ECCOMI QUAdi Gaetano Perricone

La neve caduta in questi giorni sull’Etna, che rende ancora più affascinante il Vulcano Patrimonio dell’Umanità, mi spinge a raccontarvi qualcosa di un antico mestiere etneo (e non solo): il nevaiolo. Per farlo, ho pensato di recuperare e riproporvi un paio di pagine  (85-87), dedicate proprio a questo particolare e interessantissimo lavoro, determinante per fare arrivare il ghiaccio nelle case quando non esistevano frigoriferi, tratte dal mio libro “La mia Etna. Dialogo con la Muntagna. Luoghi, storie, personaggi” (Gaetano Perricone, Giuseppe Maimone Editore, Catania, novembre 2004). Ecco il brano.

[ …La tradizione, la storia dei costumi siciliani, racconta di antichi e affascinanti mestieri che avevano come scenario le tue pendici, mia cara Muntagna: nel corso dei secoli, hai dato lavoro e pane a tanta gente, che ti è rimasta per sempre riconoscente.

Voglio parlare di uno di questi mestieri, quello che forse più di ogni altro mi è rimasto impresso per la sua straordinaria peculiarità: il nevaiolo, cioè il raccoglitore di neve sull’Etna, per provvedere ai bisogni della città e della provincia di Catania. Ne parlerò trascrivendo alcuni passi di un illuminante resoconto del famoso antropologo Giuseppe Pitrè, pubblicato nel 1989 sul quotidiano “La Sicilia”. Ecco cosa racconta Pitrè:

Grotta della Neve

La neve si accumula da sé in grandi insenature, che vengono dette “tacche”, da cui si toglie con una serie di operazioni. La prima di queste si effettua a ottobre e consiste nel far ripulire le tacche, togliendone le pietre che vi fossero cadute dentro o le sudicerie rimaste dopo l’estrazione di neve dell’anno precedente. Dopo che, nel mese di febbraio, la neve s’è accumulata nelle infossature del suolo. una squadra di 50 o 60 operai si reca, in marzo, sulla montagna e con lunghe aste di ferro graduate rileva la profondità dello stato nevoso. Lo scavo si limita ai punti dove lo spessore della neve raggiunge i tre metri; e di queste zone utilizzabili sono indicati i limiti per mezzo di mucchi di cenere eruttata dal vulcano.

Il vero lavoro di preparazione dello scavo si compie di notte soltanto, perché di giorno esso sarebbe troppo faticoso a causa del calore solare che fa fondere la superficie nevosa. Al lume della luna e delle torce, gli operai ricoprono la superficie utilizzabile con uno strato di cenere alto 30 centimetri, avente agli orli uno spessore doppio: lo scopo do siffatta copertura è di difendere la neve dall’azione dei caldi raggi solari. In tal modo., si preparano quattro o cinque tacche, a seconda dell’abbondanza della neve, che vengono aggiudicate ad un imprenditore, il quale è passibile di una fortissima multa nel caso che lasciasse Catania priva di neve. Giunta l’estate, per raccogliere la neve si sbarazza quest’ultima del suo mantello di cenere e poi se ne divide la superficie in una rete di tanti rettangoli per mezzo di strumenti di ferro, che vanno fino a metri 1,50 di profondità. Lungo il giorno un po’ di neve è fusa al sole e l’acqua che penetra nei solchi scavati nella massa, si congela durante la notte seguente; in tal modo, la neve può essere divisa in blocchi parallelepipedi, che hanno le facce congelate. Questi blocchi vengono ricoperti con foglie di felci e di castagni, poi chiusi entro sacchi, di cui un paio per ogni animale è portato a dorso di carri. la neve è distribuita a Catania e alle altre città vicine.

Descrizione mirabile di un’attività davvero unica, fortemente legata a te, cara Etna, alle tue risorse e ai tuoi valori. Un’attività, questa della coltivazione della neve, sicuramente rispettosa dell’ambiente, che forniva occupazione e coinvolgeva diverse categorie di lavoratori di grande operosità: contadini, carrettieri, braccianti, imprenditori, rivenditori. Una curiosità: un nivaiuolo,  racconta il Pitrè, fino al 1873 guadagnava una lira al giorno, pane e vino a piacere. Quanta gente hai fatto e fai ancora campare, cara Muntagna …]

NOTA SULLA FOTO DELLA NEVIERA IN HOMEPAGE

Merita certamente qualche parola la splendida foto datata 1896 di un’antica neviera, rara e ricca di suggestioni, che illustra in homepage questo articolo. Appartiene alla collezione privata di Francesco Pennisi, carissimo amico grande appassionato della Muntagna e della fotografia, che l’ha tirata fuori dal suo prezioso archivio personale in occasione della pubblicazione del volume “Etna vulcano del mondo” (AA.VV., Villaggio Maori Edizioni, febbraio 2014), nel quale noi dello staff Unesco del Parco abbiamo raccontato tutti insieme la splendida avventura che si è conclusa con l’iscrizione dell’Etna nella World Heritage List.

A seguire, riporto integralmente ciò che scrisse Francesco – al quale il Vulcanico è grato per l’opportunità – per descrivere la foto,  in pratica una lunga e appassionata didascalia.

(Francesco Pennisi). Quando i miei colleghi, dopo la conclusione dell’impegnativo lavoro comune che ci ha portato all’iscrizione dell’Etna nella lista dei siti naturali del Patrimonio Unesco, mi hanno chiesto di scrivere anch’io una testimonianza per questo libro-racconto, da appassionato di fotografia di lungo corso ho subito pensato ad una foto, rara e unica, prezioso ricordo di famiglia. E’ l’immagine di un’antica neviera etnea. Eccola.

E’ stata scattata, insieme ad altre simili, da mio bisnonno e raffigura il carico della neve con i muli sulle lave etnee. La Concessione Governativa era data all’Arcivescovado di Catania e la persona che si intravede con berretto e gambali è Antonio Salinas, uno dei più importanti archeologi del secolo scorso, ordinatore del Museo Nazionale di Palermo a lui intitolato.

La foto riporta sul retro la data del 1896 e di essa non esistono negativi, essendo una delle poche stampe antiche rimaste.

 E’ stata sempre gelosamente custodita da me in un cassetto, che in questa particolare circostanza ho deciso di aprire per tirarla fuori. Nel mio immaginario rappresenta l’inizio di un percorso che si è brillantemente concluso il 21 giugno scorso in Cambogia, con il riconoscimento al nostro vulcano. Ed è il mio personale contributo a questo libro, attraverso le due grandi passioni della mia vita: l’Etna e la fotografia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gaetano Perricone

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