di Santo Scalia

Il rosso della lava l’ho visto dall’aereo.

Avevo già avuto modo di ammirare i parossismi dell’Etna del 1960 e del 1964, la placida emissione lavica del 1968, l’attività persistente del Cratere di Nord-Est degli anni Sessanta, ma un’eruzione in piena regola, con numerosi crateri in esplosione, colate di lava dilaganti nel Piano del Lago e nella Valle del Bove, ancora no.

Quella sera – era il 5 aprile del 1971, un lunedì, e allora frequentavo ancora il liceo –  tornavo in aereo a Catania da Palermo, dove ero stato in gita,. Sì, perché allora esisteva un collegamento aereo tra Catania ed il capoluogo siciliano, collegamento gestito da una compagnia aerea che oggi non c’è più, ma che alcuni ricorderanno: lATI (Aero Trasporti Italiani).

Era già buio, e provenendo da nord-nord-ovest, poco prima della virata per allineare l’aereo con la pista 08 dell’aeroporto di Fontanarossa, ecco apparire a sinistra, al centro del finestrino, la sagoma del vulcano e l’inferno, quasi in cima: poco tempo prima, tra le 17 e le 18, ben cinque bocche si erano aperte intorno a quota 3000, nelle vicinanze dell’Osservatorio Vulcanologico. 

Dal quotidiano La Sicilia del 6 aprile 1971

Il giorno seguente, a scuola, buona parte del mio interesse e del tempo lo dedicai alla preparazione di un’escursione da fare il giorno dopo con alcuni compagni. E così fu: la funivia, minacciata dalle colate laviche, era stata posta fuori servizio e così, lasciata l’auto al piazzale del Rifugio Sapienza, insieme a tre intrepidi amici salimmo dai 1900 metri fino ai 3000. Sembrava di essere al fronte: le cannonate di quei piccoli, ma vigorosi, nuovi crateri erano assordanti. Le sensazioni provate le ho già descritte in un altro contesto, ma mi piace ripeterle: «Difficile descrivere la tempesta di sensazioni visive, acustiche, olfattive, termiche. Solo chi ha avuto la possibilità di accostarsi ad una colata di lava che scorre può immaginarle, per averle a sua volta provate. […] La roccia fusa avanzava come un cingolato sul terreno; le pietre che stavano sopra, poco dopo facevano da base allo scorrere della corrente di fuoco. Rumori caratteristici colpivano i timpani, quasi di cocci frantumati, a volte metallici, a volte vitrei. Il calore portato dal vento insieme ad un diffuso odore di zolfo, il calore che, senza bisogno del vento, si irradiava dalla colata e si percepiva sulle gote».

Le ultime ore dell’Osservatorio Vulcanologico di quota 3000 (Foto S. Scalia)

E pochi metri più in là, la mole dell’Osservatorio Vulcanologico ancora resisteva alla pressione dei numerosi bracci lavici che premevano sulle sue robuste mura. Pochi giorni dopo sarebbe stato del tutto sommerso. Sotto le colate sparì anche la stazione terminale della funivia, e con essa buona parte dei piloni che reggevano i cavi lungo il Piano del Lago.

Poi l’eruzione subì un’evoluzione: l’azimuth ruotò – seguendo il verso antiorario – verso nord-est. Le colate abbandonarono il Piano del Lago ed interessarono in un primo tempo la desertica Valle del Bove, poi la Valle del Leone, infine, il 13 maggio, le fratture sbucarono oltre il margine settentrionale della Serra delle Concazze e la terra si aprì nella contrada denominata Serracozzo, a monte del paesino di Fornazzo: si aprirono due bocche, una a quota 1840 metri, l’altra a 1800 circa.

Per Fornazzo furono giorni tristi: la lava, seguendo il percorso del torrente Cubanìa (che lambiva la periferia nord del paese), interruppe prima la strada Mareneve (la Fornazzo-Rifugio Citelli) in tre punti diversi, poi la provinciale Fornazzo-Linguaglossa (a quota 821 m.), ed infine la Fornazzo-Sant’Alfio (a 801 m.). Per fortuna, come titolò il quotidiano La Sicilia del 28 maggio, la lava graffiò soltanto il paese, abbattendo solo pochi casolari; poi passò oltre, fermandosi successivamente a quota 600 metri circa.

Non mi dilungherò sulla “cronaca” dell’eruzione, ma preferisco ricordare alcuni episodi particolari che avvennero in quei mesi.

Il vulcanologo Haroun Tazieff, nel suo celebre libro L’Etna et les volcanologues (pubblicato in Francia nel 1972 e poi in Italia nel 1974) ci racconta un divertente aneddoto accaduto mentre l’Osservatorio Vulcanologico veniva sepolto dalla lava (bisogna ricordare che in quegli anni Tazieff e la sua équipe avevano eletto la struttura quale base “particolarmente comoda” per fare osservazioni e misure ad alta quota, evitando di rientrare, ogni sera, al rifugio che si trovava quasi mille metri più in basso): alcuni si preoccupavano di mettere in salvo la statuetta della Vergine che si trovava alloggiata nella piccola nicchia del frontone dell’edificio, ma Haroun racconta che aveva invece «[…] una preoccupazione vergognosamente terrena: tentar di recuperare delle grandi scatole di carne di maiale eccellente…»! Purtroppo l’impresa non riuscì, il pericolo incombente era troppo grande e la preziosa scorta… rimase sepolta insieme a tutto l’Osservatorio sotto metri e metri di lava.

Un altro aspetto particolare di questa eruzione fu la possibilità, per chiunque avesse i mezzi per recarsi alle zone colpite, di assistere a ciò che per molti era un insolito spettacolo, mentre per altri era la rovina e la perdita di quel poco che potesse dar loro da vivere.

Infatti, soprattutto dopo che il teatro eruttivo si era portato alle quote più basse, frotte di curiosi e turisti cominciarono ad invadere i poderi che si trovavano in prossimità dei fronti delle colate laviche. Allora non esisteva ancora la Protezione Civile, né venivano emesse  ordinanze o posti divieti all’accesso alle zone sinistrate. In alcuni casi, lì dove i poderi erano solo minacciati dalle lave, ma non ricoperti, i danni arrecati da centinaia di persone che sciamavano incontrollate ed incontrollabili furono ingenti.

Anche Famiglia Cristiana, il più diffuso settimanale nazionale di quegli anni, evidenziò il danno, arrecato in certi casi più dagli uomini che dalla Natura:

Luoghi come Serracozzo, il Rifugio Citelli, la Strada Mareneve, Fornazzo e Sant’Alfio divennero meta di una particolare, a volte morbosa, forma di turismo casalingo: improvvisati venditori di souvenir – dal posacenere di lava ai campioni di rocce ricche di concrezioni sulfuree – e ristoratori più o meno abusivi (venditori di panini, salsicce, bibite etc.) si materializzarono nei luoghi più affollati. Ricordo anche che qualcuno, più intrepido o spavaldo, si prodigò nella produzione di salsicce arrostite sulle pietre laviche ancora incandescenti, e che qualche altro… finì intossicato all’ospedale per averne mangiato, a causa dei gas vulcanici assorbiti dalle carni!

Particolare da cartolina d’epoca (collezione personale)

E poi si verificò un fenomeno che non avrei mai pensato potesse accadere: tra l’autolesionismo ed il sadismo, tra l’ignoranza e la malvagità, si assistette ad esplosioni di grida di consenso ed applausi ogni qual volta (e ciò avvenne almeno in cinque occasioni) la colata lavica raggiungeva uno dei ponti che permettevano di scavalcare i torrenti della zona, e li abbatteva con la sua inarrestabile potenza!

Altro particolare da cartolina d’epoca (collezione personale)

Apprese queste notizie fui contento della mia scelta di non recarmi sui luoghi dell’eruzione alle quote più basse, ai fronti lavici, ma solo alle quote più alte, dove l’aspetto vulcanologico era più evidente e dove si arrivava con maggior fatica, quindi meta di pochi. Non ho assistito alle manifestazioni di giubilo di quei pochi gretti; non ho visto, ma c’erano, curiosi abbigliati in tenuta da città e signore con inopportuni tacchi alle scarpe.

Infine un’altra curiosità: nel corso dell’eruzione del ’71 è venuto alla luce il quarto dei crateri sommitali, il Cratere di Sud-Est. Fino al ’71, infatti, alla sommità del vulcano si trovavano il cratere detto la Voragine, il cratere subterminale di Nord-Est (nato nel 1911) e la cosiddetta Bocca Nuova (formatasi nel 1968).

Il nuovo cratere, nato come una grande depressione formatasi al piede sud-orientale del cono sommitale il 18 maggio, rimase in seguito inattivo fino al 1978, anno in cui produsse un’eruzione subterminale in grande stile. Ma di questo tratteremo in seguito.

Una finestra sul canale di lava in prossimità delle bocche di Serracozzo (Foto S. Scalia)

Una finestra sul canale di lava in prossimità delle bocche di Serracozzo (Foto S. Scalia)

L’eruzione terminò dopo 69 giorni, a giugno; ecco alcuni dati tratti da Le eruzioni dal 1971 ad oggi (lavoro pubblicato nel 2010 da B.Behncke – Ingv):

  • area coperta dalla lava: 7.5 km²;
  • lunghezza massima raggiunta dalle colate: 4 km (prima fase – fino a quota 2175 m); 7 km (seconda fase );
  • quota minima raggiunta 600 metri;
  • volume: 75 milioni di m³ di lava; 3 milioni di m³ di materiale piroclastico.
  • tasso effusivo medio: 13 m³ al secondo.

Un’ampia raccolta di cartoline postali della mia collezione a tema Etna (82 immagini quelle selezionate e relative all’eruzione del 1971) si può vedere al seguente collegamento: https://ilvulcanico.it/

Con il titolo: mappa delle colate dell’eruzione del  ’71 (da Romano e Sturiale)

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