FONTE: https://ingvterremoti.com/
Lo Stretto di Messina è un luogo unico: una sottile lingua di mare che separa la Sicilia dalla Calabria, ma anche una delle zone geologicamente più complesse e instabili del Mediterraneo. In quest’area, il 28 dicembre 1908, un terremoto di magnitudo 7.1 e il conseguente tsunami causarono oltre 75.000 vittime, devastando le città di Messina e Reggio Calabria. Da allora, geologi e sismologi di tutto il mondo hanno cercato di capire quale faglia possa aver causato quel terremoto e quali processi profondi continuino a generarne altri.
Un nuovo studio pubblicato sulla rivista internazionale Tectonophysics e condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e di alcune università italiane ed europee, offre oggi una visione più chiara e completa della struttura geologica dello Stretto. Lo studio, dal titolo “Structural development and seismogenesis in the Messina Straits revealed by stress/strain pattern above the edge of the Calabrian slab”, integra dati sismologici e geofisici marini, e analizza oltre 2.400 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019, rilocalizzati con tecniche di precisione e considerando anche dati registrati da sistemi di monitoraggio posti sul fondale marino (osservatorio multidisciplinare NEMO-SN1 e 7 Ocean Bottom Seismometers – OBSs installati durante l’esperimento Seismofaults; Sgroi et al., 2021a; Sgroi et al., 2021b; Sgroi et al., 2021c).
Un laboratorio naturale di geodinamica mediterranea
Lo Stretto di Messina si trova in un punto di incontro tra due grandi placche: quella africana, che spinge verso nord, e quella eurasiatica, che resiste e scivola sopra di essa. Qui la crosta terrestre si piega, si spezza e si muove lungo una serie di faglie attive, in un complesso gioco di compressione, distensione e scorrimento laterale. A sud-est, nel Mar Ionio, la placca africana si immerge sotto la Calabria, formando la cosiddetta “subduzione calabra” dove un lembo della crosta oceanica dell’antico oceano della Tetide scende lentamente nel mantello terrestre.
Questo lento movimento di subduzione trascina con sé la parte superiore della crosta, generando deformazioni che si estendono fino in superficie e che plasmano la morfologia dello Stretto. È un processo che, nel corso di milioni di anni, ha dato origine a catene montuose, faglie e depressioni marine, ma che ancora oggi è all’origine di terremoti potenzialmente distruttivi.
Due zone dove nascono i terremoti
Dall’analisi dei dati, i ricercatori hanno individuato due principali strati della crosta terrestre dove si concentra l’attività sismica:
- uno superficiale, tra 6 e 20 km di profondità, dove si sviluppano i terremoti più frequenti e più legati alla deformazione della crosta continentale;
- uno più profondo, tra 40 e 80 km, associato anche ai movimenti della placca ionica in subduzione sotto la Calabria.
Questa doppia struttura sismogenetica indica che la deformazione avviene su più livelli e con meccanismi diversi: nella parte superiore dominano le forze estensionali, che tendono ad allungare e sprofondare la crosta, mentre più in profondità si manifestano anche forze compressive, legate alla convergenza tra Africa ed Europa.

Un mosaico di faglie, non una sola “grande spaccatura”
Uno dei risultati più interessanti del lavoro è che la deformazione nello Stretto di Messina è controllata da un sistema complesso di faglie interconnesse. Queste strutture si estendono sia a terra che sotto il mare e si muovono in modo coordinato, come le tessere di un mosaico che si adattano e scorrono l’una sull’altra.
Le nuove immagini sismiche acquisite sul fondale hanno rivelato scarpate morfologiche, e dislocazioni nei sedimenti recenti, segni inequivocabili di deformazione attiva. Anche se molte di queste tracce sono cancellate dalle forti correnti marine o dai frequenti movimenti franosi dei versanti, la loro presenza conferma che la crosta terrestre sotto lo Stretto è tutt’altro che stabile.
Dal 1908 a oggi: cosa sappiamo della sismicità attuale
Negli ultimi trent’anni, la Rete Sismica gestita dall’INGV e i sistemi di monitoraggio sottomarini hanno registrato solo terremoti di bassa e media magnitudo nell’area dello Stretto, alcuni dei quali si sono verificati in piccoli raggruppamenti dando origine ad alcune sequenze sismiche.
Queste sequenze recenti, spesso localizzate vicino all’epicentro del sisma del 1908, mostrano meccanismi di fagliazione coerenti con quelli individuati nello studio: piccoli segmenti di faglie orientate NE–SW che si attivano a profondità comprese tra 4 e 12 km.
Perché questi risultati sono importanti
Comprendere la geometria e il comportamento delle faglie sotto lo Stretto di Messina non è solo un esercizio accademico: è fondamentale per migliorare la valutazione della pericolosità sismica in una delle zone più densamente popolate e vulnerabili d’Italia.
Questo lavoro dimostra che la deformazione della crosta terrestre in quest’area è fortemente influenzata dai processi profondi legati alla subduzione della placca ionica, e che la sismicità superficiale rappresenta la manifestazione di movimenti che avvengono a decine di chilometri di profondità.
Questa nuova visione geodinamica integra per la prima volta in modo coerente le osservazioni sismologiche, geofisiche e morfologiche, fornendo una base più solida per gli studi futuri sulla sismogenesi dello Stretto e sulla pericolosità sismica dell’area.
Lo Stretto di Messina non è solo una frontiera tra due regioni italiane, ma anche il confine dinamico tra due placche terrestri in continua collisione. Sotto quelle acque si nasconde un sistema di faglie attive che racconta una storia di movimenti millenari, ma anche di un futuro sismico che dobbiamo continuare a studiare con attenzione.
Il lavoro è disponibile al link: https://doi.org/10.1016/j.tecto.2025.230920.
A cura di Tiziana Sgroi (INGV – Roma 2), Graziella Barberi (INGV – OE), Luca Gasperini (ISMAR – CNR), Rob Govers (Università di Utrecht), Nicolai Nijholt (Università di Utrecht), Giuseppe Lo Mauro (Università di Bari), Marco Ligi (ISMAR – CNR), Andrea Artoni (Università di Parma), Luigi Torelli (Università di Parma), Alina Polonia (ISMAR – CNR).
Bibliografia
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