di Santo Scalia

È lì da almeno sette secoli, ben settecento anni.

Forse era appena un germoglio quando Dante Alighieri scriveva la Commedia, quando le Americhe non erano ancora state scoperte e non si era cercato di raggiungere le Indie per la via dell’Occidente, attraversando il Mare Oceano. Forse Marco Polo era da poco tornato dai suoi viaggi nel Catai e aveva finito di scrivere (o dettare) le sue memorie raccolte ne Il Milione; e lui già espandeva tenere radici nel duro suolo vulcanico.

È sopravvissuto ad eruzioni e guerre, ha visto Aragonesi e Spagnoli, Sabaudi, Austriaci e Borboni, e poi l’unità d’Italia, la Monarchia e la Repubblica.

Dalla Cartina I.G.M. scala 1:25.000 – Foglio 262 – Quadrante III – Or. S.E. – Giarre (1969) – Collezione personale

È il più grande ed antico Quercus Ilex dell’Etna, un leccio che vanta tra i cinque e i dieci metri di circonferenza alla base (a seconda che la misura riguardi la ceppaia o il fusto), più di venticinque metri di altezza, e si trova nel territorio del Comune di Zafferana Etnea.

Il nome di Ilice di Carrinu deriva, pare, dal nome di uno dei proprietari che in passato  hanno posseduto il terreno dove sorge l’albero: tale Carlino (nome che in dialetto diviene proprio Carrinu), così come nel dialetto locale Carlo diviene Carru. Il nostro ilice porta anche un altro nome, quello di Ilice du pantanu: sembra che in passato nelle vicinanze si formasse un acquitrino, da cui il termine pantano.

L’Ilice di Carlino in abito tardo estivo (foto S. Scalia)

L’albero si trova all’interno della Zona B del Parco dell’Etna, ad un’altezza di 937 metri s.l.m. e per una esatta localizzazione si riportano di seguito le coordinate geografiche: latitudine 37°43’09,7” Nord – longitudine 15°05’44,8” Est.

La zona nella quale è cresciuto l’ilice è ricca di altri monumenti vegetali da record: poco più a nord ci sono infatti esemplari di ginestra (a Milo), di bagolaro (a Fornazzo), di castagni (a Sant’Alfio) tutti di dimensioni, ed età, fuori dal comune: la genista ætnensis di Milo (si trova nel cortile di una  casa privata in via Etnea) ha una circonferenza del tronco di circa due metri, è alta più di dodici metri e si stima abbia un’età di circa un secolo; il bagolaro (in dialetto siciliano minicuccu, celtis australis per i botanici) di Fornazzo, sito in via Abate Meli, ha la non trascurabile circonferenza di tre metri; i due monumentali castagni del territorio di Sant’Alfio – il castagno di Sant’Agata, detto La Nave, per la sua particolare forma che ricorda quella di un vascello, ed il famosissimo castagno dei Cento Cavalli – sono l’espressione della massima longevità di un essere vivente del territorio etneo. Il Castagno dei 100 cavalli (castanea sativa), infatti, è un albero plurimillenario: si stima abbia più di quattromila anni, con una circonferenza della ceppaia che supera i dieci metri.

Più volte, però, l’esistenza del nostro monumentale leccio è stata messa in pericolo dall’attività del vulcano: nel corso dello scorso secolo – durante l’eruzione del 1950-51 che minacciò Milo, le frazioni di Rinazzo e Fornazzo ed in misura minore anche Zafferana –  una digitazione della colata, più di una volta, puntò in direzione dell’ilice, fermandosi fortunatamente a circa 100 metri dall’albero.

L’eruzione cominciò il 25 di novembre; la cronaca di quei giorni ci fa rivivere i timori per il destino dell’albero: sono trascorsi appena venti giorni, è il 15 dicembre 1950, e «[…] la colata diretta verso l’Ilice di Carrinu, il leccio secolare al confine tra Milo e Zafferana, sembra aver rallentato la sua marcia ed è ancora lontana dal gigantesco albero».

Il 26 dicembre però «[…] qualche preoccupazione rimane per l’Ilice di Carrinu, il più grosso leccio dell’Etna», ed il 27 dicembre, per fortuna, «Si è fermato il braccio che puntava sull’Ilice […] ». Un ultimo momento di apprensione giunge il 5 gennaio 1951, quando «[…] intanto ha ripreso a velocità considerevole la sua attività il braccio dell’Ilice in direzione di Caselle».

L’albero rimase illeso, e ancora oggi è meta di numerosi escursionisti che godono della sua vista e della sua magnificenza.

Per approfondire le notizie relative all’eruzione etnea del 1950-51 si possono consultare le seguenti pubblicazioni, dalla terza delle quali ho attinto le notizie relative ai pericoli corsi dall’albero secolare nel corso della suddetta eruzione:

Milo e la Stampa, eruzione del 1950 di Paolo Sessa (Club Cultura prometeo, 1985)

Milo e l’eruzione del 1950 a cura di Paolo Sessa (ed. l’Almanacco, 2001)

L’eruzione del 1950. Memorie e immagini di un evento di Paolo Sessa (2021)

Su questi meravigliosi patriarchi della natura, va segnalato anche il volume Monumenti vegetali dell’Etna, a cura dello scomparso botanico dell’Ente Parco Ettore Cirino (Antonio Scaccianoce Editore, 1998).

Infine, chi volesse raggiungere il luogo dove si erge il leccio può seguire le indicazioni riportate nel sito internet del Comune di Milo.

Con il titolo: particolare dell’ilice (foto S. Scalia)

 

 

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