di Jean-Claude Tanguy (*), Santo Scalia

C’è chi li conta a partire da 16 febbraio del 2021, chi invece tiene il conto di quelli avvenuti nel corso di quest’anno, altri invece tengono il conto a partire dal 13 dicembre dell’anno precedente.

Non è importante il numero esatto, ma il fatto che, comunque li si conti, ne sono già avvenuti più di 50. Stiamo parlando degli episodi parossistici accaduti di recente presso il Cratere di Sud-Est (CSE) dell’Etna, il più giovane dei crateri subterminali del grande vulcano siciliano.

Analizzando il comportamento del nostro vulcano negli ultimi 44 anni possiamo notare che la serie di eventi eruttivi a carattere parossistico che stiamo osservando negli ultimi mesi non è una novità né un comportamento anomalo.

Già nel 1977-78 al Cratere di Nord-Est (CNE) si verificarono 20 episodi simili. Tra il 1978 ed il 1979 al CSE se ne verificarono 4, e altrettanti al CNE tra il 1980 ed il 1981, anno in cui avvenne l’eruzione laterale che minacciò l’abitato del paese di Randazzo.

16 aprile 2000, flusso piroclastico dal CSE (foto Jean-Claude Tanguy)

Nel corso del 1989 ancora 15 episodi parossistici accaddero al CSE e ancora altri 4 nel 1990. Poi – tra il 15 settembre 1998 e il 4 febbraio 1999 – lo stesso cratere generò una lunga sequenza di circa 20 episodi parossistici; l’andamento continuò nell’anno 2000, quando «[…] l’Etna attraversò un periodo eruttivo eccezionale: nel corso di 7 mesi, il più giovane dei suoi quattro crateri sommitali, il Cratere di Sud-Est, produsse un’imponente serie di 66 (sessantasei) episodi parossistici. Mai nella storia dell’Etna, o di altri vulcani conosciuti, si era assistito ad un comportamento simile» [da Boris Behncke, Ingv].

Nel 2000 si verificò anche un’altra particolarità: nelle giornate del 15 maggio e del primo giugno avvennero non uno, bensì due episodi parossistici nell’arco delle 24 ore!

Continuando ad analizzare il comportamento etneo nel nuovo millennio, troviamo che nel 2001, sempre al CSE, ci furono 15 episodi parossistici, 48 nel periodo 2011-2013 e altri 4, nel 2015, si generarono al cratere Voragine (Cratere Centrale).

Santo Scalia e Jean Claude Tanguy

Torniamo ai recenti parossismi etnei: come anche esposto nel numero N° 201 (Marzo 2021) della Revue de l’Association Volcanologique Européenne (L.A.V.E.), cerchiamo di valutare questo comportamento (da alcuni giudicato anomalo; da altri, invece, considerato più che normale) del vulcano.

Nel corso del XIX e del XX secolo numerose eruzioni laterali sono state precedute da grandi fontane di lava del Cratere Centrale. Ma tante altre si sono generate senza fenomeni centrali particolari, come quelle del 1950-51 o del 1991-93 (l’eruzione più voluminosa dopo quella del 1669). D’altra parte, delle dozzine di parossismi del Cratere di Sud-Est hanno preceduto le eruzioni del 2001 e del 2002-2003, ma altrettante dozzine di parossismi avvenuti tra il 2011 ed il 2018 non sono state preludio che alla piccola eruzione laterale del Natale del 2018.

La nostra idea è che i parossismi centrali siano dovuti a dei fenomeni superficiali dovuti all’accumulo di gas, dato che le eruzioni fissurali hanno invece un’origine profonda, derivante dalla messa in pressione della grande riserva magmatica che dovrebbe esistere al limite tra mantello e crosta terreste. In ogni caso seguiremo con grande interesse il successivo sviluppo della situazione.

C’è da considerare anche la grande quantità di materiali che viene emessa in occasione di queste violente manifestazioni: si stima infatti che il volume totale dei prodotti emessi durante l’attività del 2000 sia di circa 47 milioni di metri cubi, di cui circa 37 milioni in forma di colate laviche [Boris Behncke, Ingv].

Una stima qualitativa, relativa al volume dei prodotti emessi nel corso della cinquantina di parossismi recenti, porta a pensare che la quantità di magma coinvolto in tali manifestazioni sia paragonabile a quello che potrebbe caratterizzare una eruzione di tipo laterale.

Un altro aspetto, altrettanto importante e assolutamente non trascurabile, è quello della ricaduta massiccia di piroclastiti (ceneri, lapilli, bombe vulcaniche). La dispersione di questi prodotti dipende dalla direzione dei venti che agiscono nell’area etnea in concomitanza con gli eventi parossistici.

È noto che nell’area etnea la circolazione atmosferica regionale fa sì che i venti predominanti siano quelli che soffiano da ovest o nord-ovest verso le aree orientali e sud-orientali del vulcano. La conseguenza è che i comuni che si trovano ad est e a sud rispetto al centro dell’emissione dei prodotti piroclastici – il Cratere di Sud-Est, in questo caso –sono stati reiteratamente soggetti alla pioggia (a volte un vero bombardamento) di materiali più o meno grossolani e pesanti.

(foto da https://ingvvulcani.com/2021/03/09/l-etna-non-si-ferma/ )

Oltre agli ovvi disagi dovuti alla ricaduta di “rina” (ossia arena, nel dialetto siciliano) bisogna considerare le complicazioni che da essa derivano: appesantimento dei tetti (cosa che diviene ancor più pericolosa in caso di successiva pioggia); intasamento delle grondaie e degli scarichi; rischi per la circolazione di pedoni, cicli, motocicli e autovetture (pericoli tali da imporre limiti drastici alla velocità consentita e, in alcuni casi, divieti di circolazione); danni, spesso irreversibili, alle colture, con conseguente deprezzamento dei prodotti comunque danneggiati. Non ultima è la minaccia per la salute umana: le ceneri depositate sulle strade e non immediatamente rimosse vengono ulteriormente frammentate e sollevate dall’azione dovuta al traffico su gomma: ciò porta la polvere generata a raggiungere dimensioni così minuscole da diventare molto pericolose se inalate (di questi aspetti hanno ampiamente trattato Rosario Trovato e Alessandro Bonforte anche su questo blog). Proprio in occasione di uno degli ultimi parossismi le autorità, infatti, hanno raccomandato alla popolazione l’utilizzo di mascherine da indossare per proteggersi da tale pericolo.

Inizio del parossismo del 28 maggio 2021 (foto S. Scalia)

Cosa auspicare? Che l’Etna finisca di produrre attività di questo tipo? No, l’Etna (o meglio, i vulcani, in genere) fanno anche attività di questo tipo, l’hanno sempre fatto e continueranno a farlo (vedi a proposito la chiara analisi del vulcanologo Salvo Caffo). Così come nelle località dove periodicamente avvengono manifestazioni naturali – quali ad esempio le nevicate invernali – gli enti preposti si sono da tempo dotati di idonei mezzi per far fronte a tali avvenimenti (nel caso specifico mezzi spazzaneve, spargisale, etc.) anche nell’area etnea sarebbe auspicabile che, nel più breve tempo possibile, ci si dotasse di sufficienti mezzi per la rimozione e lo stoccaggio (e perché no, magari riutilizzo) dei prodotti di un altrettanto naturale avvenimento che di frequente interessa l’area.

Al termine del parossismo del 4 luglio 2021 (foto S. Scalia)

Talora però questi avvenimenti naturali hanno anche l’aspetto di calamità e, come tali, ci si auspica che possano essere ‘mitigati’ con idonei interventi economici predisposti dagli amministratori in favore di chi subisce danni economici.

(*) Institut de Physique du Globe de Paris

 

Con il titolo: uno dei parossismi dell’Etna nel 2021 (foto S. Scalia)

 

Jean Claude Tanguy

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