di Antonella De Francesco

L’ultimo film di Paolo Sorrentino, La Grazia, è un viaggio a ritroso nell’ esistenza di chi è avanti negli anni, alla fine di qualcosa e in procinto di compiere delle scelte importanti. A tutti noi prima o poi capiterà di trovarci a fare il bilancio di ciò che è stato e di volerci trovare un senso: lo dobbiamo a noi stessi e a quelli che ci stanno accanto. Alcuni si troveranno almeno coerenti dall’inizio alla fine con quello in cui hanno creduto, fedeli a chi hanno amato noiosi forse? Può darsi. La “grazia” è il risultato di un giudizio a cui tutti noi ci sottoporremo un giorno e starà a noi, prima che al Creatore, per chi ci crede, concedercela questa grazia. Ci assolveremo? Ci assolveranno? Saremo ancora capaci di passioni? Forse no. Ma conserveremo nel cuore, vivida come un tempo, la passione per chi abbiamo amato e al suo ricordo torneremo indietro nel tempo a quell’incontro a cui saremo sempre grati.

Paolo Sorrentino ci ricorda che in ogni vita c’è un “prima” e un “dopo” e sta a noi continuare ad esserci, perché i giorni sono tutti nostri, non ci resta che legarli gli uni agli altri fino all’ultimo con coerenza. Il film loda l’equilibrio e il passo lento e consapevole di chi ha vissuto ragionevolmente, la maturità di chi è affidabile, la dignità di chi è onesto, gentile e rispettoso degli altri, di chi sa leggere perfino oltre il diritto, di chi ascolta molto e parla il giusto.
In un mondo di chiasso e bagarre a tutti i livelli, Toni Servillo (immenso) nel ruolo di Mariano De Santis, Presidente della Repubblica a fine mandato, incarna la pacatezza, l’ironia, la forza della conoscenza fondata sullo studio, l’umiltà di concepire ancora il dubbio prima di compiere delle scelte e di richiedere il tempo necessario per fugarlo del tutto o, almeno, per archiviarlo. Ci mostra anche che oltre a saper vivere, bisogna, quando arriva il momento, saper uscire di scena, tirarsi fuori ad osservare il mondo che va avanti dalla finestra, senza rimpianti e, piuttosto, con leggerezza, riconoscendo che è il tempo degli altri, dei giovani e non più il nostro .
Il film è rigoroso, netto, senza fraintendimenti, con una bella fotografia, commovente e a tratti divertente. La scena più bella ? Per me quella dell’astronauta che alla fine ride del suo stesso dolore, a ricordarci che tutto è relativo: noi e le nostre esistenze lo siamo ed è sempre bene non dimenticarlo. Da vedere.
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I GIORNI DELLA GRAZIA
di Gaetano Perricone

Sono quelli che mancano alla fine del mandato di Mariano De Santis, l’immaginario Presidente della Repubblica protagonista del film, impegnato nella fase del semestre bianco a decidere su questioni delicatissime, letteralmente di vita o di morte: la firma sulla legge sull’eutanasia, nel Paese del Vaticano e con un brillantissimo Papa nero che va in motocicletta ma che è ovviamente contrario, e quelle su due domande di grazia, di una donna che aveva ucciso il suo uomo che la torturava e di un uomo che aveva posto fine al calvario della moglie malata di Alzheimer. Pensieri che turbano profondamente De Santis, che prende le sue decisioni – naturalmente non le scrivo qui – nell’immediata vigilia del suo addio al Quirinale.

Ho letto disquisizioni e interpretazioni varie sulle somiglianze del presidente de “La grazia” e devo dire che, dopo avere visto questo grande film, non mi pare francamente il tema più appassionante. Certo, ne ha di Sergio Mattarella per le sue capacità di eccelso giurista e per la presenza costante e determinante della figlia Dorotea – una straordinaria Anna Ferzetti, che evidentemente forma una super coppia di attori con il compagno Pierfrancesco Favino – nella sua vita, anche nel suo impegno istituzionale. Ma fisicamente ne ha anche di Cossiga.

Nonostante la mia non simpatia per la vanità stucchevole e a volte arrogante di Paolo Sorrentino (che pure apprezzo molto, al punto da vedere ogni suo film) e per la esagerata onnipresenza eclettica di Toni Servillo, debbo dire che la genialità, la forza evocativa, l’ironia del primo nell’affrontare, raccontando a suo modo la quotidianità del Capo dello Stato, temi importanti, profondi, essenziali della vita e della società – la solitudine da “numeri primi” della vita di De Santis, nonostante tutte le presenze soffocanti per la sua sicurezza; i dubbi sulle questioni etiche di valore fondamentale per la vita delle persone; le pressioni che subisce chi occupa quel ruolo; l’amore in ogni sua coniugazione – e la monumentale bravura del secondo, con una presenza scenica ed espressiva eccezionale, con il costante contrasto tra carisma pubblico e enorme solitudine e anche sofferenza interiore, fanno de “La grazia” un’opera cinematografica certamente di grande importanza e l’ennesimo contributo prezioso di Paolo Sorrentino al racconto della società italiana di oggi e delle sue problematiche.
Altro non posso dire, perché un punto davvero forte de “La grazia” è la capacità di sorprenderci quasi ad ogni scena, compresa – questo posso dirlo – la crescente passione del presidente per il rap e i rapper, protagonisti di una colonna sonora piena di suggestioni.



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