ci fermammo per vedere i ruderi di un edifizio, che la tradizione vuole, sia stato abitato da Empedocle, e che perciò vien detto la Torre del Filosofo. Ma il prof. Boltshauser ci fa osservare che quel modo di costruire a mattoni cementati con pietre di lava è proprio dell’epoca romana, e che perciò sia più ragionevole supporre che siano i ruderi di un’area eretta a Vulcano, che il mito vuole che qui avesse sua dimora per fabbricare i fulmini a Giove; ovvero a Giove stesso etneo, il quale avrebbe avuto in esso il tempio sito nel punto più alto che il mondo pagano ricordi. Si procede faticosamente innanzi; si traversa, camminando sempre verso levante, l’arido deserto, ove anche i più forti s’alleniscono e stancano, e finalmente si perviene all’“orlo di una scogliera di lava che cinge la gran Valle del Bove. Sporgo appena la testa e guardo: il vuoto mi dà le vertigini e pare che mi attiri giù in fondo. Mi attacco a un pezzo di lava sporgente, e con l’occhio sbarrato e l’animo perplesso guardo l’abisso. Dall’altezza di m. 2900, ove mi trovo, il suolo si avvalla e scende giù a picco per una profondità immensurabile. Le pareti sono tutte incrostate di ghiaccio così duro e resistente che appena giungo a intaccarlo con la punta ferrata del bastone, benché vi meni su dei gran colpi. Il fondo della valle, di forma semicircolare, è sparso di centinaia di vulcani, di cui qualcuno ancora fumante … Ma mentre l’occhio esterrefatto guarda, la mente domanda a se stessa la  spiegazione di quell’incomprensibile fenomeno. E in verità il prof. Boltshauser non manca di esporci, nel modo più chiaro e conciso sia possibile, le astruse e contraddittorie ipotesi dei geologi nostrani e stranieri; però egli con Carlo Gemmellaro crede che cotesta valle sia l’effetto di un generale sprofondamento, per cui, crollate le pareti del monte, rimase scoverta gran parte della superficie interna; e a me pare che questa sia l’ipotesi più plausibile”

Ricordi. Una pietra nera sulla mia scrivania. “Come gli antichi cavalieri amavano portare sulle loro armi scritta o incisa l’impresa che delle loro belliche fatiche era simbolo e scopo; così taluni, a ricordo del viaggio fatto, sul bastone ferrato che vollero portar seco, con la punta del temperino vi avevano inciso un motto, una parola, un segno, sintesi delle impressioni ricevute. In uno sta scritto: Muoio ma salgo. In un altro: Excelsior. In un altro: Non bis. Sulla mia scrivania sta una pietra nera ruvida, pesante come ferro, da me presa sul cratere: essa è il ricordo ch’io serbo della salita sull’Etna”

Con il titolo, una rara immagine sbiadita dell’ascesa sull’Etna con i muli. Tutte le altre immagini, tranne l’ultima foto, sono tratte dal libro “Sull’Etna” di Antonino Amore

 

 

 

 

 

 

 

 

Gaetano Perricone

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