di Gaetano Perricone

ANDREA CAMILLERI

Voglio scrivere subito, di getto, quello che sento di dentro per la morte del Maestro Andrea Camilleri.

Voglio scriverlo adesso, mentre mi sembra di sentire la sua inconfondibile voce roca di infinite sigarette e la sua irresistibile cadenza “slow” e un po’ strurusa, con accettabile, anzi gradevole accento siculo, mentre racconta con quell’adorabile appeal un po’ da guru, un po’ da nonno saggio, la trama dei Montalbano televisivi.

Voglio scrivere soprattutto che, anche se dal 17 giugno scorso -esattamente un mese fa – l’infarto devastante che lo aveva colpito lasciava presagire in tempi brevi ciò che è accaduto stamattina, non volevo che Camilleri morisse. Non poteva morire quello che lui è stato per me e tantissimi di noi. Non può essere che sia morto, anche se sappiamo bene che non c’è più.

E’ assurdo, irrazionale, anche un po’ ridicolo tutto questo. Lo so, ma è così e non posso esprimerlo in modo diverso. Non ho avuto lo stesso pensiero con i componenti della mia famiglia d’origine, che mi hanno lasciato troppo giovani: con loro, pur nell’infinito dolore e tristezza che ha accompagnato quei momenti del distacco, ha prevalso l’idea che era meglio non soffrissero più.

CAMILLERI FUMANTE

Con Andrea Camilleri no, lui non doveva lasciarci. Era padre e nonno, dolce e rigoroso, senza esserlo. Era l’amico saggio. Era la meravigliosa, gioiosa, accattivante, sempre attesissima compagnia di giorni, ore, minuti, tanti, tantissimi, di lettura, carezza per il cuore e per la mente. Era luce, emanata da quegli occhi che la luce non la vedevano più, nel profondo buio in cui sembra precipitare un’Italia sempre più oscurantista, intollerante, aggressiva. Era simbolo, vero e fortissimo, non solo della Sicilia, come tanti scrivono in queste ore di frenetica corsa al ricordo e al “coccodrillo”, ma soprattutto di quel che resta di un Paese che pensa, parla, scrive, si oppone, resiste. Era uno straordinario intellettuale, ma anche un uomo che emanava profonda e fascinosa umanità.

Era vecchio, lo abbiamo conosciuto vecchio, ci ha accompagnato per oltre trent’anni da vecchio sempre più vecchio. Non posso dimenticare come, nel 1997, in una redazione palermitana lo definì dopo averlo incontrato ed intervistato un carissimo e bravissimo collega che si occupa di cultura, allora molto giovane: “E’ un simpatico e gentile vecchietto. Ma si capisce che è molto di più“. Era vecchio, sì, ora lo era molto: ma la sua mente fresca e ancora vivacissima, le sue parole forti e chiare, le sue pagine dense di magnifica letteratura ma anche di grande impegno civile e di profondo rigore, sono state una delle più vigorose “spalle” su cui ci siamo appoggiati in questi decenni per sfuggire l’incalzante peso di un mondo che va diventando sempre più brutto.

CAMILLERI E ZINGARETTI

Ho scritto così stamattina su feisbuc, appena appresa la notizia della morte di Andrea Camilleri: “Addio, carissimo Maestro. Grazie per tutto quello che ci hai dato, che sempre resterà nel nostro cuore e custodito con Amore nelle nostre librerie. Insieme al perenne ricordo della tua profonda cultura, della tua lucida intelligenza, della tua saggezza, della tua ironia, della tua simpatia, della tua elegante autorevolezza. Grazie, Andrea Camilleri, di tutto. Ti vorrò sempre bene come un amico speciale e come un grandissimo Maestro di vita, che attraverso le sue memorabili pagine mi ha insegnato tanto”.

Ecco perché non volevo che il Maestro morisse. Ecco perché per me non sarà mai morto.

Gaetano Perricone

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