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di Gaetano Perricone
Lunedì scorso ero a Pompei, a rivedere con infinita emozione e con vibrante entusiasmo, dopo una fugace visita da ragazzo, il sito archeologico più grande e forse più importante del Pianeta. Dopo soli cinque giorni e per una fortunata coincidenza, ieri sera l’immenso Alberto Angela ha proposto su Rai 1 “Stanotte a Pompei“, eccezionale documentario che ha raccontato – come e più di sempre in modo affascinante – i luoghi, la intensa vita, gli usi e i costumi della città romana nell’immediata vigilia della spaventosa eruzione del Vesuvio del 24 agosto del 79 d.c. che la distrusse completamente, ma non riuscì a cancellarla dalla storia grazie agli scavi e ai meravigliosi ritrovamenti iniziati nel Settecento.
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Alberto Angela nel documentario  di Rai 1 “Una notte a Pompei”
Dunque ho avuto il privilegio di visitare e vedere prima con i miei occhi e dopo pochissimo tempo rivedere in televisione, in un reportage di straordinaria qualità dal punto di vista dei contenuti e della qualità delle riprese, quella che Alberto Angela ha molto efficacemente definito la più viva delle città morte. Una grande opportunità di ri-conoscere e ri-vivere dopo tanti anni, in tempi di maturità delle vita, uno dei siti più magicamente attraenti e davvero più vivi, nonostante gli effetti rovinosi e mortali della immensa nube piroclastica, che la nostra storia ci abbia trasmesso in eredità.
Non ho altro da aggiungere, né oso farlo, dopo il favoloso documentario di ieri sera che certamente avrete visto in tanti e che ha detto tutto quello che c’era da sapere di Pompei, della sua vita, della sua tragedia, della sua rinascita. Mi fa però molto piacere, da umile viaggiatore e insieme cronista e grande appassionato di storia, da nano rispetto al gigante della divulgazione televisiva, proporre al piccolo pubblico del Vulcanico.it il mio racconto per immagini, la mia personale testimonianza attraverso gli emozionati scatti raccolti in un’ampia fotogallery, della giornata trascorso tra le stupende “rovine” pompeiane. Partecipando con semplicità e a modo mio – ieri sera me ne è venuta una gran voglia – a questa celebrazione infinita.
Aggiungo soltanto, dal punto di vista (professionale e un po’ anche emotivo) del cronista che da anni vive al piedi di un altro grande vulcano attivo e lo ha anche raccontato al mondo, che la costante incombenza, allo stesso tempo terribilmente inquietante e quanto mai affascinante, del Vesuvio su strade, case, templi, ville, affreschi, colori, fotogrammi di quotidianità di Pompei, restituisce durante la visita attimo per attimo l’immagine che abbiamo visto mille e mille volte nelle tante ricostruzioni televisive e cinematografiche di quel 24 agosto del 79 d.C. : quella immensa nube ardente di infinita potenza che in brevissimo tempo tutto travolge e distrugge, uomini e cose. E’ stato come rivedere, l’eruzione minuto per minuto, con emozione indicibile, con paura e contemporaneamente con attrazione. Ed è stato insieme ricordo indelebile e monito in ogni tempo attuale: siamo piccolissimi e impotenti di fronte alla grandezza, alla potenza, alla volontà della Natura.
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Vi lascio ai miei scatti, spero graditi, e alla memorabile testimonianza di Plinio il Giovane allo storico Tacito, nella sua prima lettera che riporto integralmente, per farne apprezzare non soltanto il valore documentario, ma anche quello narrativo.
Plinio il giovane (dal web)
Plinio il giovane (dal web)
 La prima lettera di Plinio il Giovane a Tacito. Come morì suo zio Plinio il Vecchio, per studiare da vicino la terribile eruzione
Mi chiedi che io ti esponga la morte di mio zio, per poterla tramandare con una maggiore obiettività ai posteri. Te ne ringrazio, in quanto sono sicuro che, se sarà celebrata da te, la sua morte sarà destinata a gloria immortale. Quantunque infatti, egli sia deceduto nel disastro delle più incantevoli plaghe, come se fosse destinato a vivere sempre -insieme a quelle genti ed a quelle città- proprio in virtù di quell’indimenticabile sciagura, quantunque abbia egli stesso composto una lunga serie di opere che rimarranno, tuttavia alla perennità della sua fama recherà un valido contributo l’immortalità dei tuoi scritti.
Personalmente io stimo fortunati coloro ai quali per dono degli dei fu concesso o di compiere imprese degne di essere scritte o di scrivere cose degne di essere lette, fortunatissimi poi coloro ai quali furono concesse entrambe le cose. Nel novero di questi ultimi sarà mio zio, in grazia dei suoi libri e in grazia dei tuoi. Tanto più volentieri perciò accolgo l’incombenza che tu mi proponi, anzi te lo chiedo insistentemente.
Era a Miseno e teneva personalmente il comando della flotta. Il 24 agosto, verso l’una del pomeriggio, mia madre lo informa che spuntava una nube fuori dell’ordinario sia per la grandezza sia per l’aspetto. Egli dopo aver preso un bagno di sole e poi un altro nell’acqua fredda, aveva fatto uno spuntino stando nella sua brandina da lavoro ed attendeva allo studio; si fa portare i sandali e sale in una località che offriva le migliori condizioni per contemplare il prodigio. Si elevava una nube, ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montagna [si seppe poi che era il Vesuvio]: nessun’altra pianta meglio del pino ne potrebbe riprodurre la forma. Infatti slanciatosi in su in modo da suggerire l’idea di un altissimo tronco, si allargava poi in quelli che si potrebbero chiamare dei rami, credo che il motivo risiedesse nel fatto che, innalzata dal turbine subito dopo l’esplosione e poi privata del suo appoggio quando quello andò esaurendosi, o anche vinta dal suo stesso peso, si dissolveva allargandosi; talora era bianchissima, talora sporca e macchiata, a seconda che aveva trascinato con sè terra o cenere.
Nella sua profonda passione per la scienza, stimò che si trattasse di un fenomeno molto importante e meritevole di essere studiato più da vicino. Ordina che gli si prepari una liburnica e mi offre la possibilità di andare con lui se lo desiderassi. Gli risposi che preferivo attendere ai miei studi e, per caso, proprio lui mi aveva assegnato un lavoro da svolgere per iscritto. Mentre usciva di casa, gli venne consegnata una lettera da parte di Rettina, moglie di Casco, la quale, terrorizzata dal pericolo incombente (infatti la sua villa era posta lungo la spiaggia della zona minacciata e l’unica via di scampo era rappresentata dalle navi), lo pregava che la strappasse da quel frangente così spaventoso.
Plinio il Vecchio
Plinio il Vecchio (dal web)
Egli allora cambia progetto e ciò, che aveva incominciato per interesse scientifico, affronta per l’impulso della sua eroica coscienza. Fa uscire in mare delle quadriremi e vi sale egli stesso, per venire in soccorso non solo a Rettina ma a molta gente, poichè quel litorale in grazia della sua bellezza, era fittamente abitato.
Si affretta colà donde gli altri fuggono e punta la rotta e il timone proprio nel cuore del pericolo, cosi immune dalla paura da dettare e da annotare tutte le evoluzioni e tutte le configurazioni di quel cataclisma, come riusciva a coglierle successivamente con lo sguardo.
Oramai, quanto più si avvicinavano, la cenere cadeva sulle navi sempre più calda e più densa, vi cadevano ormai anche pomici e pietre nere, corrose e spezzate dal fuoco, ormai si era creato un bassofondo improvviso e una frana della montagna impediva di accostarsi al litorale. Dopo una breve esitazione, se dovesse ripiegare all’indietro, al pilota che gli suggeriva quell’alternativa, tosto replicò:
– “La fortuna aiuta i prodi; dirigiti sulla dimora di Pomponiano”.
 Questi si trovava a Stabia; dalla parte opposta del golfo (giacchè il mare si inoltra nella dolce insenatura formata dalle coste arcuate a semicerchio); colà, quantunque il pericolo non fosse ancora vicino, siccome però lo si poteva scorgere bene e ci si rendeva conto che, nel suo espandersi era ormai imminente, Pomponiano aveva trasportato sulle navi le sue masserizie, determinato a fuggire non appena si fosse calmato il vento contrario. Per mio zio invece questo era allora pienamente favorevole, cosi che vi giunge, lo abbraccia tutto spaventato com’era, lo conforta, gli fa animo, per smorzare la sua paura con la propria serenità, si fa calare nel bagno: terminata la pulizia prende posto a tavola e consuma la sua cena con un fare gioviale o, cosa che presuppone una grandezza non inferiore, recitando la parte dell’uomo gioviale.
Ricostruzione della morte di Plinio il vecchio nel 79 d.C.
Ricostruzione della morte di Plinio il vecchio nel 79 d.C.

Nel frattempo dal Vesuvio risplendevano in parecchi luoghi delle larghissime strisce di fuoco e degli incendi che emettevano alte vampate, i cui bagliori e la cui luce erano messi in risalto dal buio della notte. Egli, per sedare lo sgomento, insisteva nel dire che si trattava di fuochi lasciati accesi dai contadini nell’affanno di mettersi in salvo e di ville abbandonate che bruciavano nella campagna. Poi si abbandonò al riposo e riposò di un sonno certamente genuino. Infatti il suo respiro, a causa della sua corpulenza, era piuttosto profondo e rumoroso, veniva percepito da coloro che andavano avanti e indietro sulla soglia. Senonchè il cortile da cui si accedeva alla sua stanza, riempiendosi di ceneri miste a pomice, aveva ormai innalzato tanto il livello che, se mio zio avesse ulteriormente indugiato nella sua camera, non avrebbe più avuto la possibilità di uscirne.

 Svegliato, viene fuori e si ricongiunge al gruppo di Pomponiano e di tutti gli altri, i quali erano rimasti desti fino a quel momento. Insieme esaminano se sia preferibile starsene al coperto o andare alla ventura allo scoperto. Infatti, sotto l’azione di frequenti ed enormi scosse, i caseggiati traballavano e, come se fossero stati sbarbicati dalle loro fondamenta, lasciavano l’impressione di sbandare ora da una parte ora dall’altra e poi di ritornare in sesto. D’altronde all’aperto cielo c’era da temere la caduta di pomici, anche se erano leggere e corrose; tuttavia il confronto tra questi due pericoli indusse a scegliere quest’ultimo. In mio zio una ragione predominò sull’altra, nei suoi compagni una paura s’impose sull’altra. Si pongono sul capo dei cuscini e li fissano con dei capi di biancheria; questa era la loro difesa contro tutto ciò che cadeva dall’alto.
 Altrove era già giorno, là invece era una notte più nera e più fitta di qualsiasi notte, quantunque fosse mitigata da numerose fiaccole e da luci di varia provenienza. Si trovò conveniente di recarsi sulla spiaggia ed osservare da vicino se fosse già possibile tentare il viaggio per mare; ma esso perdurava ancora sconvolto ed intransitabile. Colà, sdraiato su di un panno steso a terra, chiese a due riprese dell’acqua fresca e ne bevve. Poi delle fiamme ed un odore di zolfo che preannunciava le fiamme spingono gli altri in fuga e lo ridestano. Sorreggendosi su due semplici schiavi riuscì a rimettersi in piedi, ma subito stramazzò, da quanto io posso arguire, l’atmosfera troppo pregna di cenere gli soffocò la respirazione e gli otturò la gola, che era per costituzione malaticcia, gonfia e spesso infiammata.
Quando riapparve la luce del sole (era il terzo giorno da quello che aveva visto per ultimo) il suo cadavere fu ritrovato intatto, illeso e rivestito degli stessi abiti che aveva indossati: la maniera con cui si presentava il corpo faceva più pensare ad uno che dormisse che non ad un morto. Frattanto a Miseno io e mia madre… ma questo non interessa la storia e tu non hai espresso il desiderio di essere informato di altro che della sua morte. Dunque terminerò.
Aggiungerò solo una parola: che ti ho esposto tutte circostanze alle quali sono stato presente e che mi sono state riferite immediatamente dopo, quando i ricordi conservano ancora la massima precisione. Tu ne stralcerai gli elementi essenziali: sono infatti cose ben diverse scrivere una lettera od una composizione storica, rivolgersi ad un amico o a tutti.
Stammi bene.

Gaetano Perricone

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