di Marco Neri

Il terremoto del 26 dicembre 2018 non ha danneggiato soltanto edifici e infrastrutture: ha colpito anche i muri di contenimento che sorreggono il paesaggio terrazzato dell’Etna, un patrimonio rurale unico, riconosciuto dall’UNESCO come bene culturale immateriale. La domanda, sin dalle prime ore dopo il sisma, è stata inevitabile: come ricostruire questi manufatti senza tradire la loro identità e, allo stesso tempo, garantire sicurezza in un territorio che si muove continuamente?

La risposta non poteva essere quella tradizionale, data soltanto attraverso la riproposizione di muri rigidi e calcestruzzo monolitico. Né poteva essere semplicemente quella di ricostruire “come era e dove era”, soprattutto in quelle zone dove alcune infrastrutture si sono dimostrate inadeguate a resistere ai sismi etnei (Figura 1). L’Etna non si affronta con la forza bruta: richiede adattamento e capacità di leggere il territorio. La ricostruzione ha dovuto, così, reinventarsi, finalmente e dopo alcuni tentativi non sempre riusciti, trasformarsi in un laboratorio dove progettisti, enti pubblici e cittadini hanno imparato a dialogare dentro un quadro normativo che non era stato pensato per gestire la complessità di un vulcano attivo.

Figura 1 – Muri a secco crollati in occasione del sisma del 26 dicembre 2018

Il punto di partenza è stato ovvio per alcuni, scioccante per altri, comunque mai tentato prima in Italia: le strutture rigide non funzionano in un territorio che si deforma ogni giorno. Sappiamo che alcune aree del fianco orientale si muovono di 10–30 millimetri l’anno, con gradienti locali anche superiori. Millimetri che, accumulati nel tempo, diventano centimetri, sufficienti a mettere in crisi muri di contenimento, fondazioni e pavimentazioni. In fondo, il terremoto del 2018 non ha fatto altro che rendere evidente la fragilità di soluzioni inadeguate per un ambiente così dinamico (Figura 2).

Figura 2 – Piano di faglia che attraversa il muro di sottoscarpa in calcestruzzo, producendo un rigetto verticale pluridecimetrico e deformazioni evidenti lungo la sede stradale

Da questa consapevolezza è nato un approccio diverso alla ricostruzione, basato sulla delocalizzazione degli edifici più a rischio e sulla deformabilità controllata delle infrastrutture, come strade e muri di contenimento, che non potevano essere delocalizzati.

In questo scenario, i muri a secco dell’Etna, elevati a Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO e quindi elementi di elevatissimo valore identitario, hanno assunto un ruolo complementare inatteso. Per secoli considerati semplici elementi rurali, si sono rivelati strutture naturalmente compatibili con un ambiente che si deforma. La loro capacità di dissipare energia, assorbire rotazioni e piccoli scorrimenti senza collassare, adattandosi grazie all’incastro delle pietre, le ha trasformate in elementi inaspettatamente resilienti. Se ricostruiti con criteri rigorosi, rispettando geometrie, drenaggi e qualità dei materiali, dimostrano prestazioni singolarmente efficaci, confermando che la tradizione, quando è ben compresa, può diventare un valore non solamente estetico-culturale.

Per i muri più alti, nonché quelli dove le prestazioni di sicurezza richieste al manufatto sono troppo elevate per un muro a secco, si sono trovati compromessi “ibridi” in cui l’anima in calcestruzzo è stata rivestita in pietra, così da non ferire troppo lo sguardo sul paesaggio.  In prossimità dei piani di faglia i muri sono stati segmentati per lasciarli liberi di muoversi senza spezzarsi,  sono stati dotati di giunti capaci di assorbire scorrimenti, sono stati posti alla base strati granulari deformabili e fondazioni indipendenti (vedi esempio in Figura 3): criteri già adottati in contesti di faglie attive come Islanda, California o Giappone, ma che sull’Etna sono stati integrati in un quadro unitario, adattato a un territorio protetto dove ogni intervento deve rispettare vincoli paesaggistici, ambientali e culturali.

Figura 3 – Sostituzione con gabbionate di pietrame del precedente muro in calcestruzzo mostrato in Figura 2, allo scopo di ottenere un’opera più flessibile e capace di assorbire le dislocazioni future indotte dalla faglia attiva, migliorando la resilienza strutturale e la compatibilità con la dinamica del versante

Ma la ricostruzione dell’Etna non è stata soltanto un esercizio tecnico. È stata soprattutto un esercizio di governance. Per la prima volta, un processo di ricostruzione ha riunito in un’unica procedura esigenze di sicurezza, indagini geologiche ad alta risoluzione, prescrizioni paesaggistiche, norme ambientali e necessità dei cittadini. Ogni progetto ha seguito un percorso definito: il Comune per la conformità urbanistica, il Genio Civile per la verifica tecnica, la Soprintendenza e l’Ente Parco per la compatibilità con il paesaggio, la Struttura Commissariale per la valutazione economica e l’autorizzazione del contributo (Figura 4). Un sistema articolato, ma finalmente capace di funzionare in modo coordinato.

Figura 4 – Quadro di governance concertato e interdisciplinare, attuato dal Commissario Straordinario per la ricostruzione post sisma 2018, concepito per garantire uniformità procedurale, coerenza interna e percorsi autorizzativi accelerati attraverso Protocolli d’Intesa formalmente istituzionalizzati, che integrano mandati e competenze tecniche di tutte le autorità territoriali coinvolte (da Neri et al., 2026)

La trasparenza è stata decisiva. La Struttura Commissariale ha effettuato sopralluoghi su tutti gli interventi. Ha verificato che i progetti approvati corrispondessero ai lavori reali. Questo rigore ha ridotto sprechi, evitato interventi non conformi e garantito un uso corretto dei fondi pubblici. I tempi amministrativi si sono accorciati, le revisioni progettuali sono diminuite, la qualità complessiva degli interventi è cresciuta.

Il risultato è un modello operativo che oggi è diventato un riferimento internazionale. Non perché abbia introdotto soluzioni tecniche inedite, ma perché ha saputo integrarle in un territorio complesso, dove ogni scelta deve tenere insieme sicurezza, paesaggio, cultura, economia e fiducia dei cittadini. La ricostruzione dell’Etna ha mostrato che la resilienza non dipende solo da materiali e progetti, ma anche dalla capacità delle istituzioni di dialogare, adattarsi e coinvolgere la comunità.

L’Etna, con la sua forza e la sua instabilità, ha costretto tutti a ripensare il modo di costruire e di governare, trasformando un evento drammatico in un’occasione di crescita metodologica esportabile altrove. Un messaggio che vale per tecnici, istituzioni e cittadini. E forse, soprattutto, vale per chi guarda il territorio non come un problema da risolvere, ma come a un patrimonio da custodire.

Per approfondire:

Neri, M., Blanco, G. L. M., Carbone, M. L., & Licciardello, G. (2026). Rebuilding the Etna Landscape After the 2018 Earthquake: Standards, Geological Surveys, and Retaining Wall Restoration. Applied Sciences16(15), 7526. https://doi.org/10.3390/app16157526 

Con il titolo: attività eruttiva parossistica dell’Etna del 30 luglio 2026

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