di Antonella De Francesco
Ho visto Hamnet di Chloè Zao
Non succedeva da tempo che un film mi commuovesse così. Per un paio d’ore ci si immerge in una natura selvaggia e piena di colori, luci e ombre che, grazie alle incredibili riprese di Lukasz Zal ci avvolge e ci inebria fino quasi a farci sentire i suoi profumi, provare la sensazione di camminare nel fango, sentire l’umido della terra scavata a mani nude, l’amaro di certe erbe un tempo usate per guarire il corpo e allontanare la morte, perché è questo che fa da sempre l’uomo: scacciare la morte.
Sulle note magnifiche di Max Richter.
Il film, giustamente candidato all’Oscar, narra la storia d’amore tra Agnes (un’eccezionale Jessie Buckley) e William Shakespeare (Paul Mescal ) e della loro famiglia. Agnes e William si vedono da lontano, si annusano come animali, si riconoscono, si uniscono senza indugi e si amano, cercando conferme e presagi l’uno negli occhi dell’altra, ignari di quale vita e quanta parte di gioia e di dolore avranno in sorte.
La ricostruzione di luoghi e costumi ci riporta indietro in un tempo lontano, in cui venire alla luce e restare vivi non era poi così scontato. Le urla di Agnes che partorisce sola nel bosco o su una sedia in casa recano il mistero della vita e ci inchiodano all’evidenza che allora come ora dare alla luce un figlio resta forse l’unico miracolo che un essere umano possa compiere. Agnes dà alla luce i suoi figli e in quello stesso momento, da madre, suggella un patto tacito con loro: si assume l’onere di custodirli e proteggerli finché sarà in vita. È questa la sua e la missione di ogni madre, da che esiste il mondo.
Non so se è un caso che il padre non ci sia e non assista ai parti, c’è forse l’idea sottintesa che i figli sono della madre? Qui la regista per un momento ce lo lascia credere e ci lascia credere anche che il dolore in Agnes e William per la perdita del piccolo Hamnet sia diverso: quel “ Tu non c’eri “ è un atto d’accusa contro il padre, è il peso di un dolore che Agnes crede faccia più male a lei che a chiunque altro, è la fine dei sogni e dei presagi da cercare nel volto di lui .
La regista Choé Zhao
Quanta attualità in quel dolore che divide anziché unire, che chiude il cuore e lo rende sordo al mondo e che si accompagna al peso di non aver saputo scacciare la morte! Ma se la morte non può essere evitata, cosa resta a noi miseri esseri umani se non ricordare e sognare chi non è più tra noi?
E qui il film prende una piega sorprendente e affida proprio al padre l’onere più grande. All’insaputa della moglie Agnes, William scrive e mette in scena una tragedia in cui Hamnet è il protagonista. Per sua voce dà sfogo al suo dolore, al peso per non esserci stato. Il suo dilemma se “essere o “non essere” diventa il dilemma universale di tutti noi e quel “morire “ o “ dormire”, rassegnarsi o continuare a lottare prende gli astanti in quel teatro Vittoriano e tutti noi . William con la sua tragedia condivide il suo dolore e lo svela ad Agnes e al suo pubblico e nella coralità di quella commozione, consegna Hamnet all’immortalità, celebrando il potere dell’arte in ogni sua forma e del teatro in particolare. Da vedere
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COME HAMNET DIVENNE HAMLET. E’ GRANDE CINEMA
di Gaetano Perricone
“Lascia aperto il cuore …”
Predestinato all’Oscar, agli Oscar. Non so quanti premi, tra le otto candidature ricevute, raccoglierà a Hollywood la notte del 16 marzo questo meraviglioso film della 44enne, formidabile regista cinese naturalizzata statunitense Chloé Zhao, già statuetta di bronzo placcata oro 24 carati per miglior film e migliore regia nel 2021 con “Nomadland”. Quello che da spettatore attento ho capito per certo, dopo 2 ore e cinque minuti di immenso cinema, è che “Hamnet. Nel nome del figlio” è predestinato con altissimi meriti al premio più ambito di questa splendida arte.
Mi ha talmente affascinato, rapito, profondamente commosso questo film, che avevo pensato di scrivere soltanto tre parole, un invito per tutti quelli tra voi che amano il grande schermo: andatelo a vedere. Punto. Ma, ispiratissimo dalle immagini e dalle sequenze che mi ripassano davanti agli occhi e dalle tante parole che ancora mi riscaldano il cuore che ne ha necessità, mi viene di scrivere queste riflessioni.
Poco dico della trama, peraltro già notissima da tempo agli appassionati per il martellamento di trailer e di recensioni. E’ la storia vera, ambientata nella seconda metà del Cinquecento, dell’amore intenso nato a Stratford-upon-Evon, tra il celeberrimo poeta e drammaturgo inglese William Shakespeare e la bella e selvaggia moglie Anne Hathaway, nel film diventata Agnes, viscerale nei suoi sentimenti, “figlia di una strega del bosco” e di come la infinita tragedia della perdita del figlio undicenne Hamnet, origine di profondi sensi di colpa per entrambi i genitori, abbia condizionato la loro esistenza e ispirato “Hamlet”, Amleto, l’opera più famosa di William.
“Hamnet”, film che evoca con ammaliante potenza narrativa “fantasmi, morti e rinascite”, leggo correttamente da qualche parte, è il cinema. E’ arte, è poesia, è cultura, è spettacolo. E’ colori, è musica. E’ sentimento, emozione, commozione. E’ amore, è gioia e dolore. E’ interpretazione, performance attoriale: magnifiche, a tratti straordinarie, quelle di Jessie Buckley-Agnes; Paul Mescal- William Shakespeare; Joe Alwyn-Bartholomew, fratello di Agnes; dei tre bravissimi giovani attori nei panni dei figli dei coniugi Shakespeare.
E’ tutto questo e anche di più il capolavoro – lo dico con enfasi, non mi frega nulla se ci sarà come sempre chi criticherà questa definizione – che ci regala Chloé Zhao, miscelando tutti questi ingredienti in un prodotto che fa la netta differenza tra una regista e un’autrice, capace di entrare con forza ipnotica nell’anima degli spettatori affrontando tra l’altro una storia non facile da raccontare. Aggiungo una personale emozione: la parte finale, che ci porta dentro l’affascinantissimo Globe Theatre di Londra per la prima rappresentazione di Amleto con Agnes in prima fila tra gli spettatori e William dietro le quinte e poi sul palco, mi ha dato veramente i brividi per la sublime recitazione di alcuni brani, compreso il celeberrimo “Essere o non essere”. Al punto da spingermi a rispolverare dalla mia libreria il libretto dell’opera completa da una vecchia e bellissima collezione, pubblicata tanto tempo fa con “L’Unità”, per rileggerlo, direi più leggerlo oggi, dopo la faticosa conoscenza giovanile negli studi di letteratura inglese.
Finisco con la ormai quasi consueta considerazione, ma è realtà e non posso farne a meno: di venerdì pomeriggio, nove spettatori in una grande sala con 292 posti (li ho contati apposta) per un film del genere appena uscito sono troppo pochi. In fondo non c’è da meravigliarsi: nel nostro Paese è sempre meglio ridere con Checco, che io vedrò certamente in tv quando verrà il tempo, che non acculturarsi con William. Così è, se vi pare

Antonella De Francesco

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