di Antonella De Francesco

ANTONELLA

Non è di certo il primo film sull’emarginazione dei neri afroamericani, prodotto e portato sul grande schermo e il fatto di averlo visto dopo l’attribuzione dell’Oscar come miglior film, di certo non aiuta, nè durante la sua visione ( essendoci caricati di aspettative ), nè nell’esprimere un giudizio .

Moonlight , l’ultimo film del giovane regista nero Barry Jenkins, narra la vita di Chiron in una delle tante periferie degradate di Miami, attraverso le tre fasi della vita: infanzia (little), adolescenza (black) ed età adulta . Il film, per l’appunto, è suddiviso in tre atti, probabilmente come il testo teatrale dal quale è tratto (In Moonlight black boys look blue di Tarell Alvin McCraney).

Ai margini della società americana , bullismo e povertà la fanno da padroni e la carenza di affetto e di riferimenti certi non fanno altro che accrescere l’insicurezza di questo piccolo bambino dalla testa bassa e gli occhi tristi, al quale non resta che scappare. Scappa dalla scuola inseguito dai compagni prevaricatori, scappa da casa, terrorizzato dalle urla della madre tossico-dipendente, scappa in qualche modo anche da se stesso, nella misura in cui non riesce a cambiare lo stato delle cose .

Il film è stato molto apprezzato dai critici e meno dal pubblico, soprattutto in Italia, dove, forse, abbiamo poca dimestichezza con le periferie americane, sebbene quelle di Palermo e Catania, per citarne due vicino a noi, a mio parere, non offrano scenari tanto diversi . Ma questo film, per inciso costato pochissimo, denuncia oltre alla emarginazione dovuta alla povertà, anche quella legata all’omosessualità, scoperta dal giovane Chiron, quasi per caso, nel deserto emotivo che lo circonda.

OSCARONE

I dialoghi sono ridotti all’osso nella narrazione ma a volte dicono molto, anzi tutto sulle identità . Svelano con risposte secche la differenza tra ” frocio” e ” gay” ma anche quanto possa essere sottile la distanza tra buoni e cattivi , laddove lo spacciatore, magistralmente interpretato da Mahershala Ali, è causa , in qualche misura, della solitudine del piccolo Chiron, ma, al tempo stesso, unica figura di accudimento. Non esistono, in sostanza, buoni e cattivi, esistono scelte solo obbligate nelle società violente, dove per sopravvivere alla violenza devi almeno travestirti da violento.

Non mancano le immagini forti che emozionano. Poetico l’incontro con il mare di chi non l’ha mai visto, quell’essere sorretti tra le onde (che nel film assume quasi l’immagine di una ” pietà ” scultorea), che ci riporta indietro tutti a qualcosa che pure noi abbiamo provato: il senso di libertà delle prime bracciate, lo stupore del galleggiamento in quella enorme massa d’acqua in movimento che non fa più così paura. L’amore omosessuale della prima volta , rivelatrice di una natura ancora sconosciuta, rappresentato con un garbo e una dolcezza inusitate, dove tutto rimane sulla sabbia di quel mare che, con le sue onde cancellerà presto le orme, ma mai il ricordo. Il bacio e il perdono resi a chi forse non lo meriterebbe, quell’abbraccio tanto agognato che, da bambino, sarebbe sicuramente servito di più. L’incontro e l’emozione di rivedersi e di raccontarsi con poche parole l’esistenza , le necessità che sono diventate vite, senza scelte.

Anche il finale non poteva essere diverso, sebbene può apparire scontato: da qualunque parte del mondo proveniamo, qualunque storia abbiamo alle spalle, a qualunque etnia si appartenga, in fin dei conti, l’amore è tutto quello di cui abbiamo realmente bisogno, poco importa da dove venga, un abbraccio ha sempre quel potere salvifico e regala a tutti quel senso di infinito, secondo solo alla potenza del mare.

Antonella De Francesco

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