di Gaetano Perricone

Foto ricordo con la stele Unesco al Parco
Una mia foto ricordo con la stele Unesco al Parco

Qualche tempo fa, in occasione della realizzazione del libro “Etna Vulcano del mondo. A Muntagna nel Patrimonio Mondiale Unesco” (Villaggio Maori Edizioni, 2014),  mi è stato chiesto (come agli altri componenti del team protagonista della grande avventura che ha portato la Muntagna nella World Heritage List) di raccontare un mio “luogo del cuore” tra i tanti, meravigliosi ed emozionanti, che sono diventati parte pregnante del mio lavoro di giornalista del Parco dell’Etna.

Avrei potuto sceglierne tanti, di luoghi del cuore, unici per la loro straordinaria natura e per il loro fascino quasi ipnotico. Posti fantastici, dove ho vissuto esperienze indimenticabili.

E invece ho preferito la scelta più semplice e che può apparire la più scontata: il luogo dove per 18 anni sono andato ogni mattina a lavorare, quello che continuo ancora a chiamare il “nostro ufficio”, anzi il “nostro Monastero”. Sì, quello che è stato il mio ufficio, computer e scrivania, ospitati dentro una ex cella dell’antico cenobio benedettino all’interno di un bellissimo parco, pieno di stupendi alberi, un chilometro circa sopra la cittadina di Nicolosi. Dalle redazioni della mia precedente vita professionale nel caotico centro storico di Palermo all’antica dimora etnea dei monaci seguaci della regola benedettina: un cambiamento radicale, un grande salto di qualità della vita. Un vero luogo del cuore, ricco di storia e di cultura, a stretto contatto con l’anima dell’Etna, una scoperta quotidiana di piccole e interessanti curiosità.

Il Vulcanico comincia il 2017 accompagnandovi in una visita virtuale in questo magnifico posto e per farlo vi  ripropongo quasi per intero la mia testimonianza, inserita in quel volume, con l’invito a tutti voi a fare appena possibile una approfondita visita reale. L’ex Monastero di S. Nicolò La Rena, origine storica della comunità nicolosita, è localizzato nella zona pedemontana dell’Etna, nei pressi dei Monti Rossi, dai quali ebbe origine la grande eruzione del 1669. L’abbazia benedettina, costruita intorno alla metà del XII secolo, è oggi considerata un edificio di eccezionale  valore storico e architettonico e un’importante testimonianza della cultura del tempo.

1 ORAZIOL’Ente Parco ha restaurato e recuperato questo edificio di grande interesse storico – di fatto “papà” del Monastero di Piazza Dante a Catania, dove i benedettini s’insediarono dopo avere lasciato Nicolosi – che ne è divenuto la sede, restituendo alla collettività una struttura di notevole valore, che altrimenti si sarebbe persa definitivamente. Il 20 giugno del 2005 l’Ente Parco dell’Etna si è dunque insediato nella nuova sede, che simbolicamente e istituzionalmente rappresenta la “porta d’ingresso” alla magnifica area protetta attorno al più alto vulcano attivo d’Europa.

Il Monastero, restituito alla collettività dopo lunghi anni di abbandono e un complesso lavoro di risanamento conservativo, rappresenta per le comunità etnee e per tutti coloro che, da ogni angolo del mondo e in ogni stagione, vengono a visitare il territorio del Parco, uno spazio riconquistato alla cultura, alla salvaguardia della natura e alla promozione dei prodotti tipici. E anche un punto di riferimento fondamentale per ospitare, come è già accaduto più volte, significativi eventi culturali e scientifici e manifestazioni di educazione ambientale.

Superata la palazzina d’ingresso, realizzata ex novo con la funzione di front office dell’Ente Parco, l’antico e affascinante vialetto in pietra lavica e un arco conducono nella zona antistante il Monastero, caratterizzata dalla presenza della cisterna “a quattro bocche”, ancora oggi attiva con i suoi quattro pozzi.

All’interno del piano terra, in quella che è stata una volta la cantina del Monastero, è stata realizzata un’area museale vulcanologica che illustra le caratteristiche fondamentali dell’Etna: la storia geologica, le grotte, le colate laviche, le “bombe vulcaniche”. Di fronte , la ricostruzione del paesaggio rurale etneo e un’ampia serie di schermi, con webcam che mostrano in diretta la zona sommitale della Muntagna e illustrano, in collegamento con l’INGV, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, le formidabili attività di monitoraggio del Vulcano più studiato al mondo.

Sempre al piano terra, dove prima si trovava la vecchia chiesa, c’è la splendida sala conferenze del Parco, utilizzata anche come auditorium in occasione di numerosi concerti. Vi sono conservati alcuni affreschi e iscrizioni sopravvissuti al lungo periodo di degrado che ha preceduto la ristrutturazione dell’edificio a opera del Parco. Al piano superiore, in quelle che erano una volta le celle dei monaci benedettini, ci sono gran parte degli uffici.

Alle spalle dell’edificio si trova l’area recintata con i ruderi dell’originario Monastero. Una campagna di scavi condotta dall’Ente Parco negli ultimi mesi del 2008 ha fatto riemergere da un passato lungo parecchi secoli le grandi strutture dell’originario complesso architettonico medievale.

Immediatamente a nord dell’attuale sede, i lavori hanno portato alla luce un complesso di ruderi da cui emergono ampi e suggestivi ambienti voltati che, a giudicare dal disomogeneo livello del piano di calpestio e dalla diversa tipologia muraria, fanno presumere una datazione più vicina a quella della fondazione del monastero. Le strutture riportate alla luce, che verranno sottoposte a ulteriori e approfonditi studi, fanno sperare nella scoperta di una realtà di grande interesse storico e archeologico. Il percorso di conoscenza delle antiche strutture del Monastero, in parte crollate, in parte sepolte dalle emissioni piroclastiche dell’eruzione del 1669, servirà non solo a capirne le origini e a recuperarne la memoria, ma anche a valutare una possibile riabilitazione funzionale per la pubblica fruizione, nel rispetto dell’integrità storica e culturale del luogo.

Accanto  al Monastero c’è il meraviglioso, vecchio palmento, di recente aperto alla fruizione del pubblico dopo un eccellente lavoro di risanamento. Infine, adiacente alla sede, c’è la grande area (circa 3 ettari) con il campo collezione della Banca del Germoplasma Etneo e il Sentiero del Germoplasma.

Il campo è stato realizzato per la conservazione e la coltivazione ex situ del patrimonio genetico vegetale etneo e ospita specie di interesse naturalistico e agrario (vigneto, frutteto, ginestreto, piante di interesse forestale, arboree e arbustive), ma anche specie aromatiche e officinali presenti nel comprensorio etneo e viene condotto secondo il metodo biologico di produzione.

Il Sentiero del Germoplasma, lungo 1153 metri, è stato realizzato all’interno del campo collezione con pendenze inferiori al 7% e con uno strato superficiale atto a permettere il transito anche a mezzi di supporto alle attività motorie di persone diversamente abili. Sono state in particolare installate, con la collaborazione della Stamperia Braille di Catania, apposite targhette esplicative di interpretazione ambientale anche per ipovedenti e non vedenti. È stato dunque realizzato un vero e proprio Sentiero dei cinque sensi , permettendone così la più ampia fruibilità e ponendolo come possibilità di svago e di recupero del contatto dell’uomo con la natura e della naturale potenzialità dei sensi. E infatti, in questi anni, la Banca e il sentiero del Germoplasma, oltre che punto di riferimento di un’intensa attività di educazione ambientale per le scuole, sono diventati meta costante di visite di gruppi di persone con varie disabilità.

Importante, sotto il profilo divulgativo e didattico, la presenza nelle adiacenze dell’edifico principale, di una stazione sismica digitale e di una stazione di rilevamento chimico dei gas, installate dall’Ente nell’ambito dell’accordo di programma con l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.

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E adesso qualche cenno storico. La lunga vita di questo luogo ha inizio intorno al 1150, anno in cui Simone, figlio di Enrico di Policastro, concede al Monastero di San Leone del Monte Pannacchio l’«hospitale» e la Chiesa di San Nicolò «dicitur de’Arena» . L’appellativo de arena descriverebbe la natura del suolo, costituito da sabbia vulcanica. Il termine hospitale da alcuni viene interpretato quale domus hospitum, cioè luogo di pernottamento; da altri quale ospizio per i monaci infermi provenienti dal monastero etneo di Santa Maria di Licodia e dallo stesso Monastero di San Leone.

Esistono pochissime prove documentali sui primi anni di vita del cenobio.  Certo è che, in conseguenza delle visite di Eleonora D’Angiò, moglie di Federico III d’Aragona – la quale, a seguito del marito, si era ritirata in contrada Cisterna Regina, nelle antiche terre di Malpasso  a poca distanza dal Monastero – l’edificio fu ampliato e frequentato non solo da nobili e notabili, ma anche da gran parte del popolo che amava la regina. La stessa Eleonora vi morì il 9 agosto dell’anno 1341.

In seguito alle nuove esigenze della loro comunità monastica, nel 1558 i Benedettini abbandonarono i monasteri etnei e si trasferirono definitivamente a Catania, nel quartiere della Cipriana, dove edificarono uno dei monasteri più imponenti d’Europa.

L’edificio restò a disposizione della comunità monastica fino al 1866. Poi andò in mano a privati per oltre un secolo, fino all’acquisto nel 1992 da parte dell’Ente Parco dell’Etna, che con una lunga e accurata opera di risanamento conservativo, lo trasformò nell’attuale sede istituzionale.

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Dopo il trasferimento dei monaci a Catania, il Monastero continuò la sua attività, anche se in tono minore. Di fatto fu adibito a “dispensa”  della comunità monastica e diede ospitalità ai viaggiatori del Gran Tour che arrivavano da tutta l’Europa per scoprire il più imponente vulcano attivo del vecchio continente. Si ricordano, tra gli altri, Jean Pierre Louis Laurent Houel (1735-1813), uno dei più importanti illustratori della Sicilia e dell’Etna, e Dominique Vivant Denon (1747-1825), che nel suo Viaggio pittoresco a Napoli ed in Sicilia così descriveva i luoghi: «Dopo Nicolosi si incontra un ospizio, denominato San Nicolò dell’Arena, un tempo infermeria e luogo di riposo, dove venivano a rimettersi i monaci malati del Convento dei Benedettini».

 

E poi ancora fecero visita al monte Etna: il naturalista svizzero Salis De Marschlins (1760-1818), il romanziere Alexandre Dumas, che vi soggiornò nel 1835, il geologo Wolfgang Van Sartorius, che effettuò i suoi rilevamenti geografici tra il 1836 ed il 1842, Patrick Brydone, che venne in Sicilia nel 1770 e l’abate Spallanzani, il quale ricorda il suo soggiorno del 1788 nel «gradito ospizio pè forestieri che viaggiano all’Etna» .

Infine vanno ancora ricordati il poeta inglese Samuel Taylor Coleridge e Johann Wolfgang Von Goethe, che dopo l’ascensione ai vicini Monti Rossi così scriveva: «Salendo sui nostri muli e guardando incessantemente indietro, abbiamo raggiunto la regione delle lave che il tempo non ha ancora domate. Dei blocchi dentellati e delle tavole ci presentavano le loro immobili masse, attraverso le quali le nostre cavalcature trovavano un passaggio a caso e alla meglio».

Se non lo conoscete, andate a visitare questo luogo ricco di fascino straordinario in qualunque stagione dell’anno. Per informazioni, www.parcoetna.it, tel.095821111.

NOTA SULLE FOTO. Le splendide immagini dell’antico ex Monastero in homepage e qui nell’articolo sono della guida dell’ente e caro amico Orazio Distefano, al quale auguro anche buon compleanno …


 

Gaetano Perricone

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