di Gaetano Perricone

Quasi in coincidenza temporale con il primo compleanno del romanzo “Come la terra“, Sergio Mangiameli, insieme a Lino Cirrincione, mi ha coinvolto nella sua nuova, affascinante avventura letteraria: domani, giovedì 22 dicembre,  alle ore 19, nell’aula consiliare del Comune di Nicolosi, avrò il piacere di condurre la presentazione del loro libro “Ventiquattr’ore – fotografie di finestre e parole intorno“, edito da Puntoacapo. Con me, ci saranno il sindaco di Nicolosi Nino Borzì, l’assessore alla cultura Sonia D’Arrigo e naturalmente gli autori.
Il libro racchiude ventiquattro racconti brevi di Sergio, ispirati a ventiquattro bellissimi  scatti fotografici di finestre, dalla Francia del nord a Favignana, realizzati da Lino Cirrincione: è un esperimento culturale decisamente originale ed elegante, ma anche e soprattutto una emozionante cavalcata nei lunghi e tortuosi sentieri dell’animo umano, che coinvolge e commuove profondamente.
Il Vulcanico ha chiesto ai due autori – che ringrazio di cuore per la disponibilità – una breve riflessione su questo volume, davvero una chicca letteraria di grande fascino, da non perdere. Per completare la presentazione, ho scelto uno dei 24 racconti, “Non smetto”, che mi è piaciuto in modo particolare.

Una linea di confine tra due mondi diversi

di Lino Cirrincione

Lino Cirrincione
Lino Cirrincione

La finestra è una fenditura, una crepa, nel sottile diaframma che divide due universi: l’universo interno a noi, miscuglio di gioie e dolori, emozioni, entusiasmi e segreti; e l’universo esterno che contiene tutto il resto, tutto ciò che osserviamo con i nostri occhi, la vita stessa che scorre. La finestra assume allora il significato di linea di confine tra due mondi così diversi anche se a contatto tra loro.

Fotografo finestre da sempre, da quando mio padre mi regalò la prima macchina fotografica una Closter 35 mm degli anni 60. Avevo poco più di sei anni e ricordo chiaramente il mio primo scatto: la finestra del nonno. Tante volte mi sono chiesto perché fotografo finestre e altrettante volte ho cercato una risposta. In realtà una risposta soddisfacente ed esauriente non l’ho mai trovata.

 

Scrivere per immagini …

di Sergio Mangiameli

Sergio Mangiameli
Sergio Mangiameli

Io scrivo per immagini. Devo avere una scena dentro, o almeno una figura. Ho sempre scritto così, fin dal primo libro “Dall’ulivo alla luna”, quei racconti fulminanti che contano ormai vent’anni di età. Dietro a ogni racconto di quella silloge, che fece innamorare Mario Grasso e che poi la pubblicò, c’era una foto, o un immagine inventata, ma esatta. C’erano le foto di posti singolari che mi colpivano sfogliando Bell’Europa, il mensile di luoghi che all’epoca era di Giorgio Mondadori. Poi ci lavorai, per Bell’Europa, come collaboratore.

Ma quando scrissi “Dall’ulivo alla luna”, sognavo di poterlo fare, inventandomi storie che prendevano corpo in un’ex legnaia, dove ci passavo le serate d’inverno, di ritorno da lunghe escursioni in montagna con un mio compagno a quattro zampe, soli: io e lui. Stavo chiudendo la mia attività di geologo, avevo pochi soldi, nessuna donna. Eppure ricordo quel periodo come uno dei miei più veri: montagna e scrittura.

Così nacque il mio primo libro. E oggi, dopo vent’anni e dopo averne scritti altri sette, mi sono ritrovato con un facile senso di dimestichezza per questo mio Ventiquattr’ore, come tornare sulla bici dopo non aver pedalato per un sacco di tempo: nessuno si scorda più come si fa. Ma, siccome sono molto esigente con me stesso e cerco sempre i miei limiti che si spostano – me lo fanno apposta! –, stavolta ho voluto giocare col soggetto unico, un corridoio preciso: solo finestre. Ventiquattro e nient’altro. Mi sono sfidato a cambiare musica sulla stessa base. Mi sono sfidato a stupire me stesso e voi. E mi è piaciuto molto.

NON SMETTO

Gradara, la stanza di Paolo e Francesca
Gradara, la stanza di Paolo e Francesca

Per questo, suono. Faccio uscire le note all’aria aperta del mondo, perché la musica spolveri la stanchezza, pulisca i colori, lucidi i pensieri. Le coccinelle abbiano le ali brillanti, le formiche danzino lavorando, i cani intonino un concerto, e i ragazzi come me immaginino futuri salvifici, i padri trovino il ruolo esatto, le madri si fermino e ascoltino. Vorrei che la mia musica unisca gli uomini anche per un solo attimo, tutti, in un valzer enorme in cui l’omosessuale porti la suora, il presidente accompagni il profugo, la puttana danzi col papa, con l’attrice balli un generale, e volteggino insieme il nano e una nera, il barbone e la regina, il ladro e il carabiniere, il ragazzo e la vecchia, mio fratello e mia sorella.

Che la mia musica possa unire il mondo, io ci credo, potrebbe succedere. Che la musica possa far tornare mamma e papà insieme, io voglio crederci, e non smetterò di suonare finché non torneranno in questa casa e chiuderanno questa finestra, insieme. Finché non avranno capito che la loro separazione è la mia lacerazione. La fine del loro volersi capire, l’annullamento del mio voler vivere.

Per questo, suono e non smetto.          

 

 

 

 

 

Gaetano Perricone

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