L'immagine della copertina del libro "Il rosso vivo del rabarbaro" (Einaudi), della scrittrice islandese Audur Ava Ólafsdóttir
L’immagine della copertina del libro “Il rosso vivo del rabarbaro” (Einaudi), della scrittrice islandese Audur Ava Ólafsdóttir

di Sergio Mangiameli

Sergio Mangiameli

Non ci dovrebbe essere un 25 novembre, ma solo il giorno dopo il 24. Non ci dovrebbero essere le centinaia di donne uccise dagli uomini, che hanno sempre una scelta, anche se non lo sanno. “Perché la violenza è un comportamento e non una malattia. Una scelta”, come dice Alessandro, un ex-violento di 50 anni che frequenta adesso il CAM di Firenze (vedi La Repubblica di oggi). La scelta di essere è l’unica differenza che l’uomo può avere nei confronti degli animali, che si conquista con la cultura. Sono d’accordo con Umberto Veronesi, che sosteneva “che non ci può essere male senza la volontà dell’uomo”.

Sono per la parità di genere, per il rispetto di tutti e per la tutela dei più deboli, perché un uomo che uccide la propria donna, ammazza anche se stesso. L’altro giorno, al Parco dell’Etna, ero con Salvo Caffo a tenere una lezione di educazione ambientale a degli studenti di terzo anno del liceo scientifico Galilei di Catania. Spiegavo il rapporto dell’uomo nello spazio e nel tempo, il nostro milione di anni di vita di specie contro i quattro miliardi e mezzo della Terra, andando ancora indietro fino al tempo d’inizio, quattordici miliardi e settecento milioni di anni fa, dove tutto quello che vediamo e immaginiamo era concentrato in un punto più piccolo di un atomo e di massa infinita.

Uomini, donne, omosessuali, musulmani, cristiani, neri, bianchi, animali, piante, rocce, pianeti, stelle, galassie, universi. Tutto. In un unico punto infinitesimo di massa infinita. Ho detto: “Fermatevi un attimo e pensateci. E poi ditemi, dov’è la differenza ?”.    

Il racconto che segue, dal titolo Dietro l’angolo è tratto da Dall’ulivo alla luna (Prova d’Autore, Catania 1997).

 

La casa si stendeva oltre le dune, tra agavi e pini marittimi, costruita sulle prime rocce rosa che affioravano sul lungo litorale. Era bianca, ma il bianco si vedeva poco perché era opaco e si confondeva con le finestre, che tentavano di illuminarla. Scorrevoli, di azzurro carico, i vetri isolanti respingevano pure la risacca del mare.

Negli ambienti, sul parquet chiaro, tra il lino delle tende e i monili dei viaggi, aleggiava un vento interiore che non si posava quasi mai. Ma c’era. E Maria lo sentiva spesso in agguato, dietro l’angolo, pronto a piombare dentro e devastare oggetti e progetti, sovvertendo il naturale corso della vita.

Maria era capace di delicatezze d’animo e di finezze di pensiero inusuali ma, in quella casa magnifica, rivoltava se stessa per mettersi alla pari con i suoi abitanti. Come nelle terre selvagge, non si campa con la disquisizione ma con la sopraffazione. E questa era la legge della paura, che nemmeno i doppi vetri riuscivano a trattenere.

Lei odiava rivoltarsi, esponendo la parte peggiore di sé, perché sapeva che ogni giorno qualcosa di lei, in quella turpe recitazione, moriva. Ma era l’unico mezzo per respingere attacchi e influssi, contagi e presenze. Per questa ragione, Maria si sentiva preda cacciata, catturata e incattivita, bloccata in un magnifico recinto. Comunque un recinto.

Sognava architettura perché sognava una casa aperta, senza steccati né citofoni né reti. Una casa serena, libera di idee, in cui i suoi sentimenti potessero abitare festosamente e accettare quelli degli altri.

«Finirà», stringeva i denti e continuava, proiettandosi nel futuro e per pochi attimi le sembrava già di esserci. Ma poi, sentiva le lame delle spade ferirle i fianchi, rumore di ferraglia da combattimento e tornava a rivoltarsi, calando la feritoia dell’elmo metallico.

A volte pensava di non farcela da sola, di diventare come loro, di dubitare di tutti e di isolarsi dal mondo e così succedeva che il vento, da dietro l’angolo, le prendesse il suo cuore impaurito. Maria compiva gesti all’apparenza violenti, ma era proprio questo che lei stessa voleva combattere, non trovando però altre armi di pari efficacia. Se avesse lasciato quella casa, avrebbe abbandonato pure la possibilità di costruirsi un futuro diverso. Quindi, teneva duro, sapendo che lei, in fondo, non era affatto così come gli altri abitanti della casa la vedevano.

Un giorno vide il vento scendere nel cuore di sua madre e impossessarsene. E altri giorni ancora. Poi si ricordò che lo stesso turbine sconvolse lo sguardo di suo padre, infiammandone gli occhi di ira e di rivalsa, tanti anni prima quando lei era bambina.

Si ricordò pure che oltre a quel ricordo, più indietro, non c’era niente. Tutto iniziava dal braccio alzato di quell’uomo, tenuto malamente a freno dal corpo della madre, proteso come uno scudo.

Maria non fu più la stessa. Fuggiva, quando sentiva il vento piombare da dietro l’angolo. Scappava da quella nera realtà che la destabilizzava, lasciando pure ognuno preda della propria tromba d’aria. E diventava immediatamente un’altra, cambiando repentinamente umore, per allontanare il possibile contagio.

«Finirà», si prometteva, serrando le mascelle, osservando di sbieco quel vento che, da dietro l’angolo, come un demonio le offriva la soluzione su un vassoio d’argento.

Allora, lei imparò a rispondere con un sorriso e con la voce calma. E la chiamarono pazza.

 

Sergio Mangiameli

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