L'elefante al volante
L’elefante guida il fuoristrada …
Claudia Palazzo tra Sergio Mangiameli e … il Vulcanico

di Sergio Mangiameli/Claudia Palazzo

 Cos’è la creatività se non l’inventiva stessa? A che ci serve l’inventiva se non a sorprenderci di noi stessi nel trovare soluzione, e anche un certo gusto, nella vita? I nostri nemici, li pensiamo debbano essere combattuti a testa bassa: tracciamo confini, teniamo tutto per noi e niente per loro. E i nemici aumentano mentre le cose da difendere si accumulano.

E se, per un attimo, immaginassimo, invece, di operare all’inverso, contro il comune, cosiddetto “buonsenso”? Se anziché alzare muri e impilare ordinatamente roba, sottomettendo e usando anche gli animali, se invece di guardare il nemico da lontano con sfida e paura, provassimo a inventarci una mossa disordinata per sorprenderlo senza né forza né violenza, ma proprio usando la fantasia inaspettata? L’invenzione che depista anche il più odiato, schifoso, dichiarato nemico è dentro di noi e può cambiarci la vita.

Mi è passata davanti agli occhi una foto in bianco e nero fuori dall’ordinario: una vecchia fuoristrada guidata da un elefante, e un uomo vestito elegantemente che cammina a lato in una strada in cui i sensi di marcia sono al contrario – perché probabilmente siamo in Inghilterra. E’ uno scatto che fotografa un improbabile senso inverso delle cose e che mi ha acceso l’invenzione di una brevissima storia surreale e fulminante, che ho voluto raccontare col linguaggio dell’assurdo. E’ per assurdo, infatti, che Arbinsoe porta la sua chirca nella bottega del nemico Narchidelio: azione opposta, appunto, al comune buonsenso. Io pisto, con la mia deuta manuale, la scena di svolta: l’abbandono della via maestra, già peraltro con un ordine invertito (ma non sufficiente, perché l’inversione è uguale al suo contrario), e la scelta sorprendente, finale di Arbinsoe: l’annullamento del nemico usando l’inventiva, una virgola di fantasia. Per far le cose per bene, ho voluto usare anche le parole, di fantasia. Certo di essere capito lo stesso, e anche di farvi divertire un po’ e con gusto con una glaubba, stracassa Land Rover! Signore signori, vi presento LR88SJ, l’invenzione.

LR88SJ. L’invenzione

Narchidelio Esperado vendeva chirche, pume e flumi dipinti, affazzonati e persino acciuffati, tutta roba che lui non faceva, ma che veniva estradatta, compita, attuata dai suoi nemici. Era questa la tirga della sua bottega: niente di scontato e nemmeno di ordinato. Si trovavano pensieri di banani in via di prostrazione, ferri impolverati e polvere di ferraglia, rami secchi di alberi cinelogici dove attori mai visti andavano in scena alla cieca. C’erano pappagalli arditi con orecchie enormi e invisibili, che cantavano la Marsigliese in pappagallese spinto, un po’ marcio, ma spinto. E poi c’erano dentiere che buttavano fuori parole e frasi che avevano imparato dai loro taroni, e c’erano cervelli che senza dentiere soffiavano peti privi di lezzo. Potrei continuare a lungo, a largo, a tergo, a sotto e a basso, e vorrei farlo se avessi ninco, o anche qualcosa in meno, ma non tengo nispa che non sia ista di dita sui tasti. E allora, son cuntento di darvi la botta finale, della miraviglia di tutte le miraviglie del più agre nemico di Narchidelio Esperado, mio fraterno amico – guesto posso dirlo! Si chiamava Sir Arbinsoe Adams e allevava Lind Krugher, una marca di animali bizzosi a quattro ruote, più una di scorta. Una volta comprò un gangario d’epoca, maschio, che lo aderitò alla guifa di trebbiani, prima, e di Lind Krugher, dopo. Io peripatai da lì nell’incanto di un giorno strano, uvi l’ordine andava ma invertito, con la tirsta che era passata alla sitirsta. E lo pistai, Sir Arbinsoe Adams con la mia deuta manuale, nell’indo in cui rimetteva verso la bottega del suo agrissimo nemico Narchidelio Esperado, la propria fantuela, stracassa, glaubba invenzione: LR88SJ.

 

“LR88SJ L’invenzione. Le surrealisme, même.”

 The artist is the creator of beautiful things.

To reveal art and conceal the artist is art’s aim.

Thought and language are to the artist instruments of an art.

Vice and virtue are to the artist materials for an art.

Oscar Wilde, The Picture of Dorian Gray

di Claudia Palazzo

In principio era il Verri.[1]

La neoavanguardia, il Gruppo 63 e tutto questo che non si è mai estinto. La regola è che non ci sono regole e il manifesto programmatico non c’è. Ma è tanto autoevidente e tanto necessario che, come scopriamo con “LR88SJ L’invenzione” di Sergio Mangiameli, è ancora valido. E’ alle periferie dell’impero che nasce, sottotono, il Gruppo 63. Sotto il sole cocente e l’odore di mare dell’Hotel Zagarella, Palermo. Il vento del nord, qui, arriva dopo aver inglobato, nel suo tragitto, note e colori di altri venti, caldi e concilianti. Ma la dolcezza del gorgoglio della caffettiera strattona lo scrittore e gli ricorda che, in mezzo a tutta questa macchia mediterranea, lui è al sicuro dal potere, e può scrivere, anche solo per divertirsi. Il vento del nord, benchè contaminato – arricchito, non è dimentico della sua originaria consistenza e lo scrittore non è dimentico del fascismo, e tutta questa libertà della periferia del capitalismo, gli ricorda la miseria, non necessariamente materiale, contro cui decide di scagliarsi.

Non c’è frivolezza nel divertimento, l’uso parodistico della parola è già satira del capitalismo.

Infatti, il Gruppo 63 fa incazzare un po’ tutti.

A destra, per cui il “nuovo che avanza” è sempre comunista; a sinistra per cui la sola arte è quella militante e la militanza è solo propaganda, magari dietro commissione. Questa risata irrita un po’ tutti. Tranne noi, che la amiamo, e veneriamo l’atto surrealista già di per sé, perché è irriverente e disobbedisce. E perché tanta controcultura della libertà militante ha già veicolato e veicolerà.

Oscar Wilde apre il suo masterpiece “The picture of Dorian Gray” con una prefazione che è il manifesto programmatico che la neoavanguardia non ha. Nella sua polemica indirizzata ai propri coevi, necessariamente nostri avi, lo scrittore si scaglia contro il diciannovesimo secolo, che non apprezza il realismo, perché gli provoca rabbia vedere il proprio volto specchiato in un bicchiere. In un classico paradosso alla Wilde, poi di nuovo contro il diciannovesimo secolo, che non apprezza il romanticismo perché gli provoca rabbia il non vedere il proprio volto specchiato in un bicchiere.

Nel caso della neoavanguardia, cos’è che suscita l’ira indignata del ventesimo secolo? Il vedersi o il non vedersi allo specchio delle parole liberamente assemblate?

L’assurdo arriva dritto al cuore, senza passare per il cervello troppo spesso ormai irreversibilmente ammorbato di passatismo. La fantasia degli avanguardisti, non solo dei neo, ma anche dei vetero, è un’invocazione al dissenso, tramite rifiuto di schematizzazione. Che il nemico sia l’Austria o il supermarket, si combatte con la rifondazione epistemiologica e ontologica dell’arte.

Questo lega alla stessa tradizione le avanguardie storiche, le neoavanguardie, e Sergio Mangiameli, oggi.

 

Ecco un brano di “LR88SJ L’invenzione”:

“E poi c’erano dentiere che buttavano fuori parole e frasi che avevano imparato dai loro taroni, e c’erano cervelli che senza dentiere soffiavano peti privi di lezzo.”

La tradizione dell’ipse dixit riferito ad Aristotele, il passatismo contro la diffusione del quale i futuristi, sempre “esssagggerrranddo”, vogliono bruciare i musei, l’idealtipo di azione tradizionale canonizzata “polemicamente” da Weber, vengono da Mangiameli cristallizzati nell’immagine delle dentiere (bocche senza cervello) che pappagallescamente ripetono i proverbi imparati dai loro “taroni” (avi – pesanti tare, ereditarie?) e cervelli senza bocca che emettono puzzette che non riescono neanche a puzzare, di cui nessuno si accorgerà, perché la bocca è il veicolo della comunicazione, e questi cervelli non hanno spazio nel simposio degli dei dei media.

“Se è vero che la meditazione critica dello spirito che domina l’epoca e lo studio dei reali rapporti sociali si compenetrano e sostengono a vicenda, quel che si chiama “sociologia della cultura” […] non dovrà comunque esaurirsi nella considerazione del contesto sociale in cui le opere artistiche vengono a operare, ma approfondire il senso sociale delle opere stesse, e quindi non da ultimo il significato delle merci che vengono sostituendo largamente l’opera d’arte nella sua autonomia. Si tratterà, in altre parole, di prendere l’arte a oggetto di una ricerca che decifri in essa una inconsapevole storiografia della società.”[2]

Sarà alla luce di un’indagine di questo genere operata su “LR88SJ L’invenzione” che ci renderemo conto del perché, ancor oggi, abbiamo bisogno di “surrealismo”. Le Lind Krugher “una marca di animali bizzosi a quattro ruote, più una di scorta” allevate del perfido Sir Arbinsoe Adams – l’autore voglia perdonare tale connotazione dell’antagonista della storia, ma credo egli conceda, anzi incoraggi il lettore, a disegnare nella propria mente il carattere del personaggio volutamente non delineato se non tramite indizi, peraltro piuttosto chiari – sono le scatolette Campbell’s di Andy Warhol. Il bersaglio della critica post-moderna di Mangiameli. Il gingillo consumistico dell’antieroe che alla fine viene pestato dallo scrittore, il quale interviene direttamente nella storia a prendere le parti del protagonista, Narchidelio Esperado, per il quale aveva già dichiarato al primo rigo di parteggiare, proprio attribuendogli questo nome.

Nella scrittura è ovunque chiara la fascinazione per la contaminazione del linguaggio e la frequente presa in prestito di significanti da altre lingue: lo spagnolo, oltre che nel nome di Esperado, in “ninco”, “nunca”, perché “niente” è troppo noioso; il russo “nispa”, “nisba”, perché è una parola che è entrata nella glossa più simpatica degli italiani; e l’italiano stesso, quello arcaico, o la sua parodia, che per qualcuno può essere machiavelliano, per qualcun’altro di petrarchesca memoria, di termini quali “cuntento” e “miraviglia”.

L’accostamento arbitrario di aggettivi, nell’uso comune qualificativi di altri oggetti, come nell’incipit del medaglione: “Narchidelio Esperado vendeva chirche, pume e flumi dipinti, affazzonati e persino acciuffati, tutta roba che lui non faceva, ma che veniva estradatta, compita, attuata dai suoi nemici”, descrive la fortuita collezione di carabattole, o meglio chincaglierie (le chirche, inequivocabilmente), compiuta da un robivecchio improvvisato, in tempo di guerra (quella roba è infatti “estradatta […] dai suoi nemici”), che forse comincia a godersi il mondo onirico creato dal suo accumulo, e catapulta così immediatamente il lettore nel cuore del racconto.

Poi entra in scena il suddetto Arbinsoe Adams, che ci fa antipatia per il suono ringhiante della prima coppia di consonanti “rb”, perché il suo nome è il quasi-anagramma di quello di Robinson (Crusoe) campione di libertà, e perché Adams ci ricorda sia la lugubre famiglia, sia, soprattutto a chi non lo apprezza, Adam Smith e mani invisibili che fanno cose che nessuno ha chiesto loro di fare, grazie. L’autore ci descrive un Arbinsoe tronfio, uno che fa parte di una conventucola di capitalisti del motore e che poi sale di livello, entrando nel gotha della Lind Krugher. “Una volta comprò un gangario d’epoca, maschio, che lo aderitò alla guifa di trebbiani, prima, e di Lind Krugher, dopo.”

Si giunge dunque alla svolta della vicenda: “uvi l’ordine andava ma invertito”.

L’ambiguità polisemica del motto ci rimanda ai suoi due possibili significati, fra i quali non siamo costretti a scegliere: l’uno, descrittivo, ci dice che “si procedeva, ma nel verso sbagliato”; l’altro, ricalcato sul costrutto di Cartagine che “delenda est”, ci dice che “ivi, cioè dunque, come necessario effetto della precedentemente detta causa” “bisogna invertire il corso delle cose”, rendendo valido anche il primo significato, quello che ci spiega che le cose non andavano nel verso giusto.

Una poco avanguardistica razionalizzazione, questa, ma come altro esprimere quella che appare una tanto categorica chiamata alle armi?

Del resto, in un testo del genere, pare del tutto legittimo che il lettore si appropri della narrazione e la infarcisca dei significati da lui prediletti. Il social criticism? Fanculo Adam Smith? Le scatolette Campbell’s? Machiavelli? La guerra? L’autore fa un regalo al lettore, con buona pace degli intellettualoni tanto seri, tanto poco empatici, tanto poco autoironici, e con la dissacrazione della parola la sacralizza definitivamente, facendone materia per tutti e di tutti. La provocazione è l’assunzione di senso (liberamente scelto da ognuno) da parte del ludico nonsenso. E come nelle pagine di Verri, in cui “[…] i giovani recensivano i loro coetanei, e i più anziani recensivano i più giovani, o viceversa, alla sola insegna della curiosità, senza distinzioni di rango accademico – e questo era fenomeno importante per quei tempi”, questa ironia è fenomeno importante per i nostri, di tempi, in cui una poesia che parli di escrementi non è più avanguardia, ma metaforico pane televisivo quotidiano, e le distinzioni di rango accademico sono l’ultimo baluardo a cui appigliarsi per intellettuali del cui intelletto rimane spesso solo la chiara fama, da difendersi con il più elitarista snobismo.

Insomma, con il suo stile fantasioso, per pudore nascostamente erudito, Sergio Mangiameli ci invita al banchetto delle parole, per divertirci e farci riflettere, senza imporci mai l’oggetto delle nostre elucubrazioni, e ci lascia davvero sazi di strambi accostamenti e di risate consapevoli.

[1]     Umberto Eco, Il Gruppo 63, quarant’anni dopo, Bologna, 2003

[2]     M. Horkheimer, T. W. Adorno, Sociologia dell’Arte e della Musica, in “Lezioni di Sociologia”, Einaudi, 1966

 

 

 

 

Claudia Palazzo

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